La sospensione speciale dei processi civili nell’emergenza Covid19: (non è) tutto chiaro

Sommario. 1. L’art. 83 D.L. 18/20 e le fattispecie eccettuate dal rinvio delle udienze e dalla sospensione dei termini. 2. Il problema dei termini sostanziali e del termine di efficacia del precetto. 3. La conversione in legge ed il D.L. correttivo n. 28 del 30 aprile 2020.

Di Andrea Mengali -

1. Queste note vogliono essere un breve commento, senza pretesa di esaustività, del disposto dell’art. 83, commi da 1 a 3, del D.L. 183 17 marzo 2020, n. 18, convertito in L. 24 aprile 2020, n. 27.

La norma, al primo comma, così recita: “dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020[1] le udienze  dei  procedimenti civili e penali pendenti presso  tutti  gli  uffici  giudiziari  sono rinviate d’ufficio a data successiva al 15 aprile 2020” .

Al secondo comma prosegue “dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020 è sospeso  il  decorso  dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali. Si intendono  pertanto  sospesi,  per  la  stessa  durata,  i termini  stabiliti per  la  fase  delle  indagini  preliminari,  per l’adozione di provvedimenti giudiziari e per il deposito  della  loro motivazione, per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio e dei procedimenti esecutivi, per le impugnazioni e, in genere, tutti i termini procedurali.  Ove  il  decorso  del  termine  abbia  inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio stesso è differito  alla fine di detto periodo. Quando il termine è computato  a  ritroso  e ricade in tutto o in parte nel periodo di sospensione,  è  differita l’udienza o  l’attività  da  cui  decorre  il  termine  in  modo  da consentirne il rispetto. Si intendono altresì sospesi, per la stessa durata indicata nel primo periodo, i  termini  per  la  notifica  del ricorso in primo grado  innanzi  alle  Commissioni  tributarie  e  il termine di cui all’articolo 17-bis, comma 2 del  decreto  legislativo 31 dicembre 1992 n. 546”.

La formulazione della norma presenta sì qualche incertezza[2] (se in genere sono sospesi “tutti i termini per il compimento di qualsiasi atto”, che senso ha la specificazione successiva, e ancora se sono sospesi “tutti i termini procedurali”, che senso ha l’ulteriore specificazione successiva?), ma tutto sommato (almeno fino alle modifiche di cui alla legge di conversione, che non hanno chiarito i dubbi sorti dal testo del decreto legge e ne hanno creati di nuovi e più seri[3]) è piuttosto chiara, e soprattutto ne è chiara la ratio: è tutto sospeso perché dal 9 marzo al 15 aprile (rectius 11 maggio), per dirla con uno slogan, “dobbiamo stare a casa”.

Segue il terzo comma con l’elencazione delle (sacrosante) eccezioni[4]: “le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 non operano  nei  seguenti casi: a) cause di competenza del tribunale  per  i  minorenni  relative alle  dichiarazioni  di  adottabilità,  ai  minori   stranieri   non accompagnati e ai minori allontanati dalla famiglia quando dal ritardo può derivare un grave pregiudizio e, in genere, procedimenti in cui e’ urgente e indifferibile la tutela di diritti fondamentali della persona[5]; cause relative alla tutela dei minori, ad alimenti[6]  o  ad  obbligazioni alimentari derivanti  da  rapporti  di  famiglia,  di  parentela,  di matrimonio o di affinità, nei soli casi in cui vi sia pregiudizio per la tutela di bisogni essenziali; procedimenti cautelari aventi ad  oggetto la tutela di diritti fondamentali  della  persona;  procedimenti  per l’adozione di provvedimenti in materia di tutela, di  amministrazione di sostegno, di interdizione e di inabilitazione nei soli casi in  cui viene   dedotta   una   motivata   situazione   di   indifferibilità incompatibile anche con  l’adozione  di  provvedimenti  provvisori  e sempre  che  l’esame  diretto   della   persona   del   beneficiario, dell’interdicendo e dell’inabilitando non risulti  incompatibile  con le sue condizioni di eta’ e salute; procedimenti di cui  all’articolo 35 della  legge  23  dicembre  1978,  n.  833;  procedimenti  di  cui all’articolo 12 della legge 22 maggio 1978, n. 194; procedimenti  per l’adozione di  ordini  di  protezione  contro  gli  abusi  familiari; procedimenti   di   convalida   dell’espulsione,   allontanamento   e trattenimento di cittadini di  paesi  terzi  e  dell’Unione  europea; procedimenti di cui agli articoli 283, 351 e 373 del codice di procedura civile, procedimenti elettorali di cui agli articoli 22, 23 e 24 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 e, in genere, tutti i procedimenti la cui ritardata trattazione puo’ produrre grave pregiudizio alle par[7].  In quest’ultimo caso, la dichiarazione di  urgenza  è  fatta  dal  capo dell’ufficio giudiziario o dal suo delegato in calce alla citazione o al ricorso,  con  decreto  non  impugnabile  e,  per  le  cause  gia’ iniziate, con provvedimento del giudice istruttore o  del  presidente del collegio, egualmente non impugnabile;  b) [omissis, riguarda la materia penale, ndr]”.

Sorvolando sull’elencazione tassativa della prima parte del predetto comma (seguendo il noto adagio in claris non fit interpretatio[8]), la disposizione su cui soffermarci è quella secondo la quale sono eccettuati dalla sospensione anche “tutti i procedimenti la cui  ritardata trattazione  può  produrre  grave   pregiudizio   alle   parti”, e tuttavia, in questo caso, vi è (occorre, quindi, non vedo altre possibili interpretazioni) una “dichiarazione d’urgenza” fatta dal giudice istruttore o dal presidente del collegio o, laddove la causa non sia ancora “iniziata”, dal capo dell’ufficio giudiziario[9].

Nel silenzio della norma, appare corretta l’interpretazione corrente secondo cui la dichiarazione d’urgenza può essere fatta su istanza di parte o anche d’ufficio.

Apparentemente infelice è il riferimento alla “causa iniziata”, sarebbe stato forse preferibile parlare di causa non ancora assegnata al giudice istruttore o al collegio, ma è chiaro dal riferimento alla stesura del decreto in calce all’atto introduttivo che si è invece voluto intendere che il capo dell’ufficio è competente solo laddove la causa non sia ancora pendente, si tratta quindi di una dichiarazione preventiva che sarà stesa in calce al ricorso o alla citazione prima del loro deposito/notifica, con meccanismo analogo a quello, per fare un esempio, dell’art. 482 c.p.c. quando viene fatta istanza per l’esenzione del termine di cui alla medesima disposizione.

Semmai c’è da chiedersi che senso ha una tale previsione, e come si risolve il caso della causa pendente (citazione notificata e ricorso depositato) ma non ancora assegnata. A chi si rivolge in questo caso l’istanza? Occorre confidare in una celere assegnazione, eventualmente formulando un’istanza alla cancelleria o al presidente dell’ufficio affinché assegni urgentemente il fascicolo? Insomma un primo problema, un vuoto normativo che tuttavia con un po’ di buon senso non desta particolari preoccupazioni, e del resto la competenza del capo dell’ufficio a pronunciare comunque, in tal caso, la dichiarazione d’urgenza può essere desunta da principi generali in materia di tutela cautelare (arg. ex art. 669 quater, comma 2, c.p.c., a mente del quale “se la causa pende davanti al tribunale la domanda si propone all’istruttore oppure, se questi non è ancora designato o il giudizio è sospeso o interrotto, al presidente”[10]).

Certo è che la previsione residuale circa la necessità di una dichiarazione d’urgenza riguardante “tutti i procedimenti la cui ritardata trattazione  può  produrre  grave   pregiudizio   alle   parti” (ed infatti la dichiarazione va fatta solo “in quest’ultimo caso”) dovrebbe (o meglio, a sommesso avviso di chi scrive, avrebbe dovuto) non destare alcun dubbio sul fatto che la precedente elencazione, per la quale l’eccezione rispetto al regime di sospensione è automatica, sia tassativa.

Ciò non solo e non tanto con riferimento alle conseguenze della non sospensione derivanti dal primo comma dell’art. 83, che prevede il rinvio delle udienze, ma anche e soprattutto su quelle derivante dal comma secondo, che prevede la sospensione dei termini.

Insomma un’interpretazione estensiva dell’elencazione di cui al predetto terzo comma non solo è contraria alla lettera della norma, che detta una previsione residuale che abbraccia “tutti i procedimenti”, che non può che voler dire “tutti gli altri procedimenti”, ma è contraria al principio generale secondo cui le norme che importano una decadenza (perché questo significa eccettuare un certo procedimento dal regime di sospensione) devono essere di stretta interpretazione, non ammettendo l’analogia, in quanto prevedono una sanzione che incide su diritti meritevoli di tutela e che peraltro non può che essere nota prima del compimento dell’atto che ne è oggetto[11].

Qui d’altra parte non può che rimarcarsi la chiara scelta legislativa che lega indissolubilmente il regime del primo comma e quello del secondo comma della disposizione in commento: l’eccezione rispetto al regime di sospensione riguarda simultaneamente la celebrazione dell’udienza e la decorrenza dei termini, non è contemplata una soluzione intermedia, che cioè consenta la celebrazione dell’udienza pur mantenendo ferma la sospensione dei termini. E naturalmente una tale soluzione sarebbe stata assai poco praticabile e probabilmente del tutto errata, comunque ostativa di un pieno sfogo del contraddittorio, sebbene vi possano essere casi in cui non vi sono termini pendenti né il giudice all’udienza (in considerazione dell’incombente specifico della stessa) può concederne, per cui la celebrazione dell’udienza nonostante la sospensione dei termini per le parti può in concreto essere possibile e non incidere sul diritto di difesa[12] (ma certo sarebbe stata una soluzione che avrebbe inutilmente complicato le cose).

L’unica soluzione per consentire la celebrazione delle udienze (perlomeno quelle già fissate), senza per questo generalizzare l’eccezione della sospensione per tutti i processi di quel tipo, sarebbe stata quella di differenziare il regime di sospensione tra procedimenti la cui udienza era già stata fissata nel periodo di sospensione e tutti gli altri, soluzione di dubbia razionalità che ad ogni modo non è stata presa in considerazione.

Si aggiunga che la previsione non lascia (o meglio, non avrebbe dovuto lasciare) alcuno spazio ai singoli uffici giudiziari per estendere la gamma dei processi non sospesi, posto che la successiva previsione (comma 5) secondo la quale “nel  periodo  di  sospensione  dei  termini  e  limitatamente all’attività giudiziaria non sospesa, i capi degli uffici giudiziari possono adottare le misure di cui al comma 7, lettere da a)  a  f)  e h)”, riguardanti la regolamentazione dell’accesso agli uffici e la modalità di celebrazione delle udienze, riguarda per l’appunto esclusivamente l’”attività giudiziaria non sospesa”.

Insomma il legislatore (almeno prima della conversione del decreto in legge), eccetto che per tassativi e limitati casi, ed eccetto che in caso di dichiarazione d’urgenza da pronunciare nel singolo procedimento con valutazione, evidentemente, del caso concreto (laddove, con formula giustamente generale e che lascia ampia discrezionalità, la “ritardata trattazione  può  produrre  grave   pregiudizio   alle   parti”), ha disposto una sospensione generale dei termini processuali per la chiara ragione per la quale nel periodo oggetto della decretazione emergenziale occorre limitare il più possibile ogni attività (anche giudiziaria) con la finalità esplicita della tutela della salute durante una terribile pandemia.

E, sia consentito ricordare l’ovvio, non solo le udienze già fissate vengono rinviate ma anche (tutti) i termini sono sospesi, oltre che per quanto già si è detto sull’indubbio legame tra le due previsioni, anche perché la giustizia civile non si estrinseca solo all’interno delle aule di giustizia, in occasione delle udienze: fa parte del sistema giudiziario civile anche l’avvocato che riceve l’assistito allo studio per raccogliere il mandato, e che deve preparare e redigere un atto preoccupandosi di interagire con l’assistito per la ricerca e la selezione del materiale probatorio (che potrebbe non essere possibile trasmettere con mezzi a distanza), e così via.

Tutto chiaro? Niente affatto.

Perché, nonostante che, con qualche, a mio avviso scusabile (discorso diverso va purtroppo fatto con riferimento alle modifiche di cui alla legge di conversione, v. infra), incertezza (visto anche il contesto in cui si è proceduto alla decretazione d’urgenza), la norma sia piuttosto chiara, molti uffici giudiziari hanno dettato linee guide che vanno oltre lo spazio loro lasciato dal legislatore.

Diversi uffici giudiziari non hanno di fatto considerato che il loro intervento relativo alle misure di cui dalle lettere da a) a f) e h) dell’art. 83 comma 7 predetto, doveva riguardare soltanto “l’attività giudiziaria non sospesa”, selezionando invece a loro discrezione (per quanto non certo, per carità, in modo arbitrario ma nel tentativo di individuare ciò che di volta in volta veniva ritenuto dal singolo ufficio urgente e meritevole di trattazione non differita) i procedimenti da trattare comunque, nonostante l’emergenza in atto.

E così in diversi uffici si è assistito all’elaborazione di linee guida nella quali, per fare un esempio, veniva disposta la celebrazione delle udienze nei procedimenti (anche in sede di reclamo[13]) di cui all’art. 1 comma 47 ss. L. 92/12 (c.d. rito Fornero), nonostante che questi non siano inclusi nell’elencazione dei procedimenti eccettuati dalla sospensione[14] e senza alcun riferimento alla necessità della dichiarazione d’urgenza a valere per ogni singolo procedimento, con valutazione del caso concreto.

Altri hanno quindi sentito l’esigenza di ribadire ed evidenziare l’ovvio[15], scelta opportuna se si considera l’incertezza generata dalle sopraddette interpretazioni[16], ma che in sé e per sé rischia di alimentare il dubbio circa l’interpretazione opposta.

2.Laddove il legislatore poteva senz’altro essere più chiaro è con riferimento alla sospensione dei termini di natura sostanziale. Si pensi ad esempio al termine di decadenza dalla proposizione dell’azione giudiziale di impugnazione del licenziamento, di cui all’art. 6 L. 604/66 come modificato dalla L n. 183/10.

Qui il dato normativo è laconico: rientrano queste ipotesi nella fattispecie “termine per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio”?

Se pensiamo al contesto dell’elencazione di cui all’art. 83, comma, 2 in commento, dovremmo dire di no, perché si tratta di un’elencazione di termini processuali. E difatti la norma recita “è sospeso  il  decorso  dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili […]. Si intendono  pertanto  sospesi….”.

Al contempo, tuttavia, non si vede quali possano essere altrimenti i termini per la proposizione dell’atto introduttivo del giudizio: se si pensasse al termine per l’iscrizione della causa a ruolo, infatti, da una parte non si spiegherebbe la ragione di una previsione specifica, rientrando detto caso tra quello di tutti gli altri termini processuali sospesi, dall’altra evidentemente quello non è un termine “per la proposizione dell’atto introduttivo”; parimenti non convincente, per le stesse ragioni, associare la previsione ai termini a difesa per il convenuto.

La soluzione pare tuttavia doversi leggere nelle pieghe del successivo comma 8, secondo cui “per il periodo di efficacia dei provvedimenti di cui al comma 7[17] che precludano  la  presentazione  della  domanda  giudiziale  è sospesa la decorrenza dei termini di  prescrizione  e  decadenza  dei diritti che possono  essere  esercitati  esclusivamente  mediante il compimento delle attività precluse dai provvedimenti medesimi”.

E’ vero che tale previsione non riguarda i procedimenti sospesi ex lege nel periodo indicato dal comma 1, bensì quelli non sospesi oggetto delle previsioni giudiziali richiamate dal comma 5, o quelli relativi al periodo post sospensione, fino al 30 giugno 2020[18], disciplinati dal comma 6, pure oggetto di disposizioni organizzative dei singoli uffici.

Ma allora a maggiore ragione la stessa previsione non può non valere per i termini cadenti nel periodo di sospensione, e d’altra parte norme di questo tipo, in casi, come questo, di effettiva incertezza interpretativa, non possono che essere applicate nel senso di estendere (e non invece in quello di comprimere) i diritti delle parti.

Ancora più complicata la questione del termine di efficacia del precetto: qui il problema è non solo che si tratta di un termine che secondo l’interpretazione prevalente ha natura sostanziale, poiché sarebbe lo stesso atto di precetto, almeno secondo una parte degli interpreti nonché secondo la prevalente giurisprudenza, ad avere natura stragiudiziale (tanto che si ritiene possa essere posto in essere anche senza l’intervento del difensore tecnico).

E tuttavia, da una parte altra parte della dottrina ritiene invece che il precetto determini l’inizio del processo esecutivo (da distinguersi dall’esecuzione forzata, che inizia con il primo atto di esecuzione, nell’espropriazione con il pignoramento), dall’altra occorre trovare un senso alla previsione della sospensione dei termini per la proposizione “degli atti introduttivi dei procedimenti esecutivi”, per la quale valgono considerazioni analoghe a quelle fatta sopra con riferimento a quella relativa in generale agli atti introduttivi del giudizio.

Mi pare quindi che, leggendo detta previsione in combinato disposto con l’art. 481, comma 1, c.p.c., secondo il quale “il precetto diventa inefficace, se nel termine di novanta giorni dalla sua notificazione non è iniziata l’esecuzione”, non si possa che concludere che anche il termine di efficacia del precetto, entro il quale iniziare l’esecuzione forzata, sia oggetto di sospensione.

3.Nel corso della stesura delle presenti note è intervenuta la legge di conversione, approvata dalla Camera dei deputati nella seduta del 24 aprile (L. 24 aprile 2020, n. 27), nonché l’ulteriore intervento correttivo di cui al D.L. 30 aprile 2020, n. 28.

Non sono giunti, a tale proposito, gli auspicati ulteriori chiarimenti circa la tassatività dell’elenco di cui all’art. 83 comma 3 D.L. 18/20, così come relativamente alla sospensione dei termini sostanziali e di efficacia dell’atto di precetto.

In sede di conversione in legge il chiarimento sarebbe stato senz’altro opportuno senza il rischio che potesse essere frainteso.

Non solo, perché due interventi in particolare rischiano (per uno, avrebbero rischiato, v. infra), se interpretati alla lettera, di rimettere in discussione l’intero impianto normativo relativo alla sospensione dei termini nel periodo 9 marzo – 11 maggio 2020.

Per ordine espositivo si è deciso, se non per alcuni richiami alle presenti considerazioni, di non stravolgere la precedente disamina; non solo, perché i dubbi che seguono potrebbero essere superati se si vuole considerare che siano il frutto di sviste del legislatore in sede di conversione (e per una, quella più evidente e dalla portata più dirompente, è certamente così, tanto che è intervenuto a correggere l’errore il D.L. 30 aprile 2020, n. 28), e si voglia far prevalere (come si ritiene comunque giusto) lo spirito e la ratio di fondo della disciplina d’urgenza.

Ebbene, tutto quanto detto sulla tassatività dell’elenco di cui all’art. 3, relativo alle eccezioni alla regola della sospensione, ha rischiato di essere “letteralmente” spazzato via da due modifiche di cui alla legge di conversione (con riferimento alla seconda, si è infatti intervenuti con il D.L. “correttivo” del 30 aprile 2020, n. 28). Una è relativa all’inserimento dell’inciso “e, in genere, procedimenti in cui è urgente e indifferibile la tutela di diritti fondamentali della persona”, che, a voler leggere la norma nel senso di salvarne la coerenza sistematica e non generare i problemi infraindicati, potrebbe essere considerata riferita alle sole cause di competenza del tribunale dei minorenni di cui all’inizio dell’elencazione (certo in ogni caso la norma va nel senso di un allargamento delle ipotesi di non sospensione ad ipotesi non tassative e soggette ad interpretazione discrezionale del giudice).

L’altra, che poteva essere superata solo attraverso una ricostruzione “storica” dell’errore del legislatore (se di errore si è trattato), è relativa all’inserimento delle parole “procedimenti elettorali di cui agli articoli 22, 23 e 24 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150” che avevano fatto diventare questo l’”ultimo caso” di cui alla disciplina della dichiarazione d’urgenza, sopra descritta.

Quanto sopra, se non superato con un’interpretazione “salvagente”, avrebbe reso del tutto discrezionale l’individuazione dei procedimenti i cui termini sono sospesi e quali no, e avrebbe allargato a dismisura la gamma dei termini non sospesi (il problema si pone adesso, dopo l’entrata in vigore del D.L. 28 del 30 aprile 2020, solo per la prima delle suindicate modifiche, che però può essere interpretata nel senso indicato, senza quindi particolari conseguenze).

Ciò, si ritiene, come già detto, configurando le decadenze processuali quali sanzioni per il mancato rispetto dei termini perentori, è contrario ad un importante principio generale, che vuole che le norme che importano sanzioni siano previste per casi tassativi e non ammettano applicazioni estensive o analogiche (come è, secondo la tradizionale interpretazione, per le norme che prevedono una decadenza); oltre che a essere contrario alla ratio della generale sospensione che ha mosso la normativa emanata con decretazione d’urgenza.

Sennonché, come detto, il legislatore, resosi conto dell’errore, è ulteriormente intervenuto con D.L. 28 del 30 aprile 2020, in vigore dal 1° maggio, che ha ulteriormente modificato l’art. 83 comma 3 in commento disponendo che le parole «procedimenti di cui agli articoli 283, 351 e 373 del codice di procedura civile e, in genere, tutti i procedimenti la cui ritardata trattazione può produrre grave pregiudizio alle parti; procedimenti elettorali di cui agli articoli 22, 23 e 24 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150» siano sostituite dalle seguenti «procedimenti di cui agli articoli 283, 351 e 373 del codice di procedura civile, procedimenti elettorali di cui agli articoli 22, 23 e 24 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 e, in genere, tutti i procedimenti la cui ritardata trattazione può produrre grave pregiudizio alle parti».

In questo modo la previsione residuale torna al suo posto e la disciplina della dichiarazione d’urgenza torna a questa applicabile.

Certo si è trattato di un incidente, quanto a quest’ultima previsione, fortunatamente risolto, ma questo ulteriormente conferma che dalla legge di conversione era lecito aspettarsi soluzioni, invece sono sorti ulteriori problemi. L’auspicio è che con la legge di conversione del D.L. 28/20 non ci siano ulteriori sorprese (e magari, invece, qualche intervento a chiarimento dei dubbi sopra esposti).

In ogni caso andranno salvati i termini che, secondo quanto abbiamo descritto supra, sono decorsi tra l’entrata in vigore DL 18/20 e l’entrata in vigore della legge di conversione e che non sarebbero scaduti per effetto della disposizione di cui al D.L., nel testo precedente alla legge di conversione; di fatto, per i procedimenti interessati dalla modifica, la sospensione dei termini, salva dichiarazione d’urgenza secondo la disciplina del decreto legge modificata in sede di conversione, sarà accorciata alla data di entrata in vigore della legge di conversione.

E secondo il principio tempus regit actum non dovrebbe essere necessaria alcuna istanza di rimessione in termini che comunque, in ipotesi, non potrebbe che essere accolta.

Ad ogni modo, a poco più di 15 giorni dalla fine del periodo di sospensione, non si capisce davvero che senso abbia avuto la modifica della normativa dettata oltre un mese fa, con la previsione di nuove eccezioni al regime della sospensione dei termini (e della trattazione delle udienze), per la quale semmai era da auspicare qualche intervento chiarificatore di alcuni dubbi interpretativi ingenerati dalle previsioni di cui al D.L. 18/20 (e non invece modifiche estensive delle eccezioni[19]).

Va infine sottolineata la nuova previsione di cui alla legge di conversione, secondo la quale il regime di sospensione del termini è esteso anche “alle giurisdizioni speciali non contemplate dal presente decreto-legge e agli arbitrati rituali”.

Anche in questo caso vale in parte quanto sopra detto, in quanto gli arbitrati erano stati “dimenticati” dalla decretazione d’urgenza, e una modifica a periodo di sospensione quasi finito è quantomeno poco razionale; ma almeno qui vi è un’estensione del regime di libertà (e non di decadenza), ed è chiarito, per fare un esempio, che nel periodo tra il 9 marzo e l’11 maggio è sospeso, per l’arbitrato rituale[20], il termini per il deposito del lodo, ciò che avrà effetto anche quanto agli arbitrati pendenti tra la data di entrata in vigore del D.L 18/20 e la data di entrata in vigore della legge di conversione, che in base a detta disciplina dovevano considerarsi non sospesi, sempre naturalmente che medio tempore il lodo non sia stato depositato.

Si è giustamente osservato, a tale ultimo proposito, con riferimento all’arbitrato, che le parti potranno sempre derogare alla disciplina legale provvedendo in autonomia alla disciplina delle regole processuali (eventualmente disponendo lo svolgimento delle udienze arbitrali in forme compatibili con le misure emergenziali[21]).

[1] Termine prorogato all’11 maggio 2020 per effetto del D.L 8 aprile 2020, n. 23.

[2] Ad esempio il problema della decorrenza dei termini sostanziali, v. infra.

[3] V. infra.

[4] Il testo che segue è aggiornato alle modifiche di cui alla legge di conversione.

[5] L’ultimo inciso è stato inserito dalla legge di conversione.

[6] Inciso modificato dal D.L. 28 del 30 aprile 2020.

[7] Inciso modificato in sede di conversione ed ulteriormente modificato dal D.L. 30 aprile 2020, n. 28, v. infra.

[8] In realtà qualche questione si può porre anche con riferimento a tale elencazione, ancor più a seguito delle modifiche apportate in sede di conversione, su cui infra. Può lasciare, ad esempio, qualche margine di incertezza l’esatta delimitazione dei procedimenti cautelari “aventi ad  oggetto la tutela di diritti fondamentali  della  persona”, anche se il riferimento pare che non possa che essere letto nel senso del riferimento a diritti di natura personale e non meramente patrimoniale. Stesso dicasi per le “cause relative ad alimenti o ad  obbligazioni alimentari derivanti  da  rapporti  di  famiglia”, che secondo un’interpretazione che poggia sulla relazione illustrativa del D.L. in commento è derivata dal Regolamento europeo in materia di obbligazioni alimentari e quindi include tutte le ipotesi di assegno di mantenimento nascenti da rapporti di famiglia o filiazione.

[9] In sede di conversione tra la previsione residuale relativa a “tutti i procedimenti la cui ritardata trattazione può produrre grave pregiudizio alle parti” e la disciplina della dichiarazione d’urgenza è stata inserita un’altra ipotesi. Se interpretata alla lettera la disciplina di risulta, l’effetto sarebbe stato dirompente e abrogante: la previsione residuale per la quale l’eccezione doveva valere solo in caso di dichiarazione d’urgenza nel caso concreto, sarebbe valsa letteralmente per  i“procedimenti elettorali di cui agli articoli 22,23 e 24 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150“. E’ quindi intervenuto sul punto il D.L. 30 aprile 2020, n. 28, a correggere quello che a tutti effetti era un errore del legislatore (ma come noto ciò che rileva è la voluntas legis, non la voluntas legislatoris). Torneremo infra, nel testo, sul problema.

[10] Semmai il problema è sulle conseguenze della dichiarazione d’urgenza con riferimento alla decorrenza dei termini. Certo non è ammissibile che questi decorrano per la controparte prima che questa sia venuta a conoscenza della dichiarazione d’urgenza. La soluzione può essere che il giudice provveda con decreto da notificare alla controparte a cura della parte, sia allorché la causa è pendente e il contraddittorio non ancora instaurato (ciò che naturalmente è possibile solo per i processi che iniziano con ricorso), sia quando il contraddittorio sia già instaurato. D’altra parte il problema si pone anche per le cause già assegnate all’istruttore o al collegio, anche in questo caso la dichiarazione d’urgenza non potrà che essere portata a conoscenza della controparte mediante notifica o, se già costituita, mediante comunicazione di cancelleria al difensore.

[11] Cfr. A. Mengali, Preclusioni e verità nel processo civile, Torino, 2018, spec., 27 ss, 78, 182 ss. Peraltro, che le norme previste nella decretazione d’urgenza possano nascondere decadenze ai danni dei diritti meritevoli di tutela, al di fuori dei casi espressamente previsti, è contrario allo stesso spirito della norma che prevede le eccezioni al regime di sospensione, che semmai quei diritti si preoccupa di tutelare, consentendo l’accelerazione della trattazione dei relativi procedimenti, previa dichiarazione d’urgenza.

[12] Per quanto va chiarito che la sospensione dei termini è cosa diversa dalla sospensione del processo, consentendo naturalmente il compimento degli atti processuali, che non saranno tuttavia soggetti a termini di decadenza. E’ però evidente che se la controparte decide di avvalersi della sospensione del temine non sarà possibile un pieno sfogo del contraddittorio.

[13] Cfr. ad esempio linee guida di cui al decreto 145/2020 della Presidente della Corte Appello Firenze del 24 marzo 2020, secondo le quali sono celebrate “le udienze civili […] relativamente ai procedimenti di cui agli artt. 283 e 351, 373, 431 c.p.c., reclami ex art. 1, commi 58 ss., L. 92/2012” nonché la successiva ancor più chiara direttiva di cui al decreto 155/2020 della stessa Corte d’Appello di Firenze del 9 aprile secondo la quale “in deroga alla regola generalizzata del rinvio officioso, saranno trattati “le controversie soggette al c.d. rito Fornero, potendone la ritardata trattazione, in considerazione della materia e dello speciale rito per esse previsto, produrre grave pregiudizio”. Entrambi i provvedimenti sono rinvenibili sul sito dell’ordine degli Avvocati di Firenze.  Analogamente ha previsto la celebrazione secondo calendario dei procedimenti (fissati fino all’11 maggio 2020) di cui alle controversie contenenti domande in materia di licenziamento (“sia a rito c.d. Fornero sia ex L 533/73, sia regolate in rito dal c.d. Jobs Act.”), la Corte d’Appello di Bari, Sezione Lavoro (cfr. provvedimento Presidente di Sezione 10 aprile 2020).

[14] Certo non potendo essere considerati procedimenti cautelari, né essendo ammessa, per quanto si è detto, una interpretazione estensiva basata su una pretesa aedem ratio tra questi e quelli.

[15] Cfr. misure organizzative Presidenza Tribunale di Padova 19 marzo 2020, in giustizia,it, secondo il quale “tra i procedimenti “cautelari” inerenti ai diritti fondamentali della persone che devono essere trattati ex aft. 83, comma 3, D.L. 18/2020 non vanno compresi i cd “riti Fornero” i quali, invece, devono intendersi rientranti tra i procedimenti da trattare previa dichiarazione d’urgenza fatta, su istanza di parte, dal Capi dell’Ufficio o da un suo delegato in calce al ricorso e, per quelli già iniziati, con provvedimento del giudice del lavoro”; e cfr. successive misure organizzative 16 aprile 2020, Ibid.

[16] Che se dovessero, come si auspica non sia, essere confermate nei processi interessati, dal giudice assegnatario della causa, potrebbero essere poste a base di una richiesta di remissione in termini, in base al legittimo affidamento fatto nei confronti delle indicazioni dell’ufficio.

[17] Prima delle modifiche di cui alla legge di conversione il riferimento era ai commi 5 e 6, di fatto si tratta, mi pare, della precisazione di un aspetto che era già desumibile nel contesto della precedente formulazione, visto che i commi 5 e 6 fanno riferimento ai provvedimenti di cui al comma 7.

[18] Modificato nel 31 luglio 2020 per effetto del D.L. 28 del 30 aprile 2020.

[19] L’ultima delle quali è dovuta al citato art. 3 D.L. 28.20, secondo il quale alla lettera a) del comma 3 dell’art. 83 D.L. 18.20, le parole «cause relative ad alimenti» sono sostituite dalle seguenti: «cause relative alla tutela dei minori, ad alimenti»

[20] Si rileva peraltro che, per gli arbitrati amministrati, molte camere arbitrali avevano, mediante, in alcuni casi, modifiche regolamentari, disposto autonomamente la sospensione dei termini.

[21] Cfr. F. Valerini, Conversione del Cura Italia e novità processuali: dall’espropriazione immobiliare, alla mediazione, passando per la procura alle liti, in Diritto e giustizia.it.