Alcune suggestioni sul ruolo del giudizio attraverso Le avventure di Pinocchio

Di Gianluca Tracuzzi -

Sommario: 1. «C’era una volta…un re!»[1]. – 2. L’ennesima utopia? – 3. La storia e la fiaba. – 4. Il giudizio, tra esistenza e possibilità. – 5. Il processo in Pinocchio: due tesi a confronto. – 6. La differenza tra tutto finito e Tutto infinito. – 7. Scoprire «l’ippogrifo» attraverso il giudizio.

1.C’era una volta un uomo di umili origini – il cui (vero) nome era Carlo Lorenzini[2] – che, essendo «dotato di vivido ingegno»[3], ad un dato momento divenne persino un Re – non di un territorio, beninteso, ma nel cuore dei più semplici – scrivendo, con una «prosa saporosa e terragnola»[4], Le avventure di Pinocchio (d’ora in poi Pinocchio), «uno di quei rari libri che vengono letti e riletti: la prima volta da fanciulli, e le successive da adulti»[5]. Insomma, come ogni classico, «un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»[6]. Ragion per cui il Nostro, ancora oggigiorno, non viene ricordato per ricchezze o potere di spada (re per autorità), ma per signorilità[7] (Re per autorevolezza), ossia per «la capacità di riconoscere ciò che è, che è reale, che è veramente, in una parola, l’intelligenza»[8] (intus-legere, leggere dentro). Altro è avere, altro è essere. E nulla aggiunge, in questi rari casi, la consapevolezza.

È allora opportuno rendere omaggio a uno di quei piccoli – ma, a ben guardare, grandi – Re che non hanno mai saputo, in fondo, di esserlo[9]. La saggezza – la stessa di certi analfabeti poveri di beni materiali, eppure ricchi di spirito – è il trono su cui ignorano di sedere e che, naturalmente, li eleva rispetto al torpore della dimensione artificiale.

 

2. Le pagine su Pinocchio – attraverso le quali, con un particolare riguardo all’esperienza giuridica del processo, s’intende meditare – non rappresentano una virtuale visione con cui – stabilito l’ordine – si è preteso promuovere l’unica via da dover seguire (ordinatum), bensì un’allegoria del reale – tutt’altro che ingenua o disimpegnata – da cui far germogliare gli strumenti mediante i quali l’ordine può essere, dialogicamente, stabilito (ordinatio)[10]. Non si tratta – sul punto, nella letteratura critica, pare essere maturata una sostanziale convergenza – di un libro «consolatorio, che nasconde o edulcora la realtà, bensì liberatorio, perché la indica senza infingimento»[11]. Perciò quello di Pinocchio «non è affatto, in generale, un mondo alla rovescia»[12].

Si potrebbe, però, obbiettare che anche la descrizione dell’isola – che, riecheggiando la satira politica di Mandeville[13], sembra alludere all’Inghilterra del tempo[14] – dove si trova il «paese delle Api industriose» (cap. XXIV) – emblema di una perfetta società in cui non esistono oziosi o vagabondi, poiché tutti lavorano o vanno a scuola – è assimilabile alla metodologia della struttura utopista. Invero l’utopia, essendo fondata su un meccanico rovesciamento dell’esistente, mira a forgiare un «ordine nuovo» che viene convenzionalmente assunto – in nome di un’assoluta unità – come migliore[15], ma dietro cui si cela «la vera tirannia»[16].

Tuttavia il modello ideale qui proposto più che sovversivo della realtà – i cui nodi problematici riteniamo invece discutibili, come si dirà più oltre, attraverso le stimolanti rappresentazioni della «città di Acchiappa-citrulli» – sembra essere l’esatto contrario del «Paese dei balocchi» (cap. XXX), dove invero non vi sono scuole, né maestri, né libri, e dove le giornate «si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera»[17].

Pertanto i tre viaggi di Pinocchio, attraverso i quali si raccontano le sue avventure, avvengono i) nell’indimostrata compiutezza dell’isola delle Api industriose, ii) nelle pericolose mancanze – anch’esse, constatata l’identica impostazione di stampo geometrico[18], totalmente chimeriche – del Paese dei balocchi e, infine, iii) nella disincantata realtà – l’unica a poter essere effettivamente cambiata – della città di Acchiappa-citrulli.  Ciò a dire che contraddizioni e difficoltà non possono essere mai risolte ipotizzando: né muovendo da un’estremità, né dall’altra, sembra raggiungibile un approdo sicuro. Se nelle vicende terrene non è riscontrabile, in nessun caso, il bene assoluto e, nonostante alcune visioni scettiche, nemmeno il suo puro contrario, non resta che immergersi – partecipando da protagonisti – nell’eterna «lotta tra le grandi forze del male e del bene»[19].

In Pinocchio non sono allora rinvenibili precise soluzioni, piuttosto indefinite suggestioni che – attraverso l’intuito – si lasciano afferrare, con maggiore facilità, ad un certo punto della nostra strada[20]. Difatti l’intuizione del divino, lungo il corso della vita, collima con la «curva della semplicità», che decresce dall’infanzia all’età più matura – quando si crede, con alterigia, di sapere – per poi riprendere – prevalso, all’opposto, l’umile sapere di non sapere – quota e vigore in vecchiaia[21].

 

3. La straordinaria fortuna[22] di tale racconto si deve, secondo una seducente interpretazione, alla sua duplice natura di fiaba e «mito educativo»[23]. L’una – quando è strumentale al mero divertimento – si dimentica crescendo, mentre l’altro – stimolando la riflessione – è destinato a ri-proporsi nel tempo. Sicché la fantasia, di cui si nutrono i piccoli, qui pare far dama con una «morale sociale» rivolta, per converso, all’attenzione dei più grandi[24]. D’altronde la storia e la fiaba non possono che completarsi vicendevolmente, poiché «se la verità non si conosce da quelli che sognano sempre, neppure la conoscono quelli che non sognano mai»[25]. Pena un rovinoso scivolìo nella superbia, correndo così il rischio di vedere – come ammonisce Antoine De Saint-Exupéry – semplicemente il disegno di un cappello al posto di guardare[26], in quella stessa figura, un boa che digerisce un elefante[27].

Ora, se è vero che gli artisti sono autentici solo se inconsapevoli del loro dono, Lorenzini – che qualcuno, pensando ingenuamente di declassarne i meriti, ha definito «genio per caso»[28] – dimostra di esserlo davvero, allorquando decide – crediamo inconsciamente, appunto – di qualificare, nel sottotitolo, la sua fiaba come una storia («Storia di un burattino»)[29].

Tuttavia la storia – probabilmente si dirà – è reale, in quanto esistita; la fiaba, viceversa, solo virtuale, essendo finzione. Ma occorre sempre intendersi sul significato autentico delle parole, in questo caso per non incorrere nell’equivoco di chi confonde l’esistenza con l’essere; o, detto altrimenti, «la superficie fenomenica del reale» con ciò che «non è perimetrato dai confini dell’esperienza sensibile»[30].

Mentre la finzione – limitandosi all’esistente – pone in evidenza ciò che non è («falso è che un cavallo sia un ippogrifo», o «che sia esistito un ippogrifo»), l’invenzione – aprendosi al possibile – si occupa di ciò che non esiste (ci sarà mai un ippogrifo nel futuro?)[31]. Persino in matematica – nonostante l’odierno dominio dello scientismo, formalista o empirista – si continua ad accrescere l’ordine e, con esso, la bellezza del mondo attraverso il numero immaginario. Forse qualcuno avrà da sorridere, ma in quante fiabe si è fantasticato di volare prima della scoperta – che, stando così le cose, altro non è se non un’«invenzione verificata»[32] – degli aeroplani[33]? Succede allora che quando una fiaba si mostra capace di inventare, il seme non cada mai invano nel solco della nostra ignoranza. Anche perché la meraviglia che si prova, ossia il riconoscere di non sapere[34], non è altro che l’origine del filosofare[35].

Diremo allora – per fissare una prima, pur parziale, tappa del sentiero che si sta tentando di percorrere – che la verità di ogni cosa non fiorisce unicamente in ciò che è (parte), dovendosi considerare anche quello che non è (Tutto). Solo nell’infinito – non nel finito – o, in altri termini, nel possibile – non nel già esistente – potrà cogliersi la perfettibilità dell’uomo.

 

4. Quanto finora abbozzato ha – lo ripetiamo – una valenza universale a cui non resta, quindi, immune nemmeno il fenomeno giuridico. I giuristi – che sanno, in maggiore o minore misura, destreggiarsi tra leggi, sentenze, contratti – spesso s’illudono di possedere quanto basta, ma il punto è che se non amano (soprattutto) quello che non sanno finiscono per tradire il loro ruolo – insegnatoci da Ulpiano – di «sacerdoti di giustizia»[36].

Un furto, ad esempio, non è soltanto «quell’attimo di storia», ma «tutta la strada» di un uomo: non solo quella già, ma anche quella che sarà, percorsa (perdizione o redenzione?)[37]. In altri termini, la storia di ogni uomo – senza la fiaba – è solo una parte del Tutto, essendo ragione e intelligenza le due facce della medesima medaglia.

Traspare così, in filigrana, l’importanza del giudizio, inteso come lo strumento che consente di miscelare nella giusta misura – tanto nel diritto, quanto nel processo – la certezza dell’esistente con la possibilità dell’invenzione, per tentare di cogliere – anche nel quotidiano operare del giurista – «il perché una cosa è»[38].

Se Tizio e Caio vorranno la stessa mela, la legge – pre-vedendo (o intuendo) tale situazione (giudizio di possibilità), «come la luce dei fari precede la marcia d’un veicolo nella notte»[39] – avrà già astrattamente indicato cosa distingue la proprietà dal furto (giudizio di certezza). Tuttavia, una volta cristallizzata la regola – a causa dell’avvento di sopravvenute circostanze, provocate dall’azione multiforme dell’uomo – sempre il giudizio si troverà ad esaminare un nuovo dubbio la cui soluzione lascerà il campo alla «legge più alta»[40] dell’eccezione, con cui si riporta la parte nel Tutto, la certezza nella giustizia o, ancora, l’esistenza del passato nel futuro della possibilità. È il giudizio che ci fa astrarre dal generante il generato; e, nel momento in cui si supera la regola con la sua eccezione, è ancora il giudizio a consentire il ritorno alla sorgente.

Diversamente, in un processo, il giudizio – anch’esso ancora provvisorio, si pensi alla sola notitia criminis nella sfera penale (giudizio di possibilità) – di un giudice, dopo aver ascoltato le diverse ragioni, dovrà concretamente scegliere[41] – essendosi in itinere rafforzato – chi, tra i due contendenti, ha indebitamente sottratto la mela al legittimo proprietario (giudizio di certezza). Ma il dubbio, pur mutandosi rispetto all’origine, tenderà comunque a riaffiorare. Tant’è che il primo giudice – essendo anch’egli soltanto una parte – verrà, a sua volta, giudicato dalle giurisdizioni superiori e – una volta esauriti tutti i gradi successivi di giudizio, e se non attivabili i mezzi di impugnazione straordinaria – dallo stesso fluire del tempo che, come spesso accade, potrebbe non confermare l’esito raggiunto e riportarci nuovamente nel Tutto, da cui bisognerà ricominciare.

Con il tramite del giudizio, il diritto – nel campo dell’astrattezzanasce con la legge e cresce con l’eccezione, mentre – nel campo della concretezzari-nasce con l’iter formativo della sentenza e ri-cresce con lo strumento delle impugnazioni. Astrattezza e concretezza – come diritto e processo – sono due uguali, proprio perché diversi. Se vi fosse perfetta identità, in fin dei conti, una presunzione diventerebbe anche finzione, poiché la giustizia dovrebbe coincidere in maniera compiuta con l’operato dell’uomo. E la prudentia del giurista finirebbe per ridursi a una supina condivisione ideologica del potere effettivo[42].

 

5. Avendo appurato l’insufficienza della storia – che, senza i lampi della fiaba, resta un surrogato del vero – possiamo ora tornare a Pinocchio, per tentare di alzare il velario sui rapporti tra l’odierna realtà giuridica e il Tutto. D’altronde nell’opera collodiana il tema della giustizia, in generale, sembra essere il sottofondo costante[43]. Così come non va dimenticato, in particolare, che con alcuni tra i protagonisti dell’imperfetta giustizia terrena – carabinieri, giudici, carcerieri – il burattino, nel corso del racconto, molte volte si confronta[44]. Perché allora confinarsi nella sola, peraltro stringata, vicenda processuale?

Bisogna riconoscere che, nell’operatività del fenomeno giuridico, la faccia della medaglia che si manifesta da principio è sempre quella del processo, essendo il diritto «essenzialmente “processualità”». Il che vuole significare, grosso modo, che ogni diritto ha valore – non va mai dimenticata, sull’argomento, la sempreverde distinzione tra vigenza e validità[45] – soltanto se si è capaci di farlo valere in un processo[46]. Sicché parlare delle peculiarità del processo significa – nella storia come nella fiaba – coinvolgere anche quelle – esistenti o possibili – del diritto. Ecco perché l’immagine della medaglia, ancora una volta, bene si presta per cogliere l’umano bisogno di intercettare l’unità nel diverso.

Di un processo conta, anzitutto, il luogo della sua celebrazione[47], ma ciò che i giuristi sono soliti indicare con la formula della “competenza per territorio” non assorbe la consequenziale questione politico-sociale dell’adeguatezza – o meno – del clima che, alle parti coinvolte, tocca respirare nelle aule di giustizia. In Pinocchio il processo si svolge nella città di Acchiappa-citrulli, non esattamente un paradiso in terra. Tale città è popolata soltanto da animali che, come nelle favole di Esopo, si esprimono con il linguaggio umano. Un espediente che consente, da una parte, di garantire levità alla narrazione e, dall’altra, di evitare offese dirette agli attori sociali che vengono colpiti dalla satira del Lorenzini.

Quasi tutti i cittadini – a causa delle difficoltà della vita, amplificate da un’ingiustizia diffusa – hanno perduto qualcosa di essenziale che, caratterizzandoli, li differenziava: le pecore, tosate della lana, patiscono il freddo; le farfalle, essendosi vendute le ali, non possono più volare; i pavoni, senza la loro coda variopinta, si nascondono dalla vergogna. Nell’omologata povertà, tutt’altro che dignitosa, spiccano le poche carrozze dei signori, tutti furbi e disonesti, rappresentati come volpi, gazze ladre o «qualche uccellaccio di rapina»[48].

Di questa malsana società fanno parte anche il Gatto e la Volpe che, infatti, raggirano l’ingenuo Pinocchio convincendolo a seppellire i suoi quattro zecchini d’oro – ciò che era rimasto del regalo ricevuto dal burattinaio Mangiafuoco[49] – nel Campo dei miracoli, facendogli credere di poterli magicamente moltiplicare[50]. Quando il burattino, al suo ritorno, si rende conto che i due malandrini – che, nella narrazione, si macchiano anche di altri crimini (tentata rapina e tentato omicidio) – si sono portati via le sue monete, si reca subito in tribunale per denunciare l’accaduto, convinto di poter ottenere giustizia.

Il giudice incaricato della vicenda è un vecchio gorilla, dagli «occhiali d’oro, senza vetri», indossati a causa «d’una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni»[51]. Lo scimmione, dopo aver ascoltato partecipe – fino alla commozione – il racconto di Pinocchio, con un “colpo di scena” ordina a due gendarmi – raffigurati come mastini – di condurre in prigione il burattino, disinteressandosi completamente dei denunciati malfattori; tornerà libero – dichiarandosi anch’egli un malandrino, quindi mentendo necessariamente[52] – soltanto dopo «quattro lunghissimi mesi», grazie a un indulto voluto dal giovane imperatore della città[53].

Sul predetto processo è stato osservato, normalmente, come metta in scena una giustizia capovolta[54]; o, finanche, come esprima la logica del nonsense tipica di certe altre fiabe (Alice in Wonderland)[55].

C’è poi chi sostiene, all’inverso, che il paradosso sia soltanto ingannevole: è proprio Pinocchio che la fiaba vuole processare, per avere ripetutamente disatteso gli ammonimenti morali ricevuti, con insistente costanza, durante le sue precedenti avventure[56].

In ordine alla prima interpretazione, non potendosi considerare Pinocchio un racconto utopico, riteniamo di avere già indicato le ragioni del nostro dissenso. Verrebbe solo da aggiungere che, in caso contrario, si finirebbe per esaltare la realtà esistente, dunque tradendo il rovesciamento utopista nella sua più intima essenza. Per rinnegare pure la sua variante più estrema, che rimanda alla pratica del nonsense, va invece semplicemente ricordato come in ogni avventura della marionetta vi sia – la cosa ci pare innegabile – una giustificazione funzionale al racconto[57].

Ciò nondimeno è anche la seconda interpretazione a non convincere del tutto, non solo perché la città di Acchiappa-citrulli – con le sue «leggi inique», che arricchiscono esclusivamente i prepotenti[58] – sembra essere il luogo dell’ingiustizia (per quale ragione il processo, specchio di una qualsivoglia comunità, dovrebbe allontanarsi da questo distorto modello sociale educando Pinocchio[59]?) ma, soprattutto, perché con tale impostazione la fiaba non sembra riuscire a inventare nulla per illuminare la storia.

In altre parole, la morale della funzione rieducativa del processo potrà anche spiegare il (presunto) significato della vicenda in esame, ma non sembra capace di stimolare davvero l’intuito, giacché si limita a ribadire una soluzione già esistente.

 

6. Se l’inventare, a differenza della finzione, muove dal Tutto[60], occorre allora seguire un’altra via; ma, per percorrerla, s’impone un ulteriore chiarimento in ordine alla differenza tra tutto finito e Tutto infinito.

Si è detto che mentre può darsi una mela (tutto) senza uno spicchio (parte), vero non è – anche in logica – il contrario. Una volta che viene – per analizzarla – separata dal mondo, ogni cosa – per valutarla – nuovamente nel mondo dovrà essere ri-posta. E per mondo si è qui inteso non soltanto la considerazione di ciò che la cosa è, ma anche di quello che non è[61].

Tuttavia non basta – è ora il caso di aggiungere – solo l’unione degli spicchi per una completa conoscenza della mela (tutto finito), dovendosi comprendere – proseguendo con il linguaggio figurato – anche l’albero da cui fiorisce, la terra in cui affondano le radici, la pioggia che ne alimenta la crescita, l’uomo che se ne prende cura… (Tutto infinito)[62].

Ne consegue, fuor di metafora, che anche il giurista – per non restare rinchiuso nel recinto finito del diritto – sentirà, presto o tardi, il bisogno di allargare i suoi orizzonti[63]. In tal guisa la letteratura, intesa necessariamente in senso ampio[64], può diventare una fedele compagna di viaggio[65].

Un giurista-scrittore, assai noto al grande pubblico, sembra aver saputo compendiare con efficacia il predetto concetto. Il giurista – la citazione merita di essere riportata per intero – «deve – sottolineo deve – dedicare una cospicua parte del proprio tempo a cose che con il diritto, all’apparenza, non c’entrano nulla: leggere buoni romanzi, vedere buon cinema, anche buona televisione. Insomma nutrirsi di buone storie. Perché deve, si potrebbe legittimamente chiedere? Perché è l’arte del racconto a ricordarci come non esista una sola risposta di fronte ai dilemmi umani. Essi sono inevitabilmente ambigui. I personaggi dei buoni romanzi, dei buoni film, rappresentano i diversi punti di vista del reale»[66].

7. Ci siamo progressivamente persuasi che la vicenda processuale che coinvolge il nostro personaggio non possa limitarsi a ri-proporre, in tono parodistico, ciò che sul tema – si pensi proprio alla sua funzione rieducativa – troviamo già cristallizzato nella manualistica di settore, ma debba saper dare voce a quello che rischierebbe di restare avvolto nel silenzio[67].

La suggestione che colpisce in questa singolare circostanza – potrebbe dirsi il nostro «ippogrifo» – può essere sintetizzata nell’immagine degli «occhiali d’oro, senza vetri» del giudice-gorilla. L’intento collodiano sembra essere proprio quello di denunciare, con sottile ironia, alcune possibili storture: che il processo può essere una farsa, la pena iniqua, il diritto alla difesa inesistente; che la giustizia degli uomini può inchinarsi al cospetto dei prepotenti, infierire sui deboli, favorire la menzogna. Sono tutte possibilità che la brevettata esistenza giuridica non può pensare di circoscrivere nella fantasia ma che, piuttosto, occorre collaudare – quindi potenzialmente scoprire – attraverso la feconda mediazione del giudizio, con cui – per quanto si è cercato di dimostrare – si tenta di riportare in asse i disallineamenti fisiologicamente verificabili nel corso del cammino. Del resto l’esperienza giuridica – la cui incompiutezza è, insieme, limite e virtù[68] – insegna come l’invenzione della fiaba, delle volte, sappia anticipare le complicazioni terrene; o, diversamente, come l’esistenza della storia possa regredire in alcune nebulose finzioni. Come negare la somiglianza tra lo scimmione dell’epoca del Lorenzini e certi giudici dei totalitarismi del  Novecento[69]? E quante volte la sbandierata imparzialità del difficile ufficio del giudice ci è apparsa soltanto come una maschera dell’arbitrio[70]?

Dunque non occorre soltanto dotarsi di occhiali muniti di lenti, a differenza di quelli indossati dal giudice-gorilla collodiano, peraltro – ai fini della ricerca della verità – inutilmente preziosi, stante la voluta esaltazione del (finito) luccichio dell’oro rispetto al bagliore (infinito) della luce; bisogna avere anche l’accortezza di tenerle costantemente pulite, onde non si finisca per convincersi – qualora si restasse, una volta precipitati nelle opacità, orfani di un filosofico giudizio – «che il mondo sia come siamo abituati a vederlo o come vogliono farcelo vedere»[71].

A nulla serve – ancorandosi alle esistenti formule del giuspositivismo – illudersi. E nemmeno – constatandone la possibile insufficienza – disperarsi[72]. Solo il giudizio – attraverso gli inesausti intrecci tra intelletto e ragione – ci consentirà di tenere, realisticamente, i piedi ben saldi sulla terra, ma con lo sguardo, sempre curioso, rivolto al cielo*.

[1] Questo, com’è noto, l’incipit scelto in C. Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1883), Mondadori, Milano, 2015, p. 3.

[2] Meglio conosciuto con il suo nome d’arte Carlo Collodi, pensato in omaggio alla madre nativa del paesino in provincia di Pistoia e dove il nostro, peraltro, era solito trascorrere le vacanze estive. Per una panoramica sugli studi collodiani, cfr. B. Traversetti, Introduzione a Collodi, Laterza, Roma-Bari, 1993, pp. 129-136, nonché R. Bertacchini, Collodi narratore, Nistri-Lischi, Pisa, 1961, p. 261 e ss.

[3] Così V. Frosini, La filosofia politica di Pinocchio (1967), Edizioni lavoro, Roma, 1990, p. 13.

[4] Così G. Forti, Pinocchio e la fuga impossibile dal «legno storto dell’umanità», in Aa.Vv., Giustizia e letteratura, vol. II, a cura di G. Forti, C. Mazzucato, A. Visconti, Vita e pensiero, Milano 2014, p. 177.

[5] Così V. Frosini, Op. cit., p. 8. Anche per Jemolo si tratta di un «libro chiave». Così A.C. Jemolo, A noi l’amaro non ci piace, in «La stampa», 6 marzo, 1971.

[6] Così I. Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, Milano, 2016, p. 7. Sottolinea la (rara) capacità dei grandi classici di far ri-pensare anche E. Ripepe, Sulla dignità umana e su alcune altre cose, Giappichelli, Torino, 2014, p. 167. Perciò Pinocchio è «un testo aperto», poiché il burattino «non si lascia catturare e tipizzare in un’azione o dirigere a uno scopo». Così G. Itzcovich, Pinocchio e il diritto, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», n° 1, 2007, pp. 239-268, ora in una «versione leggermente modificata» (qui consultata), in www.academia.edu, p. 5.

[7] «La semplicità esclude la complicazione, lo sforzo, la ricchezza (…). Il buon senso, anzi il buon gusto, fra altro, distingue il ricco dal signore. Difatti la signorilità non si riduce alla semplicità?». Così F. Carnelutti, Tempo perso, vol. I, Sansoni, Firenze, 1959, p. 718.

[8] Così F. Gentile, Intelligenza politica e ragion di stato, Giuffrè, Milano, 1984², p. 204.

[9] A tal proposito va ricordato che il successo di Pinocchio, oggi di dimensione mondiale, cominciò soltanto dopo la scomparsa, nel 1890, del suo Autore. Lo ricorda V. Frosini, Op. cit., p. 35. Pur avendo il Lorenzini vissuto il suo tempo «sull’onda dei larghi consensi critici, delle richieste di commissioni e del crescente entusiasmo del pubblico intorno alla sua opera di educatore». Così D. Marcheschi, Introduzione, in C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, cit., p. IX.

[10] Per cogliere la differenza tra ordinatio e ordinatum, cfr. F. Gentile, Ordinamento giuridico. Tra virtualità e realtà, Cedam, Padova, 2001², p. 20.

[11] Così D. Marcheschi, Op. cit., p. XVIII.

[12] Così B. Cavallone, La borsa di miss Flite. Storie e immagini del processo, Adelphi, Milano, 2016, p. 205. Su questa interpretazione v. i contributi apparsi nella edizione cartacea di questa Rivista, n. 3/2018, di R. Tiscini (The Pinocchio trial) e A. Panzarola (Pinocchio and the educational function of the trial), rispettivamente p. 317 e ss. e p. 323 e ss. Il tema è emerso anche nel corso del Convegno presso l’Università Europea di Roma del 4 dicembre 2019: cfr. gli atti del convegno pubblicati dalle Edizioni della Fondazione Nazionale Carlo Collodi nel 2020, in Il bene e il male in Pinocchio, a cura di M. D’Amato e L. Franchini.

[13] Cfr. B. de Mandeville, Fable of the Beers or Private Vices made Public Benefits (1705).

[14] Questa la tesi, condivisibile, rinvenibile in V. Frosini, Op. cit., p. 59 (nota 2).

[15] Sui nodi problematici della struttura utopica, cfr. F. Gentile, Filosofia del diritto. Le lezioni del quarantesimo anno raccolte dagli allievi, Cedam, Padova, 2006, pp. 151-155.

[16] La vera utopia consiste «nel pensare l’unione di tutte le vite come una unità assoluta, nella quale tutte le diversità sono cancellate e la pace assicurata. E forse in questo consiste la vera tirannia: nel pretendere di instaurare questa unità sostanza e nel tentativo di realizzare questa unità». Così G. Capograssi, L’esperienza in concreto, ora in Id., La vita etica, a cura di F. Mercadante, Bompiani, Milano, 2008, p. 966.

[17] Così C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, cit., p. 158.

[18] «La geometria legale è, in sostanza, un sotto-insieme di quel più vasto movimento di pensiero che uno dei più importanti e acuti filosofi italiani del secolo scorso, Marino Gentile, designava matematismo moderno. Assumendo infatti la regina delle scienze a modello privilegiato del sapere, l’intento della prospettiva more geometrico constructa è di subordinare l’intelligenza alla ragione il nous alla dianoia, la natura an-ipotetica e problematica della riflessione filosofica classicamente intesa, alla conoscenza convenzionale (ipotetico-deduttiva) e operativa della scienza, riducendo in sintesi il sapere per il sapere al sapere per fare». Così U. Pagallo, La variante transfinita della geometria legale: Leibniz e “l’algebra giuridica”, in Aa.Vv., Dalla geometria legale-statualistica alla riscoperta del diritto e della politica. Studi in onore di Francesco Gentile, a cura di M. Ayuso, Marcial Pons, Madrid, 2006, p. 344.

[19] Pinocchio «è il personaggio archetipico che dice la verità sulla vita, sulle vicende umane, sulla lotta tra le grandi forze del male e del bene». Così G. Gasparini, Il caso Pinokkio: tra menzogna, violenza e perdono, in Aa.Vv., Giustizia e letteratura, cit., p. 162.

[20] Si tratta, pertanto, di un racconto «i cui significati multipli e archetipici possono essere colti solo da lettori adulti». Così G. Gasparini, Op. cit., p. 158. Sicché non pare cogliere nel segno – nonostante l’indiscussa autorevolezza – l’elogio di Benedetto Croce, che si limita a definire il racconto del Lorenzini come «il più bel libro della letteratura infantile italiana». Così B. Croce, Pinocchio, in «La Critica», 20 novembre 1937.

[21] Cfr. F. Carnelutti, Tempo perso, vol. II, Sansoni, Firenze, 1963, p. 221.

[22] Le avventure di Pinocchio è «il libro più letto e venduto al mondo insieme ai due testi cari alle maggiori religioni, cioè il Corano e la Bibbia». Così segnala D. Marcheschi, Op. cit., p. XV.

[23] Così V. Frosini, Op. cit., p. 32.

[24] Ivi, pp. 20-21.

[25] Così F. Carnelutti, La storia e la fiaba, Tumminelli, Roma, 1945, p. 82.

[26] Sulla differenza tra il semplice vedere e il paziente guardare, cfr. F. Carnelutti, Il canto del grillo (1955), a cura di G.P. Calabrò, Cedam, Padova, 2014, pp. 27-31.

[27] Cfr. A. De Saint-Exupéry, Il piccolo principe (1943), Bompiani, Milano, 2009, p. 8.

[28] Lo segnala, con perplessità, D. Marcheschi, Op. cit., p. XV. Tuttavia la critica della Marcheschi in ordine alla presunta «dimensione bozzettistica» del Lorenzini non sembra riuscire ad esprimere appieno le ragioni profonde di un (condivisibile) dissenso. Piuttosto occorre – per cogliere la questione in radice – ricordare le riflessioni sul concetto di “caso” costantemente proposte da Francesco Carnelutti, secondo cui «non ci sono casi nella vita, ma solo un divino disegno, che gli uomini, spesso, non riescono a decifrare». Così F. Carnelutti, Il problema della pena, Salvioni, Bellinzona, 1943, p. 5.

[29] Già nel Giannettino (1877) il Lorenzini aveva utilizzato il seguente incipit: «E ora, ragazzi, se starete attenti, vi racconterò per filo e per segno la storia di Giannettino» (corsivo nostro).

[30] Così P. Savarese, Tra esistenza e possibilità: la matematica come chiave per pensare il diritto. Note a margine di Matematica e diritto di Francesco Carnelutti, in Aa.Vv., La filosofia del diritto di Francesco Carnelutti, a cura di G. Tracuzzi, Cedam, Padova, 2019, p. 4.

[31] Così F. Carnelutti, La storia e la fiaba, cit., p. 83.

[32] Ivi, pp. 101-102.

[33] Anche secondo Ferrari «le fonti letterarie sono preziose e spesso anticipano anche largamente la riflessione scientifica». Così, e attraverso alcuni utili esempi, V. Ferrari, Prima lezione di sociologia del diritto, Laterza, Roma-Bari, 2010, p. 116.

[34] «Chi solleva un problema e si meraviglia ritiene di ignorare; per questo, anche chi è amante del mito in un certo senso è filosofo: giacché il mito si costituisce da cose che destano la meraviglia». Così Aristotele, Metafisica (982b, libro I), ora in Id., Metafisica, vol. I (libri I-VI), a cura di M. Zanatta, Bur Rizzoli, Milano 2011², p. 287.

[35] «Infatti, è proprio tipico del filosofo quello che tu provi, l’essere pieno di meraviglia: il principio della filosofia non è altro che questo». Così Platone, Teeteto (155d), ora in Id., Platone. Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Bompiani, Milano, 2008⁵, p. 206.

[36] Lo ricorda, tra gli altri, F. Gentile, Legalità Giustizia Giustificazione. Sul ruolo della filosofia del diritto nella formazione del giurista, Esi, Napoli, 2008, p. 103.

[37] Così F. Carnelutti, La storia e la fiaba, cit., pp. 96-97.

[38] Questa la definizione di metafisica rinvenibile in M. Gentile, Come si pone il problema metafisico, Liviana, Padova, 1955, p. 34.

[39] Così F. Carnelutti, La morte del diritto, in Id., Discorsi intorno al diritto, vol. II, Cedam, Padova, 1953, p. 278.

[40] Così F. Carnelutti, È libero l’uomo?, in Id., Discorsi intorno al diritto, vol. II, cit., p. 99.

[41] «Infatti, l’eventuale astensione dal giudizio è di per sé già un giudizio». Così, attraverso un richiamo al pensiero di Conte, A. Incampo, Metafisica del processo. Idee per una critica della ragione giuridica, Cacucci, Bari, 2016², p. 53.

[42] Per un più completo approfondimento sul punto ci sia consentito rimandare al nostro Esistenza e possibilità. Contributo allo studio della completezza dell’ordinamento giuridico, Cedam, Padova, 2020, pp. 37-45.

[43] In Pinocchio, come già ricordato, è rinvenibile «una contrapposizione tra le forze opposte del male e del bene che trova punti di appoggio e di espressione che stanno ben oltre la c.d. giustizia umana». Così precisa G. Gasparini, Op. cit., p. 167.

[44] Cfr. V. Frosini, Op. cit., pp. 50-53.

[45] Cfr. S. Cotta, voce «Diritto naturale», in Enciclopedia del diritto, vol. XII, Giuffrè, Milano, 1964, p. 648.

[46] Cfr. E. Opocher, Lezioni di filosofia del diritto, Cedam, Padova, 1993², p. 307.

[47] Cfr. A. Garapon, Del giudicare. Saggio sul rituale giudiziario (2001), trad. a cura di D. Bifulco, Cortina editore, Milano, 2007, pp. 7-34.

[48] Così C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, cit., p. 87.

[49] Tra i luoghi «intensamente giuridici» che – secondo Itzcovich – «si contrappongono e al tempo stesso si implicano a vicenda» vi è anche il Gran Teatro di Mangiafuoco: «il Gran Teatro è uno spazio saturo di diritto e Mangiafuoco è il suo sovrano, il magnus homo di Hobbes». Così G. Itzcovich, Op. cit., pp. 7-8.

[50] La manifesta assurdità della predetta promessa, secondo Cattaneo (che, in tal modo, aderisce all’interpretazione dottrinale di Francesco Carrara), non consentirebbe di catalogare il raggiro architettato dal Gatto e la Volpe come truffa. Cfr. M.A. Cattaneo, Suggestioni penalistiche in testi letterari, Giuffrè, Milano, 1992, p. 229 e ss.

[51] Così C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, cit., p. 92.

[52] «– Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io – disse Pinocchio al carceriere. – Voi no, – rispose il carceriere – perché voi non siete del bel numero… – Domando scusa; – replicò Pinocchio – sono un malandrino anch’io. – In questo caso avete mille ragioni – disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare». Ivi, p. 93.

[53] Ibidem.

[54] Cfr., tra gli altri, G. Gasparini, Op. cit., p. 163.

[55] Cfr. B. Cavallone, Op. cit., pp. 204-207.

[56] Ivi, pp. 207-214.

[57] «Non c’è nessun Dodo, nessun Gatto del Cheshire, nessuna Regina schizofrenica. Perfino il pescatore verde, quando infarina Pinocchio per metterlo a friggere in padella, destinazione priva di senso per un burattino di legno, lo fa perché crede che si tratti di una specie rara e prelibata di pesce parlante». Ivi, p. 206.

[58] Così G. Gasparini, Op. cit., p. 166.

[59] Pertanto non ci sembra pienamente condivisibile la proposta rinvenibile in B. Cavallone, Op. cit., pp. 214-217.

[60] Sulla comprensione della realtà, intesa come un tutto integrale, cfr. G.P. Calabrò, Il filosofo e lo stato. E. Weil interprete di Hegel, Grimana, Perugia, 1978, pp. 30-31.

[61] «La cosa è un pezzo staccato dal mondo o, più correttamente, dalla natura, come il fatto è un pezzo staccato dalla storia. Noi abbiamo la necessità di procedere a questo distacco perché il nostro intelletto è limitato; facciamo a pezzi la natura per la stessa ragione per cui spezziamo il pane, boccone per boccone, se lo vogliamo mangiare. Il guaio è che con tale distacco la cosa non è più ciò che vogliamo conoscere. Il vero è che la verità della cosa risulta non solo da ciò che essa è ma pure da ciò che non è. Ogni cosa, proprio perché è una parte, è e, insieme, non è: io sono io ma non sono tu; un cane è un cane ma non è un cavallo; una rosa è una rosa ma non è una viola. Ciò vuol dire che per conoscere una cosa bisogna conoscere tutte le altre, cioè dopo averla staccata bisogna ricollocarla nel mondo, altrimenti ciò che conosciamo non è ciò che vogliamo conoscere». Così F. Carnelutti, Figure del Vangelo, Sansoni, Firenze 1958, p. 43.

[62] Cfr. F. Carnelutti, Dialoghi con Francesco, Tumminelli, Roma, 1947, p. 415.

[63] «Il prescrivere, il proibire, il giudicare non si esauriscono in una immotivata sequenza di statuizioni ma, richiedendo di essere motivati, “aprono” a domande che presuppongono un altro versante del finito, ovvero un’altra dimensione, che la filosofia nomina infinito». Così L. Scillitani, Il problema filosofico dell’infinito e il diritto. Spunti di lettura, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018, p. 11.

[64] Cfr., ad esempio, V. Tomeo, Il giudice sullo schermo. Magistratura e polizia nel cinema italiano, Laterza, Roma-Bari, 1973.

[65] Uno dei precursori, in Italia, del movimento denominato “Diritto e letteratura” è stato il giurista-poeta Felice Casucci, promotore – nell’a.a. 2007/2008 – del primo insegnamento avente ad oggetto questa disciplina presso l’Università degli Studi del Sannio.

Per cogliere le principali peculiarità del predetto movimento cfr., almeno, A. Sansone, Diritto e letteratura. Un’introduzione generale, Giuffrè, Milano, 2001; M.P. Mittica, Diritto e letteratura in Italia. Stato dell’arte e riflessioni sul metodo, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», n° 1, 2009, p. 273 e ss.; F. Casucci, Diritto e letteratura, in Aa.Vv., Diritto di parola, a cura di F. Casucci, Esi, Napoli, 2010, pp. 103 e ss.; G. Minda, Postmodern legal movements. Law and Jurisprudence at Century’s End, New York University Press, New York, 1996; C.A. Corcos, An International guide to law and literature studies, William S. Hein & Company, Getzville (NY), 2000.

[66] Così G. Carofiglio, La misura del tempo, Einaudi, Torino, 2019, pp. 109-110.

[67] «L’ascolto del silenzio significa sul piano giuridico cogliere il senso dell’ordine. L’ascolto dell’ordine universale deve indicare al legislatore la via per la formulazione delle leggi e deve illuminare il giudice nella decisione da assumere. In questo si identifica il pensiero carneluttiano del giurista come artista, in quanto proteso verso la rappresentazione di ciò che gli altri non vedono e che appartiene alla sfera dell’ordine superiore. Un ascolto che riguarda anche il cittadino, al quale deve infondere lo slancio per un’obbedienza spontanea al dettato legislativo. Pertanto, nello spazio del diritto l’ascolto dell’ordine compreso nel silenzio è lo strumento indispensabile per fare il bene». Così A. Scerbo, La dimensione “metafisica” nel pensiero di Carnelutti: la scienza del diritto e l’incanto dell’arte, in Aa.Vv., La filosofia del diritto di Francesco Carnelutti, cit., p. 99.

[68] Cfr. A. Punzi, Dialettica Persuasione Verità. La pratica della ragione giuridica negli scritti postumi di Giuseppe Capograssi, in G. Capograssi, La vita etica, cit., p. 845.

[69] Nel § 2 St. G.B. del 1935 – con cui si trasformò, in Germania, il Codice penale liberale del 1871 fino all’entrata in vigore della Legge del 30 gennaio 1946, attraverso la quale si ritornò al testo originario – si statuiva la punibilità per un caso non contemplato «in base al pensiero che sta a fondamento di una norma penale», ma la stessa punibilità doveva ritenersi in base alla norma «il cui pensiero fondamentale più gli conviene». Questa svolta involutiva portò ad un «imbarbarimento» e ad uno «stravolgimento delle fonti del diritto penale». Lo ricordano F. Palazzo, M. Papa, Lezioni di diritto penale comparato, Giappichelli, Torino, 2005, pp. 61 e 69. Si veda, altresì, il «bruciante documento» di Vassalli ripercorso da Marinucci, giustamente sorpreso dall’analisi del Bobbio secondo cui la rassegna giurisprudenziale nazionalsocialista compiuta dal Vassalli serviva «soprattutto a dimostrare che il diavolo non è poi così brutto come si dice». Cfr. G. Marinucci, L’analogia e la “punibilità svincolata dalla conformità alla fattispecie penale”, in «Rivista italiana di diritto e procedura penale», n° 4, 2007, pp. 1256 e 1262 ss. Anche il Codice penale sovietico del 1950 va a riproporre la pratica analogica senza limiti. E ciò avverrà fino alle riforme liberali del 1958-60. Nella terza sezione – dedicata ai principi generali della politica penale della Repubblica sovietica federativa socialista di Russia – l’articolo 16 così recita: «Se un qualsiasi atto socialmente dannoso non è direttamente previsto dal presente Codice, i fondamenti ed i limiti della responsabilità del capo d’accusa di questo atto vengono determinati in conformità agli articoli del Codice, che trattano dei delitti di simile specie». Alla predetta disposizione bisogna necessariamente abbinare anche l’articolo 45, lettera c, secondo cui «quando il Tribunale infligge ad un condannato misure di difesa sociale di carattere giudiziario-correttivo, è guidato da (…) la sua coscienza giuridico-socialista, la quale soprattutto considera il pericolo sociale che il delitto comporta, le circostanze della causa e la personalità dell’autore del delitto» (corsivi nostri).

[70] Cfr. le condivisibili considerazioni conclusive in A.C. Amato Mangiameli, Arte e/o tecnica. Sfide giuridiche, Cedam, Padova, 2012, pp. 113-115, nonché gli esempi di politicizzazione della giustizia rinvenibili in F. Gentile, Politica aut/et statistica. Prolegomeni di una teoria generale dell’ordinamento politico, Giuffrè, Milano, 2003, pp. 134-144.

[71] «…coloro che sono pronti a darci tutta una serie di risposte, essendosi però dimenticati quali sono le domande da cui tali risposte derivano». Così F. Puppo, Sull’inutilità del processo in Satta, ovvero: sul valore filosofico dell’esperienza giuridica, in «Jus», n° 2, 2021, p. 3, in www.jus.vitaepensiero.it.

[72] «L’ordinamento giuridico dell’esistenza costituisce dunque un fattore di educazione alla speranza, che funge da parametro critico degli ordinamenti storico-positivi, che talvolta sembrano aprire pericolose vie (antigiuridiche) alla disperazione. L’esperienza giuridica, tematizzata nel principio di animazione che le viene dalla speranza di giustizia – metafisicamente pensabile in termini di salvezza redentrice del tempo storico –, si presta ad essere una specifica pedagogia della speranza». Così L. Scillitani, Fattori metafisici dell’esperienza giuridica e politica: la speranza, in «Acta Philosophica. Rivista internazionale di filosofia», I, 2001, p. 57.

* A Felice Casucci, con riconoscente Amicizia.