Rifiuto della proposta conciliativa e regolamentazione delle spese di lite nel processo del lavoro (nota a corte cost. 268/2020)

L’art. 91, primo comma, secondo periodo, che prevede la condanna alle spese di lite della parte che, seppur vittoriosa, non abbia accettato senza giustificato motivo una proposta conciliativa di importo pari o superiore a quello accertato in sentenza, non è estensibile al processo del lavoro, nell’ambito del quale trova esclusiva applicazione l’art. 420 c.p.c., che al più consente in tale eventualità la compensazione.

Di Gaia Iappelli -

Sommario: 1. Il caso – 2. Le questioni rimesse. – 3. Inquadramento dell’art. 91, primo comma, secondo periodo – 4. L’inapplicabilità al processo del lavoro – 5. Le conseguenze in punto di spese di lite della mancata accettazione della proposta conciliativa nel processo del lavoro – 6. Riflessioni a margine

1.Il caso – La pronuncia in commento trae origine dalla rimessione alla Corte costituzionale, da parte della Corte d’Appello di Napoli, della questione di legittimità costituzionale dell’art. 91, primo comma, secondo periodo, del codice di rito, anche in combinato disposto con l’art. 420, primo comma, c.p.c.

Questi i passaggi fondamentali del giudizio: un lavoratore proponeva ricorso al Tribunale di Torre Annunziata per il riconoscimento di differenze retributive; nell’ambito del predetto giudizio, il Giudice formulava alle parti proposta conciliativa per l’importo di € 2.500,00 con compensazione delle spese, accettata dal datore ma non dal ricorrente; all’esito del processo, tuttavia, il Tribunale accertava il diritto di parte attrice al riconoscimento della somma di € 900,00, condannandola però alla refusione delle spese di lite.

La ridetta pronuncia era, dunque, impugnata dal lavoratore dinanzi alla Corte d’Appello con riguardo alla decisione in punto di spese.

2.Le questioni rimesse – La Corte d’Appello, dunque, sollevava questione di legittimità costituzionale delle norme già menzionate, per violazione degli artt. 3, 4, 24 e 35 della Costituzione, nonché dell’art. 117 della Carta fondamentale in relazione agli artt. 6, 13 e 14 della CEDU e 21 e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), avendo considerato la risoluzione della medesima come pregiudiziale alla decisione sulla corretta statuizione del Tribunale in merito alle spese di lite.

In particolare, la Corte partenopea sosteneva che l’art. 91, primo comma, secondo periodo, c.p.c., nella parte in cui consentirebbe di condannare alle spese la parte che, seppur vittoriosa, non abbia accettato una proposta conciliativa di importo superiore o uguale a quanto accertato in sentenza, minasse il principio di tutela della parte strutturalmente più debole nell’ambito del processo del lavoro. In questo senso, prospettava un contrasto con gli artt. 3, 4, 24, e 35, per aver la disposizione richiamata introdotto un ostacolo di ordine economico all’accesso alla giustizia.

Per le stesse ragioni, l’art. 91, in combinato disposto con l’art. 420 c.p.c., avrebbe violato anche le predette norme sovranazionali della CEDU e della CDFUE, avendo introdotto una lata forma di discriminazione basata sul patrimonio.

3.Inquadramento dell’art. 91, primo comma, secondo periodo – La sentenza della Corte Costituzionale oggetto di analisi prende le mosse dalla contestualizzazione della previsione di cui all’art. 91, primo comma, secondo periodo c.p.c., il quale reputa finalizzato a “deflazionare il contenzioso giudiziario facendo leva sul principio di autoresponsabilità della parte nella valutazione di una proposta conciliativa.”

In altri termini, la Corte rileva come l’introduzione di tale disposizione ad opera della legge 69/2009 si spieghi con l’intento di razionalizzare la domanda di giustizia a fronte di un’offerta ormai limitata: ponendo a carico della parte vittoriosa, che abbia rifiutato senza giustificato motivo una proposta transattiva rivelatasi maggiormente o comunque egualmente satisfattiva rispetto alla sentenza, il legislatore avrebbe inteso sanzionare il soggetto che ha causato un’inutile protrazione del giudizio.

D’altra parte, richiamandosi alla giurisprudenza formatasi in sede di legittimità (Cass. civ., Sez. VI, 22 aprile 2020, n. 8036 citata, ma si vedano anche Cass. civ., Sez. III, 24 ottobre 2018, n. 26918; Cass. civ., Sez. III, 23 gennaio 2018, n. 1570), la Corte evidenzia la natura “eccezionale” della previsione in esame e ribadisce l’applicabilità della medesima – come già acclarato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass. civ., SS. UU., 12 settembre 2017, n. 21109) – alla sola proposta formulata da una parte in causa, ma non dal giudice, il quale è “titolare, semmai, di un potere di sollecitazione delle parti a conciliarsi, formulando al limite (non già “proposte”, bensì mere) ipotesi transattive o conciliative, che le parti possono liberamente fare proprie o meno”.

Tuttavia, la Corte pone comunque in luce l’esistenza di ulteriori disposizioni, parimenti di carattere eccezionale, che attribuiscono in capo al Giudice il potere di formulare una proposta conciliativa, quali l’art. 185-bis c.p.c. (che però non contempla alcuna conseguenza per il rifiuto della proposta) e per l’appunto l’art. 420 c.p.c., che regola la specifica ipotesi nell’ambito del processo del lavoro, esplicitamente prevedendo che il rifiuto della proposta senza giustificato motivo costituisca comportamento valutabile ai fini del giudizio.

4.L’inapplicabilità al processo del lavoro – Esaurita tale premessa di sistema, la Corte Costituzionale dichiara l’inammissibilità della questione afferente all’art. 91, primo comma, secondo periodo, stante il fatto che nel giudizio a quo la proposta era stata formulata da parte del giudice e comunque a causa dell’inapplicabilità del medesimo al processo del lavoro. Si reputa, in altri termini, che la Corte d’Appello di Napoli, ritenendo applicabile la disposizione richiamata alla fattispecie processuale oggetto della sua cognizione, sia partita da un erroneo presupposto interpretativo.

Più nel dettaglio, la Corte sottolinea che la disposizione in esame sia sostanzialmente volta a condannare una specifica condotta della parte che agisca in giudizio, derogando al generale principio della soccombenza in ragione del c.d. principio di causalità: pertanto, essa sarebbe da ritenersi di “dubbia compatibilità” con il processo del lavoro, che si caratterizza per una serie di previsioni volte a riequilibrare la disuguaglianza, anche economica, tra le parti, con un certo favor per il lavoratore.

Opinando diversamente, ritengono i Giudici della Consulta, si perverrebbe al risultato di svantaggiare il lavoratore, inducendolo ad accettare la proposta conciliativa e a “non insistere nel chiedere integralmente quanto dedotto nella domanda a causa del rischio dei costi che sarebbe tenuto a sopportare qualora, accolta parzialmente la domanda, l’esito della controversia fosse meno favorevole (o equivalente) al contenuto della proposta proveniente dall’altra parte.”

5.Le conseguenze in punto di spese di lite della mancata accettazione della proposta conciliativa nel processo del lavoro – Si afferma, invece, che nel processo del lavoro trova esclusiva applicazione l’art. 420 del codice di rito, che consente genericamente al Giudice di tenere conto del rifiuto della proposta conciliativa ai fini della regolamentazione delle spese di lite.

Tale disposizione, tuttavia, non potrà mai essere interpretata nel senso di porre a carico della parte parzialmente vittoriosa, pur in misura uguale o inferiore alla proposta conciliativa formulata, le spese di lite, in mancanza di una espressa previsione normativa in tal senso (qual è l’art. 91, primo comma, secondo periodo, c.p.c.)

Per l’effetto, secondo i Giudici costituzionali, in caso di mancata adesione e di riconoscimento una somma inferiore o uguale a quella proposta dal giudice, si potrà al più pervenire alla compensazione delle spese di lite, pur in difetto dei presupposti di cui all’art. 92. La compensazione, si specifica, costituisce esclusivamente una facoltà, potendo il decidente non tenere conto della condotta del lavoratore ai fini della decisione.

Ne deriva, in definitiva, l’infondatezza delle ulteriori questioni prospettate con riferimento al menzionato art. 420 c.p.c.

6.Riflessioni a margine – Come esposto, la sentenza in commento conclude per l’inammissibilità della questione prospettata con riferimento all’art. 91, primo comma, secondo periodo, c.p.c. sulla base di due considerazioni, che appaiono però discutibili.

In primo luogo, difatti, la Corte reputa che la disposizione menzionata non sia applicabile al caso in cui la proposta transattiva sia stata formulata dal giudice, benché accettata dalla parte resistente, basandosi sulla pronuncia delle Sezioni Unite sul punto. Tuttavia, è la stessa sentenza della Cassazione richiamata ad aver chiarito che “solo nel caso in cui una di esse (delle parti in causa, n.d.r.) faccia propria l’ipotesi suggerita dal giudice, questa diverrà una proposta, suscettibile di dar luogo all’accordo conciliativo in presenza dell’accettazione di controparte.”

Dunque, la circostanza che il datore di lavoro avesse accettato la proposta formulata dal giudice ben poteva valere a far ritenere applicabile l’art. 91 c.p.c. Tanto che la stessa Corte, non ritenendo dirimente quanto comunque affermato (“E, anche ove il giudice rimettente avesse in ipotesi ritenuto che la proposta fosse stata formulata, nel caso di specie, (anche) dalla parte convenuta, per aver quest’ultima aderito alla proposta conciliativa del giudice, (…)”), basa la sua decisione sull’inapplicabilità dell’articolo in discussione al processo del lavoro.

In verità, su questo punto, sembra potersi affermare che la statuizione del Giudice delle leggi circa l’impossibilità di addossare la condanna alle spese al lavoratore pur parzialmente vittorioso sia eccessivamente prudenziale e che non sia stata altresì adeguatamente valorizzata la circostanza che una siffatta condanna debba essere in ogni caso motivata da un rifiuto ingiustificato.

L’espressione “senza giustificato motivo” riveste, infatti, un ruolo fondamentale nell’articolo di cui si discute, con la conseguenza di consentire al giudice di porre a carico della parte vittoriosa le spese di lite solo qualora il rifiuto della proposta costituisca una condotta contrastante con il dovere di lealtà e probità. A contrario, qualora il rifiuto fosse sostenuto da un giustificato motivo, non vi sarebbero i presupposti per la condanna dell’attore al pagamento delle spese.

In più, andrebbe ricordato come la Corte Costituzionale si sia più volte espressa, a partire dalla sentenza 196/1982 sino alla 77/2018, nel senso che l’istituto della condanna del soccombente abbia sì carattere generale, ma non inderogabile: pertanto, l’applicazione della disposizione anche al processo del lavoro ben si sarebbe potuta giustificare al fine di deflazionare il contenzioso e soprattutto di contenere l’esercizio abusivo del diritto di agire in giudizio.

In definitiva, pare potersi opinare nel senso che l’applicazione dell’art. 91, primo comma, secondo periodo, anche al processo del lavoro non si sarebbe posta in contrasto con i parametri evocati e, anzi, sarebbe stata maggiormente in linea con la recente e condivisibile tendenza, legislativa e giurisprudenziale, di sanzionare condotte abusive del processo.