La Corte costituzionale e i nuovi (più ampi) confini del mutamento di rito nel procedimento sommario di cognizione

Di Paola Licci -

L’art. 702 ter c.p.c. non supera l’esame della Consulta che ne dichiara l’illegittimità costituzionale nella parte in cui non prevede che, qualora con domanda riconvenzionale sia proposta una causa pregiudiziale a quella oggetto del ricorso principale, e la stessa rientri tra quelle in cui il tribunale giudica in composizione collegiale, il giudice adito possa disporre il mutamento del rito.

La questione origina da una causa nella quale era stata proposta con ricorso sommario ex art. 702 bis c.p.c., in via principale, domanda di restituzione da parte degli eredi del bene disposto dal de cuius con testamento olografo e, in via riconvenzionale, dal convenuto, domanda di accertamento della nullità del predetto testamento. Così, mentre la domanda principale poteva rientrare, in base alla libera scelta dei ricorrenti, nell’ambito di applicazione del rito sommario, poiché causa «in cui il tribunale giudica in composizione monocratica», quella riconvenzionale, da attribuirsi al tribunale in composizione collegiale in base all’art. 50 bis c.p.c., non era assoggettabile al procedimento degli artt. 702 bis ss. c.p.c. Pertanto, ai sensi dell’art. 702 ter c.p.c., essendo la riconvenzionale non indicata tra le cause trattabili con il rito sommario, essa doveva essere dichiarata inammissibile.

Il tribunale rimettente osservava però che la soluzione legislativa collide con il principio di ragionevolezza dell’art. 3 cost. oltre che con il diritto d’azione dell’art. 24 cost., sicchè sottoponeva alla Consulta la questione di legittimità costituzionale dell’art. 702 ter c.p.c. proprio nella parte in cui impone la dichiarazione di inammissibilità della riconvenzionale implicante accertamento incidentale, quando non rientrante nell’ambito applicativo del rito sommario.

La Corte ritiene fondata la questione e, in particolare, osserva che la disposizione censurata determina una violazione del principio di ragionevolezza nella parte in cui ammette il mutamento del rito – da sommario ad ordinario – della domanda principale proposta nelle forme dell’art. 702 bis c.p.c. connessa ad una causa pregiudiziale promossa davanti ad altro giudice, mentre impone la dichiarazione di inammissibilità della seconda quando entrambe le domande siano proposte davanti al giudice del rito sommario e la causa connessa non rientri nell’ambito applicativo del rito (si veda Cass. 2 gennaio 2012, n. 3, in Giusto Proc. Civ, 2012, 157con nota di Trisorio Liuzzi, Il procedimento sommario di cognizione e la sospensione per pregiudizialità; in Giur. it., 2012, 2326, con nota di Cossignani Della sospensione per pregiudizialità del procedimento sommario di cognizione e in Riv. dir. proc., 2013, 214, con nota di Neri, Sulla presunta illegittimità  dell’adozione del provvedimento di sospensione nell’ambito del procedimento sommario di cognizione, a mente della quale il giudice del procedimento sommario non può sospendere il corso della prima causa ai sensi dell’art. 295 c.p.c. ma deve mutare il rito fissando l’udienza di cui all’art. 183 c.p.c., applicando così le regole di connessione).

In altri termini, mentre il simultaneus processus viene garantito quando le cause siano proposte davanti a giudici  diversi, applicando il rito ordinario per entrambe, ad analogo risultato non potrebbe giungersi in forza dell’art. 702 ter c.p.c. quando le cause siano proposte ambedue con il procedimento sommario e una delle due sia però assoggettata alla riserva di collegialità.

Stando al tenore letterale della norma, ogni domanda riconvenzionale non rientrante nell’ambito applicativo del rito deve essere dichiarata inammissibile, essendo perciò impedito il mutamento del rito per entrambe le cause in favore della trattazione ordinaria collegiale.

L’anomalia risiederebbe anche nel fatto che ove la riconvenzionale fosse affidata alla trattazione del giudice monocratico (e perciò trattabile con le forme sommarie), ma richiedesse in concreto una istruzione non deformalizzata, il giudice potrebbe separare le cause senza dover pronunciare l’inammissibilità.

Al contempo, il giudice conserva il potere di valutare quale sia il rito più adatto per la trattazione delle cause anche quando queste siano proposte in origine con il rito ordinario ma appaiano invece meritevoli di trattazione con le forme sommarie. Infatti, l’art. 183 bis c.p.c. (su cui v. Tiscini, Il procedimento sommario di cognizione, fenomeno in via di gemmazione, in Riv. dir. proc., 2017, 116 ss.; Tedoldi,  La conversione del rito ordinario nel rito sommario ad nutum iudicis (art. 183 bis c.p.c.), in Riv. dir. proc., 2015, 490 ss.; Della Vedova, Alcune riflessioni intorno all’art. 183 bis del codice di rito civile ed al giudizio sommario di cognizione, in questa Rivista; Basilico, Articolo 183 bis: passaggio dal rito ordinario al rito sommario di cognizione), prevede che in base all’istruttoria richiesta, e al tasso di complessità della controversia, il giudice possa discrezionalmente mutare il rito in favore di quello sommario.

In sintesi, da un esame sistematico emerge che quasi sempre il legislatore offre al giudice la possibilità (talvolta garantendo il simultaneus processus, talaltra disponendo la separazione delle cause) di disporre il mutamento del rito quando la trattazione non possa aver luogo con le forme scelte dalle parti. L’unica ipotesi in cui questo non può avvenire è quando la domanda non rientri nell’ambito applicativo del rito, imponendosi qui la dichiarazione di inammissibilità.

La scelta del legislatore appare discutibile. La dichiarazione di inammissibilità comporta la chiusura in rito del processo e la necessità di riproposizione della domanda, senza possibilità di fare salvi gli effetti sostanziali e processuali della pretesa avanzata nelle forme sbagliate. Essa inoltre è resa con ordinanza non impugnabile, perciò anche un eventuale errore sulla scelta compiuta dal giudice non potrebbe essere sottoposto a censura (sul tema v. Menchini, L’ultima “idea” del legislatore per accelerare i tempi della tutela dichiarativa dei diritti: il processo sommario di cognizione, in Corr. giur., 2009, 1025 ss.; Balena, La nuova pseudo-riforma della giustizia civile (un primo commento della l. 18 giugno 2009 n. 69), in Giust. proc. civ., 2009, 749 ss.; Tiscini, Commento all’art. 702 ter, in Commentario alla riforma del codice di procedura civile, a cura di Saletti, Sassani, Milano 2009, 251)

Le criticità che reca con sé l’inammissibilità della domanda che non rientra nell’ambito dell’art. 702 bis c.p.c. sono rese ancor più evidenti nel caso in cui venga proposta domanda riconvenzionale con la quale sia sottoposta al giudice una questione pregiudiziale rispetto alla causa principale. L’art. 702 ter c.p.c. non pone alcuna distinzione o eccezione per il regime delle domande riconvenzionali a seconda del grado di connessione con cui esse siano legate alla domanda principale, tutte essendo ugualmente assoggettate – se non rientranti nell’ambito applicativo del sommario – alla dichiarazione di inammissibilità (sul diverso regime cui sono sottoposte le riconvenzionali connesse e quelle che dipendono da un titolo diverso da quello posto a fondamento della domanda principale, nonché sul rapporto che esiste tra accertamento incidentale e riconvenzionale, v. Tiscini, Domanda riconvenzionale e simultaneus processus, in Giust. proc. civ., 2016, 655 ss.).

La Consulta osserva che l’esigenza di ragionevole durata del processo – qui evidentemente privilegiata rispetto a quella parimenti importante di garantire il simultaneus processus – non può condurre a conseguenze sproporzionate rispetto allo scopo perseguito dal legislatore con la sanzione processuale. D’altronde, come la stessa Corte ha altrove affermato, la previsione di inammissibilità dell’atto introduttivo deve sempre rispondere a criteri di ragionevolezza, cosicché le conseguenze negative della sanzione processuale non siano tali da determinare una compressione in misura eccessiva del diritto costituzionale d’azione (cfr. Corte cost. 20 novembre 2017, n. 241, in Giur. it., 2018, con nota di Carratta, La Corte costituzionale e l’abuso della ‘‘sanzione’’ processuale e in Foro it., 2018, I, 448, con nota di Gentile, L’accesso alla giurisdizione previdenziale tra «favor», strette e correzioni).

La sanzione della inammissibilità prevista dall’art. 702 ter c.p.c. si rivela allora sproporzionata rispetto alle conseguenze negative che da essa possono derivare poiché si applica senza eccezioni a tutte le ipotesi di riconvenzionale soggette a riserva di collegialità, senza che tale scelta legislativa possa in modo soddisfacente garantire ragionevole durata del processo a scapito del simultaneus processus.

La soluzione codicistica presta il fianco a potenziali contrasti di giudicato, negando in radice la possibilità di trattazione congiunta di cause connesse (quand’anche legate da un vincolo di connessione forte). Peraltro, è scelta che incide negativamente anche sull’esercizio del diritto di difesa poiché il convenuto in riconvenzionale si vedrebbe costretto – per evitare la dichiarazione di inammissibilità della propria domanda sottoposta a riserva di collegialità o subito dopo di essa– a vantare le proprie pretese in via principale con il rito ordinario. Con la conseguenza che la sua causa pregiudiziale verrebbe assoggettata separatamente ad un rito più lungo rispetto a quello cui è sottoposta la causa pregiudicata che, quindi, quasi certamente si concluderebbe prima di quella pregiudicante.

Se è vero che non esiste un diritto al simultaneus processus, neppure questo può escludersi irragionevolmente sulla base di una dichiarazione di inammissibilità, quando invece esistono meccanismi di raccordo che, pur comportando un minimo sacrificio in termini di durata ragionevole (ma solo per la domanda pregiudicata), consentono di raccordare a monte due cause legate da vincolo di pregiudizialità dipendenza, attraverso la loro trattazione congiunta davanti al tribunale in composizione collegiale a seguito del mutamento del rito.

La Corte ritiene così che debba sempre essere rimessa al giudice adito ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c. la valutazione in ordine alla possibilità di trattazione congiunta delle cause connesse per pregiudizialità necessaria (solo una delle quali rientrante nell’ambito applicativo del rito), previo mutamento di rito per entrambe in favore del procedimento a cognizione piena.

Un’ultima osservazione. Ci sembra che la pronuncia in commento, pur occupandosi della sola ipotesi di domanda riconvenzionale avente ad oggetto una causa pregiudiziale assoggettata a riserva collegiale, offra l’occasione per ritornare più in generale sul disvalore della inammissibilità in relazione a domande che non rientrano tra quelle indicate dall’art. 702 bis c.p.c. L’inammissibilità infatti non è ragionevole tutte le volte in cui la domanda riconvenzionale dell’art. 36 c.p.c. non rientri tra quelle trattabili dal giudice in composizione monocratica, quand’anche non si tratti di causa pregiudiziale. In ipotesi in cui sia proposta dal convenuto domanda che dipende dal titolo dedotto dall’attore, e la trattazione congiunta non sia ravvisata come necessaria, potendo le due distinte decisioni – sulla causa principale e su quella riconvenzionale – coesistere, il giudice potrebbe in forza dell’art. 702 ter, 3° comma, disporre il mutamento del rito solo per la causa riconvenzionale per cui è imposta la trattazione collegiale, separando le due cause. In altri termini, anche alla luce delle argomentazioni della Corte, il regime previsto dall’art. 702 ter, 3° comma, dovrebbe costituire regola generale per tutte le ipotesi di riconvenzionale, non solo con riferimento a quelle che non richiedono un’istruzione non sommaria ma anche per quelle che non rientrano nell’ambito applicativo del rito.