Sentenza di condanna, esecuzione per consegna o rilascio e strumenti di tutela del terzo: le “linee-guida” della Corte di cassazione

Di Ignazio Zingales -

Cass. 20 marzo 2017, n. 7041

La sentenza della Corte di cassazione n. 7041 del 20 marzo 2017 ha ad oggetto la problematica relativa alla individuazione dello strumento processuale utilizzabile dal terzo che, nell’ambito di una esecuzione per rilascio di un bene, vanti un diritto incompatibile con quello del procedente.

Dato di partenza della ricostruzione del Giudice di legittimità è l’affermazione dell’utilizzabilità, anche nell’esecuzione in forma specifica (e non solo nell’espropriazione, “nonostante il tenore letterale dell’art. 619 c.p.c.”), dell’opposizione di terzo all’esecuzione.

Muovendo da tale risultato ermeneutico, la Suprema Corte si preoccupa, quindi, di tracciare, con riferimento all’ipotesi in cui il titolo azionato sia una sentenza di condanna pronunziata inter alios, la “linea di confine” tra la predetta opposizione di terzo all’esecuzione e l’opposizione di terzo ex art. 404, comma 1, c.p.c.; rimedi – pone in evidenza il Giudice di legittimità interrogandosi sulla possibilità di riqualificare lo strumento attivato dal terzo – relativamente ai quali sono previsti differenti criteri di individuazione del giudice competente.

La Suprema Corte, nell’enucleare le coordinate di riferimento, sottolinea in primo luogo:

– che l’opposizione di terzo ex art. 404, comma 1, c.p.c. è un mezzo di impugnazione straordinario, volto a neutralizzare il pregiudizio derivante “dall’attuazione (spontanea o coattiva) del comando giudiziale che impone al soccombente un comportamento incompatibile con il diritto autonomo (ossia, in alcun modo dipendente dall’efficacia della sentenza) dello stesso terzo”;

– che “l’opposizione di terzo all’esecuzione ex art. 619 c.p.c., invece, ha come funzione tipica quella di sottrarre il bene all’azione esecutiva in quanto di proprietà dell’opponente (…), ovvero in quanto comunque oggetto di un diritto di godimento del terzo, autonomo e prevalente rispetto a quello dell’esecutante”;

– che quest’ultima forma di opposizione “non è quindi volta a mettere in discussione il diritto portato dal titolo esecutivo (…), bensì ad escludere quel determinato bene dall’espropriazione o dall’esecuzione specifica, così come avviata e proseguita”. “In altre parole”, prosegue il Giudice di legittimità, “con l’opposizione ex art. 619 c.p.c. il terzo può lamentare il pregiudizio derivante non già dalla sentenza azionata, bensì dallo svolgimento di un procedimento esecutivo inter alios, idoneo a pregiudicare il proprio diritto, che assume autonomo e prevalente: si tratta, in sostanza, di un rimedio contro gli errori di esecuzione, e non contro quelli contenuti nel titolo”.

Dunque, con lo strumento di cui all’art. 619 c.p.c. l’opponente non potrà censurare il contenuto del titolo giudiziale.

Opinare diversamente – sottolinea la Corte – significherebbe, invero, trasformare l’opposizione di terzo all’esecuzione in un mezzo di impugnazione, e vulnerare il principio dell’onere del gravame.

In questo quadro, alla luce di tali coordinate, tracciare la linea di confine tra l’opposizione ex art. 404, comma 1, c.p.c. e quella ex art. 619 c.p.c. risulta, per la Suprema Corte, compito agevole. Il primo rimedio – conclude il Giudice di legittimità – sarà attivabile quando il terzo lamenti un pregiudizio direttamente derivante dalla sentenza (“che ha accertato un diritto incompatibile con quello da lui vantato”), mentre il secondo sarà utilizzabile in presenza di un pregiudizio causato da un errore verificatosi nel processo esecutivo (“o per essere stato pignorato un bene non appartenente al debitore, ma ad esso opponente, ovvero (nell’esecuzione diretta) per essere stato appreso un bene dallo stesso opponente legittimamente posseduto o detenuto”).

Scarica il commento in pdf