Il diritto al giudice giusto e il caso Palamara

Il saggio espone alcune riflessioni su un recente scandalo: un ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati era solito incontrarsi con alcuni componenti togati del C.S.M. e alcuni parlamentari per mettere a punto strategie comuni miranti a insediare magistrati di loro gradimento nei posti di organico più importanti della Magistratura. In conclusione, si rimanda alla necessità che un nuovo sistema di elezione del C.S.M. escluda prospettive di reciproca influenza tra uomini delle correnti e uomini delle istituzioni. A titolo di esempio si suggerisce che i candidati siano soltanto i magistrati appartenenti all’ultima e più anziana fascia di età.

Di Umberto Apice -

1.Evanescenza del concetto di responsabilità in periodi di crisi.

Eravamo negli anni Ottanta quando il poeta Giorgio Caproni, osservando quello che accadeva in Italia, scriveva che purtroppo viviamo in una società priva di una sua centralità e perciò estremamente “friabile e asimmetrica”. La centralità, per Caproni, esiste quando esiste una favola – o un mito – in base ai quali poter distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Una società in crisi, potremmo dire, è una società che ha perso il senso del giusto e dell’ingiusto[1].

Negli ultimi decenni del Novecento già tutto il mondo capitalistico era entrato in crisi; e con i primi anni del Duemila la crisi si è rivelata essere uno tsunami che ha travolto i sistemi finanziari dell’Occidente e le sue strutture portanti, e cioè la loro religione, la loro economia e i loro princìpi di fondo.

Sul piano normativo e giurisdizionale, lo sconquasso generale ha prodotto l’evanescenza del principio basilare di responsabilità.

Guardiamoci attorno. La tirannia della legge dei consumi impone di attrarre nel circuito consumistico tutti i probabili consumatori e quindi anche gli imprenditori falliti, che perciò possono sperare di vedersi azzerare tutte le posizioni debitorie per rientrare presto in quel circuito (l’esdebitazione dopo il dissesto di un’impresa si sta diffondendo come nuovo principio civilistico generale al posto della illimitata responsabilità patrimoniale – su tutti i beni presenti e futuri – di cui all’art. 2740 del codice civile)[2]. L’esdebitazione (che non riguarda più il solo imprenditore, avendo il legislatore normativizzato anche l’insolvenza del debitore civile) è solo un esempio, non l’unico, della progressiva rarefazione del principio di responsabilità. Dalla cronaca apprendiamo: a) che, malgrado tante dichiarazioni programmatiche, i conflitti di interesse, a conti fatti, restano molto bene inseriti e protetti anche in sistemi politici democratici; b) che i parlamentari chiedono spesso e volentieri l’impunità per illeciti anche estranei alla funzione; c) che i manager la chiedono per i dissesti che hanno provocato, tanto più quanto più è di immani proporzioni il disastro economico (too sovereign to be sued: troppo sovrani per essere trascinati in giudizio).

Gli esempi di evanescenza della responsabilità (reale o sperata) potrebbero continuare, fino ad includervi casi paradossali, come quello del giovane, che, arrestato con l’accusa di avere stuprato e ucciso una ragazzina, chiede agli inquirenti, subito dopo aver confessato: “Adesso posso tornare a casa?”. Aveva commesso l’orrendo delitto in combutta con altri, persone adulte, e l’Italia intera era rimasta inorridita; ma – avrà pensato – perché non dovrei ugualmente poter tornare a casa e continuare la vita di prima, quella vita che amo? Viviamo in una società così friabile – potremmo aggiungere alle parole di Caproni – che le persone, quando si tratta di salvaguardare il proprio interesse, negano (anche a se stesse) qualsiasi evidenza e fanno conto su qualunque esito assolutorio. Ottimismo o cecità? Perfino di fronte alla pandemia da coronavirus, fasce estese di popolazione preferiscono credere che la drammaticità della situazione sia una balla inventata, pur di non rinunciare a un allegro stile di vita, ritenuto un diritto acquisito. Molti, cioè, si comportano come bambini. Il ragazzo omicida voleva tornare a casa: era questa la prospettiva che gli piaceva di più, non importa se essa mal si adattava alla realtà. Un sintomo di regressione all’infanzia: ci si rifiuta di affrontare il lavoro psichico necessario per rinunziare al principio del piacere/desiderio e accettare il principio di realtà[3].

 

2. Il caso Palamara: un ex presidente dell’A.N.M. gestisce un potere improprio e deviante rispetto alle funzioni istituzionali del C.S.M.

Che cosa c’entra questa lunga premessa con il caso Palamara? In qualche modo c’entra: c’entrano l’assenza di centralità, l’evaporazione del concetto di responsabilità, l’incapacità di distinguere il giusto dall’ingiusto.

Il dottor Luca Palamara è stato il Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (A.N.M.) ed è stato anche componente del C.S.M., organo di autogoverno della magistratura. Da intercettazioni telefoniche è emerso che partecipava a incontri e colloqui non istituzionali (in sedi non istituzionali e con soggetti non legittimati a consultazioni di quel genere) per influenzare e deviare il lavoro del Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.) in materia di nomine di magistrati a incarichi direttivi. La Sezione Disciplinare del C.S.M., applicando la massima sanzione prevista dall’ordinamento disciplinare dei magistrati, ha deliberato la destituzione di Palamara dall’ordine giudiziario.

Si è trattato – così si sono espressi i due magistrati della Procura Generale della Cassazione nell’udienza dinanzi al CSM – di un’indebita manipolazione dei meccanismi decisori di tipo istituzionale in sedi non istituzionali in forma occulta”.

La vicenda – unica nella storia della Magistratura italiana – ha creato sconcerto nell’opinione pubblica e reazioni giustificate, anche se non sempre equilibrate. E il dottor Palamara? Come ha reagito all’instaurare di un procedimento disciplinare nei suoi confronti, poi alla misura cautelare della sospensione dallo stipendio e dalle funzioni, e infine alla condanna? Palamara, molto prodigo di interviste a organi di informazione, ha costruito uno schema difensivo, che si potrebbe così riassumere: “Quello di cui mi si accusa corrisponde a un sistema che esiste da quando esiste l’Associazione Magistrati. Una mia condanna equivarrebbe a fare di me il capro espiatorio per comportamenti che sono stati e sono tuttora praticati da molti. Io sono un uomo delle istituzioni e amo il mio lavoro di magistrato, che spero di poter presto ricominciare a fare. Impugnerò in Cassazione la decisione del CSM e, se necessario, ricorrerò alla Corte Europea.”

Una difesa semplice e astuta, basata su proposizioni che hanno creato nell’opinione pubblica ancora più sconcerto di quanto ce ne fu non appena si conobbero le intercettazioni all’origine del procedimento. Sconcerto, ma anche – strano a dirsi – simpatia. Ecco un’esplicita dichiarazione di simpatia pronunciata da un illustre giurista: “Palamara comincia a farmi simpatia: buttata via la pecora nera rimane un gregge di pecorelle bianche. Ci sono o ci fanno? Palamara aveva il potere di fare tutto quello che è accaduto da solo? O aveva bisogno di una miriade di rapporti, di relazioni, di complicità, di connivenze? […] Palamara non era solo. Sarà anche colpevole ma la sua colpa va inserita in un contesto in cui non ha agito da furfante solitario ma come esponente di un sistema nel quale ha assunto un ruolo non certo da unico protagonista[4].

La nostra sommessa opinione è che il metro della simpatia/antipatia sia del tutto inconferente nella valutazione del tema di fondo che solleva il caso Palamara: tema di fondo che è sì la turbativa di procedimenti per la designazione e scelta di magistrati chiamati a ricoprire determinati incarichi (tema di per sé gravissimo e importantissimo), ma è anche un altro, che è quello basilare della giustizia, e cioè: quali caratteristiche deve possedere un giudice per poter garantire la sua terzietà e incorruttibilità in ogni affare che sarà devoluto alla sua cognizione? Insomma: come deve essere il giudice per sembrare, oltre che essere, giusto?

Palamara, che “ama la Magistratura”, tiene distinti due piani: quello dell’esercizio della giurisdizione, che secondo lui – e vogliamo credergli, salvo prova contraria – è stato sempre da lui adempiuto con la massima correttezza e onestà, e quello dell’impegno  politico/associativo che per consuetudine – sempre secondo lo stesso Palamara – viene svolto con criteri che, come l’amicizia di congrega o la lottizzazione e la spartizione dei posti fra correnti, nulla hanno a che vedere con la giustizia e tanto meno con le virtù e i meriti dei magistrati da nominare: tant’è che, fa intendere candidamente Palamara, per i magistrati al di fuori del “giro” delle amicizie associative l’aspirazione a ricoprire incarichi prestigiosi (v. posto di Procuratore della Repubblica presso grandi Tribunali o altri ugualmente ambiti) è una pia illusione.

Come si vede, i recenti avvenimenti hanno portato alla luce una triste patologia: il fenomeno delle correnti associative, con il loro potere e la loro decisiva incidenza sull’organigramma della Magistratura, ha finito per forgiare alcuni magistrati che hanno, come Palamara,  una forte caratura “politica”, specialisti nelle intermediazioni e nelle astuzie di palazzo[5].

Figure, cioè, lontane dall’archetipo di magistrato, visto nella sensibilità comune come persona equilibrata e saggia, di vasta cultura giuridica e di grande spessore morale. Se è vero che è questa l’immagine ideale del magistrato, essa ne è uscita gravemente compromessa[6]: il rischio (che è già realtà) è che nei cittadini si radichi una sfiducia generalizzata nelle istituzioni e che ciò venga a costituire il terreno propizio per riforme abborracciate e pericolose per l’autonomia della magistratura. Tali sarebbero, ad esempio, quelle riforme che, apertamente o larvatamente, introducessero, per giudici e p.m., una sorta di carriera gerarchica o meccanismi di eterodirezione.

La preoccupazione maggiore è che un desiderio, più o meno latente, del mondo politico possa venire sventolato come panacea: e cioè l’assoggettamento dell’ufficio del pubblico ministero all’esecutivo, che siglerebbe invece la morte definitiva di un apparato della giustizia almeno potenzialmente “uguale per tutti”[7]. Non c’è da diffondersi sul punto per illustrare ciò che è lapalissiano: nessuna garanzia di terzietà e obiettività potrebbe offrire un p.m. che debba rispondere del suo operato a un referente politico, che per definizione è portatore di un interesse di parte e non può aspirare a un traguardo di verità. A meno di non voler trasformare in fisiologico quanto c’è oggi di patologico.

A questo riguardo, va ribadito con forza (in questo concordiamo con l’ANM) che la strombazzata e invocata (dagli avvocati, soprattutto) “separazione delle carriere” ci sembra nient’altro che, nella migliore delle ipotesi, un pannicello caldo, ma, nella peggiore, un primo e fatale passo verso il più drastico distacco del p. m. dalla magistratura[8]. L’attuale ordinamento, che prevede per il p.m. l’identico status del magistrato che giudica ci sembra ancora, malgrado tutto, il più idoneo a far sì che i cittadini possano far conto che “esiste un giudice a Berlino” e che egli si comporterà sempre “secondo coscienza” (formula cara a Calamandrei), optando anche, se del caso, per una giurisprudenza evolutiva e non conformista[9]. Né si venga ad agitare il fantasma della “contiguità” tra il pubblico ministero e il giudice per trarne ragioni che invaliderebbero la “terzietà” del giudice: la banale statistica delle assoluzioni con formula piena, assolutamente frequenti nelle aule giudiziarie anche a fronte di richieste di condanna avanzate dal PM, sta a dimostrare che non esiste un pregiudizio favorevole del giudice nei confronti dell’accusa. E che dire allora della “contiguità” tra i giudici di primo grado e quelli di secondo grado? E che dire dei rapporti di consuetudine, di amicizia, perfino familiari, tra avvocati e magistrati? Bisogna fare attenzione a non alimentare la cultura del sospetto, buona solo ad intorbidare la serenità del dibattito: una cosa è delineare i ruoli istituzionali dei giudici e dei PM; tutt’altra cosa è dettare norme particolari (che in Italia ci sono e ben congegnate) per i casi di incompatibilità che si possono verificare tra i reali soggetti coinvolti in un processo[10].

Un’altra proposta sbagliata ci sembra quella di voler modificare, nella formazione del CSM, il rapporto numerico tra membri laici e membri togati, pervenendo a una diminuzione dei membri togati. Soluzione, questa, che condurrebbe, con il potenziamento della componente di nomina politica, al risultato opposto a quello perseguito: non per niente nella coscienza comune e nel linguaggio corrente i traffici di Palamara e compagni vengono definiti “politici”, proprio, e soltanto, perché richiamano alla mente intrallazzi che solitamente si consumano all’interno di compagini politiche.

3.Necessità di riforma del sistema al fine di ridimensionare il ruolo delle correnti e di restituire al C.S.M. la pienezza di poteri valutativi nelle nomine dei magistrati.

Ma allora: se la condanna di Palamara era una morte annunciata, come è stato scritto su più organi di stampa, e se le distorsioni erano così diffuse e comuni a tutte le correnti, tanto da far pensare che fossero un cancro del sistema o addirittura fossero diventate esse il vero sistema[11], come evitare che questa condanna, e altre che certo seguiranno, siano nient’altro che, come ugualmente è stato scritto, quel gattopardesco tutto che cambia affinché nulla cambi?

A nostro avviso, l’adagio gattopardesco viene troppo spesso tirato fuori a sproposito. La destituzione di un personaggio potente (perché tale è risultato essere Palamara) non può essere paragonato al nulla di fatto[12]. In più: seguiranno probabilmente altre condanne e molto verosimilmente si attuerà una riforma del Consiglio Superiore della Magistratura: se non di altro, almeno del sistema di elezione.

Ripensare il CSM, riformarlo: questo è il leitmotiv. E indubbiamente il fulcro è lì: il CSM è l’oscuro oggetto del desiderio (per i vantaggi, troppi e ingiustificati, che si offrono a chi ne viene eletto componente), è il riflesso delle correnti associative perché solo l’appoggio di una corrente consente a un magistrato di essere eletto, ed è, infine, l’epicentro in cui si produce il cortocircuito costituito dalla pressione di forze clientelari.

Ma, attenzione. Per cominciare: alcune proposte sono palesemente impraticabili, come quella del sorteggio, che è da respingere perché contraria al dettato costituzionale e ai più elementari princìpi democratici. Altre sono addirittura peggiorative rispetto alla situazione attuale in quanto miranti a gerarchizzare le funzioni inquirenti e requirenti. Altre ancora, le più oscurantiste, auspicano la fine delle correnti e della stessa Associazione, come se una maggiore cultura della giurisdizione e un più ampio dibattito interno non fossero, di per sé, beni preziosi da custodire e incentivare (per non dire dell’evidente incostituzionalità del divieto di forme associative).

Se si vogliono davvero combattere le pratiche clientelari e consociative, è un’altra la strada da percorrere: bisogna spezzare il cordone ombelicale tra le correnti e coloro che sono chiamati a svolgere le funzioni di autogoverno.

È quel rapporto il terreno di coltura per i desideri deviati (rubo la definizione al titolo del romanzo di Edoardo Albinati): sappiamo che i virus più invasivi sono i desideri di fama, onori, denaro, potere, ecc. e neppure i magistrati ne sono immuni o, perlomeno, non tutti. Bisogna fare in modo che l’elezione a componente del CSM non attribuisca uno status particolarmente appetibile (gettoni, benefit di vario genere, una corsia privilegiata per conquistare future posizioni apicali)[13] né instauri con la corrente (o, peggio, con un capocorrente) un vincolo che possa, anche solo astrattamente, scivolare nella logica perversa del do ut des. L’eliminazione di ogni benefit aggiuntivo e la limitazione dell’eleggibilità a una sola particolare fascia (ad esempio, ai magistrati che si trovano nel segmento finale della carriera) potrebbero essere rimedi di una qualche efficacia per disincentivare giochi di potere e manovre di reciproca captatio benevolentiae.

Ci piacerebbe che il CSM, organo costituzionale che è presieduto dal Capo dello Stato, diventasse veramente un pacato consesso di saggi, nel cui seno non devono albergare ambizioni personali e si deve essere sordi a qualunque canto di sirena e a qualunque “ ricatto morale ”. Può sembrare una proposta frutto di una ribalda filosofia del “ chi pensa male del prossimo ci azzecca ”? Siamo i primi a respingere quella filosofia come regola aprioristica del giudicare, ma non quando si tratta di predisporre uno scudo protettivo e di prevenire conflitti di interesse. Significherà pure qualcosa che gli incontri segreti all’hotel Champagne ( quanta ironia ci propina la realtà! ) avvenivano tra due capicorrente o ex-capicorrente ( Palamara e Ferri, quest’ultimo già da tempo parlamentare ) e ben cinque componenti del CSM ( Lepre, Spina, Cartoni, Morlini e Criscuoli ), oltre che con il parlamentare Lotti. Si può ancora fingere di non sapere che quello fosse il sistema invalso? E di non sapere che le sfolgoranti carriere venivano compiute da chi aveva alle spalle un potente sponsor, in una vorticosa gara di reciproco scambio?[14]

4.Necessità che il senso del giusto investa qualunque aspetto della vita del magistrato.

Con il caso Palamara, quindi, è stata messa in gioco, la credibilità della Magistratura come istituzione: non si può pretendere che la gente continui a credere nella terzietà del giudice, nella sua autonomia e imparzialità, nella sua serietà e incorruttibilità, quando si è visto con quanta leggerezza e ineleganza – e con quale sprezzo delle istituzioni – venivano discusse questioni di organizzazione, e non solo, da parte di suoi rappresentanti di spicco. Certo, coloro che sono addentro ai meccanismi di Giustizia sanno che la complessiva realtà giudiziaria è fatta di altro, anche di altro. C’è un “ amore ” per la giustizia da parte di una stragrande maggioranza di magistrati che è ben diverso dalla versione allucinatoria che sbandiera Palamara. Silvana Ferriero, una donna magistrato ( non famosa, non esaltata da giochi di potere, non protagonista di cene eleganti, ma che “ smazza ” carte e fascicoli giudiziari per dieci ore al giorno ) scrive a Palamara una lettera aperta ( in Dagospia, pubblicazione web ):

Ho lavorato assai, con scrupolo, con zelo, ma soprattutto con grande passione. Ho lavorato così tanto che alla fine mi sono innamorata di questo lavoro, che, in realtà avevo scelto quasi per caso. […] Ho amato l’aria che si respira nei palazzi di giustizia, la luce di certe aule in certe ore del giorno, l’atto di indossare la toga. […] Ho amato e temuto il potere terribile e formidabile di entrare nella vita delle persone fatalmente legato all’esercizio della giurisdizione. Ho cercato di usarlo con sapienza, con equilibrio, ma soprattutto con rispetto. Ho amato la possibilità che talvolta quel potere fornisce di raddrizzare un torto, di rimettere le cose a posto. Da lettrice compulsiva quale sono ho amato, forse più di ogni altra cosa, la promessa di una nuova storia che mi pareva di intravedere dietro la copertina di ciascun fascicolo che ho sfogliato.

Finita la lettura della lettera, abbiamo sentito attenuarsi quel senso di sconforto che tutta la vicenda Palamara ci aveva ispirato, soprattutto a causa di quel sottofondo da Palamara abilmente insinuato di “ così fan tutti ”. E anche noi, insieme alla Ferriero, ci chiediamo ora come sia possibile che certi colleghi, quelli che come Palamara sprecano il tempo in intrighi correntizi e che per fortuna sono una minoranza, abbiano voluto fare i magistrati. Certo, per il futuro qualcosa cambierà. Ma non siamo così ingenui da farci illusioni.

Una riforma del CSM, quale essa sia, non riuscirà a scongiurare il pericolo delle degenerazioni dell’associazionismo. Naturalmente non neghiamo, però, la necessità di una riforma del CSM e certamente una riforma ci sarà: ne è convinto e l’ha auspicata lo stesso Presidente della Repubblica. Senza una riforma è difficile che si ristabilisca quel rapporto fiduciario che “ dovrebbe esistere – cito ancora le parole della Ferriero – tra noi e quel popolo in nome del quale amministriamo la giustizia ”. A quel popolo spetta il diritto di sapere che esistono giudici che sono “ giusti ” in ogni estrinsecazione della loro persona, perché è questo il presupposto della loro credibilità quando si occuperanno di una controversia, sia essa una lite di condominio o una bancarotta fraudolenta o la scelta tra due magistrati che concorrono per lo stesso posto.

Ma, la verità è che, più ancora di una riforma, servirebbe un pensiero centrale, quel senso del giusto e non giusto, che deve permeare l’intera vita di chi ha scelto di esercitare una pubblica funzione e, a maggior ragione, la giurisdizione.

In un suo libro Emmanuel Carrère[15] descrive le vite di due magistrati della provincia francese: agli occhi dello scrittore appaiono come due “ piccoli ” magistrati ( piccoli perché si occupano di controversie che riguardano la povera gente, non di processi enfatizzati dalla stampa ), ma alla fine Carrère capisce la “ grandezza ” di quei due magistrati. Essi sono “ grandi ” perché il loro quotidiano e pressante lavoro presuppone l’unico intento di voler riparare un torto, ripristinare il diritto violato ed essere accanto ai soggetti più deboli della società. In una parola: la loro grandezza sta nel “ gusto disinteressato per la giustizia ”.

Ecco cosa c’è da augurarsi, oltre alle condanne ( che spesso, sull’onda dell’emozione e indignazione popolare, non sono eque ) e alle riforme: che le nuove generazioni portino con sé nei Tribunali di domani, nel CSM di domani e nell’ANM di domani, meno voglia di carrierismo e più “ gusto disinteressato per la giustizia ”, meno desideri deviati e più codice morale.

[1] Per i riferimenti al poeta Caproni, cfr. G. CAPRONI, Il mio Enea, Milano, 2020, p. 141.

[2] Sui temi dell’insolvenza, del concorso e dell’esdebitazione si rimanda a F. DI MARZIO, Insolvenza civile e concorso, in AA.VV., In ricordo di Michele Sandulli. La nuova disciplina delle procedure concorsuali, Torino, 2019, p. 336; v. anche il mio scritto Presentazione dell’opera, in Trattato di diritto delle procedure concorsuali, I, IX, diretto e coordinato da U. APICE, Torino, 2010.

[3] Le società, e le stesse istituzioni statali, vanno modellandosi secondo la logica di una “ cultura del prendere ”: il mondo appare come un enorme container di potenziali beni di consumo messi a disposizione di chi si concentra nell’intento di arraffarli ( cfr. Z. BAUMAN, E. MAURO, Babel, Roma – Bari, 2007 ).

[4] Cfr. T. PADOVANI, Intervista a Il Dubbio, 21 agosto 2020. Il prof. Padovani è convinto che nessuna riforma del CSM potrà dare qualche frutto fino a quando non si attuerà un’altra riforma: la separazione delle carriere tra pm e giudici. Si legge testualmente: “ In caso contrario avremo un CSM che sarà comunque dominato dalle procure [—] i pm domineranno perché sono i magistrati più visibili, quindi saranno i più votati , anche perché incutono più rispetto e timore”. Per fortuna, la giustizia non è (non ancora, perlomeno) pervasa dalle leggi della società dello spettacolo e, tra l’altro, le elezioni si svolgono per categorie: quindi, non c’è e non potrebbe esserci, in seno al Consiglio, una predominanza di pm. Attualmente, la composizione del CSM contempla la presenza di quattro magistrati pm a fronte di dodici magistrati giudicanti e otto componenti laici.

[5] Già nel 1979 veniva espressa delusione nei confronti di una unificazione (tra le correnti di Impegno costituzionale e Terzo potere), che era nata con l’ambizione di costituire un polo di aggregazione unitaria che rilanciasse l’attività associativa, e che invece mostrò da subito i segni delle vecchie tare corporative. Si osservò, tra l’altro, che il nuovo gruppo di “Unità per la Costituzione” utilizzò alla prima occasione (elezione dei consigli giudiziari nelle sedi più importanti) il meccanismo della legge elettorale maggioritaria per occupare tutti i posti. A tale riguardo cfr. S. SENESE, La difficile riforma della magistratura, in democrazia e diritto, 1979, 3, 449.

[6] Bisogna intendersi. Il male non sono le correnti in sé. Il pluralismo può tradursi, anche in seno al C.S.M., in una dialettica ideale rapportabile alle posizioni ideologiche dei vari gruppi di magistrati. Il male delle correnti si verifica quando i loro componenti agiscono non secondo questioni di principio, ma secondo il clientelismo e la gestione bruta del potere.

[7] Non bisogna andare molto lontani nel tempo per assistere a manovre che avevano come obiettivi l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Durante i lavori della Bicamerale l’elettività dei pubblici ministeri fu proposta dalla Lega e votata da Forza Italia. Chi non mancò allora di sottolineare entità e probabilità dei rischi fu, tra gli altri, S. MANNUZZU, Il fantasma della giustizia, Bologna, 1998. In fondo, anche allora il senso del pubblico era in difficoltà dappertutto e anche allora ci si chiedeva, dopo gli eccessi di Mani pulite, Quis custodiet custodes?

[8] A ritenere che la sorte dell’indipendenza della magistratura sia strettamente intrecciata a quella dell’unicità delle carriere è un Autore che ha ricoperto incarichi politici e di governo, oltre a essere stato Vicepresidente del C.S.M.: M. VIETTI, La fatica dei giusti. Come la giustizia può funzionare, Milano, 2011, 131ss. Cfr. anche B. TINTI, La questione immorale, Milano, 2009, che sottolinea come non avrebbe senso mettere sullo stesso piano pm e avvocato, in quanto il pm difende un interesse pubblico (far condannare il colpevole) e l’avvocato difende un interesse privato (fare assolvere l’imputato). Per Tinti, quella della separazione delle carriere è una vera e propria sciocchezza, ripetuta tante volte da essere diventata un’ossessione: op. cit., p. 131.

[9] Scrive M. VIETTI, op. cit.: “occorre preservare la comune cultura della giurisdizione tra pubblici ministeri e giudici poiché solo così si può tutelare la delicata funzione della pubblica accusa dal pericolo di legami gerarchici con il potere esecutivo. Anche attraverso l’unicità del CSM, dunque, il Pm è ricondotto a un ruolo di garante del rispetto della legge e della legalità e condivide con la magistratura giudicante la professionalità, la formazione e la deontologia”.

[10] Di fronte alla pretesa di una aprioristica separazione, M. VIETTI, op. cit., concludendo il suo pensiero, manifesta “il sospetto che la separazione abbia un altro scopo prioritario: appunto quello di isolare il pubblico ministero dal corpo della magistratura per farne un orfano facile preda di qualche non disinteressata matrigna”. Un sospetto che ha una sua giustificazione, visto che una separazione delle carriere (con due CSM) porterebbe a un rafforzamento del potere dei PM, con la sottrazione dell’azione disciplinare nei loro confronti a un organismo che, come è oggi, si compone in prevalenza da magistrati giudicanti. Siccome i fautori della separazione non possono volere questo paradossale risultato, che andrebbe in direzione opposta all’effetto desiderato, c’è da pensare che l’obiettivo finale della separazione è la fuoriuscita dei pm dalla giurisdizione: situazione che fa venire in mente la tattica del carciofo che si mangia foglia dopo foglia.

[11] La teoria del “sistema” è fatta propria dallo stesso Palamara: “è esistito ed esiste un sistema, ripeto questa parola, “Sistema”, che va oltre Palamara, e che ha condizionato tutte le nomine” (ALESSANDRO SALLUSTI intervista LUCA PALAMARA. IL SISTEMA, Milano, 2021, p. 45).

[12] Si coglie l’occasione per smentire una falsa notizia che è rimbalzata sugli organi di stampa. Non è vero che la vicenda Palamara è il primo caso, nella storia del CSM, di un procedimento disciplinare che si sia concluso con l’irrogazione della destituzione (massima sanzione). Al contrario, ci sono stati in passato altri casi e anche per incolpazioni che non coinvolgevano responsabilità penali. Dal che si rileva un livello di rigore che difficilmente si riscontra negli organismi disciplinari di altre categorie professionali.

[13] E’ ancora lo stesso Palamara ad affermare che per un magistrato entrare nel CSM significa raddoppiare per quattro anni lo stipendio e “godere di una corsia preferenziale al momento della ripresa della carriera”: ALESSANDRO SALLUSTI intervista LUCA PALAMARA: IL SISTEMA, cit., p. 33.

[14] Nell’intervista col giornalista Sallusti ( v. libro sopra più volte citato ), il dott. Palamara, parlando degli effetti indotti che scaturiscono dalla gestione non ortodossa delle nomine, disegna un quadro fosco, che – secondo noi – non può essere preso alla lettera, dovendosi tener conto che Palamara, radiato dalla Magistratura, tende oggi a essere attratto da un perverso gioco al massacro, per una comprensibile “ sindrome rancorosa ” ( di cui lui stesso parla a proposito di colleghi beneficiati ).

[15] E. CARRÈRE, Vite che non sono la mia, Torino, 2011.