Le virtù di un Manuale

Di Hadrian Simonetti -

1.

Il Manuale di diritto privato di Francesco Gazzoni, che quest’anno compie trentacinque anni, ha accompagnato larga parte della mia vita adulta, da quando mi sono iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università La Sapienza ad ottobre del 1991.

A quell’epoca nell’insegnamento di diritto privato, il primo o comunque uno dei primi esami da sostenere all’inizio del corso di laurea, i professori consigliavano i manuali di Andrea Torrente, Pietro Rescigno, Paolo Zatti, Francesco Galgano e Francesco Gazzoni. I primi due riscuotevano in quel momento il maggior successo tra gli studenti: il “Torrente” aveva fama di essere più semplice ed era già noto a quanti tra i nostri genitori avevano frequentato giurisprudenza; il “Rescigno” era considerato più colto e più moderno ma “pericolosamente” attraversato da riflessioni di politica e sociologia.

Erano anni nei quali i libri di testo, i manuali universitari, erano decisamente più lunghi di come sono adesso ma anche di come, in precedenza, erano stati per i nostri genitori. Molti dei manuali di diritto “storici”, intendo quelli apparsi subito dopo la seconda guerra mondiale e da allora sempre costantemente aggiornati, di edizione in edizione erano lievitati nel numero delle pagine. Su tutti gli esempi del Satta per la procedura civile e del Ferri per il diritto commerciale, che entrambi superavano la soglia, anche psicologica, delle mille pagine.

Il manuale di Gazzoni, che di pagine ne aveva quasi millecinquecento, lo sceglievano solamente gli studenti che dovevano sostenere l’esame con il suo autore, che solo da pochi anni era approdato alla Sapienza. Tutti gli altri se ne tenevano giudiziosamente alla larga.

Fu così anche per me che, non avendo Gazzoni come professore nel mio “canale”, preparai l’esame alternando il “Torrente” al “Rescigno”. L’uno come dimostrazione da parte mia di umiltà, e l’altro per soddisfare la mia curiosità. Fu una lunga rincorsa di mesi e alla fine, devo dire senza troppi meriti, presi trenta. Ma capire avevo capito poco, imparato a memoria sicuramente molto.

Del manuale di Gazzoni ho quindi, negli anni dell’università, un ricordo solo indiretto, di un’eco che mi giungeva dagli altri, amici e conoscenti e tra loro un’amica del liceo sull’orlo di una crisi di nervi, alle prese con un testo voluminosissimo, che tutti dicevano fosse scritto complicato, e con un docente che all’esame si mostrava molto severo, inducendo non pochi disperati ad abbandonare gli studi di giurisprudenza o, quantomeno, a dirigersi appena possibile verso altre cattedre di diritto privato.

La mia conoscenza e frequentazione, se così si può dire, del Manuale risale tuttavia a qualche anno più tardi, quando laureatomi con il massimo dei voti mi ero scoperto improvvisamente indeciso sulla direzione da prendere, su quale lavoro cercare, nel mondo che si apriva davanti a me.

Pensavo che con la mia media di voti così alta qualcuno mi sarebbe venuto a cercare e invece come era ovvio non mi cercava proprio nessuno; il professore con cui mi ero laureato mi aveva incoraggiato a trovarmi un lavoro… che non fosse il suo. Tra coloro i quali avevano condiviso con me la scelta di giurisprudenza –  la maggior parte dei miei compagni di scuola si erano iscritti a lettere ed anche io ero stato molto tentato dal fare lo stesso – alcuni già lavoravano in studi legali “internazionali”, altri erano avviati verso carriere universitarie promettenti, altri ancora avevano accettato impieghi di lavoro dipendente. Costoro avevano, tutti, un posto dove andare al mattino, dei colleghi, una routine, cose che invidiavo loro profondamente.

2.

E fu allora che ne acquistai una prima copia, nell’edizione del 1996, la VI, di colore rosso.

Era ancora la prima fase del Manuale, quella in cui i richiami di dottrina e giurisprudenza non erano stati resi espliciti nel testo. Ci chiedevamo ogni volta chi fossero quei “taluno” o “qualcuno”, portatori di tesi avversate dal nostro, i cui nomi avremmo conosciuto solo in seguito; chi fosse soprattutto quel “giurista improvvisato civilista” e cosa avesse detto di tanto sbagliato. Il lettore novizio o più modesto (ed io ero l’uno e l’altro, insieme) non riusciva ad immaginare da dove provenisse quella complicata trama di concetti e ragionamenti. Ma già si erano andate sedimentando le prime introduzioni dell’autore, nel loro genere autodefinitosi “intimistico”, quel modo originale e dissacrante di raccontarsi e di raccontare il mondo, anche accademico, che aveva e vedeva intorno, e che evidentemente non doveva piacergli e al quale – si poteva supporre – neppure lui piacesse (e di sicuro in seguito sarebbe piaciuto sempre meno). Introduzioni che, interrotte nel 1989, sarebbero riprese nei primi anni duemila divenendo una sorta di “avvelenata”, dove l’autore ne avrebbe avuto un po’ per tutti: vecchi e giovani, professori e studenti, società e istituzioni. E, più di tutti, per i magistrati.

Era un testo difficile, il Manuale, che ti metteva a dura prova.

Per la preparazione al concorso in magistratura, perché di questo per me si trattava, altri testi, magari anche più lunghi, apparivano meno tortuosi: ad esempio il Trattato di Bianca di diritto civile in sei volumi; o quello di Bigliazzi-Geri, Breccia, Busnelli e Natoli. Ma il primo, a farlo tutto, diventava molto lungo e il secondo non era stato aggiornato.

Il Gazzoni aveva il vantaggio di stare tutto dentro un solo libro (ma che libro…) e di essere aggiornatissimo. Studiandolo, e imparandolo, potevi risparmiarti lo sforzo di andare a sfogliare anche le riviste, al tempo ancora cartacee, per leggere le principali sentenze della Cassazione. Tanto più che di quelle sentenze, non di rado, si faceva carico Lui stesso di critiche aspre, talvolta vere e proprie stroncature compendiate nell’uso (e nell’abuso) del verbo “errare” riferito ogni volta al giudice della singola pronuncia.

Aveva (ed ha), il Manuale, fondamentalmente due registri stilistici differenti, che alternava (ed alterna), spesso passando dall’uno all’altro impercettibilmente.

La trattazione dei principi, l’inquadramento degli istituti, la posizione dei problemi, da un lato. Il dettaglio delle questioni e l’articolazione delle tesi sviluppate nella soluzione dei diversi problemi, dall’altro.

Il discorso sulle fonti del diritto, sulle situazioni giuridiche soggettive, sui soggetti, sulla proprietà, sulla famiglia e sul matrimonio (nel loro mai taciuto intreccio di conflitti di coscienze ed opportunismi), sui principi successori, sui caratteri dell’obbligazione, sull’autonomia contrattuale appartiene, ad esempio, sicuramente al primo registro. Pagine di inquadramento e di ricostruzione degli “istituti” accompagnavano e guidavano il lettore con mano sicura. Ma senza astrattezze o fumisterie, sempre mostrando una grande attenzione per il dato positivo e quindi seguendo fedelmente la trama del codice civile e gli innesti (o gli strappi) della legislazione speciale.

La trattazione degli argomenti, anche in queste parti più generali, era sempre rigorosa e poco incline a divagazioni politiche o sociologiche. Ma con delle eccezioni. Ad esempio già nella prima edizione netta era la critica alla legge 194 del 1978 sull’interruzione di gravidanza, forte l’attenzione nello studio degli enti intermedi per partiti e sindacati, notevole lo spazio dedicato ai diritti della personalità. Ancora, ricordo, la riflessione sulla proprietà privata e la diversa considerazione che riceve nella Costituzione e nel codice civile con l’analisi piuttosto sconsolata del primo condono edilizio. Ma era soprattutto nella parte sul diritto di famiglia che lo spirito e il carattere dell’autore prendevano il sopravvento: nell’uso insistito di parole come “amore” e “sentimento”, nel nesso famiglia-matrimonio (con i coniugi definiti con nettezza d’altri tempi come un uomo e una donna; e con una diffidenza di fondo verso la famiglia di fatto) ma dentro una concezione della fedeltà coniugale disgiunta dalla esclusività sessuale (“almeno tra individui con un qualche grado di maturazione culturale”). Significativo anche il lessico utilizzato (le cd. “comuni”, il partner, il “more uxorio” ad ogni piè sospinto), quasi a tradire un’educazione cattolica che allora immaginavamo fosse stata “performante”, la sua, come anche la nostra.

Fedele al dato positivo e alle scelte del codice del 1942, il Manuale, a differenza di altri libri che lo avevano preceduto, confinava il negozio giuridico, quale categoria non positiva ma solo dogmatica, nella parte introduttiva della trattazione dedicata all’attività giuridica, dedicandogli appena poche pagine; riconosceva invece assoluta centralità al contratto quale principale fonte delle obbligazioni, al cui studio dei soli temi generali, nella parte nona, dedicava ben trecento pagine.

Più contenuto appariva lo spazio assegnato all’illecito extracontrattuale, in un Manuale la cui prima edizione, del 1987, risaliva ad un momento storico nel quale la tendenza espansiva della materia, per quanto già evidente, non aveva ancora conosciuto quel vero e proprio straripamento della responsabilità civile; fenomeno che, nel giudizio di una parte autorevole della dottrina, avrebbe poi condotto ad un impoverimento, piuttosto che ad un arricchimento, del diritto civile se non addirittura alla sua “eclissi”.

Si trattava, quantunque non fosse specificato nel titolo del libro, di un Manuale del diritto privato italiano dove, al principio probabilmente per ragioni cronologiche, i riferimenti al diritto europeo, che allora era il diritto comunitario, erano ancora piuttosto episodici e tutto sommato marginali. Nelle edizioni successive vi sarebbero state talune integrazioni (a proposito della tutela dei consumatori e delle nullità di protezione) ma senza che questo inducesse mai il suo autore a modifiche rilevanti o a revisioni sostanziali dell’opera, rimasta per lo più invariata nella divisione delle parti e nel procedere dei capitoli e dei singoli paragrafi, ad eccezione solamente delle parti sulla famiglia, sul contratto di lavoro, sui beni immateriali e sulle società di capitali.

Ma anche quelli che potevano essere teoricamente dei limiti, oltre che il segno di una certa riluttanza dell’autore a rivedere le linee di fondo del proprio lavoro, ne rafforzavano l’utilità per la nostra preparazione. Il concorso in magistratura era, sicuramente allora, abbastanza insensibile e impermeabile alle novità provenienti da fuori dell’Italia. Il giudizio della commissione scontava uno iato temporale di dieci, a volte venti anni, giusto il tempo che separava i commissari dall’epoca dei loro studi più formativi (o dei loro studi tout court).

3.

Il secondo registro, al quale prima accennavo, si coglieva nello sviluppo della trattazione di determinate parti del Manuale dove, come già aveva avvertito il suo stesso autore nell’ introduzione alla prima edizione, la complessità si faceva complicazione, ad esempio nelle pagine sulla trascrizione, sulla divisione ereditaria (dove l’istituto della “collazione” evocava in una mia compagna di studi di allora il nome di una famosissima gioielleria e il desidero di impossibili evasioni, ripensando al libro di Truman Capote e al volto sognante di Audrey Hepurn), sul pagamento traslativo, sull’opponibilità del contratto ai terzi.

A noi lettori imberbi quello scrivere “difficile” dava in fondo la speranza o l’illusione che, al termine di lunghe giornate di studio sempre uguali, si depositassero i semi per un ricordare “facile”. Anche se il mio mentore del tempo mi ripeteva sempre, terrorizzandomi non poco, che comunque il giorno degli scritti del concorso non mi sarei invece ricordato di un bel nulla e avrei dovuto ricostruire la traccia del tema partendo solo dai principi più generali.

A differenza di altri manuali, in particolare quello di Pietro Rescigno, che evocavano i problemi, ne definivano i contorni e il contesto, ma poi ne consegnavano la soluzione più minuta, e quindi in un certo senso meno interessante, agli interpreti, il Gazzoni nella palude dei problemi quotidiani sembrava voler entrare con mani e piedi, trascinandoti dentro la varietà delle opinioni e non lasciandoti più riemergere se non con la soluzione in pugno, naturalmente quella, quasi sempre di minoranza, del suo autore.

Se il nostro fine di allora fosse più quello di apprendere le tante nozioni e tesi, disseminate lungo il Manuale, o piuttosto il metodo che lo accompagnava e che noi si doveva emulare per quanto possibile, non saprei dirlo, neppure adesso.

E’ più un sentimento che rimane – si direbbe, tra le pagine chiare e le pagine scure – del ricordo di un pericolo che allora corremmo, senza neppure rendercene conto, sino in fondo: di uscire di senno e di perderci, ad esempio, nel labirinto delle teorie sulla natura del contratto per persona da nominare o lungo il crinale così fragile che separa l’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario dalla separazione dei beni del defunto.

Una parte delle sofferenze erano almeno lenite dallo stile “corsaro” dell’autore del libro. Più misurato in principio ma da subito con dei tratti di forte originalità, con il succedersi delle edizioni lo stile diverrà sempre più aspro e vivace, infine esagerato, manifestando l’autore in misura crescente e inarrestabile le sue insofferenze ed idiosincrasie, specie verso le credute mode del momento (il danno esistenziale, il trust, la fecondazione assistita, su tutti). Ci incuriosiva e alle volte ci affascinava quel suo atteggiarsi a giurista “non vivente” e quel suo essere – veniva da pensare – “dentro ma fuori dal Palazzo”, come almeno a noi ci sembrava allora, e come forse così sognavamo a nostra volta di diventare, magari un giorno, a sua discreta imitazione. Per il momento eravamo di sicuro fuori da qualunque palazzo, al di qua di qualunque portone, intanto che, come nella canzone, passavano “gli anni, i mesi e se li conti anche i minuti”.

Era un tempo immobile, passato a consumare il “grande” libro (bisognava leggere sempre lo stesso libro, mi ripeteva il magistrato di cui seguivo lezioni per la preparazione al concorso, ed era una delle sue non poche frasi ad effetto, mandate a memoria anch’esse), a contare e ricontare, alla fine di ogni giornata, le pagine che si erano lette o rilette. Pagine non solo da leggere ma anche da ripetere, nel mio caso al compagno di studi più grande che già viveva lontano da casa con la sua fidanzata del tempo.

4.

I tempi e i luoghi della lettura. Anche di questo si deve forse dire qualcosa. Il tempo, nel mio caso, era scandito da rituali e abitudini talmente ripetitivi da sembrare vagamente kantiani. Ore misurate in numeri di pagine, divise da sigarette che scandivano i diversi passaggi di tempo nel corso della giornata. Le stanze. In casa o in biblioteca, in giro per la città. Ma più spesso nelle case, la nostra e quelle dei nostri compagni di viaggio (il rione Monti, la Garbatella, Prati, più tardi anche Piazza Fiume, il Torrino e il Nomentano), perché le biblioteche erano affollate, i loro orari impossibili, e poi noi lì dentro ci sentivamo in fondo a disagio, quando bisognava rispondere alla domanda fatidica “cosa e per cosa studi”, così rivelando una meta nella quale noi per primi (e non solo i nostri genitori, moderatamente scettici, a tratti anche preoccupati) credevamo ma solo in parte.

Il linguaggio. Dicevamo come fosse al principio molto sorvegliato, forse trattenuto. Che ci fosse della vivacità inespressa lo si poteva già intuire dalle primissime introduzioni “intimiste”. Si coglieva già allora un’insofferenza per i clichè e per le mode, che sarebbe cresciuta a mano a mano che il tono e lo stile delle introduzioni si riversavano, penetravano, dentro il Manuale, a partire dall’edizione, l’VIII, del 2000, la prima in cui compaiono riferimenti di dottrina e giurisprudenza e nella cui introduzione, a proposito degli scritti della prima, si teorizza la distinzione tra i molti che “informano” e i pochi che “formano”. La critica si verrà intanto inasprendo anche nei confronti dei politici e del legislatore, il cui linguaggio politically correct, nell’introduzione del 2007, era passato alla berlina, prima ancora che degenerasse ulteriormente negli anni avvenire trasformandosi da ultimo in quella singolare specie di koiné tecnico-politico-mediatica, parlata negli uffici governativi e popolata di “narrative”, “segnali”, “percorsi”, “veicoli”, “tavoli”, “slot”; con riforme di semplificazione in decreti legge omnibus del “fare” pieni di “misure”, “sostegni”, “ristori” di varia natura e che si debbono non solo attuare ma “mettere a terra”.

Nel frattempo, per effetto della riforma universitaria del cd. tre più due e della conseguente riduzione in lunghezza dei libri di testo anche a giurisprudenza, e del fatto che il suo stesso autore, dichiaratosi nell’introduzione all’edizione del 2004 “non idoneo a scrivere sussidiari”, avesse scelto un insegnamento complementare lasciando la cattedra di diritto civile, il Manuale sarebbe divenuto sempre più, se non “soltanto”, un testo dedicato e utilizzato per la preparazione dei concorsi, per l’accesso in magistratura e per diventare notaio. Più di una generazione di magistrati e notai si sono – è il caso di dire – “formati” su questo libro, così diverso e lontano dagli altri testi che si consigliano nei corsi e che vanno forse adesso per la maggiore, quelli scritti da pratici nei quali convivono generosamente, in una sorta di trinità laica, l’autore del testo, il docente-responsabile del corso, l’estensore della sentenza.

Per paradosso, o forse no, mentre il Manuale guadagnava sempre maggiori consensi in funzione della preparazione al concorso in magistratura – non solo quella ordinaria ma anche quella amministrativa e quella contabile – gli strali del suo autore finivano per concentrarsi anche sui magistrati, dopo avere in precedenza dedicato le proprie attenzioni soprattutto all’accademia. I magistrati (ai quali sarà dedicata tanta parte dei suoi “Scritti giuridici minori” del 2016) sono tacciati nell’introduzione all’edizione del Manuale del 2007 di politicizzazione, protagonismo ed esibizionismo; nel loro seno viene isolata la figura del giudice “missionario”, di colui che “infedele alla legge, scrive prima il dispositivo in base alle proprie opinioni pre o extragiuridiche e poi va alla ricerca di una motivazione come che sia”. Non mancano poi nel corpo del manuale riferimenti, a proposito del rifiuto di cure mediche, a giudici monocratici “avventurosi”, portatori di “tesi insensate”, e definizioni di sentenze della Corte di cassazione, in tema di aspettativa dei genitori in caso di lesione o uccisione del figlio, come “cervellotiche”. Il cerchio si sarebbe poi chiuso, almeno idealmente nel suo “percorso” di inarrestabile allontanamento dal main stream, con la critica alla sentenza del Tribunale civile di Milano sul risarcimento del danno per il c.d. Lodo Mondadori, nella lunga contesa tra la Cir di De Benedetti e la Fininvest di Berlusconi, e con l’invocazione che “ci vorrebbe un giudice di un altro pianeta”.

5.

La mia frequentazione del Manuale è proseguita anche dopo avere superato il concorso in magistratura ordinaria, nella preparazione dei concorsi al Tar e al Consiglio di Stato, e poi ancora oggi nel lavoro quotidiano di studio dei fascicoli e di redazione delle sentenze. Ma di sicuro gli anni nei quali più intensa è stata la consuetudine con questo libro risalgono a quel periodo, incerto e confuso, che ho prima rievocato. Allora, e anche in seguito, il pregio maggiore che vi ho sempre trovato è quello di allenare i suoi lettori al ragionamento e all’esercizio del diritto di critica. Tornano alla mente le parole di Natalia Ginsburg quando raccomandava di insegnare ai figli non le piccole virtù, ma le grandi, e la sua idea, applicabile anche all’autore di questo libro nel suo prolungato rapporto di “formazione” con i suoi lettori, che l’unica reale possibilità che si ha di riuscire di qualche aiuto agli altri, nella loro ricerca di una vocazione nella vita, sia avere una vocazione noi stessi e non averla attraverso gli anni abbandonata o tradita.