Sentenze definitive e non definitive: si preannuncia un ulteriore intervento delle sezioni unite

Le sezioni unite della Corte di cassazione sono nuovamente interpellate sulla problematica dell’individuazione dei criteri tesi a stabilire ­- agli effetti della riserva di impugnazione differita - il carattere definitivo o non definitivo della sentenza che decide solo su alcune delle domande cumulativamente proposte tra le stesse parti. In particolare, ora è chiesto alle sezioni unite di stabilire una prevalenza tra gli indici formali. L’A. ripercorre così il travagliato percorso compiuto dalla giurisprudenza in materia, generatosi dalle modifiche normative apportate dalla novella del 1950, per tracciare le linee della soluzione.

Di Rita Lombardi -

Cass., ord., 9 marzo 2020, n. 6624, Pres. D’Ascola, Est. Criscuolo.

 

Sentenze – Natura definitiva o non definitiva – Indici formali – Qualificazione del giudice – Provvedimento sulle spese – Contrasto – Regime di impugnazione – (Cod.  proc. civ., artt. 277, 279, 340, 361).

 

Vanno rimessi gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite della questione di massima di particolare importanza relativa all’individuazione dell’indice formale “decisivo” a stabilire se una sentenza che decida alcune delle domande cumulativamente proposte tra gli stessi soggetti abbia carattere definitivo o meno, sì da determinarne il regime di impugnazione, allorché nello stesso provvedimento si evidenzino indici formali in contrasto tra loro (nella specie il giudice aveva qualificato la sentenza come non definitiva ma aveva disposto la liquidazione delle spese di lite).  

 

 1.lntroduzione

A distanza di trent’anni dal primo incisivo intervento delle sezioni unite in punto di distinzione tra sentenze definitive e non definitive ove il processo involga più domande cumulate[1] e siano decise alcune soltanto di esse, il dibattito – generato dalle innovazioni apportate agli artt. 103, 104, 279, 340, 361[2] (e non anche all’art. 277 c.p.c.) dalla riforma del 1950[3] – sulla delimitazione dei criteri idonei a qualificare la natura di una sentenza come definitiva o non definitiva – qualificazione funzionale all’individuazione del regime d’impugnazione della stessa[4] – non pare destinato a chiudersi.

Ancora è da constatare che la natura di una sentenza è destinata a valutazioni difformi nel passaggio da un grado all’altro del giudizio, con evidente incertezza sul piano della (effettiva) tutela dei diritti e svilimento dell’istituto della riserva d’impugnazione differita[5].

Ancora accade che la parte soccombente veda impedita la via all’esercizio del diritto – costituzionalmente garantito (art. 24 Cost.) – di impugnazione, propriamente che si veda preclusa, per decorso dei termini per impugnare, la possibilità di dolersi del contenuto di una sentenza rispetto alla quale – in osservanza dei menzionati artt. 340 e 361 c.p.c. – ha formulato tempestiva riserva d’impugnazione differita (appello e ricorso per cassazione)[6] e, di conseguenza, veda venir meno proprio quel diritto il cui esercizio, a mezzo della predetta riserva, aveva manifestato l’intento di preservare[7].

Ancora la seconda sezione avverte l’esigenza – in ragione della natura processuale della questione “trasversale a tutte le sezioni della Corte” – di un pronunciamento delle sezioni unite in ordine agli indici formali attestanti la natura della sentenza (definitiva o non definitiva).

2. Il caso

La vicenda che ha occasionato l’ordinanza di rimessione alle sezioni unite in commento[8] può riassumersi nei termini che seguono.

Dinanzi al tribunale di La Spezia più eredi chiedono la risoluzione di una donazione effettuata dal loro dante causa al Comune della medesima città per una specifica destinazione del bene donato, con facoltà di revoca della donazione per mancata osservanza della prevista destinazione, circostanza di fatto verificatasi. Chiedono altresì la condanna al rilascio dell’area donata ed il risarcimento dei danni per l’occupazione di essa dopo l’introduzione del giudizio.

Il tribunale, dapprima, con sentenza, dichiara risolta la donazione, condanna il Comune al rilascio del bene donato ed alle spese di lite, ed inoltre, con separata ordinanza, dispone la prosecuzione del processo per l’istruzione della domanda risarcitoria. Di seguito, con altra sentenza, dispone la condanna del convenuto al pagamento dei danni da occupazione dell’area donata ed alle spese per l’attività successiva alla prima sentenza.

Il soccombente, che aveva formulato tempestiva riserva di gravame avverso la prima sentenza, impugna entrambe le sentenze, ma la Corte d’appello di Genova reputa tardivo l’appello proposto avverso la prima sentenza, siccome passata in giudicato per decorso del termine per impugnare, e ne dichiara l’inammissibilità. Rigetta poi l’appello avverso la seconda sentenza e, in accoglimento di quello incidentale, ridetermina la somma dovuta a titolo di risarcimento danni.

In particolare, la Corte di appello, sulla scorta dell’insegnamento di legittimità per il quale al fine di distinguere tra sentenze non definitive e sentenze definitive e, di conseguenza, fruire dell’istituto della riserva di impugnazione, è da avere riguardo ad “un criterio meramente formale”, onde è non definitiva la sentenza che decidendo su alcune domande cumulativamente proposte è priva di un formale provvedimento di separazione o della liquidazione delle spese di lite, ritiene la prima sentenza definitiva in quanto il giudice ha statuito sulle spese.

Il Comune con il ricorso per cassazione si duole, in via preliminare, della configurazione data alla prima sentenza come definitiva giacché l’estensore nel dispositivo aveva fatto precedere le statuizioni dall’affermazione “non definitivamente pronunciando”.

La seconda sezione della Corte di cassazione dà riscontro della presenza nella specie di due criteri formali tra loro contrastanti – da un lato, l’espressione qualificatoria “non definitivamente pronunciando”, dall’altro lato, la pronuncia sulle spese di lite – per cui, ex art. 374, co. 2, c.p.c., sollecita al primo presidente la rimessione del ricorso alle sezioni unite, siccome involgente la questione di massima di particolare importanza relativa all’individuazione della regola da utilizzare per accertare quale indice formale sia recessivo.

Si ha notizia dell’avvenuta assegnazione della questione alle predette sezioni, sicché si è in attesa della relativa autorevole pronuncia.

3.La questione

L’ordinanza interlocutoria in esame riferisce dei precedenti giurisprudenziali in punto di distinzione tra sentenze definitive e sentenze non definitive rilevanti per la determinazione del (differente) regime di impugnazione applicabile (le prime suscettibili solo di impugnazione immediata, le seconde suscettibili di impugnazione immediata o, previa formulazione della riserva, differita: artt. 340 e 361 c.p.c.).

Segnatamente muove da una pronuncia delle sezioni unite della Suprema Corte risalente al 1990[9] che avevano inteso comporre il contrasto tra la tesi c.d. sostanzialista e la tesi c.d. formalista[10] aderendo a quest’ultima posizione e sì affermando che la sentenza che decide una o più domande cumulate tra gli stessi soggetti, con prosecuzione del processo per le altre domande, ha natura non definitiva se non contiene una espressa disposizione di separazione delle cause, ex art. 279, 2 co., n. 5 c.p.c., o la liquidazione delle spese relative a quanto deciso.

La soluzione “formalista” – a seguito di talune ulteriori “paventate”[11] divergenze tra le sezioni semplici – è stata successivamente ribadita dalle sezioni unite nelle due pronunce n. 711 e 712 del 1999[12] e poi estesa anche alle pronunce declinatorie della giurisdizione[13], sicché nel tempo si è andato consolidando l’orientamento di legittimità secondo cui, per la tutela dell’affidamento della parte in ordine all’individuazione dei mezzi di impugnazione, occorre avere riguardo agli indici di carattere formale, e specificamente ai provvedimenti di separazione delle cause e di liquidazione delle spese di lite, quali elementi “idonei ad esplicitare all’esterno il reale intento del giudice che aveva pronunciato la sentenza”[14].

Ora però la seconda sezione della Corte si troverebbe al cospetto di un “nuovo” profilo problematico[15], giacché nel caso di specie – siccome si è evidenziato – il giudice di merito ha fatto precedere il dispositivo dall’affermazione “non definitivamente pronunciando”, e l’indice esteriore di definitività rappresentato dalla definizione del carico delle spese non parrebbe idoneo a dare contezza della natura del provvedimento pronunciato.

L’individuazione del criterio prevalente – evidenzia il Collegio rimettente – assume specifica rilevanza per “individuare i rimedi per elidere la contraddittorietà”, giacché, se si reputa prevalente la qualificazione del provvedimento impressa dal giudice, l’erroneità della pronuncia sulle spese, per carenza di un provvedimento definitivo, va denunciata con gli ordinari mezzi di gravame[16], mentre, se si reputa prevalente la definizione delle spese, la “diversa” qualificazione del provvedimento data dal giudice si risolve “in un vero e proprio errore materiale, eventualmente suscettibile di correzione”

Quid iuris, dunque, ove gli indici formali che veicolano all’esterno la natura del provvedimento si presentino in contrasto tra loro, precisamente, laddove il riscontro di uno dei due indici di carattere formale ritenuto esplicativo della definitività della sentenza – separazione delle cause e liquidazione delle spese di lite – sia in contraddizione con l’esplicita qualificazione della sentenza come “non definitiva” data dal giudice? In breve: valgono “le parole” (la qualificazione attribuita dal giudice al provvedimento) o i “fatti” (l’aver il giudice disposto la liquidazione delle spese di lite)?

4.Indirizzi giurisprudenziali

Delimitata in siffatti termini la quaestio del caso di specie, la seconda sezione della Corte pare indirizzare la soluzione verso la prevalenza dell’espressa qualificazione data dal giudice al proprio provvedimento.

Difatti per un verso, segnala la piena valorizzazione del principio della c.d. “apparenza” ad opera della stessa giurisprudenza di legittimità e, per altro verso, condivide un precedente attinente ad “un caso speculare a quello in esame”[17] in cui si è affermato che “la consapevole scelta del giudice di qualificare la sentenza come non definitiva” ingenera nelle parti il “ragionevole convincimento” circa tale natura, e quindi circa l’ammissibilità della riserva di impugnazione. Tanto in linea con l’ulteriore insegnamento nomofilattico delle sezioni unite – questa volta attinente al se un provvedimento abbia natura di ordinanza o di sentenza – per il quale per individuare il regime di impugnazione di un provvedimento che “ha deciso la controversia” assume rilevanza la “forma adottata dal giudice” purchè “frutto di una consapevole scelta, che può essere anche implicita e desumibile dalle modalità con le quali si è in concreto svolto il relativo procedimento”[18].

La seconda sezione evidenzia che per le sezioni unite il principio – parimenti consolidato giurisprudenza – della c.d. prevalenza della sostanza sulla forma – per il quale, a fissare la natura di ordinanza o di sentenza di un provvedimento, è da avere riguardo al contenuto e non alla forma data dal giudice[19] – trova temperamento in quello che individua il mezzo di impugnazione in ragione “della qualificazione data dal giudice con il provvedimento impugnato all’azione proposta, alla controversia e alla decisione, a prescindere dalla sua esattezza”; il principio dell’apparenza si pone come “l’unica” soluzione “conforme ai principi fondamentali della certezza dei rimedi impugnatori e dell’economia dell’attività processuale, evitando l’irragionevolezza di imporre di fatto all’interessato di tutelarsi proprio proponendo a mero titolo cautelativo nel dubbio circa l’esattezza della qualificazione operata dal giudice a quo”.

Aggiunto che nel solco di siffatto insegnamento si sono poste numerose pronunce delle sezioni semplici attinenti ad ambiti diversi, la seconda sezione rimarca la “prevalenza” del principio processuale di “apparenza e affidabilità” ai fini dell’ individuazione del regime di impugnazione dei provvedimenti del giudice e “solo” – sostanzialmente contraddicendo la priorità già assegnata alla qualificazione data dal giudice al proprio provvedimento – sollecita “la individuazione della regola alla quale attenersi nel caso in cui nello stesso provvedimento si evidenzino indici, tutti di carattere formale (e quindi idonei ad ingenerare l’affidamento del terzo), ma in contrasto tra loro, onde accertare quale abbia carattere decisivo e quale sia destinato ad essere recessivo”.

Più attentamente allora il pronunciamento realmente richiesto dai giudici della seconda sezione alle sezioni unite è di verifica del se la qualificazione del giudice al provvedimento rende sussidiario – id est recessivo – ogni altro parametro formale; di verifica del se è da segnare una graduazione – evidentemente di conio giurisprudenziale – tra espressa qualificazione del giudice e i provvedimenti di separazione (espliciti o impliciti) delle domande decise da quelle non decise.

5.Un caso di distinzione delle sentenze definitive e non definitive in base al contenuto.

Fin qui la seconda sezione della Suprema Corte mostra di privilegiare l’opzione per la quale i criteri formali della separazione formale e della statuizione formale delle spese di lite sono idonei a risolvere i dubbi sulla tipologia di provvedimento reso dal giudice – id est a veicolare all’esterno il suo intento – nei casi in cui manchi la formale qualificazione da parte del giudice che lo ha reso.

Sennonché il Collegio della seconda sezione devia dal caso in esame e, sollecitando un intervento chiarificatore a più ampio spettro, segnala alle sezioni unite che le peculiarità del giudizio di scioglimento di comunioni (artt. 784 ss. c.p.c.) inducono a prefigurare in questa materia una soluzione “dissonante”.

In particolare, il Collegio evoca la pronuncia della stessa seconda sezione n. 15466/2016[20] nella quale si è affermato – evidentemente in distonia con il predetto insegnamento delle sezioni unite ancorato ai criteri formali – che la sentenza che approva il progetto di divisione e dispone il sorteggio dei lotti (art. 789 c.p.c.) “ha natura definitiva quanto alla domanda di scioglimento della comunione, senza che assuma contrario rilievo l’omessa pronuncia sulle spese”, giustificandosi siffatta conclusione sull’assunto che nel giudizio divisorio è definitiva “soltanto” la sentenza che scioglie la comunione, mentre le sentenze che chiudono le singole fasi procedimentali sono non definitive, e pertanto sono suscettibili di riserva di gravame ex art. 340 c.p.c.[21].

Di poi il Collegio, riconducendosi ad un altro precedente[22], evidenzia che l’attribuzione della natura non definitiva alla sentenza di approvazione del progetto di divisione veicola il processo verso una fase di stallo, giacché il giudice, in osservanza dell’art. 791, co. 4, c.p.c., può procedere all’estrazione a sorte dei lotti soltanto se le contestazioni sul progetto di divisione sono risolte con sentenza passata in giudicato, passaggio in giudicato che, evidentemente, risulta impedito dalla riserva di impugnazione differita[23], e con esso l’estrazione a sorte dei lotti.

Per la Corte, dunque, il riconoscimento della natura definitiva della sentenza che approva il progetto di divisione, ribadito nella giurisprudenza di legittimità anche in epoca successiva all’intervento chiarificatore delle sezioni unite espresso nella pronuncia n. 1577/1990 in punto di elementi distintivi tra sentenza definitiva e non definitiva, evita il paventato impasse. Ne consegue che alla parte soccombente va consentito di proporre impugnazione solo in via immediata[24].

Seguendo il ragionamento della seconda sezione, dunque, in siffatta peculiare ipotesi alcuna rilevanza assumerebbero gli indici formali connotanti la definitività o meno del provvedimento dovendosi osservare esclusivamente il suo contenuto, contenuto che, evidentemente, depone per la definitività.

6.Quadro sintetico delle indicazioni giurisprudenziali

E’ indubbio che nella sentenza che ha determinato l’ordinanza di rimessione alle sezioni unite si è al cospetto di una significativa anomalia.

Il giudice di primo grado non ha errato propriamente nella scelta della forma del provvedimento, ma nel rendere la propria decisione su alcune delle domande cumulate (nella giusta “forma” della sentenza) ha assunto un provvedimento contrastante con le prescrizioni codicistiche allorché è (ulteriormente) da distinguere tra la pronuncia di una sentenza definitiva e la pronuncia di una sentenza non definitiva (art. 91 c.p.c.). Propriamente il giudice ha qualificato la propria sentenza come non definitiva ma poi non ha seguito la relativa disciplina in punto di spese processuali[25]. Sicchè, prima ancora di ricercare un criterio formale “decisivo” per fissare la natura (definitiva o non definitiva) di una sentenza e di fruire nel futuro, è da auspicare che siffatte “anomalie” non abbiano luogo[26].

Ebbene si è osservato in precedenza che il corso giurisprudenziale, in punto di individuazione della natura della sentenza, definitiva e non definitiva, ha visto contrapporsi la tesi c.d. sostanziale alla tesi c.d. formale e che poi, sul finire degli anni ’90, ha assunto prevalenza la tesi c.d. formale. Ed è evidente che la questione in esame emerge nell’ambito di quest’ultimo orientamento[27].

Ora s’intendono porre a confronto sic et simpliciter due indici formali – senza vagliare il tipo di cumulo tra le domande – sì da stabilirne la priorità: a) la qualificazione/denominazione del provvedimento (che nella specie è nel senso della non definitività); b) la statuizione sulle spese processuali (che nella specie depone per la definitività).

Ebbene a voler considerare soltanto i predetti dati “sintomatici” della natura della sentenza e muoversi nella casistica giurisprudenziale – pur tenuto conto che la dottrina non si discosta dai due tradizionali orientamenti giurisprudenziali menzionati – l’attenzione cade sui seguenti punti.

Quanto all’indice della qualificazione/denominazione attribuita dal giudice al provvedimento reso, l’analisi della giurisprudenza fa emergere che si tratta di un indice su cui si è soffermato specificamente l’indirizzo c.d. sostanziale, per escluderne ogni rilevanza. Tale indirizzo infatti ha reputato che nel caso di una decisione di alcune soltanto delle domande cumulativamente proposte l’accertamento della natura definitiva o non definitiva della sentenza prescinde dalla qualificazione impressa dal giudice a quo, così come prescinde dalla presenza o meno del provvedimento di separazione.

Ed ancora quando – come nel caso di specie – è emersa una incongruenza tra qualificazione della sentenza come non definitiva e presenza della statuizione sulle spese, si è attribuita prevalenza alla qualificazione del giudice soltanto in ragione del contenuto del provvedimento che avallava detta qualificazione[28], sì assegnando comunque prevalenza al dato sostanziale.

Diversamente le pronunce riguardanti altri profili inerenti ai rapporti tra forma e contenuto dei provvedimenti giudiziali (quali le opposizioni esecutive, le opposizioni a sanzioni amministrative, l’impugnabilità delle sentenze del giudice di pace, l’ impugnabilità del provvedimento decisorio in presenza di un errore sul rito) hanno assegnato alla qualificazione del giudice al proprio provvedimento valenza di indicatore esclusivo della determinazione del mezzo di impugnazione, pur per contestarne la qualificazione stessa; tanto per consentire alla parte soccombente di individuare in modo agevole lo strumento di impugnazione di cui fruire.

In parziale attenuazione di siffatta tendenza si è poi affermato l’indirizzo secondo il quale la qualificazione del provvedimento data dal giudice deve essere frutto di una scelta “consapevole”, scelta che può essere anche implicita e desumibile dalle concrete modalità con le quali si è svolto il procedimento[29].

Ad ogni modo nei casi in cui l’orientamento c.d. formale ha assegnato alla qualificazione operata dal giudice a quo valenza di elemento esclusivo per l’individuazione mezzo di impugnazione si ha riscontro della carenza di altri elementi formali idonei a contraddire la qualificazione assunta[30], mentre allorchè è emersa una discrasia tra contenuto del provvedimento – autonomo rispetto ad un’ulteriore decisione – e forma assunta dal provvedimento – sentenza non definitiva – si è attribuita prevalenza alla qualificazione attribuita dal giudice[31].

Quanto poi all’indice della pronuncia sulle spese emerge anzitutto che si tratta dell’indice su cui – dopo qualche risalente incertezza sulla configurazione della separazione implicita[32] – si è fondato l’indirizzo c.d. formale.

La giurisprudenza, volendo svincolarsi da indagini sull’effettivo contenuto della decisione del giudice, ha individuato “un criterio applicativo semplice”: “dove il giudice emette ordinanza di separazione delle domande decise da quelle non decise, là c’è sentenza definitiva; dove non l’ha emanata, la sentenza è da ritenersi non definitiva”[33]. Propriamente le sezioni unite[34] hanno assunto il provvedimento di separazione ad elemento di certezza, obiettivo e facilmente riscontrabile ai fini della determinazione della definitività o meno della pronuncia su alcune delle domande cumulate; sicché è non definitiva la sentenza con la quale il giudice decide una o più domande proposte senza disporre la separazione ex art. 279, comma 2, n. 5 c.p.c. e senza provvedere sulle spese in ordine a quanto deciso, rinviandone la liquidazione all’ulteriore corso del processo.

Si è così specificato che all’espressa separazione, che può avvenire anche in forme non sacramentali, risulta pienamente equiparata la pronuncia sulle spese processuali, in quanto provvedimento che presuppone la separazione[35].

Risulta poi rimarcato che il potere di separazione delle cause è potere esplicitamente conferito dalla legge al giudice[36].

Soltanto con riguardo al giudizio divisorio si è affermata la recessività dell’indice della mancata statuizione delle spese rispetto alla natura definitiva della sentenza che approva il progetto di divisione e dispone l’estrazione a sorte dei lotti (art. 789 c.p.c.), giacchè tale sentenza contiene ogni decisione riguardante lo scioglimento della comunione ed è per questo definitiva.

7.Considerazioni finali

Il quadro innanzi tracciato offre alle sezioni unite, chiamate ad un nuovo pronunciamento in materia di distinzione tra sentenze definitive e non definitive allorché il giudice decida alcune soltanto delle domande cumulate tra le stesse parti, una doppia opzione.

La prima opzione è quella di ritenere che ai fini impugnatori prevale la qualificazione data dal giudice al proprio provvedimento, sicché la parte interessata all’impugnazione ha da arrestare la propria “indagine” dinanzi al nomen dato al provvedimento dal giudice che lo ha emesso, essendo irrilevante sia il suo contenuto sia ogni altro indice formale. Pertanto se, come nel caso di specie, alla qualificazione/denominazione[37] attribuita dal giudice al proprio provvedimento si contrappone sia il contenuto della decisione che la statuizione sulle spese prevale comunque la qualificazione data dal giudice.

In tal modo il principio processuale c.d. dell’dell’affidamento delle parti nell’individuazione del rimedio impugnatorio del provvedimento si ancorerebbe esclusivamente all’ “evidenza” di tale dato[38] .

La seconda opzione è quella di valorizzare pienamente l’istituto della separazione quale  strumento – id est potere del giudice – specificamente prefigurato dall’art. 279, co. 2, n. 5 c.p.c. per il caso di domande cumulate.

In tale prospettiva va soggiunto che la statuizione sulle spese giudiziali – quale provvedimento implicito di separazione delle cause – è assunta dal giudice in osservanza delle indicazioni normative di cui agli artt. 91 ss. c.p.c. e dei principi che permeano il processo civile[39]. Segnatamente la liquidazione delle spese è contenuta in un provvedimento consequenziale ed accessorio rispetto alla definizione del giudizio[40], un provvedimento reso a cognizione piena[41], basato di regola sul principio della soccombenza e suscettibile d’impugnazione come capo autonomo della sentenza[42].

A voler poi ragionare sul sottile filo della “consapevolezza” della scelta del giudice sul provvedimento reso[43] – a cui sospinge Cass. n. 390/2011 ed anche la più recente Cass. n. 30850/2019 – viene in luce che la determinazione delle spese su quanto deciso si pone come “concreta” manifestazione dell’intento del giudice di qualificare la sentenza come definitiva, siccome il giudice non incasella la propria volontà in una formule preconfezionata – quale appunto quella “non definitivamente pronunciando” utilizzata nella fattispecie qui in esame – ma “si attiva” per l’applicazione di una specifica normativa, propriamente quella relativa alle spese giudiziali dei provvedimenti definitivi.

Si evidenzia così che la qualificazione/denominazione del provvedimento come non definitivo più agevolmente si presta ad un “errore”, al sopravanzare delle parole agli intenti dell’estensore, siccome la qualificazione (errata) della sentenza come non definitiva potrebbe essere dettata alla mancata chiusura del procedimento dinanzi a sé.

Ognuno percepisce le criticità che si manifestano nel solco della posizione c.d. formale – e intende che una soluzione di siffatta impronta è destinata ad essere osservata nel futuro soltanto perché espressa dall’Organo della nomofilachia nella sua più autorevole composizione ma, evidentemente, è priva di valore intrinseco.

Vieppiù che a segnare le criticità di tale posizione ci sono anche le notazioni effettuate dal Collegio rimettente in punto di provvedimenti resi nel giudizio divisorio, notazioni che qui impongono alle sezioni unite di non aderire all’indirizzo formalistico.

Invero una volta messe sul binario del giudizio divisorio le Sezioni unite dovranno considerare non solo la natura definitiva della sentenza di cui all’art. 789 c.p.c. ma, altresì, dovranno tenere conto che in tale giudizio possono essere pronunciate una pluralità di sentenze, sentenze che attengono propriamente al percorso divisorio – siccome trattasi di un procedimento organizzato per fasi scandite da provvedimenti del giudice (ordinanze o sentenze: art. 785 ss. c.p.c.)  –  e sentenze che attengono a domande distinte e diverse da quella di divisione ed a questa cumulate, domande che ben possono essere proposte anche in via autonoma (collazione, impugnazione di di testamento, riduzione di disposizioni lesive di legittima, usucapione, ecc.)[44]. Un ambito questo – abbiamo rilevato in altra sede – in cui si può finanche porre in discussione l’applicazione (rectius l’utilità) della riserva di impugnazione differita[45].

A tal punto non resta che segnalare che la dottrina più recente, considerando un caso “emblematico” analogo a quello qui in esame, ha evidenziato che quando si versa sul piano del cumulo di domande nel medesimo processo l’approccio “formale”, proposto dalle Sezioni unite, non pare “risolutivo”, non potendosi desumere sempre la natura del provvedimento soltanto da elementi estrinseci[46].

La questione è densa di aspetti controversi sicché è da vedere se l’intervento delle sezioni unite si risolverà nella mera – e comunque discutibile – scelta di priorità tra indici meramente formali o se si calerà in una più profonda rimeditazione anche sulla valenza dei profili contenutistici, sì da contribuire al riassetto della disciplina, invero assai lacunosa, delle sentenze non definitive e parziali.

 

 

[1] Il riferimento è a Cass., sez. un., 1° marzo 1990, n. 1577, in Corr. giur., con nota di Carbone; in Foro it. 1990, I, 836, con nota redazionale di Fortini; in Giur. it., 1991, I, 1, 842, con osservazioni adesive di Sassani.

[2] Quest’ultima norma è stata poi ulteriormente modificata dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40. Sulle problematiche emerse in giurisprudenza a seguito di detta modifica v., di recente, Cass., 31 gennaio 2020, n. 2197.

[3] Si tratta della legge n. 581 del 14 luglio 1950.

[4] Gli artt. 340 e 361 c.p.c., difatti, sono riferibili alle sole sentenze che non definiscono l’intero giudizio: v. Cass., 19 settembre 2014, n. 19836.

[5] Sul tale istituto si rinvia a Califano, La riserva di impugnazione delle sentenze non definitive e parziali dal 1950 ad oggi, in Foro nap., 2019, 541 ss.

[6] Sulle modalità di formulazione della riserva d’impugnazione v. la recente Cass., 22 gennaio 2019, n. 1574, in Giur. it, 2019, 2431, con nota di Cordero.

[7] Così nell’incertezza sulla natura del provvedimento pronunciato il soccombente è spinto – in via cautelativa – all’impugnazione immediata, tanto in contrasto con l’obiettivo dell’ordinamento dell’unicità della decisione finale.

[8] Su cui si v. anche il commento di Mazzaferri, in questa Rivista online, 16 maggio 2020.

[9] La già citata Cass., sez. un., 1° marzo 1990, n. 1577.

[10] Lo scontro tra le due posizioni era risalente. Secondo la tesi sostanzialista è la completezza  (autonomia e autosufficienza) della pronuncia del giudice rispetto alla singola domanda cumulata a determinare la sua natura come definitiva, a prescindere dall’esattezza della qualifica data dal giudice o dalla mancanza di un esplicito provvedimento di separazione delle cause cumulate o di altro indice esteriore di definitività, quale la statuizione sulle spese processuali (cfr. Cass., 13 gennaio 1983, n. 243; Cass., 21 dicembre 1984, n. 6659, in Foro it., 1985, I, 1742, con nota di Cocchi, e in Giust. civ. 1985, I, 3132, con nota di Montesano; Cass., 6 novembre 1987, n. 8212; Cass., 14 aprile 1988, n. 2961; Cass., 10 novembre 1989, n. 4777, in Nuova giur. civ. comm., 1990, I, 488, con nota di Giussani; Cass., 12 giugno 1992, n. 7225, in Giur. it., 1992, I, 1, 2114, e in Foro it., 1993, I, 480, con nota di Cea; Cass., 7 settembre 1995, n. 9448; Cass., 20 maggio 1993, n. 5703, in Foro it., 1994, I, 829; Cass., 19 ottobre 1998, n. 10328). Secondo la tesi formalista, invece, è proprio il provvedimento di separazione delle cause, che il giudice emette in ragione del potere attribuitogli dalla legge (art. 279, co. 2, n. 5 c.p.c.), a rendere definitiva la sentenza resa. Al provvedimento di esplicito provvedimento di separazione, pur svincolato da formule sacramentali, è stato poi equiparato il provvedimento di liquidazione delle spese giudiziali (v., tra le tante, Cass., 24 novembre 1980, n. 6235; Cass., 2 aprile 1982, n. 2020; Cass., 6 luglio 1984, n. 3965; Cass., 4 giugno 1985, n. 3325, in Foro it., 1987, I, 144; Cass., 28 giugno 1986, n. 4331, in Foro it., 1987, I, 144, con nota di Cea; Cass.  4 giugno 1993, n. 6276, in Foro it., 1993, I, 2468, con nota di Costantino; Cass., 31 gennaio 1995, n. 372; Cass., 27 marzo 1996, n. 2714; Cass. 15 febbraio 1997, n. 1417, in Foro it, 1997, I, 2147, con nota di E. Fabiani; Cass., sez. un., 8 ottobre 1999, n. 711 e 712, in Foro it., 2000, I, 123, con osservazioni di Fortini; in Giust. civ., 2000, I, 63, con nota di Califano, in Corr. giur., 2000, 5, 642, con note di Montanari e Consolo; in Guida al diritto, n. 44, 13 novembre 1999, con nota di Piselli;  Cass., sez. un., 28 aprile 2011, n. 9441; Cass., 25 marzo 2011, n. 6993; Cass., 19 dicembre 2013, n. 28467; Cass., 9 agosto 2016, n. 16829; Cass., 12 luglio 2016, n. 14193; Cass., 5 settembre 2017, n. 20781, I, 3648, con nota di Califano. In dottrina, oltre ai citati contributi in nota a sentenza, v., senza pretesa di esaustività, Andrioli, Commento al codice di procedura civile, II, Napoli, 1956, 247; Garbagnati, Riserva di appello e appello incidentale tardivo contro una sentenza pronunciata a norma dell’art. 277 cod. proc. civ., in Foro pad., 1960, I, 1083; Proto Pisani, Litisconsorzio facoltativo e separazione di cause, in Riv. dir. proc., 1968, 136 ss.; Denti, Sentenze non definitive su questioni preliminari di merito e cosa giudicata, in Riv. dir. proc., 1969, 213 ss.; Id., Ancora sull’efficacia della decisione di questioni preliminari di merito, id., 1970, 560 ss.; Cerino Canova, Sul contenuto delle sentenze non definitive di merito, in Riv. dir. proc., I e II, 1971, 249 ss., 396 ss.; Califano, L’impugnazione della sentenza non definitiva, Napoli 1996, passim; Chizzini, voce Sentenza nel diritto processuale civile, in Dig. disc. priv., sez.civ., XVIII, Torino, 1998, 262; Bove, Sentenze non definitive a riserva d’impugnazione, in Riv. trim., dir. e proc. civ., 1999, 415.

[11] V. i rilievi di Montanari, nella nota a Cass., 8 ottobre 1999, n. 711, cit., 647 ss.

[12] Cass., sez. un., 8 ottobre 1999, n. 711 e 712, cit.

[13] Cass., sez. un., 28 aprile 2011, n. 9441, cit.; Cass. civ., sez. un., 16 aprile 2007, n. 8949, in Giust. civ., 2008, I, 197.

[14] Così si legge a p.12 della motivazione dell’ordinanza in commento.

[15] Invero la medesima problematica – conflitto tra la qualificazione della sentenza come non definitiva e provvedimento sulle spese – si era già posta nel caso di cui si è occupata Cass., 12 giugno 1992, n. 7225, cit., ma era stata risolta dalla Corte attribuendo prevalenza al contenuto del provvedimento (rectius al tipo di cumulo tra le domande), sicché, solo per tale via, aveva assunto prevalenza la qualificazione del provvedimento data dal giudice sulla separazione implicita evidenziata dalla statuizione sulle spese. Diversamente nel caso risolto da Cass., sez. un., 1° marzo 1990, n. 1577, cit., il giudice aveva qualificato la propria pronuncia come non definitiva e, coerentemente, non aveva provveduto né a separare le domande decise né a liquidare le spese.

[16] In argomento si rinvia ad Acone, Procedimento di correzione degli errori materiali e condanna alle spese, in Foro it., 2007, I, 3211; Id., Correzione e integrazione dei provvedimenti del giudice, in Enc. giur. Treccani, XI, Roma, 1988, 5; Id., Riflessioni sul rapporto tra correzione degli errori materiali ed i mezzi di impugnazione, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1980, 1297 304 ss.

[17] Il caso è quello di cui a Cass., 29 dicembre 2011, n. 29829, che, nell’ambito di un giudizio divisorio, ha cassato la sentenza che aveva escluso la natura non definitiva della sentenza che il giudice aveva “consapevolmente” dichiarato tale, sì inducendo la parte soccombente a formulare riserva di impugnazione differita.

[18] Cass., sez. un., 11 gennaio 2011, n. 390, in Corr. mer., con nota di Travaglino, 2011, 493, che richiama Cass., sez. un., 16 aprile 2007, n. 8949, cit.

[19] Sul punto sia consentito il rinvio al nostro Contributo allo studio del giudizio divisorio. Provvedimenti e regime di impugnazione, Napoli, 2009, 261 ss., ed ivi richiami di giurisprudenza e dottrina. Sul tema v. anche Di Cola, L’impugnazione dei provvedimenti anomali. Profili storici, Ariccia, 2017, passim.

[20] Cass., 26 luglio 2016, n. 15466. Nello stesso senso v. anche Cass., 29 dicembre 2011, n. 29829, cit.

[21] Cfr., oltre la già citata Cass., 29 dicembre 2011, n. 29829, Cass., 7 marzo 2007, n. 5203; Cass., 16 novembre 1996, n. 10066; Cass., 10 dicembre 1989, n. 4777, in Nuova giur. civ. comm, 1990, I, 488, con nota di Giussani; Cass., 18 giugno 1986, n. 4080. Sulla natura definitiva della sentenza con cui sono risolte tutte le contestazioni tra i comunisti con rimessione a fase successiva delle sole operazioni inerenti la determinazione ed attribuzione delle quote v. altresì Cass., sez. un., 21 aprile 1994, n. 3788, e Cass., 12 luglio 2004, n. 12818, non massimata, segnalata da Cass., 26 luglio 2016, n. 15466, in cui la Corte “a fronte di una riserva di gravame formulata dall’appellante avverso la sentenza che aveva esaurito tutte le questioni insorte tra le parti relativamente alla domanda di divisione, ha ritenuto la riserva stessa priva di efficacia”.

[22] Cass., 29 febbraio 2016, n. 3933.

[23] V. oltre la citata Cass., 29 febbraio 2016, n. 3933, Cass., 1° ottobre 2013, n. 22435; Cass., 31 luglio 2013, n. 18354; Cass., 28 ottobre 2002, n. 15163.

[24] In argomento sia consentito il rinvio al nostro, Sull’impugnazione dell’ordinanza che dispone la modalità di estrazione a sorte dei lotti, in Riv. dir. proc., 2014, 1244 ss.

[25] Sui provvedimenti recanti condanna alle spese, provvedimenti che presentano i connotati della decisorietà su diritti in posizione di contrasto tra loro e della definitività (ossia della idoneità a chiudere il processo dinanzi al giudice) ed altresì sull’assimilazione delle sentenze che decidono alcune delle domande cumulativamente proposte tra le stesse parti con separazione ex art. 279, co. 2, n. 5, alle sentenze definitive, si rinvia a R. Rossi, sub art. 91, in Codice di procedura civile commentato, a cura di Comoglio-Vaccarella-Milano, 2010,438 s.

[26] Sul concetto di anomalia e sulla distinzione con dall’abnormità, v. Di Cola, Il provvedimento anomalo, il provvedimento abnorme e garanzia del giusto processo, in corso di pubblicazione in Scritti in memoria di Franco Cipriani, 827 ss.

[27] Su un piano più generale il profilo in esame s’inserisce nell’ampia tematica delle “inadeguatezze” che attengono al contenuto-forma dei provvedimenti del giudice e dei rimedi consequenziali, tematica che evidentemente impone di ragionare sulla funzione istituzionale del giudice e sulla previsione di cui all’art. 101 Cost. In argomento v., tra gli altri, Fazzalari, voce “Provvedimenti del giudice”, in Enc. dir., XXXVII, Milano, 1988, 836 ss.; Chizzini, voce “Provvedimenti del giudice”, in Digesto civ., XVI, Torino, 1997, 65 ss.

[28] Si tratta di Cass. 12 giugno 1992, n. 7225, cit. La sezione lavoro della Corte, successivamente all’intervento “chiarificatore” delle sezioni unite n. 1577/90, si era trovata a statuire su un caso di domande connesse per vincolo di pregiudizialità in cui il giudice di primo grado aveva qualificato espressamente la sentenza sulla domanda pregiudiziale come non definitiva, condannato il soccombente al pagamento delle spese processuali e disposto per il prosieguo del processo. Il giudice d’appello aveva ritenuto rituale la riserva formulata avverso la predetta sentenza e rigettato l’eccezione d’inammissibilità dell’appello; decisione poi confermata dalla Corte di cassazione. Cfr. le osservazioni di Cea, Sentenze definitive e non definitive: una “querelle” interminabile, cit.

[29] Cass., sez. un., 11 gennaio 2011, n. 390, cit.; Cass., 8 marzo 2012, n. 3672; Cass., 9 ottobre 2015, n. 20835; Cass., 15 gennaio 2016, n. 623; Cass., 19 giugno 2018, n. 16138, e da ultimo Cass., 26 novembre 2019, n. 3085, in Giur. it., 2020, 1101, con nota di C. Novella, Sull’impugnazione dei provvedimenti decisori adottati in una forma diversa da quella dovuta.

[30] Cfr. Cass., 27 marzo 2015, n. 6287, in La nuova procedura civile.com. 2015.

[31] Il riferimento è a Cass., (ord.) 22 marzo 2017, n. 7243, richiamata dall’ordinanza in esame, ove si è ritenuto che la sentenza che decide sulla querela di falso incidentale è di regola definitiva, ma poiché tale principio va bilanciato con quelli dell’apparenza e della tutela dell’affidamento delle parti la medesima sentenza è da reputarsi non definitiva ove il tribunale la qualifichi espressamente tale rimettendo la liquidazione delle spese all’esito del giudizio di merito. Contra v. Cass., 28 maggio 2007, n. 12399. Invero la natura della sentenza sulla querela di falso è controversa: sul punto si rinvia a P. Farina, La querela civile di falso. II, Profili teorici e attuativi, Roma, 2018, 193 s. (ed ivi richiami di dottrina) secondo la quale l’autonomia che caratterizza la decisione sulla falsità del documento induce a ritenere la sentenza definitiva.

[32] Cfr. Cass., 21 dicembre 1984, n. 6659, cit., pur se già Cass. 4 aprile 1979, n. 1949, in Foro it. Rep., 1979, voce Appello civile, n. 15, reputava la mancata pronuncia sulle spese indice della non definitività del provvedimento. In dottrina critica la separazione implicita Cerino Canova, Sul contenuto delle sentenze non definitive, cit., 421.

[33] Così G. Verde, Profili del processo civile. 2. Processo di cognizione, Napoli, 2000, 170.

[34] Cass., 8 ottobre 1999, n. 711, cit.

[35] Cass., sez. un., 1° marzo 1990, n. 1577, cit., spiega che il giudice allorché provvede sulle spese “non solo adempie all’obbligo imposto dall’art. 91 c.p.c., ma provvede, sia pure implicitamente alla separazione delle cause in quanto la condanna alle spese della parte soccombente è contenuta nel provvedimento decisorio che definisce e cioè conclude, per quella fase, il procedimento pendente davanti a lui”. Sul punto v., anche la più recente Cass., 12 luglio 2016, n. 14193, cit.

[36] Cass., 8 ottobre 1999, n. 711, cit.

[37] Cfr. Cass., 26 novembre 2019, n. 3085, cit., che opera una sottile distinzione tra “denominazione” e “qualificazione” del provvedimento del giudice.

[38] E’ da evidenziare che tale principio nel rapporto tra la legge e il giudice fa pendere il piatto della bilancia dalla parte del giudice: il provvedimento giurisdizionale è quello che il giudice, anche in modo avulso dalla legge, reputa tale. Nella logica dell’apparenza cioè risulta valorizzato al massimo grado il ruolo del giudice: l’indice prevalente della qualificazione/natura del provvedimento viene legato alla “bocca” del giudice, al nomen che costui spende.

[39]Sulle modalità di liquidazione delle spese, sul principio dell’anticipazione, sul principio della soccombenza e sulle relative deroghe v. Rossi, Sub. art. 91 e 92, cit., 434 ss., nonché Scarselli, Le spese giudiziali civili, Milano 1998, passim.

[40] Cfr. Gualandi, Spese e danni nel processo civile, Milano, 1962, 51.

[41] Cfr. Scarselli, Le spese giudiziali, cit., 430, il quale evidenzia che “la decisione sulle spese non segue la natura e la qualità della cognizione relativa al procedimento madre; essa al contrario si configura sempre come un provvedimento reso a cognizione pienissima”.

[42] Cfr. Rossi, sub art. 91, cit., 443 s.

[43] V. Cass., sez. un., 11 gennaio 2011, n. 390.

[44] Finora la giurisprudenza – con l’eccezione di cui si è riferito in precedenza – ha utilizzato i criteri formali, vuoi la qualificazione data dal giudice al provvedimento (Cass., 27 marzo 2015, n. 6287, cit.) vuoi la separazione esplicita o la liquidazione delle spese (v. Criscuolo, Il contenzioso in tema di scioglimento delle comunioni: tecniche di conduzione, in Arch. civ., 2000, 947).

[45] Su tale profilo sia consentito il rinvio al nostro Contributo allo studio del giudizio divisorio, cit., 171 ss. Nell’ambito di questo processo il meccanismo della riserva di impugnazione di cui agli artt. 340 e 361 c.p.c. ha da misurarsi con il contenuto del provvedimento pronunciato, propriamente con l’interesse della parte soccombente ad impugnare in via immediata o differita.

[46] Il riferimento è a Califano, Il sistema di impugnazione delle sentenze non definitive o parziali come premessa per l’indagine sul possibile contenuto di siffatti provvedimenti, in Judicium, 2020, 2, 181 ss., il quale si occupa di Trib. Matera, 13 maggio 2019, n. 196, inedita, caso in cui il giudice parimenti “decide come da sentenza non definitiva” e poi compensa le spese di lite.