Torna alle Sezioni Unite la decisione sulla definizione del rapporto tra sospensione necessaria e sospensione discrezionale del processo

Di Giulia Mazzaferro -

In tema di rapporto tra sospensione necessaria ex art. 295 c.p.c. e sospensione facoltativa ex art. 337, comma 2 c.p.c., vanno rimessi gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione di massima di particolare importanza relativa alla natura che ha la sospensione della causa pregiudicata quando quella pregiudicante sia stata decisa con sentenza non ancora passata in giudicato e soggetta ad impugnazione.

Ord. 13 gennaio 2021, n. 362

Con l’ordinanza che si segnala la Sezione Sesta – 3 della Corte di cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente affinché valuti l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, ai sensi dell’art. 374, comma 2 c.p.c., della questione relativa al rapporto tra la sospensione necessaria e la sospensione facoltativa del processo a causa di pregiudizialità tecnico-giuridica.

La vicenda è stata sottoposta al giudizio della Suprema Corte tramite regolamento di competenza avverso l’ordinanza di rigetto dell’istanza di fissazione dell’udienza ex art. 297 c.p.c. per la riassunzione del giudizio a seguito della sospensione. La parte ricorrente, infatti, lamentava l’erroneità della mancata riassunzione del giudizio sospeso per pregiudizialità ai sensi dell’art. 295 c.p.c. dopo l’intervenuta pronuncia della sentenza di primo grado nella causa pregiudicante.

Il ricorrente evidenziava che, pur essendo la sentenza stata appellata, l’impugnazione era stata proposta soltanto per motivi estranei all’oggetto del giudizio sospeso di cui si chiedeva la riassunzione e che analoga questione era stata già affrontata e decisa dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, le quali con la sentenza n. 10027/2012 avevano stabilito che, alla luce di una interpretazione sistematica dell’art. 282 c.p.c., così come riformato dalla legge n. 353/1990, in presenza di un rapporto di pregiudizialità tra due procedimenti, è possibile la sospensione di quello pregiudicato soltanto ai sensi dell’art. 337, comma 2, c.p.c. quando quello pregiudicante è stato comunque definito con sentenza, ancorché non definitiva. Conseguentemente deve riconoscersi che l’art. 295 c.p.c. si applica “al solo spazio temporale delimitato dalla contemporanea pendenza dei due giudizi in primo grado, senza che quello pregiudicante sia stato ancora deciso. Una volta deciso questo, verrebbero meno i presupposti della sospensione necessaria, e l’eventuale impugnazione della sentenza giustificherebbe solo il potere discrezionale del giudice di disporre la sospensione del processo ai sensi dell’art. 337 c. 2, o eventualmente di ribadire tale stato (con l’effetto che il processo rimarrebbe sospeso ad altro titolo).

L’ordinanza di rimessione evidenzia che la soluzione ermeneutica offerta nel 2012 dal Supremo Consesso non è stata unanimemente recepita dalla successiva giurisprudenza di legittimità a sezioni semplici, oltre che essere stata oggetto di ampio dibattito critico in dottrina (a titolo esemplificativo si veda Zuffi, Le S.U. ammettono la sola sospensione discrezionale del processo sulla causa dipendente allorché la causa pregiudiziale sia stata decisa con sentenza di primo grado impugnata, in Corriere giur., 2012, 1322 ss.; Menchini, Le Sezioni Unite sui rapporti tra gli articoli 295, 297 e 337, comma 2o, c.p.c.: una decisione che non convince, in Riv. dir. proc., 2013, 689 ss.; D’Alessandro, Le Sezioni unite e la tesi di Liebman sui rapporti tra artt. 295 e 337 c.p.c: Much Ado About Nothing?, in Giur. it., 2012, 2601 ss.; Polinari, Le Sezioni unite tornano sull’art. 337, cpv., c.p.c. e riaffermano l’efficacia dichiarativa della sentenza impugnabile. Spunti per una lettura sistematica, in Giur. it., 2013, 615 ss.).

A ben guardare, prosegue la remittente, le statuizioni assunte dalle Sezioni Unite sono state accolte dalla successiva giurisprudenza di legittimità soltanto con riferimento a quanto stabilito in tema di sospensione facoltativa ex art. 337, comma 2 c.p.c., consolidando infatti l’illegittimità dell’applicazione dell’art. 295 c.p.c. qualora la pregiudizialità venga prospettata rispetto ad una causa in cui sia già stata antecedentemente pronunciata una sentenza: in tali circostanze pertanto il giudice, dopo aver svolto la sua discrezionale valutazione, possiede solo la mera facoltà di sospendere il giudizio.

Al contrario, in tema di sospensione necessaria ex art. 295 c.p.c., avendo reputato quanto affermato dalle S.U. n. 10027/2012 un obiter dictum, è prevalsa attraverso le decisioni rese dalle successive pronunce a sezioni semplici della Corte la volontà di prediligere la tesi tradizionale secondo la quale, nelle ipotesi in cui tra due cause sussista portata pregiudiziale in senso stretto (c.d. pregiudizialità in senso tecnico-giuridico), la sospensione della causa pregiudicata è sempre necessaria e può venire meno soltanto al momento del perfezionamento del giudicato sulla causa pregiudicante; invece, la sospensione necessaria dell’altra controversia non opera in presenza di “una questione pregiudiziale soltanto in senso logico, soccorrendo in tal caso la previsione dell’art. 336 c.p.c., comma 2, sul cd. effetto espansivo esterno della riforma o della cassazione di una sentenza sugli atti e i provvedimenti (comprese le sentenze) dipendenti dalla sentenza riformata o cassata”.

L’ordinanza di rimessione riepiloga poi l’interpretazione conferita dalle Sezioni Unite all’art. 297, comma 1 c.p.c. che, come noto, disciplina l’istanza di fissazione dell’udienza per la prosecuzione del giudizio dopo la sospensione. La sentenza del 2012 si era spinta a ritenere che il riferimento della norma al passaggio in giudicato della pronuncia resa sulla causa pregiudicante fosse da considerarsi come un mero indice temporale, e non avesse anche valore contenutistico, che dovesse essere inteso quindi non come evento vincolante a cui le parti sono tenute per evitare un contrasto di giudicati, ma soltanto quale momento di inizio della decorrenza del termine oltre il quale il giudizio sulla causa pregiudicata si estingue se nessuna delle parti chieda la fissazione dell’udienza per la prosecuzione. Seguendo questa linea interpretativa però, rileva l’ordinanza interlocutoria, si introduce un ingiustificato potere dispositivo in capo alle parti alle quali, dopo la pronuncia della sentenza nella causa pregiudicante, viene rimessa la decisione assolutamente discrezionale sulla durata stessa della sospensione: queste, infatti, prima di riassumere il processo potranno decidere a loro piacimento se attendere o meno la formazione del giudicato sul provvedimento, in verosimile dissonanza con le esigenze di tutela della ragionevole durata del processo che una tale lettura della norma mira in astratto a salvaguardare (queste perplessità sono state sollevate da Menchini, op. cit., in particolare 699 ss.).

Peraltro, l’ordinanza in commento non omette di rilevare che la mancata metabolizzazione della pronuncia del Supremo Consesso da parte della giurisprudenza a sezioni semplici della Corte potrebbe rintracciarsi nell’incompletezza dell’interpretazione dell’art. 297 c.p.c. fornita dalla sentenza stessa: ad avviso del collegio rimettente, le condizioni attuali richiedono, di conseguenza, un necessario intervento delle Sezioni Unite che risolva definitivamente i dubbi ermeneutici sul contenuto della citata disposizione e in generale sulla natura della sospensione necessaria del processo.

In conclusione, la questione con cui dovranno (verosimilmente) confrontarsi le S.U. è essenzialmente quella che investe la durata della sospensione per pregiudizialità. Nel suo percorso logico, la Corte dovrà evidentemente affrontare il tema della portata della prescrizione dell’art. 297 c.p.c. la cui lettura alternativa è stata usata come leva da Cass. n. 10027/2012 per indebolire la tradizionale risposta. Il peso dell’art. 337 c. 2 c.p.c. resta, all’evidenza, di natura complementare, essendo ovvio che l’eventuale conferma della scelta riduttiva continuerebbe comunque a convivere con la facoltà del giudice di disporre la sospensione del processo a diverso titolo.