TUTELA E PROTEZIONE DI SOGGETTI VULNERABILI. UN NUOVO PROGETTO DI VITA: IL CO-HOUSING

Di Tiziana Amodeo -

Vulnerabilità: condizione umana universale

La vulnerabilità[1] rappresenta la dimensione intrinseca della soggettività umana per cui il Sé è soggetto etico che si assume la responsabilità dell’altro.

Attraverso la vulnerabilità si edifica una relazione asimmetrica tra soggetto debole e soggetto forte, che richiama l’impegno sociale e morale di quest’ultimo ad assumersi la responsabilità e la tutela del primo.

La dimensione della vulnerabilità fa riferimento al prendersi cura dell’altro, in un progetto di vita condiviso radicato sul bisogno dell’uomo di aver cura dell’altro (Habermas).

La vulnerabilità dell’uomo deve fondare l’attività legislativa e le istituzioni sociali (Hurt), e cioè l’impegno della legalità, nell’organizzazione della società, nei suoi principi e nelle sue leggi, con il fine di proteggere l’uomo dalla “distruzione”; la legge identifica il proprio fine nella protezione delle persone più deboli in opposizione alla prevaricazione dei gruppi sociali.

Il prendersi cura dell’altro (to care) si esprime nel vivere una relazione umana tra soggetti fondata su: bisogno di condivisione ascolto ed empatia.

La condivisione esistenziale di vulnerabilità si traduce in un legame o dipendenza o relazione sociale tra soggetti, per cui è necessario progettare la cura verso il soggetto debole all’interno di un contesto relazionale impreziosito da affetti e sentimenti umani che caratterizzano il percorso terapeutico.

L’individuo trova espressione nelle relazioni sociali, all’interno delle quali si sviluppa la sua identità; così dunque, la virtù della solidarietà si sviluppa e cresce grazie alla comprensione di ciò che il vivere sociale comprende.

Da tempo il concetto di vulnerabilità appartiene al campo filosofico- giuridico ed è menzionato nelle normative nazionali, europee ed internazionali: è concetto universale se rapportato alla fragilità umana, ma è concreto e delimitato in ambito esistenziale se rivolto a persone determinate o contesti specifici ed ha visto nel linguaggio della giurisprudenza CEDU un notevole incremento.

Vulnerabilità e tutela dei diritti fondamentali.

Esiste una definizione formale di vulnerabilità, ad esempio nelle ipotesi di definizione per categorie di soggetti: donne, minori o disabili etc….

La definizione sostanziale di vulnerabilità è individuata attraverso caratteristiche o elementi del gruppo di individui o di singoli che possiedono determinate caratteristiche (es. soggetti sottoposti a limitazione di libertà personale …).

Nel nostro ordinamento basato sulla centralità dei diritti, ove le regole cedono il passo ai principi, un ragionamento fondato su diritti richiede che un soggetto vulnerabile sia un soggetto bisognoso di cura e tutela (tanto da condurre il giudice a forzare i limiti dell’interpretazione per consentire a quel soggetto di rientrare nelle categorie bisognose di tutela).

La Corte EDU che ragiona in termini di vulnerabilità per categorie conduce ad una classificazione dei soggetti che vi rientrano, ma è contraria alla stereotipizzazione in quanto impedisce una valutazione dei bisogni concreti.

Vulnerabilità è certamente una nozione relazionale cioè di soggetti o gruppi che si esaminano in relazione al contesto in cui si trovano.

Le persone con disabilità costituiscono un folto gruppo di persone vulnerabili sia per la consistenza numerica sia per le condizioni di forte sperequazione in cui si trovano.

Sono individui che incontrano molteplici barriere ed ostacoli al riconoscimento della piena soggettività per cui è necessario intervenire sia in un’ottica individualistica che universalistica.

E’ necessario garantire alle persone con disabilità effettive possibilità di rivelare il proprio potenziale in modo da fornire un contributo alla collettività (Hawking).

E’ noto come a partire dal 2000 il Consiglio di Europa ha adottato numerose risoluzioni dedicate alla tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità finalizzate a favorirne l’inclusione sociale.

Nuove forme di inclusione sociale.

L’evoluzione dei processi di integrazione fa registrare nelle società occidentali un cambiamento nelle forme di integrazione, che rimanendo fedele al binomio disabilità/inclusione, analizza esperienze educative comunitarie che rendono effettiva la partecipazione dei soggetti coinvolti, in nome del principio di uguaglianza; si affida alle persone con disabilità un ruolo attivo e partecipativo.

Occorre operare un salto culturale per passare dall’integrazione all’inclusione che è concetto che guarda non ad una specifica categoria di soggetti ma si riferisce alla vita di tutti, in un contesto inclusivo che è rispettoso di tutti e della tutela delle minoranze: tutti siamo una cosa sola anche se non siamo la stessa cosa.

E’ noto che vi sono categorie di cittadini che faticano a trovare un alloggio per problemi fisici o psichici: disabili, tossicodipendenti, destinatari di assistenza sociale, utenza già nota ai servizi sociali destinata a divenire vittima dei tagli ai fondi sociali anche dal lato abitativo.

Il tema della povertà abitativa impone un nuovo esame dei bisogni sociali ed abitativi; del resto, proprio l’inadeguatezza dei redditi è una delle principali cause della vulnerabilità abitativa[2].

Il social housing rappresenta l’insieme di attività atte a fornire alloggi adeguati, attraverso regole certe di assegnazione, a famiglie che hanno difficoltà nel trovare alloggio alle condizioni di mercato perché incapaci di ottenere credito o perché colpite da problematiche particolari.

E’ un fenomeno che attraverso la partecipazione e collaborazione di istituzioni, soggetti privati e non profit, svolge una funzione di interesse generale volta a promuovere la coesione sociale sul territorio, intervenendo prioritariamente su un’area di disagio sociale esclusa dai benefici pubblici per i più bisognosi ed al contempo non in grado di accedere al mercato.

Da qui le tre principali caratteristiche dell’housing sociale che segnano la rottura con l’edilizia residenziale pubblica: 1. Rilevanza della dimensione sociale degli interventi; 2. Area di disagio sociale non estremo ma non in grado di accedere al mercato; 3. Partnership pubblico-privato non profit dei progetti.

Uno degli aspetti che fanno della casa un bene primario è il fatto che attorno a essa si intreccia una rete di relazioni sociali propedeutica alla realizzazione personale dell’individuo ed alla sua inclusione sociale[3].

La “socialità” degli interventi si articola in varie forme: 1. Residenza con spazi comuni destinati alla socializzazione; 2. Strutture con servizi comuni quali servizi socio-sanitari, assistenziali, di accompagnamento e assistenza domiciliare per anziani e disabili, doposcuola e babysitting …3. Progettti abitativi che puntano sul coinvolgimento diretto ed attivo dei residenti: progetti di autorecupero, autocostruzione o cohousing; 4. Progetti abitativi che offrono servizi particolari destinati a fasce deboli come tossicodipendenti, disabili o anziani, sotto forma di assistenza domiciliare o di interventi educativi e di sostegno che riescono ad accogliere categorie fragili non completamente autosufficienti, 5. Presenza del gestore sociale[4].

Il Decreto ministeriale del 22 aprile 2008 fornisce la prima definizione di “alloggio sociale”: unità immobiliare adibita a suo residenziale in locazione permanente che svolge la funzione di interesse generale, nella salvaguardia della coesione sociale, di ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi di libero mercato.

La prima significativa spinta verso l’edilizia residenziale assistita è rappresentata dal D.L. n. 112/2008 convertito nella legge n. 113 del 2008 che ha introdotto i contenuti per il nuovo Piano nazionale di edilizia abitativa[5].

In Europa quasi tutti i progetti di social housing vengono finanziati attraverso la combinazione di strumenti differenti: prestiti bancari, sussidi pubblici, risorse dei social housing providers e talvolta contributi degli stessi inquilini. Il sostegno pubblico si articola in sovvenzioni dirette o prestiti da parte di istituti di credito in cui il Governo funge da garante; in alcuni paesi come Svezia e Paesi Bassi non è previsto il finanziamento pubblico, mentre in altri è unica forma di finanziamento (Bulgaria, Lettonia, Lituania Romania).

Nel nostro paese l’intervento pubblico prevede diverse forme: accordi tra Comune ed investitori privati per il recupero di patrimoni immobiliari esistenti e la realizzazione di nuovi insediamenti abitativi, attraverso aree da destinare a servizi per la collettività; il Terzo Settore ha il compito di fornire, in accordo con le amministrazioni comunali, azioni di accompagnamento sociale.

Si tratta di progetti che presentano una compartecipazione tra pubblico e privato e che si avvalgono di strumenti finanziari in grado di generare ritorno economico, facendo del social housing non solo uno strumento assistenziale, ma anche in grado di produrre benefici economici.

Nell’ambito di questa forma di alloggi sociali si inquadra il fenomeno noto come co-housing, ancora poco compreso dai più ma assai voluto da chi l’ha scoperto.

Gli spazi diventano condivisi, pur riservando la sfera personale ai soggetti; la casa collettiva è vista non come isolata ma inserita in un ecosistema urbanistico e sociale connesso al territorio ed ai servizi.

Obiettivo è favorire inclusione sociale di soggetti “vulnerabili”, fornendo finanziamenti specifici ed attuando strategie rivolte a persone fragili (anziani- disabili- immigrati) finanziando attività che combattano la discriminazione nell’accesso all’occupazione ed ai servizi basilari per vivere dignitosamente[6].

Gli spazi privati sono congegnati in modo da rispettare la privacy ma esistono attrezzature e strutture comuni come giardini, lavanderie, sale hobbies cucine e sale comuni.

La gestione è a carico dei residenti senza che si crei una leadership dominante; le attività svolte all’interno del co-housing non devono generare reddito[7].

Figura importante è il mediatore condominiale che ha il compito di visitare ogni giorno gli abitanti e di fornire loro forme di assistenza e di “tutela” in chiave del tutto gratuita.

L’art. 19 della Convenzione ONU sui Diritti delle persone con disabilità, approvata dalle nazioni Unite nel 2006 e ratificata con legge nel 2009 in Italia, sancisce l’impegno degli Stati a che “le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione”.

La ratifica della Convenzione ha comportato l’adeguamento da parte dell’Italia ai principi ivi espressi attraverso l’emanazione della legge n. 112 del 2016, nota come legge dedicata al Dopo di noi, volta a favorire il benessere e la piena inclusione sociale ed autonomia delle persone con disabilità.

Il Fondo istituito dalla legge (90 milioni di euro per il 2016- 38 milioni per il 2017- e 56 annui a decorrere dal 2018) è destinato ad importanti finalità: interventi innovativi di residenzialità per disabili gravi per creare alloggi di tipo familiare o cohousing anche sostenendo forme di mutuo aiuto tra persone con disabilità.

Il cohousing è una soluzione positiva per alcune fasce sociali “fragili”, come anziani o persone con disabilità, che spesso finiscono in solitudine o sono destinati all’istituzionalizzazione.

La soluzione del cohousing abbatte i costi della vita di solitudine e rappresenta un momento di socialità ritrovata; alto è il numero dei disabili possibili destinatari del cohousing.

La rete familiare assume un ruolo fondamentale nell’assistenza e nella vita del familiare “debole”, ma da sé non è sufficiente e non può essere l’unica fonte di sostegno. Da qui la necessità di implementare i servizi offerti dalla rete sociale, attraverso il coinvolgimento di persone ed esperienze che costituiscono un canale di riferimento per l’integrazione sociale di “soggetti vulnerabili”[8].

Incentivare progetti di cohousing innesca meccanismi di intreccio tra sinergie private e pubbliche molto importanti, che sviluppano relazioni positive e modelli sociali efficienti, il tutto nella consapevolezza che: il diritto ad avere una vita dignitosa per ogni individuo, nel rispetto del principio di uguaglianza, non si ferma nel soddisfacimento di bisogni di vita primari (mangiare, dormire, lavarsi che pur rappresentano una forma di accudimento necessaria), ma consiste essenzialmente nel diritto di veder riconosciuto il proprio desiderio di sentirsi “accolti”, amati e voluti bene, come forma principale di rispetto dell’autonomia di ogni essere umano e di tutela della persona!

[1] Nella Dichiarazione di Barcellona del 1998 ventidue luminari di bioetica hanno inserito il principio di vulnerabilità tra le quattro colonne del credo bioetico: integrità, dignità umana ed autonomia.

[2] Nell’area grigia del disagio abitativo confluisce una vastità di persone per le quali in passato la casa non costituiva un problema. Altri cambiamenti della struttura demografica della società influenzano il problema dell’alloggio: l’aumento dei nuclei familiari, riduzione della loro composizione dovuta a nuclei familiari sempre più piccoli e disgregati a causa dell’instabilità di coppia; ma ancora la precarizzazione dei rapporti di lavoro che impone alla gente di trasferirsi lì dove il lavoro c’è, ed ancora il peggioramento delle condizioni di accesso al credito per l’acquisto della prima casa nei confronti dei giovani sono nuove forme di disagio  sociale che confluiscono nella categoria della vulnerabilità abitativa, alle quali si aggiunge anche la categoria della popolazione straniera residente in Italia, cresciuta a ritmi intensi.

[3] A differenza delle logiche abitative tradizionali, che affrontano il disagio abitativo attraverso l’offerta di alloggi a canone calmierato, in questo caso il fine è di migliorare la condizione abitativa intervenendo anche sulla dimensione relazionale degli inquilini, attraverso nuove forme di abitare, nelle quali sono chiamati a partecipare attivamente alla costruzione di una comunità sostenibile.

[4] E’ figura che sostituisce l’amministratore di condominio, cui compete oltre alla gestione amministrativa e finanziaria del ‘immobile anche la promozione di attività di partecipazione e di socializzazione tra gli inquilini, con funzione di mediazione sociale e culturale finalizzate al recupero ed alla prevenzione dei conflitti. Tra le attività rientra anche quella di educazione alla condivisione di spazi comuni ed inclusione sociale degli utenti.

[5] Il Piano conferma l’obiettivo di garantire su tutto il territorio i livelli di fabbisogno abitativo attraverso l’offerta di alloggi di edilizia residenziale e definisce le categorie di soggetti destinatari: nuclei familiari a basso reddito, anche monoparentali, anziani in condizioni svantaggiate, studenti fuori sede, immigrati regolari a basso reddito … nuove categorie portatrici di nuova domanda abitativa.

[6] Charles Durret lo definisce come tipologia di abitazione collaborativa nella quale i residenti partecipano attivamente alla progettazione e nella scelta del vicinato.

[7] Il co-housing è fenomeno in evoluzione: esiste un progetto sperimentale nel Comune di Bologna, esperienza che si declina come condominio partecipato all’interno del quale gli abitanti hanno diverse forme di disabilità, la quota mensile prevede un canone di affitto concordato che consente la fruizione di servizi comuni ed anche la partecipazione ad attività di socializzazione.

[8] In continua crescita è il numero delle persone con disabilità possibili destinatarie del cohousing. I modelli in Italia sono numerosi e vari, tra questi quello della Comunità romana di Sant’Egidio che ha aperto a Roma e Napoli alcune case-famiglia con soluzioni alloggiative innovative, forme innovative che consentono a costi limitati di evitare il fenomeno della istituzionalizzazione per soggetti fragili bisognevoli di protezione. Ed ancora, altra esperienza è quella di Bologna- in collaborazione con Asp, Comune e Alias associazione per persone spastiche- che ospita insieme a persone disabili anche stranieri; composta da 6 monolocali di 28 mq ove gli abitanti pagano un canone concordato esiguo (250-350 euro) e possono usufruire di locali comuni (stirerie- cucine- servizi comuni) ma anche di attività di socializzazione che sono decise insieme agli abitanti in base alle loro esigenze. La palazzina è di proprietà dell’Asp e con i fondi del Dopo di noi sono previsti interventi di ristrutturazione degli alloggi e di eliminazione di barriere architettoniche. L’Associazione segue i suoi abitanti con i suoi educatori. Altra realtà è a Milano dove vivono ragazze autistiche supportate da studentesse: i disabili vivono in autonomia e sono supportati da personale educativo presente in alcuni momenti della giornata; le ore di presenza si riducono man mano che l’autonomia cresce: modello di socialità ritrovata e di empowerment sociale.