La nuova CLass action al debutto: uno sguardo d’insieme

Di Ulisse Corea e Maria Laura Guarnieri -

Sommario: 1. Premessa. – 2. Situazioni sostanziali protette e legittimazione ad agire. – 3. La fase introduttiva e il filtro preliminare di ammissibilità. – 4. Le adesioni. – 5. La fase di trattazione e la decisione sul merito. – 6. L’accertamento dei diritti degli aderenti. – 7. L’esecuzione forzata collettiva. – 8. Gli accordi transattivi e la chiusura della procedura di adesione.

1.Premessa

Il 19 maggio 2021, ad un anno dalla pubblicazione in G. U. della l. 31/2019, è entrata in vigore la disciplina della nuova azione di classe.

L’esordio della class action era stato inizialmente previsto il 19 aprile 2020, ma dapprima l’art. 8, comma 5°, d.l. 162/2019, conv. in l. 8/2020 e, successivamente l’art. 31 ter, d.l. 137/2020, conv. in l. 176/2020 ne hanno differito l’entrata in vigore, al fine di consentire al Ministero della Giustizia di predisporre le strutture telematiche necessarie ad accogliere e gestire il nuovo contenzioso di massa. Nell’area pubblica del portale dei servizi telematici (PST) è oggi possibile ed accedere alla piattaforma sulla quale potranno essere depositate le domande di adesione e saranno conservate tutte le informazioni relative ai procedimenti collettivi iscritti nei registri[1].

La normativa si colloca nel Libro IV del codice di procedura civile, all’interno del Titolo VIII bis rubricato “Procedimenti collettivi” (artt. 840 bis – 840 sexiesdecies cod. proc. civ.)[2].

Si tratta di un modello di tutela giurisdizionale non del tutto inedito per il nostro sistema processuale, in quanto mutua la sua essenza dalla class action di stampo consumeristico (cfr. art. 140 bis cod. cons.), riadattandone il funzionamento ad una platea più ampia di beneficiari e di illeciti.

L’apertura del nuovo impianto a fattispecie che esulano dalla materia consumeristica, a ben vedere, rappresenta un punto di svolta per il sistema di tutela collettiva. Sono note le riforme che hanno interessato il settore senza riuscire a plasmare un rimedio effettivamente capace di tutelare i danneggiati dai torti di massa. Non possiamo dire, tuttavia, che le innovazioni apportate dal legislatore rappresentino un punto di arrivo. Il futuro dell’azione di classe appare, infatti, scolpito (sebbene ancora a tratti molto imprecisi) dalla direttiva n. 1828/2020 che lo scorso novembre ha fatto ingresso nel panorama sovranazionale per fornire agli Stati membri indicazioni programmatiche cui adeguare, mediante una legge interna di recepimento, i procedimenti collettivi in vigore a livello locale. Sebbene con una portata limitata agli illeciti commessi in danno di utenti e consumatori, la direttiva prepara il sistema di tutela collettiva ad un ulteriore riassetto.

Al momento non è dato capire come il legislatore italiano realizzerà tale adeguamento (intervenendo ad ampio raggio sulla disciplina appena entrata in vigore, o introducendo a latere della class action codicistica uno strumento aderente agli standard fissati dalle Istituzioni europee).

Nell’attesa dell’ennesima riforma si vogliono di seguito tracciare i lineamenti dell’azione di classe, per offrire al lettore una diapositiva del nuovo rito e delle sue articolate dinamiche[3].

2. Situazioni sostanziali protette e legittimazione ad agire.

A norma dell’art. 840 bis cod. proc. civ., oggetto della tutela collettiva sono i c.d. diritti individuali omogenei, ovvero il fascio di diritti risarcitori e restitutori che fanno capo ad un gruppo di soggetti danneggiati dalla medesima condotta illecita. Il legislatore della riforma non fornisce una definizione di diritti individuali omogenei, né chiarisce la portata della relazione che si instaura tra i diritti dei singoli, preferendo avvantaggiarsi dell’elaborazione dottrinale maturata attorno all’interpretazione dell’art. 140 bis cod. cons. [4]. Il requisito della omogeneità assume oggi una portata perfettamente sovrapponibile a quella previgente[5], risolvendosi nella connessione impropria che si instaura tra i diritti risarcitori e restitutori della classe, i quali condividono la medesima causa petendi ed il cui accertamento (quantomeno in una fase iniziale)[6], dipende dalla soluzione di questioni comuni, quali l’identità della condotta lesiva, l’identità del nesso causale tra la condotta lesiva ed il pregiudizio lamentato dalla classe, l’identità del danno (ferma restando la diversa quantificazione delle singole pretese).

Come opportunamente osservato in dottrina, il requisito dell’omogeneità presenta oggi un rilievo ben più pregante rispetto al passato[7]: i diritti individuali omogenei sono spogliati della veste consumeristica e sono estesi a qualunque situazione giuridica risulti lesa da una medesima condotta antigiuridica. L’ampiezza che assumono le situazioni sostanziali protette impone perciò di specificarne i contenuti per connotarle di significato.

La qualificazione di tali situazioni ci viene dal tessuto normativo dove possiamo innanzitutto apprendere che i diritti individuali omogenei tutelabili collettivamente sono esclusivamente quelli che trovano fonte in condotte illecite plurioffensive, ovvero in quelle azioni od omissioni (singolarmente considerate o ripetute in modo identico), dotate di una lesività diffusa, capaci di attingere contemporaneamente una serie indeterminata di individui.

Nell’ambito degli illeciti seriali, poi, le uniche condotte che rilevano (e che concorrono a connotare i diritti individuali omogenei) sono quelle poste in essere da un’impresa[8] o da un ente gestore di servizio pubblico o di pubblica utilità [9]. Il credito risarcitorio e restitutorio ammesso all’azione di classe, in altri termini, non si configura nei confronti di chiunque abbia assunto una condotta antigiuridica plurioffensiva, ma esclusivamente nei confronti di un soggetto qualificato dall’esercizio di un’attività economica e nell’esercizio di quella attività[10].

La legittimazione ad agire per la tutela di siffatte situazioni sostanziali è conferita ad “un’organizzazione o un’associazione senza scopo di lucro … nonché a ciascun componente della classe”[11]. In quest’ottica qualsiasi individuo che appartenga ad una classe di soggetti portatori di interessi omogenei può assumere la veste di attore collettivo, facendosi carico della instaurazione e della conduzione dell’azione in rappresentanza di tutti gli altri membr[12]. Nondimeno, per garantire all’azione di svolgersi con la necessaria efficacia, alla legittimazione del singolo l’art. 840 bis cod. proc. civ. affianca quella degli enti esponenziali. A mente del comma 3° deve trattarsi esclusivamente di organizzazioni e associazioni iscritte in un elenco pubblico istituito presso il Ministero della giustizia i cui obiettivi statutari comprendano la tutela di diritti individuali omogenei. Ai fini dell’esercizio dell’azione, in questo secondo caso, non è necessario che tra l’iscritto e l’associazione di appartenenza sussista un rapporto di mandato: ci troviamo infatti di fronte ad una legittimazione ad agire iure proprio che si aggiunge a quella del danneggiato, senza precludergli né l’azione individuale in un giudizio ordinario di cognizione, né l’esercizio dell’azione collettiva nell’in­teresse della compagine di appartenenza [13].

La nuova disciplina (non diversamente dalla pregressa), in ogni caso, non lascia adito a dubbi circa il fatto che i diritti individuali omogenei siano tutelabili anche attraverso l’azione di classe (art. 840 bis, comma 1°, cod. proc. civ.), certamente in aggiunta alla tutela ordinaria esperibile mediante azioni individuali, autonome, eventualmente parallele, o mediante processi a litisconsorzio facoltativo sulla base della connessione propria, per titolo (art. 103, comma 1°, cod. proc. civ.) o impropria, per identità di questioni da risolvere (art. 103, comma 2°, cod. proc. civ.)[14].

Semmai, è solo con riferimento alla legittimazione degli enti esponenziali che si può parlare di necessità del procedimento collettivo [15]. Quando infatti l’azione è intrapresa da un’organizzazione o da una associazione iscritta nell’elenco ministeriale, la sede collettiva è l’unica in cui la tutela di classe può trovare espressione. Alla base del diverso regime processuale sembrerebbe esserci, a parere di chi scrive, una diversa posizione sostanziale da tutelare.

Invero, nonostante l’art. 840 bis, comma 1°, cod. proc. civ., sia chiaro nel riferirsi a “diritti individuali omogenei” anche quando ad esercitare l’azione siano gli enti esponenziali (cfr. art. 840 bis, comma 2°, cod. proc. civ.), sembra emergere in dottrina qualche perplessità sulla natura della situazione implicata nel procedimento collettivo. Pare, dunque, legittimo interrogarsi sulla natura della situazione giuridica protetta quando l’azione è esercitata da un’organizzazione o da una associazione iscritta nell’elenco di cui all’art. 840 bis, comma , cod. proc. civ., non essendo certo che in tal caso ad essere dedotti in giudizio vi siano veri e propri diritti soggettivi [16].

Come si avrà modo di osservare meglio nel prosieguo, il procedimento collettivo avviato ad iniziativa dell’ente rappresentativo non si spinge fino a condannare l’ente o l’impresa a ristorare il pregiudizio arrecato al proponente, poiché si limita ad accertare il verificarsi dell’illecito plurioffensivo e la sua imputabilità al convenuto [17]. Di ciò è conferma la previsione contenuta nell’art. 840 sexies, comma 1°, lett. b), cod. proc. civ., per la quale la sentenza a cui si perviene nella fase di merito è di mero accertamento e non di condanna[18], sebbene contenga la definizione dei caratteri che i diritti individuali degli aderenti devono presentare per maturare il diritto alla liquidazione del danno. L’iniziativa processuale, in altri termini, è diretta al perseguimento di una situazione favorevole comune al gruppo dei danneggiati (l’accertamento del medesimo illecito), che soddisfa contemporaneamente l’interesse di tutti i componenti della classe, mettendoli in condizione di aderire all’azione collettiva per la determinazione dei rispettivi crediti [19]. Se ne potrebbe inferire, dunque, che le situazioni sostanziali tutelate dall’iniziativa degli enti esponenziali abbiano, non tanto la consistenza del diritto soggettivo, (al risarcimento del danno o alle restituzioni), quanto piuttosto le sembianze dell’interesse collettivo (all’accertamento della responsabilità dell’impresa).

Alla luce di tali considerazioni si potrebbe opinare nel senso che l’attore collettivo è solo colui al quale la legge riconosce la legittimazione ad agire giudizialmente per l’accertamento di questioni comuni ad una serie indefinita di danneggiati [20], ovvero del solo fatto lesivo dei diritti astrattamente deducibili in giudizio [21]: non una situazione soggettiva sostanziale, dunque, ma un segmento dei diritti individuali omogenei il cui accertamento assume rilevanza per la collettività dei danneggiati interessati all’adesione [22].

3. La fase introduttiva e il filtro preliminare di ammissibilità

Sul piano procedimentale è possibile distinguere all’interno del procedimento collettivo tre distinte fasi. La prima di esse, incentrata sull’accertamento della responsabilità dell’im­presa, è introdotta con ricorso ed è regolata per espressa previsione dell’art. 840 ter cod. proc. civ. dal procedimento sommario di cognizione. Il ricorso, depositato davanti alla sezione specializzata in materia di impresa del luogo in cui ha sede il resistente [23], è pubblicato entro dieci giorni dalla pubblicazione del decreto di fissazione di udienza ed unitamente a questo, nel portale dei servizi telematici gestito dal Ministero della giustizia in modo da garantire adeguata pubblicità all’esperimento dell’azione ed evitare sovrapposizioni tra plurime iniziative collettive [24].

Il rito che si delinea con il deposito del ricorso ha però ben poco del procedimento sommario di cognizione, poiché si snoda su regole sue proprie[25]. Intanto, l’applicazione degli artt. 702 bis ss. cod. proc. civ. non è alternativa al procedimento ordinario: il comma 3° dell’art. 840 ter cod. proc. civ. impone la trattazione nelle forme sommarie come unica possibile, vietando persino il mutamento del rito nelle forme ordinarie. Si prevede inoltre che il giudizio venga definito con sentenza, anziché con ordinanza, e ciò entro trenta giorni dall’udienza di discussione orale della causa.

Che si tratti di un procedimento sui generis lo si evince già dalle prime battute processuali. Una volta introdotto il procedimento, infatti, il comma 3° dell’art. 840 ter prevede che il tribunale si pronunci preliminarmente sull’ammissibilità della domanda entro trenta giorni dalla prima udienza. La norma ripropone chiaramente l’indagine con funzione di filtro presente nelle precedenti versioni della class action, volta a verificare in limine litis che non sussistano fattori impedienti la pronuncia sul merito e la praticabilità del rito nelle forme collettive. Il comma 4° richiama, con qualche lieve variazione, le stesse quattro situazioni il cui accertamento inibiva la prosecuzione del giudizio già nel vigore dell’art. 140 bis cod. cons. A tenore della norma il ricorso è inammissibile: “a) quando [la domanda] è manifestamente infondata; b) quando il tribunale non ravvisa omogeneità dei diritti individuali tutelabili ai sensi dell’art. 840 bis; c) quando il ricorrente versa in stato di conflitto di interessi nei confronti del resistente; d) quando il ricorrente non appare in grado di curare adeguatamente i diritti individuali omogenei fatti valere in giudizio”.

La prima condizione riguarda la manifesta infondatezza della domanda. Il sindacato su tale aspetto si realizza attraverso una cognizione sommaria dei fatti di causa e delle argomentazioni giuridiche sostenute dal proponente in relazione alla responsabilità del resistente[26]. Si tratta di una valutazione che lambisce il merito della lite (intesa ad accertare sommariamente la sussistenza dell’illecito, del nesso causale e del danno lamentato), e che non può spingersi fino a sondare (seppur superficialmente) l’esistenza o l’entità dei diritti dei singoli danneggiati. Ciò essenzialmente per due ragioni: innanzitutto, a questa fase i componenti della classe non hanno accesso, potendo essi fare ingresso nel procedimento collettivo solo dopo la pronuncia della sentenza; in secondo luogo, le pretese dei singoli vengono accertate dal giudice delegato nel corso di un apposito subprocedimento e non rientrano nella cognizione preliminare del tribunale, se non sotto il profilo della loro omogeneità[27].

Quanto al tipo di accertamento da condursi su tali profili, la norma si riferisce ad una infondatezza manifesta della domanda [28]: la delibazione avverrà dunque sulla base delle produzioni documentali che accompagnano gli atti introduttivi e verterà su circostanze notorie o comunque agevolmente accertabili dal giudicante, ciò in quanto l’evidenza sociale del comportamento del resistente dovrebbe essere tale da favorire un apprezzamento immediato degli accadimenti rilevanti.

La seconda causa di inammissibilità è l’assenza di omogeneità nei diritti individuali dedotti in giudizio. In questa ipotesi, l’attività del giudice sarà rivolta, da un lato, a verificare la sussistenza sul piano sostanziale di una pluralità di situazioni soggettive che abbiano le caratteristiche contemplate in astratto dalla norma, quali la serialità e la omogeneità; dall’altro ad indagare l’attitudine dell’azione risarcitoria a fornire adeguata tutela ai diritti individuali laddove ritenuti sussistenti. Con riferimento a questo secondo tipo di accertamento, il giudice riterrà la domanda inammissibile quando il numero di situazioni individuali fatte valere con l’a­zio­ne risarcitoria sia così scarso da sconsigliare l’instaurazione di un giudizio collettivo [29]; quando le pretese individuali coinvolte dall’illecito non siano sufficientemente omogenee e gli elementi di disomogeneità siano così forti da rendere eccessivamente complicato e frazionato l’accertamento richiesto; nonché, quando la situazione dedotta o il difetto di allegazioni da parte dell’attore collettivo non permettano al giudice di conoscere quegli elementi minimi per procedere alla determinazione dei caratteri dei diritti individuali omogenei, né di specificare gli elementi necessari per l’inclusione nella classe degli aderenti ai sensi dell’art. 840 sexies, comma1°, lett. c).

La terza ragione di inammissibilità è indicata nell’esistenza di un conflitto di interessi tra l’attore formale ed il resistente. Si tratta di un dato di difficile emersione nelle prime battute processuali, soprattutto se si considera che né il ricorrente né l’impresa convenuta potrebbero avere interesse a sollevare la relativa questione, né d’altra parte potrebbe venire in rilievo ad iniziativa di altri danneggiati, non potendo questi dispiegare adesione prima dell’apertura della seconda fase della procedura [30]. Alcuni ritengono che si tratti di una svista del testo normativo e che il conflitto vada indagato non già in rapporto al resistente, ma alla classe rappresentata [31]. In quest’ottica, che pare condivisibile, la domanda dovrebbe essere dichiarata inammissibile ogni qualvolta il giudice accerti una situazione di incompatibilità tra la difesa assunta dall’attore collettivo e l’insieme dei danneggiati.

L’ultima condizione posta dalla norma è l’adeguata rappresentatività del ricorrente. Come è accaduto nel solco dell’art. 140 bis cod. cons. il requisito potrà dirsi rispettato solo quando il ricorrente sia in grado di perseguire efficientemente la tutela dell’interesse di tutti i futuri aderenti all’azione. La valutazione avrà ad oggetto elementi diversi a seconda che l’azione sia introdotta dal singolo o da un ente rappresentativo. Nel primo caso, se si considera che il giudizio collettivo conta sulla partecipazione economica degli aderenti (art. 840 sexies, comma 1°, lett. h), cod. proc. civ, e si regge sulla gestione ad opera del rappresentante comune nominato dal giudice, il vaglio di adeguatezza non dovrebbe vertere tanto sull’organizzazione o sulla solidità finanziaria del proponente, quanto sulle sue qualità soggettive [32] e sulla sua attitudine a trainare l’azione in favore di un’intera classe di danneggiati. Possibili indicazioni ai fini di una corretta interpretazione della norma potrebbero venire dagli ordinamenti stranieri, dove l’adeguatezza della rappresentatività dipende essenzialmente dalla capacità dell’attore collettivo di garantire una difesa efficace degli interessi comuni, ovvero dall’assistenza di un legale particolarmente qualificato dotato di appropriata esperienza nella gestione delle controversie seriali [33]. Ad ogni modo, ciò che rileva è la volontà del legislatore di favorire l’apertura del processo collettivo anche a soggetti che sebbene non vantino la rappresentatività degli enti esponenziali, siano comunque in grado di farsi portavoce degli interessi pregiudicati di una classe e di darne sfogo nella sede giudiziale.

Diversa è la valutazione da compiersi quando l’azione sia intrapresa ad iniziativa delle organizzazioni e delle associazioni richiamate dal comma 2° dell’art. 840 bis cod. proc. civ. In questo caso la sussistenza del requisito di una adeguata rappresentatività dovrebbe considerarsi coperto da una presunzione relativa, o meglio, comprovato dall’iscrizione nel registro ministeriale. La valutazione dell’adeguata rappresentatività, infatti, viene eseguita a monte, nella sede amministrativa, al momento dell’iscrizione nel registro ministeriale ed il giudice a valle, nella sede processuale, non può fare altro che prenderne atto. Così stando le cose, l’inammissibilità dovrebbe colpire l’iniziativa assunta dall’ente ogniqualvolta si accerti la mancata iscrizione dell’organizzazione ricorrente nel predetto elenco.

L’indagine attorno alla presenza delle condizioni appena descritte è destinata a concludersi con un’ordinanza di cui è data pubblicità a cura della cancelleria nel portale dei servizi telematici entro quindici giorni dalla pronuncia.

Ai sensi del comma 7° dell’art. 840 ter cod. proc. civ il provvedimento “è reclamabile dalle parti davanti alla corte d’appello nel termine di trenta giorni dalla sua comunicazione o dalla sua notificazione, se anteriore. Sul reclamo la corte d’appello decide in camera di consiglio con ordinanza entro trenta giorni dal deposito del ricorso introduttivo del reclamo. In caso di accertamento dell’ammissibilità della domanda, la corte trasmette gli atti al tribunale adito per la prosecuzione della causa”.

La lettera della norma non lascia dubbi sui termini e sulle modalità dell’impugnazione della decisione. L’enunciato tace, piuttosto, sulla natura del provvedimento e non chiarisce se la pronuncia sul reclamo sia a sua volta impugnabile con ricorso per Cassazione ex art. 111, comma 7°, Cost.

La dottrina esclude concordemente la ricorribilità in Cassazione dell’or­dinanza che conferma l’ammissibilità dell’azione, tanto sul presupposto che il soccombente può riproporre la questione in sede di appello contro la sentenza definitiva [34].

Una più attenta valutazione si impone, invece, quando l’ordinanza emessa in sede di reclamo dichiari la domanda inammissibile. Per conoscere il regime del provvedimento occorre guardare alle ragioni che fondano la pronuncia di inammissibilità. Se l’inammissibilità dipende dalla manifesta infondatezza dell’azione è agevole escluderne la ricorribilità sulla scorta del comma 3°, laddove si stabilisce che “il ricorrente può riproporre l’azione di classe quando si siano verificati mutamenti delle circostanze o vengano dedotte nuove ragioni di fatto o di diritto”. La disposizione riecheggia il contenuto dell’art. 669 septies cod. proc. civ. e ci consente di accostare l’efficacia del­l’ordinanza di inammissibilità a quella del provvedimento di rigetto del­l’istanza cautelare. Al pari di questo la pronuncia di inammissibilità presenta un’efficacia preclusiva di una nuova azione che copre il dedotto ma non il deducibile, e che vale ad escluderne l’impugnazione ex art. 111, comma 7°, Cost. [35].

Ad analoga conclusione deve giungersi nelle altre ipotesi di inammissibilità, questa volta facendo leva sul disposto del comma 2° dell’art. 840 quater, cod. proc. civ. nella parte in cui stabilisce che l’azione di classe sui medesimi fatti e nei confronti del medesimo resistente è proponibile quando la prima azione sia dichiarata inammissibile o sia definita con un provvedimento che non decide nel merito. Invero, nei casi diversi dalla manifesta infondatezza, la dichiarazione di inammissibilità ha carattere endoprocessuale, ha ad oggetto la sola sussistenza delle condizioni dell’azione e non si estende alla sostanza dei diritti dei danneggiati [36]. In questa prospettiva, quindi, sembra venire meno il carattere di decisorietà che legittima il ricorso straordinario, consentendosi di escludere l’impugnabilità ai sensi dell’art. 111, comma 7°, Cost.

Sotto il profilo strettamente procedimentale, nel silenzio dell’art. 840 ter cod. proc. civ., deve ritenersi che sul reclamo debba instaurarsi il contraddittorio, sicché il ricorso dovrà essere notificato nel termine stabilito dalla Corte d’appello alla controparte, la quale sarà ammessa al deposito di una memoria difensiva nel termine indicato dal giudice. Se il giudizio si conclude con un provvedimento che conferma l’ammissibilità dell’azione il processo di classe (inizialmente intralciato dalla pendenza del reclamo) dovrà proseguire. Viceversa, se la Corte riforma una declaratoria di inammissibilità, sarà necessario un atto di impulso per far ripartire il giudizio ormai quiescente [37].

4. Le adesioni

La decisione sull’ammissibilità fa da spartiacque tra la fase preliminare e la fase di merito. La pubblicazione del provvedimento sul portale telematico segna il passaggio da un giudizio a “tu per tu” con l’impresa convenuta ad un procedimento allargato, aperto alla partecipazione di ulteriori danneggiati a latere del ricorrente (sia esso un ente esponenziale o un singolo individuo), i quali confluiscono nella sede collettiva attraverso il meccanismo delle adesioni [38].

La successione tra le due fasi è scandita dall’art. 840 quinquies cod. proc. civ. a norma del quale “con l’ordinanza con cui ammette l’azione, il tribunale fissa un termine perentorio non inferiore a sessanta giorni e non superiore a centocinquanta giorni dalla data di pubblicazione dell’ordinanza nel portale dei servizi telematici di cui all’art. 840 ter, comma 2°, cod. proc. civ. per l’adesione all’azione medesima da parte dei soggetti portatori di diritti individuali omogenei”.

L’adesione ha come conseguenza principale quella di estendere gli effetti dell’accertamento collettivo ai soggetti lesi dalla medesima condotta antigiuridica, includendoli nella classe rappresentata dal ricorrente, secondo il modello dell’opt-in, un meccanismo di inclusione su base volontaria in virtù del quale i titolari di diritti individuali omogenei non sono automaticamente attinti dal giudicato per il fatto di appartenere alla classe del ricorrente, ma solo a condizione che sia espressamente manifestata una volontà in tal senso [39].

Nel nuovo impianto collettivo dall’adesione scaturisce un complesso di prerogative processuali e sostanziali [40]: in primo luogo l’aderente può partecipare alla fase di determinazione dei diritti individuali condotta dal giudice delegato, può accettare la proposta transattiva formulata dal giudice [41], ovvero accedere all’accordo transattivo predisposto dal rappresentante comune [42]; in secondo luogo, può avvantaggiarsi del risultato dell’e­secuzione forzata collettiva intrapresa dal rappresentante nell’interesse di tutti i danneggiati [43].

Affinché si producano tali effetti l’adesione deve essere depositata nel fascicolo informatico e contenere a pena di inammissibilità i seguenti dati [44]: l’indicazione del tribunale e i dati relativi all’azione cui il soggetto intende aderire; i dati identificativi dell’aderente e l’indirizzo pec al quale ricevere le comunicazioni; la determinazione dell’oggetto della domanda e l’esposizione dei fatti posti a fondamento dell’adesione; l’elenco dei documenti probatori offerti in allegazione; l’attestazione di veridicità dei dati e dei fatti esposti [45]; i dati necessari per l’accredito delle somme che verranno determinate dal giudice delegato [46]. Con la domanda, inoltre, l’aderen­te deve conferire al rappresentante comune nominato dal giudice, il potere di compiere nel suo interesse tutti gli atti di natura processuale e sostanziale relativi al diritto individuale omogeneo di cui è titolare [47].

Sul piano temporale la volontà di adesione può essere espressa non solo immediatamente do­po la dichiarazione di ammissibilità a norma dell’art. 840 quinquies, comma 1°, cod. proc. civ. (c.d. adesioni precoci), ma anche dopo la pronuncia della sentenza che accoglie l’azione nel merito a norma dell’art. 840 septies cod. proc. civ.

Sul piano processuale la posizione dell’aderente è peculiare. L’adesione non comporta l’assunzione della qualità di parte, né attribuisce la facoltà di compiere atti processuali[48]. A tenore dell’art. 840 quinquies, comma 1°, cod. proc. civ., il componente che ha manifestato la volontà di partecipare al giudizio collettivo, indipendentemente dal momento in cui ha deciso di aderire, può solo aver accesso al fascicolo informatico e ricevere tutte le comunicazioni della cancelleria[49].

Proprio in ragione di tale peculiare statuto l’adesione non consuma il diritto del singolo di agire nella sede ordinaria per l’accertamento dello stesso diritto. Al meccanismo del­l’opt-in e agli effetti dell’adesione (in specie, l’estensione potenziale del­l’ef­ficacia della sentenza), infatti, fa da pendant il potere di revoca contemplato dal­l’art. 840 undecies, comma 9° cod. proc. civ., a tenore del quale l’aderente può proporre l’azione individuale a condizione che la domanda di adesione sia revocata pri­ma che sia divenuto definitivo il decreto con cui il giudice delegato determina i diritti degli aderenti. La norma tende a privilegiare il diritto dell’aderente a non trovarsi vincolato da un provvedimento di cui non condivide il contenuto, ogniqualvolta la liquidazione effettuata in sede collettiva non abbia adeguatamente tenuto conto del danno sofferto, ovvero, quando il giudice delegato abbia rigettato la richiesta di adesione ritenendo il diritto vantato dall’aderente non omogeneo rispetto a quelli della classe[50].

5. La fase di trattazione e la decisione sul merito.

L’accertamento condotto nella fase di trattazione dipende dalla natura del soggetto che traina l’azione collettiva. Il giudizio di merito, più nel dettaglio, può assumere un duplice volto a seconda che il ricorrente sia un’istituzione rappresentativa o un singolo componente della classe [51].

Nel primo caso il tribunale si limita ad accertare che il resistente con la condotta addebitatagli ha leso diritti individuali omogenei [52]. Nel secondo caso il giudice provvede sulle domande risarcitorie o restitutorie proposte dal ricorrente [53].

Quando il processo è avviato ad iniziativa dell’ente la cognizione del giudice si concentra sulle questioni comuni alle posizioni sostanziali pregiudicate, le quali concernono essenzialmente la responsabilità del­l’impresa convenuta. Viceversa, quando il processo è diretto dal singolo componente si tratta di verificare non solo la sussistenza degli elementi comuni alla classe di danneggiati, ma di riscontrare quelle circostanze che hanno determinato la lesione nel singolo caso, indagando nel rapporto tra il ricorrente e la parte imprenditoriale.

Ai fini dell’accertamento il tribunale “procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione rilevanti in relazione all’oggetto del processo”. La formula, contenuta nel comma 2° dell’art. 840 quinquies cod. proc. civ., rievoca quella impiegata nell’art. 702 bis cod. proc. civ. e restituisce l’idea di una trattazione condotta senza vincoli formali, purché nel rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa, ma pur sempre a cognizione “piena ed esauriente”[54].

Ultimata l’istruttoria il tribunale accoglie o rigetta nel merito la domanda con una sentenza che deve essere inserita nell’area pubblica del portale telematico di cui all’art. 840 ter, comma 2°, entro quindici giorni dal deposito. Il provvedimento è impugnabile con l’appello nel solo termine semestrale, in applicazione dell’art. 327 cod. proc. civ., ciò al fine di consentire anche all’esito del processo collettivo lo sviluppo di trattative suscettibili di sfociare in un accordo stragiudiziale [55].

Legittimati all’esercizio del potere di impugnare sono esclusivamente il resistente e il proponente. Agli aderenti, che non hanno la qualità di parte, è concesso il rimedio della revocazione “quando ricorrono i presupposti pre­visti dall’art. 395 o quando la sentenza medesima è effetto della collusione tra le parti” (rimedio, quest’ultimo, corrispondente a quello di norma espe­ribile con l’opposizione di terzo revocatoria).

Quanto alla portata del provvedimento, quando il processo è avviato ad iniziativa di un ente e verte unicamente sulla condotta antigiuridica del­l’impresa, la sentenza ha natura di mero accertamento [56]: l’aspettativa risarcitoria o restitutoria di quanti hanno aderito all’azione (o vi aderiranno) si realizza nella terza fase processuale, allorché il giudice delegato di concerto con il rappresentante comune provvederà a determinare i crediti dei singoli danneggiati. Viceversa, quando il processo è trainato dal singolo componente la sentenza assume un contenuto condannatorio, poiché realizza immediatamente la tutela risarcitoria-restitutoria invocata dal ricorrente: egli consegue un titolo esecutivo individuale e le sorti del suo diritto si separano da quelle degli altri componenti della classe.

Riguardo, invece, alla latitudine soggettiva del provvedimento, la sentenza di accoglimento estende i propri effetti nei confronti della classe dei danneggiati a condizione, come si è visto, che i singoli componenti manifestino attraverso l’adesione la volontà di prender parte al procedimento collettivo. Il giudicato sfavorevole, su cui colpevolmente tace la norma, per converso, sembra avere una vincolatività inter partes, con la conseguenza che al ricorrente sarà preclusa la via dell’azione individuale sul medesimo oggetto e nei confronti della medesima impresa. Dubbia è l’estensione del provvedimento di rigetto anche agli aderenti “precoci”, cioè coloro che hanno espresso la volontà di adesione subito dopo la dichiarazione di ammissibilità [57]. L’aderente, infatti, non assume la qualità di parte (art. 840 quinquies, comma 1°, cod. proc. civ.), non può appellare (art 840 decies, comma 2°, cod. proc. civ.), ma soprattutto la sentenza che rigetta la domanda del proponente non investe il merito della sua pretesa (art. 840 quinquies, comma 1°). A ciò si aggiunga il potere di revocare l’adesione che gli consente di sottrarsi al giudicato collettivo e di affacciarsi nuovamente all’esercizio dell’azione individuale finché il decreto del giudice delegato non sia divenuto definitivo (art. 840 undecies, comma 9°, cod. proc. civ.) [58]. Sembra da preferire, dunque, una portata meno ampia per il giudicato di rigetto. Diversamente opinando, l’aderente potrebbe perdere interesse a prendere parte al processo in limine litis e scegliere piuttosto di attendere la pronuncia sul merito per valutare la sede più opportuna in cui esercitare le proprie pretese.

Sotto il profilo contenutistico il provvedimento di accoglimento si presenta complesso. Oltre ad accertare la lesione dei diritti individuali omogenei e a provvedere sulle domande risarcitorie e restitutorie del ricorrente (per l’ipotesi, si ribadisce, che a trainare l’azione ci sia un soggetto diverso da un’organizzazione o un’associazione), la sentenza definisce i caratteri dei diritti individuali omogenei, specificando gli elementi necessari per l’inclusione nella classe dei danneggiati. Il tribunale con il provvedimento provvede altresì alla nomina del giudice delegato deputato all’accertamento dei diritti degli aderenti e del c.d. rappresentante comune degli aderenti. Que­st’ultimo, selezionato tra i soggetti aventi i requisiti per la nomina di curatore fallimentare avrà il con il compito di predisporre un progetto dei diritti individuali dei singoli danneggiati o, alternativamente, di formulare uno schema di accordo transattivo con l’impresa. Inoltre, al fine di consentire al giudice delegato ed al rappresentante comune la determinazione delle som­me spettanti a ciascuno di essi, il tribunale stabilisce la documentazione che deve essere prodotta per fornire la prova della titolarità dei diritti di cui gli aderenti si dichiarano portatori ed il termine entro il quale coloro che non avevano già manifestato l’adesione possono partecipare al procedimento [59].

L’eventuale riforma in appello della sentenza di accoglimento comporterà la caducazione del processo di primo grado che, nelle more, sia proseguito per l’accertamento dei diritti degli aderenti. Nell’ipotesi opposta di riforma della sentenza di rigetto è plausibile che la procedura di adesione si debba svolgere davanti al giudice di appello [60].

6. L’accertamento dei diritti degli aderenti

Con la pronuncia della sentenza di merito la class action transita nella fase di accertamento dei diritti degli aderenti. La conduzione del subprocedimento è affidata al giudice delegato nominato dal tribunale che in sinergia con il rappresentante comune provvede alla determinazione dei singoli diritti risarcitori e restitutori convogliati nel giudizio con la domanda di adesione.

L’accertamento dei diritti individuali facenti capo agli aderenti avviene nel contraddittorio con il resistente. A norma dell’art. 840 octies, comma 1°, cod. proc. civ. l’impresa convenuta entro centoventi giorni dalla scadenza del termine fissato dal giudice per le adesioni deposita una memoria in cui prende posizione sui fatti posti a fondamento delle domande di adesione ed eccepisce i fatti estintivi, modificativi o impeditivi dei diritti fatti valere dai singoli danneggiati [61]. In linea con la previsione dell’art. 115, comma 2°, cod. proc. civ. (ma con l’introduzione significativa di un termine di preclusione) la disposizione precisa che i fatti dedotti ma non specificamente contestati dal resistente entro il suddetto termine si considerano ammessi.

Sul piano procedimentale, lo svolgimento di questa terza fase ricalca le fattezze del giudizio di accertamento dello stato passivo che segue alla dichiarazione di fallimento (og­gi, liquidazione giudiziale, artt. 203 ss. cod. della crisi di impresa) [62]. Invero, il rappresentante comune entro novanta giorni dalla scadenza del termine per il deposito della memoria difensiva del resistente, deposita un piano dei diritti individuali omogenei degli aderenti che rievoca il progetto di stato passivo elaborato dal curatore fallimentare sulla base dei crediti insinuati nella procedura concorsuale.

Al fine di predisporre il progetto il rappresentante verifica innanzitutto la tempestività e l’ammissibilità delle adesioni. Sotto il primo profilo accerta che la dichiarazione di adesione sia stata depositata nel portale telematico entro il termine perentorio stabilito dal tribunale con la sentenza di merito. Sotto il secondo profilo constata se l’istanza contenga tutti gli elementi richiesti dall’art. 840 septies, comma 2°, cod. proc. civ., se sia corredata della documentazione necessaria a comprovare l’esistenza dei crediti vantati e se i diritti di cui si chiede tutela siano omogenei, avuto riguardo ai caratteri indicati nella sentenza ai sensi dell’art. 840 sexies, comma 1°, lett. c), cod. proc. civ. [63]. Infine, tenuto conto delle difese svolte dal resistente al­l’interno della memoria difensiva e dei fatti posti a fondamento dell’adesio­ne, provvede alla esatta quantificazione delle somme o delle cose oggetto della domanda, rassegnando per ciascuno degli aderenti le sue motivate conclusioni. Ai fini della determinazione dei crediti insinuati nel procedimento collettivo il rappresentante può chiedere al tribunale di nominare uno o più esperti di particolare esperienza tecnica che lo assistano nella valutazione delle singole fattispecie [64]. Il compito demandato al rappresentante comune ed al consulente che eventualmente lo coadiuva è dunque quello di esaminare le questioni personali dei singoli danneggiati fino a quel momento rimaste fuori dal giudizio collettivo, per addivenire ad una quantificazione il più possibile aderente alla richiesta di tutela formulata con la domanda [65].

Proprio in un’ottica di effettività e di personalizzazione della tutela, il progetto viene comunicato agli aderenti e al resistente. Entrambi, nei trenta giorni successivi, possono formulare osservazioni scritte e produrre documenti integrativi. Il progetto viene così adeguato dal rappresentante comune alle difese delle parti e nuovamente depositato nel fascicolo informatico [66].

A decidere sulle domande dei danneggiati è il giudice delegato che vi provvede con decreto motivato (art. 840 octies, comma 5°, cod. proc. civ.). Se accoglie in tutto o in parte la domanda di adesione il g.d. condanna il resistente al pagamento delle somme o alla restituzione delle cose dovute a ciascun componente, oltre al pagamento di un’ulte­riore somma a titolo premiale in favore dell’avvocato che ha difeso il ricorrente. Con lo stesso decreto il giudice delegato condanna il resistente a corrispondere un importo a titolo di compenso anche al rappresentante comune, oltre al rimborso delle spese sostenute e documentate.

Contro il provvedimento può essere proposta opposizione con ricorso depositato presso la cancelleria del tribunale nel termine di trenta giorni dalla sua comunicazione [67]. Legittimati ad agire sono esclusivamente il rappresentante comune, il resistente e l’av­vocato del ricorrente, quest’ultimo però limitatamente al capo relativo alla condanna alle spese. L’opposizione è preclusa all’aderente, che tuttavia per espressa previsione dell’art. 840 undecies, comma 6°, cod. proc. civ. potrebbe intervenire nel procedimento alla stregua di “interessato”.

  1. L’esecuzione forzata collettiva

L’accoglimento della domanda dell’aderente apre la strada alla realizzazione effettiva dei crediti insinuati nella procedura: il soddisfacimento dei diritti dei danneggiati è rimesso all’adempimento spontaneo del resistente il quale può versare le somme dovute su un conto corrente intestato alla procedura [68]. Dopo il versamento degli importi il rappresentante comune predispone un piano di riparto mentre il giudice delegato, dal suo canto, ordina il pagamento in favore degli aderenti e dell’avvocato del ricorrente [69].

Le nuove norme, a dispetto di quanto accadeva nel rito previgente, prendono altresì in considerazione l’ipotesi che il resistente non adempia spontaneamente le obbligazioni contenute nel provvedimento ed affidano l’attuazione coattiva del decreto di cui all’art. 840 octies cod. proc. civ. al rappresentante comune degli aderenti. L’art. 840 terdecies cod. proc. civ. configura l’esecuzione come unitaria [70] ed esclude la possibilità di azionare il titolo esecutivo in forma individuale. Come in proposito rilevato, non si tratta di una esecuzione speciale, né di una esecuzione concorsuale, bensì di un’esecuzione di diritto comune che si discosta dal modello ordinario per una fondamentale peculiarità: la legittimazione ad agire in executivis spetta in maniera esclusiva al rappresentante comune il quale sta in giudizio con l’autorizzazione del giudice delegato sia per compiere i singoli atti esecutivi sia per proporre eventuali opposizioni (art. 840 terdecies, comma 5°, cod. proc. civ.) [71].

Al di là di tale profilo non sono riscontrabili divergenze ulteriori. All’e­secuzione forzata collettiva trovano pertanto applicazione le disposizioni contenute nel Libro III cod. pro. civ. Più nel dettaglio, l’iniziativa del rappresentante comune troverà sbocco nelle forme dell’espropriazione quan­do il credito degli aderenti è rappresentato da una somma di denaro, ovvero nelle forme dell’esecuzione in forma specifica quando gli aderenti vantano un diritto alla restituzione o alla consegna di un bene mobile.

Il regime che si è appena delineato non opera per i crediti del rappresentante comune e degli avvocati dei proponenti, i quali possono azionare individualmente il decreto di cui all’art. 840 octies cod. proc. civ. nelle parti in cui liquida loro il compenso per l’opera prestata nel procedimento collettivo (art. 840 terdecies, comma 3°, cod. proc. civ.) [72]. La legge è chiara nello stabilire che tali figure possono tutelare esecutivamente i rispettivi diritti anche al di fuori dell’esecuzione forzata collettiva, mediante intervento nel pignoramento da altri avviato sui beni del resistente, o per mezzo di un’autonoma azione esecutiva, potendo essi contare sul privilegio espressamente riconosciuto dall’art. 840 terdecies, comma 4°, cod. proc. civ. [73].

Della medesima autonomia gode il ricorrente. Come si è avuto modo di anticipare, quando l’azione di classe è proposta da un soggetto diverso da un ente rappresentativo, il tribunale condanna il resistente al pagamento o alle restituzioni in favore proponente. A quel punto le sorti del ricorrente si separano da quelle della classe: il ricorrente esce dalla scena processuale e con il titolo esecutivo di cui dispone può individualmente intraprendere l’esecuzione forzata [74].

8. Gli accordi transattivi e la chiusura della procedura di adesione

L’adempimento spontaneo del resistente così come l’esecuzione forzata collettiva realizzano concretamente i diritti di quanti hanno aderito. Nel­l’uno e nell’altro caso le ripartizioni effettuate dal rappresentante comune corrispondono al momento satisfattivo in cui culmina l’azione di classe (art. 840 quinquiesdecies, comma 1°, lett. a), cod. proc. civ.).

La legge, tuttavia, prefigura altri possibili esiti e prende in considerazione l’eventualità che il procedimento collettivo non giunga alla realizzazione integrale del diritto degli aderenti o vi giunga attraverso un canale alternativo.

L’art. 840 quinquiesdecies, comma 1°, lett. b), cod. proc. civ. prevede innanzitutto che il giudizio si chiuda anticipatamente quando “nel corso della procedura risulta che non è possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese degli aderenti, anche tenuto conto dei costi che è necessario sostenere” [75]. In questa ipotesi, come chiarisce il comma 3°, gli aderenti riacquistano l’esercizio delle azioni verso il debitore e sono liberi di intraprendere individualmente l’azione esecutiva per la parte non soddisfatta dei propri crediti [76].

L’art. 840 quaterdecies cod. proc. civ., invece, contempla la possibilità che gli aderenti concludano accordi con il resistente. La norma introduce una variante nel procedimento collettivo, aprendo le porte ad una definizio­ne transattiva delle posizioni individuali che si presenta come alternativa al­l’accertamento giudiziale dei crediti: si tratta di un esito che è particolarmente frequente nelle class actions d’oltreoceano. Nell’ottica di promuovere la composizione bonaria delle controversie seriali la norma individua due distinti momenti in cui è possibile concludere l’accordo: prima della pronuncia della sentenza e durante la procedura di adesione.

Prima della sentenza il compito di favorire la conciliazione è demandato al giudice che decide sul merito. In un arco temporale piuttosto ampio che va dalla fase di ammissibilità all’udienza di discussione orale della causa [77], il tribunale può formulare una proposta transattiva o conciliativa [78], “avuto riguardo al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto” [79]. La proposta e il successivo accordo sono inseriti nel portale dei servizi telematici e comunicati a ciascun aderente al recapito indicato nella domanda. In questa fase la proposta è essenzialmente rivolta al ricorrente, non avendo gli aderenti la qualità di parte [80]. Gli aderenti, tuttavia, possono accedere all’accordo concluso con il resistente mediante dichiarazione depositata nel fascicolo informatico nel termine indicato dal giudice. Le sorti del procedimento collettivo dopo l’accordo concluso con il resistente dovrebbero essere regolate dall’art. 840 bis, comma 6°, cod. proc. civ., laddove si stabilisce che nel caso in cui, a seguito di accordi transattivi o conciliativi intercorsi con il resistente, vengano a mancare in tutto le parti ricorrenti, il processo collettivo si estingue se almeno uno degli aderenti non si costituisce in giudizio nel termine perentorio fissato dal giudice [81].

Dopo la sentenza di merito, invece, il ruolo di conciliatore è svolto dal rappresentante comune il quale può predisporre nell’interesse degli aderenti uno schema di accordo transattivo. Lo schema è inserito nell’area pubblica del portale telematico ed è comunicato a ciascun aderente. Questa volta l’accordo vincola automaticamente la classe, a meno che gli aderenti non formulino osservazioni entro quindici giorni dalla trasmissione della proposta, secondo un meccanismo che si orienta verso un sistema di opt-out. Il silenzio ha valore di consenso alla definizione conciliativa, poiché se gli aderenti non esprimono rilievi “lo schema si considera non contestato” [82]. Nei trenta giorni successivi il giudice autorizza il rappresentante comune alla stipula dell’accordo [83], tuttavia, si ritiene che l’aderente che ha mosso contestazioni possa privare il rappresentante del potere di stipulare l’accordo [84].

** Per quanto frutto di una riflessione congiunta sul tema dei procedimenti collettivi, i §§ 1, 2, 3, sono da attribuirsi a Maria Laura Guarnieri, i §§ 4, 5, 6, 7, 8, sono da attribuirsi a Ulisse Corea.

[1] Le modalità di accesso al portale, di adesione e di consultazione del fascicolo telematico sono chiarite da un vademecum reso pubblico dal Ministero e disponibile su: https://pst.giustizia.it/PST/it/pst_26_1.wp?previousPage=pst_3_1&contentId=DOC9099

[2] Negli artt. 840 bis/840 quinquiesdecies cod. proc. civ. è contenuta la disciplina dell’azione di classe. Nell’art. 840 sexiesdecies cod. proc. civ. è racchiusa la disciplina dell’azione inibitoria collettiva. La nuova disciplina trova applicazione agli illeciti commessi dopo la sua entrata in vigore. Le azioni di classe introdotte dopo il 19 maggio 2021, ma relative a condotte poste in essere anteriormente a tale data, rimangono attratte dalla disciplina contenuta nell’art. 140 bis cod. cons., sebbene la disposizione sia stata formalmente abrogata dal legislatore, unitamente agli artt. 139 e 140 cod. cons.

[3] Sulle novità della riforma si v. D. Amadei, Nuova azione di classe e procedimenti collettivi nel codice di procedura civile (l. 12 aprile 2019, n. 31), in Nuove leggi civ. comm., 2019, 5, p. 1049 ss.; Id., La class action riformata – La conciliazione collettiva nelle nuove azioni di classe ed inibitoria, in Giur. it., 2019, 10, p. 2297 ss.; M. Bove, La class action riformata – L’aderente, in Giur. it., 2019, 10, p. 2297 ss.; A. Carratta, La class action riformata – I nuovi procedimenti collettivi, in Giur. it., 2019, 10, p. 2297 ss.; G. Caruso, La nuova azione di classe: una peinture d’im­pression, in www.judicium.it; C. Consolo, L’azione di classe, trifasica, infine inserita nel c.p.c., in Riv. dir. proc., 2020, 2, p. 714 ss.; Id., La terza edizione della azione di classe è legge ed entra nel c.p.c. Uno sguardo di insieme ad una amplissima disciplina, in Corr. giur., 2019, 6, p. 737 ss.; F. Cossignani, La class action riformata – L’ammissibilità della domanda nell’azione di classe, in Giur. it., 2019, 10, p. 2297 ss.; P. Farina, La riforma della disciplina dell’azione di classe e l’e­se­cuzione forzata collettiva, in Esecuz. Forz., 2019, 3, p. 654 ss.; A. Giussani, La class action riformata – La fase di determinazione del quantum nella nuova azione di classe, in Giur. It., 2019, 10, p. 2297 ss.; Id., La riforma dell’azione di classe, in Riv. dir. proc., 2019, 6, p. 1572 ss.; A. Mengali, La class action riformata – La fase istruttoria nella nuova azione di classe, in Giur. it., 2019, 10, p. 2297 ss.; I. Pagni, La class action riformata – L’azione inibitoria collettiva, in Giur. it., 2019, 10, p. 2297 ss.; B. Sassani, (a cura di), Class action. Commento sistematico alla legge 12 aprile 2019, n. 31, Pacini, Pisa, 2019; I. Speziale, La nuova azione di classe: riflessioni critiche sulla riforma, in Corr. giur., 2020, 7, p. 963 ss.; M. Stella, La nuova azione inibitoria collettiva ex art. 840 sexiesdecies c.p.c. Tra tradizione e promesse di deterrenza, in Corr. giur., 2019, 12, p. 1453 ss.

[4] Per ulteriori approfondimenti in merito alla natura interessi individuali protetti dall’azione risarcitoria così come introdotta nel 2007 si consenta di rinviare a M.L. Guarnieri, L’azione collettiva risarcitoria e restitutoria (Legge n. 244 del 2007, art. 2, comma 446), in V. Rizzo, E. Caterini, L. Di Nella e L. Mezzasoma (a cura di), La tutela del consumatore nelle posizioni di debito e credito, Esi, Napoli, 2010, p. 634 ss. Sulla portata della nozione a seguito delle modifiche introdotte dalla l. 99/2009, v. quantomeno le posizioni di M. Bove, La trattazione nel processo di classe, in Giusto proc. civ., 2011, p. 93; C. Consolo, Come cambia, rivelando ormai a tutti e in pieno il suo volto, l’art. 140-bis e la class action consumeristica, in Corr. giur., 2009, p. 1300; G. Conte, I «diritti individuali omogenei» nella disciplina dell’azione di classe, in Riv. dir. civ., 2011, p. 616. In giurisprudenza ex multis: Trib. Milano, 9 dicembre 2013, in Foro it., 2014, I, p. 590; App. Milano, 3 maggio 2014, in Foro it., 2014, I, p. 1619; App. Torino, 17 dicembre 2015, in Foro it., 2016, I, p. 1017; Trib. Venezia, 12 gennaio 2016, in Foro it., 2016, I, p. 1017; Trib. Venezia, 25 maggio 2017, in Redazione Giuffrè, p. 2017.

[5] Ne danno conferma: C. Petrillo, Situazioni soggettive implicate, in B. Sassani (a cura di), Class action, Commento sistematico alla legge 12 aprile 2019, n. 31, Pacini, Pisa, 2019, p. 60 e R. Donzelli, L’ambito di applicazione e la legittimazione ad agire, in B. Sassani (a cura di), Class action, Commento sistematico alla legge 12 aprile 2019, n. 31, Pacini, Pisa, 2019, p. 22.

[6] Nella nuova disciplina le questioni personali dei singoli danneggiati fanno ingresso nel procedimento collettivo in una fase avanzata. Per approfondimenti sul punto si v. infra nei paragrafi successivi.

[7] R. Donzelli, L’ambito di applicazione, cit., p. 11.

[8] I primi commentatori ritengono che la locuzione “impresa” potrebbe sacrificare l’operatività dell’azione di classe. A rigore, infatti, dovrebbe escludersi la praticabilità del rimedio nelle fattispecie in cui la controversia insorga tra consumatori e soggetti considerati professionisti ai sensi dell’art. 3 cod. cons., i quali non rientrano tra i legittimati passivi individuati dal codice di procedura civile (Sul punto si v. le riflessioni di R. Donzelli, L’ambito di applicazione, cit., p. 8). Una lettura più ragionevole della disposizione dovrebbe indurre ad adottare una interpretazione elastica del termine “impresa”, capace di includere anche la figura del professionista, come peraltro avviene già ad altri fini e in altri settori (in questo senso D. Amadei, Nuova azione di classe, cit., § 3, R. Donzelli, ivi, p. 10; C. Consolo, L’azione di classe trifasica, cit., p. 724, il quale osserva come l’azione di classe contro i professionisti prevista dall’art. 66 cod. cons. non sia stata fatta oggetto di abrogazione, nonostante si trovi oggi, in conseguenza della riforma che ha travolto la terna degli artt. 139, 140 e 140 bis cod. cons, a non avere una propria disciplina: lacuna che il legislatore sarà tenuto a colmare, eventualmente con una ultrattività dell’art. 140 bis medesimo).

[9] Si pensi alle aziende di trasporto pubblico, alle società che somministrano energia elettrica o che curano i servizi idrici secondo qualificazioni di diritto amministrativo sostanziale.

[10] Cfr. il comma 3° dell’art. 840 bis, cod. proc. civ., nella parte in cui si fa riferimento ad “atti e comportamenti posti in essere nello svolgimento delle loro rispettive attività”.

[11] Art. 840 bis, comma 1°, cod. proc. civ.

[12] Sotto questo profilo la class action italiana si avvicina al modello statunitense. Il singolo componente agisce oltre che per sé stesso, in rappresentanza e per conto dell’intera classe, senza bisogno del conferimento di un mandato (sulle caratteristiche della class action americana si v. S. Menchini, Le azioni seriali, Esi, Napoli, 2008, p. 70 ss.).

[13] Ad avviso di R. Donzelli, L’ambito di applicazione, cit., p. 38, quando è il singolo componente ad agire nell’interesse della classe la sua legittimazione è fondata su un rapporto di “rappresentanza ideologica”.

[14] Come si avrà modo di vedere a breve, è solo con riferimento alla legittimazione degli enti esponenziali che si può parlare di necessità del procedimento collettivo. Quando infatti l’azione è intrapresa da un’organizzazione o da una associazione iscritta nell’elenco ministeriale, la sede collettiva è l’unica in cui la tutela di classe può trovare espressione (così F. Auletta, Diritto giudiziario civile, Zanichelli, Bologna, 2020, p. 216).

[15] Cfr. F. Auletta, ibidem.

[16] Secondo C. Petrillo, Situazioni soggettive implicate, cit. p. 48, si tratta di una situazione giuridica “di non facile individuazione”. Sul punto, v. anche le considerazioni svolte infra all’interno del paragrafo dedicato alla legittimazione ad agire.

[17] Secondo la ricostruzione di C. Petrillo, op. ult. cit., p. 45, l’azione di classe in questi casi ha ad oggetto “un solo segmento del diritto individuale omogeneo”.

[18] Sulla natura della decisione si rimanda alle riflessioni svolte nei paragrafi successivi.

[19] Si consenta di rinviare sul punto a M.L. Guarnieri, Note a prima lettura sull’art. 840-bis c.p.c., in www.judicium.it.

[20] Così si esprimeva M. Bove, L’oggetto del processo collettivo, dall’azione inibitoria all’a­zione risarcitoria, in Il giusto processo civile, 2008, p. 3, in relazione alla legittimazione dell’attore collettivo nella formulazione originaria dell’art. 140 bis cod. cons. Diverso è il tenore dell’art. 140-bis cod. cons. nel testo risultante dalle modifiche apportate nel 2012, dove la legittimazione dell’ente esponenziale si spiega in termini di rappresentanza processuale volontaria, in ragione del mandato conferito dal singolo consumatore all’associazione cui partecipa.

[21] Condivide la ricostruzione C. Petrillo, Situazioni soggettive implicate, cit., p. 45.

[22] C. Petrillo, op. ult. cit., p. 51. Come scrive l’autrice, “se rispetto all’art. 140 bis cod. cons., è stato eliminato qualsiasi esplicito riferimento alla tutela degli interessi collettivi, a mezzo di questa azione è sempre e comunque tutelato quello che possiamo chiamare il minimo comune denominatore dei diritti individuali omogenei, che consiste nell’interesse della collettività all’accertamento della responsabilità del resistente”.

[23] Viene in tal modo superata la previsione di un foro speciale contenuta nell’art. 140 bis cod. cons. La competenza della sezione specializzata deve ritenersi inderogabile. Non è specificato, tuttavia, se la sede del resistente rimandi al concetto di sede legale o al foro generale delle persone giuridiche di cui all’art. 19 c.p.c. (C. Consolo, L’azione di classe trifasica, cit., p. 726).

[24] Dunque, si deve ritenere, verosimilmente ancor prima di essere notificato alla controparte secondo il meccanismo del procedimento sommario prescelto. La finalità della pubblicazione è, da un lato, volta a informare i possibili interessati della possibilità di aderire all’azione di classe secondo il sistema dell’opt-in (sebbene si possa aderire anche a seguito della pubblicazione della eventuale ordinanza di ammissibilità), dall’altro, e soprattutto, quella di coordinare l’iniziativa del proponente con quella che potrebbe essere assunta da altri in un momento successivo. In proposito l’art. 840 quater cod. proc. civ. prevede che decorsi sessanta giorni dalla pubblicazione del ricorso sul portale non possano essere proposte ulteriori azioni, mentre quelle proposte nei sessanta giorni dal deposito vengono riunite alla prima. È evidente in questa porzione di norma l’intenzione di assicurare la trattazione congiunta delle domande basate sui medesimi fatti ed introdotte nei confronti del medesimo resistente, onde evitare il proliferare di procedimenti collettivi sugli stessi diritti seriali. Nondimeno, D. Amadei, Nuova azione di classe, cit., p. 2324 ss., esprime perplessità per la scelta di rendere pubblico il ricorso prima ancora della instaurazione del contraddittorio. L’atto introduttivo, infatti, compare nell’area pubblica del portale senza un previo filtro sull’ammissibilità della domanda, con il rischio di esporre l’impresa convenuta al pregiudizio derivante dalla diffusione di notizie relative ad azioni pretestuose o infondate. Il rilievo è condivisibile, specie se si consideri che non è prevista una analoga misura di pubblicità per la memoria difensiva del resistente (C. Consolo, op. ult. cit., p. 727).

[25] Si tratta, invero, di un procedimento del tutto ibrido. In senso critico D. Amadei, op. ult. cit., p. 2324 ss., le cui riserve sono legate alla complessità del contenzioso seriale ed alla difficoltà di imbrigliare la pluralità di adesioni entro gli schemi di un’istruttoria sommaria.

[26]  Secondo A.D. De Santis, Il procedimento, in B. Sassani (a cura di), Class action, Commento sistematico alla legge 12 aprile 2019, n. 31, Pacini, Pisa, 2019, p. 92, potranno costituire nucleo controverso della lite e consueto oggetto del giudizio di manifesta infondatezza le conseguenze giuridiche dei fatti posti a fondamento della responsabilità e la loro eventuale qualificazione.

[27] V. infra nel testo immediatamente successivo.

[28] Secondo G. Caruso, La nuova azione di classe: una peinture d’impression, cit., p. 8, la infondatezza deve emergere ictu oculi dagli atti di causa.

[29] Così A.D. De Santis, Il procedimento, cit., p. 96. È bene precisare a riguardo che l’ammissibilità della domanda non dovrà misurarsi sul numero di possibili adesioni. Il ricorrente, piuttosto, dovrà dimostrare che la condotta posta in essere dall’impresa è potenzialmente idonea a determinare il danno in una classe di soggetti più o meno ampia (in termini analoghi R. Donzelli, L’ambito di applicazione, cit., p. 24).

[30] Cfr. art. 840 quinquies, comma 1°, cod. proc. civ.

[31] C. Petrillo, Situazioni soggettive implicate, cit., p. 46; G. Caruso, La nuova azione di classe: una peinture d’impression, cit., p. 8.

[32] Di avviso analogo A. D. Santis, Il procedimento, cit., p. 98.

[33] Cfr. R. Donzelli, La tutela giurisdizionale degli interessi collettivi, Jovene, Napoli, 2008, p. 856.

[34] Si v. per tutti B. Sassani, Lineamenti del processo civile italiano, Milano 2020, p. 966.

[35] C. Consolo, L’azione di classe trifasica, cit., nt. 19. La soluzione d’altra parte è coerente con gli approdi della Cassazione la quale ha escluso tout court la ricorribilità in cassazione dell’ordinanza di inammissibilità dell’azione di classe. Critici sul punto B. Sassani, Lineamenti, cit., p. 966 e A.D. De Santis, Il procedimento, cit., p. 103 il quale auspica una revisione dell’orientamento giurisprudenziale di modo da assicurare un controllo di legittimità sul diritto (processuale) alla veicolabilità della pretesa risarcitoria con le forme dell’azione di classe. Perplessità sono manifestate sul punto anche da C. Petrillo, Situazioni soggettive implicate, cit., p. 47 s., la quale richiama gli insegnamenti della Corte cost., sent. 23 giugno 1994, n. 253.

[36] Cfr. Cass. civ., Sez. un., 26 ottobre 2017.

[37] Secondo la dottrina i termini per la riassunzione devono essere indicati dalla corte d’ap­pello nel provvedimento che definisce il reclamo.

[38] A norma del comma 5° dell’art. 840 bis è esclusa la partecipazione dei danneggiati con le modalità previste dall’art. 105 cod. proc. civ. (sia nella fase di ammissibilità sia nella fase di merito).

[39] L’effetto espansivo del giudicato (sui limiti di questo si v. quanto si dirà infra nel testo) richiama la radice comparatistica dell’azione risarcitoria, sebbene per le modalità con le quali l’istitu­to dell’adesione è concepito la class action italiana si allontani significativamente dal suo archetipo. Le class action statunitensi, invero, si reggono sul meccanismo di opt-out, di conseguenza i danneggiati vengono automaticamente assorbiti dall’esercizio dell’azione e rimangono esposti agli effetti del giudicato se non manifestano la volontà di estromettersi dal procedimento. Tra gli autori che si sono occupati delle differenze tra azione di classe e azione collettiva si segnalano tra gli altri: C. Consolo, M. Bona e P. Buzzelli, Obiettivo Class Action, cit., p. 1 ss.; C. Consolo, È legge una disposizione sull’azione collettiva risarcitoria: si è scelta la via svedese dello opt-in anziché quella danese dello opt-out e il filtro (“L’inutil precauzione”), in Corr. giur. 2008, 1, p. 5 ss.; S. Deplano, La disciplina dell’azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori: profili applicativi ed aspetti critici, in Il giusto processo civile, 2008, 3, p. 859 ss.

[40] A norma dell’art. 840 septies, comma 6°, cod. proc. civ., la domanda di adesione produce gli effetti della domanda giudiziale, di conseguenza è idonea ad interrompere la prescrizione e a determinare la litispendenza.

[41] Cfr. art. 840 quaterdecies, comma 1°, cod. proc. civ.

[42] Cfr. art. 840 quaterdecies, comma 2°, cod. proc. civ.

[43] Cfr. art. 840 terdecies, cod. proc. civ.

[44] Secondo quanto prescrive l’art. 840 septies, comma 7°, cod. proc. civ., la domanda deve essere presentata su un modulo conforme al modello approvato con decreto del Ministero della giustizia.

[45] La cui introduzione deve far pensare ad un accresciuto onere della parte di lealtà e probità, sottoposto peraltro a sanzione penale.

[46] Sulle conseguenze che produce la dichiarazione di inammissibilità della domanda dell’a­derente, cfr. C. Consolo, La class action trifasica, cit., p. 714 ss.

[47] Cfr. art. 840 septies, commi 1° e 2°, cod. proc. civ. Con le stesse modalità telematiche l’aderente deve inserire nel fascicolo la documentazione necessaria a comprovare l’esistenza del proprio diritto. Sotto questo profilo si evidenzia la presenza di una preclusione a carico degli aderenti, i quali possono dimostrare l’esistenza dei diritti risarcitori e restitutori esclusivamente a mezzo di prova documentale (A. Carratta, La class action riformata, cit., p. 2297 ss.)

[48] La dottrina sin dagli esordi dell’azione di classe nel nostro ordinamento esclude facoltà processuali in capo all’aderente. Si v. per tutti: S. Menchini, La nuova azione collettiva risarcitoria e restitutoria, in Il giusto processo civile, 2008, 1, p. 59; C. Consolo, in Obiettivo class action, cit., p. 184; M.C. Giorgetti, Il principio di variabilità nell’oggetto del giudizio, Giappichelli, Torino, 2008, p. 91. Lo precisa anche R. Fratini, L’adesione, in B. Sassani (a cura di), Class action, Commento sistematico alla legge 12 aprile 2019, n. 31, Pacini, Pisa, 2019, p. 126.

[49] Secondo M. Bove, La class action riformata, cit., p. 2303 ss., “l’aderente … nella prima fase non ha poteri di allegazione e prova, né in riferimento alla causa comune né in riferimento al suo credito”. L’adesione attribuirebbe in questa fase “solo un diritto di controllo”, vincolando tuttavia l’aderente alla sentenza quale che sia il suo esito, di accoglimento o di rigetto, sicché non si spiegherebbero le ragioni che dovrebbero spingere un potenziale interessato ad aderire al procedimento prima della pronuncia della sentenza. Ma sul punto della efficacia soggettiva del giudicato si v. infra.

[50] R. Fratini, op. ult. cit., p. 139.

[51] Il tema dell’oggetto del processo collettivo è affrontato da C. Petrillo, Situazioni soggettive implicate, cit., p. 58 ss.

[52] Cfr. art. 840 sexies, comma 1°, lett. b), cod. proc. civ.

[53] Cfr. art. 840 sexies, comma 1°, lett. a), cod. proc. civ.

[54] Nell’ambito dell’istruttoria tipica del rito sommario di cognizione l’art. 840 quinquies cod. proc. civ. prevede espressamente il potere del giudice di nominare un consulente tecnico, di fare ricorso a presunzioni e dati statistici, di formulare al resistente un ordine di esibizione. In questa fase non va sottaciuta l’importanza dell’art. 840 ter, comma 3°, cod. proc. civ., che prende in considerazione i riflessi che possono avere sul procedimento collettivo l’istruttoria in corso davanti ad una autorità indipendente[54] e la pendenza di un giudizio amministrativo. La norma prevede che le conclusioni raggiunte nella sede amministrativa e in quella giudiziale possano corroborare la valutazione sulla manifesta (in)fondatezza della domanda o, addirittura, determinare il giudizio sul merito dell’azione di classe. Il d.lgs. 3/2017 che recepisce la direttiva antitrust private enforcement, le cui disposizioni sono espressamente fatte salve dall’art. 840 ter cod. proc. civ., consente, infatti, al giudice civile non solo di affacciarsi ai contenuti del fascicolo amministrativo, ma di ritenere definitivamente accertata la violazione del diritto della concorrenza constatata da una decisione dell’autorità garante, con l’effetto di influenzare l’accertamento della responsabilità dell’impresa nella sede collettiva in senso favorevole ai danneggiati.

[55] L’art. 840 decies, comma 2°, cod. proc. civ. esclude l’applicazione dell’art. 325 cod. proc. civ., di conseguenza perde rilevanza la notificazione ed il termine lungo per impugnare decorre dalla pubblicazione della sentenza sul portale telematico (così B. Sassani, Lineamenti, cit., p. 972; C. Consolo, L’azione di classe trifasica, cit., p. 733). Se si ritiene che il richiamo al rito sommario di cognizione sia limitato al primo grado, il giudizio di appello dovrebbe svolgersi, salvo quanto detto sul termine, in via ordinaria (F. Auletta, Diritto giudiziario civile, cit., p. 227).

[56] Così pure P. Farina, La riforma della disciplina dell’azione di classe, cit., p. 654 ss. e I. Speziale, La nuova azione di classe, cit., p. 963 ss. Si v. in particolare, C. Caruso, La nuova azione di classe, cit., p. 13, il quale sulla scorta della riflessione di A. Giussani, La riforma dell’azione di classe, cit., p. 1587, la definisce una condanna generica, inidonea all’iscrizione di ipoteca giudiziale. Al contrario A.D. De Santis, Il procedimento, cit., p. 119 parla di “sentenza su questioni comuni”, diversa dalla sentenza di condanna generica, proprio per la sua inidoneità all’iscrizione di ipoteca. Dal suo canto, C. Consolo, La terza edizione della azione di classe è legge ed entra nel c.p.c., cit., § 3 la definisce un ibrido, “poiché ad essa non segue una sentenza definitiva, e poiché ad essa non possono applicarsi le regole della riserva di impugnazione di cui all’art. 340 c.p.c.”.

[57] A.D. De Santis, op. ult. cit., p. 119, propende per il carattere vincolante del giudicato di rigetto anche nei confronti dell’aderente tempestivo; così anche A. Carratta, La class action riformata, cit., p. 2300; M. Bove, La class action riformata, cit., p. 2297 ss.; C. Consolo, L’azione di classe trifasica, cit., p. 732. Di diverso avviso C. Petrillo, Situazioni sostanziali implicate, cit., p. 53 ss.

[58] In tal senso, B. Sassani, Lineamenti, cit., p. 970; C. Petrillo, Situazioni soggettive implicate, cit., p. 54 ss.

[59] La sentenza fissa anche l’importo che ciascun aderente dovrà versare quale “fondo spese” per l’esercizio dell’azione collettiva, a pena di inefficacia dell’adesione.

[60] C. Consolo, L’azione di classe trifasica, cit., p. 735.

[61] Cfr. art. 840 octies cod. proc. civ.

[62] I. Speziale, La nuova azione di classe, cit., p. 963 ss., P. Farina, La riforma della disciplina dell’azione di classe, cit., p. 654.

[63] Si tratterà in concreto di verificare se i diritti al risarcimento ed alle restituzioni derivino dal medesimo illecito con attitudine plurioffensiva e se vi sia identità di nesso causale tra condotta lesiva ed evento lamentato dal singolo.

[64] Cfr. art. 840 octies, comma 2°, cod. proc. civ., seconda parte.

[65] Così pure C. Petrillo, Situazioni soggettive implicate, cit., p. 61.

[66] Il rappresentante comune ha sessanta giorni decorrenti dalla scadenza del termine previsto per il deposito di osservazioni e documenti per apportare eventuali variazioni al progetto (art. 840 octies, comma 4°, cod. proc. civ.).

[67] A norma dell’art. 840 undecies cod. proc. civ. il ricorso deve contenere: a) l’indicazione del tribunale competente; b) le generalità del ricorrente e l’elezione del domicilio nel comune in cui ha sede il giudice adito; c) l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto su cui si basa l’opposizione, con le relative conclusioni. Nei cinque giorni successivi al deposito dell’atto introduttivo il presidente designa il relatore e fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti entro quaranta giorni dal deposito. Entro trenta giorni dall’udienza di comparizione delle parti il tribunale decide l’opposizione con decreto motivato, confermando, modificando o revocando il provvedimento impugnato. Nel giudizio non sono ammessi nuovi mezzi di prova.

[68] Cfr. art. 840 duodecies cod. proc. civ.

[69] Anche il piano di riparto può essere contestato dal rappresentante comune, dal debitore e dagli avvocati del ricorrente mediante opposizione da proporsi a norma dell’art. 840 undecies. Avverso il nuovo decreto emesso dal tribunale dovrebbe ritenersi proponibile il ricorso straordinario per cassazione da parte del resistente o del rappresentante comune, ma non dall’aderente, posto che esso può ancora proporre azione individuale là dove revochi la propria adesione “prima che il decreto sia divenuto definitivo nei suoi confronti” (ult. comma).

[70] B. Sassani, Lineamenti, cit., p. 975.

[71] Vi è chi ritiene che l’autorizzazione del giudice delegato sia necessaria anche per proporre eventuali interventi in forza del decreto di cui all’art. 840 octies all’interno di procedure esecutive da altri intraprese nei confronti del resistente. Così P. Farina, La riforma della disciplina dell’a­zione di classe, cit., p. 654 ss., la quale argomenta sulla scorta del disposto del comma 5° dell’art. 840 terdecies cod. proc. civ.

[72] Ad avviso di P. Farina, op. ult. cit., p. 654 ss. dovrebbero essere esclusi dal regime processuale che si è delineato anche gli accordi raggiunti nel corso del procedimento collettivo a norma dell’art. 840 quaterdecies, commi 1° e 2°, cod. proc. civ.

[73] Il privilegio assiste i crediti del rappresentante comune e dei difensori sia nell’esecuzione forzata collettiva, sia in una eventuale espropriazione individuale (P. Farina, La riforma della disciplina dell’azione di classe, cit., p. 654 ss.).

[74] Cfr. art. 840 sexies, comma 1°, lett. a), cod. proc. civ.

[75] La chiusura della procedura è dichiarata con decreto motivato reclamabile a norma del­l’art. 840 undiecies cod. proc. civ.

[76] Così C. Consolo, L’azione di classe trifasica, cit., p. 715 ss.

[77] Vi è chi ritiene che l’accordo transattivo possa essere concluso anche durante la fase preliminare di ammissibilità, dal momento che in questa fase si controverte anche sulla fondatezza dell’azione (così G. Finocchiaro, Non solo proposte “transattive” anche “conciliative”, in Guida al dir., 2019, 23, p. 62).

[78] L’art. 840 quaterdecies impiega entrambe le espressioni. Come rileva D. Amadei, La class action riformata, cit., p. 2297, nt. 1, l’uso dell’aggettivo conciliativa mira a favorire la definizione bonaria della lite anche quando non ci siano i presupposti per concludere una transazione.

[79] I criteri su cui si basa il tribunale per formulare la proposta rievocano quelli richiamati nel testo dell’art. 185 bis cod. proc. civ. La dottrina, tuttavia, esprime perplessità per il riferimento contenuto nella norma alle sole questioni di diritto. Secondo D. Amadei, La class action riformata, cit., p. 2297 ss, il rischio è che il giudice consideri prevalenti le questioni di fatto, spesso complesse, per impedire la conciliazione.

[80] Cfr. D. Amadei, op. ult. cit., p. 2297.

[81] Condivide tale assunto C. Consolo, La class action riformata, cit., §. 5. Contra D. Amadei, op. ult. cit., p. 2297 ss. il quale sostiene vi sia una differenza tra gli accordi richiamati dall’art. 840 bis cod. proc. civ. e gli accordi disciplinati nell’art. 840 quaterdecies cod. proc. civ. I primi sarebbero accordi individuali, tra ricorrente e resistente, i secondi sarebbero espressione di una conciliazione collettiva, in quanto tali, sottratti alla regola dell’art. 840 bis, comma 5°, cod. proc. civ.

[82]  Si giustifica dunque una “presunzione di adesione all’accordo” nello schema predisposto dal rappresentante (In questi termini C. Consolo, op. ult. cit., cit., § 5).

[83] Il sindacato giudiziale dovrebbe limitarsi alla mera legittimità dell’accordo, senza poter entrare nel merito di valutazioni di convenienza spettanti agli interessati.

[84] In tal senso, seppur criticamente, D. Amadei, La class action riformata, cit., p. 2297 ss. Rispetto a questa ipotesi si pone altresì il tema della valenza del giudicato sull’accertamento della responsabilità dell’impresa nel successivo giudizio individuale intentato dal singolo componente che abbia revocato l’adesione, non essendo tecnicamente “parte” del giudizio in cui è stata emessa la sentenza (F. Auletta, Diritto giudiziario civile, cit., p. 227).