Sulla natura definitiva o non definitiva della sentenza contenente indici formali opposti (nota a Cass., Sez. un., 19 aprile 2021, n. 10242)

Di Viviana Battaglia -

CORTE DI CASSAZIONE – Sez. un. – 19 aprile 2021 n. 10242 – Pres. Di Iasi – Est. Esposito –  Foti ed altri c. Comune di La Spezia.

Ai fini dell’individuazione della natura definitiva o non definitiva di una sentenza che abbia deciso su una delle domande cumulativamente proposte tra le stesse parti, deve aversi riguardo agli indici di carattere formale desumibili dal contenuto intrinseco della stessa sentenza, quali la separazione della causa e la liquidazione delle spese di lite in relazione alla causa decisa.

Tuttavia, qualora il giudice, con la pronuncia intervenuta su una delle domande cumulativamente proposte, abbia liquidato le spese e disposto per il prosieguo del giudizio in relazione alle altre domande, al contempo qualificando come non definitiva la sentenza emessa, in ragione dell’ambiguità derivante dall’irriducibile contrasto tra indici di carattere formale che siffatta qualificazione determina e al fine di non comprimere il pieno esercizio del diritto di impugnazione, deve ritenersi ammissibile l’appello in concreto proposto mediante riserva

 

 

SOMMARIO: 1. Premessa.  – 2. Il caso. – 3. La questione di massima di particolare importanza.  – 4. Alcune considerazioni sul percorso argomentativo seguito dalle Sezioni unite. – 5. Conclusioni.

 

1.A partire dalla riforma del 1950 (l. 14 luglio 1950, n. 581) – che ha modificato, tra l’altro, gli artt. 279, 340 e 361 c.p.c.[1] – si è a lungo discusso in dottrina e in giurisprudenza se, ai fini della riserva di impugnazione differita[2], la sentenza che pronunci soltanto su una, o alcune, delle domande cumulate nello stesso processo abbia natura definitiva o non definitiva[3].

Il problema – non solo teorico, poiché incide sul regime di impugnazione del provvedimento decisorio – è sorto a causa del mancato coordinamento tra il novellato art. 279 e l’immutato art. 277, cpv., c.p.c. Ci si è chiesti infatti se le sentenze previste da quest’ultima disposizione – cioè quelle con cui il giudice decide alcune delle domande cumulate, riconoscendo che per esse soltanto non è necessaria una ulteriore istruzione e che «la loro sollecita definizione è di interesse apprezzabile per la parte che ne ha fatto istanza» – dovessero ricondursi all’art. 279, 2° comma, n. 5, c.p.c., ed essere perciò considerate definitive[4], ovvero al n. 4 della medesima norma e così qualificarsi, all’opposto, come non definitive[5].

Non è questa la sede per ripercorrere funditus l’ampio dibattito sviluppatosi sull’argomento. Qui basti ricordare che esso ha dato luogo a due opposti orientamenti: da un lato, quello c.d. sostanzialista, per il quale la natura (definitiva o non definitiva) della sentenza va desunta esclusivamente dal contenuto della stessa, con la conseguenza che, ove la pronuncia esaurisca l’intero rapporto processuale relativo alla singola domanda attribuendo o negando il bene della vita in contestazione, si è sempre al cospetto di una sentenza definitiva, a nulla rilevando la diversa qualificazione impressale dal giudice o la mancanza di un esplicito provvedimento di separazione delle cause o di altro indice formale della definitività, quale, in primis, la statuizione sulle spese di lite[6]; dall’altro,  quello c.d. formalista, per il quale in caso di cumulo di domande fra gli stessi soggetti la sentenza che decida una o più di dette domande, con prosecuzione del giudizio per le altre, ha natura non definitiva qualora non disponga la separazione ai sensi dell’art. 279, 2° co, n. 5) c.p.c., o non provveda sulle spese relative alla domanda o alle domande decise, mentre la presenza di tali indici formali impone di qualificare la sentenza come definitiva e perciò non suscettibile di riserva[7].

A partire dagli anni ’90 la giurisprudenza di legittimità ha mostrato una sempre più convinta adesione all’indirizzo formalista [8]  specie in ragione del maggior grado di tutela che esso offrirebbe alle parti. Invero, ancorando la natura definitiva o non definitiva della sentenza ad un elemento certo e obiettivo, quale la presenza o meno del provvedimento di separazione (anche implicita, quale si ravvisa nella statuizione sulle spese di lite), si consentirebbe al soccombente di esercitare correttamente quella facoltà di scelta tra impugnazione immediata e impugnazione differita che il legislatore ha voluto accordargli, così evitando due gravi inconvenienti: a) quello di indurre la parte a proporre sempre e comunque l’impugnazione immediata, vanificando così i chiari scopi di economia processuale che la riserva mira a realizzare; b) quello di far decadere la parte dal diritto di impugnare per avere inefficacemente proposto la riserva avverso una sentenza ritenuta non definitiva e qualificata invece come definitiva dal giudice del gravame[9].

Prendiamo atto di questo consolidato orientamento della S.C. e ne riconosciamo gli indiscutibili pregi. Tuttavia non possiamo ignorare che in alcuni casi particolari – di cui la prassi offre esempi tutt’altro che infrequenti – tale orientamento non sembra idoneo a sciogliere ogni dubbio sulla natura definitiva o non definitiva della sentenza, con tutte le conseguenze negative che da tale incertezza derivano sul piano della effettiva tutela dei diritti.

2.Nel senso appena accennato è paradigmatico il caso di cui si occupa la pronuncia in epigrafe. Esso può riassumersi nei seguenti termini.

Gli eredi del defunto donante citavano in giudizio il Comune di La Spezia per sentire dichiarare la risoluzione della donazione stipulata dal de cuius in favore del convenuto, nonché la condanna di quest’ultimo alla restituzione del bene e al risarcimento dei danni.

Il Tribunale adito, anteponendo nel dispositivo la formula «non definitivamente pronunciando», dichiarava risolta la donazione oggetto di causa, condannava il convenuto al rilascio del bene donato e al rimborso delle spese di lite, disponendo con separata ordinanza la prosecuzione del giudizio per la quantificazione dei danni. Quindi, con successiva sentenza, condannava il convenuto al risarcimento dei danni subiti dagli eredi, oltre che al pagamento delle spese per l’attività processuale svolta dopo la prima sentenza.

Il convenuto, che aveva formulato riserva di impugnazione avverso la prima sentenza (ritenendola non definitiva perché così qualificata dall’estensore), impugnava entrambe le decisioni, e la Corte di appello – per quanto qui interessa – dichiarava inammissibile il gravame proposto contro la prima pronuncia perché tardivo. Al riguardo la Corte distrettuale, aderendo all’indirizzo formalista seguito dalla giurisprudenza di legittimità, rilevava che «al fine di distinguere tra sentenze definitive e non definitive, per le quali ultime è previsto l’istituto della riserva di impugnazione, occorre avere riguardo ad un criterio meramente formale, sicché in caso di cumulo di domande tra le stesse parti, ove anche siano decise solo alcune delle domande, deve essere considerata non definitiva solo la sentenza che non adotti un formale provvedimento di separazione ovvero non provveda a liquidare le spese in ordine alla domanda o alle domande decise».

Nel caso di specie il Tribunale aveva emesso una prima sentenza su alcune delle domande cumulate (domanda di risoluzione della donazione e di rilascio del bene donato), liquidando anche le spese di lite, con conseguente carattere definitivo della sentenza di primo grado, inefficacia della riserva proposta e inammissibilità del gravame per decorso dei termini.

L’appellante proponeva quindi ricorso per cassazione, denunciando in particolare la nullità della sentenza gravata nella parte in cui dichiarava passata in giudicato la pronuncia di primo grado. Secondo il ricorrente la sentenza del tribunale era da considerarsi non definitiva perché così espressamente qualificata dall’estensore, non rilevando in senso opposto la presenza nello stesso provvedimento della condanna alle spese. Invero, la scelta del giudice di qualificare la sentenza come non definitiva aveva ingenerato nella parte il ragionevole convincimento in ordine all’effettiva sussistenza di detta natura e all’ammissibilità della riserva. Pertanto – proseguiva il ricorrente –, laddove una qualificazione sia stata data, e in maniera espressa, dalla sentenza stessa, gli altri indici formali individuati dalla giurisprudenza al fine di stabilire la natura definitiva o non definitiva della sentenza (condanna alle spese, adozione di un formale provvedimento di separazione, ecc…) erano destinati ad essere recessivi.

L’investita Sezione II della S.C. rilevava come il suddetto motivo di ricorso ponesse una questione di massima di particolare importanza e rimetteva perciò gli atti al Primo Presidente al fine di valutare, ai sensi dell’art. 374, 2° comma, c.p.c, se disporre l’assegnazione del ricorso alle Sezioni unite.

Più precisamente, con l’ordinanza interlocutoria n. 6624 del 9 marzo 2020[10] la predetta Sezione sollecitava l’individuazione della regola alla quale attenersi nel caso in cui nello stesso provvedimento si evidenzino indici formali (liquidazione delle spese, da un lato, e qualificazione espressa della sentenza come non definitiva, dall’altro) in contrasto tra loro, onde accertare quale tra essi debba prevalere. La stessa ordinanza manifestava inoltre l’opportunità di valutare un ripensamento dell’indirizzo formalista con specifico riferimento ai giudizi di scioglimento delle comunioni.

Con sentenza n. 10242 del 19 aprile 2021 le Sezioni unite hanno pronunciato solo sulla prima delle riferite questioni, tralasciando la seconda perché estranea alla controversia oggetto di causa[11].

3.La questione di massima di particolare importanza oggetto della pronuncia in epigrafe nasce da una sentenza “anomala”[12] perché contenente nel testo indici formali contraddittori: da una parte, la liquidazione delle spese di lite che secondo il consolidato insegnamento giurisprudenziale depone per la natura definitiva del provvedimento; dall’altra, la diversa qualificazione operata dal giudice che ha fatto precedere il dispositivo dall’affermazione secondo cui stava «non definitivamente pronunciando».

Nell’ordinanza interlocutoria che ha sollevato la questione si afferma che l’incertezza sulla natura (definitiva o non definitiva) di tale sentenza può essere eliminata solo individuando quale dei due elementi formali abbia carattere decisivo e quale invece recessivo. Ed infatti, «ove si ritenga prevalente la qualificazione formale operata dal giudice, si paleserebbe come erronea la liquidazione delle spese di lite», che potrebbe censurarsi con gli ordinari mezzi di gravame, «mentre laddove si attribuisca prevalenza alla liquidazione delle spese, la diversa qualificazione» dell’estensore si risolverebbe «in un vero e proprio errore materiale, eventualmente suscettibile di correzione»[13].

La stessa ordinanza sembrerebbe optare per la prevalenza dell’esplicita qualificazione data dal giudice al proprio provvedimento. In tal senso essa richiama l’ormai consolidato principio dell’apparenza in virtù del quale, al fine di individuare il regime impugnatorio di un provvedimento, assume rilievo proprio la qualificazione ad esso attribuita dal giudice, a prescindere dalla sua esattezza, e ricorda  che tale principio, «ponendosi come temperamento di quello, anche consolidato, della prevalenza della sostanza sulla forma» ….rappresenta «l’unica soluzione conforme ai principi fondamentali della certezza dei rimedi impugnatori e dell’economia dell’attività processuale, evitando l’irragionevolezza di imporre all’interessato di tutelarsi proponendo impugnazioni a mero titolo cautelativo, nel dubbio circa l’esattezza della qualificazione operata dal giudice a quo».

Impostata in questi termini, la quaestio approda alle Sezioni unite, le quali rilevano anzitutto che il denunciato contrasto tra indicatori formali è “irriducibile” (a meno che non si voglia ricorrere a criteri di tipo sostanzialistico con tutti gli inconvenienti che ne derivano)[14].

L’aggettivo irriducibile evidenzia un aspetto ovvio ma determinante per la corretta soluzione del problema. In effetti non v’è alcuna ragione che giustifichi la prevalenza di un indice formale sull’altro: entrambi sono idonei ad ingenerare l’affidamento della parte; entrambi esteriorizzano una scelta – seppur schizofrenica – del giudice in grado di determinare nel soccombente il ragionevole convincimento sulla natura, definitiva o non definitiva, della sentenza[15].

Stando così le cose, le Sezioni unite richiamano alcuni precedenti giurisprudenziali sul principio di apparenza[16], sottolineando che tutte le volte in cui la S.C. vi ha fatto ricorso per individuare il mezzo di impugnazione in concreto esperibile ha valorizzato l’espressa qualificazione data dal giudice al proprio provvedimento in quanto frutto di una consapevole scelta, desumibile anche dalle modalità di trattazione del processo.  Nel caso di specie, però,  «si deve escludere, in mancanza di elementi di carattere oggettivo desumibili dalle modalità di svolgimento del processo, l’indagine circa la consapevolezza del giudice nella qualificazione che abbia riguardato il carattere definitivo o non definitivo della sentenza emessa, salvo che si voglia dare ingresso a quei criteri di distinzione di tipo sostanzialistico», ormai abbandonati, «oppure conferire rilevanza, senza una concreta giustificazione razionale, all’ubicazione in cui la qualificazione è rinvenibile nella sentenza (nell’intestazione o nella motivazione o, come nel caso in disamina, nel dispositivo) o, ancora, consentire una sorta di analisi di tipo psicologico circa l’esistenza di una reale manifestazione volitiva nelle affermazioni contenute in un provvedimento promanante dall’autorità giudiziaria»[17].

Fatte queste corrette premesse, le Sezioni unite ritengono di dover risolvere la questione richiamando l’elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale sul diritto di impugnare, quale fondamentale declinazione del diritto di agire in giudizio.

Alla luce di quella elaborazione, il Giudice della nomofilachia afferma la sussistenza di una ragione giustificatrice di sistema che nel caso specifico impedisce il diniego alla parte dell’accesso all’impugnazione. Infatti, se è vero (come è vero) che il diritto di impugnare costituisce componente essenziale del diritto inviolabile di difesa e contenuto indefettibile di una tutela giurisdizionale effettiva, «in presenza di contrasto irriducibile tra indici formali di segno opposto che si traduca in una irrisolvibile ambiguità per la parte soccombente», occorre adottare «la soluzione che consenta alla stessa l’esercizio nel caso concreto del potere di impugnare, altrimenti irrimediabilmente compromesso».

La conclusione ultima del discorso è che l’appello proposto mediante riserva deve ritenersi ammissibile ancorché la sentenza riservata sia definitiva.

4.La pronuncia in commento merita piena adesione per la sua valenza garantista. Ci sia tuttavia consentito osservare che l’iter argomentativo seguito dalla S.C. poteva essere meglio esplicitato.

In particolare riteniamo che la corretta conclusione cui perviene Cass., SS. UU., n. 10242/2021 – id est l’ammissibilità dell’appello proposto mediante riserva nonostante il carattere definitivo della sentenza gravata – trovi il suo immediato e perspicuo fondamento non tanto in quella ragione giustificatrice di sistema che impone di garantire al soccombente il diritto fondamentale ad impugnare, quanto piuttosto nell’art. 153, 2° comma, c.p.c., che però le Sezioni unite non prendono in considerazione.

Tale norma, inserita dalla riforma del 2009 (L. 18 giugno 2009, n. 69) tra le disposizioni generali del c.p.c. e proprio per la sua nuova collocazione ritenuta pacificamente applicabile anche ai termini per impugnare[18], consente alla parte che dimostri di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile di chiedere al giudice un provvedimento di rimessione in termini[19].

Nel caso recentemente sottoposto al vaglio delle Sezioni unite sembra proprio che ricorrano tutti i presupposti per l’applicazione dell’art. 153, 2° comma, c.p.c. così come specificati dalla stessa giurisprudenza di legittimità.

Invero, secondo il consolidato orientamento della S.C., la rimessione in termini – tanto nella versione prevista dall’abrogato art. 184 bis c.p.c., quanto in quella di più ampia portata prefigurata dal novellato art. 153, 2° comma, c.p.c. – presuppone la sussistenza in concreto di una causa non imputabile, intesa come fatto estraneo alla volontà della parte ed interno al processo che presenti i caratteri dell’assolutezza, e non della mera difficoltà, e si ponga in rapporto causale determinante con il verificarsi della decadenza[20].

Ora, nel caso di specie, s’è visto che l’incertezza sulla natura definitiva o non definitiva della sentenza (e la conseguente incertezza sul relativo regime di impugnazione) deriva da «un contrasto irriducibile tra indici formali di segno opposto intrinseci al provvedimento giurisdizionale» che si traduce in «una irrisolvibile ambiguità per la parte soccombente»[21].

L’ambivalenza del provvedimento decisorio, implicante la possibilità di una sua duplice qualificazione (definitivo e non definitivo), costituisce un fatto imputabile in via esclusiva al giudice[22] e determinante la decadenza in danno del soccombente. Questi, infatti, in conseguenza della predetta ambivalenza, ha erroneamente ritenuto il provvedimento non definitivo, proponendo riserva di gravame in luogo dell’appello immediato e decadendo così dal potere di impugnazione.

Rebus sic stantibus, le Sezioni unite avrebbero potuto attingere direttamente al codice di procedura civile per risolvere la questione, riconoscendo alla parte decaduta il diritto ad essere rimessa in termini ex art. 153, 2° comma, senza bisogno di imbastire l’apparato argomentativo – logicamente apprezzabile ma sovrabbondante – di cui s’è riferito.

5. La copiosa giurisprudenza sul discrimen fra sentenze definitive e non definitive, e in particolare i numerosi interventi delle Sezioni unite registratisi sul tema dagli anni ’90 ad oggi, dimostrano che si è ancora ben lontani da una soluzione chiara e univoca del problema.

Il criterio formalista, pur saggiamente prescelto dalla S.C., non può trovare rigida e indiscriminata applicazione. In molti casi, infatti, esso dà luogo a inconvenienti e dubbi interpretativi di difficile risoluzione.

Oltre che al caso qui esaminato, si pensi, ad esempio, alla sentenza di condanna generica ex art. 278 c.p.c. (qualificata ex lege come non definitiva e dunque riservabile: artt. 340 e 361 c.p.c.) che decida sulle spese di lite; o alla sentenza che decida alcune delle domande cumulate fra parti diverse (qualificata dalla giurisprudenza come definitiva) e che rinvii la liquidazione delle spese all’ulteriore corso del giudizio; o ancora alla sentenza che approvi il progetto di divisione ex art. 789 c.p.c. senza pronunciare sulle spese[23].

Gli esempi potrebbero continuare, e ciò dimostra la necessità di un intervento del legislatore che chiarisca una volta per tutte i criteri su cui fondare la distinzione fra sentenze definitive e non definitive. In tal modo verrebbe eliminato in radice un problema che determina grave incertezza sul piano della effettiva tutela dei diritti e che, proprio per questa ragione, si riproporrà inevitabilmente all’attenzione delle Sezioni unite.

[1] L’art. 361 c.p.c. è stato poi ulteriormente modificato, insieme ai commi 3 e 4 dell’art. 360 c.p.c., dagli artt. 2 e 3 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40. Sui problemi posti dalla novellata disposizione v., da ultimo, Cass. 30 gennaio 2020, n. 2197, nonché Marinucci, Le Sezioni unite portano a compimento l’abbandono delle sentenze «sostanzialmente non definitive», in Riv. dir. proc., 2018, 1636 ss.

[2] Su tale istituto v., di recente, Califano, La riserva di impugnazione delle sentenze non definitive o parziali dal 1950 ad oggi, in Il Foro nap., 2019, 541 ss. Per una ricostruzione storica del sistema di impugnazione delle sentenze che non definiscono il relativo grado di giudizio, v. Id., Premesse (sulla legislazione moderna) per uno studio sulle sentenze non definitive e parziali, in www.judicium.it, 10 gennaio 2020, ed ivi ampi riferimenti.

[3] Giova osservare che il problema si è posto per il cumulo oggettivo di domande fra le stesse parti. Ed infatti, con riguardo alla diversa ipotesi di cumulo litisconsortile di cause (insorto ai sensi degli artt. 103 o 105, 1° comma, o ex art. 40 e/o 274 ovvero ex artt. 106 e 107 c.p.c.), la giurisprudenza è pacificamente orientata nel senso della definitività della sentenza che decida la controversia in ordine ad uno dei litisconsorti, la quale deve perciò contenere la pronuncia sulle spese e, per quanto possibile, un espresso provvedimento di separazione delle restanti cause. Cfr., ex multis, Cass. 13 settembre 2019, n. 22854; Cass. 25 marzo 2011, n. 6993, nonché Rota, Sentenza non definitiva e cumulo di domande, in Nuova giur. civ., 1990, I, 776, il quale chiarisce che il problema ha esclusivamente ad oggetto il cumulo di domande fra le stesse parti, poiché nell’ipotesi di cumulo di domande fra soggetti diversi si avranno comunque sentenze definitive a meno che non ricorra un’ipotesi di litisconsorzio c.d. unitario.

[4] Ex art. 279, 2° comma, n. 5, c.p.c., il giudice emette sentenza «quando, valendosi della facoltà di cui agli articoli 103, secondo comma, e 104, secondo comma, decide solo alcune delle cause fino a quel momento riunite, e con distinti provvedimenti dispone la separazione delle altre cause e l’ulteriore istruzione riguardo alle medesime, ovvero la rimessione al giudice inferiore delle cause di sua competenza». In questa ipotesi la sentenza emessa è definitiva.

[5] Ex art. 279, 2° comma, n. 4, il giudice pronuncia sentenza «quando, decidendo alcune delle questioni di cui ai nn. 1, 2 e 3 [questioni di giurisdizione, questioni pregiudiziali di rito o preliminari di merito, altre questioni attinenti al merito], non definisce il giudizio e impartisce distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa». In questo caso la sentenza è non definitiva ed il termine questioni, di cui alla riferita norma, deve intendersi in senso non letterale e quindi comprensivo anche delle domande. Così Cerino Canova, Sul contenuto delle sentenze non definitive di merito, in Riv. dir. proc., 1971, 275; analogamente, anche per ulteriori riferimenti, Cea, Pluralità di domande e sentenze non definitive, in Foro it., 1987, I, 145; Id., Sentenze definitive e non definitive: una «querelle» interminabile, in Foro it., 1993, I, 480.

[6] Per l’indirizzo sostanzialista v., in dottrina, Proto Pisani, Litisconsorzio facoltativo e separazione di cause, in Riv. dir. proc., 1968, 145 ss.; Andrioli, Commento al codice di procedura civile, III ed., II, Napoli, 1956, 247; Monteleone, Diritto processuale civile, I, Padova, 2018, 552. In giurisprudenza v. Cass. 21 dicembre 1984, n. 6659, in Foro it., 1985, I, 1742, con nota di Cocchi, Sulla distinzione tra sentenze definitive e non definitive, e in Giust. civ., 1985, I, 3132, con nota di Montesano, Cumulo di domande e sentenze non definitive; Cass., 6 novembre 1987, n. 8212; Cass., 14 aprile 1988, n. 2961, in Foro it., Rep. 1988, voce Sentenza civile, n. 47, in Giust. civ., 1988, I, 2634, e in Giur. comm., 1988, II, 853, con nota di Stella Richter; Cass. 10 novembre 1989, n. 4777, in Nuova giur. civ. comm., 1990, I, 488, con nota di Giussani, Procedimento. Impugnazioni civili. Riserva formulata in base all’erronea convinzione di non definitività della sentenza; Cass. 12 giugno 1992, n. 7225, in Giur. it., 1992, I, 1, 2114, e in Foro it., 1993, I, 480, con nota di Cea, Sentenze definitive e non definitive: una «querelle» interminabile, cit.; Cass. 20 maggio 1993, n. 5703, in Foro it., 1994, I, 829; Cass. 19 ottobre 1998, n. 10328.

[7] La giurisprudenza maggioritaria, anche nel tentativo di favorire una soluzione dotata di maggiore certezza, sostiene da tempo l’approccio formalista, equiparando peraltro al provvedimento esplicito di separazione quello di liquidazione delle spese giudiziali. Cfr., ex multis, Cass. 28 giugno 1986, n. 4331, in Foro it., 1997, 144, con nota di Cea, Pluralità di domande e sentenze non definitive, cit.; Cass., ss. uu., 1 marzo 1990, n. 1577, in Giur. it. 1991, I, 1, 842, con osservazioni adesive di Sassani; in Corr. giur., 1990, 701, con nota di Carbone, Definitività e non definitività della sentenza; in Foro it., 1990, I, 836 con nota redazionale di Fortini; Cass., 12 giugno, 1992, n. 7225, in Foro it., 1997, I, 2147, con nota di Fabiani, Sulla distinzione tra sentenze definitive e non definitive; Cass. 4 giugno 1993, n. 6276, in Foro it., 1993, I, 2468, con nota di Costantino, Ancora sulla distinzione tra sentenze definitive e non definitive; Cass., ss.uu., 8 ottobre 1999, nn. 711 e 712, in Foro it., 2000, I, 123, con osservazioni di Fortini, in Corr. giur., 2000, 5, 642 con nota di Montanari, Cumulo di domande e sentenza non definitiva, e postilla di Consolo, Postilla su un dibattito seducente, ma ormai maturo, se non estenuante quanto alle sentenze non definitive; in Giust. civ., 2000, I, 63, con nota di Califano, Le Sezioni unite ripropongono l’indirizzo formale in tema di sentenze non definitive su una fra più domande cumulate nel medesimo processo; in Guida al diritto, n. 44, 13 novembre 1999, 62, con nota di Piselli, L’indirizzo formale scelto dalla Cassazione evita il rischio di interpretazioni incerte; Cass., ss.uu., 28 aprile 2011, n. 9441, Cass. 19 dicembre 2013, n. 28467; Cass., 9 agosto 2016, n. 16829.

In dottrina, oltre ai citati contributi in nota a sentenza, v., senza pretesa di completezza, Garbagnati, Riserva di appello e appello incidentale tardivo contro una sentenza pronunciata a norma dell’art. 277 cod. proc. civ., in Foro pad., 1960, I, 1083; Denti, Sentenze non definitive su questioni preliminari di merito e cosa giudicata, in Riv. dir. proc., 1969, 213 ss.; Id., Ancora sull’efficacia della decisione di questioni preliminari di merito, in Riv. dir. proc., 1970, 560 ss.; Montesano, Questioni preliminari e sentenze parziali di merito, in Riv. dir. proc., 1969, 598 ss; Id., Sentenza parziale su questione di merito non «preliminare» di domanda indivisibile, in Riv. dir. proc., 1970, 330 ss.; Id., Sentenze endoprocessuali nei giudizi civili di merito, in Riv. dir. proc., 1971, 17 ss.; Id., Cumulo di domande e sentenze non definitive, cit.; Cerino Canova, Sul contenuto delle sentenze non definitive di merito, cit.; Id., Dell’appello avverso le sentenze non definitive, in Riv. dir. proc., 1985, 811 ss.; Califano, L’impugnazione della sentenza non definitiva, Napoli, 1996; Bove, Sentenze non definitive e riserva di impugnazione, in Riv. trim. dir. e proc. civ., 1998, 415 ss. Più di recente, anche per i dovuti riferimenti bibliografici, v. Tedoldi, sub art. 340, in Consolo (diretto da), Codice di procedura civile. Commentario, II, Milano, 2018, 1279 ss.; Califano, Il sistema di impugnazione delle sentenze non definitive o parziali come premessa per l’indagine sul possibile contenuto di siffatti provvedimenti, in www.judicium.it, 2020, 163 ss.

[8] In particolare dalla seconda metà degli anni ’90 la S.C. ha integralmente ribadito l’adesione ai dettami dell’indirizzo formalista, inaugurato da Cass., ss. uu., n. 1577/1990, cit. V., supra, nota 7.

[9] Il criterio sostanziale, invece, essendo troppo generico e difficilmente adattabile alle varie ipotesi di cumulo processuale di liti, determina proprio gli inconvenienti suddetti, e per questa ragione la giurisprudenza lo ha ormai accantonato.

[10] Su cui v. Lombardi, Sentenze definitive e non definitive: si preannuncia un ulteriore intervento delle sezioni unite, in www.judicium.it, 8 ottobre 2020; Mazzaferro, Attese le Sezioni Unite per la decisione sulla definitività o meno delle sentenze in presenza di indici formali opposti tra loro, ibidem, 16 maggio 2020.

[11] La sentenza in commento ricorda che «in ragione delle funzioni ordinamentali e delle attribuzioni processuali delle Sezioni Unite, … alle stesse non è affidata l’enunciazione di principi generali e astratti o di verità dogmatiche di diritto, quanto, piuttosto, la soluzione di questioni di principio di valenza nomofilattica pur sempre riferibili alle specificità del caso concreto».

[12] In questi termini, molto probabilmente atecnici, si esprime Cass., ss.uu., n. 10241/2021, per la quale la contestuale presenza di una qualificazione della sentenza dissonante rispetto agli altri indici formali desumibili dal testo costituisce una singolare anomalia.

[13] V. Cass., sez. II, n. 6624/2020, cit.

[14] Nella sentenza in commento si legge che «in presenza di contrasto irriducibile tra opposti indicatori formali, infatti, al fine di dirimere il dubbio si potrebbe essere tentati di ricorrere all’utilizzo di criteri di tipo sostanzialistico, con tutti gli inconvenienti che la giurisprudenza …, facendo rigorosa adesione alla valorizzazione di indici formali, aveva inteso scongiurare. Ciò deve essere evitato, in vista della salvaguardia delle esigenze di certezza e affidamento».

[15] Ne consegue che la valorizzazione dell’uno o dell’altro indicatore costituisce in ogni caso espressione del principio di apparenza.

[16] Gli stessi già richiamati dall’ordinanza interlocutoria n. 6624/2020 cit.: Cass. 29 dicembre 2011, n. 29829; Cass., ss.uu., 16 aprile 2007, n. 8949; Cass., ss.uu., 11 gennaio 2011, n. 390; Cass., 14 dicembre 2007, n. 26294; Cass., 26 maggio 2017, n. 13381; Cass., 13 agosto 2004, n. 15783; Cass., 26 aprile 2010, n. 9923; Cass., 7 ottobre 2010, n. 20811).

[17] Anche stavolta i rilievi della S.C. sono corretti. Invero si potrebbe ritenere che la locuzione “non definitivamente pronunciando” sia stata inserita prima del dispositivo con accezione del tutto atecnica, intesa cioè a significare semplicemente che il giudizio non era concluso occorrendo decidere ancora sulla domanda risarcitoria, ferma restando la definitività della sentenza sulle domande già decise (risoluzione del contratto e rilascio del bene) in quanto corredata dalla condanna alle spese. Tuttavia si potrebbe pure ritenere il contrario, sconfinando in ogni caso in una «analisi di tipo psicologico» sulla reale volontà del giudice priva di qualsiasi giustificazione razionale e totalmente arbitraria.

[18] In giurisprudenza, ex plurimis, Cass., 30 marzo 2018, n. 8008; Cass., 4 luglio 2017, n. 16467; Cass. 2 luglio 2010 n. 15811 e Cass. 17 giugno 2010, n. 14672, entrambe in Foro it., 2010, I, 3050 ss., con nota di Tripaldi, nonché in Corr. giur., 2010, 1473 ss., con nota di D’Alessandro.

[19] Sull’istituto della rimessione in termini v. Caponi, Rimessione in termini nel processo civile, in Digesto delle discipline privatistiche, IV agg., Torino, 2009, 466 ss.; Id., Rimessione in termini, estensione ai poteri di impugnazione (art. 153, 2° comma, c.p.c.), in Foro it., 2009, V, 284 ss.; Panzarola, Sulla rimessione in termini ex art. 153 c.p.c., in Riv. dir. proc., 2009, 1636 ss. Per ulteriori riferimenti si rinvia a Piccininni, Sull’assenza di un termine per proporre istanza di rimessione in termini, in Riv. dir. proc., 2017, 978 ss.

[20] Cfr., da ultimo, Cass., 25 marzo 2021, n. 8431; Cass., 10 febbraio 2021, n. 3340; Cass., 21 febbraio 2020, n. 4585; Cass., ss.uu., 4 dicembre 2020, n. 27773.

[21] Così Cass., ss. uu., n. 10242/2021.

[22] E perciò estraneo alla volontà della parte ed interno al processo.

[23] Su quest’ultimo aspetto v. Di Cola, La sentenza che dichiara esecutivo il progetto di divisione è definitiva, anche se non si pronuncia sulle spese (nota a Cass., 26 luglio 2016, n. 15466) in www.Ilprocessocivile.it, 19 gennaio 2017.