IL PRINCIPIO DI NON CONTESTAZIONE DOPO LA RIFORMA DELL’ART. 115 C.P.C.

Di Francesca Clerici -

 1. PREMESSA.

Prima di analizzare il principio di non contestazione sotto i vari profili che seguiranno, giova a nostro avviso porre una premessa, per così dire, di metodo.

Appare cioè opportuno a chi scrive precisare, ai fini di una maggiore chiarezza, l, che connota la condizione della parte nel processo.

Le parti possono prendere posizione in un giudizio secondo le seguenti modalità:

– contestando i fatti allegati dall’avversario;

– ammettendoli (anche in modo implicito) o non contestandoli;

– dichiarando di non conoscerli.

***

Posta tale premessa, passiamo ora ad esaminare il merito del principio di non contestazione ex art. 115 c.p.c., così come novellato dalla disciplina del 2009.

Dopo un breve excursus storico sulla disciplina relativa cercheremo di evidenziare i principali risultati raggiunti dall’elaborazione giurisprudenziale per terminare con l’esame di uno dei più – se non il più – interessante, a nostro avviso, dei profili problematici tuttora aperti al dibattito sul principio in questione.

2. EXCURSUS STORICO.

Quello della non contestazione è un problema che affonda le sue radici in un passato non recente. Difatti, fino alla riforma del processo del lavoro del ’73 non sussisteva, nel nostro ordinamento giuridico alcun appiglio normativo che potesse servire da fondamento ad un principio di non contestazione inteso nel senso che i fatti meramente non contestati – cioè quelli rispetto ai quali la parte fosse rimasta inerte – non necessitassero di prova. In un tale contesto, alla mera non contestazione si riconosceva rilevanza, tutt’al più, sul piano strettamente probatorio, cioè nel senso della possibilità di trarre argomenti di prova dal silenzio ovvero, più in generale, dal comportamento processuale della parte destinataria delle allegazioni non contestate (o contestate tardivamente).

Questo orientamento era sopravvissuto anche alla ricordata riforma del processo del lavoro, nonostante l’ordinamento avesse recepito una norma – l’art. 416 comma 3 c.p.c., la quale sanciva espressamente che nella comparsa di costituzione “il convenuto deve prendere posizione, in maniera precisa e non limitata ad una generica contestazione, circa i fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda”. In mancanza di una specifica sanzione, infatti, si riteneva che l’inottemperanza all’obbligo in questione, se per un verso non esonerasse l’attore dal provare (anche) i fatti non (espressamente e specificatamente) contestati, per un altro non impedisse al convenuto di provvedere alla contestazione nel prosieguo del giudizio, finanche per la prima volta in grado di appello[1].

Così, per molti anni, di fatto, tale indicazione normativa è rimasta solo sulla carta. Né questa linea interpretativa veniva in qualche modo scalfita dalla riforma del rito ordinario  del 1990, la quale non aveva certamente recato nuovi elementi di carattere positivo che potessero porre in discussione tale orientamento consolidato: l’art. 167 comma 1 c.p.c., nel nuovo testo introdotto dalla menzionata riforma,  prevedeva infatti , in modo laconico, che il convenuto dovesse “prendere posizione sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda”, potendosi limitare  così ad una generica contestazione[2].

Tale stato di cose è peraltro rimasto immutato sino al 2002, allorché le Sezioni Unite,  sia pure limitatamente ai soli fatti principali e con specifico riferimento al rito del lavoro – ma con argomenti decisamente di portata generale – hanno in modo opposto sancito il principio della non necessità di prova del fatto non contestato[3],  Successivamente, anche se con andamento ondivago, come più innanzi avremo modo di valutare, la giurisprudenza si allineava a tale indicazione del Supremo Collegio[4].

Successivamente

, il principio è stato introdotto in via generale, mediante integrazione dell’art. 115 c.p.c. “Disponibilità delle prove”[5]. L’art. 45 comma 14 della L. 18 giugno 2009 n.69 ha modificato il comma 1 della norma suddetta con l’espressa introduzione nel processo civile del principio di non contestazione, disponendo, testualmente, che “salvi i casi previsti dalla legge il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita”.

La novità consiste, da un lato, nel facoltizzare il giudice ad utilizzare, a fini decisori, i fatti non specificatamente contestati da una parte processuale; dall’altro, nel sollevare la parte che tali fatti ha allegato, e che poi non sono stati oggetto di contestazione ad opera della controparte, dall’onere di provarli, in quanto fatti divenuti, nelle maglie del processo, pacifici tra le parti costituite.

Per quanto il novellato art. 115 c.p.c. sia ratione temporis applicabile solo alle controversie insorte dopo l’entrata in vigore della legge di riforma, non vi è chi non veda come il principio di non contestazione fosse, in realtà, diritto vivente già prima dell’estate del 2009, di tal che il legislatore non ha fatto altro, in buona sostanza, che conferire dignità normativa ad una prassi interpretativa oramai largamente maggioritaria[6]. L’intervento legislativo sulla norma in esame non si presenta quindi a rigore, come una vera e propria modifica normativa, bensì come la mera ricognizione di un precetto già estrapolato in via interpretativa a partire dal dato normativo, sancito ed applicato anteriormente alla riforma.

In definitiva la novella del 2009 non rappresenta altro che la codificazione del punto di approdo cui, oramai da qualche anno, era giunta la giurisprudenza di legittimità sulla via aperta dall’intervento delle Sezioni Unite del 2002.

3. APPLICAZIONE GIURISPRUDENZIALE ED ELABORAZIONE DOTTRINALE.

Il legislatore cioè, riconoscendo dignità normativa  al principio di non contestazione recepiva, da un lato,  gli orientamenti della giurisprudenza   più illuminata, dall’altro gli insegnamenti di una più che autorevole dottrina, secondo la quale “si tratta di un principio di diuturna applicazione nelle controversie civili, di importanza essenziale per non rendere impossibile o comunque eccessivamente  difficile  l’onere probatorio  delle parti ed in specie dell’attore, per evitare il compimento di attività inutili e quindi realizzare esigenze di semplificazione e di economia processuale”[7].

In particolare merita attenzione la funzione – oserei dire – fondamentale svolta dalla giurisprudenza di legittimità nel dare al principio in parola concreta attuazione, una volta divenuto diritto positivo; e questo ruolo è stato svolto attraverso l’individuazione di regole processuali da seguire caso per caso, nonché delle condotte processuali delle parti rilevanti a tal fine. Una tale attività per così dire ‘creativa’ della giurisprudenza ad avviso di chi scrive ha potuto esplicarsi in ragione dell’evidente indeterminatezza del disposto del comma 1 dell’art. 115 c.p.c., così come novellato.

In particolare, nell’elaborazione giurisprudenziale, l’onere di contestazione – con il relativo corollario del potere-dovere del giudice di ritenere non bisognosi di prova i fatti non specificatamente contestati – e così espunti dal thema probandum – è divenuto principio generale che informa di sé l’intero sistema processuale civilistico; principio che affonda le proprie radici non solo nel dettato degli artt.  167 e 416 c.p.c., nonché nel novellato art. 115 c.p.c.,  bensì, più in generale,  nel carattere tipicamente  dispositivo e dialettico proprio di ogni sistema processuale, nel dovere di lealtà e probità posto a carico delle parti dall’art. 88 c.p.c. (che impone loro di collaborare sin dalle prime battute processuali per individuare il tema controverso, rifuggendo atteggiamenti scientemente defatiganti, ostruzionistici, pretestuosi ovvero semplicemente negligenti) ed infine, ma soprattutto, nel generale principio di economia che deve sempre informare di sé il processo, in ogni sua piega, tanto più alla luce del novellato art. 111 Cost.[8].

Più precisamente riteniamo di poter affermare  che il processo  civile (così come le altre strutture processuali) funziona, da un lato, secondo un principio dispositivo, dall’altro,    secondo un meccanismo di dialettica, per così dire, ‘a catena’: sotto il primo profilo il principio di non contestazione impone ad entrambe le parti l’onere di collaborare al fine di delineare e circoscrivere la materia controversa  (thema decidendum), sotto il secondo, ogni volta che sia posto a carico di una delle parti processuali un onere di allegazione e di prova , il corretto sviluppo della dialettica processuale impone all’altra di prendere posizione in maniera specifica e tempestiva rispetto alle affermazioni avversarie.

Da questa struttura dialettica del processo civile consegue che, soprattutto il momento probatorio, sia regolato da un generale onere di tempestiva attivazione della parte o, comunque, di reazione dell’una all’attività dell’altra (anche in funzione semplificatoria e di celerità), come è dato evincere dalle stesse disposizioni procedurali in materia di prova.

In buona sostanza l’opera svolta dalla giurisprudenza, a livello sia di interpretazione del dato normativo che della sua applicazione concreta al caso di specie, ha evidenziato come il principio in esame, al di là delle specifiche norme che lo riconoscano formalmente e lo disciplinino, nonché delle modalità con cui ciò avvenga, appartiene ontologicamente alla struttura stessa del processo in quanto tale, rispecchiando il modo stesso con cui il processo funziona, così come appena mostrato.

Ad ogni modo, nonostante il poderoso sforzo ermeneutico compiuto dalla giurisprudenza di legittimità nel tentare di interpretare e dare attuazione al principio in esame, di fatto la stessa sembra tuttavia tuttora navigare secondo un percorso per così dire “a vista”, tanto da lasciare talora l’interprete disorientato. Difatti, per quanto l’orientamento prevalente  si inserisca nell’alveo indicato dalle Sezioni Unite nel 2002, nel senso cioè della non necessità di prova del fatto non  contestato, sia pure limitatamente ai soli fatti principali,  non mancano pronunce  che continuano a sposare l’orientamento tradizionale: fatti pacifici debbono ritenersi solo quelli esplicitamente ammessi dalla controparte, ovvero quelli la cui negazione è incompatibile con le difese spiegate dalla parte contro cui sono stati allegati. La mancata contestazione può tuttalpiù costituire argomento di prova ai sensi dell’art. 116 comma 2 c.p.c.[9]

Non vi è inoltre concordia sull’oggetto della non contestazione: secondo talune pronunce il principio di non contestazione opererebbe con riferimento a tutti i fatti allegati in giudizio (compresi quelli che rilevano esclusivamente in ordine all’andamento del processo), secondo altre, viceversa, l’effetto tipico della non contestazione – espunzione del fatto dal thema probandum – si riferirebbe soltanto ai fatti principali e non a quelli secondari e a quelli processuali. In particolare quest’ultimo orientamento precisa che la mancata contestazione dei fatti secondari (e processuali) costituisce argomento di prova valutabile ai sensi dell’art. 116 comma 2 c.p.c.[10]

Infine, in dottrina, non vi è chiarezza ed uniformità di vedute circa l’efficacia temporale della non contestazione ed il discrimen è fornito dal riconoscere o meno nella stessa una eccezione in senso stretto. Chi la ritiene tale attribuisce alla non contestazione il crisma della irreversibilità, vietandone l’utilizzo in grado di appello ex artt. 345 e 437 c.p.c.; gli altri, viceversa, ritengono che la contestazione di un fatto possa utilmente intervenire per la prima volta in appello, non potendosi annoverare la non contestazione tra le eccezioni in senso stretto[11].

Preso atto dell’andamento oscillante e non cristallino in cui versa, tutt’ora, la giurisprudenza sul tema passiamo a confrontarci ora con il nuovo testo dell’art. 115 c.p.c. per individuare gli aspetti che esso realmente chiarisce ed i fronti che lascia aperti.

Due sono a nostro avviso i problemi che la norma testualmente risolve, peraltro – ci sia consentito – neanche in modo particolarmente innovativo.

Il primo è quello della necessaria specificità della contestazione e, pertanto, della irrilevanza non solo del silenzio ma anche della contestazione generica (si pensi alle innumerevoli ‘formule di stile’ dirette a contestare l’intero corpo delle allegazioni e/o argomentazioni avversarie).

Il secondo è quello per cui la non contestazione assume rilievo solo in quanto provenga dalla parte costituita; orientamento decisamente non condivisibile, non sussistendo nell’ordinamento alcun divieto che possa impedire di estendere la tecnica della non contestazione anche alla parte rimasta contumace. Mal si comprende, infatti, per quale ragione il nostro ordinamento si ostini a riconoscere al contumace un trattamento meno rigoroso rispetto a quello riservato alla parte costituita, la contumacia continuando ad essere ritenuta una ficta contestatio[12].

4. LE ALLEGAZIONI NEGATIVE.

Tra i numerosi e rilevanti profili ancora da chiarire – se la non contestazione operi sul piano della determinazione del thema probandum, cioè sulla fissazione formale dei fatti da provare,  oppure su quello della prova, se essa operi indistintamente per tutti i fatti oppure solo per quelli propri  della parte (o, comunque, da essa conosciuti), se operi solo per i fatti principali oppure anche per quelli secondari (e quelli processuali), quale rilievo essa abbia nei processi relativi a diritti indisponibili – uno ha destato in chi scrive particolare interesse e cioè se ne siano passibili anche le allegazioni negative.

Per esaminare correttamente i termini del problema deve preliminarmente chiarirsi che per allegazione negativa non deve ritenersi qualunque allegazione avente in via generale ad oggetto il non essersi verificato un certo fatto, bensì, in modo più circostanziato, il non essersi verificato un fatto, la cui prova incombe sulla controparte.

Mi spiego meglio. Siamo di fronte ad una allegazione negativa non già quando l’attore alleghi l’assenza di un fatto che proprio in quanto tale entri nella fattispecie costitutiva del suo diritto, bensì laddove egli alleghi l’assenza di un fatto impeditivo, modificativo, estintivo. Un esempio per tutti, assolutamente frequente: allorché l’attore, azionando un diritto di credito, non si limiti ad allegare i fatti costitutivi ad esso relativi ma asserisca altresì di non essere stato pagato, cioè che il convenuto non ha adempiuto la propria obbligazione. L’attore in altre parole nel caso di specie deduce l’inesistenza del fatto estintivo rappresentato dall’avvenuto pagamento.

La vera questione sta a mio avviso nel domandarsi se l’allegazione negativa dell’attore come appena   definita, per quanto antecedente a quella, positiva, del convenuto – io debitore convenuto ho pagato, ho adempiuto – possa rendere il fatto da questi allegato controverso, in modo tale, quindi, da impedirgli di avvalersi degli effetti della non contestazione (espunzione del fatto dal thema probandum).

A mio avviso non esiste una soluzione valida in senso assoluto, in quanto la risposta varia secondo il discrimen del grado di specificità dell’allegazione positiva del convenuto intervenuta successivamente a quella negativa dell’attore. Proviamo a spiegarci meglio. Se, ad esempio, l’attore, dopo aver affermato di essere creditore di una determinata somma di denaro, dichiari altresì di non essere stato pagato ed il convenuto si limiti, per risposta, ad allegare in modo del tutto generico l’avvenuto pagamento da parte sua, ci troviamo dinanzi a due allegazioni, di segno opposto, ma del tutto equipollenti: quella generica dell’attore e quella, altrettanto generica, del convenuto. In una ipotesi di tal fatta ci pare di poter dire che l’allegazione negativa (generica) dell’attore (mancato pagamento), per quanto temporalmente precedente quella positiva dell’avversario, da un lato valga quale contestazione del fatto estintivo (avvenuto pagamento), dall’altro, sia sufficiente a rendere controverso e, quindi, bisognoso di prova, il fatto estintivo medesimo, in quanto allegato in modo altrettanto generico dal debitore convenuto

Le due forze configgenti – per così dire – si equivalgono nel difettare di specificità; però l’attore finisce per prevalere in quanto, essendo la sua allegazione temporalmente antecedente conferisce alla successiva allegazione del convenuto un carattere controverso che il difetto di specificità di quest’ultima (paritetico peraltro a quello dell’attore) non riesce a superare. Il risultato dello scontro dialettico tra le parti è che il fatto estintivo (avvenuto pagamento) resta all’interno del thema probandum con conseguente onere relativo a carico del debitore.

Allorché viceversa, dopo l’allegazione negativa (generica) dell’attore il convenuto, anziché limitarsi a dedurre genericamente l’avvenuto pagamento (fatto estintivo), ne specifichi le modalità (ad esempio affermando che il pagamento ha avuto luogo il giorno x, a mezzo bonifico bancario, effettuato presso l’istituto di credito y per l’importo z) è di tutta evidenza che, in tale ipotesi, non ci troviamo più di fronte ad allegazioni equipollenti di segno opposto. L’una, difatti, quella del convenuto è caratterizzata da un grado di specificità non ravvisabile nell’altra. Bene. Considerato che l’art. 115 c.p.c. richiede, ai fini dell’espunzione del fatto dal thema probandum, la specificità della contestazione, possiamo concludere che il fatto estintivo allegato dal convenuto possa e debba considerarsi non contestato giacché l’allegazione (negativa) dell’attore, in quanto generica, non è dotata di forza equipollente alla contestazione specifica del suo avversario, la quale prevale. La circostanza dell’avvenuto pagamento emerge pacifica dalla dialettica delle parti nel suo reale accadimento e, quindi, in quanto tale, non bisognosa di prova.

In sintesi,  tutte le argomentazioni sinora svolte si traducono in ciò che, di fronte ad una allegazione negativa la parte onerata della prova del fatto (avvenuto pagamento)  o contesta senz’altro – ed in modo specifico ex art. 115 c.p.c. – tale allegazione, attivandosi tempestivamente sul piano istruttorio, oppure l’unica possibilità di dimostrare  l’esistenza del fatto  resta affidata  alla residuale possibilità che lo stesso risulti nondimeno  accidentalmente provato aliunde,  cioè mediante taluna delle prove comunque presenti in atti ed ivi introdotte ad altro proposito.

Ad abundantiam aggiungiamo che, in un’ipotesi come quella prospettata, alla controparte (quella che originariamente aveva effettuato l’allegazione negativa) deve ovviamente essere consentito di contrastare pienamente la suddetta prova e/ovvero, se del caso, di modificare, anche sul piano di allegazioni, domande, eccezioni e conclusioni, la propria linea di attacco e di difesa. Così vuole la dialettica del processo come sopra precisato[13].

5. RIFLESSIONI CONCLUSIVE.

È infatti fuori da ogni dubbio come la non contestazione rilevi strettamente sotto il profilo dei meccanismi processuali, lasciando peraltro del tutto inalterato il potere discrezionale del giudice di merito di valutare, ai fini decisori, quale rilevanza abbiano, a fianco dei fatti non specificatamente contestati, tutti gli altri fatti, provati, che abbiano comunque trovato ingresso nel processo.

Quello che vogliamo dire, e con queste brevi riflessioni di carattere generale  concludiamo il nostro contributo,  è che, posto che la ricerca della verità sia un obbiettivo, sia pure tendenziale, del processo civile di ieri come di oggi (oggi addirittura, a nostro avviso, munito di copertura costituzionale ex art. 111 Cost.), posto che non può ritenersi “giusto” un processo che rinunci a priori alla ricerca della verità, allora questo significa che il fatto non controverso non potrà ritenersi del tutto sottratto al controllo probatorio da parte del giudice.

In altre parole, è che, ad onta della sua pacificità, un fatto potrà e dovrà essere comunque ritenuto insussistente allorché dal processo, nel suo complesso, emergano elementi tali da giustificare una tale valutazione. Qualora, viceversa, lo stato delle risultanze processuali non sia tale da contrastare la verità del fatto pacifico, in quanto non specificatamente contestato, allora esso dovrà essere considerato dal giudice come fatto provato, alla stregua e con pari dignità di ogni altro fatto che sia stato oggetto di accertamento probatorio[14].

 

[1] V. ad es. Cass., 18.3.1996, n. 2254, AC, 1996, 1273; Id., 19.8.1996, n. 7630, RFI, 1996, Lavoro e previdenza (controversie) n. 138; e, in dottrina, BALENA, in Balena-Caponi-Chizzini-Menchini, La riforma della giustizia civile, Commento alle disposizioni della legge sul processo civile n. 69/2009, Utet Giuridica, Torino, 2009, p.32 ss.; nonchè A. CARRATTA, Il principio della non contestazione del processo civile, Milano 1995, dove, a pagina 203, si argomenta testualmente: “… coerentemente con una struttura processuale nell’ambito della quale non sussiste alcuna preclusione in limine litis per l’attività difensiva, assertiva o probatoria, delle parti, deve essere riconosciuto alla parte il potere di contestare un fatto in precedenza dato per pacifico”. Così, peraltro, Cass. 26 novembre1976 n. 4484, in Rep. Giust. civ., 1976, voce Prova civile, n. 36; Cass. 27 marzo1980, n. 2031, ivi, 1980, voce cit., n. 48 e altre conformi.

[2] Per maggiori dettagli ed ulteriori elementi di valutazione cfr. A. CARRATTA, op. cit.

[3] Cass. Sez. Un., 23 gennaio 2002, n. 761, in Foro it., 2002, I, 2019, con nota di C.M. CEA, Il principio di non contestazione al vaglio delle Sezioni Unite; e, 2003, I, 604 (solo massima), con nota di A. PROTO PISANI, Allegazione dei fatti e principio di non contestazione nel processo, in Giust. Civ., 2002, I, 1245.

[4] Per quanto concerne il contributo della dottrina si veda, da ultimo, C.M. CEA, La modifica dell’art. 115 c.p.c. e le nuove frontiere del principio di non contestazione in Foro it., 2009, V, cc. 266 ss.

[5] Ad opera della L. 18 giugno 2009, n. 69, recante  “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”.

[6] Così CEA, La modifica dell’art. 115 c.p.c. cit., c. 268; nonché, sul punto, Giuseppe Sunseri, Il principio di non contestazione alla luce dei più recenti orientamenti della giurisprudenza, Atti del seminario di aggiornamento professionale per i magistrati delle Commissioni Tributarie della Regione Sicilia, “Aspetti problematici del processo Tributario”. Giugno 2014, Università degli Studi di Palermo.

[7] Così PROTO PISANI, Ancora sulla allegazione dei fatti e sul principio di non contestazione nei processi a cognizione piena, in Foro it., 2006, I, cc. 3143 ss.

[8] Così PACILLI, Osservazione sul principio di non contestazione, in Riv. Trim. di dir. e proc. civ., 2011, pp. 299-319.

[9] Cfr., ad es. Cass. n. 20211/2012, secondo la quale, affinché il fatto allegato da una parte possa considerarsi pacifico, sì da poter fondare la decisione ancorché non provato, non è sufficiente la mancata contestazione, occorrendo che la controparte ammetta il fatto esplicitamente o che imposti il sistema difensivo su circostanze e argomentazioni logicamente incompatibili con la sua negazione; nonché, Giuseppe Sunseri, Il principio di non contestazione, cit..

[10] Così Cass., Sez. Un. 23 gennaio 2002 n. 761 cit., mentre già in Cass. 17.4.2002 n. 5526, in Foro it., 2002, I, 2017, (con decisione, quindi, immediatamente successiva) il Supremo Collegio dà un segnale di discontinuità estendendo agli stessi fatti secondari i principi adottati per i fatti principali.

[11] Per tutti C. M. CEA, Il principio di non contestazione al vaglio delle Sezioni Unite, nota a Cass. Sez. Un. 23.1.2002 n. 761, in Foro it., 2002, I, 2017 ss., 2026.

[12] Vedasi FORNACIARI, Il contraddittorio a seguito di un rilievo ufficioso e la non contestazione (nel più generale contesto della problematica concernente allegazione, rilievo e prova) in WWW. Judicium.it.

[13] Sempre FORNACIARI, Op. cit., e, sul punto, CEA, L’evoluzione del dibattito sulla non contestazione, in Foro it., 2011, V, cc. 99 ss.

[14] Così, CEA, La non contestazione dei fatti e la Corte di Cassazione: ovvero di un principio poco amato, in Foro it., 2005, I, cc. 728 ss.

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