Possono gli arbitri pronunciare l’astreinte?

Di Bruno Sassani -

1.L’interesse suscitato in dottrina dall’art. 614-bis sembra trovare relativamente poca eco in giurisprudenza dove le prassi sono ancora timide, e danno talora luogo a singolari fin-de-non-recevoir, indici di scarsa comprensione di un tema scurito da non poche ombre. Salve alcune opzioni di fondo, la dottrina non è compatta e il suo incedere sembra scontare una certa riluttanza dell’istituto a sintonizzarsi sui consolidati sistemi concettuali (quasi il frutto di un paradigma a questi estraneo).[1] A partire dalle difficoltà di coordinare agevolmente la autoliquidazione affidata al creditore con il postulato della liquidità del (credito portato dal) titolo esecutivo[2].

I limiti di base della soluzione normativa emergono in modo molto netto dalla pertinente critica di Francesco Luiso[3] alla scelta di investire il giudice della cognizione del compito di monetizzare comportamenti futuri, incerti e di difficile valutazione prospettica. è vero che questa era (ed è) l’esperienza storica dell’ordinamento italiano nel settore del diritto industriale, ma ciò non vuol dire che si tratti del modello ottimale: concordo con lui che sarebbe stato decisamente meglio adottare il modello che chiamerei della “vicinanza agli eventi”, cioè l’affidamento del controllo, e la modulazione del rimedio, al giudice dell’esecuzione. Il conferimento al giudice della cognizione del potere di fissare condanna pecuniaria per l’eventuale inadempimento futuro è fonte di non pochi dei problemi che oggi si pongono all’interprete.

Taluni problemi si annidano però in dictione e i pericoli del nominalismo sembrano favoriti dall’evocatività del termine astreinte[4] che esprime l’immagine di qualcuno astretto ad eseguire da un “astringente” ad hoc. Scendono così in campo la auctoritas, l’imperium e, con essi, il mondo dell’esecuzione forzata, temperata dalla qualifica di “indiretta”. Immagini da cui si è probabilmente materializzata l’idea che agli arbitri – privi di imperium e di poteri esecutivi – manchi il potere di munire le proprie condanne di astringenti, di irrogare cioè “sanzioni civili” per la resistenza all’esecuzione dei propri lodi.

Questa tesi[5] sviluppa saldamente la premessa che una condanna per la mancata esecuzione di un’altra condanna altro non è che l’esercizio di una potestà giurisdizionale intrasmissibile.[6] Ma né il pregio del suo rigore, né la traccia indubbia della potestas, danno una giustificazione davvero appagante del perché, alla fine, l’arbitro non potrebbe pronunciare una condanna accessoria ed integrativa della condanna principale. Peccano forse di ingenuità quegli ordinamenti (comunque provvisti di forti elementi di simmetria con quello italiano) che optano per la soluzione positiva? L’ordinamento belga ha, per es., una norma significativamente chiara ed esplicita in proposito: l’art. 1713, § 7 del Code judiciaire belga, modificato dalla loi 24 juin 2013, ammette senza riserve la possibilità dell’astreinte arbitrale: « Le tribunal arbitral peut condamner une partie au paiement d’une astreinte » e la dottrina non trova motivi di censura. [7]

Ancor più significativo è però il caso del sistema tedesco la cui letteratura, partendo dal principio che le costrizioni restano monopolio dello Stato, e che quindi circoscrivono il potere degli arbitri lasciandoli privi di ogni potere coercitivo, riconosce che a questo limite fa eccezione il potere arbitrale di condannare allo Zwangsgeld previsto dal § 888 ZPO.[8] Significativo per ragioni intuitive: lo Zwangsgeld è una multa vera e propria a favore del soggetto pubblico ed è quindi incontestabile che costituisca puro esercizio di auctoritas imperii.[9]

La suggestione della tesi negativa è forte ma la conclusione che ne deriva lascia un vuoto che non mi sembra colmabile dagli argomenti a supporto, e che mi spinge a considerare possibili strade alternative.

2.Punto di partenza è a mio parere il conferimento al giudice della cognizione della astreinte secondo le modalità dell’art. 614-bis c.p.c., modalità che impongono la domanda di parte e la formalizzazione in un apposito capo di condanna (seppure una condanna in futuro) con efficacia di titolo esecutivo. Si tratta di un indice affidabile per escludere che si versi nei territori dell’imperium e dell’esercizio di poteri esecutivi. Per escludere cioè che le condanne comminate in ragione del futuro inadempimento valgano da “sanzioni civili” di natura meramente processuale inibite agli arbitri. Ché se poi proprio piacesse l’etichetta “sanzione civile”, non per questo si uscirebbe dall’area della cognizione, l’idea di penalty non contraddicendo a priori l’obbligazione civile.

Conviene subito sbarazzarsi dell’espressione “esecuzione indiretta” che non denota nulla di giuridicamente rilevante. La formula è ampiamente usata[10] ed è certo suggestiva nella sua capacità di evocare una particolare funzione della nostra condanna (banalmente: la sua strumentalità alla soddisfazione del diritto accertato) ma, sul piano più strettamente giuridico, una prestazione indotta resta inconfondibile con l’esecuzione forzata che è e resta un fenomeno di sostituzione dell’obbligato. Esecuzione forzata che, se si rendesse comunque necessaria malgrado l’astringente,[11] non si distinguerebbe da ogni altra esecuzione surrogatoria non astretta dai costi aggiuntivi dell’inadempimento.

L’oggetto della sentenza resta pertanto la semplice condanna in futuro per il diritto che nascerà dall’eventuale inadempimento. Scolorisce così l’idea che l’astringente attenga propriamente all’esecuzione “forzata” del provvedimento – cioè alla attuazione senza prestazione – e non invece alla prestazione dell’obbligazione. Ben poco l’art. 614-bis c.p.c. aggiunge allo schema di una obbligazione civile fatta oggetto di condanna.

3.La terminologia impiegata dalla norma influisce sicuramente sulla ricostruzione jure publici. L’astringente viene infatti prescritto dall’art. 614-bis per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento”: il campo semantico localizzato sembra essere proprio quello della ribellione e della sanzione per un comportamento inottemperante.

Ma l’inadempimento dell’obbligo accertato nella condanna principale trova il suo migliore inquadramento nello schema “ordine/ribellione/sanzione jure publici”? La presupposizione che un ordine possa essere violato, inosservato o eseguito in ritardo si accorda bene con la dimensione del cautelare c.d. anticipatorio,[12] ma è corretto connotare l’inerzia del debitore condannato in tali termini?

In realtà la terminologia inganna e fa velo alla corretta ricostruzione dell’esecuzione forzata (non quale attuazione di un provvedimento bensì) quale realizzazione di un diritto, cioè del diritto accertato nel titolo. Lo dimostra proprio Francesco Luiso quando svela la fallacia cognitiva di vedere nel provvedimento l’oggetto dell’esecuzione.[13] Ma se oggetto dell’esecuzione della condanna principale è il diritto accertato del creditore, riconnettere la strumentalità della condanna accessoria alla esecuzione del diritto di credito, ovvero al sopravvenire della corrispondente prestazione, è probabilmente più appropriato riconnetterla al provvedimento che la contempla. La condanna accessoria monetizza il ritardo della prestazione e dà vita ad un diritto (costituisce un rapporto giuridico, se piace, ai sensi dell’art. 2908 c.c.), un diritto la fattispecie del cui esercizio è il ritardo e che si consuma alla soddisfazione del diritto primario. Alla mancata prestazione può seguire un’esecuzione forzata se l’obbligazione tutelata non è infungibile, ma le cose non cambiano perché l’effetto estintivo del diritto accessorio dipenderà in tal caso dalla soddisfazione ottenuta per surrogazione in luogo della soddisfazione diretta.

4. Si obietta però che oggetto del provvedimento non sarebbe una situazione sostanziale: la “sostanza” sarebbe infatti contraddetta dal fatto che si tratta di un diritto non autonomamente accertabile. Ma l’obiezione non è dirimente. Manca certo un’ autonoma azione da esperire ad libitum ma questo non accade perché la situazione tutelata sia sprovvista in sé di “sostanza” bensì per la sua accessorietà ad altra e connessa “sostanza”. In diverse parole, il nostro è un diritto secondario, strumentale alla violazione di un altro diritto e solo eventualmente esercitabile alla condizione che sia ineseguito un altro diritto.

Non vedrei prova contraria nel fatto che la relativa domanda non subisce le preclusioni tipicamente incontrate dalle domande nel procedimento di cognizione. Questo è un dato tecnico-procedimentale che deriva non dalla sua mancanza di “sostanza” (dalla sua natura meramente processuale, come si dice) ma dal fatto che la relativa materia del contendere non è tale da imporre esigenze di ordine processuale e di contraddittorio. La sua cognizione è un elementare aposteriori, che si esaurisce nella fissazione dei presupposti, sicché non vi sono ragioni cogenti per uniformarne il trattamento a domande che impongono una cognizione ad hoc e richiedono garanzie per la controparte (e quindi termini a favore di questa e dell’ordine di svolgimento del processo).

5.Altra obiezione è quella per cui è il giudice a fissare la somma dovuta, cioè a creare un diritto che troverebbe solo nella sentenza il suo veicolo e che evidentemente prima non sussisteva. Anche qui, però si tratta di un fenomeno di discrezionalità relativo al quantum che non è un unicum. Per es. il “danno punitivo” è titolo di diritti quantificati dal giudice con determinazione discrezionale non coincidente con l’impoverimento, ma, sul piano della tutela, tutto si risolve nella ricognizione giudiziale (creativa o meno, non importa) di un diritto.

Nella astreinte all’italiana va quindi semplicemente visto un capo di condanna accessorio al capo di condanna oggetto della domanda principale, un momento dell’esercizio della potestà cognitiva. Il fatto che essa serva a spingere il debitore ad adempiere obbligazioni di fare o fare, non è poi – a ben pensare – cosa molto diversa dalla ordinaria vicenda della condanna agli interessi moratori nelle obbligazioni pecuniarie: anche la condanna agli interessi serve a spingere il debitore ad adempiere ma nessuno la classificherebbe quale rimedio esecutivo o esercizio di imperium non delegabile extra jurisdictionem. Peraltro, a ben guardare, la somma dovuta per il ritardo finisce inevitabilmente per svolgere, rispetto alla prestazione in forma specifica, anche la funzione risarcitoria assolta dagli interessi moratori per il ritardo nel pagamento delle somme di danaro: a differire è solo la tecnica processuale che si adegua all’oggetto specifico della condanna principale. Sicché, se gli arbitri hanno il potere di aggiungere alla condanna al pagamento del dovuto anche la condanna al pagamento degli interessi moratori, ad essi è data anche facoltà di pronunciare la astreinte: è vero che gli arbitri non hanno os ad loquendum in materia esecutiva, questo però non vuol dire che essi manchino anche dei poteri strumentali all’effettività della tutela erogata purché essi siano espressi (come è il caso dell’astreinte) in pronunce regolatrici dei rapporti delle parti.

6.Ancora: il carattere di “sanzione civile” (come tale riservata alla giurisdizione statuale) troverebbe conferma nell’impotenza delle parti a realizzare l’effetto in via di autonomia privata. Né varrebbe, si aggiunge, richiamare in contrario la vicenda della penale prevista e regolata dagli artt. 1282 e 1283 cod. civ. Si reputa infatti che, mentre la penale ha funzione risarcitoria (e l’argomento finisce per coinvolgere anche il discorso sugli interessi moratori), qui non si tratta di risarcire un danno bensì di puntellare l’esecuzione.

L’obiezione stimola due rilievi. Da un lato infatti la funzione astringente è presente in maniera massiccia (come nella figura degli interessi moratori anche) nella penale per il ritardo: che questa risarcisca anche il danno si rivela spesso, all’esame funzionale dell’istituto, un quid pluris rispetto a quella. D’altro lato, il concetto di risarcimento che viene utilizzato ad excludendum presuppone una concezione del danno troppo ristretta, non tenendo conto che – in linea di principio almeno – il risarcimento può trascendere la semplice riparazione del pregiudizio e vestirsi dei panni della sanzione, della penalty (come prova la fine dell’ostracismo che, in nome dell’ordine pubblico, la Corte di cassazione aveva dichiarato al c.d. danno punitivo).[14]

Queste precisazioni mettono in dubbio anche l’accoglibilità delle obiezioni alla possibilità che le parti possano stabilire in via convenzionale una astreinte. Perché no? In fondo si tratta solo del diritto di munire convenzionalmente di efficacia esecutiva un’obbligazione di somma di danaro (art. 474, n. 2 o n. 3 c.p.c.) causalmente giustificata dalle vicende di altra obbligazione il cui operare resta subordinato (non all’inadempimento tout court ma) al ritardo della prestazione della obbligazione di questa. Si ricava dagli artt. 1282 e 283 c. c. che le parti possano, in caso di ritardo, stabilire una penale come prestazione aggiuntiva alla prestazione personale, alla condizione che la penale sia specificamente stipulata per il ritardo e non per l’inadempimento definitivo. Siamo nell’ambito della disciplina delle obbligazioni civili, e l’oggetto della pronuncia della pronuncia di merito contemplata dall’art. 614-bis c.p.c. resta nell’ambito delle obbligazioni civili.

7.La pronuncia non pare dunque incompatibile con la sede arbitrale.[15] La dimostrazione contraria è così completa nel suo rigore che, se la si volesse adottare in pieno, non potrebbe sfuggire alla ghigliottina, credo, neppure il potere di condannare le parti alle spese di lite, assimilate alla astreinte dalla loro “insostanzialità” e dalla loro natura eminentemente processuale.[16] Ad absurdum, se la funzione dell’arbitro fosse solo quella di riconoscere diritti con esclusione di ogni potere di garantirne l’attuazione non se ne giustificherebbe addirittura il potere di condannare la parte inadempiente, cioè il potere di creare (se non direttamente il titolo) il presupposto del titolo esecutivo a favore dell’avente diritto. Sul piano inclinato dell’imperium anche della condanna principale potrebbe a rigore dirsi è che è espressione di imperium (almeno di mixtum imperium[17]) sicché la tesi restrittiva prova davvero troppo.[18]

8.Qualche parola su un problema sollevatosi in dottrina. è necessario che il potere di pronunciare la condanna accessoria sia conferito agli arbitri dalla convenzione arbitrale?[19] Concordo con Chiara Besso che non v’è affatto bisogno che le parti si pronuncino sul punto. Nulla infatti impedisce che le parti possano negare tale potere agli arbitri (anche se è abbastanza difficile che, in pratica, lo facciano): in tal caso gli arbitri ricevono un limite al proprio mandato che debbono rispettare secondo le regole generali. Non sembra invece che sia possibile ricavare alcun divieto dal loro silenzio in sede compromissoria. Tanto più se si riconosce (come si è visto supra) che le parti hanno in proprio quel potere, e che quindi possono gestirlo anche in via di mandato a terzi.

Conta, per la verifica della sussistenza in concreto del potere di condannare alla astreinte, solo che la parte abbia concluso, nella domanda di arbitrato o, comunque, nel corso del relativo giudizio, per la condanna dell’art. 614-bis, dovendosi riconoscere che la garanzia dell’effettività dei propri poteri rientra tra gli inherent powers degli arbitri. [20]

9.Sia consentita infine una domanda retorica. Ma se non si concordasse con le conclusioni qui formulate e la astreinte fosse meglio qualificabile quale sanzione civile di un comportamento inottemperante, cambierebbe davvero qualcosa? Basterebbero l’inquadramento definitorio e lo spettro della potestas a impedirne seriamente l’impiego nel giudizio arbitrale? Sottovoce dico di no perché non credo che l’utilità dell’inquadramento vada qui molto oltre l’utilità tassonomica e sia pertanto decisivo. Se la misura è opportuna (ed è opportuna) e agevolmente praticabile (ed è agevolmente praticabile), quanto conta la sua etichettatura?

Poco o nulla, sarei propenso a dire. Non pretendo di trovare molte adesioni; mi contento piuttosto di non escludere che una seria giustificazione pratica possa prevalere, alla prova della ragionevolezza, sul “culto del logico”.

[1] Al punto che si è discusso, per es., se il riconoscimento della astreinte sia compatibile con l’ordine pubblico italiano (dubbio superato da Cass. 15 aprile 2015, n. 7613, in Riv. dir. proc. 2015, 243 con Nota di V. Giugliano, Compatibilità delle astreintes con l’ordine pubblico italiano).

[2] Vedi in proposito B. Capponi, Ancora su astreinte e condanna civile, Judicium.it. Sui disorientamenti giurisprudenziali v. U. Corea, Sull’astreinte accessoria a provvedimento cautelare, in corso di pubblicazione in Riv. dir. proc. 2018

[3] Diritto processuale civile, Milano 2017, III, 244 ss. Il tema del giudice più adatto a operare con il rimedio dell’astreinte è esaminato nel lavoro di R. Perrot e Ph. Théry, Procédures civiles d’éxécution, 2e ed., Paris 2015, 82 ss. che affronta analiticamente il c.d. “principe: tout juge”.

[4] Ancor più forte è l’idea evocata dal termine Zwangsgeld. Ma si può certamente convenire che l’astreinte di tipo francese, sostanzialmente adottata dall’art. 614-bis c.p.c. presenta fondamentali differenze rispetto al § 888 ZPO. Tanto più significativa è allora la scoperta che, il clima di auctoritas che connota l’istituto tedesco non ha impedito all’idea dello Zwangsgeld arbitrale di fiorire e prosperare.

[5] Tesi esposta e compiutamente argomentata da F. Luiso (op. loco cit.) che, peraltro, gode di ottima compagnia: v. R. Perrot secondo il quale sarebbe stato “inconcevable que des arbitres dépourvus d’imperium puissent manier une mesure qui en est imprégnée” (L’application à l’arbitrage du nouveau code de procédure civile, Rev. arb. 1980, 645 s.).

Oscilla riflessivamente tra la indubbia vis actractiva della tesi positiva e la viscosità delle obiezioni tradizionali E. Zucconi (Misure coercitive e arbitrato, in L’esecuzione forzata, Liber amicorum Romano Vaccarella, Torino 2015, 1015 ss.). A favore incondizionato della soluzione positiva è invece C. Besso, L’art. 614-bis e l’arbitrato, in L’esecuzione forzata, cit. 887 ss.

[6] Il tema è vigorosamente arato da R. Perrot e Ph. Théry (Procédures civiles d’éxécution, cit.: v. tutto l’ampio capitolo II, significativamente intitolato: Incitation à l’èxécution volontaire), ma incombe su tutti gli sviluppi la percezione (e la doglianza) che la realtà normativa e la sensibilità applicativa stiano progressivamente lasciandosi alle spalle la concezione classica secondo cui “c’est l’autoritè attachée à l’injonction d’un juge qui est en cause” (op. cit. p. 98).

[7] Cfr. M. Dal, La nouvelle loi sur l’arbitrage, Journal des tribunaux, 2013, 793, rip. in Judicium.it che ricorda peraltro che il relativo potere degli arbitri preesisteva all’ultima modifica essendo stato loro attribuito dalla precedente riforma del 1998: v. G. Keutgen, La nouvelle loi sur l’arbitrage, Journal des Tribunax, 1998, 768); J. van Compernolle, L’arbitre et le juge ètatique¸ études de droit comparé à la mémoire de Giuseppe Tarzia, Bruxelles 2014, 194. Amplius, J. van Compernolle e G. de Leval, L’astreinte, in Rép. Not., 2013 n° 36 (ivi completi richiami).

La situazione belga è più significativo di quella francese (ampiamente richiamato ed utilizzato da C. Besso, L’art. 614-bis e l’arbitrato, cit. passim) perché la legge francese riconosce espressamente agli arbitri solo la c.d. astreinte strumentale, cioè la possibilità di munire di sanzione il comportamento renitente della parte nel procedimento e il rifiuto di eseguire una misura cautelare, mentre la legge belga attribuisce in pieno il potere di pronunciare la condanna accessoria all’inadempimento della condanna principale. Dal punto di vista giustificativo, il tema si ricollega al dibattito sulla distinzione tra imperium merum e imperium mixtum (su cui v. fondamentalmente Ch. Jarrosson, Réflexions sur l’imperium, Etudes offertes à Pierre Bellet, Paris 1991, p. 245 ss: pur non coincidendo perfettamente con la jurisdictio, l’astreinte non apparterrebbe all’imperium merum ma all’imperium mixtum; ma v., per altri e pertinenti richiami, C. Besso, op. cit., passim).

[8] Quantomeno quella maggioritaria: Stein/Jonas/Schlosser, ZPO, 22a ed., 2002, § 1041, 15; Schwab/Walter, Schiedsgerichtbarkeit, 7a ed., 2005, Cap. 17a, § 16. Contra Münch, MünchKommZPO, 4a ed. (2013), § 1041, 36 che patrocina una fictio di competenza per i tribunali statuali sul merito.

[9] Al punto che è addirittura ancora in vigore la previsione dell’arresto del debitore renitente (Zwangshalt: § 888 ZPO).

[10][10] V. comunque C. Besso, op. cit., 889.

[11] Sempre possibile, visto il venir meno dell’originario carattere infungibile della prestazione.

[12] Che (almeno nella concezione dominante) vede nella misura accordata un comando da rispettare (più che un accertamento anticipato) e che dà ragione piena a chi accetta l’applicabilità dell’art. 614-bis c.p.c. al procedimento cautelare.

[13] L’esecuzione ultra partes, Milano 1985, passim e, oggi, Diritto processuale civile, cit. III, 33 s.; 240 s.

[14] Al di là del danno punitivo in senso proprio, si pensi all’espansione del concetto di danno verso il territorio dei c.d. gain based damages (v. per es. l’art. 124 c.p.i.).

[15] La conclusione trova conforto nel tendenziale favore che in Francia (malgrado storiche resistenze: supra Nota 2) ha trovato l’astreinte arbitrale. Un arrêt della Cour d’appel de Paris (7 oct. 2004 – 1ere Ch. Civ.), richiamato e discusso anche da C. Besso, L’art. 614-bis e l’arbtrato cit. 891, ha confermato questa linea considerando in uno dei suoi attendus che: « le prononcé d’astreintes ou d’injonctions….constitue un prolongement inhérent et nécessaire à la fonction de juger pour assurer une meilleure efficacité au pouvoir juridictionnel et ne caractérise ainsi aucun dépassement de la mission de l’arbitre » (Revue de l’arbitrage 2005, n°3, 737 con Observation di E. Jeuland). Ampia rassegna delle opinioni favorevoli in A. Carlevaris, The recognition and enforcement of interim measures ordered by international arbitrators, in A. Bonomi e P. Volken (ed.), Yearbook of Priv. Int. Law, IX, SICL, 2007, 503-539. Nell’arbitrato internazionale si discute molto della praticabilità  della astreinte: v. T. Cook e A. Garcia, International Intellectual Property Arbitration, Alphen aan den Rijin, 2010, 293 (a proposito di arbitrato WIPO); gli autori mettono bene in rilievo come il problema pratico che per alcune giurisdizioni si pone rispetto alla astreinte arbitrale, è il fatto che “in principle, calculating the final amount of astreinte requires the involvement of national coursts that would have to verify the duration of the breach of the relevant order and calculate the amounts due. Courts unfamiliar with the astreintes remedy may not be prepared to conduct such an exercise ” (327). V. anche J.F. Poudret, S. Besson, Comparative Law of International Arbitration, II ed. London 2007, passim e M. E. Schneider, J. Knoll, Performance as a Remedy: Non-Monetary Relief in International Arbitration, Huntington, NY, 2011 passim.

[16]Né si dica che, in virtù di essa, si possono produrre conseguenze pecuniarie a favore di una parte nei confronti dell’altra. La portata economica del provvedimento non è rilevante. Basti pensare alle spese ed ai danni processuali” (Luiso, Diritto, cit., III, 247).

[17] Ch. Jarrosson, Réflexions sur l’imperium, loco cit.

[18] L’indubbia opportunità di godere dell’istituto dell’astreinte anche in arbitrato porta E. Zucconi (Misure coercitive e arbitrato, cit., 1024) a proporre di affidare il relativo potere al giudice statuale (sulla falsariga del potere di cautela). Sono però evidenti gli inconvenienti (pratici) e le complicazioni (teoriche) di una simile proposta, sicché, alla affermazione “sembra che il provvedimento di cui all’art. 614-bis c.p.c. non possa essere negato ad uno strumento fungibile rispetto alla giustizia statuale, specie oggi, dopo che la Cassazione … ha affermato la natura giurisdizionale dell’arbitrato” (ibidem), non sembra che si possa rispondere diversamente dall’affidamento tout court agli arbitri del potere di pronunciare la condanna in futuro per il ritardo nell’adempimento.

[19] Su cui v. A. Chizzini, in AA.VV., La riforma della giustizia civile, Torino 2009, 149.

[20] è interessante peraltro notare che la domanda di parte, richiesta dall’art. 614-bis, viene invece correntemente considerata superflua dalla giurisprudenza che ritiene di poter applicare la norma d’ufficio a tutela dell’interesse del minore. Sul tema v. B. Poliseno, Profili di tutela del minore nel processo civile, Napoli 2017, 451 ss.

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