La cassazione civile a cura di Maria Acierno, Pietro Curzio e Alberto Giusti, terza edizione

Di Giuliano Scarselli -

1.E’ uscito lo scorso mese la terza edizione del volume La Cassazione civile, Lezioni dei magistrati della Corte suprema italiana, curata da Maria Acierno, Pietro Curzio e Alberto Giusti per i tipi di Cacucci editore.

La prima edizione risaliva a quasi dieni anni fa, al 2011, e lo spirito e le finalità del volume erano subito ben indicate dai curatori.

Scrivevano gli stessi che, nell’autunno del 2010, erano stati nominati 44 nuovi consiglieri della Corte e v’era il problema di organizzare una serie di incontri per aiutarli nel passaggio da giudice di merito a giudice di legittimità.

Si ebbe così l’idea che i magistrati più anziani tenessero delle lezioni di formazione ai nuovi arrivati, affrontando e discutendo con loro gli aspetti più vari del lavoro di giudice cassazionista: dalla teoria generale alla esegesi delle norme, dagli orientamenti consolidati ai temi in discussione nella giurisprudenza, dai metodi di lavoro alle prassi e scelte organizzative.

Gli incontri furono una occasione importante non solo per chi seguiva il corso ma anche per chi, tra i più anziani, lo teneva, e costituì altresì un modo per consentire ai giudici della cassazione di conoscersi fra loro, cogliere le differenze di opinioni e sensibilità, cercare un lessico comune.

Perché questa esperienza non andasse dispersa, i relatori si presero poi l’onere di scrivere ognuno la propria lezione, e le lezioni diventarono così la prima edizione del volume de La cassazione civile.

E questo, si è scritto: “E’ stato un modo per la Cassazione di offrire, oltre che ai suoi componenti attuali e futuri, anche ai giudici di merito, agli avvocati agli studiosi ed in generale ai cittadini, una fonte di conoscenza privilegiata delle dinamiche e degli orientamenti della corte Suprema italiana”.

Il successo dell’iniziativa e l’interesse mostrato al volume da parte non solo dei magistrati ma anche degli avvocati e degli studiosi, indusse i giudici della Cassazione a ripetere l’esperienza e a lavorare ad una successiva edizione.

Nel 2015 usciva, così, la seconda edizione.

In essa comparivano nuovi contributi assenti nella prima: tra questi, Il ricorso per cassazione e l’ordinanza di inammissibilità dell’appello, che rappresentava una novità di quegli anni, La cassazione e le Corti Europee, Nomofilachia e autonomia collettiva, L’autosufficienza del ricorso, e infine Il Palazzo della Corte, con la connessa aggiunta, in testa al volume, di una frase delle Memorie di Adriano della Marguerite Yourcenar, citazione assente nella prima edizione.

Le pagine aumentarono, e passarono dalle 375 della prima edizione alle 599 della seconda, e la nuova pubblicazione veniva giustificata sulla base “delle molteplici ed importanti modifiche normative e giurisprudenziali intervenute negli anni” cosicché, si scriveva, “Si è ritenuto di aggiungere alcuni capitoli su temi, quali il rapporto della Corte di Cassazione con la Corte costituzionale e con le Corti europee, che nel tempo hanno acquisito sempre maggior rilievo”.

Oggi, dopo altri cinque anni, siamo alla terza edizione.

Il volume si presenta ancora aumentato nel numero di pagine, 612; ogni scritto è stato ricomposto e aggiornato, altri se ne sono aggiunti, e in particolare, tra le novità, sottolineo lo scritto di Antonello Cosentino, su I procedimenti camerali e l’udienza pubblica, dovuto alla nota riforma del 2016, e quello di Piero Curzio su Viaggio all’interno della Corte, ove l’autore, con poco più di dieci pagine, spiega in modo chiaro e semplice qual è il percorso di un ricorso una volta depositato in cancelleria, di modo che tutti siano in grado di conoscere i meccanismi per il quali taluni ricorsi si decidono in sesta sezione, altri nelle sezioni semplici, ora in camera di consiglio, ora in udienza pubblica, ed altri ancora alle sezioni unite.

Ogni edizione ha visto un diverso Primo Presidente: Ernesto Lupo, Giorgio Santacroce, Giovanni Mammone.

Ernesto Lupo, che ricordo con grande piacere perché ci fece l’onore di venire a Firenze per tenere una lezione, nella presentazione della prima edizione sottolineava la differenza tra diritto sostanziale e processuale e asseriva che “Mentre nel campo del diritto sostanziale l’evoluzione della giurisprudenza è da guardare con favore e talora si correla al mutamento dello stesso contesto storico-sociale, nell’ambiente processuale il valore della certezza e quello della stabilità hanno una particolare valenza, perché si ricollegano alla previa conoscibilità delle regole del gioco”. E ricordava altresì al riguardo una sentenza di una ventina di anni prima del compianto Giuseppe Borrè, sul valore della nomofilachia e sull’importanza che la certezza dei suoi responsi riveste specialmente nel campo processuale.

Giorgio Santacroce, nella presentazione della seconda edizione, sottolineava come il volume costituisse un “dialogo tra generazioni” dove “sulla cattedra di quest’aula non salgono professori inclini a illustrare dottrine e astratte prospettive teoriche, ma magistrati che hanno maturato la concreta consapevolezza che nasce dal confronto quotidiano con problemi reali”.

Infine Giovanni Mammone, nell’odierna terza edizione, ricorda come ci si trovi di fronte ad “una esposizione che va oltre il semplice commento e diventa narrazione……..una sorta di esposizione partecipata e, quindi, mai lezione…….. il succedersi  delle edizioni, il ricambio di alcuni autori, l’inserimento di nuovi argomenti, hanno dato continuità all’opera e ne hanno arricchito il contenuto”.

Questo, appunto, è La cassazione civile.

2.Ho apprezzato questo volume fin dalla sua prima edizione, ed anzi, nel mio modo un po’ toscano di essere tranchant, non me ne vogliano gli altri, ho detto e ripetuto che quello era oggi, a mio sommesso parere, l’unico volume sulla cassazione civile che meritasse di esser letto.

E la ragione è presto detta: perché è un libro che nasce dall’esperienza, un libro ove gli autori ci narrano il loro lavoro, il loro modo di operare, gli strumenti che hanno utilizzato per risolvere le questioni giuridiche a loro sottoposte.

Tutto avviene alla luce, certo, e nel rispetto, delle teoriche giuridiche e dei principi di diritto, ma la teoria giuridica si trasforma in strumento, si rende mezzo e non fine.

E io apprezzo infinitamente questo modo di procedere, vorrei che fosse proprio anche degli accademici, che al contrario spesso si perdono in disquisizioni giuridiche inutili e lontane dalla realtà della vita.

Non v’è, in nessuno degli scritti, la voglia di affrontare temi dottrinali solo per il gusto di farlo; forse ciò è avvenuto, da parte di quegli stessi giudici autori del volume, nella stesura di qualche sentenza; ma è un modo di essere che assolutamente non si riscontra nel libro, ove ogni argomento è trattato con quella capacità di sintesi che oggi è divenuta irrinunciabile.

Un volume del genere è preziosissimo soprattutto per gli avvocati, poiché gli avvocati, con la lettura di esso, hanno la possibilità di conoscere il modo di operare della Corte, di sapere cosa la Corte vuole e chiede alle parti per rendere giustizia, quali sono le condizioni e i contenuti che un ricorso per cassazione deve avere.

Si tratta, appunto, come sottolineato dal Presidente Giovanni Mammone della narrazione di una esperienza; e niente è più importante per un avvocato che conoscere l’esperienza del giudice.

Nella mio lavoro di avvocato, devo dire, infatti, che difficilmente notifico un ricorso per cassazione senza prima verificare su questo volume se tutto quello che ho scritto corrisponde a quanto mi si chiede; se ho tenuto conto degli orientamenti processuali delle varie tematiche, e se tutto può dirsi completo ed esaustivo.

Ed anzi, di più, poiché nella misura in cui il volume svela i modi di lavorare della Corte, financo in certi momenti i suoi segreti, l’avvocato meglio può rappresentare gli interessi del cliente e svolgere più proficuamente il suo lavoro se conosce e fa uso di questa opera.

Un esempio per tutti: Renato Rordorf nel suo saggio scriveva: “Una prima sorpresa, il fascicolo non si tocca” (il paragrafo è stato però soppresso con la terza edizione).

Se gli avvocati conoscessero questo piccolo segreto, ovvero sapessero che i giudici della cassazione decidono (normalmente) i ricorsi solo con il fascicoletto e senza consultare il fascicolo di merito, avrebbero ben chiaro come scrivere i ricorsi, e altrettanto ben chiaro avrebbero il concetto di autosufficienza del ricorso, che tanto li ha fatti tribolare.

Ogni avvocato, dopo redatto il ricorso, deve chiedersi: riesce il giudice a decidere solo con quanto ho scritto e senza necessità di ricercare altro altrove?

Ecco, questa semplice cosa, è l’autosufficienza; per spiegarla non servono trattati e lunghe disquisizioni, basta una semplice indicazione.

3.Un secondo pregio del volume è, a mio parere, quello di essere un’opera corale, che bene si connette all’idea di un lavoro che prima di tutto, e semplicemente, vuole essere strumento di informazione.

Chi scriva un saggio, o addirittura un volume, sulla cassazione, è portato inevitabilmente a dire io credo, io penso, io ritengo.

In questo volume, al contrario, ogni posizione, direi ogni idea, è il frutto e la sintesi delle idee e della posizione degli altri.

Nessuno degli autori è, o vuol essere, un protagonista; protagonista è la Corte e la sua funzione istituzionale.

Ogni argomento è affrontato con i richiami ai precedenti, ogni conclusione è avvalorata e giustificata da posizioni che sono della Corte di cassazione, non dell’autore che scrive il saggio.

In questo senso l’opera è l’esatto contrario di quello che normalmente è una monografia: mentre quest’ultima è pensata nell’esaltazione di chi la scrive, che deve dimostrare originalità di pensiero e conclusioni nuove rispetto al tema trattato, La cassazione civile non pretende di essere nuova o originale, avvalora solo la struttura unitaria della Corte, sottolinea solo che il lavoro di ognuno è parte di un lavoro più grande, che è quello di una Corte Suprema, che ha la necessità della coerenza, dell’unità, della continuità, e, nei limiti del possibile, della stabilità, poiché niente è più importante per i cittadini che la certezza del diritto e della sua interpretazione.

In questo, ripeto, il volume, prima ancora di essere strumento proficuo per la magistratura, lo è per l’avvocatura; che, se non vuol cadere in inammissibilità o in eccezioni processuali che impediscono al ricorso di passare all’analisi del merito dei motivi sollevati, può aiutarsi con la lettura di questi saggi, dai provvedimenti impugnabili di Maria Acierno al ricorso e controricorso di Raffaele Frasca, dall’autosufficienza di Alberto Giusti alla violazione delle norme di diritto di Carlo Di Chiara e Pasquale D’Ascola, dalla nullità della sentenza di Adriana Doronzo al sindacato della motivazione di Camilla Di Iasi, e di seguito tutti gli altri, nessuno escluso.

E, direi, dunque, che il valore primo e principale del volume è proprio quello di essere scritto solo e soltanto da giudici della cassazione, perché solo così l’opera riesce ad avere quella caratteristica e quella funzione che i curatori hanno indicato.

4.Non potendo ovviamente, in questa sede, analizzare i singoli scritti, ne’ gli argomenti che ivi sono trattati, mi sia consentito però ricordare le pagine di Piero Curzio su “Il Palazzo della Corte”, pagine già presenti nella seconda edizione e ora ancora nella terza.

Credo che, per modestia, quelle pagine siano riportate in calce al volume, mentre a mio parere dovrebbero starne in testa, in quanto raffigurano lo spirito di chi abbia l’alto compito e l’alto onore di lavorare in cassazione.

Si ricorda, in quelle pagine, la costruzione del Palazzo, che coincide con l’unità d’Italia, e trova la sua ragion d’essere nel lungo cammino della cassazione romana, che, nelle note tappe del 1875, 1888 e 1923, diventa l’unica, Suprema Corte del Regno d’Italia.

Si ricordano le parole di Giuseppe Zanardelli, prima ministro dei lavori pubblici e poi di Grazia e Giustizia, grande artefice della costruzione del palazzo, che alla cerimonia della posa della prima pietra, in data 14 marzo 1889, alla presenza di Re Umberto I e della Regina Margherita, affermò che “ad un popolo libero si addice di erigere il più splendido dei suoi palazzi alla giustizia, poiché è la suprema guarentigia di tutti i diritti….e Roma fu il mondo del diritto”.

Si ricorda che i giuristi romani, menzionati da Giuseppe Zanardelli in quella sua prolusione, sono tutti presenti nel Palazzo, in una serie di grandi statue collocate sulla facciata dinanzi al Tevere: Giulio Paolo, Quinto Ortenzio, Ulpiano, Labeone, Cicerone, Gaio, Modestino, Licinio Grasso, Salvio Giuliano, Papiniano.

Si ricorda la Biblioteca centrale giuridica dove, si scrive, “nel silenzio assoluto si può leggere e studiare”; si tratta di un materiale librario enorme, della cancelleria del Regno di Sardegna, progressivamente integrato con i fondi acquisiti da una serie di biblioteche ecclesiastiche.

Si ricorda l’architetto che vinse il concorso per la realizzazione del Palazzo, Guglielmo Calderini, docente di architettura a Pisa, che a seguito di polemiche e accuse di varia natura sulla costruzione del Palazzo, della quale era anche direttore dei lavori, si suicidò il 12 febbraio 1916; dal che, si dice, il nome di Palazzaccio, alla sede della Corte in Piazza Cavour.

Si ricorda l’opera più importante posta sulla sommità della facciata del Tevere: una grande quadriglia in bronzo con la Vittoria alata, che innalza l’insegna del diritto romano e regge il globo dell’universo sottomesso alla legge.

Si ricordano le scale del palazzo, da quelle monumentali alle piccole rampe a chiocciola, si ricorda l’Aula Magna, ove si celebrano le udienze delle sezioni unite, con le sue pitture realizzate dal senese Cesare Maccari, le quali, seguendo un preciso percorso iconografico, rappresentano alcuni momenti fondamentali della storia del diritto romano.

Nella cornice dell’Aula Magna è scolpita una sentenza di Publilio Siro: “Nimium altercando veritas amittitur (il troppo discutere nasconde la verità).

E si ricorda, infine, l’imperatore Adriano, in un passo delle Memorie della scrittrice Marguerite Yourcenar, il quale, ormai conscio di dover morire, ricorda il periodo in cui fu giudice di Tribunale, e ricorda altresì l’amico e collega più anziano Nerazio Prisco con questa frase: “apparteneva a quella categoria di spiriti rarissimi, i quali, benché profondi conoscitori di una dottrina, in grado di vederla per così dire dal di dentro, da un punto di vista inaccessibile ai profani, conservano tuttavia il senso della relatività del suo valore nell’ordine delle cose, la misurano in termini umani”.

E io spero, davvero, che questo sia lo spirito di ogni giudice della Suprema Corte: quello che, facendo nomofilachia e districandosi tra mille precedenti giurisprudenziali e numerosi combinati disposti (per dirla con le parole di Virgilio Andrioli), non dimentichi mai che ogni provvedimento giudica insieme un uomo, la sua vita, i suoi diritti, e che l’alta funzione svolta non consente di smarrire quel profondo senso di relatività che caratterizza tutto ciò che appartiene al genere umano.

5.Una ultimissima notazione da avvocato.

In quel Palazzo, dunque, v’è tutta la nostra storia e tutta la nostra cultura di giuristi.

Credo che il messaggio di Piero Curzio, anche se non esplicitato e lasciato al contrario alla sensibilità del lettore, sia chiaro: chi lavora in quel Palazzo è un privilegiato e ha il grande onore di continuare quella storia, di portare avanti quel percorso, anche se oggi deve farlo depositando circa 30.000 provvedimenti l’anno.

Se questo è vero, si comprende, allora, il danno che ha prodotto la riforma del 2016 per chi, come me, è avvocato.

Non parlo della contrarietà a quella riforma dal punto di vista delle regole costituzionali e processuali, o delle mie personali idee sui rapporti tra ius constitutionis e ius litigatoris, che ho già avuto modo di esternare in più di uno scritto; parlo dell’impossibilità pratica per gli avvocati di avere occasione di entrare in quel Palazzo a seguito di essa, di andare in biblioteca a leggere un libro, di prendere un caffè al bar pensando, appunto, che attorno ha tutti i grandi giuristi del passato, intorno ha tutta la storia, la tradizione e la cultura giuridica del Paese di cui fa parte.

L’avvocato, con quella riforma, ha perso la possibilità, per un numero assai elevato di ricorsi, di poter entrare in una stanza ove si celebrano le udienze, indossare una toga che oggi, quasi mai, un avvocato civilista può indossare, prendere la parola, anche se per tempi ridotti, e credere di dare un contributo, credere, anche lui, di poter far parte di quella struttura e di quella tradizione.

Il Presidente Giovanni Mammone, nella sua introduzione a questa terza edizione, ha scritto che  “Il significato del rito camerale non sta nell’obiettivo di accelerare i tempi della decisione e neppure nel modestissimo risparmio di tempo e di energie consentito dall’esclusione dell’udienza pubblica………Cambia la logica, la forza, la filosofia…….ne deriva una forte spinta culturale verso la semplificazione, per una risposta di giustizia e di garanzia più rapida e agile, che sappia assicurare lo scopo della giusta definizione della controversia entro un termine ragionevole, con un provvedimento improntato a chiarezza, essenzialità e funzionalizzazione della motivazione della decisione”.

Certo, non può ostacolarsi una riforma solo perché non consente agli avvocati di accedere al Palazzo; e certamente non è peregrina l’esigenza di semplificazione a fronte di un carico di lavoro per la Corte davvero eccezionale.

Ma proprio per stare alla frase dell’imperatore Adriano riportata in testa al volume, la giustizia non può perdere la sua umanità, e io voglio augurarmi che, nonostante tutto, anche il giudizio di cassazione, nei limiti del possibile, possa continuare a fare dell’incontro tra giudici e avvocati il fulcro della sua funzione nel rispetto della sua storia.