I PRINCIPI GENERALI DELLA C.D. RIFORMA RORDORF: DEFINIZIONE DELLO “STATO DI CRISI” E NOVITÀ IN TEMA DI APERTURA DELLE PROCEDURE

Di Daniele Griffini -

 1.Definizione dello “stato di crisi” e possibili riflessi sul presupposto oggettivo di concordato preventivo e accordi di ristrutturazione.

L’art. 160, comma 3°, L.F. stabilisce, a legislazione vigente, che per stato di crisi si deve intendere “anche lo stato di insolvenza”. Ad oggi, lo stato di crisi è perciò un grande insieme, nel quale – secondo la logica per cui “nel più sta il meno” – rientrano sia lo stato di insolvenza sia lo stato che, pur non essendo d’insolvenza, è comunque qualificabile come di crisi.

Ciò pone delicati problemi interpretativi: come si fa a sapere se un’impresa, sebbene non insolvente, sia comunque in crisi? La letteratura si divide.

Si potrebbe pensare di guardare al carattere, reversibile o no, della difficoltà economico-finanziaria: l’impresa, benché non insolvente, sarebbe in stato crisi quando versa in uno stato di difficoltà reversibile. Ma quest’impostazione viene considerata errata, dal momento che anche lo stato d’insolvenza, pur rimanendo tale, può esser reversibile. La maggioranza degli interpreti, quindi, preferisce ricorrere ad un’altra impostazione e dice che bisogna osservare il carattere, attuale o probabile, dell’insolvenza, intesa (ai sensi dell’art. 5, comma 2°, L.F.) come incapacità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni: l’impresa, quantunque non insolvente, sarebbe in stato di crisi quando vi è un’oggettiva probabilità che lo diventi ([2]).

La legge delega recepisce questa seconda impostazione, prescrivendo all’art. 2, lett. c), (i) che per crisi dovrà intendersi la “probabilità di futura insolvenza” e (ii) che la “probabilità di futura insolvenza” dovrà essere a sua volta definita dal Governo “tenendo conto” – come suggerito dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili durante le consultazioni ([3]) – “anche” delle “elaborazioni della scienza aziendalistica” ([4]).

Nella nuova legislazione lo stato di crisi, dunque, sarà soltanto lo stato di “probabilità di futura insolvenza” (nei termini che saranno dettagliati dal Governo) e non potrà più inglobare – come oggi prescrive il citato comma 3° dell’art. 160 L.F. – lo stato d’insolvenza: il che vuole dire che si passerà da un unico grande insieme (ricomprendente sia lo stato d’insolvenza sia lo stato di probabile insolvenza) a due insiemi distinti (da un lato, quello dello stato d’insolvenza e, dall’altro, quello dello stato di crisi, il secondo inteso appunto, salvo più puntuali indicazioni, come stato di “probabilità di futura insolvenza”).

L’innovazione potrebbe non avere rilevanza esclusivamente definitoria ma ripercuotersi anche a livello di sistema. Infatti, se presupposto oggettivo di concordato preventivo e accordi di ristrutturazione è lo “stato di crisi” (cfr. gli artt. 160, comma 1°, e 182-bis, comma 1°, L.F.), e se per stato di crisi si dovrà intendere – dopo la riforma – soltanto lo stato di “probabilità di futura insolvenza”, ne potrebbe derivare l’inaccessibilità di detti strumenti alle imprese in stato d’insolvenza; imprese rispetto alle quali l’unico sbocco possibile resterebbe quello del fallimento (rectius, nel nuovo vocabolario, della “liquidazione giudiziale”).

Da una parte, ciò sarebbe coerente con l’impostazione del legislatore francese, dal quale come noto ha preso ispirazione la Commissione ministeriale cui si deve lo schema del disegno di legge delega, poiché in quell’ordinamento è sì possibile la via della “conciliation” se l’impresa sia già insolvente, ma solo se l’insolvenza si sia manifestata da poco tempo, mentre la procedura di “sauvegarde” è subordinata alla condizione che l’insolvenza non si sia ancora manifestata ([5]).

Dall’altra parte, ciò sarebbe maggiormente in armonia con le istanze di uniformazione a livello europeo, in quanto la proposta di direttiva UE – pubblicata dalla Commissione europea il 22 novembre 2016 – riserva l’accessibilità degli strumenti di ristrutturazione all’ipotesi in cui “sussista una probabilità di insolvenza” (art. 4) ([6]), espressione questa che corrisponde appunto al nuovo significato della locuzione “stato di crisi”.

Ma ciò, soprattutto, sarebbe più opportuno alla luce dell’esigenza di massimizzazione del valore e, al contempo, premiale che, anche storicamente, connota gli istituti che stiamo considerando: se il concordato e gli accordi sono incentivi dati al debitore per incentivarlo a farsi avanti quando la situazione di difficoltà economico-finanziaria non si è ancora tramutata in insolvenza – sul presupposto che, prima si affrontano le difficoltà, migliori saranno i risultati per i creditori ([7]) – allora è giusto che essi siano riservati al debitore in stato di crisi e preclusi al debitore in stato d’insolvenza, il quale potrà a quel punto solamente avanzare domanda di concordato (fallimentare) dopo un anno dalla dichiarazione di fallimento (art. 124, comma 1°, L.F.); termine, questo, che il Governo, dosando “bastone e carota”, potrebbe semmai anticipare – a fronte del principio contenuto nell’art. 7, comma 10°, lett. d), legge delega – per i casi in cui il debitore “apporti risorse che incrementino in modo apprezzabile l’attivo”.

Non sembra, tuttavia, che il legislatore delegante, prescrivendo l’introduzione del nuovo concetto di stato di crisi come tale comportante il superamento dell’attuale art. 160, comma 3°, L.F., voglia incidere sull’ampiezza del presupposto soggettivo di concordato e accordi. Lo si desume dall’art. 3, comma 1°, lett. d), legge delega, ove – nell’affidare al Governo il compito di prevedere che non solo le imprese in crisi ma anche quelle “insolventi” appartenenti ad un gruppo possano proporre una domanda unitaria di omologazione degli accordi di ristrutturazione o di accesso al concordato preventivo – sembra indirettamente confermarsi che anche lo stato d’insolvenza continuerà ad essere presupposto per l’omologazione degli accordi e per l’accesso al concordato.

Se così sarà, come pare, non resta che confidare che l’obiettivo dell’emersione tempestiva dello stato di crisi passi attraverso le tanto discusse procedure di allerta di cui è prevista l’introduzione (art. 4 legge delega), e in particolare tramite il potere di segnalazione della situazione di difficoltà che dovrebbe essere affidato agli organi di controllo e ai creditori pubblici c.d. “qualificati” [art. 4, comma 1°, lett. c) e d), legge delega] ([8]).

 2.Novità in tema di apertura delle procedure: eliminazione dei residui del fallimento d’ufficio ma conversione automatica del concordato in liquidazione giudiziale.

L’art. 3, comma 1°, della c.d. “legge Prodi bis” – essendo stato plasmato, a suo tempo, sull’art. 6 L.F. nel testo antecedente alla riforma del 2006 – ancora prevede il potere/dovere del tribunale (territorialmente competente) di dichiarare ex officio lo stato d’insolvenza dell’impresa che abbia i requisiti dimensionali per l’apertura dell’amministrazione straordinaria.

La permanenza di questo potere officioso è apparsa come una sorta di “corpo estraneo” rispetto al tessuto del vigente diritto concorsuale e se ne è pure denunciata l’illegittimità costituzionale, per contrasto con i parametri di cui all’art. 3 (principio di eguaglianza e ragionevolezza) e all’art. 111, comma 2° (principio di terzietà e imparzialità del giudice).

Nel 2009 il Tribunale di Udine, davanti al quale la questione di illegittimità costituzionale era stata sollevata, l’aveva però ritenuta manifestamente infondata ed irrilevante: sotto il primo profilo (art. 3 Cost.), perché la procedura di amministrazione straordinaria perseguirebbe peculiari finalità d’interesse generale connesse alla dimensione delle imprese che debbono esservi sottoposte (ciò che escluderebbe un’ingiustificata disparità di trattamento rispetto al regime ordinario); sotto il secondo profilo (art. 111, comma 2°, Cost.), perché la dichiarazione d’insolvenza scaturiva – nella concreta fattispecie portata al suo esame – non già dalla c.d. “scienza privata” del giudice bensì dalle notizie contenute nella relazione depositata da un organo (il commissario giudiziale) di una distinta procedura, quella relativa all’insolvenza della società madre, aperta su ricorso di un’altra società del gruppo (ciò che avrebbe escluso la lesione del principio d’imparzialità e terzietà del giudice) ([9]).

Per giungere a tale conclusione, il Tribunale di Udine aveva richiamato un insegnamento che il Giudice delle leggi – a seguito della legge costituzionale n. 2/1999, con la quale furono inseriti nell’art. 111 Cost. i principi del c.d. “giusto processo” – aveva impartito nell’ormai lontano 2003 ([10]). La Corte Costituzionale aveva spiegato che la terzietà e l’imparzialità del giudice sono preservate, nella materia che ci occupa, non solo nell’ipotesi in cui la domanda o comunque l’impulso iniziale per l’apertura del procedimento provengano da un soggetto terzo, ma anche nel caso in cui – pur provenendo detto impulso dallo stesso giudice – la conoscenza della situazione di fatto riconducibile allo stato d’insolvenza derivi da una fonte qualificata, in quanto formalmente acquisita nel corso di un altro procedimento (del quale lo stesso o un diverso giudice siano stati investiti). E questa era, appunto, l’ipotesi a cospetto della quale il Tribunale di Udine aveva ritenuto di essersi trovato, poiché la notitia decoctionis era stata formalmente acquisita nell’ambito di un procedimento (quello concernente l’insolvenza della società madre) di cui il tribunale friulano era stato investito su domanda di un soggetto terzo.

Con l’art. 2, lett. b), legge delega, ci si propone ora l’obiettivo di cancellare il fallimento d’ufficio ex art. 3, comma 1°, d.lgs. n. 270/1999, proseguendo l’opera di coordinamento della legislazione concorsuale al principio generale “ne procedat iudex ex officio” già intrapresa – seppur “sul filo” dell’eccesso di delega ([11]) – con la precedente stagione di novelle. La riforma intende così superare, alla radice, i sospetti d’incostituzionalità che – nonostante il salvataggio operato dalla giurisprudenza di merito – ancora aleggiano sulla disposizione testé richiamata; disposizione la quale testualmente attribuisce al tribunale un potere generalizzato di dichiarare lo stato d’insolvenza, come tale esercitabile, almeno apparentemente, anche se la notitia decoctionis non derivasse da una fonte qualificata.

Va osservato, tuttavia, che, se da una parte si dispone di eliminare questa residua ipotesi di fallimento d’ufficio, dall’altra parte potrebbe originarsi una sorta di “cortocircuito”, là dove la Commissione ministeriale auspica che il Governo voglia “prevedere” – rischiando di sconfinare dalla delega (cfr. art. 76 Cost.) – “che un iniziale percorso concordatario, ove rivelatosi impraticabile, possa convertirsi automaticamente in un esito di tipo liquidatorio (corrispondente all’attuale fallimento), senza necessità di una nuova domanda” ([12]).

Nel sistema vigente – o perché è mancata l’istanza degli altri soggetti legittimati (creditori e/o p.m.) oppure perché, sebbene vi sia stata, è mancato il presupposto dello stato d’insolvenza (in quanto la situazione posta a base del percorso concordatario era solo di crisi e non anche, appunto, d’insolvenza) – non è invero infrequente che all’esito negativo della procedura concordataria non consegua la declaratoria di fallimento ([13]); e, di fronte a questa evenienza, i riformatori sembrano voler introdurre proprio una nuova ipotesi di fallibilità d’ufficio, sotto le mentite spoglie di una “conversione automatica”.

Ben consapevole di ciò, la Commissione ministeriale ha per così dire giocato d’anticipo, ed ha escluso che di fallibilità d’ufficio si tratti: essa ha osservato che, in quest’ipotesi, vi sarebbe in realtà una domanda di parte e che siffatta domanda sarebbe l’“iniziale domanda di regolazione della crisi”, la quale “sussume[rebbe] in sé tutti i prevedibili esiti del percorso giudiziale”. Da ciò deriverebbe, per l’appunto, che il fallimento (rectius, la “liquidazione giudiziale”) non sarebbe dichiarato ex officio, ma dietro domanda di parte ([14]).

Sul punto, però, occorre chiarirsi.

Se per conversione automatica si intendesse quella che opera in assenza di una domanda di liquidazione giudiziale successiva all’aborto del percorso concordatario (ma pur sempre a fronte di un’analoga domanda a suo tempo “scartata” proprio per dare preferenza a detto percorso), sarebbe effettivamente difficile parlare di fallibilità d’ufficio. Infatti, “a monte” ci sarebbe già una domanda di liquidazione giudiziale e si tratterebbe soltanto di recuperarla per evitare la necessità di una “nuova domanda”, consentendo quel “risparmio di tempi e di costi” che viene invocato nella citata relazione ministeriale.

Se, invece, per conversione automatica s’intendesse quella che opera in assenza di qualsiasi anteriore domanda di liquidazione giudiziale, sarebbe a ben vedere difficile negare che ci si trovi dinnanzi ad una nuova ipotesi di fallibilità d’ufficio. Infatti, se anche l’esito della liquidazione giudiziale fosse reso prevedibile dal legislatore in chi si accinga a domandare il concordato, resta il fatto che costui non aveva affatto chiesto la liquidazione giudiziale ma aveva formulato una domanda chiaramente non in linea, come del resto ci conferma la giurisprudenza di legittimità ([15]), con la prospettata conversione della procedura ([16]); conversione che – proprio per questo motivo – verrebbe giocoforza ad operare extra petita, vale a dire senza che il giudice debba curarsi di quel principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato (art. 112 c.p.c.) che, per insegnamento istituzionale, costituisce fondamentale corollario del principio della domanda (art. 99 c.p.c.).

Se così fosse, si assisterebbe inevitabilmente ad un “ritorno al passato” ([17]), posto che col decreto correttivo del 2007 (d.lgs. n. 169/2007) il legislatore ha espressamente soppresso le varie ipotesi di fallimento d’ufficio collegate all’insuccesso della procedura concorsuale di concordato preventivo (prima contemplate dagli artt. 162, 163, 173, 179, 181 e 186 L.F.); ipotesi che, peraltro, secondo la giurisprudenza di legittimità, erano da considerarsi già implicitamente abrogate per effetto della riformulazione della norma generale di cui all’art. 6 L.F., operata con la riforma del 2006 ([18]).

Un simile “ritorno al passato”, però, non solo non sarebbe costituzionalmente necessario – atteso che il Giudice delle leggi, con una recente decisione, ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata con riferimento all’impossibilità di dichiarare d’ufficio il fallimento dopo la risoluzione del concordato preventivo ([19]) – ma rischierebbe di dare adito ad un problema interpretativo proprio sotto il profilo della (dubbia) costituzionalità della scelta legislativa così effettuata.

Nel testo originario della legge fallimentare, invero, la conversione officiosa non generava soverchie preoccupazioni, giacché il presupposto oggettivo per essere assoggettati al fallimento era identico a quello per accedere al concordato ed era lo stesso debitore, al momento della domanda di concordato, a veicolare al giudice la notitia decoctionis ([20]).

Oggi però – diversamente da allora – si può essere ammessi al concordato anche se non vi sia insolvenza, sicché la prospettata conversione della procedura verrebbe ad operare – nei casi di ammissione al concordato motivata da “probabilità di futura insolvenza” (e non da “insolvenza”) – sulla base di una situazione presupposta (lo “stato di insolvenza”) non corrispondente all’accertamento contenuto nel provvedimento di ammissione e soltanto ipotizzata all’atto della conversione ([21]).

Al netto di questi problemi di costituzionalità – che consiglierebbero di non contemplare la conversione automatica almeno nelle ipotesi in cui non vi sia stata alcuna previa domanda di liquidazione giudiziale e il percorso concordatario “rivelatosi impraticabile” sia stato aperto sul presupposto dello “stato di crisi” – l’annunciata novità legislativa, ça va sans dire, risulterebbe poi difficilmente compatibile, sul piano della politica del diritto, con l’obiettivo di favorire l’emersione della crisi e la proposizione di domande di regolazione negoziale della stessa, poiché il debitore potrebbe vedere come una “trappola” l’accesso al concordato e, quindi, risultare in definitiva meno propenso ad avanzare domande finalizzate a risolvere (tempestivamente) la crisi mediante tale strumento.

Ancora con riferimento al tema della fallibilità d’ufficio occorre peraltro segnalare – relativamente alle procedure di liquidazione coatta amministrativa delle società bancarie e assicurative, rispettivamente disciplinate nel testo unico bancario (d.lgs. n. 385/1993) e nel codice delle assicurazioni (d.lgs. n. 209/2005), entrambi novellati nel 2015 – che il legislatore delegante prevede il mantenimento del “regime speciale” attualmente vigente [art. 15, comma 1°, lett. a), n. 1, legge delega]. Il riferimento è, sotto il profilo che qui interessa, agli artt. 82 (del d.lgs. n. 385) e 248 (del d.lgs. n. 209), che prevedono il potere/dovere del tribunale competente di dichiarare ex officio lo stato d’insolvenza di banche e assicurazioni.

Recentemente il Tribunale di Treviso, ritenendo abrogato il suddetto art. 82 per incompatibilità con la riforma del 2006 (la quale, come si è rammentato, ha soppresso la fallibilità d’ufficio), ha dichiarato il non luogo a provvedere su un’istanza rivolta da cinquanta persone al Presidente del Tribunale, finalizzata a sollecitare la dichiarazione officiosa dello stato d’insolvenza di un noto istituto bancario ([22]).

Questa decisione suscita qualche perplessità: sia perché il tribunale trevigiano non sembra aver valutato (se non apoditticamente) gli interessi pubblici sottesi alla dichiarazione d’insolvenza di banche e assicurazioni, i quali potrebbero giustificare la disparità di trattamento col regime ordinario di fallibilità; sia perché il procedimento previsto dal citato art. 82 – là dove contempla la necessaria audizione della Banca d’Italia – sembra essere strutturato nel senso di salvaguardare l’equidistanza del giudice e, quindi, non intaccare il principio costituzionale di cui all’art. 111, comma 2°, Cost. (il che vale, mutatis mutandis, per il menzionato art. 248, che prevede la necessaria audizione dell’Ivass): ciò a maggior ragione se si considera che, nella fattispecie venuta in considerazione, l’impulso proveniva, per effetto dell’istanza cui s’è accennato, ab externo.

Al fine di evitare che conservino attualità simili problemi interpretativi, occorre auspicare che il Governo raccolga il compito assegnatogli dall’art. 1, comma 2°, legge delega, curando adeguatamente il coordinamento della riforma con i predetti artt. 82 e 248.

3.(Segue) Il procedimento di accertamento del presupposto oggettivo: unicità, universalità e corollari.

Nel sistema vigente vi sono una pluralità di procedimenti che hanno come presupposto l’accertamento dello stato di crisi o d’insolvenza, i quali possono coesistere in relazione al medesimo debitore, dando luogo a delicati problemi di coordinamento.

Il principale problema si è manifestato, negli ultimi anni, nel rapporto fra il procedimento di concordato preventivo e quello prefallimentare, poiché si è trattato di stabilire se (nonostante la soppressione dell’inciso “fino a che il suo fallimento non è dichiarato” contenuto nell’art. 160, comma 1°, L.F. prima della riforma del 2005) esista ancora il c.d. “principio di prevenzione” o, per meglio dire, di prevalenza del concordato preventivo sul fallimento.

Al quesito, come noto, la Suprema Corte – nella composizione più autorevole – ha dato risposta affermativa, soggiungendo che detta prevalenza può trovare attuazione pratica attraverso la trattazione congiunta (c.d. “simultaneus processus”) dei due procedimenti. Le Sezioni unite hanno ritenuto, in particolare, che i due procedimenti in parola siano basati su domande fra loro incompatibili (situazione di continenza c.d. “per specularità”) e che, pertanto, debbano essere portati davanti al medesimo giudice mediante la loro riunione ai sensi dell’art. 273 c.p.c. (se pendono dinnanzi al medesimo ufficio giudiziario) oppure tramite il meccanismo stabilito dall’art. 39, comma 2°, c.p.c. (se pendono dinnanzi ad uffici giudiziari diversi) ([23]).

Il legislatore delegante, sull’onda di quest’importante pronuncia, mira a risolvere alla radice gli anzidetti problemi di coordinamento, prescrivendo l’adozione di un “unico modello processuale per l’accertamento dello stato di crisi o di insolvenza del debitore” [art. 2, comma 1°, lett. d), legge delega] – definito “procedimento di accertamento dello stato di crisi o di insolvenza” [art. 2, comma 1°, lett. e), legge delega] – nel quale saranno fatte convergere le varie richieste di soluzione dello stato di crisi o d’insolvenza (la relazione ministeriale discorre in proposito di “contenitore processuale uniforme”, terminologia che evoca la locuzione “contenitore neutro” utilizzata dalla giurisprudenza per definire il rito camerale avente ad oggetto diritti e status, come pure quella di “procedimento cautelare uniforme” utilizzata dagli interpreti per definire il rito di cui agli artt. 669-bis e segg. c.p.c.) ([24]).

Inoltre, la legge delega – evidentemente sul presupposto che “stato di crisi” e “stato di insolvenza” siano concetti trasversalmente validi – prevede che al procedimento di nuovo conio sia assoggettata, “con esclusione dei soli enti pubblici”, “ogni categoria di debitore”, senza distinzione legata alla struttura (vi saranno soggetti sia le persone fisiche sia gli enti), all’attività esercitata (vi saranno soggetti non solo gli imprenditori commerciali, ma anche quelli agricoli e gli artigiani, nonché i professionisti e i consumatori) e alle dimensioni (vi saranno soggetti anche gli imprenditori che non superano le soglie di fallibilità) [art. 2, comma 1°, lett. e), legge delega].

Pertanto, con la riforma si assisterà ad un “procedimento di accertamento dello stato di crisi o di insolvenza” che sarà unico dal punto di vista oggettivo (nel senso che saranno fatte convergere al suo interno tutte le richieste formulate in relazione al medesimo debitore) e universale ([25]) dal punto di vista soggettivo (nel senso che esso si applicherà a prescindere dalla tipologia di debitore, eccezion fatta solo per gli enti pubblici).

Per quanto concerne il profilo oggettivo, la convergenza delle varie richieste all’interno del medesimo “contenitore processuale” pone un problema di concorrenza fra le stesse e al tempo stesso di economia processuale, poiché si tratta di capire quale richiesta esaminare per prima evitando di compiere attività processuali non necessarie rispetto alle altre.

Nel prefigurarsi il problema, la legge delega – all’art. 2, comma 1°, lett. g) – prescrive di assegnare “priorità di trattazione” alle “proposte che comportino il superamento della crisi assicurando la continuità aziendale, anche tramite un diverso imprenditore” e di “riserva[re] la liquidazione giudiziale ai casi nei quali non sia proposta un’idonea soluzione alternativa”.

Si tratta, però, per scelta dello stesso legislatore delegante, di una gerarchia non assoluta.

Da un lato, la legge delega – conformemente all’attuale insegnamento della giurisprudenza sul principio di prevalenza ([26]) – fa salvi i “casi di abuso”; casi nei quali la priorità verrà meno, in quanto le proposte negoziali abusive, cioè avanzate con intento dilatorio, saranno da considerarsi inammissibili.

Dall’altro lato, la legge delega si cura di precisare che la “priorità di trattazione” delle proposte negoziali basate sulla continuità aziendale (anche indiretta) non sarà data ad ogni costo, ma solo a condizione (i) che dette proposte siano “funzionali al miglior soddisfacimento dei creditori” e (ii) che “la valutazione di convenienza sia illustrata nel piano”: ciò a dimostrazione (almeno al di fuori dell’amministrazione straordinaria, ove il valore della conservazione dell’impresa è preponderante) che la finalità del soddisfacimento dei creditori rimarrà, anche di fronte alla lusinga della continuità aziendale, il “perno” del sistema ([27]).

Nella prassi applicativa dovrebbe essere abbastanza agevole verificare, secondo i criteri indicati, a quale richiesta debba essere accordata “priorità di trattazione”, dal momento che ordinariamente si contrappongono la (prioritaria) soluzione pattizia, conservativa o liquidatoria, proposta dal debitore e la (residuale) soluzione della liquidazione giudiziale, proposta dal p.m. e/o da uno o più creditori. Qualche complessità avrebbe potuto prevedersi se il legislatore avesse disposto l’introduzione della legittimazione del terzo a domandare il concordato preventivo, poiché in presenza di una simile domanda si sarebbe trattato di comparare la soluzione proposta dal debitore, quella proposta dal terzo (o dai terzi) e le istanze di liquidazione giudiziale. Analoghe complessità non dovrebbero scaturire, invece, dal meccanismo delle proposte concorrenti, dato che esse – almeno a legislazione vigente – sono accessorie alla domanda del debitore ed “entrano in gioco” solo dopo l’ammissione al concordato.

Per quanto concerne il profilo soggettivo, l’esigenza che si pone riguarda gli “esiti” del procedimento: se appare coerente che, sul piano per così dire diagnostico, vi siano regole comuni per l’accertamento dello “stato di crisi o di insolvenza del debitore”, bisognerà evitare che, sul piano per così dire terapeutico, si trattino in modo eguale situazioni fra loro diverse (qualcuno dice, con metafora calzante, che il procedimento sta al tronco come i suoi esiti stanno ai rami).

In questa prospettiva, s’invita il legislatore delegato a far uso dell’ars distinguendi, “disciplinando distintamente i diversi esiti possibili” dell’unico procedimento e “tenendo conto” – nell’ambito del proprio esercizio discretivo – “delle peculiarità soggettive e oggettive” delle varie categorie di debitori [art. 2, comma 1°, lett. e), legge delega]. Insomma, le variabili della struttura, dell’attività esercitata e delle dimensioni del debitore, irrilevanti là dove si tratta di assoggettarlo al procedimento, rientreranno in scena nelle valutazioni che il Governo dovrà compiere per disegnare gli esiti dello stesso.

In tal senso un’indicazione abbastanza precisa è data – con riferimento alle dimensioni dell’impresa – dallo stesso legislatore delegante, che prescrive di assimilare la sorte degli imprenditori che dimostrino di non raggiungere le soglie di fallibilità ex art. 1, comma 2°, L.F. a quella riservata ai debitori civili, professionisti e consumatori.

La riforma potrebbe, poi, riservarci – e qui viene in considerazione la variabile dell’attività esercitata – una novità di non scarso momento con riferimento alla sorte dell’imprenditore agricolo. Come noto, esso – che si tratti d’impresa individuale oppure collettiva – è oggi sottratto al fallimento e al concordato preventivo, ma tale sottrazione è ormai contestata per mancanza di razionalità (e ciò specialmente dopo l’ampliamento della nozione di impresa agricola operata con il d.lgs. n. 228/2001, che ha nettamente modificato l’art. 2135 c.c.); il Governo, pertanto, potrebbe decidere di non separare più il destino dell’imprenditore agricolo da quello dell’imprenditore commerciale. Una simile novità consentirebbe al diritto nazionale di allinearsi agli obiettivi indicati dalla proposta di direttiva UE del 22 novembre 2016, la quale – se da una parte non si occupa dell’ambito soggettivo delle procedure di liquidazione – dall’altra parte prevede che l’accesso agli strumenti di ristrutturazione sia consentito a tutti gli imprenditori, indipendentemente (dalle dimensioni e) dall’attività svolta ([28]).

4.(Segue) Legittimazione attiva; competenza; regole procedurali.

Nel dettare le “grandi linee” del “procedimento di accertamento dello stato di crisi o di insolvenza” di nuova introduzione, il legislatore delegante concentra l’attenzione: (i) sulle regole di legittimazione ad agire; (ii) sulle regole di competenza; (iii) sulle regole procedurali.

Quanto al primo aspetto, le novità riguardano l’allargamento, per un verso, della cerchia dei soggetti legittimati e, per altro verso, del raggio d’azione del p.m. (soggetto già legittimato in base alle norme attuali). Si prevede, sotto il primo profilo, di attribuire la legittimazione (anche) ai “soggetti con funzioni di controllo e di vigilanza sull’impresa” e, sotto il secondo profilo, di ammettere l’iniziativa del p.m., non solo nei casi contemplati dal vigente art. 7 L.F., bensì “in ogni caso in cui egli abbia notizia di uno stato d’insolvenza” [art. 2, comma 1°, lett. d), legge delega].

Per quanto concerne la prima novità, la ratio pare essere quella di consentire la domanda a chi, controllando e vigilando sull’impresa, potrebbe essere in grado (prima e meglio dei creditori e del p.m.) di conoscere lo stato di decozione: la latitudine dell’espressione utilizzata, anzi, pare lasciar campo al Governo per annoverare fra i legittimati anche agli organi di controllo esterno (revisori legali dei conti e forse, nel caso di società con azioni quotate, la Consob) ([29]). Per quanto concerne la seconda novità, la volontà del legislatore è invece quella di superare i limiti posti dall’attuale art. 7 L.F. all’iniziativa del p.m., in coerenza con l’esigenza di “tutela di interessi di natura pubblica” cui è preordinata, per così dire naturalmente, la legittimazione ad agire del p.m. ([30]).

Non è tuttavia chiaro quale potrà essere l’ambito dell’iniziativa dei nuovi legittimati. Se è certo che il p.m. sarà legittimato solo in caso d’insolvenza, e soltanto se l’insolvenza riguardi il debitore che rivesta la qualifica d’imprenditore [art. 9, comma 1°, lett. h), legge delega], non è dato sapere come sarà configurata l’iniziativa dei “soggetti con funzioni di controllo e di vigilanza sull’impresa”: in particolare, non è indicato se essa sarà data, oltre che per domandare la liquidazione giudiziale in presenza di uno “stato di insolvenza”, anche al fine del mero “accertamento dello stato di crisi” (come si potrebbe desumere dalla formulazione letterale della legge delega) ([31]).

Quanto al secondo aspetto (regole di competenza), la delega si propone innanzitutto, “ai fini della disciplina della competenza territoriale”, il recepimento della nozione di “centro degli interessi principali” [art. 2, comma 1°, lett. f), legge delega]. La nozione di “centro degli interessi principali” è oggi contemplata dal Regolamento UE n. 848/2015: si tratta del luogo in cui il debitore esercita la gestione dei propri interessi in modo abituale e riconoscibile dai terzi e che – ove si tratti di persona giuridica o società – viene fatto coincidere, fino a prova contraria, con il luogo della sede statutaria (art. 3, § 1, del Regolamento). Il recepimento della nozione di “centro degli interessi principali” dovrebbe comportare l’eliminazione della regola posta dai vigenti artt. 9, comma 2°, e 161, comma 1°, L.F.: nel diritto europeo, ad evitare lo spostamento della competenza, non basta che il trasferimento della sede sia avvenuto in un arco temporale prestabilito prossimo alla domanda di apertura della procedura, ma occorre la dimostrazione che il “centro degli interessi principali” sia effettivamente rimasto nel luogo della vecchia sede (detta dimostrazione è stata in questi casi facilitata dalla disapplicazione della presunzione di coincidenza fra “centro degli interessi principali” e sede statutaria, ma non può mancare).

Nel disegno della riforma ad un determinato “centro degli interessi principali” non corrisponderà sempre lo stesso tribunale, ma bisognerà porre attenzione – se il debitore riveste la qualifica d’imprenditore – alle dimensioni dell’impresa: le procedure relative alle imprese in amministrazione straordinaria e ai grandi gruppi insolventi saranno accentrate presso i tribunali che sono sede delle sezioni specializzate in materia d’impresa (non è dato sapere, però, se esse saranno anche devolute a dette sezioni specializzate), mentre le procedure relative alle imprese che non ricadono sotto le soglie di fallibilità di cui all’art. 1, comma 2°, L.F. saranno devolute – nonostante la contraria opinione espressa dai dottori commercialisti durante le consultazioni ([32]) – ad una serie ristretta di tribunali che spetterà al Governo eleggere sulla base di taluni parametri prestabiliti [art. 2, comma 1°, lett. n), legge delega].

Questo vuol dire che la competenza non si determinerà più sulla base del mero criterio territoriale, ma anche sulla base del tipo di debitore (operandosi una distinzione fra imprenditori e altri debitori) e dei suoi parametri dimensionali (operandosi una distinzione fra grandi, medie e piccole imprese). I riformatori hanno di mira l’esigenza – posta in rilievo anche nell’ambito della proposta di direttiva UE – di “specializzazione dei giudici addetti alla materia concorsuale” ([33]), anche se non possono sottacersi i riflessi che la pluralità di competenze verosimilmente avrà in termini di aumento delle questioni d’incompetenza.

Quanto al terzo aspetto (regole procedurali), la legge delega – ancora all’art. 2, comma 1°, lett. d) – prescrive, in via generale, che il nuovo modello processuale sia adottato “in conformità all’articolo 15” dell’attuale legge fallimentare (ossia, al vigente procedimento per la dichiarazione di fallimento) ed abbia “caratteristiche di particolare celerità, anche in fase di reclamo”. In questo contesto, viene affidato al Governo il compito, per un verso, di “specifica[re]” la disciplina delle misure cautelari e, per altro verso, di “armonizza[re] il regime delle impugnazioni, con particolare riguardo all’efficacia delle pronunce rese avverso i provvedimenti di apertura della procedura di liquidazione giudiziale ovvero di omologazione del concordato”.

Per ciò che attiene all’opera di “specificazione” – ferma, ci pare, la disciplina protettiva propria della fase introduttiva di concordato e accordi [cfr., in argomento, gli artt. 5, comma 1°, lett. c), e 6, comma 1°, lett. b), legge delega] – l’occasione sarà propizia per risolvere molte delle tematiche emerse, nel corso di più di un decennio, nell’interpretazione dell’art. 15, comma 8°, L.F., in ordine sia alla tipologia delle misure adottabili (è indubbiamente generica la locuzione “provvedimenti cautelari o conservativi”, attualmente utilizzata) sia al procedimento da seguire (occorrendo chiarire i limiti di applicabilità, ex art. 669-quaterdecies c.p.c., del rito cautelare c.d. uniforme, con particolare riferimento alla reclamabilità dei provvedimenti). Senz’altro utile è poi l’estensione della competenza “anche alla corte di appello”, con previsione che pare essere stata pensata essenzialmente per il reclamo contro il decreto di rigetto dell’istanza di fallimento.

Per ciò che attiene all’opera di “armonizzazione”, lo specifico riferimento della legge delega è alla sentenza di revoca del fallimento (resa avverso la sentenza di fallimento) e, rispettivamente, al provvedimento di diniego dell’omologazione (reso avverso il decreto d’omologazione): la sentenza di revoca produce immediatamente i relativi effetti o bisogna attenderne il passaggio in giudicato? Specularmente, l’efficacia del diniego è, o no, subordinata all’esito delle impugnazioni?

Il diritto vivente risponde in maniera disarmonica a questi interrogativi, dal momento che la Corte di Cassazione pare attribuire carattere ultra-attivo alla sentenza di fallimento ([34]), laddove lo nega al decreto d’omologazione: sembra, perciò, che il concordato possa avviarsi solo se la revoca del fallimento sia diventata definitiva, laddove il fallimento può dichiararsi anche se contro il diniego dell’omologazione non siano ancora stati esauriti i mezzi d’impugnazione; ciò che comporta il trasferimento delle censure contro il diniego dell’omologazione nel giudizio eventualmente promosso per la revoca della sentenza di fallimento frattanto pronunciata ([35]).

Ecco, allora, che si tratta di ricomporre la dissimmetria, cioè appunto di “armonizzare” il sistema.

Una parte della dottrina ([36]) – raccogliendo quest’anelito all’“armonizzazione” del sistema – si esprime, già de jure condito, a favore dell’ultra-attività non solo, come ritenuto dalla Corte di Cassazione, della sentenza di fallimento ma anche, come affermato da una parte della giurisprudenza di merito ([37]), del decreto d’omologazione: non tanto perché ciò abbia una base di diritto positivo (che è largamente incerta e probabilmente assente già solo per quanto attiene alla sentenza di fallimento) ([38]), quanto perché questa soluzione eviterebbe gli inconvenienti pratici derivanti dall’annullamento della decisione di secondo grado da parte della Cassazione (argumentum ab inconvenienti).

A chi scrive pare però, almeno de jure condito, che l’opzione consistente nel negare l’ultra-attività – pure affacciatasi in giurisprudenza ([39]) e in dottrina ([40]) – sia in fin dei conti preferibile, poiché il legislatore – nel prevedere l’efficacia immediata della sentenza di fallimento e del decreto di omologazione (cfr. gli attuali artt. 16, comma 2°, L.F. e 180, comma 5°, L.F.) – già deroga al principio per cui gli effetti costitutivi si producono solo col passaggio in giudicato; ed è ragionevole pensare – in applicazione della regola dell’efficacia immediata della pronuncia di grado superiore – che detti effetti non possano continuare a prodursi se un giudice di grado superiore (nella fattispecie la Corte d’appello, in sede di reclamo) si sia espresso in senso contrario al precedente accertamento costitutivo.

È vero che l’opposta conclusione consentirebbe di evitare gli inconvenienti pratici cui si è accennato, ed è vero anche che nell’ordinamento processuale vi sono casi nei quali il legislatore ha fatto eccezione alla regola dell’efficacia immediata della pronuncia di grado superiore ([41]); tuttavia, se da un lato le disposizioni eccezionali non si dovrebbero applicare oltre i casi e i tempi in essi considerati, dall’altro lato si verificherebbero inconvenienti pratici anche accogliendo l’opposta soluzione, posto che – in caso d’inammissibilità o rigetto del ricorso per cassazione – il fallimento e, rispettivamente, il concordato (anche in considerazione dei tempi del giudizio di legittimità) sarebbero nel frattempo andati avanti per anni, a scapito, l’uno, del diritto del debitore al concordato e, l’altro, dell’interesse generale alla liquidazione giudiziale.

A ciò si aggiunga che è ragionevole presumere che gli inconvenienti pratici dell’ultra-attività siano più frequenti di quelli della non ultra-attività, poiché nel secondo caso vi è la pronuncia di un giudice di grado superiore, la quale dovrebbe essere, in teoria, più resistente – al cospetto della Suprema Corte – rispetto a quella del giudice di grado inferiore.

([1]) Questo saggio riproduce, con alcuni approfondimenti e l’aggiunta delle note, la relazione svolta a Varese il 30 novembre 2017 nell’incontro dal titolo “La riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza”, organizzato dal Consiglio dell’ODCEC di Varese in collaborazione con il Dipartimento di Diritto, Economia e Culture dell’Università degli Studi dell’Insubria.

([2]) Cfr. sul punto, per tutti, Nigro-Vattermoli, Diritto della crisi delle imprese, Bologna, 2017, pag. 359.

([3]) Cfr., da ultimo, il documento dal titolo “Osservazioni e proposte del Consiglio Nazionale dei Commercialisti e degli Esperti Contabili” dell’8 giugno 2016, in www.cndcec.it, § 1, ove viene fatto rinvio alle linee guida emanate dal medesimo Consiglio Nazionale.

([4]) In linea di massima si tratterà di capire se, nel concetto di “probabilità di futura insolvenza”, oltre alle situazioni di “insolvenza reversibile” e di “rischio d’insolvenza” (inteso come impossibilità di far fronte ai debiti di prossima scadenza), rientreranno – e in che modo – anche le situazioni di “sbilancio patrimoniale” e di “riduzione del patrimonio netto al disotto del minimo legale”, mentre sembra da escludere che vi rientrerà la perdita della capacità reddituale (c.d. “declino”). Per questa utile classificazione cfr. Guglielmucci, Diritto fallimentare, Torino, 2017, pag. 332-333.

([5]) Cfr., anche per una visione d’insieme sull’ordinamento transalpino, Jorio A., Legislazione francese, Raccomandazione della Commissione europea, e alcune riflessioni sul diritto interno, in Fall., 2015, pag. 1070 e segg., spec. 1072-1073.

([6]) Cfr. Stanghellini L., La proposta di Direttiva UE in materia d’insolvenza, in Fall., 2017, pag. 873 e segg. L’Autore rileva – pag. 875 – che “non pare espressamente vietato che agli strumenti [per la ristrutturazione] acceda anche l’imprenditore già insolvente”, ma in tal caso l’imprenditore già insolvente dovrà essere in grado di soddisfare tutte le obbligazioni che sorgono nel periodo successivo.

([7]) Cfr. Stanghellini L., La crisi di impresa fra diritto ed economia, Bologna, 2007, pag. 241, ove si pone in luce come l’obiettivo del concordato preventivo e degli analoghi strumenti previsti nelle legislazioni estere sia proprio quello di spingere il debitore a rivelare il proprio stato di crisi tempestivamente, ossia quando detto stato non sia ancora sfociato nell’insolvenza.

([8]) Uno stimolo ad accedere agli strumenti di ristrutturazione prima di incappare nello “stato d’insolvenza”, anche se di portata inferiore, avrebbe potuto essere costituito dalla legittimazione del terzo a presentare domanda di concordato, giacché il debitore, di fronte al rischio di essere espropriato in caso di insolvenza, sarebbe stato incentivato a porre rimedio alla propria crisi prima che essa diventasse, appunto, insolvenza. La legittimazione del terzo fu ipotizzata dalla Commissione ministeriale e approvata dal Governo – cfr. art. 6, comma 1°, lett. b), dello schema di d.d.l. elaborato dalla Commissione ministeriale, in www.fallimentiesocieta.it; art. 6, comma 1°, lett. b), dello schema di d.d.l. presentato dal Governo alla stampa in data 11 febbraio 2016, in Fall., 2016, pag. 253 e segg. – ma non è riuscita a reggere alla prova parlamentare, probabilmente anche in ragione dei timori d’illegittimità costituzionale che la circondavano. Ne consegue che, ove il Governo intendesse lasciare concordato preventivo e accordi di ristrutturazione anche a disposizione del debitore insolvente, il solo ragionevole incentivo ad affrontare tempestivamente la crisi continuerebbe ad essere costituito – al di là delle procedure di allerta cui si è accennato – dal meccanismo delle proposte concorrenti, poiché esse non sono ammissibili se la proposta del debitore assicuri una percentuale minima (art. 163, comma 5°, periodo 1°, L.F.), la quale potrebbe non essere assicurabile in presenza di uno “stato d’insolvenza”.

([9]) Trib. Udine, 9 luglio 2009, in www.unijuris.it.

([10]) Corte Cost., 15 luglio 2003, n. 240, in www.giurcost.org.

([11]) Corte Cost., 9 luglio 2013, n. 184, in www.giurcost.org.

([12]) Cfr. la relazione della Commissione ministeriale, anche in www.fallimentiesocieta.it, § 2.2.

([13]) Per questa constatazione v. anche, di recente, Cass., Sez. un., 28 dicembre 2016, n. 27073, in Fall., 2017, pag. 537, con nota di Pagni.

([14]) Cfr. la relazione della Commissione ministeriale, loc. ult. cit.

([15]) Cfr. Cass., Sez. un., 15 maggio 2015, nn. 9935 e 9936, in Fall., 2015, pag. 900, con note di De Santis F. e Pagni, secondo cui sussiste una relazione di incompatibilità tra l’istanza di fallimento e quella di concordato preventivo, pur essendo entrambe volte al regolamento della crisi.

([16]) Cfr., in un simile ordine d’idee, De Santis F., Il processo uniforme per l’accesso alle procedure concorsuali, in Fall., 2016, pag. 1045 e segg., spec. 1048-1052; Pagni, I modelli processuali nella riforma delle procedure concorsuali, in www.ilcaso.it, 2016, pagg. 10-13.

([17]) O addirittura, come direbbe De Santis F., Il processo uniforme, cit., pag. 1052, “all’antico”.

([18]) Cfr. Cass., Sez. un., 15 maggio 2015, n. 9934, in Fall., 2015, pag. 898.

([19]) Cfr. Corte Costituzionale, ord., 27 settembre 2017, n. 222, in www.giurcost.org.

([20]) Cfr., ancora, Corte Cost., 15 luglio 2003, n. 240, cit.

([21]) Diverso, e meno problematico, potrebbe essere il caso in cui la situazione d’insolvenza sia stata eventualmente accertata nel provvedimento, successivo all’ammissione, che abbia sancito l’aborto del percorso concordatario.

([22]) Trib. Treviso, decr., 28 luglio 2017, in www.ilcaso.it.

([23]) Cfr. ancora Cass., Sez. un., 15 maggio 2015, nn. 9935 e 9936, cit.

([24]) Cfr. la relazione della Commissione ministeriale, § 2.2. Interessante osservare che già a diritto vigente, sulla spinta delle sentenze nn. 9935 e 9936/2015 delle Sezioni unite (nonché della prospettata riforma), c’è chi parla – precorrendo i tempi – di “procedimento giudiziale unitario di regolazione della crisi di impresa”: Bellè, Istruttoria prefallimentare e trattazione giudiziale dell’insolvenza di impresa, in Jorio (a cura di), Fallimento e concordato fallimentare, Torino, 2016, I, pag. 617.

([25]) Discorre di “universalità” anche Arato, La riforma organica delle procedure concorsuali nel disegno di legge delega elaborato dalla Commissione Rordorf, in Cagnasso-Panzani, Crisi d’impresa e procedure concorsuali, 2016, III, pag. 4544.

([26]) Cfr. sempre Cass., Sez. un., 15 maggio 2015, nn. 9935 e 9936, cit.

([27]) Ciò a differenza di quanto si prevedeva nel disegno di legge delega e, prima, nello schema elaborato dalla Commissione: cfr. l’art. 2, comma 1°, lett. g), dello schema di d.d.l. elaborato dalla Commissione ministeriale, in www.fallimentiesocieta.it, e, successivamente, l’art. 2, comma 1°, lett. g), dello schema di d.d.l. presentato dal Governo alla stampa in data 11 febbraio 2016, in Fall., 2016, pag. 253 e segg., i quali assegnavano priorità alle proposte basate sulla continuità aziendale (anche indiretta) a prescindere dalla circostanza che esse realizzassero il miglior soddisfacimento dei creditori. Aveva sul punto sollevato osservazioni critiche Fabiani M., Di un ordinato ma timido disegno di legge delega sulla crisi d’impresa, in Fall., 2016, pag. 261, spec. 264-265.

([28]) Cfr. Stanghellini L., La proposta di Direttiva UE, cit., spec. pag. 878.

([29]) Per l’inclusione, fra i legittimati, dei revisori esterni cfr. Arato, La riforma organica, cit., pag. 4543.

([30]) Cfr. la relazione della Commissione ministeriale, § 2.2. Con riguardo alla legittimazione ad agire si segnalano, poi, l’art. 3, comma 3°, lett. c), n. 4, legge delega (potere del curatore – preposto alla procedura di liquidazione giudiziale di gruppo – di promuovere l’accertamento dello stato d’insolvenza delle imprese del gruppo non ancora assoggettate alla procedura di liquidazione giudiziale) e l’art. 15, comma 1°, lett. b), legge delega (legittimazione delle autorità amministrative di vigilanza a domandare l’apertura della procedura di liquidazione giudiziale).

([31]) Sull’opportunità di distinguere la posizione dei sindaci da quella dei revisori, tenuto conto della differenza delle rispettive posizioni, cfr. il documento dal titolo “Osservazioni e proposte del Consiglio Nazionale dei Commercialisti e degli Esperti Contabili” dell’8 giugno 2016, cit., pag. 4.

([32]) Cfr., da ultimo, il documento dal titolo “Osservazioni e proposte del Consiglio Nazionale dei Commercialisti e degli Esperti Contabili” dell’8 giugno 2016, cit., pagg. 4-5.

([33]) Cfr. la relazione della Commissione ministeriale, § 2.1. Sul tema cfr., in letteratura, Vella P., Competenza e specializzazione del Giudice delle nuove procedure concorsuali, in Arato-Domenichini, Le proposte per una riforma della legge fallimentare, Milano, 2017, pag. 147.

([34]) Cfr., fra le ultime, Cass., 29 luglio 2014, n. 17191, in Fall., 2015, pag. 993; Cass., 27 maggio 2013, n. 13100, in Fall., 2014, pag. 163, con nota di Bettazzi; Cass., Sez. un., 1° febbraio 2012, n. 1418, in Fall., 2012, pag. 552, con nota di De Santis F.

([35]) In questi termini, Cass., Sez. un., 10 aprile 2017, n. 9146, in Dir. fall., 2017, II, pag. 1198, con nota di Turroni.

([36]) Cfr., di recente, Turroni, Il ‘concorso tra le impugnazioni’ nell’intreccio fra omologazione del concordato preventivo e fallimento, in Dir. fall., 2017, pag. 1201 e segg.; Motto, Gli effetti del provvedimento di revoca della corte d’appello sul decreto di omologazione del concordato preventivo (un’analisi alla luce dei principi generali), in Nuove leggi civ. comm., 2016, pag. 129 e segg.

([37]) Cfr. Trib. Rovereto, decr., 17 luglio 2015, in www.ilcaso.it; Trib. Milano, decr., 14 luglio 2008, in Dir. fall., 2009, II, pag. 107, con nota di Brenca.

([38]) Cfr., di recente, Turroni, Il ‘concorso tra le impugnazioni’, cit., pagg. 1205-1206, il quale sottolinea in particolare come l’ultra-attività della sentenza di fallimento non possa essere fatta discendere dall’art. 119, comma 5°, L.F.: detta disposizione, col prevedere che le disposizioni esecutive per la chiusura del fallimento sono impartite “a seguito del passaggio in giudicato della sentenza di revoca del fallimento”, non riguarda invero gli effetti diretti della revoca sulla sentenza di apertura del concorso.

([39]) Cfr. App. Genova, ord., 12 marzo 2014, inedita, ma citata da Motto, Gli effetti del provvedimento di revoca, cit., pag. 131.

([40]) Cfr., di recente, Bellè, Istruttoria prefallimentare, cit., pagg. 627-628.

([41]) Cfr. Motto, Gli effetti del provvedimento di revoca), cit., pagg. 135-143.

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