PRIME IMPRESSIONI SUI PROFILI PROCESSUALI DELLA RESPONSABILITÀ SANITARIA• (legge 8 marzo 2017, n. 24)

Di Giuseppe Olivieri -

1. La responsabilità sanitaria. La legge 8 marzo 2017, n. 24 ha inserito nel genus responsabilità civile (contrattuale ed extracontrattuale) la species responsabilità sanitaria.

La responsabilità sanitaria nasce dalla violazione del diritto alla sicurezza delle cure, parte costitutiva del diritto alla salute (art. 1, 1° comma) e si definisce per l’agente (struttura sanitaria o socio sanitaria, pubblica o privata; esercenti professioni sanitarie) e per la condotta (esecuzione di prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale).

Le definizioni s’integrano reciprocamente: l’esecuzione di prestazioni sanitarie ecc. fa sorgere la responsabilità sanitaria. Anche se l’agente (si pensi al portantino, al manovale, all’autista dell’ambulanza che collabori con i paramedici: evidentemente le responsabilità collegate alla guida del mezzo sono fuori della responsabilità sanitaria) non sia inquadrato nell’organico della struttura sanitaria, è sufficiente che in concreto eserciti o abbia esercitato, anche soltanto nell’occasione che ha determinato il danno, prestazioni sanitarie.

L’indicazione delle finalità cui sono collegate le prestazioni sanitarie (art. 5, 1° comma) non ha carattere esaustivo, trattandosi di un’elencazione aperta, tale da ricomprendere qualsiasi attività collegata al diritto alla salute.

La legge 24/2017 non s’è limitata alla disciplina sostanziale – comunque destinata a influenzare il percorso processuale (si pensi al possibile concorso in un unico processo della responsabilità contrattuale con quella extracontrattuale) – ma ha dettato una disciplina processuale con caratteri di specialità rispetto a quella ordinaria.

Nel sistema scaturito dal rilievo normativo accordato alla responsabilità sanitaria, chi ritenga leso il suo diritto alla sicurezza delle cure può scegliere tra l’azione diretta nei confronti dell’impresa assicuratrice della struttura o dell’esercente la professione sanitaria (naturalmente entro i limiti del massimale) e l’azione volta a far valere il diritto nei confronti della struttura o del professionista sanitario responsabili dell’evento.

Inoltre, qualora l’azione contro l’impresa assicuratrice sia impraticabile (o quando si chieda la liquidazione di danni superiori al massimale), il danneggiato può chiedere il risarcimento del danno all’apposito Fondo di garanzia (art. 14).

In ogni caso il rito – speciale rispetto a quello ordinario – si caratterizza, nell’evidente tentativo di rendere effettiva la tutela giurisdizionale, per l’appartenenza alla giurisdizione condizionata.

La legge 24/2017 s’è pure preoccupata di regolare l’azione di rivalsa nei confronti del responsabile per così dire immediato, vale a dire l’esercente la professione sanitaria, proponibile sia dalla struttura che s’era avvalsa della sua opera (art. 7, 1° e 2° comma) che dall’impresa assicuratrice (tenuta al risarcimento a seguito dell’azione diretta, ovvero per effetto della chiamata in giudizio nel giudizio promosso a norma dell’art. 8).

A tutto ciò va aggiunta la possibilità di esercitare l’azione civile nel processo penale (art. 74 c.p.p.) per il reato p. e p. dall’art. 590 sexies c.p. In tal caso l’osservanza delle raccomandazioni stabilite dalle linee guida esclude la punibilità (art. 590 sexies, 2° comma, c.p.), ma non il reato e perciò l’illecito civile, sicché non viene meno il diritto del danneggiato al risarcimento del danno secondo le regole dettate per la tutela della responsabilità sanitaria.

L’azione civile nel processo penale – in analogia a quanto stabilito dall’art. 3, 3° comma, lett. e dell’art. 3 del d.lgs. 12 settembre 2014, n. 132 per l’azione risarcitoria da sinistro stradale – non esige il rispetto delle condizioni di proponibilità imposte dall’art. 8, 1° comma (soltanto) per l’azione esercitata innanzi al giudice civile.

2. Le condizioni di procedibilità della domanda. La mediazione. L’azione di risarcimento del danno derivante da responsabilità sanitaria è sottoposta alla condizione di procedibilità della preventiva proposizione del ricorso per la consulenza tecnica ai fini della composizione della lite (art. 696 bis c.p.c.).

Questa condizione non è però esclusiva, l’azione essendo procedibile anche a seguito dell’esperimento del procedimento di mediazione (generale) regolato dall’art. 5, comma 1 bis del d.lgs. 28/2010.

Il ricorso alla consulenza tecnica di cui all’art. 696 bis c.p.c. (o quello, in alternativa, alla mediazione) non ammettono per così dire equipollenti. In particolare la negoziazione assistita (naturalmente sempre praticabile) non consente l’accesso diretto alla giustizia, dovendosi (in caso di esito negativo) in ogni caso chiedere la consulenza tecnica preventiva o la mediazione.

È questo – secondo me – il significato da attribuire alla singolare disposizione, anche dal punto di vista sintattico (in tali casi mal si collega alle proposizioni precedenti), del terzo periodo dell’art. 8, 2° comma, relativo all’inapplicabilità della disposizione che pone la negoziazione assistita quale condizione di procedibilità dell’azione di risarcimento del danno da circolazione dei veicoli e dei natanti.

L’alternativa consulenza tecnica in via preventivamediazione solleva subito un (peraltro semplice) problema di coordinamento. Non avrei dubbi sul fatto che il rinvio alla mediazione regolata dall’art. 5, comma 1 bis, del d.lgs. 28/2010 imponga l’operatività della disciplina completa dettata per quel procedimento e perciò anche del termine di mesi 3 stabilito dall’art. 6 del citato decreto legislativo.

Il minor tempo massimo concesso (tre mesi in luogo di sei) rispetto alla consulenza appare del tutto razionale, visto che nella mediazione non possono esercitarsi le indagini necessarie alla consulenza tecnica.

Per spiegare analogie e differenze fra il procedimento di mediazione e la consulenza tecnica compositiva basterà considerare che la mediazione rappresenta un procedimento stragiudiziale, autonomo rispetto al giudizio di merito. La consulenza tecnica – come vedremo – rappresenta invece un subprocedimento (giudiziale) dell’unico procedimento destinato al risarcimento del danno conseguente alla responsabilità sanitaria.

La conclusione è imposta dalla salvezza degli effetti della domanda (sostanziali e processuali) prodotti dal ricorso per la consulenza fino al passaggio in giudicato del provvedimento che definisce il giudizio in caso di instaurazione del giudizio di merito nel termine stabilito dall’art. 8, 3° comma.

In caso di mediazione, l’effetto interruttivo permanente (ma non quello istantaneo) si esaurisce con la conclusione del procedimento.

Per quanto riguarda il procedimento, nella mediazione non opera (a differenza di quanto deve ritenersi per la consulenza) la sospensione feriale dei termini e – richiedendo la mediazione sanitaria specifiche competenze tecniche – se l’organismo di mediazione si avvalga di consulenti (art. 8, 1° comma, d.lgs. 28/2010), è opportuno che essi siano scelti secondo i criteri dettati dall’art. 15 della legge 24/2017.

La mancata partecipazione al procedimento di mediazione – anche in materia sanitaria – comporta, a norma dell’art. 8, comma 4 bis, d.lgs. 28/2010 la condanna dell’assente (senza giustificato motivo) al pagamento di una somma pari all’importo del contributo unificato dovuto per il giudizio e la possibile valutazione quale argomento di prova (a sfavore dell’assente) nel successivo giudizio.

L’alternativa mediazione – ricorso alla consulenza compositiva si ripercuote anche sul procedimento da instaurare in caso di mancato accordo.

Infatti, la disciplina dell’art. 8, 3° comma, che – mediante la salvezza degli effetti della domanda assicurata dalla tempestiva proposizione della domanda – unifica la consulenza preventiva al giudizio, imponendo il ricorso di cui agli articoli 702 ss. c.p.c., è indissolubilmente legata alla utilizzazione del procedimento regolato dall’art. 696 bis c.p.c. (che potrebbe rendere superflue ulteriori indagini tecniche).

Pertanto, se il danneggiato ha chiesto (non la consulenza preventiva, ma) la mediazione, sarà libero di scegliere fra le forme ordinarie di cui agli articoli 163 ss. c.p.c. e quelle del rito sommario di cognizione.

Ho peraltro la sensazione che l’attore – onerato della prova – abbia interesse a utilizzare il procedimento ordinario, visto che in appello potrà servirsi anche di nuove prove, purché indispensabili (possibilità negatagli nel rito ordinario), ed è noto che secondo la recente sentenza delle sezioni unite 4 maggio 2017, n. 10790, l’indispensabilità può essere considerata anche in caso di colpevole decadenza dalla prova in primo grado.

Naturalmente (soprattutto quando non sorga la necessità di prove testimoniali e la consulenza non si manifesti di estrema complessità) nulla impedisce al giudice di ordinare la conversione del rito ordinario in sommario, a norma dell’art. 183 bis c.p.c.

3. Il ricorso al procedimento di cui all’art. 696 bis c.p.c. È indubbio che il legislatore (art. 8) abbia voluto in via preferenziale disegnare il procedimento col quale si esercita l’azione per il risarcimento del danno da responsabilità sanitaria come un procedimento bifasico, articolato nella fase della consulenza, cui – in caso di mancato accordo – segua il procedimento destinato a chiudersi con pronuncia sul diritto al risarcimento del danno idonea al giudicato sostanziale (e, prima ancora, a offrire un titolo esecutivo all’avente diritto).

Il procedimento è chiaramente modellato sull’art. 445 bis, c.p.c., che pure impone la previa consulenza nelle controversie (previdenziali) «in materia d’invalidità civile, cecità civile, sordità civile, handicap e disabilità, nonché di pensione di inabilità e di assegno d’invalidità».

La scelta – sul piano sistematico e in funzione dell’economia processuale – mi pare razionale e mi trova d’accordo. Del resto, all’indomani dell’introduzione del rito sommario di cognizione, rilevavo come, nelle controversie in cui assumono valore più che decisivo le indagini tecniche, il rito sommario si coniugasse perfettamente col procedimento regolato dall’art. 696 bis c.p.c.

Nessun dubbio sulla legittimità costituzionale del dovere di far precedere la domanda dal ricorso ai sensi dell’art. 696 bis c.p.c., trattandosi (art. 8, 2° comma) di una condizione di procedibilità (non di proponibilità) posta nell’interesse generale all’effettività della tutela giurisdizionale e che non ritarda notevolmente, né rende gravoso, il ricorso alla tutela giurisdizionale cognitiva.

A differenza di altre ipotesi di giurisdizione condizionata (perciò ho parlato di articolazione bifasica), anche il procedimento destinato a evitare la controversia da decidere con efficacia di giudicato è affidato all’autorità giudiziaria ordinaria. La legge, anzi, s’è preoccupata di garantire l’identità del giudice del merito con quello della fase preventiva (cfr. art 8, 3° comma), da intendere innanzitutto quale identità dell’ufficio giudiziario. Riterrei comunque opportuno assicurare l’identità personale del giudicante, vista l’interdipendenza delle due fasi.

Il procedimento inizia col ricorso presentato ai sensi dell’art. 693 c.p.c. al giudice competente per il merito, individuato secondo i normali criteri del valore e territorio. Peraltro, c’è da confermare l’operatività del foro del consumatore quando non sia controversa la natura privatistica del rapporto paziente – struttura e/o professionista sanitario (e anche in talune ipotesi di esercizio intramurario della professione), secondo i principi da tempo enunciati dalla giurisprudenza.

Al deposito seguirà il decreto di fissazione dell’udienza di comparizione delle parti, col termine per la notificazione del ricorso e del decreto, secondo lo schema consueto.

Poiché l’art. 696 bis c.p.c. non ha natura cautelare, la nomina del consulente o dei consulenti dovrà necessariamente avvenire a contraddittorio instaurato. Naturalmente, l’obbligo di proporre il ricorso a norma dell’art. 696 bis c.p.c. non esclude – ricorrendo gli estremi – l’utilizzabilità dei procedimenti cautelari.

Il ricorso deve naturalmente contenere la domanda che s’intende proporre ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c., domanda che potrà essere ampliata o modificata col successivo ricorso. Non potranno aggiungersi domande nuove, dovendosi precisare che la novità dovrà essere valutata alla stregua della distinzione fra mutatio ed emendatio elaborata da Cass., sez. un., 15 giugno 2015, n. 12310, secondo cui «la modificazione della domanda ammessa a norma dell’art. 183 c.p.c. può riguardare anche uno o entrambi gli elementi oggettivi della stessa (petitum e causa petendi), sempre che la domanda così modificata risulti comunque connessa alla vicenda sostanziale dedotta in giudizio e senza che, perciò solo, si determini la compromissione delle potenzialità difensive della controparte, ovvero l’allungamento dei tempi processuali».

Nella materia della responsabilità sanitaria l’art. 15 sembra contemplare necessariamente un incarico di consulenza collegiale, esigendo la presenza del medico legale e dello specialista nella disciplina rilevante per il procedimento in corso. La previsione non sembra però inderogabile, visto che il collegio (almeno nei casi meno complessi) potrà limitare la nomina a un solo consulente.

D’altra parte, la nomina del collegio di consulenti non è prevista a pena di nullità, né la relazione di un unico esperto la rende inidonea allo scopo (sia quale consulenza percipiente che deducente), che resta quello di fornire al giudice gli elementi necessari per accertare i fatti rilevanti per la decisione e quelli idonei a stabilire la presenza di una condotta imperita, imprudente o negligente. Si aggiunga che – operando il giudice quale peritus peritorum – l’accoglimento delle conclusioni formulate da un solo c.t.u. in luogo del collegio prescritto dall’art. 15 non rende per ciò solo la motivazione inadeguata (o addirittura mancante).

Poiché la consulenza concerne non solo il quantum, ma anche l’an, il giudice già in questa fase dovrà escludere la non manifesta inammissibilità o infondatezza della domanda: a esempio, se ritenga il credito risarcitorio prescritto, dovrà rigettare il ricorso per la nomina dei consulenti.

A ben guardare, la conclusione non pregiudica la parte. Posto che l’osservanza della condizione di procedibilità è assicurata dalla proposizione (e non dall’accoglimento) del ricorso, il danneggiato potrà presentare il ricorso ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c. e in quella sede, sollecitare la nomina dei consulenti tecnici e, quindi, la decisione con efficacia di giudicato sulla fondatezza dell’eccezione di prescrizione.

L’obbligatorietà della partecipazione alla consulenza compositiva (sicché è imposto l’obbligo di costituzione nel relativo procedimento) – volta a favorire la bonaria composizione della lite – è assicurata dalla sanzione della condanna, indipendente dall’esito del giudizio, alla pena pecuniaria a favore (non dell’erario, ma) della parte che abbia partecipato al procedimento. Non posso fare a meno di sottolineare la singolarità (secondo uno schema noto al processo di common law) di una sanzione a beneficio dell’altra parte.

Qualora (per l’impossibilità di raggiungere l’accordo o per il mancato tempestivo deposito della relazione di consulenza tecnica) si debba (per ottenere il risarcimento) promuovere il giudizio, la proposizione della domanda – verificata la condizione di procedibilità – sarà sempre consentita, anche dopo 90 giorni dal deposito della relazione o dalla scadenza del relativo termine. La presentazione del ricorso ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c. entro i termini indicati aggiunge il beneficio della conservazione degli effetti sostanziali e processuali e, in particolare, l’operatività dell’effetto sospensivo della prescrizione dalla data di deposito del ricorso per la consulenza in via preventiva fino al passaggio in giudicato del provvedimento che definirà il giudizio.

Nonostante il silenzio della legge, la struttura bifasica del procedimento comporta che – ove il ricorso a norma dell’art. 702 bis c.p.c. sia depositato entro 90 giorni dal deposito del provvedimento d’inammissibilità o di rigetto – resti operante la conservazione degli effetti della domanda.

Per completezza, va detto che – ove il procedimento di cui all’art. 696 bis c.p.c. si estingua o sia definito con un provvedimento di non luogo a provvedere (a esempio per la mancata notificazione del ricorso introduttivo) – la condizione di procedibilità non risulta verificata e l’azione eventualmente proposta a norma dell’art. 702 bis c.p.c. sarà (temporaneamente) improcedibile.

La proposizione – all’esito della consulenza (o dopo la scadenza del termine) – della domanda risarcitoria con citazione (anziché col ricorso introduttivo del rito sommario di cognizione) non determina alcuna conseguenza, se non la necessità di modificare il rito, cui il giudice adito potrà provvedere a norma dell’art. 183 bis c.p.c. Naturalmente in questo caso la continuità degli effetti della domanda per la consulenza tecnica sarà assicurata dalla notificazione della citazione.

Nel procedimento regolato dall’art. 696 bis c.p.c. (e in quello eventuale e successivo promosso a norma dell’art. 7) la legittimazione passiva va attribuita alla struttura sanitaria o sociosanitaria che si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria (scelti o meno dal paziente, dipendenti o meno) e/o il sanitario dichiarati responsabili del danno subito.

L’espressione struttura va intesa come sintesi identificativa di un insieme del quale faccia parte qualsiasi organizzazione pubblica o privata, imprenditoriale o meno, unipersonale o societaria (di persone o di capitale), di associazione professionale, e non ha carattere innovativo, nel senso che per l’identificazione e la legittimazione processuale dovrà farsi capo alla relativa disciplina.

Il carattere innovativo dell’art. 7 sta invece nell’aver affermato la responsabilità della struttura per il solo fatto che in essa operi il sanitario, e nel settore privato, per il fatto che vengano effettuati pagamenti (ancorché limitati alla c.d. prestazione alberghiera) alla struttura. Mi sentirei di escludere soltanto l’ipotesi in cui il sanitario si limiti a utilizzare i locali – con regolare contratto – di proprietà della struttura.

La legittimazione passiva della struttura ricorre anche quando il danno sia stato prodotto dall’esercizio della libera professione intramuraria: ciò imporrà un maggiore controllo sull’attività svolta in siffatto regime.

È da ritenere opportuna – e perciò va ammessa – la chiamata dell’impresa assicuratrice fin dalla fase della consulenza in via preventiva: non solo questa partecipazione potrà favorire la composizione della lite, ma renderà la consulenza opponibile all’impresa nel successivo (eventuale) giudizio di merito.

Quanto affermato vale – cambiando quello che si deve – anche quando il paziente opti per l’azione diretta sancita dall’art. 12, giacché (operando il litisconsorzio necessario anche per il subprocedimento dedicato alla consulenza in via preventiva) il ricorso dovrà essere notificato (non solo all’impresa assicuratrice, ma) anche alla struttura e/o all’esercente la professione sanitaria.

4. L’azione diretta contro l’impresa assicuratrice. La legge 24/2017 ha aggiunto alla tutela esercitabile nei confronti del responsabile (struttura e/o esercente la professione sanitaria) l’azione diretta per chiedere (nei limiti del massimale) all’impresa assicuratrice il risarcimento del danno da liquidare secondo i medesimi criteri previsti nel caso dell’azione esercitata contro il responsabile (e, come si vedrà, anche quella nei confronti del Fondo di garanzia).

Alla tutela spettante a ciascun soggetto a norma dell’art. 24, 1° comma, Cost. si affianca perciò quest’azione, che rientra nel novero di quelle (le azioni dirette) – esercitabili nei soli casi previsti dalla legge – che possono proporsi non contro il soggetto obbligato, ma nei confronti di un terzo, a sua volta obbligato nei confronti di chi agisce in giudizio.

L’azione è chiaramente ispirata a quella direttamente esperibile contro l’impresa assicuratrice del responsabile del danno dipendente da sinistri causati dalla circolazione di un veicolo o natante per il quale vi è obbligo di assicurazione (art. 144, d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209).

Presupposti generali dell’azione diretta sono l’obbligo di assicurazione fissato a carico delle strutture sanitarie e degli esercenti professioni sanitarie (manca però l’obbligo a contrarre delle imprese assicuratrici).

A queste esigenze hanno risposto gli articoli 10 e 11 (il quale ha imposto l’inserimento della clausola claim made nei contratti di assicurazione).

Va solo precisato – rilevando ciò ai fini dell’azione di rivalsa – che mentre le strutture sanitarie devono essere assicurate per i danni cagionati da condotte colpose o dolose dei sanitari a qualsiasi titolo intervenuti nel loro ambito sul paziente, i sanitari debbono essere assicurati soltanto per i danni cagionati da colpa grave.

Anche l’azione diretta è stata inserita nella giurisdizione condizionata, sicché anche quando la domanda sia proposta contro l’impresa assicuratrice opera la condizione di procedibilità del preventivo ricorso alla consulenza in via preventiva ovvero alla mediazione.

Nell’azione diretta esercitata contro l’impresa assicuratrice deve essere convenuto anche (fin dalla fase della consulenza preventiva o della mediazione) – secondo lo schema consueto alle azioni dirette – il responsabile assicurato (quindi la struttura o il sanitario), qualificati esplicitamente dall’art. 12, 4° comma, litisconsorti necessari.

Siffatta qualificazione comporta l’operatività di tutte le regole operanti per tale pluralità di parti: il dovere del giudice di ordinare l’integrazione del contraddittorio (art. 102, 2° comma, c.c.); la libera valutazione della confessione o del giuramento prestati da uno solo dei litisconsorti (articoli 2733, 3° comma, 2738, 3° comma, c.c.); la rimessione in primo grado qualora il difetto d’integrità del contraddittorio sia rilevato in sede d’impugnazione (articoli 354, 1° comma e 383, 3° comma, c.c); l’inscindibilità delle cause in sede d’impugnazione (art. 331 c.p.c.).

È però importante rilevare trattarsi di un litisconsorzio imposto (non dall’unicità del rapporto sostanziale plurisoggettivo, ma) dalla scelta propter opportunitatem del legislatore.

Nel caso di azione diretta contro l’impresa assicuratrice il rapporto danneggiatostruttura sanitaria e/o sanitario costituisce una questione pregiudiziale che il giudice – anche senza la partecipazione del responsabile avrebbe il potere – dovere di decidere, sia pure con efficacia incidenter tantum e perciò limitata all’impresa assicuratrice. Il legislatore ha imposto la partecipazione del responsabile al fine di far sì che la decisione abbia efficacia di giudicato anche nei confronti del responsabile.

La natura del litisconsorzio ha una non trascurabile rilevanza sul piano pratico. Infatti, in caso di mancata partecipazione del responsabile il giudicato eventualmente formatosi sarebbe comunque efficace, sia pure limitatamente all’impresa e al danneggiato.

La soluzione trova conferma nel dato normativo: l’art. 9, 3° comma, stabilisce che «la decisione pronunciata nel giudizio promosso contro la struttura sanitaria o contro l’impresa di assicurazione non fa stato nel giudizio di rivalsa se l’esercente la professione sanitaria non è stato parte del giudizio».

L’azione diretta contro l’impresa assicuratrice è assoggettata al medesimo termine di prescrizione stabilito per l’azione contro la struttura o l’esercente la professione sanitaria (art. 12, 6° comma).

5. L’azione di rivalsa. In realtà l’art. 9 contempla due diverse azioni di rivalsa: quella della struttura convenuta in giudizio nei confronti del sanitario responsabile e quella dell’impresa assicuratrice nei confronti dell’assicurato (azione di surrogazione). Potrebbe anche essere esercitata un’azione, per così dire, di rivalsa della rivalsa, a opera della struttura sanitaria che abbia dovuto rivalere l’impresa assicuratrice nei confronti dell’esercente la professione sanitaria.

Per le azioni di rivalsa (e di responsabilità amministrativa) da esercitare nei confronti del professionista sanitario è imposta alla struttura sanitaria o all’impresa assicuratrice, a pena di decadenza dall’azione, l’onere di comunicare allo stesso (mediante pec o raccomandata con avviso di ricevimento) – entro dieci giorni dalla notificazione dell’atto introduttivo – l’instaurazione del giudizio a loro carico, nonché l’avvio di trattative stragiudiziali col danneggiato, con l’invito a prendervi parte (art. 13).

Poiché la decadenza è impedita soltanto dalla tempestività e completezza delle comunicazioni indicate (art. 13, ultimo periodo), la cui funzione è quella di consentire all’esercente la professione sanitaria di esercitare il proprio diritto di difesa, ne consegue che vanno comunicati al sanitario:

1.a) il ricorso per la consulenza tecnica preventiva e la domanda di mediazione;

1.b) l’atto introduttivo del giudizio, nel termine di dieci giorni dalla notificazione della citazione, ovvero dalla notificazione del ricorso ai sensi dell’art. 702 bisp.c. con il decreto di fissazione dell’udienza;

1.c) qualsiasi avvio di trattative stragiudiziali, ancorché successivo alla notificazione di uno degli atti indicati, con l’invito a prendervi parte.

Quest’ultimo requisito, volto a far sottoscrivere l’eventuale transazione anche al sanitario, è coerente alla previsione dell’inopponibilità di qualsiasi intesa raggiunta in sua assenza al sanitario stesso (art. 9, 4° comma, c.p.c.).

Va ribadita la necessità di notificare, a pena di decadenza, tutti gli atti indicati, giacché l’omissione (o l’incompletezza) di uno solo di essi preclude l’ammissibilità dell’azione di rivalsa. Ciò suggerisce l’opportunità per le strutture o le imprese assicuratrici di acquisire precise e verificabili indicazioni della pec, non sempre ricavabile dal Reginde, ovvero l’elezione di domicilio ai fini della spedizione della raccomandata.

Il termine di dieci giorni (sulla cui razionalità ho dei dubbi) non può essere considerato (rivolgendosi a un soggetto estraneo al giudizio) un termine processuale, perciò insensibile alla sospensione feriale dei termini.

Si tratta, inoltre, di un termine di decadenza, sicché non operano le norme sull’interruzione e sulla sospensione della prescrizione, secondo quanto stabilito dall’art. 2966 c.c.; la natura disponibile dell’obbligo di rivalsa comporta che la decadenza possa essere impedita (oltre che dalle indicate comunicazioni) dal «riconoscimento del diritto proveniente dalla persona contro la quale si deve far valere il diritto soggetto a decadenza» (art. 2966 c.c.). Una volta impedita la decadenza, l’azione di rivalsa è soggetta al termine ordinario di prescrizione.

Nel caso di azione di rivalsa esercitata nei confronti dell’esercente la professione sanitaria, la sua mancata partecipazione al giudizio di risarcimento del danno da responsabilità sanitaria comporta (oltre all’inopponibilità della sentenza e all’inutilizzabilità delle prove raccolte; art. 9, 3° e 7° comma) l’improponibilità della domanda prima del pagamento avvenuto sulla base di un titolo giudiziale o stragiudiziale (l’accordo all’esito della mediazione).

Anche il risarcimento versato in adempimento della transazione conclusa in assenza del sanitario, non volontariamente, ma perché consacrato in un titolo esecutivo (la transazione stipulata con scrittura privata autenticata o per atto pubblico; il decreto ingiuntivo emesso sulla base dell’accordo – prova scritta) consentirà l’esercizio della rivalsa, anche se la transazione non potrà essere utilizzata (neppure quale argomento di prova) né ai fini dell’an né del quantum.

L’azione di rivalsa può essere esercitata soltanto in caso di colpa grave del sanitario e il danno dovrà essere liquidato nel rispetto dei limiti massimi stabiliti in funzione del reddito del responsabile.

L’ultimo comma dell’art. 9 prevede l’utilizzabilità nel giudizio di rivalsa (o di surrogazione) – sia pure quali argomenti di prova – delle «prove assunte nel giudizio instaurato dal danneggiato nei confronti della struttura sanitaria o sociosanitaria o dell’impresa di assicurazione se l’esercente ne è stato parte».

La norma non ha alcuna portata innovativa, visto che – in applicazione dell’art. 310, 3° comma c.p.c. – l’utilizzabilità ai sensi dell’art. 116 delle prove raccolte in altro giudizio fra le stesse parti costituisce principio di generale applicazione.

Vale forse la pena sottolineare che – secondo l’attuale orientamento giurisprudenziale – l’argomento di prova, se concludente, può da solo essere posto a fondamento della decisione, ma non può giustificare la valutazione di superfluità di prove contrarie.

 

6. La legittimazione del Fondo di garanzia per i danni derivanti da responsabilità sanitaria. Quando la garanzia assicurativa non possa operare per mancanza di copertura assicurativa per recesso unilaterale dell’impresa assicuratrice, ovvero per la sua sopravvenuta inesistenza o cancellazione dall’albo, ovvero ancora per il sopravvenuto (rispetto alla stipula del contratto) suo stato d’insolvenza, il danneggiato può agire nei confronti del Fondo di garanzia istituito presso il Ministero della Salute.

Analoga azione è data al danneggiato quando il risarcimento richiesto superi i limiti del massimale.

L’obbligo risarcitorio – posto a suo carico (art. 14, 7° comma) – fa sì che il Fondo debba essere considerato legittimato passivo per l’adempimento di un’obbligazione altrui (dell’impresa assicuratrice e/o della struttura e/o del sanitario). Si tratta perciò di una legittimazione straordinaria (art. 81 c.p.c.) che, in quanto tale, esige la necessaria partecipazione al giudizio dell’obbligato.

Del resto è innegabile che tale obbligo (ex lege) presupponga la responsabilità di terzi (la struttura e/o l’esercente la professione sanitaria), direttamente obbligati nei confronti del danneggiato, sicché per appurare la fondatezza della domanda proposta nei confronti del Fondo è necessario risolvere la questione pregiudiziale della responsabilità della struttura o del sanitario.

Naturalmente, anche il Fondo potrà esercitare l’azione di rivalsa come regolata dall’art. 9.

Non è prevista l’ipotesi (purtroppo realizzabile) dell’assenza di copertura assicurativa dovuta a mancata stipula (o scadenza) del contratto: considerata la ratio dell’art. 14, la legittimazione del Fondo di garanzia deve essere affermata – in via analogica – anche in queste eventualità.

Legittimata passiva – secondo l’art. 14, 1° comma, all’esito dell’apposita convenzione – è la Consap s.p.a., quale concessionaria delle risorse del Fondo di garanzia.

L’azione è cumulabile (nel caso di richiesta eccedente il massimale) con l’azione diretta esercitata nei confronti dell’impresa assicuratrice a norma dell’art. 12.

Infine, trattandosi di un’azione esercitata davanti al giudice civile per il risarcimento del danno da responsabilità sanitaria, anche l’azione nei confronti del Fondo è soggetta alle condizioni di procedibilità dell’art. 8.

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