A volte ritornano. Il ruolo “ingombrante” dell’autosufficienza economica nel giudizio di spettanza dell’assegno di divorzio

Di Valentina Siciliano -

 

 

 

Cass. sez. I, ord. 8 settembre 2021, n. 24250, Pres. Genovese F.A., Est. Lamorgese A.P.

Sciolto il vincolo coniugale, in linea di principio ciascun ex coniuge deve provvedere al proprio mantenimento, tuttavia tale principio è derogato, in base alla disciplina sull’assegno divorzile, oltre che nell’ipotesi di non autosufficienza di uno degli ex coniugi, anche nel caso in cui il matrimonio sia stato causa di uno spostamento patrimoniale dall’uno all’altro coniuge, “ex post” divenuto ingiustificato, spostamento patrimoniale che in tal caso deve essere corretto attraverso l’attribuzione di un assegno, in funzione compensativo-perequativa. Pertanto, ove ne ricorrano i presupposti e vi sia una specifica prospettazione in tal senso, l’assegno deve essere adeguato a compensare il coniuge economicamente più debole, in funzione perequativo-compensativa, del sacrificio sopportato per aver rinunciato a realistiche occasioni professionali-reddituali – che il coniuge richiedente l’assegno ha l’onere di dimostrare nel giudizio – al fine di contribuire ai bisogni della famiglia, rimanendo, in tal caso, assorbito l’eventuale profilo assistenziale (massima ufficiale Ced Cass. Rv. 662391 – 01).

Sommario: 1. Premessa. Il caso sottoposto all’esame della Cassazione. – 2. Segue: la decisione della Suprema Corte. – 3. Gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità in ordine alla debenza del contributo economico a favore del coniuge divorziato. – 4. Segue: la “frattura” aperta dalla prima sezione civile della Cassazione. – 5. Il revirement delle Sezioni Unite. – 5.1. Segue: l’attuazione dei nuovi principi nella successiva elaborazione giurisprudenziale. Zone d’ombra e profili (ancora) irrisolti. – 6. La riemersione dell’autosufficienza economica nel giudizio di attribuzione dell’assegno post-matrimoniale: un “mascherato” ritorno al passato?. – 7. Considerazioni conclusive.

1.Premessa. Il caso sottoposto all’esame della Cassazione.

La prima sezione civile della Corte di Cassazione, tornata a pronunciarsi sulla vexata quaestio del diritto all’assegno di divorzio a favore del coniuge economicamente “debole”, parrebbe porsi, almeno prima facie, in linea di continuità con la soluzione esegetica da ultimo offerta dalle Sezioni Unite della Suprema Corte[1].

Nel caso oggetto dell’ordinanza in epigrafe, la Corte d’Appello, in parziale riforma della sentenza di prime cure, aveva disposto la riduzione dell’importo dell’assegno divorzile attribuito all’ex coniuge, confermandone, tuttavia, la debenza; nel motivare detta decisione, il giudice del gravame aveva valorizzato una serie di indicatori, tra i quali l’assenza di capacità lavorativa e l’inadeguatezza delle risorse economiche del beneficiario, l’evidente divario tra le condizioni reddituali delle parti e, da ultimo, il rilevante contributo apportato dall’istante alla formazione del patrimonio familiare.

Avverso la pronuncia de qua, gravata in via principale mediante ricorso per cassazione, il coniuge onerato ha spiegato ricorso incidentale, sulla base di due distinti motivi. In particolare, il ricorrente incidentale ha lamentato che la Corte d’Appello avesse confermato l’attribuzione dell’assegno, peraltro in misura assai elevata, omettendo del tutto di considerare la comprovata indipendenza economica della richiedente e, altresì, la circostanza che la stessa non si fosse mai attivata per la ricerca di un’occupazione.

La Corte di Cassazione, ritenuto di esaminare in via preliminare il ricorso incidentale, ne ha accolto il primo motivo di gravame con ampia e articolata motivazione, giudicando insufficienti le argomentazioni spese dalla Corte territoriale a sostegno della perdurante debenza del contributo economico post-matrimoniale.

2.Segue: la decisione della Suprema Corte.

Nell’accogliere il primo motivo di ricorso incidentale del coniuge onerato, l’ordinanza pronunciata dalla prima sezione civile della Suprema Corte opera, in realtà, una sostanziale frattura con l’orientamento interpretativo da ultimo consolidatosi in materia di assegno divorzile. Infatti, a dispetto della formale adesione alla soluzione esegetica offerta dalle Sezioni Unite con sentenza n. 18287 del 2018, la decisione che si annota non cela la preferenza accordata al previgente indirizzo giurisprudenziale[2], del quale ripropone gli argomenti centrali.

La Suprema Corte, anzitutto, premette che il filone interpretativo inaugurato dalla prima sezione civile con sentenza n. 11504 del 2017, nel porre in risalto la funzione essenzialmente assistenziale dell’assegno di divorzio e nel ribadire la (necessaria) articolazione bifasica del relativo giudizio di attribuzione, aveva spostato il baricentro della cd. valutazione di adeguatezza, parametrandola non più al «tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio»[3], bensì alla autosufficienza ovvero indipendenza economica del richiedente.

Secondo la decisione n. 24250 del 2021, che qui si commenta, tale statuizione non risulterebbe affatto smentita dall’arresto delle Sezioni Unite le quali, nell’attribuire all’assegno post-matrimoniale una funzione (anche) riequilibratrice al ricorrere di specifici (e stringenti) presupposti, ne avrebbero, anzi, implicitamente confermato la preminente componente assistenziale. Sarebbe, pertanto, «un errore leggere nella pronuncia delle Sezioni Unite una presa di distanza o un’inversione di tendenza rispetto all’arresto del 2017», dal momento che non risulta affatto sconfessato il principio generale per cui, salvo che sussistano determinate condizioni (da individuarsi nella non autosufficienza economica di una delle parti ovvero nella circostanza che «il matrimonio sia stato causa di uno spostamento patrimoniale divenuto ingiustificato ex post»), lo scioglimento del rapporto matrimoniale importa la cessazione della solidarietà coniugale, sicché ciascuna delle parti è tenuta a provvedere al proprio mantenimento.

Considerato, dunque, che il contributo economico a favore del coniuge divorziato risponde in primis ad una logica assistenziale, il giudizio sull’an debeatur rimane legittimamente subordinato ad una previa valutazione circa l’autosufficienza economica dell’istante; ne consegue, in sostanza, che la «finalità compensativo-perequativa», volta a ristorare il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali, potrebbe (eventualmente) venire in rilievo soltanto in caso di positivo superamento di tale scrutinio. Nessuno spazio può residuare, viceversa, per il criterio del tenore di vita matrimoniale[4], parametro al quale la giurisprudenza di legittimità[5] aveva tradizionalmente ancorato la spettanza del citato diritto.

In altri termini, la funzione «compensativo-perequativa» integra una sorta di deroga rispetto alla natura eminentemente assistenziale dell’assegno di divorzio, sicché la verifica in ordine alla sussistenza dei presupposti attributivi – da condurre mediante il noto giudizio “bifasico” – impone comunque il positivo superamento dello «scrutinio del profilo dell’autosufficienza».

Alla luce delle suesposte considerazioni, il Collegio rileva come la Corte d’Appello sia «incorsa in falsa applicazione del pur richiamato criterio dell’indipendenza economica, per come elaborato dal precedente del 2017 (n. 11504)», essendosi limitata, da un lato, ad una impropria valorizzazione della differente consistenza del patrimonio degli ex coniugi e, dall’altro, ad un generico riferimento alla impossibilità, in capo all’istante, di incrementare il reddito a propria disposizione.

I giudici di legittimità precisano, a fortiori, che il nesso eziologico tra il sacrificio delle aspettative reddituali e professionali del richiedente e le scelte di vita familiare «avrebbe dovuto costituire oggetto di specifica prova», non potendo quest’ultimo essere desunto «semplicemente dal fatto di non aver svolto attività lavorativa»; la parte, dunque, avrebbe dovuto puntualmente dimostrare che le determinazioni concordate nell’ambito del comune progetto di vita avessero importato, da un lato, una concreta frustrazione delle proprie aspirazioni lavorative e, dall’altro, avessero «contribuito al successo professionale dell’altro o all’incremento del patrimonio familiare e dell’altro coniuge»[6].

In conclusione, il Collegio ribadisce che lo squilibrio patrimoniale tra gli ex coniugi, isolatamente considerato, risulta inidoneo a giustificare l’attribuzione dell’assegno, atteso che, in ipotesi di accertata autosufficienza economica del richiedente ed in carenza dei presupposti fattuali atti a valorizzarne la funzione compensativa, restano irrilevanti tanto le (pur evidenti) sproporzioni reddituali tra le parti, quanto il profilo del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

3. Gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità in ordine alla debenza del contributo economico a favore del coniuge divorziato.

L’introduzione dell’istituto dell’assegno di divorzio a favore del coniuge economicamente “debole” ad opera dell’art. 5, comma quarto, legge 1° dicembre 1970, n. 898, è stata accompagnata da numerose e vivaci dispute, ad oggi non ancora del tutto sopite.

Sulla scorta della originaria formulazione della citata disposizione[7], la prevalente giurisprudenza[8] aveva aderito alla cd. teoria composita, a mente della quale la natura polifunzionale dell’assegno post-matrimoniale si sarebbe estrinsecata in una componente prettamente “assistenziale”, a tutela del coniuge economicamente debole, in altra più marcatamente “indennitario-risarcitoria”, connessa alla eventuale responsabilità per il fallimento del progetto coniugale ed, infine, in una componente “compensativa”, atta a valorizzare gli apporti economici ed i sacrifici personali sostenuti dal coniuge istante. L’orientamento in commento, dunque, era incline ad operare una interpretazione unitaria e sistematica del dettato normativo, sull’assunto che gli indici di valutazione ivi indicati rivestissero posizione equiordinata e concorressero tutti, in misura paritaria, ad esprimere il giudizio sia sull’an debeatur, sia sul quantum debeatur[9].

A distanza di quasi un ventennio dalla sua introduzione nell’ordinamento italiano, la disposizione è stata oggetto di un importante intervento riformatore ad opera dell’art. 10, comma 1, della legge 6 marzo 1987, n. 74, che ne ha modificato in misura sostanziale la portata applicativa.

Nella formulazione ad oggi vigente, infatti, l’art. 5, comma 6, della citata legge n. 898 del 1970, dispone: «Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive».

La lettura testuale della novellata disposizione – che parrebbe ora individuare nella “carenza di mezzi adeguati e nella oggettiva impossibilità di procurarli” il solo presupposto attributivo dell’assegno divorzile – aveva indotto la dottrina maggioritaria[10] a ritenere che il legislatore avesse inteso privilegiare la funzione assistenziale del contributo post-matrimoniale, “relegando” gli altri indici normativi alla (successiva e) distinta fase della determinazione del quantum debeatur. La debenza dell’assegno, di conseguenza, risultava necessariamente (ed unicamente) ancorata al superamento dello scrutinio sulla inadeguatezza dei mezzi economico-patrimoniali del richiedente, valutazione logicamente pregiudiziale rispetto all’esame degli indicatori di cui all’art. 5, comma 6, l. div. (destinati, piuttosto, ad orientare il giudice nella successiva fase di concreta quantificazione della somma dovuta)[11].

Il fulcro del dibattito si era perciò spostato sul significato da attribuire alla locuzione “mezzi adeguati”, di talché l’individuazione del parametro alla luce del quale operare il cd. giudizio di adeguatezza era divenuto una sorta di “pomo della discordia”.

Secondo un primo indirizzo esegetico[12], l’adeguatezza si sarebbe dovuta rapportare al tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio (quasi ad evocare una sorta di “ultrattività” della solidarietà coniugale rispetto allo scioglimento del vincolo), sicché il giudice, una volta accertata l’idoneità dei redditi e dei cespiti del richiedente a garantirgli detto tenore di vita, avrebbe dovuto rigettare la domanda di attribuzione dell’assegno.

Un secondo orientamento[13], diversamente, aveva assunto a parametro di riferimento la indipendenza economica del coniuge istante, rapportandola ad un «modello di vita economicamente autonomo e dignitoso, quale, nei casi singoli, configurato dalla coscienza sociale»[14]. Tale interpretazione, pur confermando la perdurante sussistenza di una sorta di solidarietà post-coniugale, ne circoscriveva l’operatività ad un profilo strettamente assistenziale, al fine di scongiurare il consolidarsi di posizioni di “pura rendita” derivanti dalla «improbabile sopravvivenza di uno “status” economico connesso ad un rapporto personale definitivamente estinto»[15].

Il detto contrasto esegetico era stato composto dalle Sezioni Unite con due pronunce “gemelle”[16] le quali, pur senza mettere in discussione la funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile, avevano ritenuto di individuare nel «tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio» il tertium comparationis del cd. giudizio di adeguatezza.

L’accertamento della insufficienza dei mezzi (comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali e altre utilità nella titolarità del coniuge istante), quindi, avrebbe dovuto prescindere da un eventuale «stato di bisogno dell’avente diritto, il quale può essere anche economicamente autosufficiente, rilevando [invece] l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle condizioni economiche del medesimo che, in via di massima, devono essere ripristinate, in modo da ristabilire un certo equilibrio»[17].

La Suprema Corte aveva altresì ribadito la natura sussidiaria dei parametri individuati dall’art. 5, comma 6, l. div., puntualizzando come detti indici potessero rilevare, tanto congiuntamente quanto separatamente, soltanto in sede di determinazione del quantum debeatur, sicché «la misura concreta dell’assegno – che ha carattere esclusivamente assistenziale – deve essere fissata in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri enunciati dalla legge (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio) con riguardo al momento della pronuncia di divorzio»[18].

I suesposti principi, accolti con favore dalla prevalente dottrina e dalla giurisprudenza (tanto di merito quanto di legittimità[19]), si erano consolidati nel diritto vivente, dando vita ad un orientamento che, seppur con alcuni distinguo e precisazioni[20], aveva ricevuto l’autorevole avallo della stessa Corte costituzionale[21].

4.Segue: la “frattura” aperta dalla prima sezione civile della Cassazione.

A distanza di quasi un trentennio, il suesposto orientamento ermeneutico è stato posto in discussione dalla prima sezione civile della stessa Corte di Cassazione[22] la quale, con una sorta di “overruling sostanziale”, aveva ravvisato nella autosufficienza (o indipendenza) economica[23] il corretto (ed unico) canone di valutazione della adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante (e della correlata impossibilità di procurarli), laddove il «non più attuale» parametro del tenore di vita aveva invece finito col collidere «con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici».

Detta opzione interpretativa si fondava, anzitutto, sulla esplicita valorizzazione dei principi di autoresponsabilità e di autodeterminazione degli ex coniugi i quali, a seguito dello scioglimento del vincolo matrimoniale, debbono considerarsi alla stregua di «persone singole»[24], con conseguente estinzione di qualsivoglia obbligo di reciproca assistenza materiale e spirituale.

A parere del Collegio, inoltre, la ratio sottesa all’assegno di divorzio, lungi dal rievocare ogni sorta di “ultrattività” degli effetti di un rapporto ormai cessato, risiederebbe nel (solo ed) inderogabile dovere di solidarietà economica costituzionalmente garantito dagli artt. 2 e 23 della Carta fondamentale[25].

Sulla scorta di siffatte argomentazioni, la pronuncia de qua aveva ravvisato l’intrinseca contraddittorietà del richiamo alla nozione del tenore di vita matrimoniale, ponendosi la rievocazione della condizione economica goduta in costanza di rapporto in insanabile contraddizione con l’istituto stesso del divorzio. L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile, infatti, «non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione – esclusivamente – assistenziale dell’assegno divorzile»[26].

Conseguentemente, la Suprema Corte aveva puntualizzato che la valutazione del preesistente rapporto matrimoniale, anche nella sua dimensione economico-patrimoniale, avrebbe potuto (e dovuto) acquisire rilievo unicamente ai fini della determinazione del quantum debeatur[27], sulla scorta di un giudizio comparativo delle posizioni degli ex coniugi operato in relazione ai parametri di cui all’art. 5, comma 6, l. div.

La decisione in esame, pertanto, in linea con il diritto vivente consolidato[28], aveva pur sempre ribadito la natura essenzialmente assistenziale dell’assegno, il cui riconoscimento restava saldamente ancorato all’accertata carenza, in capo all’ex coniuge, di «mezzi adeguati» ed alla oggettiva impossibilità di procurarseli. Sul punto, infatti, il Collegio si era limitato a precisare che la struttura stessa dell’art. 5, comma 6, l. n. 898 del 1970, prefigurava «un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto è costituito, rispettivamente, dall’eventuale riconoscimento del diritto (fase dell’an debeatur) e – solo all’esito positivo di tale prima fase – dalla determinazione quantitativa dell’assegno (fase del quantum debeatur)», suffragando, in tal modo, la (pretesa) rigida “bifasicità” del cd. giudizio di attribuzione.

L’orientamento proposto dalla sentenza 11504 del 2017 è stato sostanzialmente recepito dalla giurisprudenza di legittimità immediatamente successiva[29], che ne ha condiviso le argomentazioni centrali. Una (parziale) eccezione, tuttavia, parrebbe rinvenirsi nella decisione n. 11538 del 2017 della prima sezione della Suprema Corte la quale, nell’operare il cd. giudizio di adeguatezza in rapporto al «reddito necessario a condurre un’esistenza libera e dignitosa»[30], adotta un parametro non perfettamente sovrapponibile alla autosufficienza economica.

5.Il revirement delle Sezioni Unite.

L’inaspettato overruling operato dalla prima sezione civile della Suprema Corte ha imposto un nuovo intervento nomofilattico da parte delle Sezioni Unite le quali, chiamate a comporre il contrasto sviluppatosi in seno alla stessa giurisprudenza di legittimità, si sono pronunciate con la ben nota sentenza n. 18287 del 2018[31].

Sebbene alcuni commentatori abbiano parlato di una “scelta di compromesso”[32], la sentenza in parola opera una radicale cesura non soltanto rispetto alla soluzione ermeneutica da ultimo ricordata ma, finanche, con il diritto vivente consolidatosi a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, mostrando invero piena consapevolezza dell’ampio dibattito (e delle relative criticità) connesso alla tematica dell’assegno divorzile.

In primis, le Sezioni Unite ripercorrono la genesi dell’art. 5, comma 4 (ora comma sesto), della legge n. 898 del 1970 che, nella sua versione originaria, era stato concepito quale «strumento perequativo» degli squilibri economici e patrimoniali determinatisi in capo agli ex coniugi in ragione di scelte endofamiliari, sicché «il profilo strettamente assistenziale si contaminava con quello compensativo, soprattutto in relazione alla durata del matrimonio».

La riformulazione della citata disposizione ad opera della novella del 1987 – e, in particolare, l’individuazione dell’unico presupposto fondativo del diritto nella “insussistenza di mezzi adeguati e nella impossibilità di procurarli” – avrebbe poi originato, da un lato, la rigida bipartizione tra criteri cd. attributivi e determinativi dell’assegno e, dall’altro, il sorgere di accesi contrasti sull’esatta portata della locuzione “mezzi adeguati”.

Nell’individuare detti parametri di giudizio in concetti esterni al dato normativo, i contrapposti indirizzi ermeneutici avrebbero “peccato” di astrattezza, finendo con l’obliterare del tutto gli indicatori di cui all’art. 5, comma 6, l. div., relegati nell’alveo della mera determinazione del quantum debeatur. L’errore, comune ad entrambi gli orientamenti, sarebbe dunque consistito nell’aver operato una lettura parcellizzata della disposizione, con la conseguenza che i criteri individuati (tenore di vita matrimoniale da un lato, autosufficienza economica dall’altro) «sono esposti al rischio dell’astrattezza e del difetto di collegamento con l’effettività della relazione matrimoniale».

Per un verso, le Sezioni Unite riconoscono che ancorare la valutazione di adeguatezza al pregresso tenore di vita può esporre il coniuge onerato a «rischi di locupletazione ingiustificata» da parte del richiedente, in ragione della (irragionevole) preminenza che verrebbe accordata alla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti (a discapito di ulteriori elementi di valutazione quali, in particolare, il criterio della autoresponsabilità e della effettiva contribuzione alla vita familiare).

A contrario, la valorizzazione della carenza di autosufficienza economica dell’istante, se isolatamente considerata, contrasta irrimediabilmente con il modello di unione matrimoniale delineato dalla Carta costituzionale, fondato sulla piena libertà di scelta e sull’autoresponsabilità di entrambi i coniugi. Questi ultimi, infatti, sono chiamati a contribuire in eguale misura, nel corso del rapporto, ai bisogni della famiglia, sulla base di decisioni libere e condivise, sicché il fondamento costituzionale della solidarietà post-coniugale non può certamente risiedere nell’art. 23 Cost. (che attiene, in via esclusiva, alla relazione cittadino-contribuente)[33]. Peraltro, lo scioglimento del vincolo, pur incidendo sullo status personale delle parti, non cancella tout court tutti «gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare», dal momento che il vissuto rapporto di vita comune rimane indubbiamente fonte di legittime aspettative e di un affidamento meritevole di tutela[34].

A tale riguardo, le Sezioni Unite non mancano di sottolineare come il principio di autoresponsabilità, da un lato, e la solidarietà coniugale, dall’altro, non si pongano affatto come valori tra loro antitetici ed incompatibili; gli stessi indicatori di cui all’art. 5, comma 6, l. div., in effetti, «sottolineano il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita».

Poste tali premesse, la Suprema Corte ritiene necessario superare la tradizionale bipartizione tra criteri cd. attributivi e determinativi dell’assegno divorzile[35] – in un’ottica di piena valorizzazione dei principi costituzionali di libertà, autoresponsabilità ed eguaglianza (artt. 2, 3 e 29 Cost.) – e chiarisce, in via ulteriore (e decisiva), che il giudizio di adeguatezza deve essere condotto sulla scorta di tutti gli indicatori normativi, al fine di accertare se l’eventuale (rilevante) disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi possa ritenersi conseguenza delle «scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, […] oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale […]». Nella visione della Suprema Corte, pertanto, l’assegno di divorzio si riappropria della originaria natura composita e polifunzionale[36] e, in ossequio al principio di solidarietà post-coniugale, dilata la componente assistenziale in «funzione equilibratrice-perequativa»[37] degli squilibri economico-patrimoniali riconducibili alle determinazioni assunte dalle parti nell’ambito del comune progetto di vita.

In altri termini, a parere delle Sezioni Unite, il giudizio di adeguatezza impone una valutazione composita e comparativa, «che trova nella prima parte della norma i parametri certi sui quali ancorarsi»; ne consegue, quindi, che la situazione economico-patrimoniale del richiedente non va assunta come «premessa meramente fenomenica ed oggettiva, svincolata dalle cause che l’hanno prodotta, dovendo accertarsi se tali cause siano riconducibili agli indicatori delle caratteristiche della unione matrimoniale così come descritti nella prima parte dell’art. 5. c. 6, i quali, infine, assumono rilievo direttamente proporzionale alla durata del matrimonio». Detto giudizio, dunque, potrà condurre ad un esito coerente con la ratio dell’assegno divorzile soltanto allorché tenga conto di tutti gli indicatori normativi. La corretta declinazione del principio costituzionale di solidarietà, infatti, non si sostanzia, né tantomeno ammette, la sopravvivenza del vincolo coniugale (che si scioglie definitivamente in conseguenza della pronuncia di divorzio), ma si estrinseca, piuttosto, nella necessaria valorizzazione della (preminente) componente compensativa dell’assegno, al fine di ristorare il coniuge che abbia sopportato rilevanti sacrifici in funzione dei bisogni della famiglia.

A conclusione dell’articolato iter argomentativo, le Sezioni Unite individuano schematicamente il percorso logico che il giudice dovrà osservare nell’accertamento del diritto all’assegno post-matrimoniale, soffermandosi, del pari, sul connesso profilo del riparto dell’onere probatorio[38].

In primis, rileva il Supremo Collegio, la consistenza dell’eventuale squilibrio patrimoniale determinato dal divorzio andrà vagliata sulla scorta della documentazione fiscale prodotta in giudizio dalle parti, al fine di operare una preliminare verifica dell’autosufficienza economica dell’istante. Tuttavia, tanto in ipotesi di riscontrata carenza di redditi propri (in cui verrà in evidenza il profilo strettamente assistenziale dell’assegno), quanto nel caso di sperequazione di entità variabile, il parametro fondativo dell’accertamento del diritto conserverà natura composita, poiché l’inadeguatezza dei mezzi andrà pur sempre desunta dall’esame congiunto ed integrato degli indicatori normativi, collocati tra loro in posizione equiordinata.

Ne consegue, pertanto, che la carenza di mezzi adeguati in capo al richiedente l’assegno andrà stimata non soltanto con riguardo alla (eventuale) oggettiva mancanza ovvero insufficienza dei medesimi ma, soprattutto, in chiave «perequativo-compensativo», in relazione all’entità del contributo profuso nella conduzione della vita familiare. Il profilo assistenziale, in ultima analisi, deve sempre «essere contestualizzato con riferimento alla situazione effettiva nella quale s’inserisce la fase di vita post matrimoniale», affinché siano adeguatamente riconosciuti e valorizzati il ruolo e l’apporto del coniuge “debole” all’interno della famiglia.

5.1. Segue: l’attuazione dei nuovi principi nella successiva elaborazione giurisprudenziale. Zone d’ombra e profili (ancora) irrisolti.

Con la sentenza n. 18287 del 2018, le Sezioni Unite hanno compiuto un notevole sforzo di inquadramento teorico-sistematico dell’assegno di divorzio, nel tentativo di riportare a sistema le molteplici sollecitazioni provenienti da dottrina e giurisprudenza[39] ed offrire, al contempo, una visione globale dell’istituto; nondimeno, all’indomani del citato arresto, restano parzialmente insolute alcune questioni di primario rilievo.

La decisione de qua, indubbiamente, ha il pregio di aver superato la tradizionale distinzione tra criteri cd. attributivi e determinativi del contributo economico a favore del coniuge “debole”, chiarendo opportunamente come la “scissione” del giudizio di spettanza costituisca, in realtà, un’opzione ermeneutica affatto necessitata dalla lettera della norma[40].

Parimenti condivisibile risulta, poi, la valorizzazione della natura composita dell’assegno divorzile, sebbene le distinte “anime” – che le Sezioni Unite espressamente individuano nelle plurime componenti: assistenziale, compensativa, perequativa e risarcitoria – assumano, almeno in parte, contorni sfumati ed incerti.

In particolare, si ravvisa, da un lato, una sorta di “commistione concettuale”[41] tra la finalità compensativa e quella propriamente «equilibratrice-perequativa», che la Suprema Corte tende ad accomunare e, talvolta, finanche a sovrapporre[42]; dall’altro, sembrerebbe obliterato l’elemento risarcitorio («le ragioni della decisione»), ancorché esplicitamente richiamato nell’incipit della motivazione[43].

Non trascurabile è, del pari, l’ulteriore profilo di complessità originato proprio dalla più volte affermata “equiordinazione” degli indicatori di cui all’art. 5, comma 6, l. div.[44]. Non sembra chiarito, infatti, se il giudice del merito, chiamato a compiere il giudizio di spettanza del diritto all’assegno, debba operare una valutazione comparativa e complessiva di tutte le predette funzioni, ovvero se, in relazione alle specificità del caso concreto, sia legittimato a valorizzarne soltanto alcune[45].

Gli interrogativi lasciati aperti dalla sentenza n. 18287 del 2018 hanno trovato risposte parzialmente divergenti nella elaborazione giurisprudenziale immediatamente successiva[46].

Non è mancato, in alcuni recenti arresti, il tentativo di recuperare la «imprescindibile finalità assistenziale dell’assegno»[47], con la quale sembrerebbe concorrere, in via meramente eventuale ed al ricorrere di determinati presupposti, la sola funzione compensativa. In tal senso, ad esempio, si è affermato che il diritto all’assegno divorzile resterebbe escluso pur in ipotesi di accertata (ed evidente) disparità economico-reddituale tra le parti, salvo che detto squilibrio risulti eziologicamente dipendente da scelte di conduzione di vita familiare[48].

L’orientamento prevalente, tuttavia, è apparso più incline ad una “iper-valorizzazione” della finalità compensativa del contributo economico in parola, cui ha fatto seguito l’esaltazione dell’apporto profuso dal coniuge “debole” in costanza di matrimonio[49] e la (speculare) marginalizzazione della componente perequativa (o equilibratrice). Lo «squilibrio economico patrimoniale» tra le parti del vincolo ormai sciolto diviene, perciò, una mera «precondizione fattuale», il cui accertamento risulterebbe imposto dall’art. 5, comma 6, l. div. per poter procedere all’applicazione «dei parametri integrati indicati dalle Sezioni Unite»[50] ma non opererebbe, viceversa, quale elemento determinante in funzione del sorgere del diritto.

Questa giurisprudenza ha inoltre affermato che, nell’ipotesi in cui la finalità compensativa non possa essere accertata ovvero non ricorra, per essere il depauperamento dell’istante un fatto sopravvenuto allo scioglimento del rapporto, vada accordata preferenza alla componente strettamente assistenziale dell’assegno, sempreché sussistano i relativi presupposti. Nella specie, si è sostenuto che la disparità economico-reddituale deve essere rapportata ad una «effettiva e concreta non autosufficienza economica dell’ex coniuge richiedente […], avuto riguardo a tutte le circostanze del caso concreto […], in modo da poter, altresì, escludere che sia stato irreversibilmente reciso ogni collegamento con la pregressa storia coniugale e familiare»[51]. Il sorgere del diritto all’assegno in funzione assistenziale, peraltro, viene subordinato ad una triplice verifica da parte del giudice del merito, il quale è chiamato ad accertare non soltanto l’oggettiva impossibilità in capo alla parte di provvedere al proprio mantenimento ma, altresì, l’assenza di strumenti di tutela alternativi[52], nonché la circostanza che l’onerando sia «in grado di sostenere economicamente l’esborso di cui trattasi ed abbia in passato ricevuto o goduto di apporti significativi da parte dell’ex coniuge richiedente».

In definitiva, la giurisprudenza prevalente, pur non avendo apertamente revocato in dubbio la polifunzionalità dell’assegno di divorzio, ha mostrato di prediligere (salve alcune eccezioni) la componente compensativa, la quale è divenuta sostanzialmente assorbente rispetto alle finalità assistenziale, perequativa e risarcitoria.

6.La riemersione dell’autosufficienza economica nel giudizio di attribuzione dell’assegno post-matrimoniale: un “mascherato” ritorno al passato?

Le considerazioni sin qui svolte conducono a ritenere un po’ sorprendente l’affermazione, contenuta nell’ordinanza n. 24250 del 2021, alla stregua della quale «le Sezioni Unite n. 18287 del 2018 hanno, per gli aspetti centrali, dato continuità alla decisione del 2017», sicché «sarebbe un errore leggere nella pronuncia delle Sezioni Unite una presa di distanza o un’inversione di tendenza rispetto all’arresto del 2017».

Le argomentazioni spese nella decisione che qui si annota, in effetti, richiamano (neppure troppo velatamente) l’indirizzo interpretativo inaugurato dalla Suprema Corte nel 2017 (con sentenza n. 11504), sollecitando una sorta di “nostalgico” ritorno al passato[53]. A questo punto, sarebbe stato probabilmente preferibile (e maggiormente rispettoso del dato normativo) rimettere alle Sezioni Unite la scelta sull’opportunità di operare un nuovo revirement interpretativo[54].

Anzitutto, la prima sezione civile della Suprema Corte ribadisce, enfaticamente, l’incontestato e definitivo abbandono del criterio del tenore di vita matrimoniale quale canone di valutazione dell’adeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, ponendolo come dato ormai acquisito nella giurisprudenza di legittimità. Nondimeno, se è certamente indubbio che, per le ragioni anzidette (§ 5), detto indicatore non possa più assurgere ad esclusivo parametro di riferimento nel giudizio di attribuzione, è ugualmente vero che esso non viene totalmente obliterato né, tantomeno, espressamente escluso, dalle stesse Sezioni Unite[55].

L’ordinanza in commento, inoltre, sembra dimenticare che, ai fini della debenza dell’assegno divorzile, il previgente orientamento non considerava affatto «necessario e sufficiente stabilire quale fosse il tenore di vita della coppia in costanza di matrimonio e quale il tenore di vita che poteva permettersi l’ex coniuge richiedente dopo il divorzio». Come puntualizzato dalla stessa Corte costituzionale, in effetti, il tenore di vita veniva piuttosto inteso quale indice di calcolo del “tetto massimo” teorico dell’importo, da rimodulare sulla scorta dei parametri normativi di cui all’art. 5, comma 6, l. div. che, agendo come «fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto»[56], avrebbero finanche potuto, in ipotesi, azzerarla. La statuizione, in conclusione, si rivela eccessivamente tranchant ed ingenerosa.

La parte motiva della decisione disvela, poi, l’intrinseca ed insanabile contraddittorietà tra la proclamata adesione alla linea interpretativa fatta propria dalle Sezioni Unite nel 2018 e le conclusioni cui l’ordinanza stessa approda.

Una prima aporìa parrebbe già emergere laddove la Suprema Corte, nel riprodurre una (ridotta) porzione del ragionamento svolto dalle Sezioni Unite[57], ritiene di potervi leggere la presa d’atto che «sciolto il vincolo coniugale, ciascun ex coniuge, in linea di principio, deve provvedere al proprio mantenimento». In realtà, non pare superfluo ricordare come l’assunto sia stato respinto dal citato arresto del 2018, sulla scorta di una interpretazione costituzionalmente orientata del concetto di “solidarietà coniugale”[58]. La laconica statuizione dell’ordinanza in parola parrebbe, allora, maggiormente evocativa della qualificazione degli ex coniugi quali «persone singole»[59].

Ancora, di dubbia compatibilità con i principi espressi dalle Sezioni Unite nel 2018 risulta la dichiarata subalternità della componente compensativa dell’assegno divorzile, dipinta come meramente eventuale e derogatoria rispetto alla finalità assistenziale.

Infatti, sebbene sia certamente onere dell’istante fornire la prova[60] del nesso eziologico intercorrente tra la disparità economico-patrimoniale successiva allo scioglimento del vincolo e le scelte di conduzione della vita familiare, è stata nondimeno smentita con forza ogni forma di “disgregazione” delle componenti dell’assegno. Le Sezioni Unite, in effetti, rinvengono proprio nella corretta «declinazione costituzionale del principio di solidarietà [coniugale]» la conferma della (necessaria) polifunzionalità del contributo spettante al coniuge “debole”, sicché l’esigenza strettamente assistenziale dell’assegno, lungi dal rappresentarne la componente predominante, deve essere coniugata con la (prevalente?) finalità «perequativo-compensativo».

Ne consegue, quale soluzione “a rime obbligate”, che, tanto in ipotesi di rilevata carenza di redditi in capo all’istante, quanto di accertata autosufficienza economica, «il parametro sulla base del quale deve essere fondato l’accertamento del diritto ha natura composita, dovendo l’inadeguatezza dei mezzi o l’incapacità di procurarli per ragioni oggettive essere desunta dalla valutazione, del tutto equiordinata, degli indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, c. 6, in quanto rivelatori della declinazione del principio di solidarietà posto a base del giudizio relativistico e comparativo di adeguatezza».

Alla luce delle suesposte considerazioni, l’inconciliabilità delle affermazioni contenute nell’ordinanza della prima sezione civile appare evidente per (almeno) un duplice ordine di ragioni.

In primis, laddove rievoca l’articolazione bifasica del giudizio di spettanza dell’assegno e la tradizionale distinzione tra criteri cd. attributivi e determinativi («occorre stabilire, superato lo scrutinio del profilo dell’autosufficienza […]»); in aggiunta, nella misura in cui àncora la quantificazione dell’importo ad una esigenza strettamente assistenziale («[…] il giudice deve quantificare l’assegno rapportandolo non al pregresso tenore di vita familiare, ma in misura adeguata innanzitutto a garantire, in funzione assistenziale, l’indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge […]»), relegando nuovamente gli indicatori di cui all’art. 5, comma 6, l. div. ad una fase successiva, meramente residuale ed eventuale.

Infine, difficilmente intelligibile risulta l’affermazione per cui «in taluni casi […] l’assegno può rispondere, in tutto o in parte, ad una finalità compensativo-perequativa, tanto nell’ipotesi in cui il coniuge richiedente sia economicamente autosufficiente, ed allora la finalità sarà solo compensativo-perequativa, tanto nell’ipotesi in cui il coniuge richiedente non sia economicamente autosufficiente, ed allora la finalità compensativo-perequativa assorbirà quella assistenziale»[61] (evidenza aggiunta).

Il tenore letterale della statuizione, infatti, parrebbe suggerire che, pur sussistendo ragioni di carattere strettamente assistenziale (i.e. non autosufficienza economica dell’istante), il diritto all’assegno debba escludersi qualora il coniuge “debole” non sia in grado di dimostrare l’apporto profuso al ménage familiare ed il conseguente sacrificio delle proprie aspettative professionali-reddituali. Così argomentando, tuttavia, si giungerebbe al paradosso di riconoscere il sostegno economico soltanto alla parte che, indipendentemente dal suo stato di bisogno, sia in grado di dimostrare di aver contribuito ai bisogni della famiglia, con conseguente marginalizzazione (se non totale obliterazione) proprio della finalità assistenziale dell’assegno.

7.Considerazioni conclusive.

Gli accesi contrasti sorti sul tema della debenza dell’assegno di divorzio testimoniano l’assoluta centralità e delicatezza della questione, che intercetta istanze socio-culturali prima ancora che giuridiche.

L’evoluzione ermeneutica che ha interessato l’art. 5, comma 6, della più volte citata legge n. 898 del 1970, infatti, ha proceduto di pari passo con la profonda trasformazione della coscienza sociale e la mutata sensibilità sulle tematiche del diritto di famiglia. Da un lato, la visione “sacrale” del vincolo matrimoniale, ed il tabù della sua indissolubilità, hanno ceduto il posto ad una “realtà composita”, caratterizzata da una pluralità di formazioni familiari; dall’altro, la dilatazione stessa della nozione di “famiglia” consente oggi di affermare che sia la convivenza more uxorio quanto le cd. unioni civili (disciplinate con legge 20 maggio 2016, n. 76) rientrano a pieno titolo tra le formazioni sociali nelle quali l’individuo svolge la propria personalità (art. 2 Cost.).

Il timore che il rapporto matrimoniale possa continuare a produrre rilevanti effetti anche a seguito del suo scioglimento, determinando la stabilizzazione di “rendite di posizione” ed ostacolando la formazione di nuovi nuclei familiari, è probabilmente alla base dell’opzione interpretativa accolta dalla prima sezione civile della Cassazione con l’ordinanza n. 24250 del 2021.

Tale preoccupazione, indubbiamente legittima, deve tuttavia collocarsi nel quadro delle disposizioni costituzionali (artt. 2, 3 e 29 Cost.) che, nel tutelare pienamente l’eguaglianza e la pari dignità dei coniugi, ne esaltano parimenti l’autoresponsabilità e la libertà di autodeterminazione. La valorizzazione del contributo personale ed economico del coniuge “debole” alla conduzione della vita familiare, pertanto, si atteggia quale logico corollario degli anzidetti principi e del dovere di solidarietà post-matrimoniale, i quali non possono essere obliterati tout court a seguito della cessazione del rapporto né, tantomeno, per il solo fatto che una delle parti abbia costituito un nuovo nucleo affettivo[62].

Nondimeno, pare opportuno sottolineare come la riscontrata tendenza della giurisprudenza di legittimità ad una “iper-valorizzazione”, in chiave compensativa, dell’apporto profuso dall’ex coniuge in costanza di rapporto (§ 5.1.) abbia condotto ad una sorta di reductio ad unum delle plurime componenti dell’assegno, con conseguente marginalizzazione delle altre (pur astrattamente riconosciute) finalità. In tal senso, si è già avuto modo di segnalare (§ 5.1.) come la componente risarcitoria (le «ragioni della decisione»), pur espressamente riconosciuta dalle stesse Sezioni Unite nella pronuncia n. 18287 del 2018, sia poi rimasta sullo sfondo, tanto da non figurare neppure nel principio di diritto della decisione.

Resta ancora irrisolto, del pari, l’interrogativo in ordine ai profili ed ai criteri di differenziazione tra la funzione compensativa e quella propriamente perequativa che, non di rado, sono state accomunate (se non del tutto sovrapposte).

[1] Si fa riferimento a Cass. Sez. Un., sent. 11 luglio 2018, n. 18287 (Ced Cass. Rv. 650267 – 01), edita, tra le tante, in Resp. civ. prev., 2018, 6, 1856, con nota di Basini G.F., Le sezioni unite ripensano i criteri di attribuzione, e rideterminano la funzione, dell’assegno post-matrimoniale; in Nuova giur. civ. comm., 2018, 11, 1601, con nota di Benanti C., La “nuova” funzione perequativo-compensativa dell’assegno di divorzio; in Foro it., 2018, 12, 3999, con nota di Cea C.M., L’assegno di divorzio e la nomofilachia intermittente; in Corr. giur., 2018, 10, 1186, con nota di Patti S., Assegno di divorzio: il “passo indietro” delle Sezioni Unite; ed in Giur. it, 2018, 8, 1843, con nota di Rimini C., Il nuovo assegno di divorzio: la funzione compensativa e perequativa.

[2] Ci si riferisce all’orientamento giurisprudenziale inaugurato da Cass. sez. I, sent. 10 maggio 2017, n. 11504 (Ced Cass. Rv. 644019 – 01), edita, ex multis, in Dir. fam. pers., 2017, 4, 1207, con nota di Astone A., Assegno post-matrimoniale ed autoresponsabilità degli ex coniugi; in Foro it., 2017, 9, 2707, con nota di Bianca M., Patti S., Assegno di divorzio: un passo verso l’Europa? – Il nuovo orientamento in tema di assegno divorzile. Una storia incompiuta; in Giur. it., 2017, 6, 1299, con nota di Majo A., Assistenza o riequilibrio negli effetti del divorzio?; in Nuova giur. civ. comm., 2017, 7-8, 1001, con nota di Roma U., Assegno di divorzio: dal tenore di vita all’indipendenza economica; in Judicium, online 30 maggio 2017, con nota di Russo R., L’ultima sentenza sull’assegno di divorzio. diagnosi e terapia; ed in Vita not., 2017, 2, 685, con nota di Vecchio G., La Suprema Corte di Cassazione decide di aderire alle scelte legislative in tema di assegno di divorzio.

[3] Cass. Sez. Un., sent. 29 novembre 1990, n. 11490 (Ced Cass. Rv. 469963 – 01), edita, tra le tante, in Giust. civ., 1991, 9, 2119, con nota di Bruschi E., Le sezioni unite e l’assegno di divorzio; in Foro it., 1991, 1, 67, con nota di Carbone V., Urteildammerung: una decisione crepuscolare (sull’assegno di divorzio); in Giur. it, 1991, 5, 536, con nota di Pellegrini G.M, La determinazione dell’assegno di divorzio al vaglio delle sezioni unite; in Nuova giur. civ. comm., 1991, 1, 112, con nota di Quadri E., Assegnazione e quantificazione dell’assegno di divorzio; ed in Giust. civ., 1991, 5, 1223, con nota di Spadafora A., L’orientamento delle sezioni unite in materia di assegno divorzile: considerazioni critiche.

[4] L’ordinanza in commento si limita ad affermare laconicamente che, secondo l’orientamento previgente, sarebbe stato «necessario e sufficiente stabilire quale fosse il tenore di vita della coppia in costanza di matrimonio e quale il tenore di vita che poteva permettersi l’ex coniuge richiedente dopo il divorzio». Invero, la giurisprudenza di legittimità successiva all’arresto delle Sezioni Unite del 1990 aveva già operato importanti distinguo, rifuggendo l’idea che il tenore di vita analogo dovesse essere considerato un parametro assoluto ed astratto. In tal senso, ad esempio, si era affermato che l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante andasse raffrontata «ad un tenore di vita analogo a quello goduto al momento del divorzio, o che poteva ragionevolmente e legittimamente fondarsi su aspettative maturate in costanza di matrimonio», con la conseguenza che potevano «essere presi in considerazione ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio soltanto quegli incrementi delle condizioni patrimoniali dell’ex coniuge che si configurino come ragionevole sviluppo di situazioni e aspettative già presenti al momento del divorzio», Cass. sez. I, sent. 29 giugno 1997, n. 5720 (Ced Cass. Rv. 505486 – 01). Del pari, il prevalente orientamento si era consolidato nel senso di ritenere gli indicatori di cui all’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 il parametro di valutazione e quantificazione della somma astrattamente individuata sulla scorta del criterio del tenore di vita, di talché questi ultimi avrebbero concretamente operato «come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto e possono, se del caso, addirittura azzerarla in ipotesi estreme, quando, cioè, la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione», Cass. sez. I, sent. 13 maggio 1998, n. 4809 (Ced Cass. Rv. 515371 – 01); più di recente, negli stessi termini cfr. Cass. sez. I, sent. 5 febbraio 2014, n. 2546 (Ced Cass. Rv. 630025 – 01).

Si segnala, ancora, che la stessa Corte costituzionale, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 in relazione agli artt. 2, 3 e 29 Cost., aveva avallato l’interpretazione (enfaticamente definita di “diritto vivente”) secondo cui «il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio non costituisce l’unico parametro di riferimento ai fini della statuizione sull’assegno divorzile», ma rappresenta, piuttosto, il tetto massimo della misura dell’assegno (in termini di tendenziale adeguatezza al fine del mantenimento del tenore di vita pregresso) sicché, «in concreto, quel parametro concorre, e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso denunciato art. 5», Corte cost., sent. 11 febbraio 2015, n. 11, edita in Fam. dir., 2015, 6, 537, con nota di Al Mureden E., Assegno divorzile, parametro del tenore di vita coniugale e principio di autoresponsabilità.

[5] Cfr., per tutte, Cass. Sez. Un., sent. 29 novembre 1990, n. 11490, cit.

[6] Cass. sez. I, ord. 8 settembre 2021, n. 24250 (Ced Cass. Rv. 662391 – 01), p. 9.

[7] Il testo originario dell’art. 5, comma quarto, legge 1° dicembre 1970, n. 898, disponeva: «Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in proporzione alle proprie sostanze e ai propri redditi. Nella determinazione di tale assegno il giudice tiene conto del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi. Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in una unica soluzione».

[8] Cass. Sez. Un., sent. 9 luglio 1974, n. 2008 (Ced Cass. Rv. 370270 – 01), edita in Giur. it., 1975, 1, 449, con nota redazionale; ed in Dir. fam., 1974, 1, 635, con nota di Dall’Ongaro F., Sulla controversa qualificazione giuridica dell’assegno di divorzio, aveva chiarito che «l’assegno di divorzio non ha natura alimentare, ma ha natura composita: con funzione assistenziale (in quanto, attraverso la considerazione delle condizioni patrimoniali dei coniugi, tutela quello la cui situazione patrimoniale si sia deteriorata per effetto dello scioglimento del matrimonio), risarcitoria (in quanto, avendo riguardo alle ragioni della decisione, attribuisce rilievo, agli effetti patrimoniali, alla responsabilità per il fallimento del matrimonio) e compensativa (in quanto, mediante il riferimento al contributo dei coniugi alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di entrambi, e diretto a compensare l’impegno personale e gli apporti economici prestati in vista del benessere della famiglia). Gli elementi su indicati operano sia come criteri di attribuzione sia come parametri di determinazione e vanno tutti esaminati, con riguardo alla posizione di entrambe le parti». In tal senso, peraltro, si era già espressa Cass. Sez. Un., sent. 26 aprile 1974, n. 1194 (Ced Cass. Rv. 369239 – 01), edita in Giust. civ., 1974, 1, 995; in Dir. fam., 1974, 1, 620; ed in Giur. it., 1975, 1, 96, con nota redazionale.

Osserva tuttavia Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, in Rassegna della giurisprudenza di legittimità. I grandi temi del diritto e le soluzioni della Suprema Corte, diretto da Fasano A., 2019, 286, come il testo dell’art. 5, comma quarto, l. div., anche nella sua formulazione originaria, «separava i parametri da prendersi in considerazione in due, prescrivendo che ‘il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in proporzione alle proprie sostanze e ai propri redditi’, e solo successivamente indicava l’ulteriore parametro ‘del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi’, e specificamente al fine della ‘determinazione di tale assegno’, e pertanto della sua quantificazione».

[9] Così Cass. sez. I, sent. 9 gennaio 1976, n. 40 (Ced Cass. Rv. 378659 – 01), la cui massima ufficiale recita: «in materia di assegno di divorzio, i tre elementi previsti dalla legge – vale a dire il criterio assistenziale, quello risarcitorio e quello compensativo – operano sia come criteri di attribuzione sia come parametri di determinazione, e vanno tutti esaminati dal giudice, con riguardo alla posizione di entrambe le parti. Pur tenendo presenti tutti e tre i menzionati criteri sia per l’attribuzione sia per la quantificazione dell’assegno, il giudice può peraltro, anche con argomenti chiaramente desumibili dal complesso della motivazione, ritenere che nella fattispecie sottoposta al suo esame uno solo dei criteri stessi abbia in concreto decisiva rilevanza o notevole prevalenza».

[10] Si esprime in tal senso, tra gli altri, Rossi M., Gli effetti di natura patrimoniale del divorzio riguardo ai coniugi, in Cassano G., Oberto G., La famiglia in crisi, Padova, 2016, 375.

[11] Sul punto, Bonilini G., L’assegno post-matrimoniale, in Bonilini G. e Tommaseo F., Lo scioglimento del matrimonio, ne Il codice civile. Commentario, Milano, 2010, 586, evidenzia come i criteri indicati dall’art. 5, comma 6, l. n. 898 del 1970, non siano «autonome condizioni per l’attribuzione dell’assegno di divorzio; invero, essi sono criteri integrativi della sua determinazione, sicché il giudice, accertata l’insussistenza del presupposto di cui all’ultimo inciso del comma 6 dell’art. 5 l. div., non potrà certo prendere in esame, ad esempio, le ragioni della decisione, o il contributo personale dato dai coniugi in costanza di matrimonio […]».

[12] Detto orientamento, maggioritario in giurisprudenza, era stato seguito da Cass. sez. I, sent. 17 marzo 1989, n. 1322 (Ced Cass. Rv. 462176 – 01), edita in Giust. civ., 1989, 4, 829; Giur. it., 1989, 12, 1862; ed in Foro it., 1989, 9, 2512, con nota di Quadri E., La natura dell’assegno di divorzio dopo la riforma. In dottrina, viceversa, rimaneva prevalente il richiamo ad una nozione di “adeguatezza” intesa come “titolarità di mezzi idonei a garantire all’ex coniuge un’esistenza economicamente autonoma, libera e dignitosa”, in linea con la funzione marcatamente assistenziale dell’assegno divorzile. In tal senso cfr., ex plurimis, Bonilini G. e Natale A., L’assegno post-matrimoniale, in Trattato di diritto di famiglia, diretto da Bonilini G., III, La separazione personale tra coniugi. Il divorzio. La rottura della convivenza more uxorio, Milano, 2016, 2887 e De Paola V., Il diritto patrimoniale della famiglia coniugale, I, Milano, 1991, 279.

Tra coloro i quali reputavano che il giudizio di adeguatezza dovesse essere condotto con riferimento al tenore di vita matrimoniale, si segnala Bianca C.M., Conseguenze personali e patrimoniali, in Quadri E., La riforma del divorzio, 1989, 56; Id., Natura e presupposti dell’assegno di divorzio: le Sezioni Unite della Cassazione hanno deciso, in Riv. dir. civ., 1991, 2, 221.

[13] In dottrina, si vedano, fra gli altri, Bonilini G., L’assegno post-matrimoniale, cit., 590; De Paola V., Il diritto patrimoniale della famiglia coniugale, cit.; Scalisi V., Divorzio, persona e comunità familiare, in Riv. dir. civ., 1984, 1, 765.

[14] Si era espressa in detti termini Cass. sez. I, sent. 2 marzo 1990, n. 1652 (Ced Cass. Rv. 465639 – 01), edita in Giur. it., 1990, 12, 1742, con nota di Iacovino C., Assegno di divorzio e “modelli” di vita; ed in Giust. civ., 1990, 10, 2390, con nota di Spadafora A., Il presupposto fondamentale per l’attribuzione dell’assegno divorzile nell’ottica assistenzialistica della riforma del 1987.

[15] Così Cass. sez. I, sent. 2 marzo 1990, n. 1652, cit.

[16] Si fa riferimento a Cass. Sez. Un., sent. 29 novembre 1990, n. 11490, cit., e Cass. Sez. Un., sent. 29 novembre 1990, n. 11489, edita in Corr. giur., 1991, 3, 305, con nota di Ceccherini A., Le sezioni unite ritornano sul “tenore di vita” del coniuge divorziato.

[17] Cass. Sez. Un., sent. 29 novembre 1990, n. 11490, cit.

[18] Parte della dottrina, tuttavia, ha evidenziato come la decisione delle Sezioni Unite n. 11490 del 1990, pur confermando la struttura bifasica del giudizio di spettanza dell’assegno, abbia nondimeno conferito rilievo all’esigenza di ripristinare “un certo equilibrio delle condizioni patrimoniali dei coniugi” già nella fase dell’an debeatur. Sul punto, cfr. Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, cit., 294, il quale rileva come «le Sezioni Unite, peraltro, confermano la struttura bifasica del giudizio sulla spettanza dell’assegno divorzile, tuttavia – mentre ancora esaminano la fase dell’an debeatur, per dirla con terminologia contemporanea – si pongono il problema della necessità di riconoscere il diritto alla corresponsione dell’assegno in considerazione dell’esigenza di ripristinare “un certo equilibrio delle condizioni patrimoniali” degli ex coniugi, una finalità perequativa che sembra essere propria dei criteri dettati all’art. 5, comma 6, l. div., con la conseguenza che pare riscontrabile una commistione dei criteri utilizzabili per definire due fasi di giudizio che pure si vorrebbe debbano essere tenute nettamente distinte, quella sulla spettanza e quella sulla quantificazione dell’assegno divorzile».

[19] Ex multis, cfr. Cass. sez. I, sent. 1° dicembre 1993, n. 11860 (Ced Cass. Rv. 484552 – 01); Cass. sez. I, sent. 18 marzo 1996, n. 2273 (Ced Cass. Rv. 496421 – 01), edita in Giur. it., 1996, 11, 1340, con nota di Di Gioia R.; Cass. sez. I, sent. 2 settembre 1996, n. 7990 (Ced Cass. Rv. 499419 – 01); Cass. sez. I, sent. 8 ottobre 1997, n. 9758 (Ced Cass. Rv. 508613 – 01); Cass. sez. I, sent. 26 febbraio 1998, n. 2087 (Ced Cass. Rv. 513053 – 01); Cass. sez. I, sent. 7 maggio 2002, n. 6541 (Ced Cass. Rv. 554209 – 01), edita in Fam. dir., 2003, 3, 228, con nota di Sciancalepore G., Assegno di divorzio o perdita di chance: la scelta della Cassazione; Cass. sez. I, sent. 19 marzo 2003, n. 4040 (Ced Cass. Rv. 561247 – 01), edita in Arch. civ., 2004, 116; Cass. sez. I, sent. 12 luglio 2007, n. 15611 (Ced Cass. Rv. 598309 – 01); Cass. sez. I, sent. 2 agosto 2013, n. 18539 (Ced Cass. Rv. 627463 – 01), edita in Dir. fam., 2014, 73; Cass. sez. I, sent. 9 giugno 2015, n. 11870 (Ced Cass. Rv. 635651 – 01).

[20] Si segnala, ad esempio, Cass. sez. I, sent. 29 giugno 1997, n. 5720, cit., la quale precisa come l’accertamento in ordine alla inadeguatezza dei mezzi debba tenere conto del «tenore di vita analogo a quello goduto dal coniuge beneficiario dell’assegno in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio […]». Più di recente, Cass. sez. I, sent. 16 ottobre 2013, n. 23442 (Ced Cass. Rv. 628121 – 01), edita in Corr. giur., 2014, 11, 1349, con nota di Amendolagine V., “Tenore” e “stile” di vita non possono considerarsi tra di loro sinonimi quando si tratta di determinare l’assegno divorzile, sottolinea come «[…] non bisogna confondere lo stile con il tenore di vita. Anche in presenza di rilevanti potenzialità economiche un regime familiare può essere infatti improntato a uno stile di “understatement” o di rigore ma questa costituisce una scelta che non può annullare le potenzialità di una condizione economica molto agiata […]».

Ancora, Cass. sez. I, sent. 13 maggio 1998, n. 4809, cit., evidenzia come «il giudice è chiamato a verificare l’esistenza del diritto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi (o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive), raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio, e quindi procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno. La successiva determinazione in concreto deve essere effettuata in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei vari criteri indicati nella norma stessa, che quindi operano come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto, e possono in ipotesi estreme valere anche ad azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione».

[21] Corte cost., sent. 11 febbraio 2015, n. 11, cit. Attenta dottrina, tuttavia, segnala come la Consulta non si sia limitata ad avallare la costruzione bifasica del giudizio sull’assegno divorzile ma abbia suggerito, piuttosto, «una concezione unitaria del giudizio, in cui, accanto al tenore di vita, occorre tener conto di tutti gli altri criteri indicati dal legislatore al co. 6 dell’art. 5 l. div., al fine di esprimere un unico giudizio sulla spettanza e quantificazione dell’assegno. L’interpretazione fornita dalla Consulta, in definitiva, anziché limitarsi a riprodurre l’impostazione seguita dalla Suprema Corte, ne ha invero proposta, autorevolmente, una diversa», Di Marzio P., Sezioni Unite e assegno divorzile, in Treccani. Il libro dell’anno, 2019, accessibile online all’indirizzo http://www.treccani.it.

[22] Cass. sez. I, sent. 10 maggio 2017, n. 11504, cit.

[23] La pronuncia enuclea i principali “indici” alla luce dei quali accertare la sussistenza della indipendenza economica del coniuge istante, rinvenendoli: a) nel possesso di redditi di qualsiasi specie; b) nel possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza; c) nelle capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; d) nella stabile disponibilità di una casa di abitazione. In particolare, «mentre il possesso di redditi e di cespiti patrimoniali formerà normalmente oggetto di prove documentali – salva comunque, in caso di contestazione, la facoltà del giudice di disporre al riguardo indagini officiose, con l’eventuale ausilio della polizia tributaria (L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 9) –, soprattutto “le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale” formeranno oggetto di prova che può essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l’onere del richiedente l’assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete iniziative assunte per il raggiungimento dell’indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le eventuali esperienze lavorative». Si precisa, inoltre, che la prova del difetto di autosufficienza economica grava sul coniuge istante, il quale è tenuto a produrre tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni in tal senso.

[24] Così Cass. sez. I, sent. 10 maggio 2017, n. 11504, cit., secondo la quale «una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso […] il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali (art. 191 c.c., comma 1) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (art. 143 c.c., comma 2) […]». L’assunto è stato oggetto di forti critiche da parte di Quadri E., I coniugi e l’assegno di divorzio tra conservazione del “tenore di vita” e “autoresponsabilità”: “persone singole” senza passato?, in Corr. giur., 2017, 894, secondo il quale non può essere tracciata una netta cesura rispetto al progetto di vita condiviso dai coniugi anteriormente allo scioglimento del matrimonio. Fortemente critico si è mostrato anche Roma U., Assegno di divorzio: dal tenore di vita all’indipendenza economica, cit., 1006, il quale ha osservato come «l’argomento, che si manifesta ossessionato dalla riviviscenza del matrimonio, perde larga parte della sua efficacia dimostrativa – assumendo, piuttosto, una valenza de iure condendo – ove si consideri che l’assegno non è l’unica ‘‘provvidenza’’ successiva alla cessazione del vincolo […]».

[25] Sul punto, cfr. Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, cit., 301, il quale, nel sottolineare l’intrinseca contraddittorietà dell’assunto, evidenzia come «non si comprende perché ad una ‘persona singola’ dovrebbe essere addossato un dovere inderogabile di solidarietà economica in favore di un’altra ‘persona singola’. Di per sé questa affermazione, come formulata, rischia di ingenerare dubbi di compatibilità costituzionale. Sembra da ritenere, allora, che se un dovere inderogabile di solidarietà economica può essere affermato, se ne può parlare in favore non di una ‘persona singola’ tout court, bensì di una persona che sia un ex coniuge».

[26] Critico rispetto a tale affermazione si mostra Rimini C., Verso una nuova stagione per l’assegno divorzile dopo il crepuscolo del fondamento assistenziale, in Nuova giur. civ. comm., 2017, 9, 1278, a parere del quale l’esclusiva valorizzazione della funzione assistenziale dell’assegno andrebbe a frustrare l’aspettativa dell’ex coniuge ad ottenere «una giusta ricompensa per i sacrifici spesso assai rilevanti compiuti durante il matrimonio a favore della famiglia».

[27] Parte della dottrina ha criticato l’assunto secondo cui il giudizio sull’an debeatur dell’assegno di divorzio prescinde totalmente dalla valutazione del vissuto comune dei coniugi e, in particolare, dell’impegno profuso nella vita familiare e nella cura dei figli. Si sottolinea, viceversa, la necessità di valorizzare, anche nella fase dell’accertamento della spettanza del diritto, la durata del rapporto matrimoniale, non potendosi applicare tout court il parametro della autosufficienza economica. Si esprimono in tal senso Al Mureden E., L’assegno divorzile tra auto responsabilità e solidarietà post-coniugale, in Fam. dir., 2017, 7, 645, e Casaburi G., Tenore di vita ed assegno divorzile (e di separazione): c’è qualcosa di nuovo oggi in Cassazione, anzi d’antico, in Foro it., 2017, 1897.

[28] Ridimensiona la portata innovativa della pronuncia in esame Rimini C., Verso una nuova stagione per l’assegno divorzile dopo il crepuscolo del fondamento assistenziale, cit., 1278, a parere del quale «la sentenza n. 11504/2017 conferma una buona parte dell’impianto ermeneutico elaborato dalle sezioni unite nel 1990 […]. Il nuovo insegnamento riguarda quindi unicamente il parametro attraverso cui valutare l’adeguatezza dei mezzi nella fase dell’an debeatur».

[29] Si segnalano, tra le tante, Cass. sez. I, sent. 22 giugno 2017, n. 15481 (Ced Cass. Rv. 644763 – 01), edita in Nuova giur. civ. comm., 2017, 11, 1473, con nota di Vesto A., Revisione dell’assegno post-matrimoniale: dal dogma del “tenore di vita” all’ “autosufficienza e autoresponsabilità economica”; Cass. sez. VI-I, ord. 9 ottobre 2017, n. 23602 (Ced Cass. Rv. 646041 – 01); Cass. sez. VI-I, ord. 28 novembre 2017, n. 28326, accessibile online su DeJure; Cass. sez. VI-I, ord. 7 febbraio 2018, n. 3015 (Ced Cass. Rv. 647338 – 01).

La giurisprudenza di merito ha invece assunto un atteggiamento più diversificato, mostrando di prediligere ora l’uno, ora l’altro orientamento. Per una rassegna dei principali indirizzi seguiti dalle Corti di merito si rinvia a Cavallari D., Il contributo per il coniuge separato e divorziato, in Fasano A., Figone A., La crisi delle relazioni familiari, Milano, 2019, 300, e Piantanida D., L’assegno di divorzio dopo la svolta della Cassazione: orientamenti (e disorientamenti) nella giurisprudenza di merito, in Fam. dir., 2018, 1, 65.

[30] Così si esprime Cass. sez. I, sent. 11 maggio 2017, n. 11538, edita online su La Nuova Procedura civile, 26 maggio 2017, con nota di Pistone F., Assegno divorzile, Cassazione 11504/17 e 11538/17: luci e ombre su queste recenti sentenze della Prima Sezione, la quale, pur rimarcando la natura essenzialmente assistenziale dell’assegno divorzile, non pare escludere in radice la (concorrente) finalità perequativa. La decisione de qua, infatti, opera la valutazione di adeguatezza dei mezzi del coniuge istante in rapporto al reddito necessario «a condurre un’esistenza libera e dignitosa», parametro non perfettamente sovrapponibile con il concetto di “autosufficienza economica”. Sul punto, Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, cit., 304, osserva come la pronuncia anzidetta non soltanto non riproponga «la rigida distinzione tra il giudizio sull’an debeatur in materia di riconoscimento dell’assegno divorzile ed il, solo successivo ed eventuale, giudizio sul quantum del contributo» ma, nel confermare la natura assistenziale dell’assegno divorzile, non dichiari neppure «che tale natura sia esclusiva, tanto è vero che riconosce poi l’assegno stesso anche con evidenti finalità perequative. Propone, inoltre, un criterio diverso di valutazione del parametro da prendere in considerazione per stimare il reddito “adeguato” ai sensi dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, indicando infatti quale parametro, non “l’autosufficienza o indipendenza economica” bensì, “il reddito necessario a condurre un’esistenza libera e dignitosa”».

[31] La pronuncia delle Sezioni Unite è stata preceduta, in effetti, da un lungo ed ampio dibattito. Sul punto, si segnala Casale C., Gli effetti economici della crisi coniugale, edita online su Judicium, 30 maggio 2018, la quale propone una sintesi delle principali posizioni espresse dalla dottrina e dalla giurisprudenza in occasione del Convegno organizzato dalla SSM, struttura di formazione decentrata presso la Corte Suprema di Cassazione, il 28 febbraio 2018.

[32] Così Scarselli G., Sull’assegno di divorzio e sulla sentenza delle sezioni unite Cass. 11 luglio 2018 n. 18287, edita online su Judicium, 19 ottobre 2018.

[33] In questi termini si era espressa la più volte citata Cass. sez. I, sent. 10 maggio 2017, n. 11504, cit., a parere della quale l’assegno di divorzio avrebbe «fondamento costituzionale nel dovere inderogabile di “solidarietà economica” (art. 2, in relazione all’art. 23, Cost.), il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali “persone singole”, a tutela della “persona” economicamente più debole (cosiddetta “solidarietà post-coniugale”): sta precisamente in questo duplice fondamento costituzionale sia la qualificazione della natura dell’assegno di divorzio come esclusivamente “assistenziale” in favore dell’ex coniuge economicamente più debole (art. 2 Cost.) – natura che in questa sede va ribadita -, sia la giustificazione della doverosità della sua “prestazione” (art. 23 Cost.)».

[34] Osserva sul punto Bianca C.M., Diritto civile. La famiglia, 2014, 298, come «la tendenza volta a ravvisare nel divorzio lo strumento di liberazione totale del matrimonio […] ha trovato un limite nell’esigenza, alla quale la nostra società è ancora sensibile, di non lasciare al singolo l’arbitrio di cancellare senza tracce l’impegno assunto con il matrimonio e di abbandonare alla sua sorte chi su tale impegno aveva costruito la propria famiglia».

[35] Detta bipartizione, rilevano le Sezioni Unite, «non costituisce una conseguenza necessaria della nuova formulazione della norma» ma è, piuttosto, il risultato di una interpretazione dottrinale e giurisprudenziale non obbligata.

[36] Le Sezioni Unite, nel ricordare come il novellato art. 5, comma 6, l. div. avesse disposto l’accorpamento degli indicatori riferibili alle tre componenti dell’assegno divorzile (assistenziale, compensativa e risarcitoria), parrebbero riconoscere a ciascuna di esse un autonomo rilievo. Tuttavia, nello sviluppo della decisione, il riferimento alla funzione risarcitoria viene totalmente obliterato. Sul punto, cfr. Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, cit., 311, il quale rileva come «la Cassazione ricorda pure la “funzione risarcitoria” dell’assegno divorzile, dipendente dalle “ragioni della decisione”, ma non dedica poi specifiche riflessioni a questo parametro di valutazione, ed anzi trascura addirittura di farvi cenno quando, nel dettare il principio di diritto, al termine del suo argomentare, scrive che la funzione dell’assegno è “assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa”, nulla dicendo circa la funzione risarcitoria».

[37] Parte della dottrina ha evidenziato come la terminologia utilizzata dalle Sezioni Unite finisca col sovrapporre la funzione “perequativa” (ed “equilibratrice”) dell’assegno con quella “compensativa”, senza tuttavia chiarire se queste presentino una loro autonomia concettuale; sul punto, cfr. Cavallari D., Il contributo per il coniuge separato e divorziato, cit., 322 e Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, cit., 311. Quest’ultimo, in particolare, sottolinea come la giurisprudenza consolidatasi anteriormente alla novella del 1987 avesse distinto con chiarezza i diversi istituti, laddove la funzione assistenziale «rispondeva all’esigenza di assicurare quanto necessario a vivere in maniera dignitosa al coniuge economicamente più debole. La funzione compensativa, a sua volta, provvedeva alla necessità di garantire un giusto riconoscimento ai sacrifici fatti dal coniuge economicamente più debole che si fosse impegnato nell’interesse della famiglia, anche rinunziando a proprie occasioni di crescita professionale. La funzione perequativa, poi, era volta ad assicurare la conservazione di “un certo equilibrio” nelle condizioni economiche degli ex coniugi, per garantire il rispetto delle legittime aspettative maturate in conseguenza del rapporto di coniugio».

[38] Le Sezioni Unite chiariscono, anzitutto, che il giudice deve procedere ad un rigoroso accertamento del rilievo causale degli indicatori di cui all’art. 5, comma 6, l. div. sullo squilibrio economico-patrimoniale dei coniugi. A tal fine, grava sul coniuge istante l’onere di dimostrare che la disparità reddituale è eziologicamente riconducibile al contributo fornito alla conduzione della vita familiare (e, in particolare, alla formazione del patrimonio familiare e personale dell’altro coniuge), ma tale prova può essere fornita con ogni mezzo, incluse le presunzioni. Viceversa, compete al coniuge che domanda la riduzione ovvero la eliminazione dell’assegno fornire la prova contraria (nella specie, l’avvenuto superamento dello squilibrio).

[39] Cfr. in tal senso Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, cit., nota 550.

[40] «La rigida bipartizione tra criteri attributivi e determinativi, sorta per delineare più specificamente e rigorosamente i parametri sulla base dei quali disporre l’an ed il quantum dell’assegno di divorzio, e la ricerca del parametro dell’adeguatezza/inadeguatezza dei mezzi al di fuori degli indicatori contenuti nell’art. 5, c. 6, novellato, raggruppati nella prima parte dello stesso, non costituisce una conseguenza necessaria della nuova formulazione della norma», Cass. Sez. Un., sent. 11 luglio 2018, n. 18287, cit., 13.

[41] Parte della dottrina si è interrogata in ordine alla possibilità di operare un discrimen tra la componente compensativa e quella perequativa, al fine di individuarne contenuto e presupposti di operatività. Sul punto, cfr. Di Marzio P., Sezioni Unite e assegno divorzile, cit., il quale evidenzia come «le espressioni utilizzate sembrano autorizzare l’illazione che la funzione perequativa dell’assegno debba essere valorizzata soltanto quando uno dei due coniugi abbia rinunciato a proprie opportunità di reddito per dedicarsi alla famiglia ma, a parte il fatto che di una simile condotta sembra possa meglio tenersi conto nell’ambito della riconosciuta funzione compensativa, piuttosto che perequativa, dell’assegno divorzile, occorre domandarsi se le Sezioni Unite intendano affermare che, in assenza di un sacrificio delle proprie opportunità professionali da parte del coniuge richiedente l’assegno, la funzione perequatrice non debba operare, e ne consegua che disparità anche significative nel reddito delle parti non giustificano il riconoscimento di un pur contenuto assegno divorzile, in considerazione di legittime aspettative, maturate in conseguenza delle nozze».

[42] «Ne consegue che la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà […]», Cass. Sez. Un., sent. 11 luglio 2018, n. 18287, cit., 30.

[43] Sul punto, cfr. Basini G.F., Le sezioni unite ripensano i criteri di attribuzione, e rideterminano la funzione, dell’assegno post-matrimoniale, cit., 1870, il quale osserva come «[…] le Sezioni Unite abbiano, in più punti, fatto un esteso richiamo a “tutti” i parametri della prima parte del comma 6, art. 5, l. div., e pure come, tuttavia, allorché, nelle motivazioni e anche nel dispositivo, la Corte abbia indicato nel dettaglio tali parametri, mai siano state ricordate le ‘ragioni della decisione’».

[44] «[…] dovendo l’inadeguatezza dei mezzi o l’incapacità di procurarli per ragioni oggettive essere desunta dalla valutazione, del tutto equiordinata degli indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, c. 6 […]», Cass. Sez. Un., sent. 11 luglio 2018, n. 18287, cit., 34 (evidenza aggiunta).

[45] In tal senso Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, cit., 314.

[46] Una rassegna delle principali decisioni di legittimità successive al più volte citato arresto delle Sezioni Unite n. 18287 del 2018 è contenuta nel report redatto in occasione del convegno “Il punto sugli aspetti patrimoniali del diritto di famiglia”, promosso dalla Corte Suprema di Cassazione e svoltosi online nelle giornate del 15-17 settembre 2021, reperibile online su Familia, 9 febbraio 2022.

[47] Così Cass. sez. I, sent. 9 agosto 2019, n. 21234 (Ced Cass. Rv. 655296 – 01), secondo la quale «risulta confermata la imprescindibile finalità assistenziale dell’assegno, con la quale può concorrere, in determinati casi, quella compensativa […]. Il parametro della (in)adeguatezza dei mezzi o della (im)possibilità di procurarseli per ragioni oggettive va quindi riferito sia alla possibilità di vivere autonomamente e dignitosamente […], sia all’esigenza compensativa del coniuge più debole per le aspettative professionali sacrificate, per avere dato, in base ad accordo con l’altro coniuge, un dimostrato e decisivo contributo alla formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge». La decisione, peraltro, disconosce l’autonomo rilievo della sperequazione reddituale degli ex coniugi (elemento valorizzato dalla componente propriamente perequativa), evidenziando come «non varrebbe evocare in senso contrario l’esigenza (che si assume inerente all’assegno divorzile) “riequilibratrice” delle condizioni reddituali degli ex coniugi, la quale non trova una specifica conferma come funzione autonoma dell’istituto nel testo della norma».

Meno netta la posizione di Cass. sez. I, ord. 30 agosto 2019, n. 21926 (Ced Cass. Rv. 655300 – 01), edita in Corr. giur., 2019, 10, 1174, con nota di Quadri E., La Cassazione precisa la propria più recente ricostruzione in tema di assegno di divorzio con riferimento ad un caso limite, la quale afferma, sul punto, che «l’assegno di divorzio ha una funzione assistenziale, imprescindibile ma in pari misura compensativa e perequativa. Può, pertanto, ritenersi che, anche alla luce della nuova elaborazione ermeneutica dell’art. 5, comma 6, deve essere riconosciuto il diritto all’assegno divorzile, nell’ipotesi di effettiva e concreta non autosufficienza economica del richiedente, anche ove non possano essere valutati gli altri criteri, ancorché equiordinati, previsti nella norma, in virtù del rilievo primario dei principi solidaristici di derivazione costituzionale che informano i modelli relazionali familiari».

[48] «[…] lo squilibrio economico tra le parti e l’alto livello reddituale del coniuge destinatario della domanda non costituiscono, da soli, elementi decisivi per l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno. Il mero dato della differenza reddituale tra i coniugi è coessenziale alla ricostituzione del tenore di vita matrimoniale, che è però estranea alle finalità dell’assegno nel mutato contesto», Cass. sez. I, sent. 9 agosto 2019, n. 21234, cit.

[49] Cass. sez. I, ord. 30 agosto 2019, n. 21926, cit., afferma che, qualora all’esito dello scioglimento del vincolo coniugale permanga in capo ad entrambi i coniugi una condizione economico-patrimoniale di rilevante entità, occorre verificare se il divorzio abbia comunque determinato uno squilibrio e se quest’ultimo sia causalmente riconducibile, in via esclusiva o prevalente, alle scelte comuni di conduzione della vita familiare. Detta correlazione eziologica, tuttavia, deve escludersi quando il coniuge richiedente, sebbene «abbia assunto un ruolo prevalente se non esclusivo nella conduzione della vita familiare», abbia beneficiato di un aumento di ricchezza attribuibile esclusivamente all’apporto dell’altra parte, sicché «le varie acquisizioni economico patrimoniali pervenute alla ricorrente durante il matrimonio hanno pertanto compensato anche il sacrificio delle aspettative professionali della ricorrente, attesa la loro composizione, entità e attitudine all’accrescimento».

[50] Così Cass. sez. I, sent. 11 dicembre 2019, n. 32398 (Ced Cass. Rv. 656129 – 01), la quale precisa pure come «la comparazione tra le situazioni economico-patrimoniali e reddituali delle parti non costituisce, di conseguenza, come nel pregresso orientamento fondato sul parametro del tenore di vita, il fattore primario dell’attribuzione dell’assegno di divorzio, ben potendo non operare più come elemento determinante in funzione dell’accertamento del diritto, ove gli altri indicatori (la durata, l’età, le ragioni della decisione) ed in particolare la concreta conduzione della vita familiare conducano a ritenere che lo squilibrio fotografato dal quadro comparativo economico-patrimoniale e reddituale non sia stato determinato o favorito dalle scelte comuni cui è stata improntata la vita familiare» (evidenza aggiunta).

[51] Cass. sez. I, ord. 24 febbraio 2021, n. 5055 (Ced Cass. Rv. 660756 – 01).

[52] In tal senso, Cass. sez. I, ord. 24 febbraio 2021, n. 5055, cit., precisa che, nella fattispecie considerata, condizione del riconoscimento dell’assegno divorzile è la circostanza che «alla nuova situazione del richiedente non possano fornire ausilio strumenti alternativi di tutela, per l’assenza di soggetti a ciò legalmente tenuti o per la mancanza di forme di sostegno pubblico […]».

[53] Merita di essere rilevato come la sentenza n. 11504 del 2017 e l’ordinanza n. 24250 del 2021 abbiano avuto il medesimo estensore.

[54] Invero, questa “tentazione di autoreferenzialità” era già stata manifestata dalla più volte richiamata sentenza n. 11504 del 2017, nella quale testualmente si legge: «a distanza di quasi ventisette anni, il Collegio ritiene tale orientamento, per le molteplici ragioni che seguono, non più attuale, e ciò lo esime dall’osservanza dell’art. 374 c.p.c., comma 3». Secondo Quadri E., I coniugi e l’assegno di divorzio tra conservazione del “tenore di vita” e “autoresponsabilità”: “persone singole” senza passato?, cit., 886, la prima sezione civile della Suprema Corte avrebbe finito con l’eludere «la fin troppo chiara e stringente previsione di cui al terzo comma della medesima norma [art. 374 c.p.c.], evidentemente ritenendo, al di là di qualsiasi possibile dubbio, senz’altro consentita la relativa mancata “osservanza” adducendo una sorta di perenzione per obsolescenza – in quanto, cioè, semplicemente reputato “non più attuale” – del “principio di diritto” contestato».

[55] Sul punto cfr. Cavallari D., Il contributo per il coniuge separato e divorziato, cit., 325, e Di Marzio P., Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi, in Cassazione, cit., 315.

[56] Così Cass. sez. I, sent. 13 maggio 1998, n. 4809, cit. Nello stesso senso si esprimono Cass. sez. I, sent. 19 marzo 2003, n. 4040, cit.; Cass. sez. I, sent. 22 agosto 2006, n. 18241 (Ced Cass. Rv. 591543 – 01), edita in Foro it., 2007, 1, 770; e Cass. sez. I, sent. 5 febbraio 2014, n. 2546, cit.

[57] Nel citare alcuni passaggi argomentativi della sentenza del 2018, l’ordinanza ne trasmette un quadro parziale, omettendo di considerare il senso complessivo del ragionamento svolto dalle Sezioni Unite. Ed infatti, sebbene queste ultime abbiano effettivamente ricordato che «il rilievo del profilo perequativo non si fonda su alcuna suggestione criptoindissolubilista», hanno poi esplicitamente puntualizzato che «la piena ed incondizionata reversibilità del vincolo coniugale non esclude il rilievo pregnante che questa scelta, unita alle determinazioni comuni assunte in ordine alla conduzione della vita familiare, può imprimere sulla costruzione del profilo personale ed economico-patrimoniale dei singoli coniugi, non potendosi trascurare che l’impegno all’interno della famiglia può

condurre all’esclusione o limitazione di quello diretto alla costruzione di un percorso professionale-reddituale».

[58] Nella specie, infatti, laddove la pronuncia del 2017 individua il sostegno costituzionale del dovere di solidarietà economica in capo agli ex coniugi negli artt. 2 e 23 Cost., in quanto espressivi dei canoni di autodeterminazione ed autoresponsabilità, le Sezioni Unite precisano che l’autodeterminazione non si esaurisce nella unilaterale facoltà di sciogliersi dal vincolo coniugale, ma connota sin dall’inizio la relazione matrimoniale, con la conseguenza che predicare una netta soluzione di continuità tra la fase di vita successiva e quella anteriore allo scioglimento del rapporto finirebbe con l’obliterare il reale fondamento costituzionale del matrimonio, individuato negli artt. 2, 3 e 29 Cost. Ed infatti, la piena ed incondizionata reversibilità del vincolo coniugale non può giungere sino al punto di escludere «il rilievo pregnante che questa scelta, unita alle determinazioni comuni assunte in ordine alla conduzione della vita familiare, può imprimere sulla costruzione del profilo personale ed economico-patrimoniale dei singoli coniugi, non potendosi trascurare che l’impegno all’interno della famiglia può condurre all’esclusione o limitazione di quello diretto alla costruzione di un percorso professionale-reddituale».

[59] Come in precedenza ricordato, la formulazione in parola era stata coniata dalla prima sezione civile della Suprema Corte nella più volte citata sentenza n. 11504 del 2017.

[60] Sul punto, cfr. nota n. 25.

[61] Cass. sez. I, ord. 8 settembre 2021, n. 24250, cit., 7.

[62] Il principio è stato di recente affermato da Cass. Sez. Un., sent. 5 novembre 2021, n. 32198 (Ced Cass. Rv. 663241 – 01), edita online su questionegiustizia.it, 7 dicembre 2021, con nota di Mariani I., Assegno di divorzio e convivenza di fatto: brevi note critiche alla sentenza della Corte di cassazione a Sezioni Unite Civili n. 32198/2021. Le Sezioni Unite, nel risolvere un acceso contrasto sul punto, hanno statuito che l’instaurazione da parte dell’ex coniuge di una stabile convivenza di fatto, giudizialmente accertata, incide sul diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio o alla sua revisione, nonché sulla quantificazione del suo ammontare, in virtù del progetto di vita intrapreso con il terzo e dei reciproci doveri di assistenza morale e materiale che ne derivano, ma non determina, necessariamente, la perdita automatica ed integrale del diritto all’assegno, in relazione alla sua componente compensativa.