VERSO UN NUOVO MODELLO DI ESECUZIONE CIVILE?

Sommario: 1. Principi di diritto espressi nell’ordinanza 15605/2017 - 2. Creazione pretoria dell’estinzione atipica - 3. Cenni sull’originario modello di esecuzione - 4. Delibazione giudiziale sui presupposti dell’azione - 5. Il nuovo modello di esecuzione

Di Giulia Ghiurghi -

1.Principi di diritto espressi nell’ordinanza 15605/2017

Con la recente ordinanza n. 15605/2017[1], la Corte di Cassazione ha delineato l’esatto modo di atteggiarsi del c.d. doppio binario di accertamento in ordine a cause sopravvenute di estinzione del processo esecutivo, da un lato valorizzando il potere/dovere del giudice di renderle oggetto di rilievo officioso; dall’altro chiarendo i criteri di coordinamento con la cognizione instaurata a mezzo dell’opposizione, ove vi sia concorrente iniziativa di parte.

In particolare, chiarisce la Corte come possa dirsi pacifico[2] che, sia pure in difetto di censura della parte esecutata in ordine ai presupposti dell’esecuzione, sia in potere del g.e. accertare l’inefficacia originaria ovvero sopravvenuta del titolo, correlativamente adottando un provvedimento di chiusura in rito.

In contrasto con le prospettazioni di parte ricorrente[3], deve ritenersi che la declaratoria di estinzione atipica, pronunciata in ragione dell’impossibilità di utile prosecuzione del procedimento per avvenuto pagamento integrale del credito, sia un provvedimento definitivo.

Fallace l’argomentazione che cerca di inferire la natura dell’atto a partire dal segmento procedimentale in cui si inserisca, deve considerarsi piuttosto l’attitudine del medesimo a definire il processo pendente, di cui costituiscono sicuro indice la cessazione degli effetti del pignoramento e la conseguente liberazione dei beni.

In questi termini, l’accertamento svolto dal giudice dell’esecuzione sarà unicamente censurabile nelle forme dell’opposizione ex art. 617 c.p.c.[4]

Più complesso il quadro nell’ipotesi in cui l’esecutato faccia opposizione ex art. 615 c.p.c.

Posto che l’iniziativa di parte costituisce di per sé dato neutro rispetto alla possibile spendita di poteri officiosi, potrà il giudice dell’esecuzione variamente incidere sulle sorti del procedimento.

Delibando in ordine alla gravità dei motivi veicolati con l’opposizione, potrà sospendere l’esecuzione ex art. 624 c.p.c., fissando contestualmente il termine per l’introduzione del giudizio (o fase) di merito.

Diversamente, laddove il procedimento proseguisse nonostante l’opposizione di merito pendente, si tratterà di coordinarne gli esiti, specie per l’ipotesi in cui la sentenza accertasse l’inesistenza del credito.[5]

Da ultimo, chiarisce la Corte, l’assunzione di iniziativa di parte esecutata non priva il g.e. del potere di rilevare l’intervenuto pagamento risultante ex actis, ricadendosi allora entro i margini dello schema previamente delineato: declaratoria di estinzione atipica, unicamente opponibile ex art. 617 c.p.c, cessazione degli effetti del pignoramento.

L’eventuale accoglimento dell’opposizione di merito non può in nessun caso consentire la riapertura del processo esecutivo, valendo al più per la definizione di futuri rapporti tra le parti.

2. Creazione pretoria dell’estinzione atipica

L’istituto dell’estinzione atipica del processo esecutivo, oltre a inserirsi coerentemente sull’onda del ripensamento dei rapporti tra cognizione ed esecuzione e del disvelato fallimento di un disegno di attuazione pura, ha una genesi giurisprudenziale, essendo sorto quale correttivo alla stringente tipizzazione di ipotesi di estinzione per rinuncia agli atti (art. 629 c.p.c.) e inattività delle parti (artt. 630-631 c.p.c.).

In un primo tempo, gli orientamenti di merito e di legittimità risultavano convergenti verso una possibile lettura forzata dell’art. 630 c.p.c., tanto da riconoscervi idoneità a involgere casi ulteriori di inattività delle parti fuor di tipizzazione, riposando l’eadem ratio fondativa dell’applicazione analogica sul superamento di stalli processuali.[6]

Si pensi all’ipotesi della mancata osservanza del termine perentorio di giorni 60 per il deposito di copia della sentenza ottenuta dal sequestrante ex art. 686 c.p.c.[7] ovvero per il compimento dell’atto di pignoramento.

Nelle prime elaborazioni giurisprudenziali, tuttavia, si segnala una minore audacia nello scostamento dal dato normativo, che nel censurare l’inattività delle parti come motivo tipico di estinzione, onde evitare una insuperabile stasi, la inquadra entro termini stabiliti dalla legge o dal giudice.[8]

Pertanto, fuor dei casi tipizzati, ricorrendo la medesima logica dell’assenza di un atto di impulso ai fini della riassunzione o prosecuzione del processo ad opera delle parti, sarebbe stato possibile per il g.e. dichiarare l’estinzione con ordinanza, soggetta a reclamo e pronunciabile unicamente su eccezione di parte.[9]

Il secondo approdo, ancora raggiunto nell’alveo della estinzione tipica, si deve piuttosto a una rilettura dell’art. 630 c.p.c., nel senso di ricomprendere ipotesi di patologico arresto del processo esecutivo, imputabile a inerzia di parte, venendo quest’ultima tuttavia ad essere svincolata dall’osservanza necessaria di termini.

La diserzione dell’udienza fissata ex art. 548 c.p.c., da parte del procedente, da cui l’assenza della provocazione dell’accertamento sull’obbligo del terzo, avrebbe costituito motivo di estinzione ex art. 630 c.p.c., foriera essendo di una paralisi processuale non altrimenti superabile.[10]

Si permane ancora nell’ambito dell’estinzione tipica, sia pure estesa e in parte ripensata, causalmente dipendente da inattività processuale, non curata nei termini, solo eventualmente previsti; tuttavia, ammantata delle sue caratteristiche tradizionali, di sollecitazione in via d’eccezione e reclamabilità della declaratoria.

Il contributo interpretativo, giunto agli esiti anzidetti, non riusciva ancora ad assorbire quelle ipotesi in cui, non essendo stigmatizzatile alcuna inerzia imputabile alle parti, non venisse in considerazione l’applicazione dell’art. 630 c.p.c.; ciò nondimeno, ravvisandosi l’esigenza di andare oltre l’immobilità processuale.

Ancora, a titolo esemplificativo, si consideri la invendibilità giuridica del bene staggito, la reiterazione di infruttuosi esperimenti d’asta, quanto il sopravvenuto venir meno del titolo esecutivo.

Fuor di ogni possibilità applicativa dell’art. 630 c.p.c., anche in via analogica, si trattava di individuare un rimedio utile a suggellare l’improseguibilità dell’esecuzione, ovvero l’impossibilità di raggiungere lo scopo che ad essa è connaturato, necessariamente muovendosi nel silenzio della legge.

Gli sviluppi pretori hanno via via contribuito a gettare luce sul variegato novero di cause, cd. atipiche di estinzione, bensì eterogenee tra loro, ma accomunate dall’abbandono del regime del 630 c.p.c., ivi inclusa la caratteristica provocazione della declaratoria di estinzione su istanza di parte e la reclamabilità dell’ordinanza.

Tra i primi[11], la chiusura anticipata, in rito, pronunciata per un’espropriazione immobiliare in ragione della mancata acquisizione della documentazione richiesta ex art. 567 c.p.c. e constatata l’impossibilità di raggiungere lo scopo satisfattorio in relazione al credito azionato.

La strada intrapresa, oltre a collocarsi fuor delle maglie del diritto positivo, finiva con il conferire alla estinzione, cd. atipica, connotati ben diversi dagli ordinari.[12]

Cominciava a consolidarsi l’idea per cui il g.e. potesse prendere atto dell’esistenza di un difetto di presupposto processuale o condizione dell’azione esecutiva, tale da determinare il rigetto in rito della domanda di tutela esecutiva, ammettendosi contestualmente l’insistenza sul punto di un controllo officioso.

D’altro canto, è certamente vero che sono conferiti al g.e. poteri direttivi e di controllo, ex art. 484 c.p.c., essendo quel giudice garante del proficuo e buon andamento della procedura nel suo complesso.

Ciò posto, è evidente come sia difforme, finanche rispetto a ragioni di giustizia sostanziale, avallare il protrarsi del vincolo esecutivo pur a fronte di una causa oggettiva di incapacità della procedura di raggiungere il naturale esito, risultante ex actis.

In questi termini striderebbe la prosecuzione dell’esecuzione con il principio della ragionevole durata, vista l’insuperabilità dello stallo processuale e col solo possibile risultato di aggravare indebitamente la posizione dell’esecutato.

Le ragioni di opportunità in ordine all’arresto di un processo infruttuoso non sono parse superabili, persuasivamente, alla luce del vuoto normativo.

Si pensi, emblematicamente, al caso del pagamento integrale risultante agli atti e alla ragionevolezza della continuazione del processo sulla base del dato, del tutto incidentale, dell’assenza di una opposizione ex art. 615 c.p.c per inerzia di parte.

La creatura pretoria ha progressivamente acquisito i suoi lineamenti, vuoi quanto al novero delle ipotesi in cui fosse applicabile, vuoi quanto al regime impugnatorio di cui fosse destinataria.

Volendo recuperare una ordinata sistemazione[13], trattasi di ipotesi che, a fini di censura, troverebbero naturale collocazione in sede di opposizione all’esecuzione: sopravvenuta inefficacia del titolo, inesistenza del bene, invendibilità materiale o giuridica; sopravvenuto venir meno del bene pignorato; assenza ab origine delle condizioni dell’azione (titolo, giurisdizione o competenza); alienità del bene rispetto al patrimonio dell’esecutato, non censurata ex art. 619 c.p.c.; impossibilità giuridica di espropriazione.

Trattasi, ad ogni modo, di singole condizioni dell’azione esecutiva la cui carenza ha sicura incidenza sulla proseguibilità del processo.

Quanto al regime impugnatorio, ancor prima che un punto fermo fosse posto dalla Cassazione con l’ordinanza 15605/2017, leading case sul tema del coordinamento di rimedi, l’orientamento maggioritario[14] muoveva nel segno della censurabilità dell’ordinanza di estinzione atipica con l’opposizione ex art. 617 c.p.c.

Ciò in quanto il rimedio, oltre ad essere tipicamente destinato a garantire il controllo sulla ritualità dell’opposizione nonché legalità e opportunità dei provvedimenti propri del g.e., ha modulato la sua funzione tenendo il passo col mutare dell’esecuzione.

In questi termini, l’opposizione è divenuta idonea a consentire un rinnovato accertamento su questioni di merito che il giudice dell’esecuzione avesse esaminato in prima istanza.[15]

Ad ogni modo, a segnare il “de profundis” delle teorie sulla reclamabilità del provvedimento di atipica estinzione, proprio l’ordinanza d’incipit che, inserendosi in un solco di conforme giurisprudenza di legittimità, ha chiarito come l’opposizione agli atti sia il rimedio fruibile.

Determinante la natura definitiva e l’attitudine a chiudere l’esecuzione della declaratoria di estinzione, da cui la cessazione degli effetti del pignoramento e la liberazione del bene staggito.

Da ultimo, l’istituto ha trovato riconoscimento nel dato normativo, giusta l’introduzione dell’art. 187 bis disp. att., ex l. 80/2005, e il riferimento alla chiusura anticipata, nonché nell’alveo del 164 bis, ex d.l. 132/2014.

In particolare, la disposizione citata da ultimo legittima testualmente il giudice dell’esecuzione a pronunciare un’estinzione atipica allorché, stimando il possibile valore di realizzo del bene staggito, paia inadeguato a soddisfare le ragioni dei creditori e coprire le spese della procedura.[16]

Sintomo di positivizzazione dell’istituto si trae ancora dalla modifica del 532, comma 2, c.p.c., modificato dalla l. 52/2006; anche in questo caso è espresso il riferimento al potere del g.e. di chiudere anticipatamente la procedura all’esito di infruttuosi tentativi di vendita del bene disposti a mezzo di commissionario, dispiegatisi entro un termine massimo di sei mesi; sempre ammesso che, restituiti gli atti, non siano formulate istanze ex art. 540 bis c.p.c. di integrazione del pignoramento.

All’esito di questo primo approdo, non pare sufficiente dire che il g.e. si confronta con questioni di merito; è proprio il g.e., talvolta, a congegnare meccanismi di coordinamento tra questioni di merito emergenti e loro riflessi sull’esecuzione, come insegna l’istituto della estinzione atipica.

D’altro canto, se questo suo ruolo non era stato pensato dal legislatore, ma si è imposto per necessità a fronte di una esecuzione che fa proliferare l’insorgere di questioni di merito, diviene quasi necessario ammettere un ruolo creativo e di compensazione della giurisprudenza, che riesca a precorrere i tempi del diritto positivo.

3. Cenni sull’originario modello di esecuzione

L’emergente valorizzazione del potere/dovere del giudice dell’esecuzione di rilevare, in difetto di iniziativa di parte, cause sopravvenute di inefficacia del titolo, si inserisce un più ampio quadro di complessivo ripensamento delle funzioni dell’organo esecutivo in mutate fattezze dell’originaria struttura processuale.

In questi termini, il disegno del legislatore ’42, atto a tratteggiare i contorni di un procedimento che, epurato di questioni cognitive, risultasse finalizzato ad assicurare una celere soddisfazione del procedente, sollevando l’organo dal confrontarsi con esigenze accertative, è lecito dubitare permanga attuale.

Lo stesso fondamento, il titolo esecutivo, nella sua idoneità rappresentativa di un diritto certo, liquido ed esigibile, avrebbe dovuto rendere l’esecuzione il luogo dell’azione, piuttosto che del dover essere, sulla scorta di una strumentalità necessaria tra cognizione ed esecuzione.

Ab executione non est inchoandum, cristallizza emblematicamente la necessità di prendere le mosse da un comando, frutto di un processo ordinario, da eseguirsi, sic et simpliciter, nelle forme dell’esecuzione.

Tutto ciò, con la sola limitazione delle opposizioni che, consentendo la riapertura di una parentesi cognitiva a fini di censura di an e quomodo dell’esecuzione, avrebbero assicurato la perdurante possibilità di ottenere, su questioni di rito o di merito, statuizioni definitive idonee al giudicato.

Di qui, la constatazione di incapacità del processo esecutivo a controllare sé stesso.

Deve rilevarsi piuttosto come la dialettica tra esecuzione e cognizione, pura attuazione e separata attività verificativa, debba essere ripensata, non esistendo alcuna recisa separazione, quanto piuttosto una dinamica interrelazione.

Il tradizionale insegnamento della meccanica trasposizione del titolo, sembra essere sconfessato dagli sviluppi pratici di un procedimento che si è progressivamente discostato da finalità tecniche-operative, disvelando attitudine a generare e accogliere questioni cognitive.

Contestualmente, è giocoforza ammettere che l’apertura di parentesi cognitive interne all’esecuzione demandi al g.e. un’attività delibativa, che viene fisiologicamente svolta per accertare i presupposti dei singoli atti rientranti nel suo ufficio.[17]

L’opposta soluzione, d’altro canto, genera l’assurdo di svilire la funzione giudiziale, relegando il g.e. al ruolo di passivo destinatario di istanze che dovrebbe, in quest’ottica, accogliere acriticamente o convogliare verso la sede dell’opposizione; con buona pace del principio di economia processuale.

Se è certamente vero che del prototipo di esecuzione sopravvivano attività materiali che necessariamente vi appartengano[18], non si vede come pretermettere attività di cognizione, finalizzata alla corretta attuazione del diritto azionato in executivis.

Al fine di approfondire l’approccio del g.e. nella ricognizione di questioni di merito, pare opportuno delineare brevemente quali fossero le caratteristiche dell’originario modello di esecuzione e come evoluzioni normative e giurisprudenziali siano progressivamente valse a scolorirle.

Il progetto originario di terzo libro del codice era pervaso dall’intento di abbattere le ingombranti sovrastrutture[19] proprie del rito ordinario e realizzare una recisa scissione tra le due sedi, cognitiva ed esecutiva; ciò perseguendo due distinte matrici.

Invero, da un lato si rendeva necessario conferire all’azione esecutiva caratteristiche di astrattezza e autonomia[20], al contempo precludendosi che le vicende proprie del titolo esecutivo, di formazione negoziale o giudiziale, potessero interessare il corso dell’esecuzione, avente una vocazione tecnico-attuativa.

Dall’altro, incanalare le censure concernenti il diritto di credito azionato e la ritualità della procedura in rimedi esterni, sia pure funzionalmente collegati all’esecuzione e atti a dispiegare efficacia sulla medesima.[21]

Il gravame esecutivo avrebbe pertanto consentito di preservare spazi di garanzia quanto al controllo della legalità dei singoli atti ovvero sul merito della pretesa azionata, aprendo una parentesi cognitiva il cui esito necessariamente avrebbe dovuto coordinarsi con l’esecuzione pendente.

Al contempo, emergeva la centrale figura del giudice, affidatario della quasi totalità delle funzioni ordinatorie, materiali e direttive, propulsore del buon andamento della procedura (artt. 484,   485, 486 c.p.c.) e tuttavia del tutto coerentemente privato di poteri delibativi sommari sul merito del pretesa.[22]

Ne risultava un modello processuale epurato, privo di solennità, legittimato da presidi esterni e, tuttavia, non scevro di inconvenienti.

Problematica, particolarmente, l’ammissione di interventi concorrenti sin dal principio della procedura, suffragati e non dal titolo esecutivo, senza che alcun presidio interno potesse assicurare la rispondenza tra l’adeguatezza dell’oggetto d’espropriazione e l’ammontare delle pretese azionate.[23]

Non v’e dubbio, peraltro, che la esistenza di interventi possa influire sull’andamento della espropriazione in diverse declinazioni[24], prima della fase di distribuzione forzata; si pensi all’opportunità di adozione di un provvedimento, anche officioso, di riduzione del pignoramento, sulla scorta di una  modulazione dell’oggetto in relazione alla consistenza delle pretese, secondo logiche di equità, quanto ad una limitazione dei mezzi cumulati dal procedente, ove paia  indebitamente lesiva delle ragioni dell’esecutato.

Senza sottovalutare il potere d’impulso del creditore titolato e la equiparabile posizione processuale rispetto al procedente; si pensi semplicemente alla possibilità di mantenere in vita l’esecuzione, ove la rinunzia ad atto sia meramente ascrivibile al procedente.

Nonostante le innumerevoli occasioni rappresentative di una necessità di cognizione interna, si riteneva, in ossequio al modello tradizionale, che alcun controllo potesse essere svolto sul merito, dal g.e., prima della fase distributiva.[25]

D’altro canto, non essendo questi giudice dell’eccezione e tantomeno la struttura processuale idonea ad accoglierle, avrebbe potuto darsi voce a censure di rito o merito solo in via d’azione, innestando la parallela fase cognitiva per opposizione.

Superflua, in quest’ottica, la esibizione della prova del credito, tale da non investire l’intervenuto del diritto di ottenere una sanzione esecutiva, posto che mai la rappresentazione avrebbe potuto essere terreno di cognizione; sufficiente, pertanto, la prospettazione del rapporto di credito nei suoi elementi, oggettivi e soggettivi.[26]

Nonostante l’indubbia insensibilità del modello originario ad esigenze cognitive puntualmente generate, parte della dottrina continuava a proclamarne l’intrinseca coerenza e autosufficienza; di qui, l’intuizione che l’attività esecutiva possa essere posta sullo stesso piano di quella cognitiva soltanto se idonea a gestire le situazioni in essa coinvolte senza il degradante marchio della precarietà e provvisorietà.[27]

Contrariamente, non è mancato chi[28] abbia ravvisato finanche nelle maglie del prototipo di esecuzione l’addentellato necessario per cominciare a predicare una commistione necessaria con la cognizione; se è vero che l’art. 512 c.p.c. ante riforma, traslava in opposizione controversie concernenti an, quantum ed esistenza di cause di prelazione, è altrettanto vero che l’iniziativa del debitore avrebbe trovato ragione d’essere in una erronea valutazione giudiziale concernente la pretesa azionata.

In altre parole, il solo controllo interno, prodromico alla formazione del riparto, avrebbe potuto cagionare la necessità di contestazione.

Al di là del paradigma delle verifiche distributive, è certamente vero che l’esecuzione, sin dalla fase espropriativa, è idonea a originare parentesi interne di cognizione, su cui si è focalizzata l’attenzione di successivi contributi e appuntate critiche volte a far risaltare le carenze e contraddittorietà del primigenio modello.

È il caso, su tutti, dell’istituto della conversione del pignoramento che, oltre a creare un incidente di accertamento sui crediti, renderebbe opportuno ripensare la funzione dell’opposizione ex art. 617 c.p.c. in ottica rimediale, rispetto ad una verifica sommaria già ottenuta.

Di qui, peraltro, la prospettata possibilità[29] di rendere contestuale a tali ineliminabili delibazioni su an e quantum dei crediti, la contestazione distributiva, che altrimenti avrebbe trovato spazio solo nella fase terminale dell’esecuzione.

Si pensi ancora, per non perdere le tracce del tema di cui primariamente si discute, alla emersione ex actis di una prova di integrale pagamento che, secondo logiche tradizionali, non avrebbe potuto dare luogo ad un rilievo di causa sopravvenuta di estinzione, trovando unicamente cittadinanza in sede di opposizione all’esecuzione.

Le inadeguatezze dell’originario modello di esecuzione non tardarono a costituire oggetto di tentativi di riforma dell’esecuzione civile.

Senza pretesa di completezza, si segnala il progetto di riforma Liebman[30] che, nel legittimare gli interventi in limine della procedura, rendeva necessario un controllo sulla consistenza della pretesa, da parte del g.e., in sede di udienza di vendita od assegnazione ovvero di conversione del pignoramento; avendo peraltro, detti controlli incidentali, una base documentale su cui poggiarsi, giusta l’obbligatorietà della rappresentazione del credito.

L’idea della riserva di intervento in favore dei creditori titolati e l’opportunità di favorire una risoluzione delle liti distributive interna all’esecuzione, è presente già nel disegno di legge delega Castelli del 2002[31] e confermata nelle dirompenti riforme 2005.

Per ciò che qui interessa, se la modifica del regime degli interventi, negli attuali connotati, ex l. 80/2005 e 263/2005, ha istituito la regola del possesso del titolo ed eccezionalmente, per i non titolati ammessi a intervenire, eletto a scriminante il contegno del debitore tra diritto all’accantonamento e partecipazione immediata al riparto, ben diverso il caso delle liti distributive.

Invero, con riguardo a queste ultime, destrutturata la parentesi cognitiva originariamente instaurata a mezzo dell’opposizione, sono state trasferite le verifiche all’interno dell’esecuzione; se questo è vero, è il g.e. a conoscere della esistenza, dell’ammontare dei crediti e sussistenza di cause legittime di prelazione, ai fini della formazione del piano di riparto.

Eventuali controversie sono da questi risolte con ordinanza atta a dispiegare efficacia endoprocedimentale e tale da ammettere a monte una delibazione sommaria sul merito delle pretese; sembrano per ciò solo riecheggiare gli schemi dell’accertamento previo demandato al g.e. e non decisorio, rinnovabile nelle forme dell’opposizione ex art. 617 c.p.c.

Sintomi inequivocabili della acquisita coscienza di appartenenza all’esecuzione di questioni di merito e potenziamento del ruolo del g.e. nel delibarne in prima istanza, concependosi piuttosto l’opposizione quale rimedio sostanzialmente impugnatorio.

4. Delibazione giudiziale sui presupposti dell’azione

Svolta tale digressione, è opportuno soffermarsi sui controlli che il g.e. svolge in relazione ai presupposti specifici dell’azione.

Come emergente dalla ordinanza in commento, è dato ravvisare l’esistenza di un doppio binario di controllo, quanto ai profili di esistenza ed efficacia del titolo esecutivo; l’uno interno all’esecuzione, rimesso al g.e; l’altro avvinto alla assunzione di iniziativa di parte, veicolata tramite opposizione all’esecuzione.

Nell’un caso, si è detto, l’iniziativa si dispiega ex officio essendo destinata a culminare in un provvedimento di chiusura del processo esecutivo (estinzione atipica), posto, d’altro canto, che l’accertamento negativo in ordine all’esistenza delle condizioni dell’azione[32] travolge l’intera esecuzione.

Il carattere definitivo e non sommario del provvedimento ne giustifica la censurabilità per opposizione agli atti; evidente pertanto la validità, non meramente teorica, di un modello cognitivo che postuli un previo coinvolgimento del giudice dell’esecuzione rispetto a questioni di merito (sia pure non avente forza preclusiva ed irretrattabile del giudicato), con possibilità posteriore di ottenere un rinnovato accertamento in sede ordinaria, a mezzo della opposizione, quest’ultimo pieno ed esauriente.

Peculiare peraltro l’accezione di condizione di merito dell’azione esecutiva, concernente l’esistenza di valido titolo che deve preesistere e accompagnare il corso della procedura; per converso, in sede ordinaria, si colorano, le condizioni dell’azione, di una accezione di rito, dovendo sussistere al tempo della decisione.[33]

Ciò premesso, non è dato riscontrare l’esistenza di una fase pre-procedimentale dedicata al controllo dei presupposti dell’azione.[34]

Fatta salva l’eccezione di cui all’art. 492 bis c.p.c., posto che ivi si intende condizione di rilascio dell’autorizzazione per l’indagine patrimoniale del debitore, il prodromico vaglio di esistenza del titolo e del diritto in esso rappresentato, detta verifica, endoprocedimentale, può essere variamente sollecitata.

In primo luogo, per quel che concerne il titolo esecutivo, già parte della dottrina si era pionieristicamente orientata nel senso di ammettere, accanto a un rimedio istituzionalmente deputato, un controllo interno alla esecuzione[35] eccitabile con istanza-eccezione di parte o esercitabile d’ufficio.

Sintoniche le aperture giurisprudenziali non solo sul potere/dovere del g.e. di rilevare, per tutto il corso del processo, l’esistenza del titolo[36], quanto di arrestare la procedura quale riflesso della inibitoria del titolo da parte del giudice dell’impugnazione (sospensione esterna).

Da ultimo, il riconoscimento di detto potere in capo al giudice dell’esecuzione, autonomo rispetto alle iniziative di parte, dovrebbe sopravvivere, a rigor di logica, alle preclusioni in cui l’esecutato possa incorrere ex art. 615, 2° comma c.p.c.; non è peraltro da escludere che permanga, in favore di questi, la via della informale sollecitazione del rilievo officioso.

E proprio sul punto preme sottolineare come l’opzione del debitore per la rappresentazione di fatti sopravvenuti incidenti sul titolo al g.e, a mezzo di eccezione di merito, porti con sé sicuri vantaggi; se da un lato, rifugge le lungaggini procedurali legate alla instaurazione di una fase cognitiva, ottenendo immediata tutela grazie ad una misura interinale che valga a chiudere l’esecuzione, dall’altra bypassa il problema dei riflessi della sentenza di accoglimento dell’opposizione, sul procedimento pendente, magari neppure sospeso.

Oltre ad evidenti ragioni di celerità, può pertanto l’esecutato ambire ad un risultato immediato, la cancellazione delle formalità gravanti sul bene pignorato e la chiusura in rito dell’esecuzione.

Quanto sinora detto in merito al confronto dell’organo esecutivo con questioni di merito, d’ufficio o su impulso di parte, deve coordinarsi con il mutato quadro dei titoli esecutivi utili per intraprendere l’esecuzione.

Non può sottacersi, infatti, come il verticale abbassamento[37] del grado di approfondimento giurisdizionale richiesto per la formazione del titolo, valga a implementare occasioni di riforma o revoca, non essendo in origine supportato da un adeguato coefficiente di certezza quanto all’accertamento del diritto consacrato.

In questi termini, le riforme processuali degli anni 1990 – 1995 sono valse a ridisegnare il fondamento dell’esecuzione, consentendo che prendesse avvio sulla scorta di provvedimenti giudiziali inidonei ad assicurare una verifica definitiva ed irretrattabile sull’esistenza del credito; è la realtà dei provvedimenti anticipatori sommari (186 bis, ter, quater c.p.c.), nonché del provvedimento cautelare d’urgenza, recante condanna al pagamento di somme (669 duodecies c.p.c.).[38]

Contestualmente, la modifica dell’art. 282 c.p.c. ha introdotto quale regola la provvisoria esecutività delle sentenze di primo grado, denunciando il chiaro intento del legislatore di facilitare l’accesso alla tutela esecutiva, sia pure rinunciando in parte ad esigenze di certezza.

E se prima di tali interventi il solo esempio rintracciabile coincideva con il decreto ingiuntivo, all’esito dei medesimi si finisce con il premiare ragioni di celerità di formazione del titolo esecutivo, scontandosi, quale contropartita, il rischio crescente di una riforma/revoca del medesimo in grado d’appello.

La trascurata esigenza di innestare il corso del processo su di un accertamento definitivo, si traduce in un carattere instabile del titolo, effimero, con il risultato di implementare le occasioni di avvio di ingiusto processo e coordinamento necessario con sopravvenute vicende in senso lato caducatorie.

Si è cercato di affrontare sinora il tema di controlli interni, quanto alla patologica emersione di vicende concernenti il titolo, assumendo una specifica prospettiva, ovvero quella della esecuzione singolare che si svolga in difetto di interventi di creditori ulteriori.

In materia di coordinamento tra difetto sopravvenuto del titolo del procedente e salvezza della procedura in ragione della introduzione di nuovi titoli, a mezzo degli interventi dispiegati, è centrale la sentenza delle Sezioni Unite del 2014 (n. 61).

In sintonia con la tendenza normativa di affievolimento delle ragioni di giustizia sostanziale, pare si collochino i riflessi della teoria della oggettivizzazione[39], nella misura in cui valgono a ripensare il tradizionale insegnamento della necessaria esistenza del titolo esecutivo del procedente, da principio sino alla chiusura della procedura.

Invero, vicende sopravvenute concernenti il titolo del creditore pignorante (sospensione, inefficacia, caducazione, estinzione) non hanno incidenza sulla procedura pendente laddove possa essere sorretta e giustificatane la legittima prosecuzione, sulla scorta dell’impulso di creditori intervenuti titolati.[40]

Sebbene pertanto l’originario titolo possa essere interessato da vicende in senso lato caducatorie, ciò non preclude che, della perdurante validità degli atti medio tempore compiuti successivi al pignoramento, possano vantaggiarsi i creditori intervenuti muniti di valido titolo.

Si definisce allora legittima una esecuzione forzata incardinata su di una parvenza di titolo, per cui non si svolgono accertamenti di giustizia sostanziale e la cui instabilità finisce con l’indubbiare l’opportunità dell’atto di pignoramento, sulla base del dato, del tutto incidentale, del dispiegato intervento di creditori in executivis, nonché per ovvie ragioni di economia processuale.[41]

A ben guardare, la soluzione che permea il meccanismo di legittimazione a ritroso[42] e fa salva l’attività processuale svolta purché un titolo valido si ravvisi, non è poi distante dalla logica di consentire l’avvio del processo sulla base di una sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva, nella misura in cui, ancora a ritroso, possa trovare giustificazione e conferma nella sentenza resa in grado d’appello.

Simmetricamente le linee di tendenza si muovono a discapito di ragioni di certezza.

Per ciò che qui interessa, si tratta di coordinare i corollari mutuati dall’ordinanza, incipit della trattazione, in ordine alla esistenza di un doppio binario di controllo quanto al sopravvenire di cause d’atipica estinzione, con la insinuazione, nel corso dell’esecuzione, di nuovi titoli esecutivi apportati dagli intervenuti.

Da un lato, è da escludersi che il g.e., rilevando ex officio il difetto sopravvenuto del titolo del pignorante e contestualmente avendo contezza dell’intervento di creditori titolati, possa pronunciare un provvedimento di chiusura in rito, o estinzione atipica.

Egualmente, nell’ipotesi in cui la censura fosse stata veicolata dal debitore tramite opposizione all’esecuzione, l’eventuale accoglimento non travolgerà l’esecuzione pendente, producendo unicamente l’effetto di esclusione del procedente dal processo.

La caducazione del processo potrà dipendere dalla vittoriosa contestazione di ciascuno dei titoli nelle forme dell’opposizione ex art. 615 c.p.c.

Resta insoluta la questione sul se il meccanismo descritto di giustificazione a ritroso, possa operare nel caso in cui, venuto meno il titolo del procedente, sia ravvisabile l’apporto di un ulteriore di formazione successiva al pignoramento.[43]

Nel silenzio della sentenza n. 61/2014, ammettere una soluzione affermativa significa addivenire alla inversione dei termini logici e temporali che governano formazione del titolo ed esecuzione; si avrebbe pertanto nell’ordine, un processo introdotto sulla scorta di una parvenza di titolo, un atto di pignoramento per ciò solo colorato di ingiustizia sostanziale ed altro titolo di posteriore genesi che, per il solo fatto incidentale dell’intervento, sani retroattivamente la illegittimità della procedura.

Un estremo che non ha trovato, ad oggi, riscontro negli orientamenti di legittimità.

In disparte, da ultimo, la questione della stabilità della vendita forzata che affonda le radici nel diritto sostanziale e processuale, risultando piuttosto insensibile alle sorti del titolo esecutivo che in questa fase conclusiva possano apprezzarsi.

Restano da esaminare i meccanismi di controllo che governano l’accertamento di legitimatio ad exequendum, attiva o passiva, per l’ipotesi in cui l’azione esecutiva sia promossa o proseguita da o nei confronti di soggetti diversi da quelli indicati nel titolo.[44]

In ipotesi di successione pre-esecutiva dal lato attivo, è da intendersi onerato il successore del creditore della esibizione di prova che attesti l’attuale titolarità, in favore del pubblico ufficiale che effettui la spedizione in forma esecutiva.

A tal proposito, si ritiene[45] che l’ufficiale giudiziario sia investito del potere di rifiutare l’atto di pignoramento ove ravvisi un difetto di legittimazione, giusta la discrasia tra il soggetto richiedente e menzionato nel titolo, senza preclusione della possibilità di ottenere un nuovo accertamento iniziata l’esecuzione.

Ex latere debitoris, in fase antecedente l’inizio della procedura si tende a privilegiare l’esperimento dell’opposizione ex art. 615 c.p.c. da parte dell’esecutato, spettando al procedente provare l’estensione dell’efficacia soggettiva del titolo; l’assenza di una fase istruttoria demandata alla competenza dell’ufficiale giudiziario, rende opportuna l’incombenza dell’onere probatorio sul creditore procedente, opposto.[46]

Una volta avviata l’esecuzione, il controllo circa la legittimazione, attiva o passiva, alla stregua delle ulteriori condizioni dell’azione, può formare oggetto di verifica endoesecutiva svolta d’ufficio dal giudice ovvero motivo di opposizione all’esecuzione.[47]

Assumendo che si riscontri una successione dal lato attivo, nelle more del procedimento, sarà onere del cessionario del credito che intenda subentrare in executivis dare prova del negozio di cessione; sulla medesima innestandosi un controllo incidentale del g.e., atto ad appurare la legittimazione a procedere.

Se la successione ha luogo dal lato passivo, ferma la pacifica inapplicabilità del 111 c.p.c., residuerà per il terzo acquirente del bene pignorato la via dell’opposizione ex art. 619 c.p.c., laddove intendesse censurare l’ingiustizia dell’esecuzione.[48]

5. Il nuovo modello di esecuzione

Si è cercato di indagare l’atteggiamento dell’organo dinanzi alla emersione di una specifica questione di merito che l’esecuzione è idonea ad occasionare, il sopravvenuto venir meno del presupposto dell’azione esecutiva.

Ciò nella ferma consapevolezza che debba leggersi non quale unicum nel panorama normativo e giurisprudenziale, quanto quale sintomo di un ripensamento dei rapporti tra cognizione ed esecuzione, che da una pressoché rigida contrapposizione sembrano ad oggi colorarsi di una comunicazione necessaria.

Di qui il duplice corollario della appartenenza di questioni cognitive alla esecuzione e investitura del g.e. nel potere di delibarne, sia pure sommariamente.

Stagione inaugurata dalle riforme 2005 – 2006[49] valse a ridisegnare il modello di risoluzione  delle liti distributive quanto della contestazione sorta sulla dichiarazione del terzo in termini omogenei, ovvero superando la logica della automatica instaurazione della fase cognitiva e traslando le verifiche all’interno dell’esecuzione.

Ciò, si intende in una prospettiva strumentale all’utile e celere prosecuzione della procedura, senza potersi conferire carattere decisorio agli accertamenti endoesecutivi.

Per ciò che qui interessa, preme sottolineare come l’impulso evolutivo, lungi dall’arrestarsi, abbia trovato nuova linfa in più recenti novelle, quanto negli orientamenti di legittimità, svuotando progressivamente di significato quella accezione tecnica di processo esecutivo, imperniata e legittimata dall’astrazione del titolo.

Emblematico l’istituto dell’astreinte[50], nella misura in cui fa necessariamente vacillare il dogma dell’autosufficienza del titolo, nella sua cristallizzazione di un diritto certo; per come attualmente congegnato il meccanismo condannatorio, se è vero che costituisce titolo la pronuncia del giudice dell’ordinaria cognizione, è altrettanto vero che non potranno che inferirsene criteri per la quantificazione del credito.

La condanna in futuro individua i parametri sanzionatori da modularsi in ragione della effettiva condotta tenuta dal debitore (reiterazione e numero delle violazioni; tempo di inadempimento etc.), sicché pare evidente come di per sé il titolo generi una necessità di attualizzazione ed integrazione.

Da un lato, si sostiene pertanto che il procedente, forte d’un titolo come da lettera della legge, potrebbe notificare il precetto autoliquidando l’importo dovuto; l’operazione di quantificazione mera sulla scorta di parametri predeterminati non indubbierebbe caratteristiche di certezza e liquidità.

Dall’altro non è mancato chi, secondo logiche conservatrici rispetto all’originario modello dell’esecuzione, intenda l’astreinte come presupposto di accesso ad un nuovo processo cognitivo, quest’ultimo sì deputato alla formazione del titolo.[51]

Se le linee di tendenza perseguite dal legislatore sono valse a sconfessare quella accezione di pura attuazione con cui volevasi ricostruito il processo di esecuzione, nondimeno la giurisprudenza di legittimità ha riscritto il modo di pensarne il fondamento.

Alla luce degli insegnamenti 2012[52], il titolo esecutivo non è fondamento avulso dell’esecuzione né ciò che rappresenta può essere inferito dalla sua lettera, piuttosto vi appartiene quanto le questioni che è idoneo a generare.

Il titolo si presta in sede esecutiva ad essere ricostruito; va da sé che il giudice dell’esecuzione non debba attestarsi su di un livello letterale di interpretazione, ma possa aver riguardo, in contraddittorio con le parti, al novero di questioni che ha generato nel luogo di formazione (sede cognitiva) e siano state ivi accertate e definite.

Nel caso sottoposto a disamina, le Sezioni unite hanno riconosciuto in capo al giudice dell’esecuzione il potere di procedere ad integrazione extratestuale del titolo, trattandosi di sciogliere dubbi interpretativi in merito alla portata dell’obbligo accertato circa la corresponsione di interessi anatocistici, alla luce delle risultanze acquisite nel processo di formazione.

Ne discende che, anzitutto, il titolo di matrice giudiziale è foriero della storia processuale che lo abbia generato: atti delle parti, risultanze documentali acquisite, relazioni di ausiliari del giudice, costituiscono terreno di cognizione del g.e. ove utile ad intendere la portata precettiva del giudicato, alla stregua di dispositivo e motivazione.[53]

Il titolo può in questi termini identificarsi con il giudizio, piuttosto che con il documento che lo rappresenta.

Problematicamente, tuttavia, sembra sovrapporsi il piano della ricostruzione del pensiero del giudice della cognizione ai fini della esatta comprensione dei termini del giudicato, con l’integrazione ai fini esecutivi del capo condannatorio.[54]

Da un lato sta la funzione dichiarativa assolta dalla sentenza circa il modo di essere del diritto accertato, idonea a fare stato tra le parti; dall’altro la sentenza come prodromo dell’esecuzione, nei suoi capi condannatori.

Ammettere genericamente la possibilità di eterointegrare il titolo, significa non tenere in debita considerazione la sostanziale autonomia di accertamento ed esecutorietà, componenti mutuabili dal provvedimento.[55]

La sentenza si pone in linea di continuità con quanto sinora si è cercato di sostenere, assurgendo ad iperbole del rapporto di prosecuzione tra cognizione ed esecuzione, di cui il titolo esecutivo è punto di raccordo.

Poste in discussione la caratteristiche di autonomia ed astrattezza dell’azione esecutiva, l’orientamento diversifica necessariamente l’atteggiamento dell’organo esecutivo dinanzi al titolo in ragione della natura giudiziale o stragiudiziale;[56] nell’un caso, come si è detto, potrebbe ricostruirne a ritroso l’iter processuale di formazione; nell’altro, dovrebbe attenersi alle sole risultanze documentali.

Non a caso i successivi orientamenti sono valsi a stemperare la portata rivoluzionaria della predetta sentenza, escludendo la necessità di eterointegrazione del titolo ogni qual volta il significato univoco possa desumersi dal tenore testuale,[57] sollevando il giudice dall’onere di svolgere indagini ulteriori.

Pare ad ogni modo che la capacità del titolo di portare con sé quanto di controverso sia stato deciso ai fini della sua formazione e trasferirlo nel vecchio luogo dell’azione, sia forse la più convincente prova di quanto quel labile confine tra cognizione ed esecuzione sia stato stralciato, senza che ciò si accompagni ad una chiara definizione dei poteri del g.e.

E ancora, sull’onda di tali suggestioni, la recentissima introduzione del 2929bis che, ulteriormente, ha posto la questione sul se il g.e. oltre all’ormai pacifica possibilità di vagliare la sussistenza delle condizioni dell’azione, non debba pure sobbarcarsi l’onere di verificare, sommariamente, la ricorrenza delle condizioni speciali di accesso alla tutela, ferma peraltro l’assenza di un obbligo per il procedente di fornire produzioni aggiuntive.

Secondo un primo orientamento[58], il giudice dell’esecuzione potrebbe conoscere incidentalmente dei presupposti dell’azione ex art. 2929 bis, dovendosi tuttavia ritenere che il sostrato cognitivo consti delle sole asserzioni del procedente quanto alla esistenza delle condizioni ulteriori, essendo assistite da presunzione iuris tantum di esistenza.

Sembra piuttosto paradossale ammettere che l’organo esecutivo possa verificare la veridicità delle asserzioni e la rispondenza ai dettami della norma, in assenza di una base documentale.

Senza contare che non ci si avvede di quali possano essere gli strumenti di reazione avverso tali accertamenti endoesecutivi.

Invero, nelle logiche del doppio binario, dovrebbe optarsi per un concorrente potere di impulso di parte e d’ufficio quanto alla verifica delle condizioni[59]; sicché ove si intendesse censurare la delibazione giudiziale sulla carenza presupposti speciali, lo strumento utile dovrebbe essere quello della opposizione ad atto esecutivo ex art. 617 c.p.c..

Recuperando gli insegnamenti dell’ordinanza da cui si è preso le mosse, il provvedimento in questione dovrebbe intendersi definitivo, ovvero idoneo a chiudere l’esecuzione e determinare la cessazione degli effetti del pignoramento; assimilandosi le condizioni speciali a vere e proprie condizioni dell’azione, quanto al regime applicabile, l’ordinanza che ne accertasse la carenza varrebbe a dichiarare contestualmente l’estinzione atipica.

Allo stesso tempo, a prescindere dal contegno del g.e., fruirebbe il debitore esecutato dello strumento della opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., istituzionalmente vocato alla contestazione dell’an dell’esecuzione.

Se si eccettua la previsione di cui al 3 comma dell’art. 2929bis, tali inferenze sono tratte nel silenzio della legge.

Secondo altro orientamento[60], la norma consente al procedente di avvalersi di una tutela speciale che offre l’indubbio vantaggio di oltrepassare la necessità di procurarsi previamente un giudicato, fondato sull’accoglimento della domanda revocatoria ordinaria.

Detta tutela risulta tipizzata quanto alle condizioni d’accesso, le quali si intendono soddisfatte alla luce di conformi attestazioni del creditore.

Se questo è vero, in disparte il tema della inesistenza di risultanze documentali su cui fondare un controllo interno all’esecuzione, pure non irrilevante, non sembra potersi ragionare in termini di esaltazione delle funzioni del g.e. tanto da poter sopperire alla mancanza di un giudicato.

Né potrebbe argomentarsi in ordine ad una equiparabilità tra i controlli interni all’esecuzione e la forza preclusiva del giudicato, a pena di sovrapporre indebitamente la funzione di attuazione con quella dichiarativa.

Non pare in definitiva potersi onerare il giudice dell’esecuzione di una funzione distonica rispetto al suo ufficio, per il solo fatto che il nuovo modello di azione revocatoria invertita o automatica[61] renda superfluo il giudicato, così pretendendosi di traslare all’interno della esecuzione accertamenti che postulano a monte una cognizione piena ed esauriente.

Il meccanismo congegnato dal legislatore è pertanto pensato ancora per offrire una celere tutela al creditore pignorante che, forte di un sostrato presuntivo, supera la necessità del previo vittorioso esperimento dell’actio pauliana ed accede alla tutela esecutiva, meramente esibendo il titolo e asseverando, come a sè riferibili, le condizioni speciali.

È forse opportuno ritenere che, in detto contesto e in conformità con la lettera della legge, eventuali censure sul novero dei presupposti, ordinari e speciali, dell’azione esecutiva debbano essere convogliati verso la sede dell’opposizione all’esecuzione; di contro limitandosi, il g.e., sic et simpliciter, a prendere atto delle dichiarazioni di parte.

Sembra davvero evidente che spinte normative e giurisprudenziali stiano convergendo verso la definizione di un nuovo modello di esecuzione.

Esecuzione che vede potenziato il ruolo del giudice, il quale sia pure incidentalmente e sommariamente, svolge accertamenti cognitivi interni sfuggiti al progetto del legislatore ’42; mentre, al contempo, le opposizioni si atteggiano sempre più a posterius, al fine di rinnovare, con carattere di definitività, una valutazione già ottenuta.

Se ne guadagna in celerità procedurale, a scapito forse di esigenze di certezza, assecondandosi un moto che induce a ripensare l’esecuzione come commistione necessaria tra attuazione e dover essere giuridico.

Non è mancato chi[62] abbia sottolineato come l’emersione di una natura mista del processo esecutivo valga ad avvicinarlo progressivamente al giudizio di ottemperanza amministrativa, costruzione processuale cui appartiene una ineliminabile e fisiologica componente di attuazione della sentenza resa in cognizione, unitamente ad una attività di attualizzazione e specificazione del giudicato, demandata all’organo giudiziale.

L’immagine del giudicato a formazione progressiva coglie emblematicamente il carattere spesso incompleto delle statuizioni contemplate nella sentenza da eseguirsi, nonché dipinge il ruolo attivo del giudice dell’ottemperanza quanto allo svolgimento di attività di integrazione e delimitazione della portata del giudicato.

Le stesse coordinate sembrano ad oggi riscontrarsi nel legame di continuità tra cognizione ed esecuzione, quasi apparendone quest’ultima propaggine; sarebbe forse opportuno chiedersi cosa residui del modello tradizionale.

Il titolo esecutivo, tipicamente inteso quale cesura tra cognizione ed esecuzione, ne diviene piuttosto elemento di raccordo; la rivoluzionaria sentenza delle Sezioni unite ne riconosce la idoneità ad attirare e convogliare nell’esecuzione, questioni di merito, accertate e definite, che ne sostanzino la storia processuale di formazione.

Parimenti, è lecito dubitare che il g.e. sia chiamato ad attuare acriticamente le risultanze del titolo esecutivo, molteplici essendo le occasioni che sottopongono a sua cognizione l’accertamento di diritti.

In ragione delle nuove vesti conferite, è questi giudice dell’intrinseco del titolo, prima ancora che dell’estrinseco, con possibilità di ricostruire il decisum ai fini della delimitazione della portata precettiva mutuabile dal giudicato e di indagare il modo di essere del credito azionato.

Finanche nella descritta ipotesi di sopravvenienza estintiva, quale può essere un pagamento integrale risultante ex actis, non semplicemente conosciuta dal giudice, ma conclamata in ordinanza di atipica estinzione; tutto ciò traducendosi in un potenziamento dei controlli interni e riscrittura dei rapporti con le opposizioni, non sempre la più conveniente e celere tra le strategie processuali adottabili.

Senza pretesa di completezza, si è cercato tracciare una esemplificazione di istituti processuali che siano congegnati secondo logiche di conferimento di potere decisorio endoesecutivo, in favore del g.e. e che valgono a ribaltare il modo di intendere l’esecuzione.

In disparte il tema della efficacia di dette verifiche, ciò che balza in evidenza all’osservatore esterno è come non possa predicarsi una epurazione dal merito dell’esecuzione e come, prima ancora che la struttura, sia mutato il modo di riferirsi al g.e. quale attuatore di diritti certi.

Con la sola perdurante limitazione delle ordinanze decisorie abnormi[63] che finirebbero con lo svuotare di significato i meccanismi oppositivi, il g.e è giudice delle eccezioni interne.

Ciò che non può negarsi è il processo, tuttora in atto, di metamorfosi dell’esecuzione, di abbattimento della tradizionale barriera del titolo e di consequenziale apertura al merito; necessariamente, le funzioni svolte d’ufficio dal giudice riflettono la commistione inestricabile tra accertamento e attuazione.

[1] Pres. Amendola, Rel. Tatangelo, seguita da altre conformi del medesimo collegio.

[2] Cass. 26 marzo 2003, n. 4491; Cass. 28 luglio 2011, n. 16610; Cass. 19 maggio 2011, n. 11021 – in Banca Dati DeJure

[3] Si contesta la sommarietà del provvedimento adottato dal g.e., censurabile in via di reclamo, giusta l’inidoneità a definire l’esecuzione.

[4] Può prediligere la via della sollecitazione dei poteri officiosi anche il debitore esecutato costituito in giudizio, che dia impulso a detto rilievo senza agire in via di opposizione

[5] Diff. Cass. 7 marzo 2002, n. 3316: Il potere- dovere del giudice di verificare d’ufficio l’esistenza del titolo esecutivo va coordinato con il principio della domanda (99-112 c.pc.). Pertanto, ove sia in contestazione la liquidità del credito fatto valere, l’eventuale difetto di titolo non può essere rilevato dal giudice d’ufficio.

[6] SS.UU. 27 ottobre 1995, n. 11178, citata da F. Vigorito, Itinerari del processo civile, Milano, 2002, p. 612

[7] V. Petrella, L’estinzione atipica del processo di esecuzione: un istituto di creazione giurisprudenziale e la sua evoluzione alla luce dei moderni principi, in Giur. merito, 2004, p.1378 (nota a Trib. Salerno, 6 giugno 2002, n. 1799)

[8] Artt. 497, 512, 547-549, 615, 616, 618, 619, 627; disp. att. 156 c.p.c.

[9] In senso contrario, B. Sassani, in AA.VV., L’espropriazione forzata, in Giur. sist. dir. proc. civ., diretta da A. Proto Pisani, Torino, 1988, p. 574

[10] V. Petrella, op.  cit., p. 1379

[11] Trib. Monza 22 novembre 1982, con nota di G. Ruffini, Il mancato deposito della documentazione ipotecaria e catastale nell’esecuzione immobiliare, in Giur. merito, 1983, p. 900 ss.

[12] M. Giorgetti, L’estinzione atipica del processo esecutivo e i suoi rimedi, in Riv. esec. forz., 2005, p. 680

[13] B. Capponi, Manuale di diritto dell’esecuzione civile, Torino, 2017, p. 522 ss.

[14] B. Sassani, L’espropriazione forzata, cit., p. 574; R. Oriani, Opposizione all’esecuzione, in Dig. disc. priv., sez. civ., XIII, Torino, 1995, p. 608

[15] R. Oriani, L’opposizione agli atti esecutivi, Napoli, 1987, passim

[16] B. Capponi, Manuale, cit., p. 524

[17] Tra i vari contributi, M. Fornaciari, Esecuzione forzata e attività valutativa, Torino, 2009, passim, il quale definisce modello normale di valutazione, la struttura cognitiva incentrata sulla previa valutazione endoesecutiva da parte del g.e. di questioni di merito occasionate dal giudizio, passibile di revisione tramite strumenti oppositivi (solo in questa sede addivenendosi a statuizioni definitive).

[18] E. Cavuoto, La cognizione incidentale sui crediti nell’espropriazione forzata, Napoli, 2017, p.18

[19] Relazione al Re, 31

[20] F. Mazzarella, Contributo allo studio del titolo esecutivo, Milano, 1965, p. 96

[21] A. Proto Pisani, Lezioni di diritto processuale civile, Napoli, 1994, p. 698

[22] F. Cipriani, Ideologie e modelli del processo civile, Napoli 1997, p. 20 ss.

[23] R. Oriani, La determinazione dei crediti ai fini del concorso, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1993

[24] B. Capponi, La verificazione dei crediti nell’espropriazione forzata, Napoli, 1990, p.96 ss.

[25] E. Garbagnati, Il concorso di creditori, Milano, 1983, p. 93

[26] E. Cavuoto, La cognizione incidentale sui crediti nell’espropriazione forzata, cit., p. 153

[27] R. Vaccarella, Titolo esecutivo, precetto, opposizioni, Torino, 1993, p. 63

[28] G. Verde, Intervento e prova del credito nell’espropriazione  forzata, Milano, 1968, p. 46

[29] G. Verde, Conversione del pignoramento e intervento successivo di creditori, in Riv. dir. proc., 1963, p. 419

[30] Ddl. delega 1463/VIII/S, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1981, p. 645 ss.

[31] B. Capponi – A. Storto, Prime considerazioni sul d.d.l. Castelli recante “modifiche urgenti al codice di procedura civile” in relazione al processo di esecuzione forzata, in Riv. esec. forz., 2002, p. 163 ss.

[32] V. Denti, Intorno ai concetti generali del processo di esecuzione, in Riv. dir. proc., 1955, p. 127, secondo il quale tra le condizioni dell’azione figurerebbe altresì l’interesse ad agire, implicando, l’eventuale difetto, le medesime conseguenze caducatorie.

[33] E.T. Liebman, Le opposizioni di merito nel processo di esecuzione, Roma, 1931, p.161 ss., qualifica indifferentemente il titolo come condizione dell’azione e presupposto necessario.

[34] B. Capponi, Il giudice dell’esecuzione e la tutela del debitore, in Riv. dir. proc., 2015, p.1447

[35] R. Oriani, Intervento dei creditori nell’esecuzione forzata, in Enc. giur. Treccani, XVIII, 2009.

[36] Cass. 28 luglio 2011, n. 16541, in Foro it., Rep., 2011, voce Esecuzione in genere, n. 59; Cass. 6 agosto 2002, n. 11769, ivi, Rep. 2002, voce cit., n. 26; Cass. 19 maggio 2011, n. 11021, ivi, Rep. 2011, voce cit., n. 61

[37] I. Andolina, Il titolo esecutivo dopo le recenti riforme del processo civile italiano, in Riv. esec. forz., 2006, pag. 14 ss.

[38] B. Capponi, Manuale, cit., pag.131

[39] SS.UU., 7 gennaio 2014, n. 61

[40] In senso contrario, G. Verde, Il pignoramento. Studio sulla natura e sugli effetti, Napoli, 1964, p. 114 ss.: Il pignoramento è un atto inscindibilmente legato alla posizione di colui che lo ha provocato; di modo che non possa essere fatto proprio da altri e sorretto dalla posizione giuridica di altri soggetti, qualora la posizione del creditore pignorante non si riveli idonea a conferire ad esso fondamento giuridico sufficiente.

[41] In senso conforme, M. Pilloni, Intervento di creditori titolati, in Riv. esec. forz., 2009, p. 341: L’aggressione esecutiva apre solo una parentesi, dà vita ad uno stadio da cui poi si entra in una situazione teleologicamente aperta sul piano soggettivo che, come tale, va a vantaggio di tutti i creditori intervenuti

[42] B. Capponi, Manuale, cit., p. 147

[43] A. Storto, Commento agli artt. 499, 500, 510, in Commentario alle riforme del processo civile, a cura di A. Briguglio e B. Capponi, Vol. II, Padova, 2007, p. 115 ss.

[44] In senso contrario, I. Andolina, Profili dogmatici dell’esecuzione forzata espropriativa, Milano, 1962, p.374, esprimendosi negativamente quanto alla opportunità di qualificare la legitimatio ad exequendum quale presupposto dell’azione.

[45] A.M. Soldi, Manuale dell’esecuzione forzata, Milano, 2008, p. 827

[46] Cass. 30 maggio 2014, n. 12286, in Foro it, Rep. 2014, voce Esecuzione in genere, n. 47

[47] E. Cavuoto, La cognizione incidentale sui crediti nell’espropriazione forzata, cit., p.3; Cass. 27 gennaio 2017, n. 2043, in Foro it., Rep. 2017; è potere/dovere del giudice dell’esecuzione verificare i presupposti dell’azione, tra cui rientra certamente la giuridica inesistenza del soggetto nei cui confronti è stato eseguito il pignoramento.

[48] G. Miccolis, Giudizi sull’appartenenza e pignoramento, Bari, 1994, p. 315 ss.

[49] B. Capponi, Manuale, loc. cit.

[50] B. Capponi, Manuale, cit., p.36 ss.

[51] U. Corea, nota a ord. Trib. Roma, 2 febbraio 2017, in www.judicium.it

[52] Sent. 2 luglio 2012, n.11066

[53] Cass. 16 gennaio 2014, n. 769, Foro it., Rep. 2014 voce cit., n.37

[54] E. Cavuoto, La cognizione incidentale sui crediti nell’espropriazione forzata, cit., p.244

[55] B. Capponi, Autonomia, astrattezza, certezza del titolo esecutivo; requisiti in via di dissolvenza? in Corr. giur., 2013, p. 73

[56] E. Cavuoto, La cognizione incidentale sui crediti nell’espropriazione forzata, cit., p.246

[57] Cass. 27 aprile 2015, n. 8480, in Banca dati Dejure

[58] G. Miccolis, Brevi riflessioni sull’art. 2929 bis c.c., in Riv. esec. forz., 2016, p. 335 ss.

[59] Segnatamente, a) anteriore insorgenza del credito azionato rispetto all’atto pregiudizievole, avente ad oggetto un bene immobile o mobile registrato; b) trascrizione del pignoramento non oltre l’anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole, per cui si inferisce ex lege l’idoneità a vulnerare la garanzia patrimoniale generica, trattandosi di atto a titolo gratuito, di alienazione o costituzione di vincolo di indisponibilità c) ordinariamente, possesso di un titolo esecutivo

[60] B. Capponi, Dall’esecuzione civile all’ottemperanza amministrativa?, in Riv. dir. proc., 2018, fasc. 1; M. Bove, Profili processuali dell’art. 2929 bis c.c., in Riv. esec. forz., 2016, p. 157 ss.

[61] M. De Cristofaro, La prospettiva processuale della pauliana (note sull’introduzione del nuovo art. 2929 bis c.c.) (art. 12 d.l. 27 giugno 2015, n. 83, convertito con modificazioni dalla l. 6 agosto 2015,n. 132), in Nuove Leggi Civ. Comm, 2016, p. 431; A. Federico, Alienazioni a titolo gratuito e tutela dei creditori ex art. 2929 bis c.c., in Rass. dir. civ., 2016, p. 784 ss.

[62] B. Capponi, Dall’esecuzione civile all’ottemperanza amministrativa?, cit.; C. Buonauro, Il giudizio di ottemperanza: ambito di operatività e questioni problematiche, in Riv. esec. forz., 2017, p. 27 ss.

[63] B. Capponi, Ordinanze decisorie “abnormi” del g.e. tra impugnazioni ordinarie e opposizioni all’esecuzione, in Questioni attuali sull’esecuzione civile, Napoli, 2017, p. 79 ss.

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