Premesse (sulla legislazione moderna) per uno studio sulle sentenze non definitive e parziali

Di Gian Paolo Califano -

 

Sommario: 1. Cenni sulle sentenze interlocutorie nel codice del 1865; 2. Il dibattito sull’istituto: a) il progetto Chiovenda; b) il progetto Carnelutti; c) il progetto Mortara; d) il progetto Redenti; e) il progetto preliminare e il progetto definitivo Solmi. 3. Il codice del 1940 e il Regio decreto del 18 dicembre 1941-XX, n. 1368, per le Disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile e disposizioni transitorie. 4. La “controriforma” del 1950. 5. Il giudice istruttore nel nuovo codice di procedura civile. 6. Ulteriori proposte di riforma organica del codice di procedura civile. 7. La riforma del 1990 e quella, “monca”, del 2006.

 

 

 

 

  1. Cenni sulle sentenze interlocutorie nel codice del 1865.

Torno, nei miei studi, sul tema del provvedimento non definitivo o parziale; a distanza di oltre vent’anni dalla mia prima e certamente immatura monografia[1] peraltro dedicata soltanto a una singola parte dei molteplici problemi che l’istituto tuttora presenta nella prassi.

Basti qui pensare al complesso ed ancora irrisolto problema dell’efficacia della sentenza non definitiva su questione, alla sua sorte in caso di estinzione del relativo grado di giudizio ed alla sua eventuale impugnabilità. Tema, questo, tanto più complesso oggi, che nell’elaborazione giurisprudenziale tesa a deflazionare i ruoli del giudice togato e, in particolare, della S. Corte, il tema dei limiti oggettivi del giudicato ed in particolare l’efficacia delle soluzioni di mere questioni sembra aver perso una propria coerenza organica, a favore di soluzioni stravaganti.

Ovvero alle pronunce della Corte di cassazione che ancora di recente hanno dovuto chiarire la natura di taluni provvedimenti, col conseguente regime di impugnazione. Mi riferisco, ad esempio, a Cass. (ord.) 5 settembre 2017, n. 20781[2], sulla sentenza che abbia rigettato una prima domanda, senza separarla da altra bisognevole di ulteriore istruzione, ma dichiarando al tempo stesso la cessazione della materia del contendere in riferimento alla relativa domanda di manleva; o, ancora, e per qualche profilo più rilevante, a Cass., sez. un., 10 febbraio 2017, n. 3556[3], sul nuovo regime di cui all’art. 360, comma 3, c.p.c.

Ciò premesso, utile a comprendere l’attuale sistema delle sentenze non definitive e parziali è una pur breve premessa sul relativo sistema del primo codice unitario di procedura civile[4]; che, per quanto immeritevole delle eccessive critiche cui fu sottoposto agli albori del ‘900[5], in parte ereditò dai codici preunitari (primi fra tutti dalle Leggi della procedura ne’ giudizj civili, III del Codice per lo Regno delle due Sicilie del 1819[6] e da quello per gli Stati Sardi, “dato a Stupinigi il 16 luglio 1854; e ancor prima per “l’esperienza” del codice di procedura civile francese) un sistema di pronunce c.d. interlocutorie che, per numero e regime[7], era davvero ancora farraginoso. Codice al quale quello in vigore volle, in parte qua, reagire.

In tale sistema, il procedimento poteva essere “formale” o “sommario” (con specifiche previsioni per il primo: art. 393 ss. e per il secondo:  art. 411 ss.) davanti i tribunali di commercio. Gli art. 415 e segg. dettavano il rito innanzi al pretore. E gli art. 448 e segg. quello innanzi ai conciliatori.

Il procedimento formale si applicava davanti i tribunali civili, i tribunali di commercio e le corti di appello (art. 155, comma 1); il secondo innanzi ai conciliatori e ai pretori (art. 155, comma 2), e, nei casi previsti dalla legge, anche innanzi agli altri giudici (art. 155, comma 3).

E già soltanto nel processo formale, si prevedevano: a) provvedimenti interlocutori in forma di sentenza, immediatamente impugnabili in appello; b) provvedimenti pronunziabili, in alternativa, in forma di sentenza o di ordinanza; c) ordinanze “che hanno effetto di sentenza spedita in forma esecutiva. E così, per espressa previsione di legge, il giudice in quel sistema si pronunciava con provvedimento in forma di sentenza: a) sull’istanza di ricusazione del magistrato (art. 127 e 128); quando fosse pronunciata la nullità della notificazione dell’atto di citazione, pur se con la medesima sentenza fosse fissato un termine per la sua rinnovazione (art. 145, comma 2); quando, offerto in comunicazione un documento in originale e il procuratore della controparte non li avesse restituiti nel termine stabilito, poteva l’autorità giudiziaria, dopo l’ordine di restituzione immediata (due giorni) e previa citazione in via sommaria, «ordinarne la sospensione per un tempo non maggiore di giorni novanta (art. 170, comma 2) e la relativa sentenza di condanna era appellabile «solo in quanto riguarda la sospensione». In tema di contumacia di una delle parti (art. 190, comma 2 e 384); per la chiamata in causa del terzo iussu iudicis (art. 205); per l’ammissione dell’interrogatorio delle parti (art. 217, in alternativa al provvedimento in forma di ordinanza); per l’ammissione del giuramento (art. 222, sempre in alternativa a provvedimento in forma di ordinanza); per l’ammissione della prova testimoniale (art. 229, sempre in alternativa al provvedimento in forma di ordinanza); per la pronuncia di nullità dell’esame del testimone e per la fissazione del termine per la nuova assunzione della testimonianza (art. 249, comma 2); per l’assunzione di testimonianza “a futura memoria” (art. 251, in alternativa al provvedimento in forma di ordinanza); per l’ammissione della perizia (art. 252, comma 1, anche qui in alternativa al provvedimento in forma diversa); per l’ammissione della ricusazione dei periti (art. 257); per la fissazione dell’oggetto della perizia (art. 261); per l’accesso giudiziale (art. 272, in alternativa al provvedimento in forma di ordinanza); per l’ordine di verificazione della scrittura privata (art. 284, comma 3, in alternativa al provvedimento in forma di ordinanza); nel procedimento di querela di falso, per la eventuale rimessione al giudice penale (art. 308, comma 2); per la pronuncia sulla querela di falso (art. 309).

Quanto al sistema di impugnazione di tali sentenze, l’art. 481, comma 1, stabiliva che “l’appellazione” fosse ammessa «da tutte le sentenze pronunciate in prima istanza, salvo che la legge le abbia dichiarate inappellabili».  Non era prevista eccezione all’impugnabilità immediata delle sentenze interlocutorie, limitandosi il codice, all’art. 492, a stabilire che: «Quando l’autorità giudiziaria confermi una sentenza interlocutoria o incidentale, o riformandola non decida definitivamente il merito della causa, questa si deve rinviare, per il corso ulteriore, all’autorità giudiziaria di primo grado. – Se nel riformare una sentenza definitiva l’autorità giudiziaria di appello ordini ulteriori atti d’istruzione, può ritenere la causa o rinviarla ai primi giudici». Ed il successivo art. 492 aggiungeva che «Quando in prima istanza siasi pronunziato soltanto sulla competenza, anche in appello si pronunzia solo su questa. – Quando in prima istanza siasi pronunziato anche sul merito, non si può in appello conoscere di questo, se sia dichiarata l’incompetenza dei primi giudici». Per quanto, poi, qui interessa, il capo relativo al ricorso in cassazione non presentava norme di rilievo.

Tanto basta per chiarire la necessità, allora avvertita, di mettere ordine in materia.

  1. Il dibattito sull’istituto: a) il progetto Chiovenda; b) il progetto Carnelutti; c) il progetto Mortara; d) il progetto Redenti; e) il progetto preliminare e il progetto definitivo Solmi.

a)È del 1920 la riforma del procedimento civile proposta dalla Commissione per il dopo guerra, che, insieme con la relazione, già inserita negli Atti della Commissione pubblicata nel medesimo anno, è poi ripubblicata da Chiovenda con premessa in data 18 agosto, per la Casa Editrice N. Jovene & C. di Napoli.

Posto che, ai sensi dell’art. 93, comma 1, del progetto, salva espressa e diversa disposizione di legge, tutti i provvedimenti pronunciati dal giudice in corso di causa sarebbero stati resi in forma di ordinanza, di regola “revocabile” o “riformabile” su istanza di parte o d’ufficio (art. 95), l’art. 25, comma 1, era dedicato alle eccezioni impedienti la trattazione del merito. E stabiliva che: «Le eccezioni che si oppongono alla trattazione del merito devono proporsi contemporaneamente nella prima risposta a meno che sia giustificato un legittimo impedimento. – Tali sono le eccezioni: 1. di nullità della domanda giudiziale; 2. d’incompetenza dell’autorità giudiziaria; 3. d’incompetenza del giudice adito per territorio o per valore; 4. d’incompetenza del giudice adito per materia; 5. di litispendenza; 6. di connessione di causa; 7. d’incapacità della parte, di difetto di rappresentanza o di mancata autorizzazione; 8. di compromesso; 9. di mancato ricorso stragiudiziale e di mancato tentativo di conciliazione; 10. di difetto d’una cauzione o d’un’altra prestazione preliminare alla lite». L’art. 26 era dedicato alla chiamata in causa di terzi e il successivo art. 27 alla nullità di atti processuali: l’art. 28 stabiliva, per tutte tali ipotesi, che: «L’autorità giudiziaria può ad istanza di parte o d’ufficio fissare un dibattimento orale per la trattazione separata delle eccezioni e delle domande indicate nei tre articoli precedenti. – La sentenza che rigetta una di tali eccezioni o domande è considerata come definitiva ai fini della impugnazione; ma l’autorità giudiziaria può ordinare anche d’ufficio nella sentenza che si proceda oltre nella causa. – In questo caso si passa immediatamente alla trattazione del merito. Se la sentenza è stata pronunciata in seguito ad un dibattimento fissato per la trattazione separata, l’autorità giudiziaria dovrà nella stessa sentenza fissare anche d’ufficio il nuovo dibattimento orale per la trattazione del merito».

Nell’ambito del “dibattimento” della causa, l’art. 35 stabiliva che: «Se il convenuto abbia proposto alcuna delle eccezioni o domande indicate negli articoli 25 e 26 o sia dedotta la nullità di atti a norma dell’art. 27, l’autorità giudiziaria può pronunciare immediatamente oppure riservarsi di pronunciare su tali eccezioni o domande dopo chiusa la trattazione del merito. – Se non fu proposta alcuna delle eccezioni o domande indicate negli articoli 25, 26 e 27, o se ne fu ordinata la trattazione cumulativa col merito o se la sentenza che rigetta tali eccezioni o domande ha disposto che si proceda oltre nella causa, il dibattimento prosegue immediatamente nella stessa udienza».

Il sistema era chiuso dall’art. 85, rubricato “Divieto d’impugnare le interlocutorie”: «Le sentenze non definitive o non considerate dalla presente legge come definitive ai fini della impugnazione non possono essere impugnate separatamente, ma l’autorità giudiziaria che conosce della impugnazione contro la sentenza definitiva giudicherà anche delle sentenze ed ordinanze pronunziate nel processo precedentemente alla sentenza impugnata delle quali non sia vietata la impugnazione, purché ciò sia richiesto dalla parte o sia necessario per pronunciare sulla impugnazione della sentenza definitiva».

Come spiegato nella relazione di accompagnamento al progetto (§ 56 della relazione), «la continuità del dibattimento, ch’è di vitale importanza per lo svolgimento regolare del processo orale, è garantita da una serie di norme contro i pericoli che possono minacciarla. Il maggior pericolo proviene dagli incidenti. A questo riguardo conviene distinguere fra le questioni concernenti le eccezioni litis ingressum impedientes (art. 25) e le altre possibili questioni incidentali. Le eccezioni impedienti la trattazione del merito, qualora non siano state assegnate ad una udienza speciale per la trattazione separata, … sono discusse nella udienza stessa stabilita per la trattazione del merito e di regola preliminarmente a questa: la sentenza che rigetta tali eccezioni è pronunciata seduta stante ed è considerata come definitiva ai fini della impugnazione, può essere cioè immediatamente impugnata (art. 28 e 85); ma l’autorità giudiziaria può ordinare anche d’ufficio nella sentenza stessa che, non ostante la impugnazione, l’udienza prosegua per la immediata trattazione del merito (art. 28 e 35). Le considerazioni che prevalentemente serviranno di guida al senno del magistrato nell’esercizio di questo potere discrezionale, sono quelle stesse che possono tenersi presente nel concedere l’esecuzione provvisoria delle sentenze: la maggiore o minor gravità e dubbiezza della questione decisa, i possibili inconvenienti della sospensione della causa da un lato e dall’altro quelli della prosecuzione nell’ipotesi che successivamente la sentenza sia riformata ecc. Più grave è il pericolo che presentano le altre questioni incidentali, che possono sorgere durante la trattazione del merito, poiché dopo l’inizio di questa la continuità del dibattimento si rende più necessaria che mai: qui vale il principio che non soltanto le questioni incidentali si risolvono seduta stante, ma che le sentenze interlocutorie che le decidono non possono impugnarsi separatamente dalla sentenza definitiva (art. 85): di modo che, eliminato l’ostacolo, il dibattimento prosegue nella stessa udienza».

Insomma, per ogni questione litis ingressum impedientes, ossia in sé capace di impedire la trattazione del merito della causa, Chiovenda proponeva di lasciare al “senno del giudice” la trattazione immediata e soluzione con sentenza immediatamente impugnabile, ovvero “l’accantonamento” per la decisione delle stesse unitamente al merito della causa.

Ed infatti, così proseguiva la spiegazione del sistema (§76 della relazione): «Rilevata nelle scritture preparatorie la presenza d’una eccezione impediente la trattazione del merito, o di alcuna delle domande previste negli art. 26 e 27, l’autorità giudiziaria può anche d’ufficio fissare un dibattimento orale per la trattazione separata di tali eccezioni e domande, oppure rimandarle al dibattimento che sarà fissato per la trattazione del merito (art. 28). In questo secondo caso può ordinare che la trattazione delle eccezioni e domande avvenga in via preliminare e pronunciare immediatamente sovra di esse, oppure ordinarne la trattazione cumulativa col merito, e pronunciare con unica sentenza sulle questioni preliminari e sul merito (art. 35). Ove siasi provveduto con trattazione e pronuncia separata, la sentenza che rigetta l’eccezione o domanda preliminare è considerata come definitiva ai fini della impugnazione, può cioè essere oggetto di impugnazione immediata e separata; ma l’autorità giudiziaria può ordinare anche d’ufficio nella sentenza che si proceda oltre nella causa (art. 28, 35, 85). Nell’esercizio di queste tre facoltà, l’autorità giudiziaria … si regolerà in base ad un delicato calcolo intorno alle probabilità d’accoglimento che presenta l’eccezione o domanda preliminare e alla somma dei vantaggi e degli svantaggi che nel caso concreto presenta da un lato la sospensione della trattazione del merito e dall’altro la prosecuzione della causa».

 

b)Nel 1926, Francesco Carnelutti pubblica «col consenso di S. E. Alfredo Rocco, Ministro Guardasigilli, Presidente della Commissione reale per la riforma dei codici, e di S. E. Ludovico Mortara, Presidente della Sottocommissione per il codice di procedura civile, il progetto originale da me presentato a quest’ultima, nella parte che riguarda il processo di cognizione»[8].

Per quanto qui interessa, il Titolo sesto del Libro primo, al Capo III, dedicato al “contenuto della sentenza”, negli art. da 289 a 299, dettava le modalità di pronuncia della sentenza e il suo possibile contenuto. In particolare, all’art. 289, sulla Risoluzione delle questioni, per il quale «il giudice decide la lite risolvendo le questioni, che gli sono proposte o che egli deve proporsi di ufficio, dalle quali dipende il riconoscimento dell’effetto giuridico preteso o contestato da ciascuna parte», seguiva l’art. 290, a mente del quale «quando tutte le questioni non siano ugualmente mature per la risoluzione, il giudice può, secondo la convenienza, o riservare la risoluzione di tutte o risolverne alcune, disponendo nello stesso tempo gli atti occorrenti per la risoluzione delle altre». Al successivo art. 291, che immaginava e disciplinava la c.d. decisione con riserva, per il caso che la soluzione di taluna questione dipendesse dal compimento di atti istruttori di lunga durata e l’inevitabile ritardo potesse apparire “pregiudizievole per la giustizia, sicché il giudice avrebbe potuto, nella specie, pronunciare sulla domanda “con riserva di modificare più tardi la decisione in seguito al compimento dei detti atti istruttori”, seguiva l’art. 292 dedicato alla “decisione interlocutoria” e per il quale «Quando, nella ipotesi prevista nell’art. 290, il giudice decidendo solo alcune questioni della lite, disponga ulteriori atti di istruzione, dà i provvedimenti previsti dall’art. 224»[9].

Peraltro, al gran numero di sentenze interlocutorie ancora ammesso in tale Progetto, non corrispondeva norma specifica per il relativo sistema di impugnazione, restando l’appello proponibile avverso ogni sentenza «se la legge non abbia dichiarato la sentenza inappellabile» (art. 357, comma 1). Rileva, piuttosto, in tema, l’art. 359, ai sensi del quale: «Nel processo di appello il giudice non può, neanche se vi sia accordo delle parti, decidere questioni non comprese nei limiti delle domande che le parti hanno proposto al giudice di primo grado; né decidere questioni, sulle quali il giudice di primo grado abbia riservato di pronunciare; né decidere la lite quando con la sentenza impugnata il giudice di primo grado abbia dichiarato di non poterla decidere. – Se il giudice d’appello riconosca che il giudice di primo grado non avrebbe potuto decidere la lite, deve nullameno deciderla in secondo grado purché le ragioni, per le quali viene negato il potere al giudice di primo grado, non escludano anche il potere del giudice d’appello. – Quantunque il giudice di appello riconosca che il processo o la sentenza di primo grado sono viziate da nullità, deve decidere tuttavia la lite in secondo grado». Norma, questa, che andava letta in combinato disposto col sistema dell’appello ivi proposto, e per il quale in secondo grado si sarebbe riaperta l’istruzione della causa (art. 361).

c)Il successivo 24 giugno del medesimo anno 1926 fu pubblicato il “Codice di procedura civile, Progetto della Commissione Reale per la riforma dei codici, Sottocommissione C”[10]. Spiega nella presentazione a Sua Eccellenza on. Prof. Alfredo Rocco, Ministro della Giustizia e degli affari di culto, il presidente della Sottocommissione prof. Lodovico Mortara: «Le proposte constano di due parti: la prima relativa al processo di cognizione, l’altra al processo di esecuzione. Manca la materia dei procedimenti speciali, la quale peraltro non attiene alle linee organiche della riforma processuale; e quindi le relative disposizioni –che in altre legislazioni sono perfino fuori dal codice- potranno senza inconvenienti essere formulate in un momento successivo.

La Sottocommissione iniziò i lavori con una larga e bene nutrita discussione preliminare sulle tendenze dottrinali e pratiche che convenisse far prevalere nella redazione del nuovo codice. Dopo ciò si ritenne opportuno affidare a un Comitato di pochi membri l’ufficio preparatorio di predisporre uno schema di progetto da servire come base agli studi e alle deliberazioni ulteriori. Per unanime voto della Sottocommissione fu designato quale Relatore il professore Carnelutti che assunse il poderoso incarico, e con mirabile diligenza, pari alla dottrina, elaborò un primo suo progetto organico e integrale sul processo di cognizione. Questo progetto, riveduto ed accettato con lievi varianti dal Comitato, formò materia di accurate discussioni, compiute nelle adunanze plenarie dalla Sottocommissione, la quale delegò poi allo stesso prof. Carnelutti la cura della redazione definitiva del testo con gli emendamenti da essa deliberati.

Per accelerare l’adempimento ulteriore del mandato governativo, la Sottocommissione confermò al chiarissimo prof. Carnelutti l’ufficio di Relatore per la compilazione delle proposte relative alla seconda parte del progetto (procedimenti di esecuzione), e deliberò su quelle da lui presentate, incaricando lo stesso Relatore di introdurre nel suo schema taluni emendamenti in armonia col risultato delle discussioni collegiali.

La Sottocommissione ritenne pertanto di dovere contenere il proprio lavoro entro determinati confini, in ossequio pure all’alto suggerimento che V. E. si compiaceva manifestarmi con Sua lettera 21 settembre scorso anno. Malgrado il naturale desiderio di compiere una analitica revisione di tutta la materia, per offrire, agli studi degli organi che dovranno in altra sede deliberare, un progetto in ogni parte integrato, ravvisò pratico, per l’urgenza di concludere la propria opera, limitarsi alla discussione dei concetti generali, e all’esame alquanto meno sommario delle norme che hanno carattere fondamentale per ogni singolo istituto…».

In tale progetto, norma fondamentale per quanto qui interessa appariva nell’art. 248, ai sensi del quale: «Ogni qualvolta il giudice provveda intorno al processo senza decidere in tutto o in parte la lite, pronunzia un’ordinanza. – Solo quando il giudice, nel disaccordo delle parti, per motivo di incompetenza o per qualunque altro, dichiara di non poter decidere la lite, pronunzia una sentenza». Il successivo art. 252 comma 1 stabiliva che le ordinanze fossero revocabili o modificabili dal giudice o dal collegio; e gli art. 255 e 256 prevedevano, però, per alcuni limitati casi (ordinanze in materia di provvedimenti cautelari: art. 324 e ordinanze per disapplicazione dell’art. 179, in tema di esonero dall’onere e dall’obbligo della produzione della prova, o per applicazione dell’art. 178, circa le conseguenze del ritardo o del rifiuto del terzo all’adempimento dell’obbligo di produzione delle prove, che l’ordinanza fosse possibile oggetto di reclamo da proporre al giudice superiore (al pretore per quelle del conciliatore, al tribunale contro le ordinanze del pretore e alla corte di appello contro le ordinanze del tribunale).

Al contenuto della sentenza era dedicato il Capo III del Titolo settimo del libro secondo, negli art. da 280 a 289. Ai sensi dell’art. 281: «Quando tutte le questioni non siano ugualmente mature per la risoluzione, il giudice può, secondo la convenienza, o riservare la risoluzione di tutte o risolverne alcune, disponendo nello stesso tempo gli atti occorrenti per la risoluzione delle altre». A tali pronunce, definite come interlocutorie dal successivo art. 282, si aggiungeva la previsione dell’art. 283 sulla “condanna con riserva”: «Quando per la decisione di una lite relativa a pagamento di una somma di denaro o a consegna di una quantità di cose fungibili la risoluzione di talune questioni dipende dal compimento di atti istruttori di lunga durata e il ritardo, che ne conseguirebbe nella decisione, possa apparire di grave pregiudizio, il giudice può decidere ciò nonostante la lite con riserva di modificare più tardi la decisione in seguito al compimento dei detti atti istruttori. – Il giudice deve subordinare la efficacia esecutiva di questa decisione alla prestazione di una cauzione ai sensi degli articoli 129 e seguenti».

Non apparivano nel progetto, limiti generali al potere di impugnazione immediata delle sentenze interlocutorie. Art. 345, comma 1: «Di qualunque lite decisa in primo grado si può chiedere una nuova decisione in sede di appello, se la legge non abbia dichiarato la sentenza inappellabile». Norma sostanzialmente riproposta anche per il ricorso in cassazione, dall’art. 351.

d)Nel 1936, l’allora Ministro Guardasigilli Solmi fece pubblicare[11], affinché gli studi per la riforma del codice di procedura civile prendessero “nuovo impulso, per giungere quanto prima alla redazione del testo definitivo del progetto”, lo Schema di progetto del Libro primo, predisposto da Enrico Redenti, su incarico del predecessore, onorevole Pietro de Francisci.

In tale progetto rileva dapprima il relativo art. 68 (che apriva la Sezione sesta, § 1), comma 1 e 2, per i quali «Il procedimento si chiude con sentenza, quando abbia dato luogo ad una sentenza in ordine alla domanda, che sia definitiva e non soggetta a riforma od annullamento nei modi ordinari. – Sono definitive per il loro contenuto, le sentenze che provvedano intorno al merito della domanda o dichiarino non potersi provvedere per difetto di giurisdizione o di competenza, per altri motivi di improponibilità od improcedibilità della domanda medesima». Disposizioni, queste, che evidentemente anticipano l’attuale previsione del possibile contenuto della sentenza definitiva.

Il successivo § 2 era poi espressamente dedicato ai “provvedimenti interlocutori” e a quelli “in parte definitivi ed in parte interlocutori”. L’art. 72 stabiliva che: «Sono interlocutori i provvedimenti dati per sentenza o per ordinanza, intorno alla riunione o allo stralcio delle cause, all’intervento od alla chiamata di terzi in causa, quelle che dichiarano la competenza, provvedono per l’ammissione di mezzi di prova o comunque risolvono questioni di procedibilità, di procedura o di istruttoria, ordinando o riservando la prosecuzione o la riassunzione degli atti per ogni decisione ulteriore. – I provvedimenti interlocutori, anche se dati per sentenza, vincolano per quanto di ragione l’autorità giudiziaria nel seguito dello stesso procedimento in cui sono pronunciati, ma cessano di avere qualunque effetto con la sua chiusura o con la sua estinzione». Seguiva l’art. 73, ai sensi del quale «Quando le domande siano più, una stessa sentenza od ordinanza può contenere provvedimenti o dichiarazioni definitive del procedimento rispetto ad alcuna di esse, e provvedimenti interlocutori rispetto alle altre. La sentenza implica in tal caso lo stralcio delle cause non definite, per gli effetti della prosecuzione del relativo procedimento». La norma era dunque evidentemente dedicata al cumulo di cause, con previsione della definizione di taluna fra esse, con conseguente separazione della causa che restava, invece, non ancora definita dal medesimo provvedimento.

L’art. 74 provava a regolare l’istituto della attuale sentenza di condanna generica (intanto nata nella prassi) e così disponeva: «Quando sia stata chiesta in giudizio la condanna di una parte al pagamento di una somma o quantità da liquidarsi oppure quando sia stato chiesto l’accertamento di un diritto e la conseguente condanna a restituzioni, prestazioni o risarcimenti da determinarsi, la parte interessata può chiedere, che l’autorità giudiziaria pronunci in forma definitiva la condanna con riserva di liquidazione o statuisca sul diritto con riserva delle eventuali condanne e relativa liquidazione. – L’autorità giudiziaria, emettendo la pronuncia come sopra richiesta, può ordinare con la stessa sentenza la prosecuzione del giudizio per la liquidazione o per la condanna e per le altre determinazioni conseguenti. Anche in questo caso la decisione è considerata definitiva sul primo punto ed interlocutoria sul secondo, come se si trattasse di domande distinte. – Le stesse disposizioni si osservano, in quanto applicabili, quando si faccia luogo alla condanna di una parte, riservando in prosecuzione dello stesso giudizio l’esame delle sue eccezioni. – In ogni altro caso, la decisione che risolva qualche punto di merito, ma ordini la prosecuzione del giudizio, è considerata come interlocutoria». In fine, l’art. 75 stabiliva che: «La sentenza che dia provvedimenti di carattere provvisionale, è interlocutoria se riservi in prosecuzione di giudizio la cognizione del merito. È in parte definitiva ed in parte interlocutoria se contenga una statuizione definitiva sulla sussistenza del credito o del diritto a sensi dell’articolo precedente ed accordi la provvisionale come anticipazione della liquidazione, ordinando soltanto per questo effetto la prosecuzione del giudizio». Ai sensi, peraltro, dell’art. 86, l’eventuale estinzione del giudizio, in primo o ulteriore grado, successiva alla pronuncia di sentenza “in parte definitiva ed in parte interlocutoria”, avrebbe avuto «luogo senza pregiudizio delle statuizioni definitive». Perdendo evidentemente effetto, viceversa, ogni eventuale provvedimento interlocutorio precedentemente pronunciato. Così come, d’altra parte espressamente previsto dal precedente art. 83 per il caso dell’estinzione del giudizio di appello.

Il diverso contenuto della sentenza definitiva o interlocutoria era previsto dall’art. 351: «Quando il tribunale nella sua sentenza pronunci una decisione di contenuto definitivo del procedimento, deve ordinare la cancellazione della causa dal ruolo. – Quando pronunci una decisione interlocutoria deve ordinare, se del caso, la prosecuzione degli atti del procedimento, e la causa resta iscritta sul ruolo. – Quando con una stessa sentenza pronunci decisioni definitive ed interlocutorie ai sensi degli articoli 73 e seguenti, la causa resta iscritta sul ruolo per gli effetti della parte interlocutoria, e devono essere ordinate ed eseguite, se del caso, sul ruolo stesso, le relative variazioni».

La sezione terza, negli artt. da 355 a 358, prevedeva ampio uso, soprattutto in materia istruttoria della sentenza interlocutoria. Ma, già il § 2 della medesima Sezione era rubricato nel senso “della inappellabilità delle interlocutorie disgiuntamente dalla definitiva e della riserva di appello”.

Ed infatti, l’art. 359 stabiliva che: «Le decisioni interlocutorie non sono appellabili, se non con l’appello della sentenza definitiva. – Però la parte che si ritenga gravata dalla interlocutoria ed intende impugnarla, deve farne espressa riserva con un atto notificato alle parti che abbiano interesse ad opporsi alla riforma, dentro quaranta giorni dalla notificazione dell’avviso di pubblicazione della sentenza». Necessaria la riserva, dunque, pur se per impugnare un provvedimento non immediatamente appellabile. Atto, però, funzionale a delimitare i motivi della successiva impugnazione della sentenza interlocutoria (art. 360, comma 1: «L’atto deve contenere la specificazione dei motivi e deve essere notificato come la sentenza. I motivi non proposti nella riserva, sono preclusi»).

Il Titolo sesto, dedicato ai mezzi di impugnativa delle sentenze, ribadiva, nell’art. 667, che apriva il relativo Capo secondo, che «Sono impugnabili con l’appello le sentenze definitive di primo grado, che la legge non dichiari espressamente inappellabili o soggette a mezzi di impugnativa speciali con precedenza sull’appello. – Le sentenze interlocutorie sono appellabili soltanto con la definitiva e secondo le norme proprie della procedura applicabile». Ed anche il successivo art. 690 stabiliva che fossero impugnabili col ricorso per cassazione soltanto le sentenze definitive di secondo grado e quelle definitive dichiarate inappellabili dalla legge. E che soltanto col ricorso avverso la sentenza definitiva si potesse impugnare anche le precedenti sentenze interlocutorie, «in quanto abbiano influito sulla formazione della definitiva nei punti impugnati» e senza che a tal scopo fosse necessaria alcuna espressa e preventiva riserva.

e)Nel 1937 il Ministro Guardasigilli Onorevole Solmi presenta al pubblico dibattito illustrato con una sua relazione[12], il c.d. progetto preliminare per il nuovo codice di procedura civile[13]. Progetto che, peraltro, pur dopo l’infelice esperienza del 1912, avrebbe affidato la decisione della causa in primo grado al giudice unico[14].

La Sezione Seconda intitolata “Della decisione della causa”, del Titolo III, Capo II, si componeva degli art. da 166 a 171. Ai sensi dell’art. 167: «Il giudice pronunzia ordinanza quando respinga eccezioni pregiudiziali senza decidere in merito sulla domanda, ovvero quando ammetta mezzi istruttori o dia provvedimenti per effetto dei quali il giudizio debba continuare davanti a lui. – Qualora l’ammissione di mezzi istruttori o gli altri provvedimenti dati con ordinanza presuppongano la soluzione di questioni che possono influire sulla decisione di merito, la risoluzione di esse, anche se enunciata espressamente nell’ordinanza, non vincola il giudice nella decisione definitiva del merito. – Le ordinanze istruttorie possono inoltre essere modificate anche d’ufficio con successiva ordinanza»[15]. Le ordinanze non avrebbero potuto essere oggetto di impugnazione autonoma: art. 168: «Salvo i casi nei quali sia diversamente disposto, contro le ordinanze non è consentita impugnativa autonoma. – Tuttavia, qualora la parte interessata, nei tre giorni dalla pronuncia dell’ordinanza, se questa fu emessa in udienza, ovvero dall’avviso datone dalla cancelleria a norma dell’articolo 49, dichiari con atto ricevuto dal cancelliere di proporre reclamo contro di essa, il reclamo dovrà essere esaminato dal giudice congiuntamente al merito, sempre che la parte nelle sue conclusioni finali vi faccia espresso richiamo. – In tal caso il gravame che venga proposto contro la sentenza può avere per oggetto anche le disposizioni date con l’ordinanza in quanto esse abbiano avuto influenza sulla decisione di merito». Il successivo art. 169 disciplinava i casi nei quali il giudice avrebbe dovuto pronunciare in forma di sentenza: «Salvi i casi in cui la legge disponga diversamente, il giudice pronunzia sentenza quando decide in merito sulla domanda o accoglie alcuna delle eccezioni pregiudiziali, ovvero per qualsiasi altro motivo dichiara di non potere pronunziare sul merito». E, tra i casi “in cui la legge disponga altrimenti” si rinveniva quello della decisione sulla competenza, con o separatamente dalla pronuncia sul merito: provvedimenti, questi, impugnabili con regolamento di competenza ai sensi degli art. 122 e segg.

La forma di sentenza era dunque di regola riservata al provvedimento che avrebbe chiuso il relativo grado di giudizio. Ed infatti, il successivo art. 170, dedicato al “Divieto di sentenze interlocutorie; sentenze definitive parziali”, stabiliva che: «Il giudice pronunziando sul merito deve risolvere tutte le questioni e decidere definitivamente su tutti i capi della domanda in modo che il giudizio di primo grado rimanga completamente esaurito. – Tuttavia, qualora la causa sia matura per la decisione definitiva di merito solo su alcuni capi della domanda, il giudice, ove riconosca che la sollecita definizione di essi presenta interesse rilevante per alcuna delle parti, ha facoltà di disporre per i capi anzidetti lo stralcio della causa, pronunziando sentenza definitiva di merito su di essi e dando contemporaneamente, con separata ordinanza, i provvedimenti necessari per la prosecuzione del giudizio in ordine agli altri capi della domanda che rimangono da decidere. – La disposizione precedente si applica anche nel caso che venga chiesta condanna generica salvo liquidazione». Norma, questa, che sembrava appunto impedire più di un provvedimento in forma di sentenza nell’ambito del medesimo grado di giudizio, salva “se di apprezzabile interesse per alcuna delle parti”, la possibilità di provvedere, con sentenza sempre qualificata come definitiva, sui capi di merito pronti per la decisione. Ove per “capi” sembrava tal norma volersi riferire alla soluzione di una fra più domande cumulate nel medesimo processo. Ciò che, altrimenti, avrebbe inglobato nella previsione del comma 2 della norma, anche il caso della c.d. condanna generica, che, invece, risultava espressamente consentita nel successivo e finale comma 3 della medesima disposizione.

Tuttavia, indizio in senso contrario si rinveniva nel successivo art. 171, ove esplicitamente si faceva riferimento ad “altri capi” della medesima domanda, oltre a quelli già decisi. Per il caso, che in corso di giudizio fosse pronunciata sentenza parziale (o di condanna generica), l’art. 171 infatti chiudeva il sistema nei seguenti termini: «Nel caso in cui sia stato provveduto ai termini dell’articolo precedente, qualora venga a risultare che la sentenza pronunciata su alcuno dei capi della domanda possa avere influenza sulla decisione degli altri capi per i quali il procedimento prosegue, il giudice in qualsiasi momento ha facoltà di ordinare la sospensione del procedimento stesso, sino a che la sentenza sia passata in giudicato. – La sospensione non ha più luogo quando la parte interessata dichiari di riservarsi di impugnare la sentenza dopo esaurito il giudizio di primo grado, ovvero quando il giudice che conosce della impugnazione abbia ordinato di sospendere il giudizio sulla impugnazione stessa. – Venuta a cessare la sospensione ai sensi dei commi precedenti, la causa deve essere riassunta a cura della parte più diligente, in conformità di quanto è stabilito nell’art. 283». Ed ulteriore indizio, contro l’assimilazione del concetto di capo di sentenza con quello di una fra più domande cumulate nel medesimo processo si aveva in tema di eventuale estinzione del giudizio, per il qual caso si prevedeva espressamente (abolite le c.d. sentenze interlocutorie) la sopravvivenza delle sole «sentenze definitive pronunziate su singoli capi della domanda ai sensi dell’art. 170» (art. 296, comma 1).

Quanto al sistema di impugnazione, l’art. 332, comma 1, stabiliva, salvo i limiti dettati dai successivi commi 2 e 3, rispettivamente, per le sentenze del conciliatore e per le sentenze del pretore, che l’appello fosse proponibile avverso tutte le sentenze pronunciate in primo grado. Il Capo III del Titolo V, dedicato al ricorso per cassazione (art. da 364 a 396) non prevedeva norma alcuna per la riserva di ricorso in cassazione. (salvo che la legge le abbia dichiarate inappellabili”. L’art. 335 disciplinava la c.d. riserva di appello: «La parte che intende appellare contro la sentenza, che non abbia pronunziato su tutti i capi di domanda ai sensi dell’art. 170, può limitarsi a dichiarare che si riserva di proporre l’appello insieme a quello contro la sentenza che porrà fine al giudizio. Tale dichiarazione rende possibile l’appello cumulativo contro le due sentenze. – La dichiarazione di riserva è fatta con atto notificato all’altra parte nei termini e nelle forme prescritte per l’appello principale». Anche in secondo grado, ai sensi dell’art. 356, commi 3 e 4, «Il collegio pronuncia ordinanza o sentenza secondo quanto dispongono gli articoli 167, primo comma, 169 e 170». E, per il successivo comma 4: «Alle ordinanze del collegio è applicabile la disposizione dell’art. 168».

Ampio fu il dibattito su tale Progetto preliminare[16]; al quale non potè peraltro partecipare Chiovenda, morto in Premosello il 7 novembre 1937.

Per quanto ho potuto rinvenire e studiare, e per quel che qui interessa, già Zanzucchi[17], con relazione ben rispettosa del Ministro e della Sottocommissione, ma al tempo stesso opportunamente schietta, osservò che «è bene che diciamo subito che il giudizio che ci sembra di poter dare del Progetto non è in massima molto favorevole». Con negative osservazioni, in apicibus, sulla non chiara opzione tra un sistema informato al principio dell’oralità ed opzioni di segno opposto; ma, soprattutto, incentrando le sue critiche sulla scelta del giudice unico, non tanto per la già sperimentata e negativa esperienza che di tal figura s’era fatta nel 1912-14, quanto, piuttosto, perché ad esso si accompagnava, per il carattere fortemente pubblicistico del Progetto, un inusitato potere di direzione del processo in un sol uomo. E tuttavia, intorno allo specifico oggetto di questo studio, Zanzucchi mostrò di apprezzare la previsione che i mezzi istruttori fossero in ogni caso ammessi con ordinanza (art. 167) E soltanto ed opportunamente lamentò il mancato chiarimento del concetto di “capo di domanda”, chiedendo si chiarisse se il riferimento fosse da intendersi alla soluzione di una fra più domande cumulate nel medesimo processo o, piuttosto, alla soluzione di mere questioni (art. 171).

Più critico sul principio di officialità che informava l’intero Progetto fu Rocco[18], che pure si disse “nettamente” contrario all’introduzione del giudice unico nel giudizio di primo grado; ed alla “scarsa” applicazione del principio dell’oralità. E particolare attenzione, pur non soltanto critica dedicò Rocco agli artt. 167 ss. In particolare, così egli commentò l’art. 167 del Progetto preliminare: «L’articolo ci lascia assai perplessi, non sembrandoci giustificata la diversità di trattamento fra il caso che il giudice respinga eccezioni pregiudiziali, senza decidere il merito, e il caso in cui le accolga, sempre senza decidere il merito. In quest’ultima ipotesi, a norma dell’articolo 169, si deve provvedere mediante sentenza, mentre sarebbe preferibile di attuare una disciplina unica, facendo decidere con ordinanza. Per i mezzi istruttori, l’ammissione mediante ordinanza è da approvarsi. …».  E, quanto al proposto articolo 170, riteneva Rocco che «in ordine alla terminologia, sarebbe più opportuno, invece, di parlare di questioni, di adoperare la parola “domande”, assai più propria e correlativa all’altra “capi di domande”».

Non fu fonte di particolari preoccupazioni per Coniglio l’idea di introdurre il giudice unico in primo grado, né gli sembrò rilevante la pregressa e negativa esperienza in argomento, che aveva visto naufragarne la figura in ben diverso sistema processuale[19]. In un commento snello ma non privo di critiche soprattutto in riferimento alle norme generali in tema di impugnazione ed alla nuova disciplina dell’appello, Coniglio non criticò il nuovo ipotizzato sistema di soluzione delle questioni; soltanto limitandosi a ritenere superflua la previsione dell’art. 337, nella parte in cui sembrava imporre il reclamo avverso l’ordinanza istruttoria al fine di conservare il potere di farne motivo di appello della sentenza definitiva: «Si tratta di un sistema secondo noi assai discutibile. Se la parte non vuole proporre reclamo contro l’ordinanza, intendendo impugnare l’ingiustizia dell’ordinanza assieme alla sentenza definitiva del giudice di prima istanza, è costretta invece a farlo. Si giustifica la riserva del gravame per le sentenze che sono appellabili separatamente, ma non la riserva di gravame contro l’ordinanza». E di pari segno, quanto al complesso meccanismo del reclamo avverso le ordinanze, furono le osservazioni contenute nella Relazione sul progetto del codice di procedura civile, del Sindacato fascista degli avvocati e dei procuratori di Trieste[20].

Nuove perplessità sul giudice unico furono espresse anche dalla Corte di cassazione[21], che invece molto apprezzò i poteri pubblicistici attribuiti al giudice; e “ottima” ritenne «la disciplina dei singoli mezzi istruttori e tale che taglia nel vivo e fa correre il processo senza diminuirne la completezza e le garanzie, eliminando gli abusi, le defatigazioni e le frodi cui i giudici debbono oggi assistere e prestarsi inerti per la irragionevole libertà lasciata alle parti. Ancora più importante e degna di piena approvazione l’ammissione dei mezzi istruttori affidata ad ordinanze, reclamabili davanti allo stesso giudice, che ha anche facoltà di modificarle d’ufficio., quando lo ritenga giusto, ma non suscettibili di gravame autonomo davanti al giudice superiore. Sentenze secondo il progetto e soggette a gravame sono solo le statuizioni, che definiscono il merito della causa in tutti o alcuni suoi capi». Ed anzi la Corte, in specifico commento all’art. 167, auspicò che la forma dell’ordinanza fosse espressamente prevista non soltanto per l’ammissione dei mezzi di prova, ma anche per il caso che il giudice avesse inteso “limitarli o respingerli”.

Ma, anche per la piega che i lavori per la predisposizione del nuovo codice presero in prosieguo, fondamentali furono i commenti di Carnelutti e di Calamandrei.

Il primo[22], che, forse, a quel punto qualche buon motivo di “riserva mentale”, l’aveva, rinunciando fin dalla premessa a “stemperare” il suo pensiero, propose grave critica al progetto, a cominciare dalla a suo dire errata mancata divisione in quattro Libri (per i principi, per il processo di cognizione, per l’esecuzione e per i procedimenti speciali; rectius: per i procedimenti cautelari); per la scarsa padronanza dei termini tecnici se non anche della lingua italiana, per l’imprecisione delle rubriche degli articoli e così via. Ma, degnissimo di rilievo fu l’intervento del Carnelutti, in particolare, per la diatriba tra giudice unico e collegio, con la proposta, in verità chiara tra le righe[23], del sistema che poi avrebbe condotto alla previsione del rapporto giudice istruttore/collegio. Quanto, invece, alla nuova sistemazione dei provvedimenti in forma di ordinanza o di sentenza ed al regime per quest’ultima proposto nel progetto preliminare, Carnelutti mostrò di apprezzarne l’innovazione, salva la rubrica dell’art. 170[24]. E anche Genovesi[25], sostanzialmente concentrò la sua critica sul giudice unico in primo grado, mostrando piuttosto favore verso una sostanziale scissione della fase di trattazione ed istruzione affidata al giudice delegato: relazione approvata dalla Facoltà nell’adunanza del 27 settembre 1937.

Sereno, anche, Calamandrei[26], che sembrò rassegnato all’istituzione del giudice unico in primo grado, solo mostrando preoccupazione per un più attento reclutamento dei magistrati, che, nel periodo bellico e immediato dopoguerra aveva suscitato gravi perplessità[27]. Piuttosto, lamentando notevoli perplessità proprio sull’ipotizzata eliminazione delle c.d. sentenze interlocutorie o, comunque, sul regime dei provvedimenti risolutivi di questioni insorte nel corso del giudizio[28].

E si giunge così, pur tra tante critiche, soltanto in parte recepite, al Progetto definitivo, presentato dall’on. Solmi nel 1939, ma che, lo si vedrà, fu tutt’altro che “definitivo” soprattutto quanto alla scelta del c.d. giudice unico che, pur qui “mitigata”[29], ancora nella relazione di accompagnamento a tale ultima opera il Ministro calorosamente difendeva. Nel mese di gennaio del 1939 il Ministro Guardasigilli presenta, dunque, il suo Progetto definitivo per il nuovo codice di procedura civile[30], con la seguente premessa: «Nel maggio 1937-XV, fu pubblicato dal Ministero di Grazia e Giustizia il progetto preliminare del codice di procedura civile, predisposto a cura di un apposito Comitato da me presieduto.

Tale progetto, inviato per i prescritti pareri alla Corte di Cassazione ed alle Corti di Appello, al Consiglio di stato, alle Università, ai Sindacati forensi, oltrechè alle Confederazioni Nazionali Fasciste, ottenne una vasta e cospicua mole di osservazioni e di suggerimenti, che furono sistematicamente raccolti e pubblicati in tre volumi[31].

Lo stesso Comitato ministeriale che aveva atteso alla redazione del progetto preliminare, opportunamente integrato[32], prese in attento esame tutte le osservazioni e le proposte formulate dagli organi ed enti consultati, procedendo alla redazione del testo del progetto definitivo, il quale viene ora presentato alla Commissione Parlamentare, a norma dell’art. 2 della legge 30 dicembre 1923-II, n. 2814, e degli articoli 2 e 3 della legge 24 dicembre 1925-IV, n. 2260.

Il nuovo testo, mantenendo integre le linee fondamentali tracciate nel progetto preliminare, in quanto si ispiravano direttamente alle esigenze della nuova vita sociale create dal Fascismo nell’attuazione del diritto, ha tenuto conto dei suggerimenti autorevolmente espressi, sottoponendo ciascun istituto ad un accurato riesame, e ha cercato di perfezionare la struttura del sistema e le singole norme.

L’ulteriore elaborazione che il progetto avrà per il prezioso contributo che sarà portato dalla Commissione parlamentare assicurerà ancora meglio al nuovo testo legislativo un indiscutibile primato nel campo dei moderni ordinamenti processuali e lo renderà maggiormente degno delle nostre tradizioni giuridiche e pienamente aderente ai nuovi ideali della patria fascista».

Nel nuovo Titolo I, dedicato alle disposizioni generali, Capo V, sezione IV, l’art. 56 prevedeva che: «La legge stabilisce quando il giudice pronuncia sentenza, ordinanza o decreto. – Fuori dei casi per i quali è stabilita una determinata forma, il giudice provvede nel modo che ritenga più idoneo allo scopo». E, ad esempio, il progetto prevedeva la forma di sentenza per la dichiarazione di incompetenza (cfr. l’art. 127); e la forma di ordinanza per il provvedimento dichiarativo della competenza del giudice a quo (impugnabile con regolamento (cfr. l’art. 128)[33].

Nell’ambito del Titolo III, Capo II, la sezione III era dedicata alla decisione della causa, nel procedimento innanzi al giudice singolo. La sezione si apriva con l’art. 176, per il quale: «Dichiarata chiusa la discussione, il giudice decide le questioni discusse mediante ordinanza o mediante sentenza». E continuava, nell’articolo successivo, al comma 1, chiarendo che: «Il giudice pronunzia ordinanza quando respinge eccezioni pregiudiziali senza decidere in merito sulla domanda, ovvero quando ammette mezzi istruttori o dà provvedimenti per effetto dei quali il giudizio deve continuare davanti a lui». L’art. 178, dedicato, invece, alla Risoluzione di questioni influenti sul merito, stabiliva che: «Qualora ai fini della pronunzia dell’ordinanza il giudice debba esaminare questioni che possono influire sulla decisione di merito, la risoluzione che riguardo ad esse egli adotta, anche espressamente, nell’ordinanza non vincola il definitivo giudizio di merito». Per il successivo art. 179, le ordinanze erano di regola revocabili, ma anche possibile oggetto di reclamo (da formulare nelle conclusioni definitive di merito), che sarebbe stato eventualmente deciso dal giudice dell’impugnazione della sentenza definitiva.

Ancor più importanti, per quanto qui rileva, gli art. 180, 181 e 182. L’art. 180, dedicato alla Pronunzia mediante sentenza, al comma 1 prevedeva che «Salvo i casi in cui la legge disponga diversamente, il giudice pronunzia sentenza quando decide in merito sulla domanda o accoglie alcuna delle eccezioni pregiudiziali, ovvero per qualsiasi altro motivo dichiara di non potere pronunziare sul merito». L’art. 181, dedicato alle Sentenze definitive parziali, stabiliva che: «Il giudice, pronunziando sul merito, deve risolvere tutte le questioni e decidere definitivamente su tutti i capi della domanda, in modo che il giudizio di primo grado rimanga completamente esaurito. – Tuttavia, qualora la causa sia matura per la decisione definitiva di merito solo su alcuni capi della domanda, il giudice, ove riconosca che la sollecita definizione di essi presenta interesse rilevante per alcuna delle parti, ha facoltà di pronunziare sentenza definitiva di merito su di essi, dando contemporaneamente, con separata ordinanza, i provvedimenti necessari per la prosecuzione del giudizio in ordine agli altri capi della domanda che rimangono da decidere». Ed in tale norma restava implicitamente inglobata la previsione della c.d. condanna con riserva.

Il sistema era poi chiuso dall’art. 182, i cui commi 1 e 2 stabilivano che: «Nel caso in cui sia stato provveduto ai termini dell’articolo precedente, qualora venga a risultare che la sentenza pronunziata su alcuni dei capi della domanda possa avere influenza sulla decisione degli altri capi per i quali il procedimento prosegue, il giudice, in qualsiasi momento, ha facoltà di ordinare la sospensione del procedimento stesso, sino a che la sentenza sia passata in giudicato. – La sospensione non ha più luogo quando la parte interessata dichiari di riservarsi di impugnare la sentenza dopo esaurito il giudizio di primo grado a norma dell’articolo 350, ovvero quando il giudice che conosce della impugnazione abbia ordinato di sospendere il giudizio sulla impugnazione stessa». Anche qui, dunque, l’emanazione di provvedimenti in forma di sentenza in corso di giudizio era eventualmente rimessa “al senno del giudice”, consapevole della complessità procedimentale successiva alla sua eventuale pronuncia. E, comunque, mai imposta dalla legge, su alcuna questione di rito o merito.

Il Capo VII era dedicato, invece, al procedimento davanti al collegio. Con previsione delle funzioni istruttorie, attribuite al c.d. giudice delegato (che provvedeva sempre con ordinanza, e delle funzioni decisorie attribuite al collegio. E il comma 1 dell’art. 313 espressamente stabiliva che «Il collegio pronunzia ordinanza o sentenza secondo quanto dispongono gli articoli 177 a 181».

Posto, infine, che ai sensi dell’art. 347, comma 1, restavano immediatamente impugnabili tutte le sentenze pronunziate in primo grado (salvo che la legge le avesse dichiarate inappellabili), l’art. 350 era dedicato alla Riserva di appello, e stabiliva che «La parte che intende appellare contro la sentenza che non abbia pronunziato su tutti i capi di domanda ai sensi dell’articolo 181, può limitarsi a dichiarare che si riserva di proporre l’appello insieme con quello contro la sentenza che porrà fine al giudizio. Tale dichiarazione rende possibile l’appello cumulativo contro le due sentenze. – La dichiarazione di riserva è fatta con atto notificato all’altra parte nei termini e nelle forme prescritte per l’appello principale». L’art. 373, in materia di istruttoria e reclamo al collegio, e, in generale, l’art. 376, stabilivano come applicabili anche in appello le medesime norme sopra riassunte per il giudizio in primo grado, davanti al tribunale. Nulla di particolare e diverso era dunque stabilito nemmeno per l’impugnazione in cassazione di eventuali sentenze che non avessero definito il giudizio di appello[34].

  1. Il codice del 1940 e il Regio decreto del 18 dicembre 1941-XX, n. 1368, per le Disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile e disposizioni transitorie.

Sta di fatto, che l’opera era tutt’altro che compiuta. Si legge nella citata Bibliografia del Ministero della Giustizia (pag. 52) che «Succedette al Solmi nella carica di Guardasigilli, nel luglio 1939, Dino Grandi che, segnalate gravi carenze nel progetto, ormai in fase avanzata, si impegnò personalmente in un’estesa rielaborazione, avvalendosi della collaborazione di un comitato ristretto (cui partecipavano Redenti e Carnelutti, con Piero Calamandrei e L. Conforti) e della Commissione delle Assemblee legislative. Steso il testo del nuovo codice, esso fu subito trasmesso a questa stessa Commissione per l’esame prescritto dalla legge, che si concluse nel 30 gennaio 1940. Completata, con ulteriori passaggi, la redazione dell’articolato, Il Ministro Grandi presentò il nuovo Codice di procedura civile in Consiglio dei Ministri, che lo approvò con deliberazione del 2 aprile 1940[35]. Seguì l’emanazione con R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443, e con il successivo R.D. 18 dicembre 1941, n. 1368, furono emanate le disposizioni per l’attuazione, con le disposizioni transitorie[36].

E, presumibilmente, alla luce delle critiche sopra riassunte come proposte dai Maestri sul Progetto preliminare Solmi, nel predetto Comitato ristretto Carnelutti ebbe buon gioco contro (il peraltro molto avversato disegno del giudice unico in primo grado. E Calamandrei ottenne una più chiara e completa revisione della distinzione dei provvedimenti del giudice tra quelli pronunciati in forma di ordinanza e quelli invece da adottarsi in forma di sentenza (definitiva e non).

Per il primo profilo, confermata la collegialità anche in prime cure della fase della decisione, si pervenne, così, alla “scissione” dell’organo, tra giudice istruttore e collegio.

Chiusa l’esperienza del codice di procedura civile del Regno d’Italia, “dato a Firenze addì 25 giugno 1865”, il legislatore del 1940 intese respingere «quell’innaturale frazionamento di una decisione sostanzialmente unica in tante sentenze interlocutorie su questioni artificialmente separate, … mirando a far sì che il giudicato si formi, per ciascuna causa, in una volta sola, in modo da poter lasciare al collegio, al momento di pronunziare la sentenza definitiva, quella libertà di valutazione complessiva e quella visione unitaria di tutte le questioni attinenti alla stessa causa, senza la quale il giudice perde il contatto colla realtà umana e sociale della sua funzione»[37].

La forma dei provvedimenti del giudice venne regolata dal nuovo codice conservando «i tre tipi già costituiti dal codice passato: sentenza, decreto e ordinanza, mantenendone pressappoco la struttura e variandone invece alquanto l’impiego»[38].

Nella Relazione del Ministro Guardasigilli Grandi alla Maestà del Re Imperatore, presentata nell’udienza del 28 ottobre 1940 per l’approvazione del testo del codice di procedura civile[39] è dato leggere: « … Il procedimento così congegnato dovrà portare a questa importantissima conseguenza: che come oggi avviene nel giudizio penale, vi sarà di regola in ogni grado del processo civile, una sola sentenza collegiale:

Al sistema del primo codice unitario di procedura civile (quello del 1865) ove un gran numero di sentenze c.d. interlocutorie era ammesso, con inevitabili complicazioni in sede di impugnazione e per il relativo raccordo col giudizio che proseguiva in primo grado, reagì dunque il codice di rito del 1940.

Reagì il Legislatore dettandosi all’art. 277, comma 1, cod. proc. civ. il principio per il quale «Il collegio nel deliberare sul merito deve decidere tutte le domande proposte e le relative eccezioni, definendo il giudizio». Sicché tendenzialmente uno e soltanto un provvedimento pronunciato in forma di sentenza il giudice avrebbe da quel momento potuto (e dovuto) pronunciare per ogni grado di giudizio.

Ogni regola ha la sua eccezione: e già il comma 2 del medesimo art. 277 prevedeva infatti, che «Tuttavia il collegio, anche quando il giudice istruttore gli ha rimesso la causa a norma dell’art. 187 primo comma, può limitare la decisione ad alcune domande, se riconosce che per esse soltanto non sia necessaria un’ulteriore istruzione, e se la loro sollecita definizione è di interesse apprezzabile per la parte che ne ha fatto istanza». Premesso il principio di cui al comma precedente, v’è, dunque, nel successivo, la previsione di un potere discrezionale del giudice di accogliere specifica istanza di parte e pronunciare sentenze parziali (su una fra più domande cumulate nel medesimo giudizio) ove il giudice riconosca che la “sollecita” definizione della domanda ormai matura per la decisione è di “interesse apprezzabile per la parte”.

Come ricorda Andrioli[40], al n. 25 della relazione illustrativa del nuovo codice si legge: «Una rigida e non attenuabile distinzione di stadi processuali esiste invece, in ogni grado, tra la fase preparatoria e istruttoria, e la fase decisoria che si svolge dinanzi al collegio. La regola del vecchio procedimento formale, secondo la quale la causa, dopo la iscrizione a ruolo, era rimessa al collegio “a istruttoria chiusa” (articolo 175 e 176 del vecchio codice) si adatta perfettamente, e forse anche in maniera più assoluta, al nuovo procedimento, secondo il quale il collegio non ha altro ufficio che quello di decidere sulle questioni previamente proposte, fissate o istruite dinanzi al giudice unico: unica eccezione a questa regola è quella secondo la quale il collegio può sempre, anche se proposte nell’istruzione, decidere le questioni rilevabili d’ufficio (art. 276).

Il procedimento così consegnato dovrà portare a questa importantissima conseguenza: che come oggi avviene nel giudizio penale, vi sarà di regola in ogni grado del processo civile una sola sentenza collegiale: la sentenza con la quale il collegio, decidendo in una volta su tutte le questioni della causa, definirà il giudizio (sentenza definitiva; articoli 277 e 279 secondo comma).

Questo felice risultato, che potrebbe bastare esso solo a giustificar la riforma, è stato raggiunto col conferire al giudice istruttore quei poteri di risolvere provvisoriamente con ordinanza tutte le questioni attinenti allo svolgimento dell’attività delle parti nel procedimento e relative all’ammissione e all’assunzione delle prove, che nel processo finora vigente davano luogo a separate sentenze interlocutorie.

Tuttavia, sempre in ossequio al principio dell’adattabilità del processo alle esigenze della causa, non è escluso che il collegio di trovi nella impossibilità di esaurire la sua funzione decisoria con una sola sentenza definitiva.

Questo potrà avvenire in vari casi. Potrà prima di tutto accadere che, avendo il giudice istruttore respinto con ordinanza una istanza di prova, il collegio, andando in contrario avviso, ritenga di non poter entrare a decidere sulle questioni pregiudiziali o sul merito senza che quella prova sia assunta; il tal caso, e in altri simili che si potrebbero configurare, il collegio per rimettere al giudice istruttore la prosecuzione del processo e per dargli le opportune disposizioni a tale scopo, non avrà bisogno di pronunciare una sentenza, e si limiterà alla pronuncia di una semplice ordinanza (art. 279, primo comma).

In altri casi il collegio dovrà pronunciare una sentenza; ma poiché questa, invece di definire interamente il giudizio, lascerà che questo continui in sede istruttoria, per la parte non decisa, qui la sentenza non sarà definitiva, ma parziale (art. 277 secondo comma; art. 279 terzo comma). Ciò potrà avvenire quando il giudice istruttore abbia rimesso al collegio soltanto la decisione separata di una questione pregiudiziale, e il collegio la decisa in senso tale da render necessaria la continuazione della fase istruttoria (come quando, ad esempio, il collegio abbia risolto in senso affermativo la questione di competenza); o quando, in caso di cumulo di domande, il collegio riconosca che la causa è matura per la decisione di alcune, mentre per le altre ravvisi necessaria, anche qui, una ulteriore istruzione.

E potrà anche accadere che il collegio voglia decidere una questione pregiudiziale o una parte del merito, e nello stesso tempo dare i provvedimenti opportuni per la ulteriore istruzione sulle questioni non decise. In tal caso si è disposto, sopra tutto allo scopo di evitare confusione sulle impugnazioni, che il collegio pronunci contemporaneamente due provvedimenti separati: una sentenza parziale e una ordinanza (art. 279, terzo comma)»[41].

Ulteriore eccezione al principio di cui all’art. 277, comma 1 appare, poi, nella previsione dell’art. 278 cod. proc. civ., per la possibile pronuncia di sentenza di condanna generica, sempre previa istanza di parte; e, ancora, il successivo art. 279 comma 3 stabiliva che «Quando decide parzialmente il merito, anche a norma dei due articoli precedenti, o una questione di competenza o altra pregiudiziale senza definire il giudizio, il collegio pronuncia la decisione con sentenza parziale, e con separata ordinanza dà i provvedimenti opportuni per l’ulteriore istruzione sulle questioni non decise». Sicché il principio dell’unica sentenza per ogni grado di giudizio, di cui al comma 1 dell’art. 277 cod. proc. civ. è così fortemente limitato. Peraltro con formula già originariamente infelice, posto che il menzionato comma 3, nel suo incipit, addirittura sembra ammettere sentenze che decidono in corso di giudizio parzialmente il merito della causa, ulteriori rispetto a quelle previste nei due articoli precedenti (oltre che su questioni di competenza o “altra pregiudiziale”.

Sicché nel codice del 1940 più severa reazione al previgente regime si propose sul regime di impugnazione di siffatti provvedimenti, piuttosto che nella loro limitazione. Nella Relazione del Ministro Guardasigilli Grandi alla Maestà del Re Imperatore, presentata nell’udienza del 28 ottobre 1940 per l’approvazione del testo del codice di procedura civile[1] è dato leggere: « … La bontà di questo sistema apparirà soprattutto in relazione ai mezzi di impugnazione. Lo scopo fondamentale che si è voluto raggiungere è stato  … far sì che per ogni grado del giudizio la impugnazione al giudice superiore non possa essere proposta che una sola volta, cioè contro la sentenza definitiva. Per ottenere ciò non solo si è accolto il principio, posto a base della Proposta Chiovenda … del divieto di impugnazione separata delle sentenze che finora si chiamano interlocutorie; ma addirittura si è cercato di far sparire dal nuovo processo lo stesso concetto di sentenza interlocutoria … trasformando in semplici ordinanze, non impugnabili ma sempre modificabili e revocabili anche se pronunciate dal collegio (art. 280), tutti quei provvedimenti che nel processo finora vigente erano dati in forma di sentenze preparatorie o di sentenze interlocutorie in senso stretto. Così di fronte alle sentenze definitive sono rimaste soltanto, con la denominazione complessiva di sentenze parziali, tutte quelle sentenze che, pur decidendo una questione pregiudiziale o una parte del merito, lasciano aperto il giudizio per la parte non decisa; e come il Chiovenda proponeva per le sentenze interlocutorie, così in questo Codice è stato accolto per le sentenze parziali il principio secondo il quale esse sono impugnabili dinanzi al giudice superiore solo congiuntamente con la sentenza definitiva (art. 339 e 360)».

Ed infatti, alla previsione dell’art. 282, per la quale non immediatamente esecutive erano le sentenze di primo grado (ciò su cui torneremo in prosieguo) corrispondevano l’art. 339, comma 1, che ammetteva l’appello immediato soltanto avverso sentenze definitive di primo grado, mentre, ai sensi del comma 2, «Le sentenze parziali possono essere impugnate soltanto insieme con la sentenza definitiva». E, in termini, il successivo art. 340 stabiliva che «La parte che intende conservare il diritto di appello contro una sentenza parziale deve farne espressa riserva, a pena di decadenza, nella prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza, salvo il disposto dell’art. 284». La sentenza parziale, dunque non immediatamente impugnabile in appello, poteva esser fatta oggetto di impugnazione in secondo grado soltanto “insieme con la sentenza definitiva” e previa riserva di impugnazione da formulare a pena di decadenza nella (entro la?) prima udienza successiva alla sua comunicazione.

Del pari, l’art. 360 comma 1 stabiliva in quel sistema che fossero ricorribili in cassazione «le sentenze definitive pronunciate in grado di appello o in unico grado (comma 1) e che le sentenze parziali potessero essere impugnate con ricorso per cassazione soltanto insieme con la sentenza definitiva. E il successivo art. 361 all’uopo pure stabiliva (come il precedente art. 340 per l’appello) che «La parte che intende conservare il diritto di impugnare con ricorso per cassazione una sentenza parziale deve farne espressa riserva, a pena di decadenza, nella prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza, salvo il disposto dell’art. 373 secondo comma». Anche il ricorso per cassazione da proporre avverso le sentenze parziali (di secondo grado) restava dunque non immediatamente ammesso e, invece, pure subordinato a tempestiva riserva.

Chiaro, nelle due norme, il rinvio, rispettivamente, agli art. 284 e 373, comma 2. Posto, infatti, che, ai sensi dell’art. 282, in presenza di determinate condizioni, le sentenze appellabili potevano essere dichiarate provvisoriamente esecutive, e che l’istanza di esecuzione provvisoria o di revoca della stessa poteva essere (ri)proposta al giudice di appello ai sensi dell’art. 283, l’art. 284 stabiliva che «Se l’esecuzione provvisoria riguarda sentenze parziali, l’istanza di concessione o di revoca di cui all’articolo precedente può essere proposta con ricorso contenente, quando è chiesta la revoca, la dichiarazione di cui all’articolo 340, se non è stata già fatta. – Il ricorso deve essere presentato a norma dell’articolo 351 secondo comma, nel termine per proporre appello decorrente dalla comunicazione della sentenza». E, analogamente, l’art. 373 prevedeva, per il ricorso in cassazione, che «L’istanza di sospensione deve essere proposta nel ricorso contro la sentenza o con apposito ricorso, contenente, in caso di sentenza parziale, la dichiarazione di cui all’articolo 361 se non è stata già fatta. – L’apposito ricorso deve essere proposto nelle forme ordinarie entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla comunicazione della sentenza». Il procedimento per la concessione o revoca dell’efficacia esecutiva delle pronunce parziali era, quindi, formalmente distinto da quello del gravame da proporre avverso le stesse.

Le disposizioni di attuazione, approvate col citato R.D. n. 1368 del 18 dicembre 1941[42], dettavano le forme della riserva di impugnazione delle sentenze parziali: art. 129: «La riserva d’appello contro le sentenze parziali prevista dall’art. 340 del codice, quando non è proposta col ricorso di cui all’articolo 284 del codice, è fatta all’udienza con dichiarazione orale da inserirsi nel processo verbale o con dichiarazione scritta su foglio a parte da allegarsi ad esso. – Se il processo si estingue in primo grado, le sentenze parziali di merito acquistano efficacia di sentenze definitive dal momento in cui si verifica la non impugnabilità dell’ordinanza che pronuncia l’estinzione del processo.». e il successivo art. 133, dedicato al ricorso contro le sentenze parziali, stabiliva che «La riserva di ricorso per cassazione di cui all’articolo 361 del codice deve essere fatta nei modi indicati dall’articolo 129. – Si applica al ricorso per cassazione la disposizione dell’articolo 129 secondo comma»[43].

A breve la dottrina cominciò a interrogarsi e proporre soluzioni diverse, sulla complessa formula dell’art. 279 come finalmente adottata nella originaria formula del 1940. E l’immediato dibattito fu ben riassunto da Andrioli, nella seconda edizione del suo Commento[44]. Scrisse il Maestro, a commento del nuovo art. 279: I. «I provvedimenti collegiali sono le sentenze definitive e parziali, disciplinate nell’art. in esame, e le ordinanze, regolate nell’art. 280. La sentenza definitiva ha la sua caratteristica indefettibile in ciò che definisce il giudizio ancorchè non esaurisca tutto il materiale assertivo e istruttorio adunato dalle parti. È questo un concetto di sentenza definitiva che per un verso è ampio in quanto si applica non solo alla pronuncia di merito, ma anche al provvedimento di assoluzione dall’osservanza del giudizio per difetto di presupposti processuali (difetto di giurisdizione; incompetenza; incapacità delle parti; nullità dell’atto introduttivo; ecc.); sotto altro aspetto, esso è più ristretto di quello accolto nell’ordinanza germanica, la quale … considera definitiva anche la sentenza sull’an debeatur, e, nel processo cumulativo o abbinato, nel quale il giudice non usi la facoltà, riconosciutagli dall’art. 104, 2° comma, di separare le domande proposte contro l’unico convenuto, non si identifica neppure con la pronuncia di merito perché la sentenza, la quale accolga o rigetti nel merito una delle domande nello stesso tempo in cui l’ordinanza collegiale dispone la istruzione delle altre, è parziale e non definitiva. In una parola, definitiva è la sentenza con la quale il giudice chiude il processo avanti a sé; è la sentenza finale della proposta Chiovenda. A qualche dubbio, sistematico più che interpretativo, dà luogo il coordinamento dell’art. in commento in esame con gli art. 353 e 354, i quali ammettono la impugnabilità immediata di sentenze di secondo grado, che, pur non definendo il giudizio, rimettono le parti al primo giudice: l’antitesi che fra queste norme sussiste in tema di affermazione della giurisdizione e della competenza si compone con il rilievo che non si vuole riassumere il processo avanti il giudice di primo grado sulla labile base di una sentenza suscettibile di impugnazione; la disciplina, dettata dall’art. 354 per le altre ipotesi (notificazione della citazione introduttiva nulla; integrazione del contraddittorio; erronea estromissione di una parte; nullità della sentenza di primo grado per difetto di sottoscrizione del giudice), rappresenta in massima parte il contemperamento delle esigenze del rispetto del doppio grado di giurisdizione con il principio della concentrazione, ma non deve, forse, essere del tutto pretermesso nell’indagine volta a delimitare la nozione di sentenza parziale. II. Sentenza parziale si ha, senza dubbio, allorquando il giudice istruttore rimette le parti avanti il collegio per la cognizione indipendente della querela di falso proposta in via incidentale (art. 225), delle contestazioni sorte sull’ammissibilità del giuramento decisorio (art. 237), della convalida del sequestro conservativo (art. 682), nonchè allorquando il collegio, ai sensi dell’art. 278, emette condanna generica con o senza provvisionale. III. Se si tratta di cumulo obiettivo di domande, vertenti tra due parti, … ove il collegio ritenga di scindere la trattazione delle domande, decide con sentenza parziale su quelle mature per la cognizione piena e provvede con ordinanza per la istruzione delle altre. Meno semplice si presenta l’indagine allorquando le domande vertano fra più parti: litisconsorzio facoltativo, intervento volontario e coatto, chiamata in garanzia. La considerazione che il giudice istruttore, esclusione fatta della ipotesi dell’intervento principale contemplata dall’art. 272, non possa sospendere la istruttoria della domanda proposta fra due parti per rimettere al collegio la cognizione della domanda contro altra parte, vale a ridurre il numero dei casi pratici, non già a eliminarli perché il collegio può, anche nei giudizi con pluralità di parti, trovarsi nella situazione regolata dall’art. 277, 2° comma, nel senso che la domanda vertente fra due parti è matura per la decisione immediata e quella contro altra parte esige ulteriore istruzione. Si pensi ad es., alla domanda di pagamento proposta contro più condebitori non solidali, all’intervento volontario o coatto del fidejussore nel giudizio fra creditore e debitore principali: se un condebitore dimostra di aver pagato mentre le domande proposte contro altri condebitori richiedono più completa indagine, se il fidejussore dimostra di non essere tale e la causa principale deve essere ancora istruita, può il collegio, in applicazione dell’art. 277, 2° comma assolvere il condebitore che ha pagato, nella prima ipotesi ed estromettere il fidejussore nella seconda, disponendo l’assunzione delle prove con ordinanza? E la sentenza è parziale, e quindi non impugnabile immediatamente, ovvero è definitiva? Si pendi (ipotesi dibattuta assai spesso avanti il tribunale di Roma e decisa, in vario senso, con pronunce inedite) alla chiamata in garanzia, che il collegio ritiene infondata, disponendo nel contempo la ulteriore istruzione della causa principale: anche qui, si domanda se il preteso garante possa essere assolto prima dell’assunzione delle prove. Le soluzioni possibili sono tre: a) escludere dalla previsione dell’art. 277, 2° comma, i processi con pluralità di parti, con la conseguenza che la decisione definitiva su alcuna delle domande venga rinviata fino alla completa istruzione delle altre; b) in applicazione dell’art. 104, 2° comma, separare le domande mature da quelle, che esigono istruttoria, pronunziare sulle prime con sentenza, che, dato lo stralcio dei processi, è definitiva, e disporre con ordinanza la istruttoria delle altre; c) infine, applicare l’art. 277, 2° comma, decidendo con sentenza parziale sulla domanda matura e disponendo con ordinanza la istruzione sulle altre. Cominciamo con l’escludere la seconda soluzione, che pure era stata da me accolta in uno scritterello dedicato all’arduo argomento[45]: dal combinato disposto degli articoli 331 a 335, 340 a 361 avevo dedotto che la sentenza, la quale decide definitivamente nei confronti di una delle parti estromettendola ovvero accogliendo o respingendo la domanda contro essa proposta, benchè non esaurisca il giudizio, è, rispetto alle parti fra le quali è stata pronunciata, definitiva con la duplice conseguenza che è immediatamente impugnabile e deve disporre sulle spese. Senonchè, l’esistenza di due sentenze definitive in un unico giudizio (e potrebbero essere tante, per quante sono le coppie di parti, la cui domanda appare di volta in volta matura per la decisione) è un monstrum la cui creazione mi fu suggerita dagli art. 340 e 361, che partono dall’evidente presupposto che la parte, la quale intende far riserva di impugnare la sentenza parziale, partecipi alla fase di riassunzione del giudizio, ma non si può non negare ad esse la cittadinanza nel vigente ordinamento processuale. Lo stesso risultato pratico potrebbe essere raggiunto ove si facesse capo alla separazione delle domande, che l’art. 509 del progetto Redenti chiamava stralcio dei processi: sua conseguenza è che la pronuncia emanata sulla domanda matura ormai separata dalle altre, è a buon diritto definitiva del giudizio divenuto autonomo, mentre nulla si oppone a che sulle altre domande sia pronunciata sentenza definitiva. Peraltro questa soluzione, che l’art. 104, 2° comma, accoglie col in tema di pluralità di domande proposte contro la stessa parte, non può applicarsi alle ipotesi qui considerate, nelle quali si dà connessione obbiettiva e, quindi ove le domande siano separate, possibilità di contrasto teorico di giudicati. Né è superfluo elencare gli inconvenienti, cui l’accoglimento della seconda soluzione dà luogo: essa non può essere applicata all’intervento adesivo dipendente, per il quale l’interesse del terzo si fonda su quella partecipazione al processo, che la separazione esclude a priori; ove –e il rilievo vale per ogni altro giudizio con pluralità di parti- la sentenza pronunciata sulla domanda matura sia riformata in appello, la causa deve, ai sensi dell’art. 354, essere rimessa al primo giudice, con quella offesa dell’economia dei giudizi, che è facile immaginare.

La seconda soluzione, dunque, non è conforme a legge né si dimostra opportuna, ma il respingerla significa porre l’interprete davanti il dilemma: procrastinare la decisione della domanda matura fino alla istruzione delle altre (prima soluzione); decidere la domanda matura con sentenza parziale e disporre la istruzione delle altre domande con ordinanza (terza soluzione).

Confesso subito che la terza soluzione non raccoglie le mie simpatie, sebbene sembri, sul piano pratico, assai seducente: il presupposto di fatto sul quale gli art. 340 e 361 si fondano –osservavo nello scritterello citato- è che la parte che formula la riserva e quella nei confronti della quale è formulata, partecipino o possano partecipare alla prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza; negli art. 331 a 335, che disciplinano l’integrazione dei giudizi d’impugnazione, si considera l’ipotesi in cui unico sia il provvedimento impugnato, mentre l’ipotesi in cui la sentenza definitiva sia stata preceduta da sentenze parziali, non è affatto contemplata. Chi segue la terza soluzione sarebbe seriamente imbarazzato nell’indicare il modo con il quale il soccombente potrebbe formulare la riserva di impugnazione; la Corte d’appello di Roma[46] dopo aver qualificato come parziale la sentenza, che pronuncia su una delle domande connesse, ammette il soccombente a partecipare all’udienza di riassunzione allo scopo di formulare la riserva, ma la irritualità dell’espediente non ha bisogno di essere dimostrata. Rimane la prima soluzione –inapplicabilità dell’art. 277, 2° comma ai giudizi con pluralità di parti-; non mi dissimulo l’inconveniente, cui dà luogo, di costringere la parte, che sarebbe in grado di ottenere una pronuncia immediata, ad attendere la maturità delle altre domande, ma ritengo che sola quadri con le numerose disposizioni di legge, che più o meno direttamente incidono sull’ardua materia: soltanto essa evita al legislatore il rimprovero di avere ignorato, nella disciplina del litisconsorzio nelle fasi di gravame, la sentenza parziale; soltanto essa s’inquadra nei citati art. 340 e 361; soltanto essa trae rigorose conseguenze dal vincolo di connessione che lega le varie domande. Non costituisce valido ostacolo l’art. 354, il quale, disponendo che il giudice d’appello rinvia la causa ai primi giudici se una parte sia stata estromessa erroneamente dal giudizio di primo grado, suppone che una fase di quest’ultimo siasi svolta nell’assenza della parte, la cui estromissione fu anteriormente disposta con sentenza parziale: a prescindere dal rilievo che, in senso tecnico, si parla di estromissione sol a proposito del garantito (art. 108), dell’obbligato (art. 109) e del dante causa della res litigiosa a titolo particolare (art. 111), e che in queste ipotesi l’allontanamento avviene sul consenso delle parti, del quale l’ordinanza del giudice si limita a dar atto, è facile replicare che, se de jure (più precisamente, secondo quel che qui si ritiene lo ius) l’estromissione non si dispone con sentenza parziale, de facto si può incorrere in questo errore, alle cui conseguenze dannose il legislatore sopperisce con l’art. 354. Conclusione: poiché ai giudizi con pluralità di parti non si applica l’art. 277, 2° comma, non c’è materia per la sentenza parziale. IV. Ove la causa sia stata rimessa al collegio affinchè sia decisa separatamente una questione di merito avente carattere preliminare, il collegio si trova nelle seguenti alternative: A) ritenuta la definitività della questione, la risolve in senso tale da definire nel merito il giudizio e pronuncia sentenza definitiva. Ad es., di fronte alla prova, diretta dall’attore a dimostrare l’esistenza del titolo, il convenuto eccepisce la prescrizione; il collegio, cui l’istruttore ha rimesso la causa per decidere se la prescrizione siasi maturata, afferma, anzitutto, in via ipotetica, che la eccezione è tale da definire il giudizio, e accerta in concreto che si è maturata, respingendo, sulla base di queste ragioni, la domanda dell’attore. B) Il collegio esclude, in via ipotetica, il carattere definitivo della questione, e rimette con ordinanza le parti avanti il giudice istruttore per l’ulteriore trattazione della causa. La quale ipotesi si verifica allorquando, per tornare all’esempio fatto, alla eccezione di prescrizione del convenuto l’attore ha replicato che questa era stata interrotta o sospesa offrendone la prova: in una situazione di tal genere, il collegio non può risolvere nel merito la questione preliminare per non essere ancora pienamente istruita, ma proprio perché la causa, anche nell’ipotesi dell’art. 187, 2° comma, viene rimessa dal giudice istruttore ad istruttoria chiusa, deve limitarsi ad affermare in via ipotetica che se la prescrizione fosse interrotta o sospesa, la questione di merito, sollevata dal convenuto, non avrebbe carattere preliminare, e disporre con ordinanza la ulteriore trattazione della causa. C) Il collegio, pur affermando il carattere preliminare della questione, la risolve nel senso inidoneo a definire il giudizio, con sentenza parziale e dispone con ordinanza la ulteriore trattazione della causa. Sempre per stare all’esempio, la interruzione della prescrizione risulta ex actis senza bisogno di assumere mezzi istruttori: la questione sulla prescrizione può essere senz’altro decisa, ma proprio perché è accertata l’interruzione, il giudizio non può essere definito. Queste, in forma sintetica, le conclusioni che ritengo accettabili, ma la trattazione ne sarebbe incompleta se non si valutasse il movimento dottrinario, officioso e privato, cui il terzo comma dell’articolo in esame ha dato luogo allorquando lo si applicava alle ipotesi delineate sub B) e C). Il problema pratico, che si pone sul se il collegio, allorquando sottopostagli dall’istruttore una questione preliminare di merito, debba, nel disporre la ulteriore trattazione della causa, pronunciare o meno sentenza parziale, era stato nella relazione ministeriale illustrativa del codice, n. 25, risolto in senso affermativo ma senza approfondito esame. Il Satta, nella prima edizione della Guida pratica[47], n. 37, andò più in là, affermando che le sentenze interlocutorie non erano morte sia perché il collegio, ove si fosse convinto della concludenza di una prova non ammessa dal giudice istruttore, avrebbe dovuto affermare l’ammissibilità con sentenza parziale e disporne l’assunzione con ordinanza, sia perché, se la causa fosse stata rimessa al collegio per la valutazione di ammissibilità di una prova, il collegio avrebbe dovuto accertarne l’ammissibilità con sentenza parziale e disporne l’assunzione con ordinanza. Replicò il Conforti[48] che, ove si discuta di ammissibilità di prove, il collegio che andasse in contrario avviso rispetto all’istruttore, non potrebbe emettere se non ordinanze, mentre, allorquando le questioni preliminari di merito non definiscono il processo, devesi utilizzare la forma della sentenza parziale per deciderle, salvo a disporne l’assunzione con ordinanza. Come osservavo nella prima edizione di questo Commento, I, pag. 539, il Conforti aveva buon gioco a criticare la tesi di Satta, male argomentazioni addotte non erano le più conclusive in quanto poteva farsi capo, in via diretta, al secondo comma dell’art. 187, e, per argomentazione a contrariis, all’art. 237, per concludere che sol quando l’ammissione della prova fosse ostacolata da una questione preliminare di merito, per la cognizione della quale vi fosse stata rimessione ai sensi dell’art. 187, 2° comma, il collegio, prima di disporre la prova con ordinanza, avrebbe dovuto decidere con sentenza parziale sulla questione preliminare[49]. Il legislatore ha sentito la necessità di ritornare sull’argomento non tanto nella relazione illustrativa delle disposizioni d’attuazione, appr. con r. d. 18 dicembre 1941 n. 1368, che si era limitata a ripetere il passo della relazione illustrativa del codice, quanto nella circolare ministeriale n. 2690 del 14 aprile 1942, nella quale la soluzione unitaria delle recedenti relazioni è abbandonata e si accede alla opposta tesi affermandosi che “nella massima parte dei casi (la decisione) dovrà essere presa nella forma della semplice ordinanza”; più che nelle affermazioni di carattere generale la circolare merita di essere ricordata per la formulazione dei criterii di massima, che ravvisa nella valutazione unitaria di tutta la causa. Ha ribattuto il Satta, dapprima nella seconda edizione della Guida pratica, n. 37 bis, poi ne Le circolari ministeriali per l’applicazione del nuovo codice di procedura civile[50], Appendice alla Guida pratica, n. 8, in cui riafferma che, ogni qualvolta la causa è rimessa al collegio per la cognizione di una questione preliminare di merito, il relativo provvedimento collegiale deve essere preso con sentenza parziale, non con ordinanza. Infine il Giudiceandrea[51] distingue fra la valutazione di definitività della questione di merito, che, ove sia risolta in senso negativo, sfocia in una ordinanza, e la cognizione della medesima, che si fa con sentenza parziale quante volte il frazionamento della domanda non nuoccia a quella visione integrale della causa, cui è informato il primo comma dell’art. 277. Richiamandomi alle conclusioni già formulate, ritengo che la possibilità di frazionare la domanda e di decidere su di una parte di essa con sentenza parziale risulta dal terzo comma dell’articolo in esame: vi si parla di questioni e non di domande, delle quali si dispone l’ulteriore trattazione, mentre la frase “quando decide parzialmente il merito, anche a norma dei due articoli precedenti”, dimostra che l’ambito di utilizzazione della sentenza parziale non è limitato alla scissione delle domande (art. 277, 2° comma) e alla condanna generica con provvisionale o meno (art. 278), ma si estende ad altra ipotesi, che non può essere quella indicata dal secondo comma dell’art. 187. Senonchè, in tanto il combinato disposto dell’art. 187 2° comma, e dell’articolo in esame si applica, in quanto ne ricorre il presupposto, e cioè che la questione di merito sia, in linea ipotetica, idonea a definire il giudizio: su questo punto, mi allontano dal Satta, che non fa distinzioni, e mi associo al Giudiceandrea, dal quale dissento per ciò che egli introduce un altro limite, consistente nel rispetto della trattazione unitaria della causa; limite, che non mi sento di osservare sia perché al principio generale, sancito nel primo comma dell’art. 277, dal quale lo si vuol desumere, sono apportate dal codice alcune eccezioni, e fra esse l’art. 187, 2° comma, che non possono essere ulteriormente estese argomentando dal principio generale, sia perché gli esempi di rispetto o meno della trattazione unitaria della causa, fatti nella circolare ministeriale ne chiariscono la pericolosa fluidità. Meglio, quindi, è limitare la sentenza parziale ai casi pratici, nei quali ricorrano i presupposti dell’art. 187, 2° comma. V. Sentenza parziale è pronunciata se il collegio, al quale la causa è rimessa (art. 187, 3° comma), afferma la giurisdizione o la competenza, e dispone con ordinanza la istruzione del merito. VI. L’ordinanza viene emanata dal collegio quando a) la decisione della causa è sospesa perché è necessaria un’ulteriore istruzione, b) la decisione è limitata ad alcune domande e di altre si dispone l’ulteriore istruzione, c) si emette condanna generica e si dispone l’istruzione della liquidazione, d) si dispone la istruzione delle altre questioni, dopo che con sentenza parziale furono affermate la giurisdizione o la competenza, ovvero fu esaminato parzialmente il merito. Nelle ipotesi b), c) e d) la ordinanza è depositata in cancelleria insieme con la sentenza parziale. VII. L’ampia trattazione che ho ritenuto di dedicare all’articolo in esame, se si esclude la parte relativa alle sentenze parziali pronunziate (o meglio, non pronunziate) nei giudizi con pluralità di parti, ha importanza più didascalica che pratica. La rimessione separata della causa al collegio e la facoltà, a quest’ultimo riconosciuta, di emettere sentenze parziali, rappresentano il ponte dell’asino del vigente rito: è sufficiente che il giudice istruttore veda in ogni eccezione, che si oppone all’ammissione di una prova, una questione preliminare di merito e che il collegio, in luogo di negare la definitività e di disporre con ordinanza il mezzo istruttorio, emetta sentenza parziale, perché la causa si riduca ad un costoso andirivieni fra l’istruttore che se ne lava le mani, e il collegio che gli ruba il mestiere disponendo prove».

  1. La “controriforma” del 1950

Ma già nell’imminenza dell’entrata in vigore del codice del 1940 si agitarono, pur su formule diverse, problemi interpretativi che ancor oggi ci affannano. Il sistema, come descritto, fu, comunque, rigettato dall’avvocatura, non sempre per ragioni commendevoli, ma che acquisirono ovvio e decisivo peso quando ammantate dalla necessità di abrogare il codice di Mussolini[52] (che in realtà di quest’ultimo aveva assai poco se non nulla), tanto che non mancarono tentazioni di tornare al vecchio codice del 1865, in attesa di nuova codificazione. Ciò che terrorizzava la gran parte della dottrina, che, invece, riconosceva il nuovo codice come pur incerto ma oggettivo passo in avanti.  Parte della dottrina, piuttosto, per quanto qui interessa, contestò il nuovo codice nella parte in cui impediva l’immediata impugnazione della sentenza non definitiva o parziale. E, modificato con la c.d. controriforma del ’50, con l’opzione di fondo della scelta mediana del giudice istruttore/collegio, che se al primo riservava, almeno sulla carta, il principio dell’oralità per il quale tanto Chiovenda si era battuto, poi evidentemente lo negava, con soluzione opposta, e per definizione, nella decisione collegiale.

Già il decreto legislativo 5 maggio 1948, n. 483[53], all’art. 8 prevedeva, in modifica dell’art. 177, comma 2, del codice, che: «Le ordinanze possono essere modificate o revocate dal giudice che le ha pronunciate, salvo che siano state impugnate a norma dell’articolo seguente, ovvero la legge le dichiari espressamente non impugnabili o predisponga contro di esse un mezzo di reclamo da quello previsto dall’articolo seguente. Se la pronuncia è avvenuta sull’accordo nelle parti, in materia della quale queste possono disporre, l’ordinanza non è revocabile se non sull’accordo di tutte». E il successivo art. 9 aggiungeva all’art. 178 i seguenti tre commi: «Tuttavia la parte interessata può proporre immediatamente la questione al collegio, mediante reclamo avverso l’ordinanza nel termine perentorio di 5 giorni dalla pronuncia dell’ordinanza, o dalla comunicazione se la pronuncia è avvenuta fuori dell’udienza. L’esecuzione dell’ordinanza è sospesa durante il termine per proporre reclamo e durante il giudizio su questo, salvo che il giudice istruttore, nei casi d’urgenza, l’abbia dichiarata esecutiva nonostante il reclamo. – Il reclamo è presentato con ricorso diretto al giudice istruttore. Questi fissa con decreto l’udienza davanti a lui, per gli adempimenti previsti dagli articoli 189 e 190. Di tale decreto il cancelliere dà comunicazione alle parti costituite. Il reclamo può essere proposto anche con semplice dichiarazione nel verbale di udienza dinanzi al giudice istruttore, sempre che tale udienza ricada nel termine stabilito per proporlo; ed anche in tal caso il giudice istruttore fissa, con ordinanza, l’udienza innanzi a lui per gli adempimenti prescritti dagli articoli 189 e 190. Il collegio provvede sul reclamo a norma dell’articolo 279. – Il reclamo previsto dai due commi precedenti non è ammesso contro le ordinanze che regolano lo svolgimento del processo a norma dell’art. 175 secondo comma e contro quelle con cui il giudice istruttore provvede, a norma dell’articolo 205, sulle questioni relative alla assunzione dei mezzi di prova».

L’art. 14 del dlgs. Stabiliva, poi, che «nel testo del primo e secondo comma dell’articolo 189 del codice di procedura civile le parole “casi dell’articolo 187 secondo e terzo comma” sono sostituite dalle parole “casi dell’articolo 178 terzo comma e 187 secondo e terzo comma”. Il successivo art. 15 incideva sull’art. 278 dedicato alla condanna generica, stabilendo che: «Nel testo del primo comma dell’articolo 278 del codice di procedura civile sono soppresse le parole “con sentenza parziale” ne quelle “con ordinanza”. – Nel testo del secondo comma dello stesso articolo 278 sono soppresse le parole “con la stessa sentenza parziale”.

L’art. 16 modificava l’art. 279 del codice, nel senso che: «Il collegio pronuncia sentenza quando decide il merito o una questione di competenza o altra pregiudiziale attinente al processo, definendo il giudizio. – Pronuncia altresì sentenza quando, senza definire il giudizio, decide questioni di merito, anche se di carattere preliminare, o una questione di competenza o altra pregiudiziale attinente al processo; e in tal caso con la stessa sentenza dà i provvedimenti opportuni per l’ulteriore istruzione sulle questioni non decise. – Quando decide soltanto questioni relative all’istruzione della causa senza definire il giudizio, il collegio provvede con ordinanza che non può revocare. Le considerazioni attinenti al merito eventualmente contenute nell’ordinanza non possono in nessun caso pregiudicare la decisione delle questioni a cui esse si riferiscono. – L’impugnazione contro l’ordinanza deve essere proposta, a pena di decadenza, con quella contro la prima sentenza successiva che sia stata impugnata, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di detta sentenza. – L’ordinanza è depositata in cancelleria. Il cancelliere la inserisce nel fascicolo d’ufficio e ne dà comunicazione alle parti a norma dell’articolo 176 secondo comma».

In tema di impugnazione in appello, l’art. 24 del d.lgs sostituiva i primi due commi dell’art. 339 nel senso che: «Salvo da quanto è disposto dai successivi commi, possono essere impugnate con appello tutte le sentenze pronunziate in primo grado, purché l’appello non sia stato escluso dalla legge, o dall’accordo delle parti a norma dell’articolo 360 secondo comma. – Le pronunce contenute nella sentenza con le quali, senza definire il giudizio, si decidono questioni relative all’istruzione della causa, o questioni pregiudiziali attinenti al processo, diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza, sono impugnabili soltanto dopo la sentenza che pone termine all’intero giudizio, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di questa. – Se però prima della sentenza che pone termine all’intero giudizio sia stata emessa, con la stessa sentenza o con altra successiva, una pronuncia immediatamente impugnabile a norma del primo comma e questa sia impugnata, l’impugnazione già differita a norma del comma precedente deve essere proposta, a pena di decadenza, nello stesso processo, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale contro detta pronuncia. E contestualmente, per espressa previsione della medesima norma, restava abrogato l’art. 340 del codice.

Analogamente, l’art. 30 del d.lgs sostituiva l’art. 360 nel senso che: «Salvo quanto è disposto dagli ultimi due commi del presente articolo, tutte le sentenze pronunciate in grado di appello o in unico grado, esclude quelle del conciliatore, possono essere impugnate con ricorso per cassazione: 1) per motivi attinenti alla giurisdizione; 2) per violazione delle norme sulla competenza; 3) per violazione o falsa applicazione di norme di diritto; 4) per nullità della sentenza o del procedimento; 5) per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio. – Può altresì essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d’accordo per omettere l’appello; ma in tal caso l’impugnazione può proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto. – Le pronunce contenute nelle sentenze con le quali, senza definire il giudizio, si decidono questioni relative all’istruzione della causa o questioni pregiudiziali attinenti al processo diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza, sono impugnabili soltanto dopo la sentenza che pone termine all’intero giudizio, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di questa. – Se però, prima della sentenza che pone termine all’intero giudizio sia stata emessa, con ala stessa sentenza o con altra successiva, una pronuncia immediatamente impugnabile, a norma del primo comma e questa sdia impugnata, l’impugnazione già differita a norma del comma precedente dev’essere proposta, a pena di decadenza, nello stesso processo, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale contro detta pronuncia. Ed anche qui restava di conseguenza abrogato l’art. 361 del codice.

Finalmente, gli art. 36 e 37 abrogavano a far tempo dal 1° gennaio 1949, ogni altra disposizione del codice di procedura civile approvato con regio decreto 18 dicembre 1941, n. 1368, che fossero incompatibili con quelle del medesimo d.lgs.

In realtà, a partire dal 1943, nel periodo della c.d. transizione costituzionale, la funzione legislativa fu esercitata dalla Consulta nazionale (settembre 1945 – giugno 1946); fu poi ripresa dall’Assemblea costituente e, con l’entrata in vigore della Costituzione dalle nuove Camere. Il c.d. Periodo costituzionale transitorio si concluse il 1° gennaio 1948, data di entrata in vigore della Costituzione italiana (promulgata il precedente 27 dicembre 1947) e di costituzione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati. Posto che, ai sensi dell’art. 6 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98, i provvedimenti legislativi che non fossero di competenza dell’Assemblea Costituente ai sensi del primo comma dell’art. 3, nel periodo ivi indicato, dovevano essere sottoposti a ratifica del “nuovo Parlamento” entro un anno dalla sua entrata in vigore, ai sensi del relativo art. 38, il decreto legislativo n. 483 del 1948 avrebbe dovuto trovare esecuzione a cominciare dal 1° gennaio del successivo anno 1949. La legge 29 dicembre 1948, n. 1470 ne differì l’entrata in vigore al 31 marzo 1949; la legge 31 marzo 1949, n. 92, ulteriormente spostò il termine al 30 giugno 1949; la legge 5 luglio 1949, n. 341 ulteriormente ne prorogò la sospensione fino “all’entrata in vigore della legge di ratifica del decreto legislativo medesimo”; e, finalmente, la legge 14 luglio 1950, n. 581 dispose, con l’art. 1, la ratifica del decreto.

Fu con tale complesso iter, dunque, che si arrivò alla legge 14 luglio 1950, n. 581, (di ratifica, con modificazioni, del d.leg. 5 maggio 1948, n. 483, contenente modificazioni ed aggiunte al codice di procedura civile[54]) il cui art. 22, intervenne sull’art. 278, l’art. 23 modificò l’art. 279, l’art. 35 riscrisse l’attuale art. 340 e l’art. 42 disegnò in termini identici l’art. 361 per il ricorso in cassazione avverso le sentenze non definitive.

L’art. 16 del d.lgs. (di modificazioni e aggiunte al Codice di procedura civile) 5 maggio 1948, n. 483 aveva dunque modificato l’art. 279 cod. proc. civ. nel senso che: «Il collegio pronuncia sentenza quando decide il merito o una questione di competenza o altra pregiudiziale attinente al processo, definendo il giudizio. – Pronuncia altresì sentenza quando, senza definire il giudizio, decide questioni di merito, anche se di carattere preliminare, o una questione di competenza o altra pregiudiziale attinente al processo; e in tal caso con la stessa sentenza dà i provvedimenti opportuni per l’ulteriore istruzione sulle questioni non decise. – Quando decide soltanto questioni relative all’istruzione della causa senza definire il giudizio, il collegio provvede con ordinanza che non può revocare. Le considerazioni attinenti al merito eventualmente contenute nell’ordinanza non possono in nessun caso pregiudicare la decisione delle questioni a cui esse si riferiscono. – L’impugnazione contro l’ordinanza dev’essere proposta a pena di decadenza, con quella contro la prima sentenza successiva che sia stata impugnata, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di detta sentenza. – L’ordinanza è depositata in cancelleria. Il cancelliere la inserisce nel fascicolo d’ufficio e ne dà comunicazione alle parti a norma dell’art. 176 secondo comma».

Il successivo art. 24, poi, aveva, come detto, sostituito i primi due commi dell’art. 339 nel senso che: «Salvo quanto è disposto dai successivi commi, possono essere impugnate con appello tutte le sentenze pronunziate in primo grado, purché l’appello non sia escluso dalla legge, o dall’accordo delle parti a norma dell’art. 360 secondo comma. – Le pronunce contenute nella sentenza con le quali, senza definire il giudizio, si decidono questioni relative all’istruzione della causa, o questioni pregiudiziali attinenti al processo, diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza, sono impugnabili soltanto dopo la sentenza che pone termine all’intero giudizio, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di questa. – Se però, prima della sentenza che pone termine all’intero giudizio sia stata emessa, con la stessa sentenza o con altra successiva, una pronuncia immediatamente impugnabile a norma del primo comma e questa sia impugnata, l’impugnazione già differita a norma del comma precedente deve essere proposta, a pena di decadenza, nello stesso processo, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale contro detta pronuncia». Lo stesso art. 24, con l’ultimo comma, abrogava espressamente l’art. 340 allora vigente.

L’art. 30 era intervenuto sull’art. 360 cod. proc. civ. in modo che, posta la ricorribilità in cassazione di tutte le sentenze pronunciate in grado di appello o in unico grado, escluse quelle del conciliatore, tuttavia, «le pronunce contenute nella sentenza con le quali, senza definire il giudizio, si decidono questioni relative all’istruzione della causa o questioni pregiudiziali attinenti al processo diverse da quella sulla giurisdizione o sulla competenza, sono impugnabili soltanto dopo la sentenza che pone termine all’intero giudizio, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di questa. – Se però, prima della sentenza che pone termine all’intero giudizio sia stata emessa, con la stessa sentenza o con altra successiva, una pronuncia immediatamente impugnabile a norma del primo comma e questa sia impugnata, l’impugnazione già differita a norma del comma precedente deve essere proposta, a pena di decadenza, nello stesso processo, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale contro detta pronuncia». Restava infine abrogato l’art. 361 previgente.

Il Ministro Guardasigilli Grandi, nella relazione di accompagnamento al d.lgs.[55], chiariva (al punto 9) che «riguardo alle pronunce del collegio attinenti alla ammissione dei mezzi di prova, la dottrina ha dimostrato la più aperta ostilità contro la norma, contenuta nel disegno di legge, che all’attuale forma di ordinanza collegiale sostituiva la vecchia forma della sentenza. Secondo la dottrina, la sentenza puramente interlocutoria e i capi interlocutori delle sentenze cosiddette miste, sarebbero un ibrido avente forma di sentenza e sostanza di ordinanza, … ciò che giustificherebbe perché anche nel caso che insieme alla pronuncia istruttoria il collegio emetta pronunce di altro genere, debbasi evitare la forma della sentenza mista e mantenere invece la distinzione formale tra la sentenza (parziale) e la parallela e contemporanea ordinanza collegiale diretta alla prosecuzione dell’istruzione. È da osservare anzitutto che il problema è connesso a quello della impugnazione immediata o obbligatoriamente differita delle pronunce istruttorie, e quindi all’estensione più o meno ampia che debbasi dare al principio, pure sostenuto dalla dottrina, della concentrazione, in unico processo di impugnazione, dei gravami contro pronunce definitive e non definitive. Il problema, quindi, attinente alla forma della pronuncia del collegio perde parte della sua asprezza quando si stabilisca, come in realtà si è stabilito nello schema in esame, che comunque le pronunce istruttorie del collegio non siano di per sé immediatamente impugnabili. Superato questo profilo rimangono gli aspetti accessori del problema e di carattere più propriamente pratico, che si riassumono nella maggiore semplicità e agilità della forma dell’ordinanza nei confronti della sentenza; nella possibilità (una volta esteso il principio della impugnabilità immediata alla massima parte delle sentenze non definitive) di identificare agevolmente attraverso la forma il tipo di pronuncia non impugnabile immediatamente; ed infine nel carattere di revocabilità e modificabilità che si ritiene connaturato alla pronuncia emessa sotto forma di ordinanza. Senonché, su quest’ultimo punto la Commissione legislativa ha giustamente ritenuto che alla revocabilità e modificabilità del provvedimento collegiale ineriscano più svantaggi che vantaggi, essendo illogico e dannoso che il collegio possa tornare su questioni ed eccezioni esaminate e superate, con conseguente perdurante instabilità della linea direttiva della causa finché questa non sia stata definitivamente ed integralmente decisa … Concretamente, quando il collegio deciderà soltanto questioni relativa all’istruzione della causa, senza definire il giudizio, dovrà adottare la più semplice forma dell’ordinanza. Tale ordinanza però, per le già accennate ragioni, non sarà più revocabile né modificabile dal collegio in fase successiva, cosicché la questione sull’ammissibilità e concludenza della prova ammessa non potrà essere ripresa in esame dal collegio nemmeno con la successiva sentenza … Si è ritenuto poi di eliminare la preoccupazione che … si verifichino casi patologici in cui, avendo il giudice sfiorato o anche affrontato e discusso con l’ordinanza collegiale questioni di merito, sorga dubbio se in realtà ci si trovi di fronte ad un’ordinanza o se invece si tratti di una sentenza da impugnarsi immediatamente, sotto pena di preclusione di ogni possibilità ulteriore di discutere e far riesaminare le questioni predette. Pertanto, è stato espressamente stabilito che le considerazioni attinenti al merito, eventualmente contenute nell’ordinanza, non possono in nessun caso pregiudicare la decisione delle questioni a cui esse si riferiscano … Se comunque … il collegio, senza definire tutto il giudizio, deciderà insieme con questioni relative all’istruzione della causa questioni di merito, anche se di carattere preliminare, o questioni pregiudiziali, anche le pronunce di carattere istruttorio saranno contenute ed assorbite nella sentenza. Infatti in tal caso, dovendosi comunque emettere la sentenza, vengono meno le ragioni di semplicità e rapidità che possono far dare la referenza all’ordinanza, quando questa si presenta come provvedimento isolato; e inoltre, data la spesso intima connessione logica tra la pronunzia di carattere istruttorio e le altre pronunzie, appare opportuno non spezzare il contesto della decisione, specie ai fini della motivazione, in due provvedimenti distinti e diversi quanto alla forma …».

In merito, poi, al prescelto regime di impugnazione delle varie pronunce previste dal nuovo (ipotizzato) art. 179 cod. proc. civ., il Ministro Guardasigilli chiariva che «il vigente codice ha adottato per tutte le sentenze che comunque non definiscono tutto il giudizio (sentenze parziali: art. 277 secondo comma, art. 278 primo comma, art. 279 secondo e terzo comma), il criterio dell’impugnazione (appello e ricorso per cassazione) obbligatoriamente differita a dopo la pronuncia della sentenza definitiva, e concentrata con il gravame contro quest’ultima. Tale sistema … è fonte di gravi inconvenienti … Infatti, se il differimento dell’impugnazione delle pronunce istruttorie o incidentali può essere giustificato dalla applicazione dei criteri di concentrazione ed immediatezza; simile disciplina, applicata ai capi della sentenza che hanno deciso su una parte della materia sostanziale del contendere, si tramuta invece in un aggravio per le parti, le quali debbono proseguire tutto il processo fino alla decisione integrale, prima di potere instaurare e far giudicare il gravame su punti della decisione che ormai hanno assunto una fisionomia separata ed autonoma: e senza che da tale ritardo derivi alcuna utilità ai fini generali del processo, giacché lo svolgimento del processo di impugnazione sulla parte definitivamente decisa non può logicamente pregiudicare la prosecuzione della causa nelle altre parti non ancora giudicate ovvero giudicate ma non comprese nell’impugnazione. Se poi il punto di merito definitivamente deciso rappresenta la premessa logica per lo svolgimento ulteriore della trattazione del merito, sembra veramente incongruo (si pensi al caso della condanna generica quando il giudizio debba proseguire per la liquidazione) che tale trattazione debba essere portata sino in fondo senza che vi sia alcuna possibilità di fare tempestivamente riconoscere in sede superiore l’eventuale errore del giudice inferiore. La soluzione accolta nel disegno di legge (art. 340 bis e 361 bis) ovviava in parte ai predetti inconvenienti, ammettendo l’impugnabilità immediata per tutte le sentenze comunque non definitive e accordando, in via alternativa, alla parte soccombente la facoltà di differire, o di proporre immediatamente l’impugnazione. È tuttavia sembrato che la soluzione potesse essere ricondotta a linee più semplici e razionali. Anzitutto, se la differita trattazione e decisione della impugnazione contro alcuni tipi di sentenze non definitive è giustificata dai principii di concentrazione ed immediatezza, e dal vantaggio che alla giustizia della decisione in sede superiore può apportare la visione integrale della controversia quale si è svolta ed esaurita in sede inferiore, sembra illogico lasciare tale differimento e tale concentrazione alla parte soccombente. Il differimento dell’impugnazione per tali tipi di decisione dovrebbe quindi, in linea di principio, essere inderogabile, anche per limitare, per quanto possibile, l’indubitabile inconveniente della ramificazione del processo e dell’eccessivo frazionamento dei gravami che consegue all’impugnabilità immediata concessa per qualsiasi tipo di decisione. Si ritiene viceversa che la facoltà attribuita alla parte soccombente … di differire l’impugnazione per i capi di merito o altrimenti definitivi della sentenza parziale o mista, mentre non risponde ad un apprezzabile interesse dello stesso soccombente, costituisca, per le ragioni già accennate, una fonte di notevole aggravio per la parte vincitrice. Il decreto si ispira quindi al criterio che oltre alle sentenze che definiscono tutto il giudizio (cioè definitive) possono e correlativamente debbono essere impugnate immediatamente … anche le sentenze non definitive. Si è creduto però fare eccezione al riguardo precisando … quali sentenze non definitive debbono, invece, essere impugnate solo dopo la pronuncia della sentenza definitiva … Trattasi anzitutto delle pronunce con le quali si decidono questioni relative all’istruzione della causa senza definire il giudizio, di pronunce cioè che hanno per oggetto l’istruzione della causa, vale a dire che dispongono o anche negano l’ammissione di mezzi di prova, purché comunque a seguito di tale pronuncia la causa debba proseguire nello stesso grado di giudizio. In questo caso … la sentenza non può non contenere, insieme alla pronuncia sulle questioni relative all’istruzione, anche un’altra pronuncia attinente a questioni di altro genere, giacché se il collegio si fosse limitato a risolvere questioni relative all’istruzione della causa avrebbe emesso la pronuncia sotto la forma di ordinanza (art. 279 terzo comma, modificato ai sensi dell’art. 16 del decreto). Analogo trattamento ai fini dell’impugnazione differita, si è ritenuto di attribuire alle pronunce che definiscono questioni pregiudiziali attinenti al processo, diverse da quelle sulla giurisdizione, o sulla competenza, senza definire il giudizio … Si è ritenuto di differire l’impugnazione delle pronunce delle due specie surriferite, in considerazione del loro carattere per così dire strumentale e mediato rispetto alla decisione finale della lite e per spianare la via ad una rapida e totale definizione del merito. Non si è invece ritenuto di comprendere nella categoria delle sentenze ad impugnazione differita quelle che decidono questioni preliminari di merito senza definire il processo, che cioè rigettano eccezioni preliminari di merito, in quanto le pronunce su tali ultimi punti incidono stabilmente sul merito della domanda o di parte di essa».

Il Senato, in sede di conversione del d.lgs., modificò le norme in discorso stabilendo che l’art. 279 avrebbe così’ recitato: «Il collegio pronuncia sentenza: 1° quando definisce il giudizio, risolvendo questioni di giurisdizione o di competenza; 2° quando definisce il giudizio, decidendo pregiudiziali attinenti al processo o questioni preliminari di merito; 3° quando definisce il giudizio, decidendo il merito o uno o più capi della domanda; 4° quando decidendo alcune delle questioni di cui ai numeri 1 e 2, sospende il giudizio e impartisce provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa. – Quando il collegio decide soltanto su questioni relative all’istruzione della causa pronuncia ordinanza. – La sentenza e l’ordinanza sono depositate in cancelleria e il cancelliere ne comunica sollecitamente il dispositivo alle parti, inserendo l’ordinanza nel fascicolo d’ufficio».

L’art. 339 era invece modificato, nei suoi primi tre commi, nel senso che: «Possono essere impugnate con appello le sentenze definitive pronunciate in primo grado ed altresì i capi di sentenza che affermano o negano l’esistenza di un diritto, purché l’appello non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti a norma dell’articolo 360, secondo comma. – I capi di sentenza che si limitano a disporre ulteriore istruzione sono impugnabili non prima della sentenza definitiva e nelle forme e nei termini stabiliti per la impugnazione principale o incidentale di questa. Le stesse disposizioni si applicano alle sentenze ed ai capi di sentenza che decidono questioni pregiudiziali attinenti al processo diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza, ovvero questioni preliminari di merito, disponendo ulteriore istruzione. – Se tuttavia, prima della sentenza definitiva siano impugnati, a norma del primo comma, capi di sentenza definitivi, le sentenze o i capi di sentenza indicati nel comma precedente debbono, a pena di decadenza, essere impugnati, insieme con i capi definitivi, nelle forme e nei termini previsti per l’impugnazione principale o incidentale».

Lo stesso testo approvato dal Senato prevedeva, poi, la modifica dell’art. 340 che avrebbe disciplinato la c.d. riserva di appello, nel senso che «Se la sentenza contiene capi che affermano o negano l’esistenza di un diritto e capi che provvedono soltanto nei limiti del secondo comma dell’articolo 339, la parte interessata può, facendone espressa riserva, conservare il diritto di impugnare la sentenza non prima di quella definitiva. – La riserva può essere fatta non oltre la prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza». Finalmente, si prevedeva che gli ultimi due commi dell’articolo 360 rendessero applicabili anche al ricorso in cassazione «le disposizioni dell’articolo 339 secondo comma e terzo comma e dell’articolo 3409»; restando abrogato l’articolo 361 del codice.

In proposito, assai interessante fu la relazione al Senato del senatore Varriale sulla l. 14 luglio 1950, n. 581 – Ratifica del d.l. 5 maggio 1948, n. 483[56] – per la quale «l’articolo 24 del d. legisl. che, innovando il sistema del codice, ammette l’immediata impugnazione di una vasta categoria di sentenze non definitive, ha formato oggetto, anche in seno alla Commissione, di alcuni rilievi sia di sostanza che di forma. Sotto il primo riflesso, è sembrato che di fronte all’eccesso del codice per cui solamente le sentenze definitive sono suscettibili di immediata impugnazione, il decreto legislativo sia caduto in un eccesso opposto, prescrivendo l’immediata impugnazione di alcuni tipi di sentenze al cui contenuto meglio continuerebbe a convenire il criterio dell’impugnazione differita. Mentre è apparsa giustificata l’impugnazione immediata della parte definitiva di quelle sentenze che la dottrina identifica sotto il concetto di sentenze parzialmente definitive o complesse, non è sembrato sufficientemente giustificato l’assoggettare ad analogo trattamento sentenze le quali rigettando eccezioni preliminari di merito (per esempio prescrizione) dispongono ulteriore istruzione. Infatti queste sentenze dal punto di vista concettuale in nulla differiscono da quelle che rigettano eccezioni pregiudiziali di rito, ordinando ulteriore istruzione, potendosi entrambe le specie comprendere sotto la stessa nozione di sentenze interlocutorie miste(in cui il punto pregiudiziale o preliminare deciso rappresenta la premessa della pronuncia istruttoria), le quali al pari delle sentenze puramente interlocutorie (che decidono solamente questioni relative alla ammissibilità e concludenza della prova) hanno un carattere puramente strumentale e mediato rispetto alla pronuncia che riconoscerà o negherà il diritto, e quindi giustificano la concentrazione del gravame contro di esse con quello contro quest’ultima pronuncia. È stata pertanto estesa l’impugnazione differita a tutta la categoria dommatica delle sentenze interlocutorie pure o miste (art. 339 c.p.c. nel testo proposto dall’art. 31 del progetto della Commissione), anche in considerazione della difficoltà indubitabile di distinguere in pratica, e nei singoli casi ‘interlocutoria pura dall’interlocutoria mista essendo spesso, come è notissimo, la pronuncia sulla questione preliminare di merito implicita in quella istruttoria. Correlativamente, la impugnazione immediata rimane ristretta oltre che alla sentenza definitiva, cioè a quella che pone termine all’intero giudizio, a quelle parti della sentenza non definitiva che definiscono parzialmente il giudizio riconoscendo o negando un diritto e non si limitano, come le sentenze interlocutorie, a decidere una semplice questione. Quanto alla parte formale, è sembrato che l’articolo 339 del codice nel testo dettato dal decreto legislativo potesse riuscire di non immediata comprensione per la terminologia usata nel distinguere in caso di sentenza complessa (cioè in parte definitiva in parte non definitiva), le varie pronunce della sentenza soggette ai diversi regimi dell’impugnazione immediata o di quella differita. La Commissione ha ritenuto che potesse, per designare tali diverse pronunce, farsi ricorso al termine tradizionale nell’uso forense (pur se scientificamente non elegante) di «capi di sentenza» immediatamente comprensibile anche da chiunque abbia una mediocre pratica delle aulee giudiziarie (!).

Quanto ai capi definitivi della sentenza complessa, come tali immediatamente impugnabili, si è ritenuto che nessuna definizione sintetica potesse essere meglio adeguata di quella di «capi di sentenza che riconoscono o negano un diritto» (in via esemplificativa: capo che, nel caso di cumulo obbiettivo, decide una parte della domanda; che, in caso di cumulo subbiettivo, originario o per successiva unione dei processi, decide una delle domande; capo che decide la domanda principale, mentre per la domanda in garanzia o per la riconvenzionale dispone ulteriore istruzione; capo che decide sul fondamento di un diritto – ai danni, al rendiconto, alla divisione ecc. – mentre continua il giudizio per il resto. Infine, sempre nel caso di sentenza complessa nel senso sopra indicato, è apparso eccessivo inibire alla parte soccombente la possibilità di attuare per i capi che riconoscano o neghino un diritto, una concentrazione facoltativa del gravame con quello contro la sentenza definitiva. Infatti l’immediata impugnazione è stata dal legislatore concessa, in sede di riforma, nell’interesse precipuo della parte, la quale potrebbe preferire di attendere la definizione del giudizio in primo grado, prima di adire il giudice superiore. Pertanto, una nuova formulazione dell’art. 340, proposta dalla Commissione, permette di attuare la predetta concentrazione, mediante riserva che la parte può fare non oltre la prima udienza, davanti al giudice istruttore, successiva alla comunicazione della sentenza. La mancata emissione della riserva entro il termine finale indicato produce la sua decadenza dal diritto di riserva, ma non preclude l’esercizio del diritto di impugnazione immediata purché e fino a quando il termine ordinario di impugnazione non sia ancora decorso. È chiaro che la riserva deve investire tutti i capi definitivi della sentenza che siano sfavorevoli alla parte. S’intende poi, che la riserva cessa di avere efficacia, e che la parte deve valersi dell’impugnazione incidentale, se la medesima sentenza sia immediatamente impugnata per altri capi da altra parte soccombente. Analogamente avviene se, prima della sentenza definitiva, siano impugnati dalla stessa parte che ha fatta la riserva, o da altra, capi di altra sentenza (complessa) che riconoscono o negano un diritto. Ciò risulta dal sistema dell’art. 339 modificato, per cui la stessa sentenza non può essere impugnata in momenti ed in processi distinti, e debbono essere concentrati in un unico processo i vari appelli contro tutte le sentenze non definitive emesse nello stesso grado … I principi sopra accennati a proposito dell’appello e della riserva contro le sentenze di primo grado nelle loro varie specie, sono applicabili in virtù di semplice norma di rinvio (art. 360 c.p.c. nel testo modificato dall’art. 37 del Progetto della Commissione) anche al ricorso per cassazione contro le sentenze di appello di analogo contenuto».

In definitiva, all’esito dei lavori del Senato, le norme che qui interessano furono proposte nel seguente tenore:

a) 278 Condanna generica – Provvisionale). – «Quando è già accertata la sussistenza di un diritto, ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta, il collegio, su istanza di parte, può limitarsi a pronunciare la condanna generica alla prestazione, disponendo che il processo prosegua per la liquidazione.

In tal caso il collegio, sempre su istanza di parte, può altresì condannare il debitore al pagamento di una provvisionale, nei limiti della quantità per cui ritiene già raggiunta la prova».

b)279 (Forma della decisione del collegio). – «Il collegio pronuncia sentenza:

1° quando definisce il giudizio, decidendo risolvendo questioni di giurisdizione o di competenza;

2° quando definisce il giudizio, decidendo pregiudiziali attinenti al processo, o questioni preliminari di merito;

3° quando definisce il giudizio, decidendo il merito o uno o più capi della domanda;

4° quando decidendo alcune delle questioni di cui ai numeri 1 e 2, sospende il giudizio e impartisce provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa.

Quando il collegio decide soltanto su questioni relative all’istruzione della causa pronuncia ordinanza.

La sentenza e l’ordinanza sono depositate in cancelleria e il cancelliere ne comunica sollecitamente il dispositivo alle parti, inserendo l’ordinanza nel fascicolo d’ufficio».

c)339 (Appellabilità delle sentenze). – Possono essere impugnate con appello le sentenze definitive pronunciate in primo grado ed altresì i capi di sentenza che affermano o negano l’esistenza di un diritto, purché l’appello non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti a norma dell’art. 360, secondo comma.

I capi di sentenza che si limitano a disporre ulteriore istruzione sono impugnabili non prima della sentenza definitiva e nelle forme e nei termini stabiliti per la impugnazione principale o incidentale di questa. Le stesse disposizioni si applicano alle sentenze e ai capi di sentenza che decidono questioni pregiudiziali attinenti al processo diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza, ovvero questioni preliminari di merito, disponendo ulteriore istruzione.

Se, tuttavia, prima della sentenza definitiva siano impugnati, a norma del primo comma, capi di sentenza definitivi, le sentenze o i capi di sentenza indicati nel comma precedente debbono, a pena di decadenza, essere impugnati, insieme con i capi definitivi nelle forme e nei termini previsti per l’impugnazione principale o incidentale.

È inappellabile la sentenza che il giudice ha pronunciato secondo equità a norma dell’articolo 114.

Le sentenze del conciliatore, quando il valore della causa non eccede le lire duemila, sono inappellabili, tranne che per difetto di giurisdizione o per incompetenza».

d)340 (Riserva d’appello). – Se la sentenza contiene capi che affermano o negano l’esistenza di un diritto e capi che provvedono soltanto nei limiti del secondo comma dell’articolo 339, la parte interessata può, facendone espressa riserva, conservare il diritto di impugnare la sentenza non prima di quella definitiva.

La riserva può essere fatta non oltre la prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza».

e)360 (Sentenze impugnabili e motivi di ricorso). – Salvo quanto è disposto nell’ultimo comma del presente articolo, tutte le sentenze pronunciate in grado di appello o in unico grado, escluse quelle del conciliatore, possono essere impugnate con ricorso per cassazione:

1° per motivi attinenti alla giurisdizione;

2° per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza;

3° per violazione o falsa applicazione di norme di diritto;

4° per nullità della sentenza o del procedimento;

5° per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio.

Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d’accordo per omettere l’appello; ma in tal caso l’impugnazione può proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

Si applicano le disposizioni dell’art. 339, secondo e terzo comma, e dell’articolo 340.

L’articolo 361 del Codice di procedura civile è abrogato».

Di notevole rilievo furono, poi, le modifiche apportate dalla Camera dei deputati al testo approvato dal Senato. E ne uscirono le norme che, confermate dalla successiva approvazione senza emendamenti del Senato, furono inserite nel codice di rito in occasione della riforma del 1950.

La relazione alla Camera dell’onorevole Rocchetti[57], sul presupposto dell’avvenuta riunione in unica categoria formale delle sentenze non definitive, giustificò l’innovazione della loro impugnabilità immediata affermando come «diffusa e giustificata … l’aspirazione, specie nella classe forense, di poterle portare all’immediato riesame del giudice dell’impugnazione». Il sistema era peraltro completato, ammettendo la parte «in via facoltativa ed alternativa, previa riserva da farsi in termine perentorio», a differire l’impugnazione «attuando così volontariamente (la) concentrazione dei gravami».

Finalmente, come accennato, visti gli emendamenti apportati dalla Camera, il testo tornò al Senato e nell’occasione, il relatore, senatore Azzara, con particolare riferimento al sistema di impugnazione delle pronunce parziali[58], rilevò sostanzialmente, che anche ad evitare ulteriori ritardi nell’entrata in vigore della legge di riforma, era preferibile attenderne l’attuazione pratica piuttosto che suggerire nuovi emendamenti.

Da quanto ricordato risulta che l’intervento del legislatore del 1950 fu concepito in funzione semplificatoria della figura delle pronunce non definitive e di un ragionevole, relativo, sistema di impugnazione. La “razionalizzazione” dei provvedimenti pronunciabili in corso di giudizio con forma di sentenza e la stessa previsione del loro nuovo e peculiare regime di impugnazione rispondevano alla volontà di interpretare le istanze dei pratici che non consideravano soddisfacente un sistema che, per un verso, prevedeva ancora un gran numero di provvedimenti interlocutori e, per altro verso, ne impediva un riesame immediato da parte del giudice di grado superiore.

Dal punto di vista meramente concettuale, infatti, miglior soluzione è quella che garantisce l’immediata impugnazione di ogni provvedimento decisorio (anche parziale), finalizzata, in alternativa al suo immediato passaggio in giudicato formale, ad evitare un inutile spreco di attività processuale nell’ipotesi di riforma in sede di gravame. Non a caso, pochi mesi dopo la “controriforma”, vide la luce un nuovo intervento normativo che, con l’introduzione degli articoli 125 bis e 129 bis delle disposizioni di attuazione, si preoccupò proprio di apprestare un complesso meccanismo idoneo (nelle intenzioni del legislatore) a conseguire gli effetti sopra riassunti[59].

Volendo comunque riassumere l’iter formativo della l. n. 581/1950, alla ricerca della voluntas legis e sulla scorta delle relazioni sopra riassunte nei loro passi salienti, sembra possibile affermare che, riordinata la materia della forma dei provvedimenti del giudice, in via di ulteriore sviluppo del già noto seppur mitigato principio dell’unica sentenza per ogni grado di giudizio, si presero le mosse, come accennato, dalla constatazione dell’incongruenza di un sistema quale quello adottato con una sorta di motus irae, meno di dieci anni prima, e che vietava l’impugnazione immediata delle pronunce parziali tutte.

Alla ricerca di un correttivo, altro non si seppe ideare –in un primo momento- che l’esatto opposto della soluzione normativa che si voleva abbandonare. Si finì quindi con l’immaginare l’obbligo dell’impugnazione immediata di siffatti provvedimenti, esclusi quelli che avessero ad oggetto «questioni pregiudiziali attinenti al processo diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza» (art. 24 e 30 d.l. n. 483/48) per le quali restava –salvo complicazioni, la previsione di un’impugnazione necessariamente procrastinata e cumulata con quella relativa alla sentenza definitiva. Tra i provvedimenti parziali impugnabili solamente in via immediata furono inoltre in tale occasione espressamente previsti quelli aventi ad oggetto «questioni di merito anche se di carattere preliminare» (art. 16 d.l. 483/48). L’esecutivo, evidentemente, intese riservare decisivo rilievo alla intuizione che le varie pronunce parziali che andava a configurare avevano una diversa capacità (almeno sul piano emotivo) di incidere stabilmente sulla posizione delle parti o, comunque, sul prosieguo del giudizio. Separò, quindi, quello che oggi potremmo individuare come pronunce di merito in senso lato da quelle aventi ad oggetto questioni litis ingressum impedientes; alle prime, probabilmente a causa del particolare rilievo ad esse tradizionalmente riservato, abbinò, poi, quelle sulle questioni di competenza e/o giurisdizione, accomunandole nella previsione di una impugnazione necessariamente immediata.

Il Senato, cambiando la prospettiva, nell’ottica di un parziale recupero del principio di unità del giudizio in fase di gravame nella sua applicazione riferita alle sentenze non definitive, ricondusse le pronunce parziali risolutive di una questione preliminare di merito al regime di impugnazione tendenzialmente procrastinato già previsto per le sentenze su questioni pregiudiziali di rito diverse da quelle di competenza o giurisdizione. Queste ultime, così come «i capi di sentenza che affermano o negano un diritto» restavano, poi, impugnabili in via immediata a meno che non fossero oggetto della riserva di gravame come disegnata nella versione contestualmente proposta degli articoli 340 e 361.

Pur dopo l’intervento del Senato fu, comunque, preservata ed affinata l’intuizione dell’Esecutivo per la quale, in definitiva, era importante (e sufficiente), per soddisfare le istanze dei pratici, che l’impugnazione immediata delle pronunce parziali fosse riservata ai provvedimenti relativi al merito della causa o, meglio, alle sentenze che «affermano o negano l’esistenza di un diritto». Le pronunce non definitive su questioni preliminari di merito o processuali (diverse da quelle di giurisdizione o competenza) ben potevano invece conservare un regime di impugnazione che fosse –salvo complicazioni- necessariamente procrastinato; e ciò in considerazione del loro «carattere puramente strumentale e mediato rispetto alla sentenza che riconoscerà o negherà il diritto»[60]. Tale constatazione nell’ottica del conditor legis, giustificava il gravame cumulato di dette pronunce con quello relativo alla sentenza definitiva.

Era questo, allora, lo stato dell’intervento di riforma prima del risolutivo intervento della Camera dei deputati; che, a quel punto, trascurato l’aspetto della forma dei provvedimenti pronunciabili nel corso del giudizio, per concentrare l’intervento, piuttosto, su quello, pur logicamente subordinato, del loro regime di impugnazione, finì con il dettare le norme che composero la riforma del 1950[61]. Ed alle quali sono in buona parte dedicate le pagine che seguono.

E, per maggiore sintesi e chiarezza su quanto finora ricostruito, vale lo specchietto che segue:

Codice di procedura del 1940 Decreto legislativo 5 maggio 1948, n. 483 Disegno di legge approvato dal Senato della Repubblica Camera – Disegno di legge della Commissione in sede legislativa Seconda approvazione Senato15 giugno 1950 e legge n. 581 del 14 luglio 1950 (G.U. 16 agosto 1950 (suppl. ord.)
Art. 278 (Condanna generica – Provvisionale) -Quando è già accertata la sussistenza di un diritto, ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta, il collegio, su istanza di parte, può limitarsi a pronunciare con sentenza parziale la condanna generica alla prestazione, disponendo con ordinanza che il processo prosegua per la liquidazione.

In tal caso il collegio, con la stessa sentenza parziale e sempre su istanza di parte, può altresì condannare il debitore al pagamento di una provvisionale, nei limiti della quantità per cui ritiene già raggiunta la prova.

 

Art. 278 (Condanna generica – Provvisionale) -Quando è già accertata la sussistenza di un diritto, ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta, il collegio, su istanza di parte, può limitarsi a pronunciare la condanna generica alla prestazione, disponendo che il processo prosegua per la liquidazione.

In tal caso il collegio, e sempre su istanza di parte, può altresì condannare il debitore al pagamento di una provvisionale, nei limiti della quantità per cui ritiene già raggiunta la prova.

 

Art. 278 (Condanna generica – Provvisionale). – Quando è già accertata la sussistenza di un diritto, ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta, il collegio, su istanza di parte, può limitarsi a pronunciare la condanna generica alla prestazione, disponendo che il processo prosegua per la liquidazione.

In tal caso il collegio, sempre su istanza di parte, può altresì condannare il debitore al pagamento di una provvisionale, nei limiti della quantità per cui ritiene già raggiunta la prova.

 

Art. 278 (Condanna generica – Provvisionale). – Quando è già accertata la sussistenza di un diritto, ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta, il collegio, su istanza di parte, può limitarsi a pronunciare con sentenza la condanna generica alla prestazione, disponendo con ordinanza che il processo prosegua per la liquidazione.

In tal caso il collegio, con la stessa sentenza e sempre su istanza di parte, può altresì condannare il debitore al pagamento di una provvisionale, nei limiti della quantità per cui ritiene già raggiunta la prova.

Art. 278 (condanna generica – Provvisionale). – Quando è già accertata la sussistenza di un diritto, ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta, il collegio, su istanza di parte, può limitarsi a pronunciare con sentenza la condanna generica alla prestazione, disponendo con ordinanza che il processo prosegua per la liquidazione.

In tal caso il collegio, con la stessa sentenza e sempre su istanza di parte, può altresì condannare il debitore al pagamento di una provvisionale, nei limiti della quantità per cui ritiene già raggiunta la prova.

Art. 279 (Forma delle decisioni del collegio). – Il collegio, quando sospende la decisione della causa perché ritiene necessaria un’ulteriore istruzione, dà con ordinanza le disposizioni opportune.

Quando decide il merito o una questione di competenza o altra pregiudiziale definendo il giudizio, il collegio pronuncia sentenza definitiva.

Quando decide parzialmente il merito, anche a norma dei due articoli precedenti, o una questione di competenza o altra pregiudiziale senza definire il giudizio, il collegio pronuncia la decisione con sentenza parziale, e con separata ordinanza dà i provvedimenti opportuni per l’ulteriore istruzione sulle questioni non decise.

L’ordinanza è depositata in cancelleria insieme con la sentenza.

Art. 279 (Forma delle decisioni del collegio). – Il collegio pronuncia sentenza quando decide il merito o una questione di competenza o altra pregiudiziale attinente al processo, definendo il giudizio.

Pronuncia altresì sentenza quando, senza definire il giudizio, decide questioni di merito, anche se di carattere preliminare, o una questione di competenza o altra pregiudiziale attinente al processo; e in tal caso con la stessa sentenza dà i provvedimenti opportuni per l’ulteriore istruzione sulle questioni non decise.

Quando decide soltanto questioni relative all’istruzione della causa senza definire il giudizio, il collegio provvede con ordinanza che non può revocare. Le considerazioni attinenti al merito eventualmente contenute nell’ordinanza non possono in nessun caso pregiudicare la decisione delle questioni a cui esse si riferiscono.

L’impugnazione contro l’ordinanza deve essere proposta, a pena di decadenza, con quella contro la prima sentenza successiva che sia stata impugnata, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di detta sentenza.

L’ordinanza è depositata in cancelleria. Il cancelliere la inserisce nel fascicolo d’ufficio e ne dà comunicazione alle parti a norma dell’articolo 176 secondo comma.

Art. 279 (Forma della decisione del collegio). – Il collegio pronuncia sentenza:

1° quando definisce il giudizio, decidendo risolvendo questioni di giurisdizione o di competenza;

2° quando definisce il giudizio, decidendo pregiudiziali attinenti al processo, o questioni preliminari di merito;

3° quando definisce il giudizio, decidendo il merito o uno o più capi della domanda;

4° quando decidendo alcune delle questioni di cui ai numeri 1 e 2, sospende il giudizio e impartisce provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa.

Quando il collegio decide soltanto su questioni relative all’istruzione della causa pronuncia ordinanza.

La sentenza e l’ordinanza sono depositate in cancelleria e il cancelliere ne comunica sollecitamente il dispositivo alle parti, inserendo l’ordinanza nel fascicolo d’ufficio».

Art. 279 (Forma dei provvedimenti del collegio). – Il collegio quando provvede soltanto su questioni relative all’istruzione della causa, senza definire il giudizio, pronuncia ordinanza.

Il collegio pronuncia sentenza:

1° quando definisce il giudizio, decidendo questioni di giurisdizione o di competenza;

2° quando definisce il giudizio, decidendo questioni pregiudiziali attinenti al processo o questioni preliminari di merito;

3° quando definisce il giudizio, decidendo totalmente il merito;

4° quando, decidendo alcuna delle questioni di cui ai numeri 1, 2 e 3, non definisce il giudizio e impartisce distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa;

5° quando, valendosi della facoltà di cui agli articoli 103 secondo comma e 104 secondo comma, decide solo alcune delle cause fino a quel momento riunite, e con distinti provvedimenti dispone la separazione delle altre cause e l’ulteriore istruzione riguardo alle medesime, ovvero la rimessione al giudice inferiore delle cause di sua competenza.

I provvedimenti per l’ulteriore istruzione, previsti dai numeri 4 e 5, sono dati con separata ordinanza.

I provvedimenti del collegio, che hanno forma di ordinanza, comunque motivati, non possono mai pregiudicare la decisione della causa; salvo che la legge disponga altrimenti, essi sono modificabili e revocabili dallo stesso collegio, e non sono soggetti ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze. Le ordinanze del collegio sono sempre immediatamente esecutive. Tuttavia, quando sia stato proposto appello immediato contro una delle sentenze previste dal numero 4 del secondo comma, il giudice istruttore, su istanza concorde delle parti, qualora ritenga che i provvedimenti dell’ordinanza collegiale siano dipendenti da quelli contenuti nella sentenza impugnata, può disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione o la prosecuzione dell’ulteriore istruttoria sia sospesa sino alla definizione del giudizio di appello.

L’ordinanza è depositata in cancelleria insieme con la sentenza.

Art. 279 (Forma dei provvedimenti del collegio). – Il collegio quando provvede soltanto su questioni relative all’istruzione della causa, senza definire il giudizio, pronuncia ordinanza.

Il collegio pronuncia sentenza:

1° quando definisce il giudizio, decidendo questioni di giurisdizione o di competenza;

2° quando definisce il giudizio, decidendo questioni pregiudiziali attinenti al processo o questioni preliminari di merito;

3° quando definisce il giudizio, decidendo totalmente il merito;

4° quando, decidendo alcuna delle questioni di cui ai numeri 1, 2 e 3, non definisce il giudizio e impartisce distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa;

5° quando, valendosi della facoltà di cui agli articoli 103 secondo comma e 104 secondo comma, decide solo alcune delle cause fino a quel momento riunite, e con distinti provvedimenti dispone la separazione delle altre cause e l’ulteriore istruzione riguardo alle medesime, ovvero la rimessione al giudice inferiore delle cause di sua competenza.

I provvedimenti per l’ulteriore istruzione, previsti dai numeri 4 e 5, sono dati con separata ordinanza.

I provvedimenti del collegio, che hanno forma di ordinanza, comunque motivati, non possono mai pregiudicare la decisione della causa; salvo che la legge disponga altrimenti, essi sono modificabili e revocabili dallo stesso collegio, e non sono soggetti ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze. Le ordinanze del collegio sono sempre immediatamente esecutive. Tuttavia, quando sia stato proposto appello immediato contro una delle sentenze previste dal numero 4 del secondo comma, il giudice istruttore, su istanza concorde delle parti, qualora ritenga che i provvedimenti dell’ordinanza collegiale siano dipendenti da quelli contenuti nella sentenza impugnata, può disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione o la prosecuzione dell’ulteriore istruttoria sia sospesa sino alla definizione del giudizio di appello.

L’ordinanza è depositata in cancelleria insieme con la sentenza.

Art. 339 (Appellabilità delle sentenze). – Possono essere impugnate con appello le sentenze definitive pronunciate in primo grado, purché l’appello non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti a norma dell’articolo 360 secondo comma.

Le sentenze parziali possono essere impugnate soltanto insieme con la sentenza definitiva.

È inappellabile la sentenza che il giudice ha pronunciato secondo equità a norma dell’articolo 114.

Le sentenze del conciliatore, quando il valore della causa non eccede le lire seicento, sono inappellabili, tranne che per difetto di giurisdizione o per incompetenza.

Art. 339 (Appellabilità delle sentenze). – Salvo quanto è disposto dai successivi commi, possono essere impugnate con appello tutte le sentenze pronunziate in primo grado, purché l’appello non sia escluso dalla legge, o dall’accordo delle parti a norma dell’articolo 360 secondo comma.

Le pronunce contenute nella sentenza con le quali, senza definire il giudizio, si decidono questioni relative all’istruzione della causa, o questioni pregiudiziali attinenti al processo, diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza, sono impugnabili soltanto dopo la sentenza che pone termine all’intero giudizio, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di questa.

Se però prima della sentenza che pone termine all’intero giudizio sia stata emessa, con la stessa sentenza o con altra successiva, una pronuncia immediatamente impugnabile a norma del primo comma e questa sia impugnata, l’impugnazione già differita a norma del comma precedente deve essere proposta, a pena di decadenza nello stesso processo, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale contro detta pronuncia.

L’articolo 340 del codice di procedura civile è abrogato.

È inappellabile la sentenza che il giudice ha pronunciato secondo equità a norma dell’articolo 114.

Le sentenze del conciliatore, quando il valore della causa non eccede le lire seicento sono inappellabili, tranne che per difetto di giurisdizione o per incompetenza.

Art. 339 (Appellabilità delle sentenze). – Possono essere impugnate con appello le sentenze definitive pronunciate in primo grado ed altresì i capi di sentenza che affermano o negano l’esistenza di un diritto, purché l’appello non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti a norma dell’art. 360, secondo comma.

I capi di sentenza che si limitano a disporre ulteriore istruzione sono impugnabili non prima della sentenza definitiva e nelle forme e nei termini stabiliti per la impugnazione principale o incidentale di questa. Le stesse disposizioni si applicano alle sentenze e ai capi di sentenza che decidono questioni pregiudiziali attinenti al processo diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza, ovvero questioni preliminari di merito, disponendo ulteriore istruzione.

Se, tuttavia, prima della sentenza definitiva siano impugnati, a norma del primo comma, capi di sentenza definitivi, le sentenze o i capi di sentenza indicati nel comma precedente debbono, a pena di decadenza, essere impugnati, insieme con i capi definitivi nelle forme e nei termini previsti per l’impugnazione principale o incidentale.

È inappellabile la sentenza che il giudice ha pronunciato secondo equità a norma dell’articolo 114.

Le sentenze del conciliatore, quando il valore della causa non eccede le lire duemila, sono inappellabili, tranne che per difetto di giurisdizione o per incompetenza.

 

Art. 339 (appellabilità delle sentenze). – Possono essere impugnate con appello le sentenze pronunciate in primo grado, purché l’appello non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti a norma dell’articolo 360 secondo comma.

È inappellabile la sentenza che il giudice ha pronunciato secondo equità a norma dell’articolo 114.

Le sentenze del conciliatore, quando il valore della causa non eccede le lire duemila sono inappellabili, tranne che per difetto di giurisdizione o per incompetenza.

Art. 339 (appellabilità delle sentenze). – Possono essere impugnate con appello le sentenze pronunciate in primo grado, purché l’appello non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti a norma dell’articolo 360 secondo comma.

È inappellabile la sentenza che il giudice ha pronunciato secondo equità a norma dell’articolo 114.

Le sentenze del conciliatore, quando il valore della causa non eccede le lire duemila sono inappellabili, tranne che per difetto di giurisdizione o per incompetenza.

Art. 340 (riserva d’appello contro le sentenze parziali). – La parte che intende conservare il diritto di appellare contro una sentenza parziale deve farne espressa riserva, a pena di decadenza, nella prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza, salvo il disposto dell’articolo 284. Art. 340 (riserva d’appello contro le sentenze parziali), – Abrogato. Art. 340 (Riserva d’appello). – Se la sentenza contiene capi che affermano o negano l’esistenza di un diritto e capi che provvedono soltanto nei limiti del secondo comma dell’articolo 339, la parte interessata può, facendone espressa riserva, conservare il diritto di impugnare la sentenza non prima di quella definitiva.

La riserva può essere fatta non oltre la prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza».

 

Art. 340 (Riserva facoltativa d’appello contro sentenze non definitive). – Contro le sentenze previste dall’articolo 278 e dal n. 4 del secondo comma dell’articolo 279, l’appello può essere differito, qualora la parte soccombente ne faccia riserva, a pena di decadenza, entro il termine per appellare e, in ogni caso, non oltre la prima udienza dinanzi al giudice istruttore successiva alla comunicazione della sentenza stessa.

Quando sia stata fatta la riserva di cui al precedente comma, l’appello deve essere proposto unitamente a quello contro la sentenza che definisce il giudizio o con quello che venga proposto, dalla stessa o da altra parte, contro altra sentenza successiva che non definisca il giudizio.

La riserva non può più farsi e se già fatta rimane priva di effetto, quando contro la stessa sentenza da alcuna delle altre parti sia proposto immediatamente appello.

Art. 340 (Riserva facoltativa d’appello contro sentenze non definitive). – Contro le sentenze previste dall’articolo 278 e dal n. 4 del secondo comma dell’articolo 279, l’appello può essere differito, qualora la parte soccombente ne faccia riserva, a pena di decadenza, entro il termine per appellare e, in ogni caso, non oltre la prima udienza dinanzi al giudice istruttore successiva alla comunicazione della sentenza stessa.

Quando sia stata fatta la riserva di cui al precedente comma, l’appello deve essere proposto unitamente a quello contro la sentenza che definisce il giudizio o con quello che venga proposto, dalla stessa o da altra parte, contro altra sentenza successiva che non definisca il giudizio.

La riserva non può più farsi e se già fatta rimane priva di effetto, quando contro la stessa sentenza da alcuna delle altre parti sia proposto immediatamente appello.

Art. 360 (Sentenze definitive dei giudici ordinari). – Le sentenze definitive pronunciate in grado di appello o in unico grado, escluse quelle del conciliatore, possono essere impugnate con ricorso per cassazione:

1)       per difetto di giurisdizione;

2)       per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza;

3)       per violazione o falsa applicazione di norme di diritto;

4)       per nullità della sentenza o del procedimento;

5)       per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d’accordo per omettere l’appello; ma in tal caso l’impugnazione può proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

Le sentenze parziali possono essere impugnate con ricorso per cassazione soltanto insieme con la sentenza definitiva.

 

Art. 360 (Ricorribilità delle sentenze. Difetto di motivazione). – Salvo quanto è disposto dagli ultimi due commi del presente articolo, tutte le sentenze pronunciate in grado di appello o in unico grado, escluse quelle del conciliatore, possono essere impugnate con ricorso per cassazione:

1)       per motivi attinenti alla giurisdizione;

2)       per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza;

3)       per violazione o falsa applicazione di norme di diritto;

4)       per nullità della sentenza o del procedimento;

5)       per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio.

Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d’accordo per omettere l’appello; ma in tal caso l’impugnazione può proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

Le pronunce contenute nella sentenza con le quali, senza definire il giudizio, si decidono questioni relative all’istruzione della causa o questioni pregiudiziali attinenti al processo diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza, sono impugnabili soltanto dopo la sentenza che pone termine all’intero giudizio, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale di questa.

Se però prima della sentenza che pone termine all’intero giudizio sia stata emessa, con la stessa sentenza o con altra successiva, una pronuncia immediatamente impugnabile a norma del primo comma e questa sia impugnata, l’impugnazione già differita a norma del comma precedente dev’essere proposta, a pena di decadenza, nello stesso processo, nelle forme e nei termini stabiliti per l’impugnazione principale o incidentale contro detta pronuncia.

L’articolo 361 del codice di procedura civile è abrogato.

Art. 360 (Sentenze impugnabili e motivi di ricorso). – Salvo quanto è disposto nell’ultimo comma del presente articolo, tutte le sentenze pronunciate in grado di appello o in unico grado, escluse quelle del conciliatore, possono essere impugnate con ricorso per cassazione:

1° per motivi attinenti alla giurisdizione;

2° per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza;

3° per violazione o falsa applicazione di norme di diritto;

4° per nullità della sentenza o del procedimento;

5° per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio.

Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d’accordo per omettere l’appello; ma in tal caso l’impugnazione può proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

Si applicano le disposizioni dell’art. 339, secondo e terzo comma, e dell’articolo 340.

L’articolo 361 del Codice di procedura civile è abrogato».

Art. 360 (Sentenze impugnabili e motivi di ricorso). – Le sentenze pronunciate in grado di appello o in unico grado, escluse quelle del conciliatore, possono essere impugnate con ricorso per cassazione:

1° per motivi attinenti alla giurisdizione;

2° per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza;

3° per violazione o falsa applicazione di norme di diritto;

4° per nullità della sentenza o del procedimento;

5° per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio.

Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d’accordo per omettere l’appello; ma in tal caso l’impugnazione può proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

 

Art. 360 (Sentenze impugnabili e motivi di ricorso). – Le sentenze pronunciate in grado di appello o in unico grado, escluse quelle del conciliatore, possono essere impugnate con ricorso per cassazione:

1° per motivi attinenti alla giurisdizione;

2° per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza;

3° per violazione o falsa applicazione di norme di diritto;

4° per nullità della sentenza o del procedimento;

5° per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio.

Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d’accordo per omettere l’appello; ma in tal caso l’impugnazione può proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

 

Art. 361 (Riserva di ricorso contro le sentenze parziali). – La parte che intende conservare il diritto di impugnare con ricorso per cassazione una sentenza parziale deve farne espressa riserva, a pena di decadenza, nella prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza, salvo il disposto dell’art. 373 secondo comma. Art. 361 (Riserva di ricorso contro le sentenze parziali). – Abrogato. Art. 361 (Riserva di ricorso contro le sentenze parziali). – Abrogato. Art. 361 (Riserva facoltativa di ricorso contro sentenze non definitive). – Contro le sentenze previste dall’articolo 278 e dal secondo comma del numero 4 dell’articolo 279, il ricorso per cassazione può essere differito, qualora la parte soccombente ne faccia riserva, a pena di decadenza, entro il termine per la proposizione del ricorso, e in ogni caso non oltre la prima udienza dinanzi all’istruttore successiva alla comunicazione della sentenza stessa.

Quando sia stata fatta la riserva di cui al precedente comma, il ricorso deve essere proposto unitamente a quello contro la sentenza che definisce il giudizio o con quello che venga proposto, dalla stessa o da altra parte, contro altra sentenza successiva che non definisca il giudizio.

La riserva non può più farsi, e se già fatta rimane priva di effetto, quando contro la stessa sentenza da alcune delle altre parti sia proposto immediatamente appello*. (*così risulta approvato in Commissione legislativa il comma 3 dell’art. 361, nella seduta del 22 novembre 1949). Nel medesimo testo fu approvato dall’assemblea nella seduta del 2 marzo 1950)

Art. 361 (Riserva facoltativa di ricorso contro sentenze non definitive). – Contro le sentenze previste dall’articolo 278 e dal numero 4 del secondo comma dell’articolo 279, il ricorso per cassazione può essere differito, qualora la parte soccombente ne faccia riserva, a pena di decadenza, entro il termine per la proposizione del ricorso, e in ogni caso non oltre la prima udienza dinanzi all’istruttore successiva alla comunicazione della sentenza stessa.

Qualora sia stata fatta la riserva di cui al precedente comma, il ricorso deve essere proposto unitamente a quello contro la sentenza che definisce il giudizio o con quello che venga proposto, dalla stessa o da altra parte, contro altra sentenza successiva che non definisca il giudizio.

La riserva non può più farsi, e se già fatta rimane priva di effetto, quando contro la stessa sentenza da alcune delle altre parti sia proposto immediatamente ricorso.

         

5.Il giudice istruttore nel nuovo codice di procedura civile.

Ricostruito l’iter normativo che ha condotto agli attuali artt. 277 e seguenti del codice di procedura civile, e prima ancora di addentrarsi nella loro ancora oggi per tanti versi dubbia interpretazione, occorre a tale esame premettere qualche considerazione sul ruolo contestualmente attribuito al giudice istruttore. I suoi poteri, infatti, e la particolare previsione degli articoli 187 e 189 cod. proc. civ., chiara espressione di un principio di economia processuale[62], non soltanto costituiscono la principale occasione di pronuncia di sentenze che non definiscono il relativo grado di giudizio, ma possono forse influire anche sulla corretta interpretazione del sistema (e del possibile contenuto) delle sentenze che non abbiano definito il relativo grado di giudizio.

Ed allora, cominciamo col prendere atto che, ai sensi della prima norma, «Il giudice istruttore, se ritiene che la causa sia matura per la decisione di merito senza bisogno di assunzione di mezzi di prova, rimette le parti davanti al collegio. – Può rimettere le parti al collegio affinché sia decisa separatamente una questione di merito avente carattere preliminare, solo quando la decisione di essa può definire il giudizio. – Il giudice provvede analogamente se sorgono questioni attinenti alla giurisdizione o alla competenza o ad altre pregiudiziali, ma può anche disporre che siano decise unitamente al merito. – Qualora il collegio provveda a norma dell’articolo 279, secondo comma, n. 4, i termini di cui all’articolo 183, ottavo comma, non concessi prima della rimessione al collegio sono assegnati dal giudice istruttore, su istanza di parte, nella prima udienza dinanzi a lui. – Il giudice dà ogni altra disposizione relativa al processo». L’art. 189, stabilisce, invece, che: «Il giudice istruttore, quando rimette la causa al collegio, a norma dei primi tre commi dell’articolo 187 o dell’articolo 188 invita le parti a precisare davanti a lui le conclusioni che intendono sottoporre al collegio stesso, nei limiti di quelle formulate negli atti introduttivi o a norma dell’articolo 183. Le conclusioni di merito debbono essere interamente formulate anche nei casi previsti dall’articolo 197, secondo e terzo comma. – La rimessione investe il collegio di tutta la causa, anche quando avviene a norma dell’articolo 187, secondo e terzo comma».

Orbene, a (parziale) conferma del principio dell’unica sentenza per ogni grado di giudizio, ha qui il legislatore affidato al prudente apprezzamento del giudice istruttore la facoltà di scegliere tra la rimessione immediata della causa al collegio o, piuttosto, l’accantonamento delle questioni insorte, per farle poi decidere insieme col merito. Ed è cosa ormai a tutti chiara che, proprio nell’applicazione di tale norma, per il caso di rimessione anticipata, il collegio che, poi, ritenga di risolvere la questione in senso non ostativo alla prosecuzione della causa, pronuncia, appunto, sentenza che non definisce il giudizio. Tre spunti sono di tutta evidenza: a) il g.i. può rimettere la causa al collegio quando la ritenga immediatamente matura per la decisione, ovvero quando sorga questione idonea a definire il giudizio; b) in tale secondo caso, la rimessione avviene soltanto ove, nel suo prudente apprezzamento, il g.i. ritenga la questione fondata; c) la sentenza non definitiva è pronunciata su tale questione dal collegio quando poi quest’ultimo ritenga di dover disattendere il giudizio prognostico del giudice istruttore.

Sebbene, però, sia pacifico che l’attivazione delle funzioni decisorie del collegio siano nell’art. 187 vincolate alla presunta fondatezza (e soltanto ad essa) di una questione preliminare di merito o pregiudiziale di rito (giurisdizione e competenza comprese), resta il fatto che, per espressa previsione di legge (art. 189, ultimo comma, c.p.c.) pur in caso di rimessione anticipata su siffatta questione, il collegio si ritrova “investito” di tutta la causa. E, dunque, non è da tali norme che si possono trarre i limiti definitivi in ordine al possibile contenuto delle sentenze non definitive o parziali.

Soccorre, a tal fine, piuttosto, (oltre che l’art. 278 sulla possibilità che sia pronunciata sentenza di condanna generica) il disposto di ardua interpretazione del successivo art. 279. Norma, questa, che soltanto in parte riflette il meccanismo (e l’occasione) della rimessione anticipata.

Ed infatti, nella formula attualmente in vigore, la norma da ultimo citata, all’esito del travagliato iter sopra illustrato, (e in conseguenza delle riforme di cui alla l. 69/2009: commi 1 e 2), stabilisce che: «Il collegio pronuncia ordinanza quando provvede soltanto su questioni relative all’istruzione della causa, senza definire il giudizio, nonché quando decide soltanto questioni di competenza. In tal caso, se non definisce il giudizio, impartisce con la stessa ordinanza i provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa – Il collegio pronuncia sentenza: 1) quando definisce il giudizio decidendo questioni di giurisdizione; 2) quando definisce il giudizio, decidendo questioni pregiudiziali attinenti al processo o questioni preliminari di merito; 3) quando definisce il giudizio, decidendo totalmente il merito; 4) quando, decidendo alcune delle questioni di cui ai numeri 1, 2 e 3, non definisce il giudizio e impartisce distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa; 5) quando, valendosi della facoltà di cui agli articoli 103, secondo comma, e 104, secondo comma, decide solo alcune delle cause fino a quel momento riunite, e con distinti provvedimenti dispone la separazione delle altre cause e l’ulteriore istruzione riguardo alle medesime, ovvero la rimessione al giudice inferiore delle cause di sua competenza. – I provvedimenti per l’ulteriore istruzione, previsti dai numeri 4 e 5, sono dati con separata ordinanza. – I provvedimenti del collegio che hanno forma di ordinanza, comunque motivati, non possono mai pregiudicare la decisione della causa; salvo che la legge disponga altrimenti, essi sono modificabili e revocabili dallo stesso collegio, e non sono soggetti ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze. Le ordinanze del collegio sono sempre immediatamente esecutive. Tuttavia, quando sia stato proposto appello immediato contro una delle sentenze previste dal n. 4) del secondo comma, il giudice istruttore, su istanza concorde delle parti, qualora ritenga che i provvedimenti dell’ordinanza collegiale siano dipendenti da quelli contenuti nella sentenza impugnata, può disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione o la prosecuzione dell’ulteriore istruttoria sia sospesa sino alla definizione del giudizio di appello. – L’ordinanza è depositata in cancelleria insieme con la sentenza».

Si è sopra constatato quanto “lavorio” di insigni giuristi è costato l’articolo in discorso. Norma che ha l’indubbio merito, rispetto al previgente sistema, di aver soppresso le antiche sentenze interlocutorie in materia istruttoria, col più agevole provvedimento in forma di ordinanza. Eppure, quanto al possibile contenuto delle (possibili) sentenze che non definiscano il relativo grado di giudizio, assai grave è stato il dibattito in dottrina, insieme col quasi ancora non sopito disorientamento giurisprudenziale.

6.Ulteriori proposte di riforma organica del codice di procedura civile.

L’approvazione del rito del lavoro, avvenuta con l. 11 agosto 1973, n. 533 (ove il novello art. 420, comma IV, prevedendo per espresso sentenze non definitive soltanto su «    questioni attinenti alla giurisdizione o alla competenza o ad altre pregiudiziali la cui decisione può definire il giudizio» e nemmeno richiamando la sentenza di condanna generica, sembrò in prima lettura aver voluto ridurre notevolmente le sentenze di tal fatta in quel nuovo sistema (salva la successiva elaborazione giurisprudenziale che ha poi ammesso anche in tal sede ogni sentenza non definitiva o parziale ammessa nel processo di cognizione ordinaria), aprì la strada al giudice unico. E su tale scelta si innestò il progetto Liebman[63] del libro II del c.p.c. Nell’occasione si propose di modificare l’art. 226 sulla Pronuncia sul merito, nel senso che: «Nel deliberare sul merito, il giudice deve decidere tutte le domande proposte e le relative eccezioni, definendo il giudizio. – Tuttavia può limitare la decisione ad alcune domande, se riconosce che per esse soltanto non sia necessaria un’ulteriore istruzione e se la loro sollecita definizione è di interesse apprezzabile per la parte che ne ha fatta istanza. – In questo caso dispone con distinti provvedimenti la separazione delle altre cause e la loro ulteriore istruzione, dandone lettura insieme col dispositivo della sentenza». Il successivo art. 277 avrebbe continuato a prevedere la sentenza di condanna generica; e, sulla falsariga dell’attuale art. 279, ma con formula più chiara, si sarebbe proposto di formulare un nuovo art. 229 nel senso che: «Il giudice pronuncia sentenza: 1) quando definisce il giudizio decidendo questioni di giurisdizione o di competenza o altre questioni preliminari processuali; 2) quando definisce il giudizio decidendo totalmente il merito; 3) quando, decidendo alcune delle questioni di cui al n. 1, non definisce il giudizi, e impartisce distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa: 4) quando provvede ai sensi dell’art. 277: 5) quando, valendosi della facoltà di cui agli artt. 103, 2° comma, 104, 2° comma e 226, 2° comma, decide solo alcune delle domande e con distinti provvedimenti dispone la separazione delle cause e l’ulteriore istruzione riguardo alle medesime. – I provvedimenti per l’ulteriore istruzione previsti dai numeri 3), 4) e 5) sono dati con separata ordinanza, che viene letta insieme col dispositivo della sentenza e trascritta nel verbale di udienza». Spariva, dunque, l’equivoca previsione dell’attuale art. 279, n. 5, c.p.c.  Finalmente, l’art. 270, comma 2°, avrebbe stabilito che «Le sentenze previste dall’art. 227 e dal n. 3 dell’art. 229 possono essere impugnate solo insieme con la sentenza definitiva» (senza che all’uopo fosse necessaria preventiva riserva di impugnazione). Ai sensi, poi, dell’art. 283, al procedimento di appello si sarebbero applicate le norme dettate per il procedimento di primo grado, se non incompatibili col capo dedicato al giudizio di secondo grado (che taceva in ordine ai provvedimenti non definitivi).

Quanto al possibile contenuto delle sentenze non definitive o parziali (salva la previsione dell’ordinanza per la soluzione delle questioni di giurisdizione e di competenza: art. 1.42) non particolarmente differente fu la proposta di Proto Pisani[64], (cfr. gli artt. 1.17, 1.18,        1.107 e 1.108) salva la possibilità di appello immediato delle sentenze non definitive su questioni pregiudiziali di rito o di merito o di condanna generica (cfr. art. 1.107, comma 3).                                                                  \

7.La riforma del 1990 e quella, “monca”, del 2006

Nel susseguirsi delle riforme del codice del 1940, poco incise, per quanto qui interessa, quella, pur notevole, operata con legge 353/1990[65]. Se non per aver forse ulteriormente complicato, nei suoi riflessi sull’impugnazione della sentenza non definitiva, il cosiddetto effetto espansivo esterno di cui all’art. 336 c.p.c. Seguirono i lavori della Commissione costituita con D.M. 1° dicembre 1994, presso il Ministero di Grazia e Giustizia e presieduta da Giuseppe Tarzia[66], per un Progetto di legge delega per la riforma “organica e completa” del codice di procedura civile[67]. Ma che non si preoccuparono delle norme qui in discussione.

Venne poi il tempo della c.d. Commissione Vaccarella (Commissione ministeriale per la riforma del codice di procedura civile), istituita con d.i. 23 novembre 2001, che concluse i suoi lavori con una proposta di legge delega per la riforma del codice di rito, illustrata in Cassazione il 29 novembre 2002. Tra i tanti interventi suggeriti, particolarmente opportuna sembrò la raccomandazione, di cui agli art. 32 e 33 del relativo articolato, di modificare, rispettivamente per l’appello e per il ricorso in cassazione, il sistema di impugnazione delle sentenze che non abbiano definito il giudizio innanzi al giudice a quo (art. 278 e 279, n. 4, c.p.c.).

In termini ovviamente identici per entrambi i mezzi di impugnazione, nell’occasione si immaginò di intervenire sul sistema degli art. 340 e 361 c.p.c. (come modificati dagli art. 35 e 42 della l. 14 luglio 1950 n. 581) prevedendo «la non appellabilità (e ricorribilità) immediata delle sentenze che decidono di questioni insorte senza definire il giudizio (cosiddette “non definitive”) e l’appellabilità (ricorribilità) immediata delle sentenze che decidono parzialmente il merito (cosiddette “parzialmente definitive”), con conseguente esclusione della riserva di appello (ricorso) avverso le prime, e la previsione della riserva di appello (ricorso) avverso le seconde».

Il suggerimento, che se ampiamente inteso, avrebbe potuto anche definitivamente espungere dal sistema quel vero e proprio rompicapo[68] del rapporto tra i provvedimenti previsti nel combinato disposto dei n. 3 e 4 e nel successivo n. 5 del comma 2° dell’art. 279 c.p.c. (mi riferisco al problema della natura e, dunque, del regime della sentenza che abbia pronunciato soltanto su alcuna fra più domande cumulate nel medesimo processo), ha poi condotto, per il disarticolato iternormativo delle successive riforme, a modificare soltanto l’art. 361, 1° comma (insieme col precedente 360, 3° comma)[69]. Con l’adozione dell’attuale sistema di impugnazione della sentenza parziale in Cassazione; con formula infelice riproposto anche per gli analoghi provvedimenti arbitrali (ai sensi dell’art. 827, 3° comma, c.p.c.[70]). Mentre inalterato è rimasto l’art. 340 c.p.c. per l’appello avverso i medesimi provvedimenti[71].

[1] Gian Paolo Califano, L’impugnazione della sentenza non definitiva, Napoli, 1996.

[2] Cass. (ord.) 5 settembre 2017, n. 20781, con mia nota, Cumulo soggettivo ed oggettivo: natura e regime della sentenza formalmente unica che pronuncia in vario modo per ciascuna delle domande cumulate, in Foro it., 2017, I, 3652, e per la quale, «in caso di cumulo (soggettivo ed oggettivo) di domande, il provvedimento che rigetti una prima domanda, senza separarla da altra che necessita di ulteriore istruzione, ma dichiarando al tempo stesso la cessazione della materia del contendere in riferimento alla relativa domanda di manleva, e dettando soltanto per tale profilo il regolamento delle spese di lite, è da considerare come sentenza definitiva nel rapporto tra l’attore e il terzo chiamato in garanzia, ma come sentenza non definitiva nel rapporto tra attore ed originario convenuto, tra i quali il processo prosegue (anche) per la trattazione e decisione di altra domanda cumulata nel medesimo processo».

[3] Cass., sez. un., 10 febbraio 2017, n. 3556, con mia nota, Lento pede, le sezioni unite raddrizzano il sistema di impugnazione delle sentenze non definitive, in Foro it., 2017, I, 3159, per la quale «l’art. 360, 3° comma, c.p.c., nel precludere la proponibilità del ricorso per cassazione “avverso le sentenze che decidono questioni insorte senza definire, neppure parzialmente, il giudizio”, fa riferimento alla nozione di “giudizio” quale procedimento devoluto al giudice di appello e non come processo nella sua complessiva pendenza, sicché, mentre soggiace al suddetto limite la sentenza non definitiva, resa dal giudice di appello ex art. 279, 2° comma, n. 4, c.p.c., cui seguano i provvedimenti per l’ulteriore corso del giudizio medesimo, è, al contrario, immediatamente ricorribile per cassazione la sentenza con cui, per effetto di gravame immediato, ex art. 340 c.p.c., avverso la sentenza non definitiva resa dal giudice di primo grado ai sensi del richiamato art. 279 c.p.c., il giudice di appello rigetti, nel merito o in rito, l’impugnazione, confermando la decisione di prime cure».

[4] Sul codice del 1865 v. la monumentale opera di Pisanelli, Scialoja e Mancini, Comentario di procedura civile, coordinato da Domenicantonio Galdi, in 7 volumi più un indice generale, Napoli, 1875, Stab. Tipografico dei classici italiani. E, in particolare, la trattazione delle sentenze definitive o interlocutorie che appare nel vol. IV, p. 87 ss. V. anche i 2 volumi di Luigi Borsari, Il codice italiano di procedura civile annotato, 3a ed., Unione tipografica-editrice torinese, Napoli, Roma, 1872; gli 11 volumi di Emanuele Cuzzeri, Il codice italiano di procedura civile illustrato, 2a ed., Verona, Donato Tedeschi e figlo, 1902; i 4 volumi di Francesco Saverio Gargiulo, Il codice di procedura civile del regno d’Italia, 2a ed., Napoli, Giuseppe Marghieri editore, 1876; i 4 volumi di Francesco Ricci, Commento al codice di procedura civile italiano, 3a ed., Firenze, Eugenio e Filippo Cammelli, 1880.

[5] Cfr. Girolamo Monteleone, Codice di procedura civile del Regno d’Italia, 1865, Introduzione, nella Collana di Testi e documenti per la storia del processo, a cura di Nicola Picardi e Alessandro Giuliani, Milano, 2004, p. 1 ss.

[6] Per ampie esegesi di tali norme v.: Angelo Lanzellotti, Analisi delle leggi di procedura ne’ giudizi civili per le due Sicilie, in 5 volumi, Napoli, 1820, dai torchi di Luca Marotta, ed in particolare, I, p. 294, sulle sentenze interlocutorie, appellabili -a differenza di quelle preparatorie- anche prima della pronuncia definitiva; e Giacinto Mosca, Comentario delle leggi ne’ giudizi civili e commerciali, in 8 volumi, Napoli, dalla Stamperia di Nicola Mosca, 1839, ed in specie, 2, p. 682 ss.

[7] Cfr. Luigi Mattirolo, Trattato di Diritto giudiziario civile italiano, IV, 4a ed., Torino, Fratelli Bocca editori, 1896, p. 16 ss.

[8] Francesco Carnelutti, Progetto del codice di procedura civile presentato alla Commissione Reale per la riforma del codice di procedura civile, Parte prima, Del processo di cognizione, C.E.D.A.M., Casa Editrice dott. A. Milani, Padova, 1926. Il Progetto, come si legge nella Avvertenza, era stato «sottoposto a due revisioni: la prima per opera di un Comitato presieduto dal Mortara e composto dai Commissari Calamandrei, Cammeo, Carnelutti, Janfolla, Margara, Ricci; la seconda per opera dell’intera Sottocommissione. Da queste revisioni è uscito il testo definitivo approvato dalla Sottocommissione, che naturalmente differisce in parecchi punti, più o meno sostanziali, dal testo originale».

[9] Roma Provveditorato Generale dello Stato, Libreria, 1926. Di tale progetto, notevole, per il prosieguo dell’indagine, era il disposto dell’art. 300, che apriva il Capo IV sulla Efficacia della sentenza” e che, regolando (nella giusta sede di un codice di rito) “la cosa giudicata in senso materiale”, stabiliva che: «La sentenza che decide totalmente o parzialmente una lite, ha forza di legge nei limiti della lite e della questione decisa. – Si considera decisa, anche se non sia risoluta espressamente, ogni questione, la cui risoluzione costituisca una premessa necessaria della disposizione contenuta nella sentenza». E dove, dunque, Carnelutti prevedeva ampi limiti oggettivi del giudicato, pure implicito.

[10] Regio Decreto 3 giugno 1924, che costituisce una Commissione con l’incarico di predisporre i progetti dei decreti contenenti il Codice civile emendato, i nuovi Codici di procedura civile, di commercio e per la marina mercantile, e le relazioni illustrative dei medesimi. La Commissione, presieduta dal Ministro Guardasigilli (Aldo Oviglio, ministro del Governo Mussolini, dimessosi il 5 gennaio 1925, per “contrasti” col duce a causa del delitto Matteotti -10 giugno 1924, in Roma-, ed al quale successe il ministro Alfredo Rocco) era divisa in quattro Sottocommissioni: per il codice civile, presieduta dal prof. Vittorio Scialoja; b) per il codi ce di commercio, presieduta dall’avv. Mariano D’Amelio, primo presidente della Corte di cassazione del Regno; c) per il codice di procedura civile, presieduta dal prof. Lodovico Mortara, ministro dello Stat; d) per il codice della marina mercantile, presieduta dal prof. Raffaele Perla, presidente del Consiglio di Stato. La Sottocommissione C, come già detto, presieduta dal prof. Mortara, era composta da: Giuseppe Chiovenda, vice-presidente, professore della regia Università di Roma; avv. Piero Alberici, primo presidente della Corte di Appello di Bologna, Avv. Giovanni Appiani, procuratore generale del Re presso la Corte di cassazione del Regno, Prof. Pietro Calamandrei, della Regia Università di Modena, prof. Federico Cammeo, della Regia Università di Bologna, prof. Francesco Carnelutti, della Regia Università di Padova, avv. Riccardo Cattaneo, avvocato in Torino, avv. Mariano D’Amelio, primo presidente della Corte di cassazione del Regno, avv. Vincenzo Janfolla, avvocato in Napoli, avv. Agostino Margara, primo presidente della corte di appello di Trieste, prof. Giuseppe Menestrina, Trieste, avv. Tommaso Mosca, procuratore generale di Corte di cassazione a riposo, prof. Enrico Redenti, della Regia Università di Bologna, avv. Giulio Ricci, consigliere della Corte di appello di Roma e dall’avv. Alfredo Zanolla, avvocato in Trieste. Ed integrata, con R. decreto 3 giugno 1924, con: il prof. Ferruccio Bolchini, della Regia Università di Milano, col prof. Antonio Castellarti, della Regia Università di Torni, e col consigliere di Corte di appello avv. Halász Zoltán; e con decreto ministeriale 7 luglio 1924, con la persona del gr. Uff. Livio Tempestini, presidente di sezione della Corte di Cassazione del Regno. Anno, il 1924, nel quale dalla Commissione si dimise Chiovenda, per insanabili contrasti col Presidente, Lodovico Mortara.

[11] Ministero di Grazia e Giustizia, Lavori preparatori per la riforma del Codice di procedura civile. Schema di progetto del Libro primo, Tipografia delle Mantellate, Roma, 1936.

[12] In premessa alla relazione, così scriveva il Ministro: «Gli studi per la riforma del nostro diritto processuale civile si sono svolti quasi ininterrottamente per lungo periodo di tempo. Di essi si occupò innanzi tutto la Commissione istituita con decreto luogotenenziale del 21 marzo 1918, n. 316, allo scopo di studiare e proporre i provvedimenti occorrenti al passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace. La sezione VIII della prima Sottocommissione presentò una proposta di riforma del procedimento civile, concretata in uno schema di norme predisposte dal commissario professore Giuseppe Chiovenda. (Commissione Reale per il dopo guerra – Studi e proposte della prima sottocommissione presieduta dal sen. Vittorio Scialoja, Roma, tipogr. Artigianelli, 1920, pag. 242 e seg e 531 e seg.).

Qualche anno dopo fu pubblicato un progetto parziale di riforma del nostro codice di procedura, opera personale del compianto Sen. Lodovico Mortara (Il progetto fu pubblicato nella Giurisprudenza italiana, anno 1923, IV, col. 135 e seg., e anno 1924, IV, col. I e seg.).

La preparazione della riforma processuale assunse carattere ufficiale in conseguenza della legge 20 dicembre 1923, n. 2814. La Commissione Reale per la riforma dei codici, che in base a questa legge fu istituita con R. decreto 3 giugno 1924, si occupò, infatti, in apposita sottocommissione, della preparazione di un autonomo codice di procedura civile, e presentò, come è noto, un progetto predisposto dal commissario prof. Francesco Carnelutti, comprendente i primi due libri del codice (Commissione reale per la riforma dei codici. Sottocommissione C. –Codice di procedura civile_ Progetto, Roma, Provveditorato Generale dello Stato, 1926). Il ministro on. Rocco ne iniziò personalmente la revisione, che tuttavia non potè completare (nella Rivista di diritto processuale civile, 1937, fascicolo primo, sono stati pubblicati gli appunti trovati fra le carte del compianto Ministro Rocco).

I lavori di preparazione della riforma furono ripresi più tardi dal Ministro on. De Francisci, il quale si valse principalmente dell’opera del prof. Enrico Redenti, che, per suo incarico, predispose uno schema di progetto del libro primo del nuovo codice (Ministero di Grazia e Giustizia. Lavori preparatori per la riforma del Codice di procedura civile. Schema di progetto del libro primo. Roma, Tipografia delle Mantellate, 1936).

I lavori proseguirono con rinnovato indirizzo sotto la direzione del Ministro on. Solmi, e si sono conclusi con la formazione di un progetto preliminare completo del nuovo codice di procedura civile, che viene ora pubblicato (attese alla preparazione del progetto un comitato presieduto dal Ministro on. Solmi e composto di S. E. il Cav. Di Gr. Cr. Gaetano Azzariti, Primo Presidente di Corte d’Appello; S. E. il Gr. Uff. Gaetano Cosentino, Presidente di Sezione di Corte di Cassazione; Prof. Gr. Uff. Enrico Redenti, della R. Università di Bologna; Avv. Comm. Guido Dallari, esercente in Modena; Gr. Uff. Giuseppe Lampis, Consigliere di Corte d’Appello; con la collaborazione dei segretari Comm. Gaetano Pandolfelli, Consigliere di Corte d’Appello; Comm. Gino Zani, giudice; Cav. Uff. Gaetano Scarpello, giudice). Nella redazione di questo progetto, ispirato alle direttive più volte esposte in questi ultimi tempi e illustrate nella breve relazione che lo accompagna, si è tenuto largo conto di tutte le proposte precedenti e delle più autorevoli manifestazioni dottrinali e giurisprudenziali.

La pubblicazione del progetto preliminare ha lo scopo di provocare su di esso il giudizio degli studiosi e dei pratici, dei quali occorre la più ampia collaborazione per l’ulteriore elaborazione della riforma, che deve essere proseguita con intensa attività per renderne possibile la sollecita realizzazione.

Le osservazioni e le proposte degli organi tecnici, che saranno chiamati a portare il loro esame su progetto e i suggerimenti di tutti coloro che vorranno dare il contributo della propria esperienza costituiranno elementi preziosi per il perfezionamento delle norme proposte e per la formazione del progetto definitivo, che verrà poi sottoposto alla Commissione Parlamentare per il prescritto parere, in base alla menzionata legge del 1923».

[13] Ministero di Grazia e Giustizia, Codice di procedura civile, Progetto preliminare e relazione, Roma, Tipografia delle Mantellette, 1937, XV. A pubblicazione avvenuta, L. annota sulla Rivista di diritto processuale del 1938 (Notizie e appunti, pag. 79 e seg.) i commenti e le osservazioni intanto più o meno autorevolmente proposti a tale progetto: «La pubblicazione avvenuta al principio dell’estate scorsa del progetto preliminare del codice di procedura civile, illustrato da una fervida relazione del Ministro Guardasigilli On. Solmi, ha provocato una nutrita serie di scritti, pareri ed osservazioni che rappresentano nel loro complesso la più importante manifestazione della dottrina processuale del 1937. Va ricordato anzitutto il volume in cui lo stesso Ministro Solmi ha raccolto i discorsi, conferenze ed interviste in cui egli ha esposto i criteri direttivi che hanno ispirato la preparazione del Progetto (A. Solmi, La riforma del codice di procedura civile, Roma, Soc. Ed. del Foro it., 1937).

Le altre pubblicazioni sono soprattutto costituite dai testi dei pareri ed osservazioni presentate sul Progetto dalle Facoltà Giuridiche, Sindacati professionali, Organi dell’Autorità giudiziaria ecc. ed hanno nel loro insieme recato un notevolissimo contributo alla riforma.

Ha aperto la marcia il volume della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano (Osservazioni intorno al “Progetto preliminare del codice di procedura civile”, Milano, Soc. Ed. “Vita e pensiero”, 1937) contenente le notevoli ed acute osservazioni sull’intero Progetto del Prof. M. T. Zanzucchi, quelle in materia di sentenze straniere e di giudizi di delibazione del Prof. G. Belladore-Pallieri e quelle in materia di concorso di creditori nell’espropriazione forzata del Dr. Edoardo Garbagnati.

Fra gli altri numerosissimi pareri, meritano il primo posto, per l’importanza delle osservazioni e per l’eleganza della forma i due volumi del Prof. P. Calamandrei (Pubblicazioni della R. Università degli studi di Firenze, Facoltà di Giurisprudenza, Parere della Facoltà di Giurisprudenza a S. E. il Ministro della Giustizia sul Progetto preliminare del codice di procedura civile, Casa Ed. Poligrafica Universitaria del Dott. Cya, Firenze) e del Prof. F. Carnelutti (Facoltà di Giurisprudenza della R. Università e Sindacato fascista degli Avvocati e Procuratori di Milano, Intorno al Progetto preliminare del codice di procedura civile, Relazione e note, Milano, Dr. A. Giuffrè, Ed., 1937). Questi due volumi rappresentano delle vere monografie critiche e ricostruttive sia nelle linee generali, sia dei particolari tecnici del Progetto.

Ricordo poi le altre relazioni che mi sono note, senza tuttavia presumere di essere completo: Corte di Cassazione del Regno, Osservazioni sul Progetto preliminare del codice di procedura civile, stamperia Reale di Roma, 1937 (non priva di severi appunti); Corte d’Appello di Genova, Relazione sul Progetto del codice di procedura civile, Prof. D. Galli primo presidente relatore, Genova, stab. Tip. Carlo Foce, 1937; Prof. G. Cristofolini, Relazione sul Progetto preliminare del codice di procedura civile, Estr. dal vol. XXII degli studi nelle scienze giuridiche e sociali della R. Università di Pavia, 1937; Prof. G. Lipari, Sul Progetto di codice di procedura civile, Relazione alla Facoltà di Giurisprudenza della R. Università di Palermo, Palermo, tip. Michele Montaina, 1937; Prof. E. Allorio, Osservazioni e proposte sul disegno Solmi di riforma del processo civile, Grafiche la Sicilia, Messina, 1937; Prof. F. G. Maranini, Il Progetto preliminare del codice di procedura civile, Parere della Facoltà di scienze politiche della R. Università di Perugia, Perugia, 1937; Prof. A. Coniglio, Osservazioni al Progetto preliminare del codice di procedura civile, Milano, Giuffrè, 1938; Prof. E. T. Liebman, Osservazioni sul Progetto preliminare del codice di procedura civile, Parma, Tip. Fratelli Godi, 1938». Non tutte le opere citate nell’occasione mi è stato possibile ancora rinvenire. Aggiungo, però, perché in mio possesso: Prof. U. Rocco, Rilievi sul Progetto preliminare del Codice di procedura civile, Casa Editrice dott. Eugenio Jovene, Napoli, 1938, evidentemente sopravvenuto alla nota della Riv. di dir. proc., e Reale Istituto superiore di Economia e Commercio di Venezia. Osservazioni e proposte della Facoltà di Economia e Commercio sul progetto preliminare del Codice di procedura civile. Relatore: prof. Avv. Angelo Genovesi, incaricato di Diritto processuale civile, Ca’ Foscari, – Venezia, 1937 – XVI. Quest’ultimo, peraltro, pur ritenendo eccessive le coeve critiche al codice del 1865, nel suo saggio, a tratti critico, riteneva comunque che tal codice avesse “fatto il suo tempo”; e che «altre forme processuali» si imponessero ormai «nel nuovo clima politico creato dal Fascismo». E, per quanto qui interessa, salutò con favore (p. 14) la semplificazione ivi proposta «che, fatta eccezione per le questioni di competenza, escludono i giudizi incidentali, per cui la controversia di diritto sostanziale può essere istruita, trattata e decisa, senza che uno sciame di moleste questioni di diritto formale venga a deviare e quindi a ritardare il cammino della giustizia».

[14] Accolse con entusiasmo tale Progetto Teucro Brasiello, Procuratore generale del Re (Il progetto del codice di procedura civile. Veduta d’insieme), Milano, Rivista Critica, 1937, XV°, anche quanto alla abolizione delle sentenze interlocutorie e all’ammissione delle “definitive parziali” (p. 6).

[15] Si legge nella Relazione, al n. 6: «Sciolto pertanto da ogni inutile formalità il processo corre rapido e snello verso la decisione di merito della controversia. Nella prima udienza l’oggetto della causa è già fissato in tutti i suoi aspetti, sono acquisiti i documenti probatori, sono formulate le richieste istruttorie, sono concretate le posizioni delle parti, dedotte tutte le eccezioni. Si può quindi rapidamente procedere alla risoluzione delle questioni pregiudiziali e poi alla disamina delle prove addotte e all’ammissione delle istruttorie necessarie. A tutto provvede il giudice nella forma semplice e rapida dell’ordinanza (art. 170). Egli, che prima dell’udienza già conosce la causa, che dalle memorie dei patroni e dalla viva voce delle parti è di volta in volta edotto della reale importanza delle questioni insorgenti, che dallo svolgimento della vita del processo, alla quale intimamente partecipa, è illuminato sulla correlazione dei problemi incidentali con lo scopo essenziale del giudizio, può rapidamente orientarsi e formare la sua convinzione. Non occorre quindi che egli disperda le sue energie nella redazione di sentenze interlocutorie, che hanno l’effetto immancabile di frantumare il giudizio, di far perdere la visione d’insieme della causa, di prolungare la durata del processo. Questo, dopo emanata l’ordinanza, prosegue fino al suo esaurimento; mentre a tutela degli interessi delle parti è consentita la impugnazione dell’ordinanza insieme a quella della sentenza definitiva … Di regola dunque i giudizi incidentali sono esclusi. Si fa eccezione soltanto per le questioni di competenza, allo scopo di evitare che su un’errata pronunzia al riguardo si svolga un rapporto processuale inficiato nelle sue basi».

[16] Progetto preliminare ampiamente illustrato e difeso anche per «dar ragione dell’urgenza e della necessità della riforma» in più interventi da Soli, Interventi poi tutti insieme pubblicati: Arrigo Solmi, La riforma del codice di procedura civile, Discorsi, conferenze e interviste, Roma, 1937 – XV, Soc. Ed. del “Foro Italiano”.

[17] Osservazioni intorno al “Progetto preliminare del codice di procedura civile”, Pubblicazioni della Università cattolica del Sacro Cuore, Società editrice “vita e pensiero”, MCMXXXVII-XV, Milano, pag. 3 e segg.

[18] Ugo Rocco, Facoltà di Giurisprudenza della R. Università di Napoli, Rilievi sul Progetto Preliminare del Codice di Procedura Civile, Casa editrice dott. Eugenio Jovene, Napoli, 1938-XVI.

[19] Antonino Coniglio, Reale Università di Catania, Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza, Osservazioni al Progetto Preliminare del Codice di procedura civile, Giuffrè, Milano, 1938-XVI, Pag. 23 e segg.

[20] Tipografia La Mondiale, Trieste, senza data, ma probabilmente, stampato nel 1937, come da indicazione nella bibliografia de I Lavori preparatori dei codici italiani, Ministero della Giustizia, Dipartimento per gli affari di Giustizia. Biblioteca centrale giuridica, 2013, rinvenibili sul sito web del Ministero.

[21] Corte di cassazione del Regno, Osservazioni sul Progetto preliminare del Codice di procedura civile, Stamperia reale di Roma, 1937-XV.

[22] Carnelutti, Intorno al progetto preliminare del codice di procedura civile, Giuffrè, Milano, 1937-XV, (scritto per la Facoltà di Giurisprudenza della R. Università e Sindacato fascista degli Avvocati e Procuratori di Milano).

[23] Così in proposito scrisse Carnelutti, op. cit., p. 37 e ss., non senza ragione, ma neppure scevro di un salto logico nella contrapposizione tra il principio dell’oralità ed il giudice monocratico: «Ora si sostiene … che il giudice, il quale assiste e vigila la istruzione preparatoria e la istruzione probatoria dev’essere lo stesso, il quale decide; da tale esigenza di identità sono derivate due tendenze opposte: la scuola, che, in Italia prende il nome dal Chiovenda, la quale, muovendo dalla convenienza del giudizio collegiale, sosteneva la necessità dell’intervento dell’intero collegio anche nella fase della istruzione preparatoria e probatoria; e la scuola, alla quale oggi si può imporre il nome del Solmi, autore insigne del progetto qui esaminato, la quale, al contrario, elimina la necessità dell’intervento del collegio anche nella fase della decisione. Tanto l’una quanto l’altra di tali direttive sono, secondo il fermo avviso della Facoltà e del Sindacato, eccessive e debbono cedere a una direttiva intermedia, più elastica e ragionevole. Certo, che il giudice, il quale vigila e dirige la istruzione preparatoria e probatoria, sia lo stesso, il quale decide, ha i suoi vantaggi, nel senso … che egli può far tesoro delle vive impressioni così ricevute; ma ciò, intorno a cui bisogna riflettere, è se tali vantaggi non costino assai cari, anzi troppo cari, poiché il loro prezzo ha da essere o la partecipazione alla istruzione dell’intero collegio o la rinunzia alla decisione collegiale; anzi e prima ancora se, anche a prescindere da tal prezzo, la auspicata identità, diremo, del giudice istruttore e del giudice decidente non sia qualcosa che ha, già in sé, il suo bene e il suo male. Si usano qui tali parole tratte dal linguaggio del processo penale al fine di avviare il lettore a chiedersi perché, anche se oggi non vi sono regole che la proibiscano, si riconosce concordemente non essere opportuna la presenza dell’istruttore nel collegio chiamato a giudicare intorno alla esistenza di un reato; eppure nessuno più di lui può far tesoro delle impressioni ricevute al primo contatto con le prove! Il pericolo, come ognuno sa, è quello della c.d. prevenzione, il quale deriva dalla partecipazione alla ricerca e gli toglie o almeno gli può togliere poco o molto della serena imparzialità del giudice. Vero che, nel processo penale, la assunzione delle prove si rinnova al dibattimento; ma, mentre la esperienza insegna come tale rinnovazione non sempre si faccia con profitto della giustizia, se ne potrebbe trarre, tutto al più, una buona ragione per consentirla, ove sia necessaria, anche nel processo civile, non per imporre, invece, a quest’ultimo quella identità tra istruttore e decidente, che si riconosce, invece, pericolosa nel processo penale. E chiunque abbia, al suo attivo, una lunga esperienza di istruttorie, civili e penali, potrà aggiungere qualcosa di suo alle riflessioni qui abbozzate. Certo i processi verbali delle testimonianze sono, per lo più, assai mal fatti; ma il rimedio contro tale difetto si dovrà trovare nel miglioramento del metodo e dei mezzi di documentazione come nel concedere al decidente, ove occorra, la facoltà di ordinare la rinnovazione dell’esame, non nello stabilire la identità tra il decidente e l’istruttore. Del resto, a prescindere da ciò e se anche veramente tale identità non portasse con sé i suoi pericoli, la questione è se il suo vantaggio valga la spesa o di impegnare l’intero collegio nella istruzione o di sacrificare il collegio nella decisione. Quanto al primo di tali partiti si è altra volta osservato come la partecipazione dell’intero collegio alla istruzione sia non tanto una misura estremamente costosa quanto assai discutibilmente redditizia: sotto il primo aspetto essa richiede una vera moltiplicazione del numero dei giudici, in difetto di che la istruzione si farebbe come, purtroppo, si celebrano i dibattimenti penali presso gli uffici oberati di lavoro e cioè in un modo, del quale è meglio non discorrere; sotto il secondo vanno qui segnalati gli inconvenienti che l’udienza, col suo apparato di solennità e spesso col suo ambiente inquieto, determina per il rendimento della prova testimoniale, che è la più delicata tra le prove, dal che soprattutto deriva la frequente superiorità, nel processo penale, della fase istruttoria al dibattimento come mezzo per la ricerca della verità. Che se, invece, alla identità tra istruttore e decidente si voglia sacrificare, come fa il progetto, nientemeno che la decisione collegiale, si cade veramente dalla padella nella brace e si disconoscono quei pregi dell’intervento del collegio nella valutazione, i quali sono consacrati da una esperienza secolare e, d’altra parte, si riassumono non tanto nella convenienza quanto nella necessità della visione plurioculare; mentre la affermazione che nella realtà la decisione non è mai del collegio, ma solo del giudice relatore costituisce, non tanto una manifestazione di pessimismo eccessivo ed ingiusto rispetto alla pratica vigente, quanto una rinunzia a quelli che debbono essere, in ogni caso, i veri rimedi contro tale rilassatezza e consistono nell’accrescimento del numero dei giudici e nel rafforzamento della disciplina giudiziaria. Si può aggiungere che la abolizione del collegio intesa come mezzo per garantire la identità tra l’istruttore e il decidente urta fatalmente contro questo dilemma: o escludere il collegio anche nel giudizio di appello o escludere al giudizio di appello ogni funzione istruttoria; questo … è il partito adottato dal progetto, ma tale mutilazione del giudizio di appello … accresce talmente il prezzo della desiderata identità da far cadere il progetto addirittura nell’assurdo: al feticcio della identità tra istruttore e decidente si sacrifica da un lato la collegialità del giudizio, dall’altro la compiutezza del giudizio di appello. La Facoltà e il Sindacato credono di non avere esagerato parlando, ora, di feticcio perché in realtà l’opera del giudice nella istruzione e nella decisione sono profondamente diverse e non tanto tollerano quanto perfino richiedono una diversa costruzione dell’ufficio: invero la vigilanza e la direzione dell’istruzione, così preparatoria come probatoria, non ha confronto con la valutazione e la decisione; anche a questo proposito può, anzi deve giovare agli studiosi del processo civile la esperienza del processo penale, la quale, per avventura, ammonisce come, fra l’altro, il rendimento della testimonianza sia spesso senza paragone migliore nel tranquillo gabinetto del giudice istruttore che nella turbata aula della pubblica udienza; il vero è che non tanto la delegazione alla istruzione di un membro del collegio risponde a una esigenza di distribuzione del lavoro quanto alla natura stessa di questo, altra essendo la indagine per costituire le prove, altra la ponderazione dei loro risultati e la sussunzione di questi entro gli schemi del diritto onde il collegio, se deve operare con agilità e con efficacia, deve necessariamente snodarsi mediante la delegazione a uno dei suoi giudici di quelle funzioni istruttorie, rispetto alle quali il giudice singolo non tanto costa meno quanto rende di più. Per le ragioni qui accennate Facoltà e Sindacato ritengono concordi di non poter dare la loro adesione al progetto in quanto affida in ogni caso il giudizio in primo grado al giudice unico e suggeriscono di conservare, in tema di composizione dell’ufficio giurisdizionale, le linee del diritto vigente».

[24] Rubrica che, a giusta ragione, secondo Carnelutti, op. cit., p. 11, «con la formula “divieto di sentenze interlocutorie; sentenze definitive parziali” si riassume in modo almeno poco comprensibile la norma dettata nel testo e la rubrica esatta sarebbe “contenuto della sentenza”».

[25] Reale Istituto superiore di Economia e Commercio di Venezia. Osservazioni e proposte della Facoltà di Economia e Commercio sul progetto preliminare del Codice di procedura civile. Relatore: prof. Avv. Angelo Genovesi, incaricato di Diritto processuale civile, Ca’ Foscari, – Venezia, 1937 – XVI, in particolare, p. 18 ss.

[26] Piero Calamandrei, (relazione del), Parere della Facoltà di Giurisprudenza a S. E. il Ministro della Giustizia sul Progetto preliminare del codice di procedura civile, Cya, Firenze, 6 settembre 1937. La relazione fu approvata dalla Facoltà di Giurisprudenza della Reale Università degli studi di Firenze nella seduta del 28 luglio 1937.

[27] Piero Calamandrei, op. cit. nella nota precedente, p. 40 e ss.

[28] Così scrisse Piero Calamandrei (p. 56 e ss.): «Uno dei caratteri tipici del nuovo procedimento è quello che la Relazione ministeriale chiama abolizione dei giudizi incidentali: ogni qualvolta nel corso del processo si presenti alcuna di quelle questioni, attinenti al processo o alle prove, che nel processo attuale darebbero luogo a una sentenza interlocutoria separatamente impugnabile, il Progetto stabilisce che il giudice unico la risolva con ordinanza (art. 167), mentre la sentenza è riservata, di regola, alla decisione del merito (art. 169). Il principio fondamentale al quale si ispira la distinzione fra ordinanza e sentenza, è dunque quello della contrapposizione tra questioni attinenti al processo e questioni attinenti al merito; ma tale criterio non è sempre seguito rigidamente, perché anche una questione attinente al processo deve essere risolta mediante sentenza, quando il giudice accolga alcuna delle eccezioni pregiudiziali. Il criterio di distinzione tra ordinanze e sentenze viene allora ad essere praticamente quest’altro: che la forma di sentenza è riservata a quella pronuncia che “chiude uno stadio del processo” (cfr. art. 169, 170) mentre la forma di ordinanza è riservata a quelle pronuncie dopo le quali il processo deve continuare a svolgersi dinanzi allo stesso giudice (“quando respinga eccezioni pregiudiziali senza decidere in merito sulla domanda, ovvero quando ammetta mezzi istruttori o dia provvedimenti per effetto dei quali il giudizio debba continuare dinanzi a lui” (art. 167). … Il sistema proposto dal Progetto si ispira evidentemente a quel principio della inimpugnabilità separata delle interlocutorie, che è, com’è noto, uno dei canoni del processo orale, e che già si trova attuato anche nel diritto italiano nel procedimento del lavoro e in altri procedimenti speciali. Ma il Progetto ha voluto fare un passo ulteriore: in quanto, tenendo presente analoghe disposizioni del Progetto Mortara (art. 61-63) e del vigente processo penale (art. 438 Cod. proc. pen.) ha addirittura abolito la categoria delle sentenze interlocutorie ed ha riservato alle pronunce interlocutorie la forma dell’ordinanza. Che questa innovazione costituisca veramente una semplificazione si può, almeno sotto qualche aspetto, dubitare. La regola che, nel procedimento del lavoro ed in altre leggi complementari, vieta la impugnazione separata delle sentenze interlocutorie, non importa praticamente altra conseguenza che questa: che la impugnazione contro la interlocutoria viene semplicemente rimandata a dopo la pronuncia della sentenza definitiva, senza che il differimento della impugnazione importi comunque, a tempo debito, limitazione della medesima. Nel sistema del Progetto, invece, la impugnazione delle ordinanze è non soltanto differita, ma grandemente limitata. L’ordinanza (a differenza delle sentenze interlocutorie del processo attuale) è essenzialmente modificabile e revocabile dallo stesso giudice che l’ha emanata: la risoluzione di questioni in essa contenute non lo vincola nella decisione definitiva del merito (art. 167). Data questa mutabilità e revocabilità che la ordinanza conserva fino alla pronuncia della sentenza definitiva, è evidente che, solo dopo la pronuncia di questa, la parte potrà verificare se la ordinanza ha avuto un’efficacia causale nella decisione del merito, e solo allora potrà accorgersi se sia opportuno impugnarla insieme colla sentenza definitiva; il che porterebbe a stabilire non solo la regola che contro le ordinanze non si debba mai consentire impugnazione separata (art. 168 primo comma), ma altresì la regola che contro le ordinanze si possa sempre, in quanto esse abbiano avuto efficacia causale sulla decisione di merito, proporre impugnazione congiunta con quella proposta contro la sentenza definitiva. Viceversa il Progetto, nei capoversi primo e secondo dell’art. 168, condiziona la impugnabilità dell’ordinanza (congiuntamente con la sentenza definitiva) ad un’altra formalità: consistente nella proposizione, nel termine di tre giorni dalla pronuncia dell’ordinanza, del reclamo dinanzi allo stesso giudice che l’ha emanata, il quale reclamo “dovrà essere esaminato dal giudice congiuntamente al merito, sempre che la parte nelle sue conclusioni finali ci faccia espresso richiamo” (cfr. art. 360). Tutto questo sembra una inutile complicazione: si dia pure alla parte la facoltà di proporre reclamo contro le ordinanze dinanzi allo stesso giudice che l’ha emanata, allo scopo di eccitare quel potere di revocarla o di modificarla che egli conserva fino alla pronuncia definitiva (ma perché limitare entro un termine questa facoltà, se il giudice, anche dopo decorso quel termine, conserva il potere di revocarla d’ufficio?); ma non si condizioni la impugnabilità dell’ordinanza dinanzi al giudice superiore (insieme con la sentenza definitiva, si intende) alla previa proposizione del reclamo allo stesso giudice, perché si tratta di istituti assolutamente indipendenti. Tutt’al più si imponga alla parte l’onere di dichiarare, nel primo atto di difesa successivo alla ordinanza, la riserva di impugnarla insieme colla sentenza (Prog. Mortara, art. 62). D’altra parte la distinzione di forma tra sentenze e ordinanze può produrre altre complicazioni: non solo perché, nel caso di sentenze definitive parziali (art. 170), il giudice deve contemporaneamente emettere due provvedimenti, una sentenza ed una ordinanza, che, avendo ciascuno diversa natura e diverse condizioni di impugnabilità, potranno dar luogo nella pratica a incertezze facilmente prevedibili; ma anche perché potrà accadere, in quei numerosi casi limite in cui è discutibile se la questione sottoposta al giudice sia di quelle che devono essere decise con ordinanza o di quelle che devono essere decise con sentenza, che il giudice pronunci ordinanza là dove avrebbe dovuto pronunciare sentenza, o viceversa, In tali casi, come si regolerà la impugnabilità della pronuncia? Quali garanzie si daranno alla parte per assicurarle che il giudice osservi la forma di pronuncia che la legge prescrive? Si avverta infine che, se si vorrà mantenere nel testo definitivo questa rigida distinzione tra ordinanze e sentenze, bisognerà sottoporre a diligente revisione tutte le disposizioni del nuovo Codice per verificare se questi due tipi di provvedimenti siano sempre menzionati in modo corrispondente al loro significato. Gli articoli nei quali può sembrare che il Progetto parli di ordinanza là dove, in applicazione dei principî sopra ricordati, parrebbe più proprio parlare di sentenza, o viceversa, sono numerosi. Alcuni esempî: se il giudice successivamente adito accoglie la eccezione di litispendenza, parrebbe, secondo la regola dell’art. 169, che dovesse pronunciare una sentenza: invece, secondo il cpv. ultimo dell’art. 118, pronuncia una ordinanza (revocabile? Impugnabile?). Nell’art. 130 si trova che la pronuncia, colla quale la Corte d’appello regola la competenza, è una “ordinanza”; la quale poi, contrariamente al disposto dell’art. 168, è impugnabile per cassazione (cfr. anche art. 121). Anche più singolare è la disposizione che si legge nell’art. 78: essa, traendo forse la prima inspirazione da quell’articolo del Progetto Chiovenda (art. 85 capv.) il quale, conformemente alle leggi germanica e austriaca, vietava la impugnativa separata delle sentenze per il solo capo concernente le spese, stabilisce che contro quel capo della sentenza definitiva che liquida le spese “è data opposizione davanti allo stesso giudice, entro dieci giorni dalla notificazione del provvedimento che la contiene. Il giudice, udite le parti, provvede con ordinanza non impugnabile”. Ora, senza dire che manca ogni norma sulla forma e sul procedimento di tale opposizione, è certo che non si riesce facilmente a concepire come il capo di una sentenza definitiva (la quale non può essere mai modificata, salvo la revocazione o l’opposizione, dallo stesso giudice che l’ha pronunciata) possa essere modificato dallo stesso giudice mediante ordinanza. Che una sentenza modifichi una ordinanza, è normale; ma non il contrario! D’altra parte l’art. 78 parla di ordinanza “non impugnabile”; ma se la sentenza, di cui faceva parte il capo concernente le spese, è impugnata e riformata in appello sugli altri capi principali di merito, che cosa avverrà della ordinanza “non impugnabile” che ha provveduto sulle spese? Colui che fu soccombente in primo grado dovrà, in ossequio a tale non impugnabilità, pagar le spese anche se in appello è vincitore? Si può anche seriamente dubitare se in numerosi casi in cui le decisioni del giudice possono avere conseguenze irrimediabili sul merito (art. 279, 164) e pregiudicare diritti di terzi (articoli 188, 444, ecc.) sia sufficiente garanzia di giustizia la semplice ordinanza “non soggetta a impugnazione”; tanto più che non è detto come questo assoluto divieto di impugnazione si concilii in questi casi col potere di modificazione d’ufficio, di cui all’art. 167».

[29] L’art. 163 del Progetto definitivo prevedeva, infatti, al primo periodo del comma 1, che «L’atto di citazione e la comparsa di risposta possono contenere il ricorso al presidente del tribunale per la determinazione del giudice» e l’articolo successivo, sempre al comma 1, stabiliva che Il presidente, in sostanziale considerazione della complessità della causa, avrebbe stabilito se attribuirla ad un giudice singolo (come di regola) o avvero al collegio.

[30] Ministero di Grazia e Giustizia, Codice di procedura civile, Progetto definitivo e relazione del Guardasigilli on. Solmi, Roma, Istituto poligrafico dello Stato, Libreria, 1939.

[31] Ministero di Grazia e Giustizia: Lavori preparatori per la riforma del codice di procedura civile. Osservazioni e proposte sul Progetto. Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1938, XVI, 3 vol. di pag. 604, 868 e 702.

[32] Il Comitato venne integrato con la partecipazione di S.E. il cav. Di gr. Cr. Prof. Adolfo Giaquinto, Avvocato Generale dello stato, e del gr. Uff. avv. Andrea Malcangi, esercente in Roma. Della segreteria furono inoltre chiamati a far parte il dr. Vezio Crisafulli, giudice aggiunto, e il dr. Andrea Lugo, giudice aggiunto.

[33] Nel sistema degli art. 127, 128 e 129, il primo e il terzo articolo sostanzialmente corrispondono agli attuali istituti del regolamento necessario e del regolamento non necessario di competenza; l’art. 128, nel prevedere l’immediata impugnabilità in cassazione dell’ordinanza dichiarativa della competenza, è stato poi eliminato in fase di approvazione del codice attuale.

[34] Il sistema dei provvedimenti del giudice, nel Progetto definitivo, era così spiegato dal Ministro Guardasigilli nel punto 122 della relazione: «Costituisce un altro fondamentale aspetto della riforma la concentrazione della lite attorno alla decisione di merito, la quale è stata raggiunta, attribuendo un valore meramente strumentale ai provvedimenti interlocutor, in confronto alla sentenza finale. Ho apportato in questa materia una innovazione radicale che risponde ad una esigenza vivamente sentita nella pratica, oltre che affermata dalla più autorevole dottrina, e però ha incontrato ampio consenso (così, forse per refuso, nella relazione). Il codice vigente equipara, sotto il tipo comune della sentenza, la decisione che conclude il giudizio a quelle che vengono emesse durante il corso di esso, ed anzi ammette, come estrema espressione di questa parità, che possa venire esperito gravame autonomo avverso qualunque specie di sentenza. È noto che il legislatore del ’65 a ciò fu indotto dall’intento di evitare le infinite e quasi insuperabili difficoltà a cui davano luogo le limitazioni all’appello delle interlocutorie, poste dai codici precedenti; ma, se sotto questo profilo il codice nostro parve segnare un progresso, d’altro canto esso ha esasperato il gravissimo inconveniente, che già era nel codice francese, di rendere possibile il frazionamento della lite e la dispersione del processo nelle varie diramazioni istruttorie. Il progetto invece, ispirandosi ad opposto criterio, configura la interlocutoria come un semplice strumento del processo, che non deve chiudere il giudizio, ma al contrario disporre la sua prosecuzione, e che, rimanendo provvedimento provvisorio e liberamente revocabile, non vincola la decisione di merito. Per dare a questo nuovo carattere del provvedimento una manifestazione formale inequivoca e facilmente riconoscibile, ho adottato, in luogo della sentenza, il tipo della ordinanza. Ritengo che questo sistema, del resto rispondente al modello classico del diritto romano, ben si adegui, con la ristabilita unità del giudizio, agli scopi del processo ed alla funzione sovrana della giurisdizione».

[35] Codice salutato con entusiasmo nella illustrazione a cura del Sindacato fascista Avvocati e Procuratori di Firenze (Il nuovo codice di procedura civile, Firenze, Casa editrice del dott. Carlo Cya, 1942, XX), a cura di Luigi Di Lella, Eugenio Bersanti, Gino Zani, Ernesto Brunori, Vincenzo Renis, Mario Comucci e Carlo Furno. E dove Gino Zani, Presidente di sezione del Tribunale di Firenze, (a pag. 59) così riassumeva il sistema qui in esame: “… dal fatto che di regola il giudice risolve gli incidenti con ordinanza, segue che, generalmente, non vi sarà che una sola sentenza collegiale: la sentenza con la quale il tribunale, decidendo in una sol volta tutte le questioni della causa, definirà il giudizio (sentenza definitiva). Peraltro gli artt. 277-9 danno un quadro delle varie pronunzie del collegio, delle quali non ci occupiamo che per quanto possono interessare i rapporti tra collegio e giudice istruttore. Anzitutto, dal punto di vista del suo contenuto, la pronunzia sarà positiva, se decide il merito, e sarà totale o parziale, a seconda che risolva tutte o soltanto parte delle questioni di merito. Potrà essere negativa, quando non decide il merito, ad es. per mancanza di presupposti, o per fatti estintivi o impeditivi della potestà di giudicare. Sarà infine ordinatoria, quando non decide il merito, perché il tribunale ritiene ancora non esaurita la istruttoria. Dal punto di vista formale, il collegio pronunzierà o sentenza, o ordinanza, ovvero infine sentenza o ordinanza insieme: Sentenza, la volta che emetterà pronunzia definitiva (positiva o negativa) totale sul merito, ovvero, pur sempre chiudendo il processo, emetta pronunzia negativa su una questione preliminare o pregiudiziale (difetto di giurisdizione, competenza, regiudicata); pronunzia del pari sentenza, quando senza chiudere il giudizio, emetta decisione parziale risolvendo soltanto una o più questioni pregiudiziali che l’istruttore gli abbia, singolarmente o no, sottoposto ovvero decide una parte del merito. Pronunzierà ordinanza, quando, senza disconoscere la propria potestà di giudicare, il collegio ritenga peraltro non matura la causa per la decisione stessa, occorrendo completare e integrare l’istruzione; ovvero ritenga di dover ammettere attività che l’istruttore ha negato; e in tal caso si tratterà appunto di semplice ordinanza con la quale si torna ad investire della causa il giudice istruttore davanti al quale il collegio rimette le parti. Si avrà infine pronunzia duplice, cioè contemporanea emissione di una sentenza e di una ordinanza, quando il collegio, mentre riconosce di poter decidere il merito o anche decidendolo in parte, (ad esempio ritenendo già provata la domanda sino ad un quantum), ravvisi invece necessari ulteriori mezzi di prova per le altre questioni o per l’altra parte dell’ammontare della domanda. La duplicità dei due provvedimenti è resa necessaria per evitare gravi inconvenienti in caso di impugnazione, in quanto che il provvedimento oggetto dell’ordinanza, non deve essere suscettivo di impugnativa non potendo del resto nemmeno le ordinanze del collegio pregiudicare la decisione, né essere vincolative per il collegio stesso (artt. 280 e 177)». E il dott. Vincenzo Renis, Consigliere della Corte di appello di Firenze, nulla ebbe da dire (p. 89 ss.) sul coevo e rigido sistema di impugnazione procrastinata di siffatti provvedimenti (previa, comunque, riserva di impugnazione).

[36] Né l’elaborazione si chiuse qui: con R.D. 20 aprile 1942, n. 504, fu apportata lieve modifica all’art. 8, n. 3; con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato (De Nicola), fu modificato l’art. 545 in tema di pignoramento di stipendi, salari e altre indennità dovuti per rapporti di lavoro; seguirono ulteriori piccoli interventi con il decreto legislativo 8 aprile 1948, n. 438; con decreto legislativo 5 maggio 1948, n. 483, convertito con legge 14 luglio 1950, n. 581, furono apportate molteplici modifiche ed aggiunte al codice; e con Legge 30 luglio 1950, n. 534, fu modificato l’art. 72.

[37] Circolare ministeriale n. 2690 del 14 aprile 1942, in Le Leggi, 1942, p. 467 e ss.

[38] Carnelutti, Istituzioni del nuovo processo civile italiano, Roma, 1941, p. 269.

[39] In Codice di procedura civile, I, ed. stereotipata dal testo ufficiale, Roma, Ist. Pol. Dello Stato Libreria, 1940, p. 5 ss.

[40] Virgilio Andrioli, Commento al codice di procedura civile, II, Processo di cognizione, Jovene, Napoli, 1945, pag. 194 e segg.

[41] Ricorda sempre Andrioli, op. cit., pag. 196 e segg., che gli stessi principi furono peraltro ribaditi al n. 29 nella relazione illustrativa delle disposizioni d’attuazione: «Il sistema delle pronunce del collegio è stabilito dagli art. art. 277 a 280 del codice… Da questi articoli risulta che il collegio può pronunciare ordinanza quando dispone la continuazione del processo nella sua integrità davanti al giudice istruttore, sentenza definitiva quando chiude il processo, decidendo la lite o affermando su di essa una totale preclusione, ovvero sentenza parziale accompagnata dall’ordinanza, quando pronuncia su una parte della controversia, accompagnata dall’ordinanza, quando pronuncia su una parte della controversia, accogliendo o rigettando una domanda sostanziale di parte (svuotando così il processo di una parte del suo contenuto), e dispone contemporaneamente la prosecuzione del procedimento davanti al giudice istruttore».

Ed ancora nella circolare ministeriale, n. 2690 del 14 aprile 1942 (Le leggi, 1942, 467 e segg.): «Le decisioni del collegio possono essere sentenze o ordinanze: le sentenze, secondo la terminologia della nuova legge si distinguono in definitive e parziali (art. 279). Bisogna che i giudici si abituino fin da principio ad intendere esattamente la diversa funzione che corrisponde a questa diversa terminologia, e soprattutto ad evitare che sotto mutato nome si perpetui per forza tradizionale l’istituto tradizionale della sentenza interlocutoria, che al contrario deve essere considerata come assolutamente estranea al nuovo procedimento.

a)La sentenza definitiva è quella che il collegio pronuncia quando definisce il giudizio: cioè la sentenza che ha per effetto di porre fine al processo (salve, si intende, le fasi di impugnazione) … Sentenza definitiva è dunque, secondo il nuovo Codice, non soltanto quella che decide sulla causa, accogliendo o respingendo la domanda di merito; ma anche quella che, decidendo soltanto sul processo, assolve dalla osservanza del giudizio per la mancanza di uno di quei requisiti del processo senza i quali il giudice non può entrare a conoscere del merito (la sentenza, per esempio, con cui il collegio dichiara la propria incompetenza a decidere di quella causa).

b)Più delicata è la esatta delimitazione del concetto di sentenza parziale; e la distinzione della sua funzione da quella riservata all’ordinanza, alla quale la sentenza parziale normalmente si accompagna.

La sentenza parziale può essere innanzi tutto pronunciata quando nello stesso processo siano state annullate più domande tra loro connesse: se il giudice istruttore ha rimesso al collegio tutta intera la causa, a norma dell’articolo 187, primo comma, e il collegio riconosce che per alcune delle domande annullate è possibile una decisione immediata mentre per le altre è necessaria una ulteriore istruzione, in questo caso il collegio, può, su istanza di parte, verificandosi le circostanze previste dall’art. 277, pronunciare una sentenza parziale per la decisione della domanda o delle domande già mature, e insieme disporre con separata ordinanza i provvedimenti istruttori necessari per le altre.

Anche nel caso che nel processo sia stata proposta una sola domanda, la sentenza parziale può servire per decidere separatamente una di quelle questioni che, come già si è veduto, il giudice istruttore ha, in casi tassativamente previsti dalla legge, il potere di rimettere al collegio (art. 187).

Ma su questo punto occorre che i giudici siano estremamente cauti nel non varcare i rigorosi limiti che la legge pone a questo impiego eccezionale della sentenza parziale per la decisione separata non di una tra le diverse domande proposte cumulativamente, ma di una tra le diverse questioni che possono presentarsi nell’interno di una stessa domanda.

Un primo limite è dato da ciò che mentre l’uso della sentenza parziale per decidere separatamente una tra diverse domande proposte cumulativamente è ammissibile, ricorrendo le condizioni previste dagli art. 277 e 278, anche a iniziativa del collegio, la decisione con sentenza parziale di una singola questione preliminare o pregiudiziale sorta nell’interno della domanda è ammissibile soltanto su iniziativa del giudice istruttore: solamente quando, cioè, il giudice istruttore si sia valso del potere che gli dà l’art. 187, di provocare su tale questione preliminare o pregiudiziale una decisione separata del collegio. In mancanza di che, il collegio non potrebbe mai, neanche se alcuna delle parti ne facesse istanza, frazionare in più questioni il contenuto di una stessa domanda e pronunciare su una sola di esse una sentenza parziale.

Ma anche quando il giudice istruttore faccia uso di quel potere di remissione al collegio che gli dà l’art. 187, l’uso della sentenza parziale è strettamente limitato a pochissime ipotesi, in omaggio al principio generale secondo il quale le diverse questioni che si presentano all’interno di una stessa causa devono possibilmente essere decise tutte insieme e con una sola sentenza definitiva.

A tale proposito bisogna distinguere il caso in cui la questione che il giudice istruttore rimette al collegio per la decisione separata sia attinente al processo, e il caso in cui sia attinente al merito.

Nel primo caso (si supponga, ad esempio, che il giudice istruttore abbia rimesso al collegio la decisione di una eccezione di incompetenza o di altra tra le eccezioni litis ingressum impedientes) il collegio dovrà in ogni caso decidere la questione pregiudiziale attinente al processo mediante sentenza: che sarà definitiva, se il collegio accoglierà l’eccezione, e sarà parziale se il collegio la respingerà. In questa seconda ipotesi dunque il processo dovrà continuare per la trattazione del merito (e a tale scopo il collegio dovrà con separata ordinanza, come dice il terzo comma dell’art. 279, dare i provvedimenti opportuni per tale trattazione), ma intanto la questione attinente alla competenza o in genere alla regolarità del processo rimarrà decisa per sempre dal collegio con una vera e propria sentenza (impugnabile insieme con la sentenza definitiva, ma non modificabile e revocabile dallo stesso collegio): il che è sembrato opportuno non solo per le questioni di competenza, sulle quali la decisione separata mediante sentenza è in ogni caso indispensabile, per aprire il varco allo speciale rimedio predisposto dalla legge per il regolamento di competenza; ma altresì per tutte le altre questioni attinenti al processo, la cui risoluzione preliminare mediante sentenza parziale porrà un punto fermo soltanto sulla regolarità del processo e sulla sussistenza delle condizioni processuali occorrenti per poter passare alla trattazione del merito, ma non intralcerà, essendo attinente alla procedura e non al merito, la trattazione unitaria del merito stesso.

Più delicato è il secondo caso; quello che si verifica quando il giudice istruttore abbia rimesso al collegio, affinché sia decisa separatamente, «una questione di merito avente carattere preliminare» (art. 187, secondo comma). Qui se la questione è decisa dal collegio nel senso che porta a definire il giudizio (accogliendo, ad esempio, la eccezione di prescrizione, e venendo con ciò a rendere inutile ogni ulteriore indagine sul rapporto controverso), il collegio pronuncerà sentenza definitiva; ma se la decide nel senso opposto (cioè nel senso che rende necessaria la continuazione del giudizio e quindi la continuazione dell’istruzione), in quale forma dovrà essere pronunciata tale decisione? Bisogna guardarsi dal credere che questa decisione debba in ogni caso essere pronunciata con sentenza parziale: al contrario, nella massima parte dei casi, essa dovrà essere presa in forma di semplice ordinanza. Vi possono essere, anche tra le questioni attinenti al merito, certe questioni di carattere pregiudiziale per le quali la decisione separata mediante sentenza parziale è possibile senza intralciare e senza frazionare l’ulteriore trattazione della causa (si pensi ad esempio, alle questioni concernenti i requisiti dell’azione, quale potrebbe essere, poniamo, l’interesse ad agire: in questo caso, se il giudice istruttore avrà rimesso al collegio la decisione di un’eccezione preliminare di mancanza di interesse, il collegio potrà respingerla con sentenza parziale, e insieme ordinare con separata ordinanza i provvedimenti attinenti al proseguimento dell’istruzione). Ma all’infuori di questi casi il collegio, se non adotterà la soluzione che lo porti a definire il giudizio e a pronunciare così sulla questione preliminare di merito una sentenza definitiva, dovrà risolverla con semplice ordinanza, ai soli fini della prosecuzione dell’istruzione, allo stesso modo che con ordinanza avrebbe dovuto risolverla il giudice istruttore se non avesse preferito, sbagliando i suoi calcoli di probabilità, rimetterne la decisione separata al collegio. Insomma per le questioni attinenti al merito in senso stretto, cioè a tutti gli aspetti di diritto e di fatto del rapporto sostanziale controverso, la rimessione al collegio può portare alla pronuncia di una sentenza separata (definitiva) solo quando il calcolo di probabilità che ha indotto il giudice istruttore a tale rimessione, si riveli esatto; ma se tale calcolo si rivela sbagliato, nel senso che il collegio valuti diversamente dal giudice istruttore la necessità di un’ulteriore istruttoria, la decisione della questione rimessagli deve esser data dal collegio ai soli effetti della prosecuzione del giudizio, ed esser pronunciata quindi in forma di ordinanza con quello stesso carattere delibativo e provvisorio che hanno le ordinanze del giudice istruttore, quando provvisoriamente risolve, ai fini di continuar l’istruzione, le questioni di merito che si opporrebbero alla prosecuzione della medesima. Così, per tornare ad un esempio già dato, se il giudice ha rimesso al collegio la decisione separata della eccezione preliminare della prescrizione, il collegio pronuncerà sentenza definitiva se crederà di accoglierla; ma se crederà di doverla respingere e di dover di conseguenza rimandare la causa al giudice istruttore per il proseguimento dell’istruttoria, anche il rigetto della eccezione di prescrizione dovrà essere pronunciato dal collegio con semplice ordinanza, per non pregiudicare e non intralciare, con una sentenza parziale su quel solo punto di merito, quella valutazione unitaria di tutta la causa che il collegio potrà fare soltanto alla fine dell’istruzione, quando potrà riprendere in esame tutte insieme le varie questioni di diritto e di fatto attinenti al rapporto sostanziale, e risolverle tutte insieme coll’unica sentenza definitiva.

c)Tutto quello che finora si è detto permette di comprendere, senza bisogno di ulteriore illustrazione, qual’ è, nella nuova procedura, la funzione delle ordinanze collegiali. Esse sono destinate, come quelle del giudice istruttore, a regolare il corso del processo e il proseguimento dell’istruzione; esse possono accompagnarsi ad una sentenza parziale, in tutti quei casi in cui la pronuncia di queste lascia aperto l’adito ad ulteriore istruzione sulle questioni non decise; ma possono anche essere pronunciate isolatamente, come unico provvedimento del collegio, tutte le volte in cui il fine pratico della pronuncia, anche se attinente a questioni di merito, sia solo quello di provvedere alla prosecuzione dell’istruzione.

Il sistema della legge è, così, chiaro e compiuto. Essa respinge quell’innaturale frazionamento di una decisione sostanzialmente unica in tante sentenze interlocutorie su questioni artificialmente separate, che nel vecchio processo permetteva la formazione frazionata e graduale del giudicato; essa mira a far sì che il giudicato si formi, per ciascuna causa, in una volta sola, in modo da poter lasciare al collegio, al momento di pronunciare la sentenza definitiva, quella libertà di valutazione complessiva e quella visione unitaria di tutte le questioni attinenti alla stessa causa, senza la quale il giudicante perde il contatto colla realtà umana e sociale della sua funzione».

[42] Per un primo commento sulle Disposizioni transitorie v. Enrico Redenti, Le disposizioni transitorie per i processi di cognizione civile, Milano, dott. A. Giuffrè – editore, 1942.

[43] Scrive il Ministro nella citata relazione di accompagnamento (n. 32, in Codice di procedura civile, Testo – Relazioni- Disposizioni per l’attuazione Disposizioni transitorie, La Libreria dello Stato, Roma, 1942, XX E.F., p. 444 e ss.) che: «Nell’art. 129 ho stabilito le forme della riserva d’appello prevista dall’art. 340 del codice. Come ho chiarito altra volta, il codice pone il principio che ogni processo dà luogo ad un solo procedimento d’appello, mentre nel sistema del codice abrogato un processo poteva generare una molteplicità di giudizi di gravame, corrispondenti alle varie sentenze interlocutorie o definitive pronunciate dal giudice di primo grado. L’unità del giudizio è dal codice perseguita con l’abolizione delle sentenze interlocutorie, e cioè di quelle sentenze le quali decidono soltanto questioni isolate della causa, riservando la pronuncia sulle altre questioni a successive sentenze. L’art. 277 del codice esprime chiaramente il concetto che la decisione sul merito deve riguardare sempre una domanda delle parti e mai una questione. Sulle questioni che è necessario risolvere nel corso del processo, prima di decidere sulla domanda, si deve provvedere con ordinanza. Ma, essendo più le domande che possono essere proposte in uno stesso processo (articoli 10, 104 del codice), la legge ammette che si possa scindere la decisione su di una domanda da quella sulle altre proposte nello stesso processo, e questa scissione dà luogo alla cosiddetta sentenza parziale, della quale il codice stesso nell’articolo 278 dà un esempio per il caso della condanna generica ai danni prodotti da fatto illecito altrui. Soltanto le questioni di competenza e le altre questioni pregiudiziali (queste ultime corrispondono nel linguaggio del codice alle eccezioni litis ingressum impedientes) sono decise con sentenza parziale, ma per questo caso particolare l’art. 279 del codice detta disposizioni precise e tassative. Le sentenze parziali, capaci naturalmente anche esse di passare in giudicato (§art. 324 del codice), a differenza delle ordinanze, possono essere appellate (art. 339 secondo comma del codice), ma soltanto insieme con la sentenza definitiva, per modo che è mantenuta l’unità del giudizio di appello. Il codice stabilisce peraltro che la parte che si sente gravata dalla sentenza parziale debba subito dimostrare la sua volontà di impugnarla (a differenza di quanto è stabilito per le ordinanze) o con l’impugnazione effettiva mediante il regolamento di competenza, per le sentenze che pronunciano su questa, ovvero mediante la dichiarazione che intende proporre appello contro la sentenza parziale di merito che ha pronunziato su questioni pregiudiziali. Questa dichiarazione il codice chiama “riserva d’appello”. La riserva deve essere fatta nel primo atto processuale della parte successivo alla pubblicazione della sentenza. E, come questo atto può essere sia l’istanza di concessione o di revoca dell’esecuzione provvisoria, che si rivolge al giudice d’appello a norma dell’articolo 284 del codice, sia la comparizione davanti al giudice di primo grado per la continuazione del giudizio davanti a lui, l’art. 340 del codice prescrive che la parte deve fare la dichiarazione di riserva d’appello o al giudice d’appello, inserendola nel ricorso relativo all’esecuzione provvisoria della sentenza parziale, o al giudice di primo grado nella prima udienza di trattazione della causa successiva alla pubblicazione della sentenza. Davanti al giudice di primo grado la dichiarazione deve essere proposta, ai sensi dell’articolo 129, nella forma orale, che è propria delle istanze e delle dichiarazioni che si rivolgono al giudice istruttore, ma può essere anche fatta per iscritto su foglio a parte da allegarsi al processo verbale d’udienza. Questa eccezione, più che una deroga, rappresenta una conferma del principio dell’oralità sancito dall’art. 180 del codice, perché la dichiarazione di riserva non riguarda lo svolgimento del processo davanti al giudice al quale è proposta e quindi non ricorrono per essa le ragioni che hanno portato alla istituzione del processo orale, mentre la forma scritta ha in questo caso il vantaggio di consentire alla parte maggiore riflessione e precisione di espressioni nella redazione dell’atto. È evidente, e risulta chiaro dalle espressioni della legge, che la riserva non equivale alla proposizione dell’appello. La parte deve quindi appellare espressamente la sentenza parziale nell’atto con il quale impugna la sentenza definitiva, altrimenti la riserva non ha alcuna efficacia per il giudizio di appello». E, quando alle conseguenze di eventuale estinzione del giudizio di primo grado, successiva alla pronuncia della sentenza parziale, il Ministro continua (n. 33) chiarendo: «Il secondo comma dell’art. 129 contiene poi un’importante norma complementare circa l’appellabilità delle sentenze parziali. Come ho testè ricordato il codice impone che le sentenze parziali, che non riguardano questioni di competenza, siano appellate con la sentenza definitiva; il che potrà avvenire nella maggioranza dei casi, perché il processo iniziato sarà per opera delle parti e del giudice normalmente portato alla sua conclusione utile, che è data dalla sentenza definitiva sulla causa. Ma può anche darsi, se pure raramente, che, dopo la pronuncia di una sentenza parziale, il processo si arresti e ne sia dichiarata l’estinzione per difetto di attività delle parti. Era necessario in questo caso provvedere alla disciplina delle sentenze parziali specie rispetto all’appellazione. Per chiarire la disposizione in esame, occorre rifarsi alla disposizione dell’art. 310 del codice, che disciplina gli effetti dell’estinzione del processo e ricordare le varie specie di sentenze parziali ammesse dalla legge. Le sentenze parziali possono riguardare la giurisdizione o la competenza, possono riguardare le cosiddette questioni pregiudiziali delle quali si è sopra chiarita la portata, e, infine, possono riguardare il merito della causa. Per le sentenze parziali che pronunciano sulla competenza è chiaro che, se esse sono impugnate con il regolamento di competenza, in loro luogo resta la sentenza di regolamento, che avrà piena efficacia anche in un eventuale successivo giudizio (art. 310 del codice). Parimenti è anche chiaro, sempre per il disposto dell’articolo 310 del codice, che le sentenze parziali sulla competenza non impugnate, per quanto passate in giudicato, non conservano alcuna efficacia dopo l’estinzione del processo nel quale furono pronunciate. Ugualmente prive di efficacia restano le sentenze che pronunciano sulla giurisdizione e sulle questioni pregiudiziali; perciò non si presenta riguardo ad esse alcuna questione circa l’impugnabilità. Invece per le sentenze sul merito, l’art. 310 citato dispone che esse conservano piena efficacia; il che viene facilmente spiegato con il concetto sopra chiarito che le sentenze parziali di merito contengono sempre una statuizione su una o più domande di parte attribuendo o negando il bene che era stato chiesto al giudice di riconoscere e attribuire. Esse in altri termini sono tali da produrre sempre la cosa giudicata sostanziale, perché non decidono mai isolatamente una questione della causa in preparazione della decisione finale di questa, come avviene nel processo ancora vigente per le sentenze interlocutorie, che sono perciò destinate a sparire dal nostro processo civile. In coerenza a questo concetto della sentenza parziale di merito, il secondo comma dell’art. 129 ne ammette l’appellabilità dal momento in cui è divenuta non dubbia l’estinzione del processo. Ciò manifestamente si verifica quando l’ordinanza che dichiara l’estinzione non è impugnata nel termine previsto nell’art. 179 secondo comma del codice (art. 308 del codice) o quando, essendo stata proposta tale impugnazione, essa sia stata rigettata con ordinanza non impugnabile a norma della disposizione ora richiamata. Ed è appena da rilevare che la disposizione dell’art. 129 secondo comma non contraddice affatto alla dichiarazione di estinzione del processo, in quanto solo chiarisce che per effetto della dichiarata estinzione, nel caso che sia stata pronunciata una sentenza parziale di merito, si ha una riduzione del contenuto del processo, in quanto questo può continuare in appello in ordine a quelle di più domande che avevano trovato in primo grado una soluzione definitiva. In altri termini, dopo l’estinzione del processo si verifica rispetto alla domanda decisa con sentenza parziale quello che si sarebbe potuto verificare fin dall’inizio per volontà della parte che lo istituì: la limitazione del processo soltanto alla trattazione e discussione delle domande decise».

[44] Andrioli, Commento al codice di procedura civile, II, Processo di cognizione, 2a edizione riveduta ed aggiornata, Jovene, Napoli, 1945, pag. 208 e segg.

[45] Sentenza parziale e pluralità di parti, in Riv. dir. proc. civ., 1943, I, p. 131.

[46] Sent. 30 marzo 1943, in Foro it., 597, confermata da Cass. 31 maggio 1944 n. 416.

[47] Satta, Guida pratica per il nuovo processo civile italiano, 2a ed., Padova, 1942.

[48] Conforti, in Foro it., 1941, IV, 17.

[49] Cfr. per il più approfondito esame del problema, Andrioli, Questioni controverse sul nuovo codice di procedura civile, 1941, IV, 65, spec. 76.

[50] Satta, Le circolari ministeriali per l’applicazione del nuovo codice di procedura civile, Padova, 1942.

[51] Giudiceandrea, Guida, n. 165.

[52] Cfr. la Relazione (del Ministro Fausto Gullo?) al disegno di legge sulla riforma del codice di procedura civile, in Ministero di Grazia e Giustizia, Disegno di legge sulla riforma del codice di procedura civile. Relazione e testo, Roma, Tipografia delle Mantellette, 1946, che per tanta parte anticipò, per quanto qui interessa, gli interventi poi apportati dalla riforma del 1950, che spiega come ci si avviò ad una revisione del codice del ’40, piuttosto che alla promulgazione di un codice nuovo: «è fuor di dubbio che il codice di procedura civile, pure pomposamente ed artifiziosamente presentato come genuina manifestazione di un nuovo indirizzo giuridico ispirato alle teorie ed ai principii fascisti, in realtà non fu che la consacrazione legislativa della vasta e più che cinquantennale elaborazione che aveva avuto il suo culmine luminoso nell’opera di e nell’insegnamento di Giuseppe Chiovenda. D’altra parte è anche certo che i preamboli contenuti nelle varie relazioni dei lavori preparatori e soprattutto in quella finale, insieme con le norme di puro carattere fascista che, per quanto poche ed estrinseche, erano state inserite nel codice, contribuirono a suscitare quel vasto movimento eversivo il quale, subito dopo il crollo del regime, investì tutti i codici e si appuntò con maggiore veemenza contro quello di procedura civile. Senonchè, affermato, in omaggio alla verità, che sarebbe erroneo attribuire a quel codice un carattere e un contenuto esclusivamente fascista che esso in realtà non ha, è pur necessario riconoscere che altre evidenti ragioni, non più politiche, in parte giustificano e in parte spiegano la perdurante ostilità manifestata specialmente dalla classe forense. La urgente necessità di disposizioni riformatrici si presentò irresistibile immediatamente dopo la liberazione; ed il Ministro Tupini, rendendosi interprete di quella esigenza, nominò, appena insediatosi, una Commissione con l’incarico di procedere alla riforma reclamata. La detta Commissione, pur raccogliendo allora la prima ed imperiosa richiesta della Curia per l’abrogazione pura e semplice del codice, volle prudentemente frenare quella che sembrava una impulsiva reazione dovuta alla concitazione momentanea più ed oltre che al non felice esperimento della legge bersagliata. Fu forse per questo che, nel vivace contrasto ripercossosi anche nel proprio seno fra la tendenza demolitrice e quella moderata, essa si indugiò lungamente nel tentativo di mantenere sovratutto fermo ed immutato quell’organo preventivo ed obbligatorio (il così detto giudice istruttore); il quale, anche nella relazione al codice, era considerato come il cardine del nuovo processo civile, pur essendo stato notoriamente il frutto di un compromesso dell’ultima ora, fra le estreme correnti scientifiche della nuova scuola. Naturalmente, venivano conservati anche i principali apparati connessi; cioè a dire: la citazione ad udienza indeterminata; le ordinanze istruttorie; il prevalente impulso d’ufficio; e la concentrazione assoluta dei gravami. Senonchè il progetto preparato su tali basi, pur avendo alquanto moderato quei settori contro i quali le clamorose proteste avevano raggiunto l’unanimità (tanto era ormai assodato che una riforma qualunque fosse indilazionabile), non appena pervenne alla consultazione degli organi competenti ed operanti, fu senza altro respinto. La quasi totalità degli organi forensi, l’assemblea dei presidenti di sezione della Corte Suprema di Cassazione e l’Avvocatura dello Stato, nel disapprovarlo recisamente, sconsigliarono ogni ulteriore tentativo verso quella direzione e reclamarono l’immediato ed urgente ritorno al precedente sistema del procedimento sommario, pur con gli aggiornamenti ed i ritocchi del caso. Era con ciò positivo che l’eventuale e presumibile avviso contrario degli insegnanti universitari, pure essendo apprezzabilissimo e forse giustificato nel puro campo teorico, non poteva più essere decisivo. A tali insuperabili precedenti, quando io assunsi la direzione del Dicastero, si erano aggiunte le ulteriori e più pressanti segnalazioni di quasi tutta la Curia italiana; a segno che, pur prescindendo dalle accese ed ormai sterili polemiche astratte, la riforma non poteva orientarsi se non verso la eliminazione, od almeno verso una più profonda modificazione, di quelle parti il cui difettoso funzionamento (pur dovuto, come è giusto riconoscere, a cause ed a concause contingenti, ma non per ora eliminabili) aveva, per quasi unanime attestazione, provocato addirittura la paralisi della giustizia civile. Con queste direttive detti subito l’incarico della urgente riforma ad un Comitato di giuristi composto da quattro alti magistrati dei rispettivi gradi della giustizia civile; da quattro eminenti avvocati; e da due insegnanti universitari. Questo Comitato ha compiuto l’incarico in circa tre mesi di intensissimo e vigile lavoro quotidiano., compilando il progetto che, dopo il vaglio dell’Ufficio legislativo interno, viene qui illustrato nelle linee integrali. Giova notare che in seno al Comitato prevalse subito il prudente criterio di muovere dal sistema, anzi dal testo integrale del codice, e di apportarvi le modificazioni strettamente necessarie per eliminare gli ostacoli più emergenti, rispettando possibilmente tutto il pregevole risultato della insigne elaborazione scientifica; in modo che la prossima esperienza potrà illuminare ancora meglio la via per una eventuale riforma più ampia e definitiva….». Nell’occasione il disegno di legge proponeva di riammettere l’impugnabilità immediata in appello e in Cassazione, di tutte le sentenze e prevedeva un nuovo art. 340 ai sensi del quale: «la sentenza che sia in tutto o in parte non definitiva può essere anche appellata insieme con quella definitiva. A tal uopo la parte, entro il termine stabilito per l’appello, deve, personalmente o a mezzo del procuratore, farne dichiarazione nella cancelleria del giudice che ha emanato la sentenza. Di tale dichiarazione raccolta a verbale il cancelliere dà immediata comunicazione alle parti interessate. – La proposizione dell’appello preclude la riserva per qualunque capo, e viceversa. – Nel caso di pluralità di parti, quella nei cui confronti la sentenza definisce il giudizio non può avvalersi della facoltà di riserva. Se comunque una di esse proponga appello, le riserve eventualmente fatte restano prive di effetto, e le altre parti debbono provvedersi a norma dell’articolo 333». Analoga la contestuale proposta del nuovo art. 361 per il ricorso in cassazione.

[53] Si legge nella Relazione del Ministro Guardasigilli sul decreto legislativo di cui al testo (e per quanto qui interessa): Nel quadro dell’opera di riforma della codificazione, intrapresa, come è noto, subito dopo la liberazione di Roma, il legislatore ha dovuto, riguardo al vigente codice di procedura civile, affrontare problemi che presentavano caratteristiche di particolare complessità e delicatezza. Si trattava infatti di rivedere e di modificare, dopo pochi anni dalla sua entrata in vigore, un testo legislativo che, frutto della collaborazione dei più illustri processualisti italiani, era stato salutato unanimemente, al suo apparire, dai rappresentanti della dottrina e della pratica, quale un razionale, moderno e agile strumento di giustizia, tale da potere con somma utilità sostituire il vecchio ed empirico codice del 1865, il quale solo in virtù delle note riforme parziali, e ancor più mercé gli adattamenti della prassi forense aveva potuto continuare a sopperire in qualche modo a nuove situazioni e a mutate esigenze. D’altra parte, gravi considerazioni, provenienti da fonti qualificate, circa il funzionamento pratico del nuovo meccanismo processuale, convergevano e convergono in un giudizio in prevalenza negativo sull’idoneità del nuovo rito a raggiungere lo scopo che il legislatore si era prefisso, di ottenere cioè decisioni rapide e non dispendiose, e nello stesso tempo, s’intende, conformi alla migliore giustizia. … Circa il cardine fondamentale della riforma, cioè l’istituto del giudice istruttore, si osserva che l’eccessiva vastità dei poteri ad esso assegnati, per la risoluzione provvisoria di tutte le questioni, e la sottrazione di tali poteri a qualsiasi controllo immediato del collegio contrastano spesso con le esigenze della formazione di una giusta decisione collegiale, per la preponderanza, in seno al collegio, dell’opinione precostituita del giudice e per l’influenza inevitabile del fatto compiuto. Né sono poi da trascurarsi i prospettati pericoli di una dissipazione di attività giudiziaria, di tempo e di denaro, qualora il collegio, esercitando concretamente i suoi poteri, ritenga, nella sede differita di controllo, inammissibile, inutile o non pertinente tutta l’attività compiuta dal giudice istruttore. Sotto questo ultimo angolo visuale viene infine in considerazione l’impugnabilità obbligatoriamente differita delle sentenze parziali, che costringe le parti ad attendere per anni tutto lo svolgimento ulteriore di un gravoso e dispendioso processo, per potere infine fare accertare in sede d’appello o di cassazione l’errore iniziale del giudice inferiore. … Per ovviare in via d’urgenza alle più pressanti necessità del rito civile fu nominata nel 1945 una Commissione ministeriale, la quale nel giugno 1946 presentò al Guardasigilli di allora un primo progetto di riforma. … Seguì, sempre presso il Ministero, a cura di un ristretto Comitato di giuristi nominati dal successivo Guardasigilli, l’elaborazione di un progetto che si ispirava a ben diverse direttive, e che ben più profondamente incideva nel sistema del codice, costituendo in realtà un tentativo di inserire in esso la struttura del procedimento sommario del 1901. Tale progetto, presentato quale disegno di legge all’Assemblea Costituente nella seduta del 27 febbraio 1847, fu sottoposto ad accurato e attento esame della Prima Commissione legislativa, la quale, tenendo conto delle critiche e dei rilievi che frattanto erano stati mossi al progetto, ritenne che esso dovesse essere sottoposto a una profonda revisione. Si valutò l’intrinseca ampiezza della riforma postulata dal disegno di legge in contrasto con la apparente brevità formale di questo. … L’opera della Commissione legislativa, attuata con la collaborazione del Ministero di grazia e giustizia, e in stretto contatto con questo, è stata pertanto rivolta a semplificare la riforma, ed a restringerla all’essenziale, all’urgente e all’indifferibile, in attesa di una futura revisione generale del codice, che dovrà essere convenientemente impostata e convenientemente elaborata. Ne è risultato un progetto che, pur mostrando per parecchi riflessi la sua derivazione dal disegno di legge già accennato, se ne differenzia notevolmente nella fisionomia delle soluzioni concrete. … Ridotta a questi confini limitati, la riforma viene oggi attuata sotto forma di decreto legislativo, avendo la Commissione legislativa dell’Assemblea Costituente rinviato il progetto al Governo per l’ulteriore corso, a norma dell’art. XVII terzo comma delle disposizioni transitorie della nuova Costituzione.

[54] Scrisse in proposito Satta, Le nuove disposizioni sul processo civile, Padova, Cedam, 1951, p. 1 ss.: «La legge 14 luglio 1950, n. 581, ha introdotto importanti mutamenti nel processo civile, Nelle pagine che seguono si cerca di interpretare le norme, e di delineare la struttura del processo che da esse risulta. Per quanto si sia avuto cura di disporre organicamente le frammentarie disposizioni, crediamo utile presentare un quadro delle principali modificazioni introdotte, che potrà essere di guida e di riferimento nella lettura. … Le ordinanze conservano il loro carattere. Le ordinanze però che risolvono questioni relative all’ammissibilità e alla rilevanza di mezzi di prova sono impugnabili con reclamo immediato al collegio. Il reclamo investe il collegio della sola questione sulla prova, né possono essere proposte conclusioni di merito totali o parziali. Il collegio provvede in camera di consiglio con ordinanza, ma può anche limitarsi a rimettere le parti davanti al giudice istruttore perché propongano le conclusioni di merito. Il reclamo contro l’ordinanza ha effetto sospensivo. … I provvedimenti del giudice istruttore corrispondono a quelli del codice: però egli può rimettere le parti al collegio per la sola decisione delle questioni relative all’ammissibilità e alla rilevanza della prova. Si applicano in tal caso le norme stabilite per il reclamo contro l’ordinanza. Tutti i provvedimenti istruttori sono dati con sentenza. Le sentenze parziali sono abolite. Le sentenze possono essere definitive o no. Le sentenze sono tutte appellabili, ma per le sentenze non definitive è concesso di differire l’appello fino alla sentenza definitiva, previa riserva nel termine. … L’appello immediato delle sentenze non definitive ha come conseguenza che il giudizio si può scindere in due rami. Il principio della concentrazione in appello è infatti conservato, nel senso che la causa non può essere rimessa al giudice di primo grado se non per le ragioni già stabilite dal codice (art. 353 e 354). Quindi la causa è trattenuta dal giudice di appello per la parte che riguarda la sentenza non definitiva, per il resto prosegue davanti al giudice di primo grado. Sono dettate delle norme per ovviare agli inconvenienti che produce questa scissione». Nel successivo capito I, dedicato all’istruzione e alla decisione della causa, Satta, più esplicitamente critico, sin dall’incipit, esordisce: «Nel codice di Zaleuco era scritto che, quando un cittadino proponeva all’assemblea la riforma di una legge, doveva presentarsi con una corda al collo. Se la proposta era respinta, veniva subito impiccato. Zaleuco non aveva certo previsto la raffinatezza della moderna tecnica legislativa che consente di approvare e disapprovare ad un tempo un disegno di legge: e certo sarebbe rimasto stupito, e, per i suoi cruenti propositi, deluso nel sentire che la legge 14 luglio 1950, n. 581 “ratifica” il decreto legislativo 5 maggio 1948, n. 483. In verità, molte norme sono state mutate, ma mutato è soprattutto lo spirito che anima i due procedimenti: intesi, il decreto, a restaurare nella sostanza, e fin nella forma (art. 10), l’antico rito (addirittura si parlava, nella relazione, di inidoneità dell’attuale processo allo scopo di ottenere decisioni rapide e conformi a giustizia, la legge, a non pregiudicare, nelle ineliminabili modificazioni di forma, la sostanza del nuovo. Di questo contrasto è un eco fin nella formula della dichiarazione proemiale di ratifica, là dove, art. 1 della legge, si è avuta cura di sopprimere la riserva temporale contenuta nel corrispondente articolo del decreto: “fino alla revisione generale del codice di procedura civile”; così come un timido, e quasi pudico accenno se ne può vedere nell’art. 14 della legge, là dove, riproducendosi la facoltà accordata al giudice istruttore di autorizzare lo scambio di comparse prima della udienza di trattazione, si è avuto cura di non dire schiettamente, come faceva il corrispondente art. 10 del decreto, che il giudice “può autorizzare in tutto o in parte la trattazione scritta”. Ma il distacco profondo si manifesta nel confronto di quelle norme che concretano i principii ispiratori della riforma, e sono come tali decisive per la struttura del processo: all’udiamo in particolare all’art. 9 del decreto, che ammette quasi senza limiti l’immediata reclamabilità al collegio di tutte le ordinanze del giudice, con effetto sospensivo, non solo, ma con la conseguente continua translazione al collegio di tutta la causa. Una norma come questa +, è chiaro che integra l’integrale abrogazione del codice di procedura civile: il giudice è ridotto alla funzione di un passacarte, cioè proprio a quel che più paventava il legislatore del codice; “il processo di disperde in una serie di andata e ritorni tra giudice istruttore e collegio, come è avvenuto in maniera tipica nel cosiddetto procedimento sommario del 1901” Orbene una simile norma, con tutte le conseguenze che essa comporta, invano si cercherebbe nella legge. L’art. 9 ha ceduto il posto all’art. 13, nel quale l’idea fondamentale che regge il potere di ordinanza appare, almeno nelle intenzioni, confermata e riconsacrata, col sol temperamento dell’immediatezza del controllo collegiale sulla ammissibilità e rilevanza dei mezzi di prova. Molte altre osservazioni si potrebbero fare (si pensi alla disciplina dei rapporti tra giudice di primo e di secondo grado); ma basti quel che abbiamo detto per chiarire la posizione della legge di fronte al decreto, e mettere quindi a fuoco, nella sua estensione e nella sua profondità, il mutamento del rito che oggi, dopo tanto travaglio, si compie». Posto, che, sostanzialmente la riforma appariva al Satta come una ribellione contro la figura del giudice istruttore come disegnata nel codice del 1940, L’illustre autore continua così interrogandosi: «Quale è dunque la figura del giudice istruttore che risulta dalla legge? “Organo agilissimo che guida sin dal primo momento le parti tra i meandri inevitabili del rito, vigila affinché questo non diventi fine a se stesso, dispone tutto quello che è necessario per l’istruzione della causa, e questa istruzione compie con grande libertà di movimenti”: così noi avevamo definito, o meglio descritto il giudice istruttore sia nella Guida Pratica che nel Manuale (pag. 196). Questa descrizione può rimanere immutata dopo la legge, meno che in un punto: la grande libertà di movimenti. Piccoli bastoni sono stati messi nelle ruote dell’ingranaggio, e qualcuno minaccia di arrestarlo del tutto.

I principii o i programmi sono sempre quelli del codice: gli artt. 175 e 176 sono sempre in vigore; il giudice istruttore esercita cioè tutti i poteri intesi al più sollecito e leale svolgimento di tutta la causa, e tutti i suoi provvedimenti hanno la forma di ordinanza. L’ordinanza conserva anch’essa i suoi caratteri di revocabilità, tranne i ben noti casi dell’ordinanza emanata sull’accordo delle parti, dell’ordinanza dichiarata non impugnabile dalla legge, e dell’ordinanza per la quale è previsto uno speciale mezzo di impugnazione. La revocabilità e la modificabilità hanno come loro logico corollario (art. 178 del codice) la non impugnabilità dell’ordinanza, intesa, nel senso che il collegio, investito della decisione della causa, ha il pieno controllo delle ordinanze emesse dal giudice, e le parti possono liberamente proporre a lui tutte le questioni risolte dal giudice con ordinanza non revocabile, senza bisogno di mezzi di impugnazione (art. 13 della legge, I comma). A questo punto però si manifesta la prima grande deviazione dal sistema del codice. Non è il caso di ricordare che, in questo sistema, la figura del giudice ha la sua giustificazione logica e pratica nel principio fondamentale della scissione della istruzione della decisione della causa: principio che ha il suo corollario nella unicità della sentenza (decisione collegiale), temperata, dalla ammissibilità delle sentenze parziali, ma non infirmata, dato il regime della impugnabilità differita di esse. Il rigore logico del codice si esprime in questo breve periodo. Come il collegio è il signore della decisione, così’ il giudice è il signore dell’istruzione: non per nulla si chiama istruttore. Ma istruire significa svolgere tutta l’attività preparatoria della decisione, e in primo luogo quella attinente alla prova. Un giudice che non ha il dominio della prova, ha dell’istruttore il nome, non la sostanza. Ora, proprio in ordine alla prova, la legge, nell’art. 13, modificativo dell’art. 178, introduce un principio nuovo, la cui importanza non può sfuggire a chi abbia bel chiara la struttura del nostro processo: il principio dell’immediata impugnabilità delle ordinanze istruttorie che risolvono questioni relative alla ammissibilità e alla rilevanza dei mezzi di prova proposti dalle parti o ammissibili d’ufficio. Le ragioni pratiche di questa modificazione sono ben note: si tratta di evitare che l’attività probatoria si svolga in pura perdita, nell’eventualità che l’ordinanza ammissiva di prova sia revocata o modificata dal collegio dopo l’espletamento della prova stessa. È un pericolo, certo: ma esso non affiora oggi per la prima volta; il legislatore del codice lo aveva ben considerato a suo tempo, e lo aveva risolto nel modo, dal suo punto di vista, più logico, affidandosi alla sensibilità del giudice (Relazione, n. 22 in fine). Ora non sarà più così: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: la decisione sulla ammissibilità della prova è praticamente demandata al collegio. È un altro punto di vista, e non resta naturalmente che accettarlo. La sola cosa che l’interprete può fare è di indagare la sua coerenza col sistema, e quindi chiedersi se gli artefici della legge si siano ben resi conto delle conseguenze alle quali esso portava, in ordine alla struttura del processo. Dico subito che, a mio avviso, se ne sono resi conto anche troppo. L’impugnabilità immediata delle ordinanze istruttorie (anzi di tutte le ordinanze, con modeste limitazioni come abbiamo visto) era stata non solo ammessa dal decreto, ma mantenuta nel disegno di legge approvato dal Senato (modificato poi dalla Camera nell’attuale legge), con la sola differenza che quest’ultimo negava in massima l’effetto sospensivo del reclamo. Ma tanto l’uno che l’altro disponevano espressamente che una volta proposto il reclamo che la causa venisse integralmente portata al collegio, previe le conclusioni del caso (art. 189, 190). Non è sfuggito agli artefici della legge che praticamente tutto ciò comportava un ritorno al vecchio rito, con un giudice istruttore ridotto a fare la quinta ruota del carro: ma nell’illusione di potere mantenere ad un tempo l’istruttore e negarli la fiducia, non hanno voluto ammettere quella conseguenza ineluttabile della impugnabilità delle ordinanze, e sono andati alla ricerca di espedienti che non togliessero al giudice il dominio dell’istruzione all’atto stesso in cui glielo si conferiva. E l’espediente è questo: 1) limitare il compito del collegio al controllo dell’ordinanza ammissiva di prova, esclusa ogni conclusione di merito; 2) far decidere le questioni al collegio in camera di consiglio e con ordinanza, senza pregiudizio della decisione della causa; 3) salvo che il collegio non ritenga di dover richiedere lui, su istanza di parte o d’ufficio, la formulazione delle conclusioni di merito. Il tutto con effetto sospensivo del reclamo.

Non si può evidentemente attribuire a poca ponderatezza e tanto meno a insipienza questo macchinoso espediente. Se mai, come dicemmo, è vero proprio l’opposto, e cioè che di sapienza ce n’è stata anche troppa: il legislatore si è accorto lungo il cammino delle conseguenze alle quali fatalmente doveva arrivare col presupposto dal quale era partito: e non potendo rinunciare al presupposto, ha cercato di conciliare la logica con l’illogico. Il risultato dimostra quanto l’impresa sia ardua. … Ma vediamo con attenzione di tracciare il quadro completo di questi rapporti tra istruzione e decisione, che poi in sostanza costituiscono il perno di tutta la riforma. E seguiamo a tal fine il cammino ideale di una causa che venga proposta dopo il 1° gennaio 1951. Sul modo come questa causa pervenga al giudice istruttore ci intratterremo più avanti. Ora immaginiamo che le parti siano comparse davanti a lui, e che egli, in seguito allo scambio delle scritture preliminari, si trovi a dover prendere un provvedimento che non sia di semplice rinvio inerente alla regolarità della costituzione delle parti, e via dicendo. Le ipotesi della legge sono fondamentalmente le stesse del codice (art. 187, modificato dall’art. 19 della legge): causa matura per il merito, questioni di merito preliminari dalla cui decisione dipende la definizione del giudizio, questioni attinenti alla giurisdizione o alla competenza e altre pregiudiziali. La rimessione al collegio nel promo caso, e la possibilità della rimessione negli altri, è mantenuta. Sennonché a questo punto interviene il nuovo comma dell’art. 187 il quale dice: «Se (il g.i.) ritiene che siano ammissibili e rilevanti ammette i mezzi di prova proposti dalle parti, ordina gli altri mezzi che può disporre d’ufficio, tranne quelli riservati al collegio, e a meno che non ritenga opportuno rimettere le parti al collegio per la sola questione relativa alla ammissibilità o alla riserva dei predetti mezzi di prova». Questo comma ha una grande importanza. Esso anzitutto implica, per la coordinazione con gli altri commi, che la questione sulla rilevanza o ammissibilità della prova non è considerata dalla legge questione preliminare di merito, come invece doveva inevitabilmente ritenersi sotto l’impero del codice. La questione di rilevanza o ammissibilità è inoltre, e conseguenzialmente, considerata come intrinseca alla prova, non in relazione o dipendenza da altre eccezioni (ad esempio prescrizione, legittimazione ad agire, ecc.): se diversamente si dovesse ritenere, il distinguere la questione preliminare di merito dalla questione sulla ammissibilità della prova diventerebbe impossibile. Pertanto, supponendo che nella nostra causa sia stata affacciata dal convenuto una eccezione di prescrizione, come tale preliminare di merito, in contrasto con una deduzione di prova dell’attore, il giudice potrà rimettere la causa al collegio per la decisione sulla questione di prescrizione, a norma dell’art. 187, II comma, così come, ritenendo infondata la eccezione di prescrizione, potrà procedere oltre nella causa, e ammettere la prova. Se su questa prova non sorgono questioni relative alla sua ammissibilità o rilevanza, indipendenti dalla questione di prescrizione, il nuovo comma dell’articolo non trova applicazione; non può cioè il giudice rimettere al collegio perché giudichi sulla rilevanza in funzione della fondatezza o meno della eccezione di prescrizione. Se invece sorgono di tali questioni (ad esempio perché la prova sarebbe in contrasto con l’art. 2722 c.c.) la rimessione al collegio è possibile. La distinzione non è di lieve momento, perché come subito vedremo, la decisione del collegio sulla questione preliminare di merito è data con sentenza (e quindi presuppone la rimessione al collegio dell’intera causa, a norma del’art.189), la decisione collegiale sull’ammissibilità o rilevanza della prova è data con ordinanza, che ha tutti i caratteri dell’ordinanza, la revocabilità e modificabilità, la ininfluenza sulla decisione della causa, ribaditi dall’art. 23, modificativo dell’art. 279. Si tratta in sostanza di un vero e proprio trasferimento dell’istruzione al collegio, sia pur temporaneo, tanto che alla decisione del collegio si applica la norma dell’art. 178, commi 6 e 7, dettata per il reclamo contro le ordinanze di prova (vedi appresso). Ma andiamo avanti. E supponiamo che, nella nostra causa, il giudice abbia ritenuto la ammissibilità e rilevanza della prova, e l’abbia, con la solita ordinanza ammessa. Diciamo solita perché anch’essa ha tutti i caratteri della revocabilità, ecc. da parte del giudice, anche se, come stiamo per dire, l’ordinanza stessa è reclamabile, e fino a quando questo reclamo non sia stato proposto: ciò che espressamente l’art. 12 (modificativo del 177), che dichiara irrevocabili “n. 3: le ordinanze per le quali la legge predisponga uno speciale mezzo di reclamo, diverso da quello previsto dall’articolo seguente; n. 4: le ordinanze per le quali sia stato proposto reclamo a norma dell’articolo seguente”. Il che significa che il reclamo non è considerato come una impugnazione, e la questione sulla ammissibilità della prova, anche se trasferita al collegio, non esorbita dalla normale istruzione della causa. Ora, questo reclamo è l’espediente di cui sopra abbiamo parlato. Una volta ammessa la prova, l’interessato può entro dieci giorni decorrenti dalla pronuncia dell’ordinanza, se avvenuta in udienza, o, altrimenti, dalla comunicazione, reclamarsi al collegio (vedremo appresso con quali forme). Il reclamo investe il collegio della sola questione sulla rilevanza o ammissibilità della prova, nel senso che abbiamo in precedenza illustrato; esclusa cioè ogni considerazione del merito e delle questioni preliminari di merito dalle quali per l’amissibilità della prova possa dipendere. Ciò è tanto vero che le parti non possono prendere conclusioni in merito né totali né parziali, né si fa luogo ad applicazione dell’art. 189. Si riproduce in sostanza la situazione già decretitta della rimessione d’ufficio a’ sensi dell’art. 187, IV comma (art. 18 legge): e il collegio decide in camera di consiglio, con una semplice ordinanza, che è revocabile e modificabile, e non può pregiudicare il merito, perché essa è limitata all’ammissibilità e alla rilevanza, e neppure su questo punto fa stato, essendo un puro e semplice provvedimento istruttorio. È molto probabile che lo stesso legislatore abbia sentito la estrema debolezza della sua costruzione perché si è affrettato a soggiungere (art. 13, penultimo comma): Tuttavia il collegio, su richiesta di parte o d’ufficio può limitarsi a rimettere con ordinanza le parti al giudice istruttore per gli adempimenti previsti dagli artt. 189 e 190”, cioè perché esse prendano le conclusioni di merito. La relazione della commissione senatoriale, nel licenziare definitivamente il testo approvato dalla Camera dei deputati, non può fare a meno di esprimere il suo scetticismo (sia pure senza trarne le conseguenze logiche, poiché la legge  ormai si doveva varare), osservando che, data la difficoltà di isolare  la questione sulla ammissibilità della prova da tutto il complesso della causa, è probabile che nella pratica l’eccezione (cioè il rinvio al giudice per le conclusioni di merito) diverrà regola, e allora tanto varrebbe rimettere subito tutta la causa al collegio. Ma l’appunto da fare alla legge è un altro, e ben più grave: ed è che il rimettere la causa al giudice per le conclusioni di merito, in luogo di pronunciare l’ordinanza sulla prova, implica un determinato orientamento del collegio nella causa, poiché è chiaro che solo se dovrà decidere nel merito, rigettando la prova, esso richiederà le conclusioni relative. Si faccia ad esempio l’ipotesi che si contesti la legittimazione ad agire, in quanto il convenuto afferma che l’attore non è un commissionario, ma un semplice rappresentante, e che questi deduca prova su questo punto. Se si impugna l’ordinanza ammissiva poiché si afferma che la qualità di rappresentante risulta dagli atti, non sembra dubbio che il fatto che il collegio ad un dato momento richieda le conclusioni di merito in luogo di decidere sulla prova suoni campana a morto per l’attore. Qualche cosa come … un giudicato de facto, che non è mai troppo simpatico per la giustizia. La verità è che la questione sulla ammissibilità della prova e il merito della causa sono inseparabili l’una dall’altro., poiché anche la questione relativa alla prova è una questione sulla ammissibilità della prova e il merito della causa sono inseparabili l’una dall’altro., poiché anche la questione relativa alla prova è una questione di merito. Conoscere dell’una senza conoscere dell’altro è un non senso, prima che un’utopia; è perciò non vi possono essere che due strade: o quella indicata dal codice, che separa nettamente istruzione e decisione, o quella più razionale di investire fin dal primo momento il collegio di tutta la causa, demandandogli il compito di risolvere con una sentenza preliminare tutte le questioni, e disporre conseguentemente i provvedimenti istruttori. La terza via, seguita dalla legge, non è una via, è un vicolo cieco, o quanto meno, un labirinto. … Le osservazioni che abbiamo fatto ci consentono ora di seguire la causa davanti al collegio. La via per giungere al collegio non è diversa da quella segnata dal codice: si ha ancora la precisazione delle conclusioni e, quindi, la fissazione dell’udienza di discussione. Le modifiche sono solo nel senso di togliere dalla via quelle asprezze di cui il codice l’aveva seminata, in armonia con lo spirito generale della legge: si ha quindi una possibilità limitata di modifica delle conclusioni (art. 19) nell’udienza di precisazione, coerente al sistema della abolizione di tutte le preclusioni, e si stabilisce che le parti non solo debbono comunicarsi, dieci giorni liberi prima dell’udienza, le comparse conclusionali, ma possono cinque giorni liberi prima della stessa udienza scambiarsi memorie di replica. È anche questo un ritorno alle note aggiunte, temperato dal fatto che lo scambio avviene prima dell’udienza di discussione, e quindi le sorprese sono diminuite, se non eliminate del tutto. È probabile che si assista a una sopravalutazione della memoria rispetto alla comparsa, e la legge non detta alcuna sanzione specifica per questo fatto. Ciò premesso, la grande novità della legge è la rinuncia al principio fondamentale dell’unicità della sentenza, e quindi la eliminazione del concetto di sentenza parziale. Non vi sono ormai più sentenze parziali e definitive, ma solo sentenze, soggette tutte allo stesso regime di impugnazione. Una distinzione non formale, ma sostanziale, può avere ancora rilevanza in relazione alla possibilità del differimento dell’impugnazione, di cui appresso diremo. I provvedimenti del collegio saranno dunque d’ora in avanti o sentenze o ordinanze. A) quando è pronunciata ordinanza? L’art. 23 della legge dispone fondamentalmente che “il collegio quando provvede soltanto su questioni relative all’istruzione della causa, senza definire il giudizio, pronuncia ordinanza”, e così modifica la formula dell’art. 279 del codice, secondo la quale “il collegio, quando sospende la decisione della causa perché ritiene necessaria una ulteriore istruzione, dà con ordinanza le disposizioni opportune”. La ragione della modifica è evidente, per quel che già sappiamo: potendo il collegio essere investito della sola decisione sulla ammissibilità delle prove, sia per reclamo di parte contro l’ordinanza del giudice, sia per diretta rimessione di questo, il riferimento alla decisione della causa sarebbe stato contraddittorio. Ma la portata della disposizione –come già di quella del codice- è assai più vasta, perché essa implica il mantenimento del principio “che i provvedimenti diretti all’ulteriore istruzione, sia che il collegio si limiti a  decidere su tale materia, sia che contemporaneamente pronunci sentenza non definitiva attinente alla decisione di questioni di diversa natura, debbano essere sempre adottati sotto la forma di ordinanza, revocabile e modificabile da successiva ordinanza o sentenza dello stesso collegio”. Tale principio era stato sostanzialmente abolito sia dal decreto sia dal disegno di legge approvato dal Senato, con la conseguenza che risorgevano integralmente le sentenze interlocutorie, suscitando gravi problemi, specie in ordine alla loro impugnabilità immediata o differita. In applicazione del principio, l’art. 23 (279) prevede appunto che qualora sia stata emanata sentenza non definitiva del giudizio, debbano essere dati distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa, e questi siano dati con ordinanza che, comunque motivata, non pregiudica la decisione della causa. Sennonché, il sistema del codice, già di per sé stesso discutibile, è stato palesemente aggravato e addirittura reso assurdo dalle modificazioni introdotte dalla legge. Ricordiamo che nella sua vecchia formulazione l’art. 279 del codice stabiliva che il collegio pronunciava sentenza (parziale) quando decideva parzialmente il merito o una questione di competenza o altra pregiudiziale, senza definire il giudizio. Nell’ipotesi della legge non era espressamente contemplato il caso della questione preliminare di merito, che pure il giudice aveva il potere di rimettere al collegio per la separata decisione: ma nell’interpretare questa norma noi avevamo osservato che implicitamente la legge richiedeva che la decisione sulla questione preliminare dovesse essere data con sentenza (parziale, in caso di non definizione del giudizio); con la logica conseguenza che la contemporanea ordinanza istruttoria doveva ritenersi vincolante nei suoi presupposti, stabiliti dalla sentenza, fino a che questa fosse rimasta in piedi. La prassi in generale tendeva invece ad evitare, in questa ipotesi la sentenza, e pertanto a riassorbire la questione preliminare di merito nell’ordinanza. Con la legge modificatrice, le cose sono cambiate: è espressamente stabilito che il collegio pronunzia sentenza “quando decidendo alcune delle questioni di cui ai n. 1, 2, 3 non definisce il giudizio” (art. 23, n. 4). Ora, il n. 2 riguarda appunto le questioni preliminari di merito; ma vi è di peggio: il n. 3 riguarda in generale le questioni di merito, cioè qualunque questione nella quale possa comporsi il merito della causa. Che significato abbia, in queste ipotesi, quando cioè queste questioni sono decise con sentenza, emanare un distinto provvedimento ordinatorio ammissivo di prove non si capisce davvero; e ancor meno si capisce che cosa significa che il provvedimento ordinatorio non pregiudica la decisione della causa ed è revocabile e modificabile. Si faccia il caso di un Tizio che chieda il pagamento di una somma a titolo di corrispettivo, in subordine a titolo di risarcimento., in subordine ancora a titolo di arricchimento. Se il giudice nega il corrispettivo, nega il risarcimento e riconosce che l’arricchimento in linea di diritto compete, e tutto ciò con sentenza, e poi dispone un mezzo istruttorio per la prova dell’arricchimento stesso, come si può dire che questo mezzo sia revocabile, che significato ha dire che la relativa ordinanza non pregiudica la decisione della causa? Né basta ancora: lo stesso articolo in esame, nel penultimo comma, dispone che le ordinanze del collegio sono immediatamente esecutive: ed aggiunge che tuttavia, quando sia stato proposto appello immediato contro una delle sentenze previste dal n. 4 del secondo comma (quelle delle quali appunto ci stiamo occupando) il giudice istruttore, su istanza concorde delle parti, qualora ritenga che i provvedimenti dell’ordinanza collegiale siano dipendenti da quelli contenuti nella sentenza impugnata può disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione sia sospesa fino alla decisione del giudizio di appello. Ma viene fatto da chiedersi quale è l’ordinanza che, nelle ipotesi del n. 4, non sia dipendente dalla sentenza impugnata, e se non sarebbe stato allora più semplice ristabilire l’esecuzione provvisoria delle sentenze interlocutorie, a discrezione del giudice, come avveniva col vecchio rito anziché fare un così lungo giro per arrivare praticamente allo stesso risultato. Se a tutto questo sistema si vuol dare un significato, noi siamo d’avviso che il solo mezzo sia quello di ritenere che il collegio deve emettere ordinanza e non sentenza quando dispone mezzi istruttori, e la questione riguardi esclusivamente l’ammissibilità del mezzo, qualunque sia il motivo per cui la si contesta. Se questo motivo investe in tutto o in parte il merito della causa, o riguardi eccezioni preliminari o pregiudiziali, il collegio non è tenuto a risolvere le questioni con sentenza: egli può prenderle in esame (e dovrà anzi prenderle) e tenerne conto nei motivi della sua decisione, ma ciò non altererà la natura del suo provvedimento, che sarà sempre e soltanto un’ordinanza istruttoria, con tutti i caratteri propri di essa. Ma il collegio, quando si presenti una di queste questioni, può anche deciderla con sentenza: in questo caso i provvedimenti istruttori sono emessi con separata ordinanza, ma questa sarà sempre vincolata alla decisione dalla quale dipende. La revocabilità e la modificabilità non potrà qui che essere intesa nel senso di una reformatio in melius, cioè di eventuali mutamenti ed aggiunte che si rendano opportuni nel successivo svolgimento del giudizio, sempre fermo restando il vincolo del giudicato. Si può peraltro prevedere che molto probabilmente le sentenze ipotizzate dal n. 4 dell’art. 23 resteranno sulla carta della legge, perché le questioni relative al merito saranno sempre risolte con ordinanza. Conviene a questo proposito aggiungere che la legge parla di “provvedimenti che hanno la forma dell’ordinanza”. L’espressione non è casuale. Con essa si vuole intendere che, a tutti gli effetti, la forma prevale sulla sostanza, e pertanto non si potrà mai ritenere che un’ordinanza, anche se contiene decisione di questioni debba essere considerata come sentenza. Ciò è espresso chiaramente nella relazione della Commissione della Camera dei Deputati, n. 4, in fine (v. anche l’intervento degli onorevoli Capalozza e Calamandrei nei verbali della stessa commissione). B) quando è pronunciata sentenza? Quel che abbiamo detto trattando dell’ordinanza spiana la via alla comprensione della disciplina delle sentenze stabilita dagli artt. 22 e 23 della legge. Come abbiamo accennato, il concetto di sentenza parziale è abolito. Non vi è più neanche luogo a distinguere fra sentenza definitiva e interlocutoria, come invece doveva farsi, sotto il profilo della immediata o differita impugnabilità, in base al decreto, che escludeva appunto la immediata impugnabilità delle sentenze “le quali senza definire il giudizio decidono questioni relative all’istruzione della causa, o questioni pregiudiziali attinenti al processo, diverse da quelle sulla giurisdizione o sulla competenza” (art. 24). Giustamente si è ritenuto che una simile distinzione sarebbe stata fonte di complicazioni e di incertezze non facilmente risolubili. Una distinzione, fonte di qualche incertezza, può tuttavia ancora sussistere in relazione al differimento facoltativo dell’impugnazione per le sentenze non definitive del giudizio, come appresso diremo. Ciò posto, vediamo di raccogliere qui di seguito tutte le ipotesi di pronuncia con sentenza che risultano dal codice e dalle modificazioni imposte dalla legge. 1. La prima ipotesi è quella dell’art. 277 cpv., che non è stato toccato dalla riforma. Si tratta della decisione di alcune delle domande per le quali il giudice riconosce che non è necessaria ulteriore istruzione. Il giudizio prosegue per le altre (e sarà emanata ordinanza). Che la decisione di quelle domande non avvenga più con sentenza parziale, è chiaro: ma si tratta di vedere che carattere avrà questa sentenza, in quanto la legge si è dimenticata di coordinare il nuovo art. 279 col 277. E di ciò parleremo, illustrando l’art. 279, tra poco. 2. La seconda ipotesi è quella della sentenza di condanna generica (art. 278). La norma del codice è riprodotta testualmente, con la sola eliminazione della qualifica di parziale attribuita alla sentenza. La sentenza di condanna generica per espresso disposto dell’art. 340 (modificato dall’art. 35) è considerata non definitiva, ai fini ella differibilità dell’impugnazione: ma, s’intende, ciò soltanto in quanto sia stato effettivamente disposto con ordinanza per la continuazione del processo ai fini della liquidazione. Se il giudice si è limitato alla condanna (e ciò tanto più se solo la condanna è stata chiesta con la solita formula “da liquidarsi in separata sede”), la pronuncia sarà definitiva, e l’impugnazione non potrà essere differita. 3. Le altre ipotesi sono raggruppate nell’art. 23, modificativo dell’art. 279, e sono cinque: n. 1: sentenza che definisce il giudizio, decidendo questioni di giurisdizione e di competenza; 2: sentenza che definisce il giudizio, decidendo questioni pregiudiziali attinenti al processo, o questioni preliminari di merito; n. 3: sentenza che definisce il giudizio, decidendo totalmente il merito; n. 4: sentenza che, decidendo alcune delle questioni di cui ai n. 1, 2, 3, non definisce il giudizio, impartendosi distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa; n. 5: sentenza che, in applicazione degli artt. 103, II comma, e 104, II comma, (modificati dall’art. 5 della legge: litisconsorzio facoltativo e pluralità di domande contro la stessa parte), decide solo alcune delle cause fino a quel momento riunite, disponendosi con distinti provvedimenti la separazione delle cause e l’ulteriore istruzione riguardo alle medesime, o la rimessione al giudice inferiore delle cause di sua competenza. Queste varie regole hanno bisogno di illustrazioni, e in qualche punto di decifrazione. Che le sentenze di cui ai n. 1, 2, 3 siano sentenze definitive, non ci può essere dubbio. Si tratta praticamente nel n. 1 di sentenze che negano la giurisdizione o dichiarano l’incompetenza; nel n. 2 di sentenze che accolgono una eccezione pregiudiziale o preliminare di merito. La legge parla di “pregiudiziali attinenti al processo”: è probabilmente questo un relitto della corrispondente disposizione del decreto (v. relazione al decreto, n. 9), nel quale però la specificazione aveva una ragion d’essere, dato che per le sentenze che decidono tali questioni era stabilito il regime di impugnazione obbligatoriamente differita. Nel n. 3 si tratta di sentenze definitive del merito, sia che accolgano le istanze dell’attore che quelle del convenuto. Con questi tre numeri, la categoria delle sentenze definitive non è esaurita: resta l’ipotesi delle sentenze emanate in cause separate, quando per una delle cause si emetta decisione definitiva, e rispetto alle altre si diano provvedimenti istruttori e si ordini la loro rimessione al giudice competente.  La norma è di per sé chiara, non dovendosi in questa sede trattare delle condizioni della separazione. Ma a questo punto si inserisce il problema al quale in principio abbiamo accennato, e cioè la questione del coordinamento dell’articolo in esame con l‘art. 277. Questo articolo prevede la possibilità di una decisione limitata ad alcune domande, senza separazione di cause. Che l’articolo abbia pieno vigore non c’è dubbio.: ma questa decisione dà luogo a sentenza definitiva o no? Se, per es. è stato chiesto il pagamento di due crediti, e il collegio ne riconosce uno disponendo istruttoria per l’altro, o se condanna al pagamento di una parte del credito che non sia contestata (si pensi anche all’ipotesi di riconvenzione o compensazione, quando non vi sia questione di competenza), disponendo istruttoria per il resto, la sentenza sarà definitiva o no? La gravità del dubbio è in relazione alla differibilità dell’appello, perché se la sentenza è da considerarsi definitiva, l’appello non può essere differito, e l’eventuale riserva fatta a norma dell’art. 35 (modificativo del 340) non avrebbe la virtù di impedire il passaggio in giudicato della sentenza. A mio avviso non c’è dubbio che questa decisione parziale della domanda sia data con sentenza definitiva: il n. 4 dell’art. 279 modificato prevede le sentenze non definitive solo quando si decidano alcune delle questioni di cui ai n. 1, 2, 3 e quindi anche questioni di merito. Ma l’art. 277 non riguarda la decisione di questioni, bensì di domande, che è cosa diversa, sia teoricamente, sia, e soprattutto, praticamente. Sarebbe del resto senza ragione pensare che il carattere definitivo della sentenza dipenda unicamente dalla disposta separazione, che è un provvedimento successivo e distinto dalla sentenza stessa. Comunque è evidente che, se un dubbio vi fosse, e non c’è, l’interessato che voglia impugnare la sentenza farà bene a farlo subito, e non correre il rischio di sentirsi dichiarare inefficace la riserva di impugnazione. E veniamo così al n. 4 dell’art. 279 modificato. Questo numero contempla le sentenze non definitive, alle quali si applica il principio della differibilità dell’impugnazione, per l’espresso richiamo dell’art. 340 modificato. Si tratta delle sentenze che, decidendo alcune delle questioni di cui ai n. 1, 2, 3, non definiscano il giudizio. Sui primi due numeri non sembra ci siano delle incertezze.: in sostanza si tratta delle decisioni che respingono l’eccezione di incompetenza o di difetto di giurisdizione, e quindi implicano la continuazione della causa. Come abbiamo già accennato il dubbio sorge per il n. 3, in quanto questo parla di “decisione totale del merito”: le questioni alle quali accenna il n. 4, con richiamo del n. 3, non possono quindi essere che tutte le questioni alle quali dà luogo il merito della causa, oltre quelle preliminari di merito, che sono espressamente richiamate dal n. 2. Ora a questo proposito conviene ribadire quel che già abbiamo detto, e cioè che la decisione delle questioni indicate dal n. 4 non deve essere necessariamente resa con sentenza: il collegio può anche non deciderle, nel senso proprio della parola, e cioè conoscerne soltanto ai fini della disposizione del mezzo istruttorio, senza nessun pregiudizio della decisione futura. Ma può deciderle con sentenza, nel qual caso si ha una sentenza non definitiva, con gli effetti indicati di sopra alla lettera a). …  (pag. 44 e segg.) La rinuncia al principio della unicità della sentenza, e la conseguente eliminazione del concetto di sentenza parziale hanno modificato conseguenzialmente il regime delle impugnazioni in generale e dell’appello in particolare. In luogo del canone che solo la sentenza definitiva è soggetta ad impugnazione immediata, mentre le altre sentenze sono soggette ad impugnazione differita, previa riserva, vige oggi, in virtù della legge, il canone opposto che tutte le sentenze sono soggette a impugnazione immediata e solo per alcune di esse è consentito alla parte di differire, con riserva, l’impugnazione. Lo spirito di queste modificazioni noi già lo conosciamo: perciò non avremo troppo da dilungarci sull’argomento. La regola generale dell’appellabilità è stabilita nell’art. 35 modificativo del 339,, …. La differibilità dell’appello è invece stabilita dallo stesso art. 35, modificativo del 340. Il concetto è questo: poiché l’interessato può avere convenienza a non impugnare immediatamente certe sentenze – ad es. per evitare un aggravamento di spese, o perché pensa che la causa in definitiva potrà essere risolta favorevolmente a lui- gli è consentito di differire l’appello facendone riserva, a pena di decadenza, entro il termine per appellare e, in ogni caso, non oltre la prima udienza dinanzi al giudice istruttore successiva alla comunicazione della sentenza stessa. Differire a quando? In linea programmatica alla sentenza definitiva: l’appello cioè sarà proposto unitamente a quello contro la sentenza che definisce il giudizio (s’intende, nel presupposto che anche in questa il riservante sia soccombente, altrimenti verrebbe meno l’interesse e la riserva sarebbe senza valore). Ma può darsi: a) che contro la stessa sentenza un’altra parte proponga appello: allora la riserva non può più farsi, e se è fatta perde valore. L’impugnazione deve subito essere proposta. Il che significa, per la coordinazione con gli artt. 331 e 332, che se si tratta di cause inscindibili, la parte sarà chiamata a integrare il contraddittorio, e la riserva escluderà che essa possa essere considerata impugnante tardiva a norma dell’art. 334; se si tratta di cause scindibili, la parte che avrà ricevuto la notificazione dell’impugnazione dovrà proporre impugnazione incidentale, a nostro avviso, nel termine ordinario decorrente dal giorno di quella notificazione, se ha fatto la riserva, perché questa riserva perde valore dal giorno in cui l’impugnazione è conosciuta legalmente dalla parte. Che se poi l’impugnazione non venisse notificata, la riserva manterrebbe il suo valore, e l’impugnazione potrebbe essere sempre proposta congiuntamente a quella contro la sentenza definitiva. Queste cose non sono nella legge che ha ignorato il coordinamento con gli artt. 331, 332, ma ci sembra che diversa soluzione non sia possibile. Si intende che la parte sarebbe sempre libera di proporre impugnazione immediata contro la sentenza, se venisse a conoscenza della altrui impugnazione: e in questo caso si farebbe luogo a riunione delle impugnazioni a’ sensi dell’art. 335. B) che, successivamente alla sentenza di cui si tratta, venga emanata un’altra sentenza non definitiva. Anche contro questa può farsi riserva: ma se invece la si impugna, deve essere contemporaneamente impugnata la sentenza riservata. Che se poi la impugna un terzo, si ricade nel caso indicato sub a). Vero è che questa seconda sentenza può essere favorevole al riservante, ma non si può nel silenzio assoluto della legge trovare altra soluzione, sembrando essere nel suo spirito di concentrare, in quanto possibile, le impugnazioni. Potrebbe anche avvenire che l’impugnante successivo non avesse fatto riserva contro la prima sentenza (eventualmente perché a lui favorevole). La soluzione non dovrebbe mutare. E la conseguenza potrebbe essere che accogliendo l’impugnazione contro la prima sentenza il giudice dichiari assorbita la seconda. È difficile prevedere tutte le possibili interferenze fra queste impugnazioni, se i giudici si metteranno sulla via delle decisioni di questioni con sentenze non definitive, a norma dell’art. 279, n. 4. Abbiamo a suo tempo accennato che il sistema dell’impugnazione differibile determina una grave questione sul carattere definitivo o meno di una sentenza. Se infatti la sentenza è definitiva, la riserva d’appello non vale a impedire la decadenza dall’appello stesso. Ciò è tanto più grave in quanto, se l’art. 340 modificato esclude chiaramente la differibilità per le sentenze in cause separate, che quindi sono sicuramente definitive, richiama solo le sentenze di cui all’art. 278 e 279, n. 4, che non esauriscono tutte le ipotesi di sentenza. Abbiamo anche detto come l’art. 277, che prevede la decisione di alcune domande, non rientri nell’ipotesi dell’art. 279, n. 4. Questa decisione deve considerarsi per conseguenza definitiva. Lo stesso dovrà dirsi per la sentenza che estromette una parte dal giudizio, la quale non può certamente fare riserva di appello: ma neppure potrebbe farla colui che dall’estromissione si ritiene danneggiato, tenuto anche presente l’art. 354. Altre ipotesi possono presentarsi, e nel dubbio sarà sempre prudente proporre immediatamente l’impugnazione. Una importante osservazione si deve ora fare: ed è che la regola della differibilità dell’impugnazione non si applica alle sentenze dichiarative della sola competenza, per le quali vale sempre il principio del regolamento necessario. Quindi contro queste sentenze non è ammessa alcuna riserva. Quid iuris, se, successivamente alla sentenza contro la quale fu fatta riserva si estingue il processo? È mantenuta la regola della impugnazione immediata, già stabilita dall’art. 129 delle disp. att. del codice: l’impugnazione deve essere proposta nei termini ordinari decorrenti dal giorno in cui diventa irrevocabile l’ordinanza, o passa in giudicato la sentenza che pronuncia l’estinzione del processo (art. 33 disp. att. della legge). La legge parla di “sentenza di merito contro la quale fu fatta riserva”, perché le sentenze che decidono questioni processuali sono travolte dall’estinzione. Le forme della riserva sono indicate dall’art. 33 citato. Si ricordi infine quanto abbiamo detto sulla influenza che l’impugnazione immediata di una sentenza non definitiva può avere sullo svolgimento del processo. Il giudice, su concorde richiesta delle parti, può sospendere l’esecuzione dell’ordinanza collegiale istruttoria qualora ritenga che questa sia dipendente dalle decisioni contenute nella sentenza impugnata (art. 23, 270)…. Il ricorso per cassazione risente naturalmente del mutato atteggiamento del legislatore in ordine alla unicità della sentenza. Tutte le sentenze, definitive o no, sono appellabili, tutte le sentenze definitive o no, sono impugnabili col ricorso per cassazione. Si riproducono quindi gli stessi problemi che si presentavano per l’appello,…. La differibilità del ricorso contro le sentenze non definitive è disposta dall’art. 361 modificato, con perfetto parallelismo al giudizio di appello: e ciò sia con riferimento alle sentenze che non definiscono il giudizio di appello, sia a quelle che lo definiscono, ma senza definire il giudizio (es. una sentenza di rigetto dell’appello contro una sentenza di primo grado che abbia negato la prescrizione). In argomento v. anche, coevo, Virgilio Andrioli, Le riforme del codice di procedura civile, Napoli, 1951, Casa Editrice Dott. Eugenio Jovene, ove, a p. 107 s. il Maestro proponeva una lettura del nuovo sistema delle sentenze non definitive e del relativo regime di impugnazione non privo di qualche imperfezione e che in gran parte presupponeva quanto già sostenuto nella sua seconda edizione del Commento, come sopra riportato (§3): «Non definitive sono a) le sentenze, con le quali viene accertata la esistenza del diritto, mentre con separata e coeva ordinanza viene disposta l’istruttoria sulla liquidazione dell’ammontare (art. 278 modif., con l’art. 22 l. 581); b) le sentenze con le quali vengono decise, senza definire il giudizio, questioni relative alla giurisdizione o alla competenza e/o preliminari di merito e/o pregiudiziali relative al processo, mentre con separata ordinanza viene disposta la ulteriore istruttoria. A prima vista sembra che il legislatore non abbia considerata altra ipotesi di sentenza non definitiva, la quale si verificherebbe allorquando il giudice, chiamato a decidere su di un litisconsorzio facoltativo (art. 103) o su più domande proposte contro a stessa parte (art. 104), pur non ritenendo di esercitare la facoltà consessagli dal secondo comma delle due disposizioni da ultimo citate, definisce alcune delle domande con sentenza e pronuncia ordinanza istruttoria per le altre, ma io ritengo che in una ipotesi del genere il provvedimento di separazione sia implicito nel fatto che alcune domande siano definite con sentenza e su altre sia avviata con ordinanza la istruttoria. Pur limitata la nozione di sentenza non definitiva a quelle elencate nell’art. in esame, vi rientrano a) la sentenza pronunciata sulla querela di falso in via incidentale, nell’ipotesi, in cui la causa sia rimessa al collegio per la trattazione autonoma dall’esame del merito (art. 225), perché la querela di falso incidentale rientra tra le questioni preliminari di merito; b) la sentenza pronunciata sulle contestazioni sorte sull’ammissibilità del giuramento decisorio (art. 225), perché la forma di ordinanza non deve far obliterare che trattasi di questione relativa all’ammissibilità di una prova». Ricostruzione riproposta dall’illustre a. per il nuovo art. 361 a p. 122 s.

[55] Vedila in Le Leggi, 1948, pag. 538 e segg. In premessa il Ministro Guardasigilli ricordava che: «Nel quadro dell’opera di riforma della codificazione, intrapresa, com’è noto, subito dopo la liberazione di Roma, il legislatore ha dovuto, riguardo al vigente codice di procedura civile, affrontare problemi che presentavano caratteristiche di particolari complessità e delicatezza. Si trattava infatti di rivedere e di modificare, dopo pochi anni dalla sua entrata in vigore, un testo legislativo che, frutto della collaborazione dei più illustri processualisti italiani, era stato salutato unanimemente, al suo apparire, dai rappresentanti della dottrina e della pratica, quale un razionale, moderno ed agile strumento di giustizia, tale da potere con somma utilità sostituire il vecchio ed empirico codice del 1865, il quale solo in virtù delle note riforme parziali, e ancor più mercé gli adattamenti della prassi forense aveva potuto continuare a sopperire in qualche modo a nuove situazioni e a mutate esigenze. D’altra parte, gravi considerazioni, provenienti da fonti qualificate, circa il funzionamento pratico del nuovo meccanismo processuale convergevano e convengono in un giudizio in prevalenza negativo sull’idoneità del nuovo rito a raggiungere lo scopo che il legislatore si era prefisso, di ottenere cioè decisioni rapide e non dispendiose, e nello stesso tempo, s’intende, conformi alla migliore giustizia. Per limitarsi ai profili essenziali, si mette anzitutto in evidenza che anche nelle cause più semplici, in cui l’istruttoria in senso stretto (assunzione di prove) può considerarsi non necessaria o riconducibile ai minimi termini, si perviene ad un risultato intollerabile di lentezza e di ritardo attraverso la necessità di ricorso al Presidente, dell’assegnazione alla sezione, della nomina dell’istruttore, spesso dilazionata per mesi, della formulazione delle conclusioni, dello scambio delle difese, del rinvio al collegio. Circa la trattazione della causa, si lamenta l’assoluta prevalenza della forma orale, e l’abolizione di una conveniente preparazione scritta; si rileva poi che la prevalenza dell’impulso d’ufficio e la ferrea cadenza delle preordinate preclusioni, decadenze ed estinzioni in termini brevissimi, non permettono di graduare e dosare il ritmo della lite secondo lo svolgimento naturale delle necessità di difesa, ponendo così parti e difensori nella condizione di disagio psicologico proprio di chi deve affrontare un percorso che si sa disseminato di ostacoli insidiosi, e costringendo spesso, in nome di malintese esigenze di celerità, a porre nel nulla tutta un’attività pregressa e a riprendere ab inizio un processo inopinatamente risultato estinto. Circa il cardine fondamentale della riforma, cioè l’istituto del giudice istruttore, si osserva che l’eccessiva vastità dei poteri ad esso assegnati, per la risoluzione provvisoria di tutte le questioni, e la sottrazione di tali poteri a qualsiasi controllo immediato del collegio contrastano spesso con le esigenze della formazione di una giusta decisione collegiale, per la preponderanza, in seno al collegio, dell’opinione precostituita del giudice e per l’influenza inevitabile del fatto compiuto. Né sono poi da trascurarsi i prospettati pericoli di una dissipazione di attività giudiziaria, di tempo e di denaro, qualora il collegio, esercitando concretamente i suoi poteri, ritenga nella sede differita di controllo, inammissibile, inutile o non pertinente tutta l’attività compiuta dal giudice istruttore. Sotto questo ultimo angolo visuale viene infine in considerazione l’impugnabilità obbligatoriamente differita delle sentenze parziali, che costringe le parti ad attendere per anni tutto lo svolgimento ulteriore di un gravoso e dispendioso processo per potere infine fare accertare in sede d’appello o di cassazione l’errore iniziale del giudice inferiore».

[56] V. in Modifiche al codice di procedura civile, Santa Maria Capua Vetere, 1950, p. X e ss.

[57] Ivi, p. XXII e ss.

[58] Ivi, p. XXVI e ss.

[59] Si avrà modo di notare, peraltro, che, nell’occasione, furono introdotte disposizioni assai infelici, di ardua e contestata applicazione pratica, che, per qualche verso, non consentono il raggiungimento dello scopo che ci si era prefisso.

[60] V. la relazione del senatore Varriale sopra riportata.

[61] La riforma del 1950 peraltro fu da tanti non apprezzata; sicché fiorirono ulteriori tentativi di riforma del codice. Fra gli altri si pensi al Disegno di legge con modificazioni del codice di procedura civile n. 1993 presentato alla Camera dei Deputati il 4 – 2 – 1960 dal Ministro di Grazia e Giustizia e sostanzialmente bocciato, ad esempio, dal Centro di Studi giuridici di Lecce, per mezzo dei lavori di una Commissione appositamente costituita: Centro di Studi giuridici di Lecce, Disegno di legge con modificazioni al codice di Procedura Civile. Atti e relazione della Commissione, Editrice salentina s.r.l., Lecce-Galatina.

[62] Cfr., in termini, e di recente, Comoglio, L’economia dei giudizi come principio «ad assetto variabile (aggiornamenti e prospettive), in Riv. dir. proc., 2017, p. 338.

[63] Così riassume gli eventi E. T. Liebman, Proposte per una riforma del processo civile di cognizione, in Riv. dir. proc., 1977, p. 452: «Il 6 ottobre 1973 in una sala dell’Università di Pavia, presso la quale era in corso di svolgimento un convegno di studio sul nuovo processo del lavoro, … il Ministro della Giustizia on. Mario Zagari, accompagnato dal Capo di gabinetto cons. Adolfo Beria di Argentine, insediò un gruppo di lavoro incaricato di formulare proposte per la riforma del processo civile. … Sembrò allora opportuno formare due distinti gruppi di lavoro che operassero autonomamente. Il primo di essi, con sede a Milano, risultò così composto: Liebman, presidente; prof. Mauro Cappelletti, prof. Vittorio Colesanti, prof. Vittorio Denti, cons. Francesco Falletti, prof. Giuseppe Franchi, prof. Eduardo Grasso, cons. prof. Giuseppe Martinetto, prof. Giuseppe Tarzia. Ma il cons. Falletti e il prof. Franchi dovettero, a causa dei loro impegni in altre città, rinunciare a partecipare ai lavori. Ad essi subentrarono l’avv. Giorgio Covi, presidente del sindacato avvocati di Milano, l’avv. Gian Carlo Santini, componente del Consiglio nazionale forense e il cons. Luigi Di Oreste. Presidente di sezione della Corte d’appello di Venezia; e più tardi, in sostituzione dell’avvocato Santini e nella stessa qualità, l’avv. Cesare Vizzardelli. In data 12 luglio 1975 un decreto del ministro guardasigilli on. Oronzo Reale, succeduto all’on. Zagari, diede veste ufficiale alla commissione. … Finalmente in data 25 gennaio 1977 ho potuto rimettere le nostre proposte, precedute da una mia breve relazione illustrativa, al Ministro di Grazia e Giustizia sen. Bonifacio. Si tratta in sostanza di un nuovo testo del II libro del codice di procedura civile (esclusa la disciplina del processo del lavoro. Che non abbiamo toccato) e comprendente l’intera disciplina delle prove (che permetterebbe di assorbire il titolo II del sesto libro del codice civile)».

[64] A. Proto Pisani, Per un nuovo codice di procedura civile, Roma, Il Società editrice del Foro italiano, 2009. Proposta con l’ausilio di un gruppo di lavoro formato da Remo Caponi, Beatrice Gambineri, Ilaria Pagni, Giuliano Scarselli Maria Giuliana Civinini ed Ernesto Fabiani. E poi inviata per eventuali osservazioni anche a Franco Cipriani, Giovanna Fabbrini, Renato Oriani, Salvatore Tondo e Nicolò Trocker.

[65] Riforma, quella del 1990, preceduta dal c.d. Progetto Rognoni (cfr. E. F. Ricci, Lavori per la riforma del codice di procedura civile, in Riv. dir. proc., 1987, p. 626 ss. e dal c.d. Progetto Vassalli (cfr. G. Tarzia, Il progetto Vassalli per il processo civile, ivi, 1989, p. 120 ss).

[66] Nella sua ultima composizione la Commissione risultò formata, oltre che da Tarzia, da Celso Balbi, Antonio Bonajuto, Giuseppe Borrè, Vincenzo Carbone, Franco Cipriani, Stefano Evangelista, Alfredo Galasso, Sergio La China, Vito Landriscina, Luigi Macioce, Emilio Malpica, Crisanto Mandrioli, Gianfranco Manzo, Gino Mensi, Edoardo Ricci, Giovanni Sansone, Romano Vaccarella e Giovanni Valcavi.

[67] I cui lavori furono pubblicati sulla Rivista di diritto processuale del 1996 (p. 945 ss.) e oggetto del Convegno nazionale della Camera civile tenutosi a Milano il 18 e 19 aprile 1997.

[68] Sul tema accennato nel testo v., per l’acceso dibattito dottrinale, senza pretesa di completezza: C. M. Cea, Sentenze definitive e non definitive: una «querelle» interminabile, in Foro it., 1993, I, 480; A. Cerino Canova, Sul contenuto delle sentenze non definitive di merito, in Riv. dir. proc., 1971, 249 ss.; C. Consolo, Il cumulo condizionale di domande, II, Il procedimento, Padova, 1985, 709 ss.; G. Costantino, Ancora sulla distinzione tra sentenze definitive e non definitive riservabili, in Foro it., 1993, 2469 ss.; V. Denti, Sentenze non definitive su questioni preliminari di merito e cosa giudicata, in Riv. dir. proc., 1969, 213 ss.; Id., Ancora sull’efficacia della decisione di questioni preliminari di merito, id., 1970, 560 ss.; E. Fabiani, Sulla distinzione tra sentenze definitive e non definitive, in Foro it., 1997, I, 2147; E. Garbagnati, Riserva di appello e appello incidentale tardivo contro una sentenza pronunciata a norma dell’art. 277 cod. proc. civ., in Foro pad., 1960, I, 1083; Id., Questioni preliminari di merito e questioni pregiudiziali, in Riv. dir. proc., 1976, 257 ss.; S. Menchini, il processo litisconsortile. Struttura e poteri delle parti, Milano, 1993, 348 ss.; L. Montesano, Questioni preliminari e sentenze parziali di merito, in Riv. dir. proc., 1969, 579 ss.; Id., Sentenza parziale su questione di merito non preliminare» di domanda «indivisibile», id., 1970, 330; Id., Sentenze endoprocessuali nei giudizi civili di merito, ivi, 1971, 17 ss.; Id., Cumulo di domande e sentenze non definitive, in Giust. civ., 1985, 3132 ss.; Id., Ancora su cumulo di domande e sentenze non definitive, id., 1986, I, 2371; A. Proto Pisani, Litisconsorzio facoltativo e separazione di cause, in Riv. dir. proc., 1968, 136 ss.; e G.P. Califano, L’impugnazione della sentenza non definitiva, Napoli, 1996, 31 ss., con ulteriori riferimenti di dottrina.

[69] Nell’occasione, il disattento Legislatore ha aggiunto un nuovo comma 3 all’art. 133 disp. att. c.p.c. (sulla cui portata, nella versione originale, v. R. Oriani, Regime di impugnabilità della sentenza non definitiva emanata nel procedimento di appello estinto, in Riv. dir. proc., 1969, 686 ss.), ma ha lasciato inalterati gli artt. 129 bis e 133 bis, disp. att. c.p.c.  Peraltro, sull’articolata previsione di sospensione del giudizio per impugnazione in appello o in cassazione di sentenze pronunciate ai sensi dell’art. 279, comma 2, n. 4, c.p.c., v. G. Trisorio Liuzzi, in nota adesiva a Corte cost. 31 maggio 1996, n. 182, in Foro it., 1997, I, 1023 e già Id., La sospensione del processo civile di cognizione, Bari, 1987, 279 ss.

[70] Sistema di impugnazione dei lodi arbitrali ove, pur con riferimento ad una normativa quantomeno oscura (che nell’interpretazione giurisprudenziale pretende, senza alcun ragionevole motivo, che il d.leg. 40/2006, con gli artt. 2 e 24 -e lasciando inalterato il comma 3° dell’art. 827 c.p.c., come inserito con l. 25/1994- abbia voluto differenziare il sistema di impugnazione delle sentenze parziali dal sistema di impugnazione -per nullità- degli omologhi provvedimenti arbitrali: consentendo soltanto per le prime l’alternativa tra l’impugnazione immediata e quella differita, e conservando invece alla parte soccombente in arbitrato soltanto il potere di impugnazione immediata dei lodi parziali), sembra almeno potersi escludere che si ponga il problema della distinzione tra lodi parziali e lodi parzialmente definitivi e di cui alle precedenti note n. 2 e 3: su ciò v. G.P. Califano, Il sistema d’impugnazione dei lodi non definitivi nella nuova disciplina dell’arbitrato, in Riv. arb., 1995, 38 ss. e spec. 41; D. Dalfino, Lodi non definitivi su questioni preliminari di merito, in Sull’arbitrato. Studi offerti a Giovanni Verde, Napoli, 2010, 303 ss., nonché in Giusto processo civ., 2010, 1041 ss. E, alla luce degli attuali orientamenti giurisprudenziali, v., ancora G. Califano, Sul provvedimento arbitrale che afferma la propria competenza, in Riv. arb., 2017, p. 491 ss. e Id., Sull’impugnazione dei lodi non definitivi e parziali, in Riv. dir. proc., 2019, fascicolo 2.

[71] Per una disamina -a tratti anche sarcastica- del passaggio dal codice del 1865 a quello del 1940 e sulle successive riforme (o tentativi di) v. B. Sassani, Il codice di procedura civile e il mito della riforma perenne, in www.judicium.it.

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