Opposizioni recuperatorie e giurisdizione tributaria. Riflessioni critiche a margine di Cass. Civ., ordinanza, sez. VI, 7 maggio 2019, n. 11900.

Di Maria Laura Guarnieri -

Cass. 7 maggio 2019, n. 11900

In materia di esecuzione forzata per la riscossione di entrate di natura tributaria, anche dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 114 del 2018, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973 nella parte in cui esclude l’ammissibilità dell’opposizione regolata dall’art. 615 cod. proc. civ. in relazione agli atti della procedura successivi alla notifica della cartella o dell’avviso di pagamento, le opposizioni c.d. “recuperatorie”, ossia con le quali l’opponente intenda contestare il diritto dell’ente impositore o dell’agente di riscossione di agire in executivis per ragioni riferibili agli atti prodromici, di cui egli non abbia avuto conoscenza per omessa o viziata notificazione, devono proporsi, ai sensi degli artt. 2 e 19 del d.lgs. n. 546 del 1992, innanzi al giudice tributario nel termine di rito ivi previsto.

L’ordinanza in commento ravviva il dibattito sorto attorno ai rapporti tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione tributaria in materia di opposizioni all’esecuzione esattoriale. Il provvedimento dà corpo all’orientamento che attribuisce alla cognizione delle Commissioni Tributarie le c.d. opposizioni recuperatorie (ovvero le contestazioni che il debitore non ha potuto dedurre prima del pignoramento a causa della omessa conoscenza degli atti prodromici), ed offre l’occasione per riflettere criticamente sulla tenuta del sistema che si delinea a valle della sentenza Cort. Cost. n. 114/2018 nelle fattispecie in cui il pignoramento esattoriale presenta natura mista.

La pronuncia definisce le sorti di una esecuzione immobiliare avviata dal Concessionario sulla base di cartelle eterogenee, alcune delle quali relative a crediti erariali, altre pertinenti a crediti di natura previdenziale, altre ancora riferibili a contravvenzioni al codice della strada. Il debitore aveva fatto opposizione al pignoramento davanti al Giudice dell’esecuzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sollevando una pluralità di censure, formali e di merito. L’opponente aveva dedotto, in particolare, la irregolare notificazione delle cartelle di pagamento, la prescrizione del diritto, l’irregolarità della intera procedura esecutiva.

Il G.E., respinta l’istanza di sospensione, aveva assegnato alle parti un termine per l’instaurazione del merito davanti allo stesso Tribunale per i motivi di opposizione concernenti le cartelle di natura tributaria. Aveva concesso, altresì, un termine perentorio per la riassunzione del giudizio davanti al Giudice di pace, per le contestazioni sollevate contro le contravvenzioni, e davanti al Giudice del lavoro per l’esame delle doglianze relative ai crediti previdenziali. La lettura del provvedimento non consente di individuare quali contestazioni siano state mosse contro le cartelle tributarie e quali contro le cartelle extra tributarie. È senz’altro possibile affermare, tenuto conto delle argomentazioni svolte nell’ordinanza, che in relazione ai crediti tributari il debitore aveva eccepito la prescrizione, maturata in conseguenza della omessa notificazione delle cartelle di pagamento.

Introdotti i giudizi di merito, il Tribunale, chiamato a decidere i profili attinenti alle cartelle tributarie, aveva dichiarato inammissibile nelle forme dell’opposizione l’eccezione di prescrizione del credito, sul presupposto che tale vicenda estintiva avrebbe dovuto essere fatta valere davanti alla Commissione Tributaria con ricorso ex art. 19, d. lgs. n. 546/1992, e non con il rimedio di cui all’art. 615, co. 2 c.p.c. dinanzi al giudice ordinario.

A seguito del giudizio di appello, che aveva confermato la decisione di prime cure, la questione relativa alla giurisdizione sulla prescrizione delle cartelle tributarie è giunta all’attenzione della Corte di Cassazione. Il debitore, ritenendo sussistente la giurisdizione ordinaria, ha impugnato la sentenza di secondo grado, denunciando la falsa applicazione dell’art. 57, DPR n. 602/1973 (che vieta di proporre opposizione ex art. 615, co. 2, c.p.c. in Commissione Tributaria), la violazione dell’art. 2, d.lgs. n. 546/1992 (che demanda al Tribunale le controversie relative atti dell’esecuzione forzata tributaria), la falsa applicazione dell’art. 19, d.lgs. n. 546/1992 (che non contempla l’atto di pignoramento tra gli atti impugnabili in CTP).

La Corte di Cassazione ha dichiarato infondati i motivi di ricorso e confermato la giurisdizione speciale, così sottraendo al giudice ordinario la cognizione sulle cartelle di natura fiscale.

Il giudice di legittimità ha basato la propria decisione sulla funzione recuperatoria dell’opposizione in questione. La prescrizione, infatti, era maturata in conseguenza della mancata notificazione della cartella ed il pignoramento rappresentava il primo atto con il quale il contribuente veniva a conoscenza della pretesa. Era suo onere, pertanto, adire la Commissione Tributaria in occasione del primo atto esecutivo, per far rilevare nella sede speciale e nel rispetto dei termini indicati dall’art. 19, d. lgs. n. 546/1992 (non davanti al giudice dell’esecuzione), l’intervenuta estinzione dell’obbligazione tributaria. Nel ragionamento seguito dalla Corte, in sostanza, l’azione del debitore non configurava una opposizione a pignoramento, ma una impugnazione del titolo sotteso al pignoramento, tale da refluire nella giurisdizione dell’autorità chiamata per legge a sindacare la sussistenza del credito.

Per dare vigore alla soluzione affermata la Cassazione costruisce la motivazione dell’ordinanza agganciandosi ai precedenti che hanno scandito i rapporti tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione speciale in materia di espropriazione esattoriale.

Il provvedimento richiama, innanzitutto, la sentenza della Corte Costituzionale n. 114/2018, con la quale è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 57, DPR n. 602/1973 nella parte in cui limita l’ammissibilità delle opposizioni ex art. 615, co. 2 c.p.c. in relazione agli atti dell’esecuzione forzata tributaria. Come noto, nell’esaminare la questione la Consulta ha individuato un’area di contestazioni in cui la norma genera un vuoto di tutela ed un’area in cui si crea una sovrapposizione di tutele, tale da non consentire la corretta individuazione del giudice competente. Il vuoto di tutela concerne le contestazioni relative all’an dell’esecuzione forzata, ove il contribuente intenda rilevare con l’opposizione al pignoramento fatti impeditivi, modificativi o estintivi del credito, sopravvenuti alla notifica della cartella. Il vulnus alla posizione del debitore si spiega in ragione del divieto, impresso a chiare lettere nell’art. 57 DPR n. 602/1973, di proporre opposizione ex art. 615 c.p.c. quando siano in gioco crediti di natura fiscale. La sovrapposizione di tutele si genera, invece, laddove il contribuente contesti il titolo (normalmente la cartella di pagamento) su cui si fonda il pignoramento esattoriale, giacchè l’art. 2 d. lgs. n. 546/1992, demanda tali controversie alla Commissione Tributaria, mentre l’art. 615, co. 2 c.p.c., in modo speculare, le attribuisce al Tribunale in funzione del giudice dell’esecuzione.

La Corte Costituzionale è intervenuta sulla norma in due direzioni. Innanzitutto, ha epurato il testo dell’art. 57 dal divieto di proporre opposizione ex art. 615 co. 2, c.p.c., aprendo una breccia nel sistema esattoriale ed offrendo all’opponente un’occasione processuale per far valere vicende sopravvenute alla notifica del titolo, quali la prescrizione, l’adempimento totale o parziale, la rottamazione delle cartelle, idonee ad incidere sull’attualità del rapporto tributario e sulla legittimità del pignoramento. Tali censure vengono convogliate dalla Consulta verso la giurisdizione ordinaria, per essere attratte nell’orbita del giudice dell’esecuzione.

Al contempo, con una lettura costituzionalmente orientata della disposizione superstite, ha riordinato i rapporti tra i rimedi oppositivi spendibili davanti al giudice dell’esecuzione ed i rimedi impugnatori appartenenti al giudice tributario, stabilendo che quando sia in contestazione il titolo su cui si fonda la riscossione esattoriale, l’opposizione ex art. 615, co. 2 c.p.c. davanti al giudice dell’esecuzione è inammissibile in tutti i casi in cui sia possibile esperire il ricorso ex art. 19, d. lgs. n. 546/1992 davanti alla Commissione Tributaria con funzione recuperatoria.

La fattispecie decisa dalla Cassazione si situa nell’area in cui i rimedi oppositivi, appartenenti alla giurisdizione ordinaria ed i rimedi impugnatori, tipici della giurisdizione speciale, si incrociano, poiché è in contestazione il titolo su cui si fonda il pignoramento esattoriale. L’affermazione della giurisdizione tributaria, pertanto, è in sintonia con le coordinate della Consulta che fa leva sulla funzione recuperatoria dell’opposizione per valorizzare la giurisdizione speciale.

Nel percorso argomentativo della Corte compare poi un chiaro riferimento all’ordinanza emessa a Sezioni Unite n. 17126/2018. La decisione sintetizza il principio secondo cui l’impugnazione tardiva dell’atto non notificato è sempre ammissibile, purchè la contestazione avvenga nel rispetto dei termini previsti per l’impugnazione di quell’atto e dinanzi al giudice che ne avrebbe avuto la giurisdizione in caso di tempestivo esperimento del rimedio[1]. Si tratta dello stesso principio affermato in materia di contravvenzioni al codice della strada, per il quale il debitore che venga a conoscenza della sanzione con la notifica della cartella deve proporre ricorso avverso il verbale di accertamento a norma dell’art. 7, d.lgs. n. 150/2011, entro 30 giorni dalla notificazione della cartella dinanzi al Giudice di pace (in tal senso v. Cass. sez. un. n. 22080/2017, anch’essa richiamata in ordinanza).

A chiusura dell’iter motivazionale, l’ordinanza ribadisce la giurisdizione tributaria alla luce della pronuncia a Sezioni Unite n. 13913/2017 la quale attribuisce al giudice speciale l’opposizione ex art. 617, co. 2 c.p.c. promossa avverso l’atto di pignoramento viziato per omessa o invalida notificazione della cartella esattoriale. La sentenza è nota per aver ribaltato l’orientamento maggioritario che assegnava all’a.g.o. l’opposizione all’atto di pignoramento affetto da nullità derivata. Secondo tale indirizzo, quando sia in contestazione la regolarità della sequela di riscossione che precede il pignoramento, la giurisdizione andrebbe determinata in ragione del petitum dell’opposizione e non del vizio dedotto dal ricorrente, così da radicare la controversia dinanzi al Tribunale[2]. Le Sezioni Unite, per contro, facendo leva sugli artt. 2 e 19, d. lgs. n. 546/1992, hanno riportato l’opposizione al pignoramento affetto da nullità derivata nell’alveo della giurisdizione speciale, valorizzando il vizio che inficia l’atto impugnato (la mancata notificazione della cartella), non già la natura esecutiva dell’atto impugnato [3].

Il precedente da ultimo citato, sebbene relativo ad una opposizione agli atti esecutivi e pertinente ad un vizio (la nullità derivata del pignoramento) che non viene in rilievo nella fattispecie in commento, è però decisivo in vista del riconoscimento della giurisdizione tributaria, poiché tanto nel caso affrontato dalle Sezioni Unite, tanto nel caso in esame, la contestazione del pignoramento si salda ad un vizio di notificazione della cartella esattoriale di competenza della Commissione Tributaria.

Tutte le pronunce richiamate, a ben vedere, contraggono la giurisdizione ordinaria e, specularmente, affermano la giurisdizione tributaria valorizzando, attraverso l’art. 2, d.lgs. n. 546/1992, il vizio di notificazione del titolo esecutivo. Incorporandole nel testo della motivazione l’ordinanza fa altrettanto: anche nell’ottica della Sesta Sezione, in definitiva, se il credito ha natura tributaria a nulla rileva che sia stato impugnato un pignoramento, poiché quando è mancata o è viziata la notificazione del titolo la giurisdizione speciale è assorbente. Sotto questo profilo la decisione fa proprio l’orientamento che interpreta estensivamente l’art. 19, d.lgs. n. 546/1992, riconducendo al catalogo di atti impugnabili anche quelli non espressamente menzionati nella norma, ma ad essa riconducibili per funzione[4].

Il provvedimento, dunque, ha il pregio di risolvere il problema della giurisdizione conformandosi fedelmente alle linee guida che la giurisprudenza ha fornito in materia, nel rispetto degli equilibri che il legislatore ha imbastito tra il d.lgs. n. 546/1992 e il d.p.r. n. 602/1973, tra la disciplina del contenzioso tributario, da un lato, e la disciplina della riscossione mediante ruolo, dall’altro.

Dietro la coerenza sistematica della pronuncia, però, si staglia un grave vulnus alla tutela dell’esecutato che per certi versi può mettere in discussione la congruità del risultato ottenuto.

Per poter cogliere il rilievo segnalato è necessario leggere il provvedimento da un’altra angolazione, avendo riguardo all’atto di pignoramento nella sua complessità, come atto esecutivo dalla doppia anima, tributaria ed extra tributaria. In questa diversa prospettiva emergono profili di criticità che ad una osservazione parziale dell’atto non vengono in risalto.

Se si guarda l’ordinanza da questo punto di vista ci si rende conto che la decisione è stata adottata avendo di mira esclusivamente i principi che presiedono alla affermazione della giurisdizione tributaria, come se nella specie fossero in discussione solo crediti di questa natura, senza considerare, invece, che il pignoramento opposto riguardava crediti di natura composita (tributi, contravvenzioni e contributi previdenziali), riconducibili solo parzialmente alla competenza del giudice speciale.

La Corte di Cassazione, in altri termini, è parsa indifferente al fatto che per quello stesso pignoramento fossero in corso davanti al Giudice del Lavoro e davanti al Giudice di Pace due giudizi sul merito della medesima opposizione, e sembra non essersi resa conto degli effetti che l’esclusione della giurisdizione ordinaria avrebbe comportato sulla posizione del debitore.

Per poter apprezzare questo aspetto sembra opportuno esternare le ipotesi in cui la contrazione della giurisdizione ordinaria nelle opposizioni a pignoramento esattoriale è funzionale alla tutela dell’esecutato e quelle in cui, al contrario, si traduce in un intollerabile sacrificio delle sue ragioni difensive.

L’esclusione della giurisdizione ordinaria potrebbe essere accettabile se si accompagna alla possibilità di esaurire gli effetti dell’opposizione all’interno di un’unica giurisdizione. Ad esempio, quando l’esecuzione sia avviata solo sulla base di cartelle tributarie ed il debitore, dal suo canto, abbia formulato nell’atto di opposizione censure omogenee. Ciò accade senz’altro quando l’esecutato lamenta che tutti i titoli sottesi all’espropriazione non sono pervenuti nella sua sfera di conoscenza per un vizio di notifica[5]. In questa ipotesi, l’applicazione delle coordinate fornite dalla giurisprudenza risolve l’opposizione nell’ambito della giurisdizione speciale, ben potendo il debitore impugnare direttamente l’atto di pignoramento davanti alla CTP territorialmente competente, senza passare dal Tribunale in funzione di giudice dell’esecuzione[6].

L’applicazione dei principi sopra enunciati comincia a stridere con la tutela del debitore quando il pignoramento sia fondato solo su cartelle tributarie, ma le contestazioni mosse nel ricorso non siano omogenee. Si pensi all’ipotesi in cui l’opponente contesti la nullità derivata del pignoramento per omessa notifica di alcune cartelle e, al contempo, deduca fatti estintivi dei crediti tributari portati da altre cartelle validamente notificate. Per rimanere in linea con le indicazioni fornite dalla giurisprudenza, l’opponente dovrebbe dedurre la nullità derivata dell’atto di pignoramento davanti alla Commissione Tributaria[7] e sottoporre la sopravvenuta estinzione del rapporto tributario all’attenzione del G.E. [8]. In questo caso, come si può osservare, il sacrificio della giurisdizione ordinaria non vale a garantire la cognizione unitaria dell’opposizione nell’ambito di unica giurisdizione, ma implica una trattazione disgiunta delle singole doglianze sollevate contro l’esecuzione.

Il problema diventa più evidente laddove il pignoramento oggetto di opposizione abbia natura composita, si regga, cioè, su titoli eterogenei, riconducibili ad una pluralità di enti impositori e correlati alla competenza giurisdizionale di autorità diverse. Così accade quando l’espropriazione è fondata oltre che su cartelle di natura tributaria, su cartelle recanti contributi previdenziali e contravvenzioni, appartenenti rispettivamente alla competenza del Giudice del Lavoro e del Giudice di Pace.

In tali fattispecie, anche in presenza di contestazioni di identico tenore (per riprendere l’esempio di prima, l’omessa notificazione dei titoli esecutivi alla base del pignoramento), non sarà possibile concentrare l’opposizione nell’ambito di un’unica giurisdizione: per rispettare le linee guida della giurisprudenza sarà necessario devolvere le censure relative ai titoli esecutivi a carattere tributario al giudice speciale, riservando al Tribunale la giurisdizione sulla restante parte dell’atto.

Questa impostazione si espone a rilievi di non poco conto e comporta due conseguenze in pregiudizio del debitore.

Innanzitutto, impone all’opponente di frazionare la reazione all’atto di pignoramento, costringendolo ad attivare tanti rimedi quante sono le eccezioni che intende formulare.

In secondo luogo, una frammentazione dell’opposizione dinanzi ad una pluralità di autorità competenti impedisce una valutazione globale sulla legittimità dell’atto di pignoramento che, sebbene rechi titoli di varia natura, o sia contestato sotto profili differenti, rimane pur sempre un atto unitario[9].

In tali circostanze l’unitarietà dell’atto dovrebbe prevalere, non potendosi immaginare un giudizio ad oggetto limitato davanti a due giudici diversi, né una situazione di litispendenza[10].

Il rilievo appena esposto assume un peso maggiore se si considera che né codice di procedura civile, né la legislazione speciale prevedono meccanismi per coordinare i risultati dell’accertamento condotto in seno alle due giurisdizioni, ordinaria e speciale. Tanto meno è possibile far ricorso all’istituto della sospensione di un giudizio nell’attesa della decisione sull’altro.

La fattispecie sottoposta all’attenzione della Corte di Cassazione presenta le criticità appena evidenziate: la scelta di consegnare la cognizione di alcune doglianze alla Commissione Tributaria ha sortito di l’effetto di sottrarre al Tribunale l’esame di alcuni profili del pignoramento, impedendo la valutazione complessiva dell’atto del Concessionario nell’ambito di un’unica giurisdizione.

Peraltro, nella specie, all’affermazione della giurisdizione tributaria, non è seguito il rinvio al giudice speciale, poiché il ricorso per Cassazione muoveva da una declaratoria di inammissibilità dell’opposizione, non già da una sentenza dichiarativa del difetto di giurisdizione[11]. Il che ha precluso al debitore la possibilità di riproporre la medesima censura all’autorità individuata come competente, aggravando l’esercizio del diritto di difesa, o meglio, ostacolando il successo dell’opposizione.

Sarebbe stato più opportuno mantenere l’eccezione di prescrizione dei crediti tributari sotto l’egida del giudice ordinario, già investito dell’opposizione in relazione agli altri volti del pignoramento.

Non dovrebbe essere di ostacolo alla soluzione proposta l’orientamento che riserva al giudice speciale la cognizione dei vizi attinenti al merito del rapporto tributario[12]. L’indirizzo fa capo alla sentenza emessa a Sezioni Unite n. 23832/2007 per la quale l’attribuzione alle Commissioni Tributarie della cognizione di tutte le controversie aventi ad oggetto ogni genere di tributo si estende ad ogni questione relativa all’an e al quantum della pretesa, compresa l’eccezione di prescrizione, quale fatto estintivo dell’obbligazione tributaria[13].

Tale orientamento deve ritenersi superato a seguito della sentenza Cort. Cost. n. 114/2018 che, come si è avuto modo di accennare, apre la giurisdizione ordinaria all’accertamento sul rapporto tributario ogni qualvolta il debitore contesti vicende impeditive, modificative, estintive del credito sopravvenute alla notifica della cartella[14]. Ed allora, se il Tribunale è legittimato a sindacare la sussistenza del rapporto col fisco dopo la notifica del titolo, non dovrebbero sorgere difficoltà nel rimettere al Tribunale un accertamento analogo quando la notificazione del titolo sia mancata o sia viziata, soprattutto se tale censura si accompagni nel ricorso ad altri profili di illegittimità del pignoramento appartenenti alla cognizione del giudice ordinario.

Nei casi di pignoramento misto o di riscorso misto, in definitiva, non si può elevare la notificazione della cartella di pagamento a spartiacque tra le due giurisdizioni, senza prefigurare le conseguenze sul diritto di difesa del debitore.

D’altra parte, non sono pochi gli interrogativi che si pongono per l’ipotesi che il debitore duplichi l’opposizione al pignoramento dinanzi a due distinte autorità, quando sia in contestazione anche il titolo della riscossione. Viene da chiedersi innanzitutto quale effetto avrebbe la decisione del giudice speciale sul processo esecutivo? Come si dovrebbe coordinare il processo esecutivo con la pendenza del processo tributario? Come si dovrebbe coordinare l’esito del giudizio di merito, eventualmente avviato nella sede ordinaria per le cartelle extra tributarie, e l’esito dell’impugnazione proposta in Commissione Tributaria? Ed ancora, in caso di accoglimento delle eccezioni formulate con ricorso ex art. 19, d.lgs. n. 546/1992, il G.E. quali provvedimenti dovrebbe assumere? Dovrebbe ridurre la portata dell’atto di pignoramento o estinguerne gli effetti?

Sono quesiti ai quali la giurisprudenza non consente ancora di rispondere.

Non c’è dubbio che sia in atto una progressiva erosione della tutela dell’esecutato e la decisione esaminata ne è un chiaro sintomo. L’ordinanza si inserisce in un percorso in cui l’atto di pignoramento perde la funzione di volano nella scelta dell’autorità munita di giurisdizione e le opposizioni del debitore vengono incanalate nell’una o nell’altra giurisdizione a seconda delle censure sollevate, disorientando e scalfendo la difesa di quanti subiscono un’espropriazione esattoriale.

Sarebbe opportuno ripensare la distribuzione della giurisdizione assumendo come baluardo, non già la tenuta del sistema esattoriale, ma valori quali l’economia processuale, l’uniformità degli accertamenti e l’effettività della tutela giurisdizionale[15].

[1] In questa prospettiva la pronuncia fa perno sul principio ormai consolidato secondo cui il vizio di notifica della cartella non comporta la definitività dell’atto, ma postula il recupero della sua impugnazione alla prima occasione utile successiva. Si tratta dello stesso principio applicato in tema di impugnabilità della cartella di pagamento conosciuta per il tramite dell’estratto di ruolo (in tal senso si v. Cass. Sez. Un., n. 19704/2015; ma si v. altresì CTP Napoli, sent. n. 153/2019 che dichiara inammissibile il ricorso proposto avverso l’estratto di ruolo, ove il Concessionario dimostri di aver notificato la cartella di pagamento).

[2] È l’orientamento fatto proprio dalle seguenti pronunce: Cass. sez. III, sent. n. 9246/2015, Cass. sez. III, sent. n. 24235/2015, Cass. Sez. III, sent. n. 21690/2016, per le quali è il giudice chiamato a conoscere l’atto consequenziale (ovvero il giudice dell’esecuzione) a dover valutare il vizio della omessa notifica dell’atto presupposto.

[3] In tal senso si v. Cass. S.U. sent. n. 14667/2011, Cass. sez. III, sent. n. 18505/2013, Cass. sez. V, sent. 24915/2016, per le quali il vizio di notifica dell’atto presupposto deve essere eccepito davanti alla Commissione Tributaria.

[4] Si v. per tutti: G. Melis, F. Rasi, G. Melis, F. Rasi, Giurisdizione e processo esecutivo in materia tributaria: finalmente tutto risolto?, in Riv. es. forz., 2018, 4, 693, nota 26.

[5] Potrebbe verificarsi, altresì, quando il pignoramento si fondi su una sola cartella tributaria ed il debitore contesti l’esecuzione sempre per un vizio attinente alla notificazione del titolo.

[6] Peraltro, il giudice tributario potrebbe sospendere l’efficacia esecutiva dei titoli, bypassando il problema relativo alla sospensione del pignoramento, provvedimento quest’ultimo che nel sistema esattoriale compete esclusivamente al Tribunale in qualità di giudice dell’esecuzione (cfr. art. 60, d.p.r. n. 603/1972).

[7] Così allineandosi alla sentenza a sezioni unite n. 13913/2017.

[8] In conformità alla sentenza n. 114/2018 della Corte Costituzionale, la quale individua nel G.E. l’autorità deputata a conoscere i fatti sopravvenuti alla notifica della cartella esattoriale.

[9] P. Puri, Unitarietà dell’atto di riscossione e pluralità della giurisdizione in tema di riscossione, in Rivista di giurisprudenza tributaria, 2011, 12, 1020, svolge considerazioni analoghe in relazione agli atti di riscossione, come fermo e ipoteca, recanti la richiesta di crediti diversi.

[10] In questi termini, P. Puri, op. cit., 2021.

[11] Sotto tale profilo la dichiarazione di inammissibilità dell’opposizione da parte del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, individuato dal G.E. quale giudice del merito, appare fortemente criticabile. La decisione si scontra con le indicazioni fornite in proposito dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 114/2018, che invita i giudici erroneamente investiti dell’opposizione, a dichiarare il proprio difetto di giurisdizione, per consentire la traslatio iudici con salvezza degli effetti processuali e sostanziali del ricorso introduttivo. La stessa soluzione trova da tempo applicazione anche in tema di opposizione a fermo ed ipoteca, ove i provvedimenti si riferiscano in parte a crediti tributari ed in parte a crediti non tributari (In dottrina si v. P. Puri, op. cit., 1021; in giurisprudenza si v. ex multis Cass. Sez. un. n. 16858/2011, ma anche Trib. Roma, n. 13080/2011 e Comm. Trib. Prov. Roma, n. 397/2010).

[12] Da questo punto di vista la giurisdizione tributaria si presenta come una “giurisdizione allargata”, per richiamare l’espressione di E. Di Giacomo, Contributi di bonifica, competente il giudice tributario, in Diritto & Giustizia, 2016, 22, 31.

[13] Fanno capo a tale orientamento anche le seguenti pronunce: Cass. S. U. n. 14648/2017, Cass. S. U., 03 maggio 2016, n. 8770. A parere degli interpreti, simili orientamenti dovranno essere oggetto di necessaria revisione, dovendo ora tali controversie essere devolute alla cognizione del giudice ordinario, non più di quello tributario (in questi termini G. Melis, F. Rasi, op. cit., 691).

[14] V. infra nel testo.

[15] Come osservato dal Prof. Scala, nella relazione sulla riscossione coattiva tenuta il 19.10.2018 al Tribunale di Napoli nell’ambito organizzato dal CSM – Formazione Decentrata –, “la congerie di azioni esperibili e di giudici chiamate a deciderle, potrebbe essere in parte limitata riconoscendo al giudice dell’esecuzione il potere di decidere tutte le controversie sorte in sede esecutiva, indipendentemente dal motivo che sorregge l’opposizione e dal tipo di opposizione proposta”.

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