Non c’è pace per le società cessionarie di crediti ceduti in blocco.

Di Ilenia Febbi -

1.L’Ufficio dell’esecuzioni immobiliari del Tribunale di Firenze ha emesso in data 23 gennaio 2020 una circolare con cui richiede, nel caso in cui la società cessionaria del credito controverso si sia regolarmente costituita ex art. 111 c.p.c. all’interno della relativa procedura esecutiva immobiliare, il deposito del contratto di cessione o di una liberatoria rilasciata dall’Istituto di credito cedente, ai fini dell’individuazione del soggetto legittimato a ricevere le somme ottenute all’esito della procedura stessa, anche qualora la società abbia già debitamente prodotto in giudizio la Gazzetta Ufficiale nella quale è stata pubblicata la relativa operazione di cessione di crediti in blocco.

La linea prescelta dall’Ufficio si presta a serie critiche.

2. Sembra innanzitutto emergere una certa confusione tra legittimazione ad agire in excutivis e titolarità effettiva del credito. Non v’è dubbio infatti che, nelle ipotesi considerate, il procedente cessionario sia fornito della legittimazione ad agire, cioè presenti le caratteristiche formali per agire in proprio nome (secondo la regola generale dell’art. 81 c.p.c.) a tutela di un diritto affermato come proprio. Si tratta di una condizione dell’azione la cui assenza è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado.

Differente è il caso della titolarità in senso stretto del diritto, la quale è riconducibile, in generale, alla fondatezza della pretesa vantata in giudizio e, nell’esercizio dell’azione esecutiva, alla effettiva esistenza del diritto messo in esecuzione. Se il procedente – che si presenta come cessionario in virtù di un titolo di legittimazione in tal senso – non lo fosse effettivamente, questa sarebbe questione che non riguarda la ritualità dell’agire bensì l’obbligazione nei suoi termini soggettivi ed oggettivi. Riguarderebbe, cioè, un elemento che spetterebbe al debitore eventualmente contestare con il mezzo dell’opposizione ex art. 615 c.p.c. Non si comprende invece a che titolo il g. e. eserciterebbe il potere di verificare ex officio una questione che attiene al merito riservato all’opposizione.

La società cessionaria che, ex art. 111 c.p.c., assume l’azione esecutiva quale titolare del credito in virtù di successione nel diritto, professa chiaramente la propria titolarità e manifesta la propria legittimazione ad agire, sicché i dubbi che la circolare in esame vorrebbe fugare attengono esclusivamente ad un questione di merito ossia alla titolarità in senso stretto del diritto di credito oggetto dell’esecuzione immobiliare sebbene tale eccezione, come detto, spetti esclusivamente al debitore che può sollevarla mediante l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.

In sede esecutiva non rileva peraltro la linea giurisprudenziale secondo cui, nonostante l’attinenza al merito della titolarità del diritto, le questioni relative  a tale titolarità sono rilevabili d’ufficio (Cass. n. 15832/2011; Cass. n. 15759/2014; Cass. S.U. n. 2951/2016) quando non costituiscano un’eccezione di merito in senso stretto. Questo infatti può valere nel procedimento di cognizione, ma non nell’esecuzione dove l’ambito cognitivo del g. e. è estremamente ridotto, essendo invece il debitore onerato di agire in opposizione per far valere le proprie difese.

3.Ora, la giurisprudenza concorda sul fatto che il documento di legittimazione del credito nello speciale caso di cessione di crediti in blocco ai sensidall’art. 58 comma 2 T.U.B., è il testo della Gazzetta Ufficiale con cui è data notizia dell’operazione finanziaria in questione. L’operazione viene pienamente provata dalla società cessionaria mediante il deposito di tale testo, in cui sono state identificate specificatamente le categorie di crediti ceduti mediante l’indicazione di caratteristiche comuni. Non è, quindi, necessario il deposito di alcun contratto di cessione o altro documento riportante il credito specifico oggetto della procedura esecutiva in cui la società succeduta al precedente creditore si è costituita: “… in tema di cessione in blocco dei crediti da parte di una banca, ai sensi dell’art. 58 del cit., è sufficiente a dimostrare la titolarità del credito in capo al cessionario la produzione dell’avviso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale recante l’indicazione per categorie dei rapporti ceduti in blocco, senza che occorra una specifica enumerazione di ciascuno di essi, allorché gli elementi comuni presi in considerazione per la formazione delle singole categorie consentano di individuare senza incertezze i rapporti oggetto della cessione” (Cass. n. 31188/2017; Cass. n. 17110/2019).

La specifica enumerazione e il conseguente onere di produzione del singolo documento di cessione vanificherebbero infatti la portata innovativa dell’art. 58 TUB, il quale disciplinando le cessioni di rapporti giuridici in blocco, volutamente introduce una disciplina derogatoria rispetto a quella prevista dal codice civile agli artt. 1264 e ss., proprio al fine di agevolare operazioni che hanno portata incomparabilmente maggiore in confronto ad una cessione di una singola situazione giuridica.

Difatti, dal comma 2 della disposizione richiamata si ricava che la pubblicazione in Gazzetta della cessione dei crediti prende il posto e la funzione della notifica individuale prevista dalla disciplina ordinaria: come tale essa è condizione necessaria e sufficiente per l’opposizione della stessa ai debitori ceduti. Dal che si deduce che – una volta soddisfatta la condizione della pubblicazione – diventa onere precipuo del debitore dedurre e provare il contrario, cioè l’insussistenza della successione nella titolarità del credito in capo al richiedente.

Peraltro, la stessa Banca d’Italia nella circolare n. 229 del 21 aprile 1999 ha confermato che i rapporti giuridici a cui fa riferimento l’art. 58 TUB sono crediti, debiti e contratti che hanno un comune elemento idoneo a distinguerli e tramite il quale possono essere identificati con la semplice consultazione della Gazzetta Ufficiale. Si tratta di una esplicazione tecnica che elimina alla radice il dubbio, che sembra presiedere alla Circolare in commento, sulla titolarità del credito.

Dunque, la richiesta formulata mediante la circolare de qua di depositare il contratto di cessione in cui è indicato specificatamente il credito oggetto dell’esecuzione, al fine di verificare che lo stesso sia stato effettivamente ceduto, prima di procedere alla corresponsione delle somme ricavate dalla procedura in  favore del creditore cessionario costituitosi ex art. 111 c.p.c., nonostante la produzione in giudizio della Gazzetta Ufficiale, appare totalmente contraria alla ratio dell’art. 58 TUB e a quanto stabilito in via unanime dalla giurisprudenza di legittimità.

4.La Circolare si riallaccia poi all’iscrizione nel registro delle imprese prevista dallo stesso art. 58 TUB, per richiedere il contratto di cessione del credito iscritto nel Registro delle Imprese. Giova però in proposito rilevare che tale iscrizione non è un elemento della fattispecie della cessione, avendo solo funzione di onere pubblicitario la cui ignoranza non incide su effetti conseguenti direttamente all’atto di cessione.

In alternativa al deposito del contratto di cessione, prosegue la Circolare, andrebbe prodotta “dichiarazione liberatoria dell’istituto di credito cedente”. La cosa non si comprende, innanzitutto, quando si verifica un fenomeno successorio ex art. 111 c.p.c. nella procedura esecutiva. Essa peraltro neppure sembra legittima in assenza di contestazione proveniente dal debitore, cioè dall’unico soggetto effettivamente interessato a che l’esecuzione abbia effetti solutori e che le somme ottenute all’esito della stessa vengano versate nei confronti del reale creditore. Come si detto infatti, il debitore che ritenga che il procedente non sia l’effettivo titolare del credito vantato nei suoi confronti, può proporre opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. contestando proprio il diritto del soggetto ad agire in via esecutiva in suo pregiudizio.

La circolare in esame condiziona quindi il versamento delle somme ottenute dalla procedura esecutiva all’attività di un soggetto estraneo al processo, rendendo obiettivamente difficoltosa la soddisfazione della società cessionaria. Dal punto di vista pratico tale richiesta comporta inevitabilmente notevoli ritardi nella corresponsione di quanto ricavato dalla vendita in favore del nuovo titolare del credito: si consideri infatti che l’atto richiesto non è affatto di facile reperimento considerato che il soggetto cedente e quello cessionario sono due entità giuridiche completamente differenti con organi rappresentativi e strutture organizzative separati.

D’altronde il cedente, nel caso in cui intervenga nell’esecuzione immobiliare il cessionario del credito ai sensi dell’art. 111 c.p.c., sarebbe automaticamente estromesso dal giudizio in questione senza la necessità che venga acquisito il suo consenso né quello del debitore. Come già argomentato in altra sede[1], è necessario evidenziare che lo stesso non essendo più titolare del credito posto in esecuzione avrebbe completamente perso il proprio interesse a rimanere in giudizio ossia la propria legittimazione attiva, tenuto conto del fatto che il giudizio esecutivo è finalizzato alla soddisfazione della pretesa creditoria di cui esso stesso si è liberato. L’assunto è confermato altresì dalla giurisprudenza di legittimità, la quale ha espressamente affermato che ai fini dell’estromissione del cedente dalla procedura esecutiva, qualora sia intervenuto il cessionario, non è necessario il consenso di nessuna delle parti del giudizio, in deroga a quanto stabilito dall’art. 111 co. 3 c.p.c. per il giudizio di cognizione (Cass. n. 21395/2018).

Il TUB volle favorire le cessioni semplificandone le procedure per aprire la strada ai massicci flussi interbancari che seguirono nei decenni successivi; le Banche si ristrutturarono intorno a tali attività. Molte delle cedenti oggi non esistono più perché assorbite da altri istituti, o fuse in nuovi soggetti che hanno azzerato le vecchie strutture organizzative sostituendole con altre e diverse forme di gestione. Ne segue che, il più delle volte, il cessionario non saprebbe praticamente più con quale soggetto deve comunicare per ottenere la dichiarazione liberatoria dell’istituto di credito cedente, che – specifica la Circolare – deve essere “proveniente da organo legittimato (con allegazione delle relative procure)”.

Tutto questo in un contesto dove il problema posto dalla Circolare – cioè quello di “individuare con certezza il soggetto legittimato a ricevere il pagamento” – è risolto a monte dall’efficacia liberatoria del pagamento al creditore apparente. E poiché tale questione va definita con il criterio generale della diligenza, una volta soddisfatto in via esecutiva il soggetto agente in veste di cessionario, resta escluso che un diverso soggetto possa presentarsi al debitore quale titolare del credito.

[1] I. Febbi, “Cessione del credito in corso di esecuzione e consenso all’estromissione ai sensi dell’art. 111 c. 3 c.p.c.” in www.judicium.it