Ancora circa le conseguenze del formalismo (breve chiosa a ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. 14531 del 2018, 6 giugno)

Di Silvio Sorace -

1) Il caso

Con la ordinanza in esame la Corte di Cassazione ha giudicato separatamente la posizione di D.N. e quella degli altri ricorrenti.

a) Per la prima, – pur riconoscendo l’erroneità della pronuncia di secondo grado per la ritenuta ivi ammissibilità di produzioni documentali in appello nella sola ipotesi “in cui non siano maturate decadenze e la produzione risulti giustificata dall’evoluzione della vicenda processuale o dal tempo di formazione del documento”, sì da escludere in tal modo in appello anche l’ammissibilità di produzioni documentali da valutare “indispensabili” -, i giudici di legittimità hanno rigettato il motivo confermando la pronuncia negativa, ma con diversa motivazione, avendo in limine ritenuto l’insussistenza delle condizioni per qualificare la produzione stessa “indispensabile”, stante il fatto che del documento prodotto – che si risolve, in buona sostanza, in una attestazione di ricezione di documenti da parte dell’Istituto scolastico (con indicazione del numero di protocollo) di un’istanza di fissazione della riunione per l’espletamento del tentativo di conciliazione[1] – non era stato riportato però il contenuto (letterale) con il corollario in tal modo – secondo la Corte – di non consentirle né di individuare le pretese in relazione alle quali la richiesta era stata presentata, né di valutarne il valore in effetto interruttivo o meno per la impossibilità di verifica circa la effettiva esplicitazione nel documento di una richiesta scritta di adempimento.

b) Per gli altri ricorrenti, la Corte ha giudicato poi il ricorso inammissibile nella parte in cui con lo stesso si deduceva che la “prova documentale della ricezione era in atti”, sia per la omessa trascrizione del contenuto del documento che proverebbe la ricezione, sia infine per essere in realtà stato proposto con il ricorso di legittimità un motivo di revocazione che, non essendo assolutamente risolubile in un motivo di ricorso per cassazione (solo nella specie proposto), era ad evidenza, per tale profilo in limine risolutivo, inammissibile.

2) Osservazioni critiche

Non possono assolutamente condividersi le affermazioni del Supremo Collegio sopra brevemente riassunte.

a)Per quanto si riferisce alla posizione di D.N., i profili del ragionamento adottato dalla Suprema Corte, che non sembrano condivisibili, sono i seguenti:

a.1) È necessario premettere a tal punto la verifica del tema effettivo oggetto della controversia tra le parti con riguardo alla questione della prescrizione: il Tribunale aveva negato il valore interruttivo della prescrizione con riferimento alla constatazione che il mero deposito della richiesta di tentativo di conciliazione fosse inidoneo a tal fine in assenza di prova della sua ricezione, e, pertanto, l’oggetto del contendere non concerneva assolutamente né se fosse da annettere o meno all’atto in questione ex se per il suo contenuto un valore interruttivo della prescrizione – d’altro canto, nel caso indiscutibile, stante la previsione ex lege sul punto dell’effetto in questione di cui all’art. 410 c.p.c. proprio per quanto si riferisce alla “comunicazione della richiesta di tentativo di conciliazione” -, né se tale atto si riferisse o meno ai diritti dedotti in giudizio, ma solo era dato dalla problematica della intervenuta ricezione o meno dell’atto. È ovvio, quindi, che la documentazione dimostrativa in tesi, secondo l’appellante, della ricezione (al n. 336 del protocollo del 23.4.2008 si legge nella sentenza) era proprio decisiva e, in quanto tale, indispensabile[2], e perciò ammissibile in appello, al contrario di quanto ritenuto – cfr. ante – dai giudici di appello del resto sul punto smentiti da quelli di legittimità, che infatti hanno corretto tale grave errore della motivazione adottato dal giudice del gravame (relativo cioè alla, ritenuta a torto – cfr. ante – inammissibilità di produzione in appello di documenti, che pure fossero da valutare indispensabili ai fini della decisione). Stupisce però ugualmente la soluzione – negativa per altre ragioni (sopra indicate) – data, invece, dal Supremo Collegio, che sembra, in definitiva, omettere la considerazione che il valore interruttivo della prescrizione con riguardo all’atto in questione era in discussione nel caso solo per il profilo della omissione di prova circa la ricezione del documento de quo, e non già, ripetesi, per il profilo di un suo contenuto in ipotesi inidoneo a tal fine (-peraltro argomento questo davvero irrilevante, stante il già sopra richiamato effetto tipico attribuito dalla legge alla ricezione dell’atto di istanza di fissazione della riunione per il tentativo di conciliazione-) o per quello di una ipotetica mancanza di riferimento dell’atto ai diritti dedotti in giudizio. Se tali punti, come sopra individuati, erano, in buona sostanza, incontestati, non si riesce a comprendere la decisione del Supremo Collegio, che, a fronte di una documentazione prodotta in appello, in tesi sicuramente dimostrativa della ricezione, della richiesta di fissazione della riunione per il tentativo di conciliazione, ha finito per confermare la sancita inammissibilità in appello per una pretesa impossibilità in limine di giudicare sulla indispensabilità per carenza di allegazione (e prova) sui punti sopra indicati – però incontestati -; è agevole osservare, in contrario, che l’articolo 115 c.p.c. ha oramai, rafforzando peraltro quanto già in precedenza si era affermato in linea generale circa i principi normativi dominanti il processo civile, introdotto expressis verbis[3] il principio della non contestazione, per cui sicuramente vale l’esonero ex lege dalla prova circa le circostanze su cui la contestazione non sia stata proposta (e così, nel caso, circa i punti sopra delineati).

a.2) Il secondo motivo di critica si profila per un duplice aspetto: si è ritenuto, dal Supremo Collegio, come d’abitudine, necessaria la trascrizione del contenuto dell’atto in adesione al principio dell’autosufficienza[4]. Ora, a parte le critiche giustamente proposte in proposito, stante la inopinata interpretazione dell’espressione “indicazione” di cui all’articolo 366 c.p.c. (la trascrizione del documento sicuramente non può proprio ritenersi imposta su tale base normativa), è veramente un fuor d’opera pretendere l’esame analitico delle espressioni adottate nell’istanza in questione per inferirne o meno il valore interruttivo della prescrizione, che invece per tale tipo di atto è comunque ex lege previsto tassativamente (articolo 410 c.p.c.)[5], ma nel caso poi è ancor più incredibile il richiamo, nella sentenza, come fattore rilevante in limine per la valutazione di indispensabilità, di una presunta non specificità del contenuto del documento, quando in proposito è sufficiente il richiamo di tale atto sic et simpliciter perché se ne possano riconnettere, per il profilo contenutistico, gli effetti interruttivi della prescrizione. Il richiamo di tale atto, che era pacificamente qualificato nel giudizio come “istanza di fissazione della riunione per il tentativo di conciliazione”, era sicuramente sufficiente per inferirne senza dubbio alcuno i suoi effetti (interruzione della prescrizione) inderogabilmente fissati ex lege per il profilo in esame.

b) L’altra statuizione di inammissibilità concernente gli altri ricorrenti si basa solo, oltre che sulla consueta verifica della mancata trascrizione nel ricorso della “parte del documento che proverebbe la ricezione della richiesta” (-e su tale affermazione si richiamano le osservazioni di cui sopra-), sul fatto che era stato in effetti denunciato un errore revocatorio commesso dalla Corte di Appello non riconducibile ad un motivo di ricorso per cassazione (solo nella specie proposto), e quindi come tale inammissibile.

Ma deve osservarsi che  con il ricorso stesso si era in buona sostanza lamentato che la pronuncia di appello aveva errato per non avere la stessa considerato il motivo di appello con cui si era dedotto il grave errore della sentenza di primo grado nel valutare come “non documentata” la ricezione dell’istanza de qua di tentativo di conciliazione in presenza in atti per converso già in primo grado di una prova documentale circa la vicenda (si richiamava, infatti, in appello il retro del verbale, depositato in primo grado, della mancata conciliazione – parte del documento che attesta la ricezione -). Così è agevole rilevare che non si trattava della allegazione di un errore revocatorio concernente la sentenza di appello – come sembra aver frainteso purtroppo il Supremo Collegio -, ma solo con il ricorso per cassazione si denunciava l’omissione di pronuncia da parte della sentenza di appello circa il motivo di appello, proposto a suo tempo dinanzi alla stessa Corte di merito, dato dalla allegazione di un errore revocatorio sì, ma inficiante la sentenza di primo grado –non avere, cioè, quest’ultima percepito la esistenza già in atti del documento dimostrativo della ricezione dell’istanza diretta ad ottenere la fissazione della riunione per l’espletamento del tentativo di conciliazione-. È ovvio che solo con il ricorso per cassazione ex art.  360 primo comma n. 4 c.p.c. si poteva far valere la dedotta violazione inficiante la sentenza di appello con riguardo alla omissione di pronuncia della sentenza stessa circa il motivo di appello, con cui correttamente era stato dedotto in quella sede di gravame di merito un errore revocatorio della sentenza di primo grado.

Per concludere, è ben noto che l’errore revocatorio, inficiante la sentenza di primo grado, essendo esclusa per tali sentenze ove ancora impugnabili  la revocazione, non può essere dedotto se non con l’appello[6], e l’errore denunciato avverso la sentenza di appello, come nel caso, concerneva proprio l’omissione della pronuncia circa tale motivo di appello, errore che non poteva essere fatto valere – come infatti è stato – che con il ricorso per cassazione (invece dichiarato inammissibile così evitandosi ogni giudizio).

3) Conclusioni.

Quel che preme comunque rilevare è quanto segue:

a) risulta incomprensibile che – una volta acquisita in atti la documentazione relativa alla comunicazione dell’atto di richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione, per sé ex lege interruttivo della prescrizione, e constatata la omissione altresì di qualsiasi contestazione circa la eventuale mancanza di inerenza di tale richiesta rispetto ai diritti vantati – la Corte Suprema abbia ritenuto necessaria, onde appurare la sussistenza o meno del requisito dell’indispensabilità[7], un’indagine assolutamente per contro superflua, perché concernente punti fuori dell’oggetto del contendere (e ciò tanto più considerando la nuova regolamentazione adottata dall’articolo 115 c.p.c., che ribadisce in pieno la superfluità – già peraltro prima della riforma sostenibile – di ogni indagine istruttoria sulle circostanze non contestate);

b) del pari stupefacente è l’affermazione della Corte, secondo cui la “documentazione – consistente nella “ricezione da parte dell’istituto scolastico di un’istanza di tentativo di conciliazione”-, riprodotta in grado di appello (in realtà, come dianzi riferito, già presente, secondo il ricorrente, in primo grado, cfr. ante, senza che il giudice di primo grado se ne fosse reso conto), “non aveva l’attitudine a dimostrare in modo inconfutabile che il decorso della prescrizione era interrotto, in quanto non specifica”; invero, l’omissione di ogni contestazione circa la qualificazione del documento in questione nel senso sopra descritto comportava invece che la “comunicazione” dell’atto in questione de iure ex art. 410 c.p.c. dovesse essere considerata inevitabilmente quale produttiva dell’effetto interruttivo della prescrizione, sì da rendere pleonastica ogni indagine – al fine di tale verifica – sulle letterali espressioni adottate nella richiesta.

Tutto quanto ora riferito vale, poi, a prescindere dall’importante rilievo  che nel giudizio l’istanza per l’espletamento del tentativo di conciliazione era in effetti stata prodotta in giudizio, e pertanto le eventuali obiezioni, circa il riferimento della stessa a diritti diversi da quelli dedotti in giudizio o circa la sua riconoscibilità quale effettiva istanza ai fini della conciliazione, ben potevano dalla parte interessata essere formulate, mentre non lo erano state. L’omissione totale della parte interessata nel proporre tali eccezioni non può che confermare che l’unico tema in contesa consisteva solo nella effettiva sufficienza, ai fini dell’interruzione della prescrizione, del deposito per sé – a prescindere dalla sua comunicazione – dell’istanza stessa; ma, una volta acquisita la prova documentale della ricezione (della comunicazione de qua) attraverso il documento che si intendeva produrre nuovamente in appello, lo stesso era da valutare sicuramente indispensabile, e pertanto da acquisire secondo la giurisprudenza della Cassazione (che, infatti, nel caso ha rilevato che la ritenuta dai giudici di  appello irrilevanza, ai fini dell’ammissione della produzione in questione, dell’indispensabilità costituiva evidente grave errore in cui erano incorsi nella specie i giudici di appello). In definitiva, la divergenza tra l’oggetto dell’istanza del tentativo di conciliazione e l’oggetto del giudizio, e la sua idoneità, in quanto  richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione, per sé ex lege a interrompere la prescrizione,  si risolvono in problematiche, la prima in astratto possibile (ma dissolta dalla constatata omissione di contestazione), la seconda invece de iure inipotizzabile stante la previsione tassativa della legge circa gli effetti interruttivi de quibus, e così sono temi completamente estranei alla presente lite, e veramente sembra un fuor d’opera avere richiamato, da parte del Supremo Collegio, inopinatamente la impossibilità di delibare il punto della estraneità (o meno) del contenuto dei documenti rispetto all’oggetto della pretesa azionata siccome fattore impeditivo in limine della valutazione circa la indispensabilità del documento.

Si deve pertanto osservare con amarezza che, purtroppo, anche l’ordinanza in esame sembra collocarsi nell’ambito della dilagante, purtroppo, tendenza ad evitare i giudizi per presunti ostacoli procedurali, che finiscono, così senza motivo, per impedire l’esame del merito e così la valutazione della ragione o del torto sul piano soggettivo, e sul piano oggettivo della violazione o meno del diritto oggettivo. Si è finiti, infatti, nel nostro caso  per cadere in un vero e proprio non giudizio, che ha comportato nel concreto, proprio a seguito di tale omissione, un errore su un punto decisivo assolutamente evidente in atti, e cioè l’avere negato, con riguardo al diritto vantato, la interruzione della prescrizione, che invece era stata positivamente provata in atti[8], con l’effetto di giustiziare in radice in via preliminare un diritto, senza alcun esame del merito.

[1] Su tale istituto vedasi Luiso, Il tentativo obbligatorio di conciliazione nelle controversie di lavoro, in Riv. it. dir. lav., 1999, parte I, pag. 376; Hernandez, Il tentativo obbligatorio di conciliazione e l’arbitrato nell’articolo 5 della l. n. 108/90, in Il Diritto del lavoro, 1991, I, 208; Manna, Il tentativo obbligatorio di conciliazione nella riforma degli art. 410 e segg. c.p.c. tra deflazione e legislazione (occulta) di sostegno, in Riv. crit. dir. lav., 1998, 519; Mercurio, Gli effetti della richiesta del tentativo obbligatorio di conciliazione sulla prescrizione, nota a Cass. 1° giugno 2006 n. 13046, in Riv. it. dir. lav., 2007, parte II, 200; Pardini, nota a Cass. n. 11116/2006,  Osservazioni darwiniane sulle mutazioni giurisprudenziali in tema di tentativo di conciliazione e termine di decadenza per l’impugnazione del licenziamento, in Riv. it. dir. lav., 2007, parte II, 189; Cecchella, Il tentativo obbligatorio di conciliazione nelle controversie di lavoro privato e pubblico, in Massimario della giurisprudenza del lavoro, 1999, 446 e ss.; Tiscini, Il tentativo obbligatorio di conciliazione,  in Riv. trim. dir. proc. civ., 1999, 1087 e ss.

[2] Sul punto della indispensabilità, vedasi recentemente Merlin, nota a Cass. S.U. n. 10790/2017, Indispensabilità delle prove e giudizio di appello, in Rivista di dir. proc., 2019, 553 e segg., che considera “inappagante” la scelta delle Sezioni Unite nell’avere privilegiato da un canto solo le prove documentali per la loro ammissibilità in appello ove indispensabili  e dall’altro, nel contempo, nell’aver reputato ammissibili le stesse pur ove “non sia svolta in primo grado alcuna attività istruttoria in conseguenza di una colpevole inerzia dell’interessato”; ancora recentemente la Suprema Corte (Cass. n. 28439/19 con nota di Abbamonte, Poteri di acquisizione documentale ex officio e regime delle preclusioni nel rito del lavoro,  in Foro It., 2020, Parte I, 2118) ha osservato, contrariamente a quanto indicato nella pronuncia in esame, che la valutazione, ai fini dell’ammissibilità della produzione, circa la indispensabilità del documento, ben può essere effettuata sulla base dell’esame diretto del documento stesso da acquisire e non già sulla base di una pretesa necessaria descrizione (a cura della parte) del contenuto del documento, de facto già versato in atti, in attesa del provvedimento ammissivo.

[3] Sul principio della non contestazione nel processo civile -che si estende anche ai fatti secondari (in tal senso Comoglio, in Comoglio, Consolo, Sassani, Vaccarella, Commentario al codice di procedura civile, 2013, II, 389)- le opinioni dottrinali (per tutte Del Core, in Giust. civ., 2004, parte II, 125; Taruffo, La semplice verità, il giudice e la costruzione dei fatti, 2009, 130 e segg. e Consolo, Spiegazioni di diritto processuale civile, II, 295) sono in genere restrittive rispetto alla sua efficacia, viceversa affermata più largamente dalla giurisprudenza (per tutte, Cass. n. 1540/07 in Foro it., 2008, I, 1625 e Cass. S.U. n. 761/02 in Foro it., 2002, I, 2019) nel senso di ritenere “pacifici” i fatti non contestati con una sorta di obbligo per il giudice  di ritenerli esistenti (così Cass. n. 12517/16; sul punto anche vedasi Verde, voce Domanda (principio della), in Enciclopedia giuridica, Treccani, 10).

[4] Sul principio dell’autosufficienza, si deve ormai ritenere debba escludersi l’onere di trascrizione del contenuto degli atti a fronte di quanto previsto dal protocollo siglato addì 17/12/2015 tra la Suprema Corte e il Consiglio Nazionale Forense, secondo cui “il rispetto del principio di autosufficienza non comporta un onere di trascrizione integrale nel ricorso … di atti o documenti, ai quali negli stessi venga fatto riferimento”; recentemente, è stato giustamente lamentato, Sassani, La deriva della cassazione e il silenzio dei chierici, in Riv. dir. proc., 2019, 43 e segg. che purtroppo si constata “nel campo del processo di cassazione il trionfo di una cultura del formalismo, cioè  del diritto processuale svuotato di ogni spirito vitale. Una subcultura del processo che incoraggia l’uso  di trappole argomentative non di rado riassumibili solo con la formula superior stabat lupus”, richiamandosi giustamente il principio secondo cui “le funzioni … attribuite alla Corte dall’art. 65 ord. giud. (e che vanno … sotto lo sgraziato appellativo di nomofilachia) sono complementari rispetto alla funzione primaria della Corte di garantire il principio di legalità reprimendo le violazioni all’ordinamento e stabilendo comunque per le parti il diritto del fatto”, con la giusta riaffermazione del vero significato dell’art. 111 Cost. “quale baluardo dei concreti diritti individuali e non quale astratta garanzia di sistema”; certamente inducono a riflessioni di tale tipo pronunzie, quali quella, ad esempio, di Cass. n. 122/19, che, pur dimostrando esplicitamente nella parte della sentenza dedicata al “fatto” di saper ricostruire le vicende storiche alla base del giudizio, poi dichiara inammissibile il ricorso proprio per il difetto del requisito della sommaria esposizione dei fatti, contraddicendo gli stessi principi indicati in altre sentenze dalla Suprema Corte (Cass. S.U. n. 11653/06) secondo cui non è necessaria nel ricorso una esposizione autonoma del “fatto” allorquando risulti il medesimo dal contesto del ricorso “attraverso lo svolgimento dei motivi”; o ancora, da ultimo, quella  di Cass. n. 1212/19, che ha negato in limine, nonostante la chiarezza del thema decidendum (incidenza o meno del giudicato attributivo di una pensione con una determinata decorrenza sulla successiva domanda da parte dell’Istituto di revoca della pensione stante la sopravvenuta cognizione, dopo il giudicato anzidetto, dell’attribuzione di altra pensione),  l’ammissibilità del ricorso per cassazione per il semplice rilievo della omessa trascrizione  testuale della  pregressa sentenza passata in cosa  giudicata.

[5] Sul punto deve richiamarsi, per un caso identico, la perspicua Cass. n. 19604/14, che infatti afferma: “né vale il rilievo della controricorrente, secondo cui, per l’ammissibilità del motivo di ricorso, il ricorrente avrebbe dovuto trascrivere il contenuto della detta richiesta. Il contenuto risulta dall’art. 410 c.p.c., e spetta al soggetto che contesti l’efficacia interruttiva della prescrizione del credito affermato dal lavoratore di provarne eventuali lacune e ambiguità”.

[6] In tal senso vedasi Cass. n. 19323/15, per  cui il sistema delineato dagli artt. 395 e 396 c.p.c.  esclude il rimedio revocatorio contro le sentenze di primo grado tempestivamente appellate; nello stesso senso recentemente Cass. n. 3760/18.

[7] Per la nozione di “indispensabilità” della prova da acquisire in appello, ove pure fosse accolta quella proposta da Consolo, Spiegazioni di diritto processuale civile, II, 504 e ss., non diversa sarebbe la soluzione per i rilievi assorbenti che precedono

[8] Sul formalismo vedansi le sempre attuali pagine di Salvatore Satta in Prefazione alla quinta edizione di Diritto Processuale Civile, 1956: “Il Giudice. E qui tocchiamo il formalismo nella sua vera e ultima radice, che è l’uomo. In sostanza, il formalismo non è altro che una manifestazione di paura: paura del giudizio, della grande opzione tra i due interessi in contrasto. Si direbbe che nel Giudice, accanto al dovere funzionale di giudicare, vibri l’eco paralizzante del nolite judicare. Paura, dunque, sacrosanta nelle sue origini, ma che non legittima le evasioni. L’evasione e il formalismo, il risolvere il giudizio in termini di processo, il rigetto della responsabilità del giudizio sulla norma”; tali parole, che si collocano in un’epoca oramai lontana, purtroppo non possono che provocare scetticismo sulla possibilità di un effettivo mutamento, ma ciò non toglie che sul punto le verifiche critiche debbano permanere nella speranza di un recupero del significato vero, originario, del giudizio.