Cass., sez. lav., 13 febbraio 2017, n. 3741. Sulla prescrizione del diritto a riscuotere le somme di un pignoramento presso terzi

L’atto di precetto, contenendo un’intimazione ad adempiere rivolta al debitore (con conseguente sua messa in mora), produce un effetto interruttivo della prescrizione del relativo diritto di credito a carattere istantaneo, sicché, verificatosi tale effetto, inizia a decorrere, dalla data della sua notificazione, un nuovo periodo di prescrizione (artt. 2943, comma 3, e 2945, comma 1, c.c.), mentre l’atto di pignoramento determina un effetto tanto interruttivo quanto sospensivo della prescrizione stessa, giusta il disposto dell’art. 2943, comma 1, c.c., poiché ad esso consegue l’introduzione di un giudizio di esecuzione tutte le volte in cui risulti notificato regolarmente al debitore.

Di Guglielmo Marmiroli -

Cass., sez. lav., 13 febbraio 2017, n. 3741

Con la pronuncia in epigrafe la Suprema Corte afferma che l’atto di precetto, valendo a costituire in mora il debitore, produce un effetto interruttivo a carattere istantaneo della prescrizione del diritto fatto valere; il successivo atto di pignoramento, invece, sospende il corso di questa ogni volta in cui risulti regolarmente notificato all’esecutato.

Trattasi di principi che, pur trovando il proprio preciso fondamento negli artt. 2943, 1° e 4° co., e 2945, 1° e 2° co., c.c. nonché conforto in precedenti conformi, non sembrano tuttavia conferenti rispetto al caso di specie.

Sì perché qui, stando alla ricostruzione della vicenda fatta propria dal Collegio, vi è che, notificato un atto di precetto in data 6/3/1987 ed emessa il 9/7/1987, nell’ambito dell’instaurato pignoramento presso terzi, l’ordinanza di assegnazione del credito nei limiti di 1/5 della retribuzione mensile dell’esecutato, con lettera del 20/11/1987 il terzo pignorato dichiarava che detta retribuzione era già oggetto di due procedure esecutive; successivamente, solo in data 4/9/1998 il creditore notificava un ulteriore atto di precetto per lo stesso credito, richiedendo nuovamente al medesimo terzo se fosse in quel momento possibile procedere alle trattenute sullo stipendio del debitore.

Al riguardo, i giudici di legittimità scrivono che «dopo la notifica del precetto la parte ha iniziato l’esecuzione con un atto di pignoramento presso terzi e che il suo credito non ha potuto essere soddisfatto per la incapienza del patrimonio del ricorrente, si è verificato un effetto interruttivo e sospensivo della prescrizione con la conseguenza che il credito è ancora esistente».

Sembra in queste parole annidarsi un equivoco tra l’effetto sospensivo della prescrizione, senz’altro conseguente alla regolare instaurazione di una procedura esecutiva, e la prescrizione del diritto, operante a livello sostanziale. Infatti, a voler seguire il ragionamento della Corte si perviene al risultato di ritenere che, emessa l’ordinanza di assegnazione del credito, il diritto ivi riconosciuto non sia più soggetto a prescrizione.

Al contrario, occorre tenere distinta l’ordinanza di assegnazione, che per la sua natura liquidativa e satisfattiva rappresenta l’atto finale e conclusivo del procedimento di espropriazione verso terzi, determinando il trasferimento coattivo del credito pignorato, dal diritto dell’assegnatario verso il debitore che, secondo l’art. 2928 c.c., si estingue solo con la riscossione del credito assegnato, avendo ad oggetto una cessione del credito pro solvendo. Tale ultima previsione, invero, non ha l’effetto di perpetuare la procedura esecutiva – la cui funzione è già stata assolta mediante l’assegnazione – ma opera solamente a livello sostanziale, consentendo al creditore, in caso di mancata riscossione nei confronti del terzo, di intraprendere un nuovo procedimento esecutivo in base al medesimo titolo ai danni del debitore. Sempre, però, entro il termine ordinario di prescrizione del diritto, decorrente dal provvedimento del giudice dell’esecuzione.

Meglio sarebbe stato, allora, per il Collegio fondare il rigetto del ricorso per cassazione proposto dal debitore sulla – invero tutta da dimostrare – accennata rinunzia alla prescrizione, fatta valere quale altro motivo di impugnazione, ritenuto inammissibile per sopravvenuto difetto di interesse, non potendo, a detta dei giudici, l’accoglimento di tale censura comunque condurre alla cassazione della pronuncia di gravame, alla luce delle considerazioni innanzi svolte.