Obbligazioni pecuniarie, ritardo, mora del debitore e interessi

(scritto già pubblicato in Scritti offerti dagli allievi a Francesco Paolo Luiso per il suo settantesimo compleanno, Torino, 2017, 205 ss.)

Di Michele Fornaciari -

Sommario. 1. Il problema. – 2. Unitarietà degli interessi ex art. 1224 cod. civ. ed ex art. 1282 stesso codice e della loro funzione. Irrilevanza del loro inquadramento in termini risarcitori oppure corrispettivi/compensativi. – 3. Necessità di un’indagine in merito ai rapporti fra liquidità, esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione, da un lato, e ritardo nell’adempimento, mora del debitore e interessi, dall’altro. – 4. Esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione rispetto al ritardo nell’adempimento, autonomamente considerato. – 5. Esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione rispetto alla mora del debitore, autonomamente considerata. – 6. Esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione rispetto al ritardo nell’adempimento ed alla mora del debitore, unitariamente considerati. – 7. Liquidità, esigibilità e luogo di adempimento rispetto agli interessi.

  1. Il problema

Le obbligazioni pecuniarie sono, notoriamente, un argomento complesso. Come tale, esso è da sempre al centro dell’attenzione degli studiosi, che ne hanno lungamente ed approfonditamente esplorato le molteplici articolazioni. Non per questo, tuttavia, le numerose questioni che il tema solleva possono dirsi risolte. Né, si noti, l’interesse relativo a tali questioni è di carattere meramente teorico-speculativo. è sufficiente, infatti, una rapida ricerca giurisprudenziale per rendersi conto da un lato dell’approssimazione e della fragilità di molte delle soluzioni, pur consolidate, fornite dalla giurisprudenza[1], dall’altro del volume del contenzioso in materia.

Le componenti del problema, fra loro variamente collegate, sono diverse, a loro volta ampiamente note: il principio nominalistico, la differenza fra crediti di valuta e crediti di valore, quella fra interessi moratori, corrispettivi e compensativi, il rapporto fra interessi e risarcimento del danno, quello fra inadempimento, ritardo e mora del debitore, l’anatocismo, l’usura; ed inoltre, per quanto in particolare concerne il contenzioso bancario, i vari metodi di calcolo degli interessi, la pluralità delle voci di costo del rapporto, più in generale lo squilibrio fra le posizioni delle parti.

Obiettivo delle presenti considerazioni non vuol essere, chiaramente, l’analisi a 360 gradi di tale complesso problematico, in tutte le sue componenti. Più limitatamente, quello che si vorrebbe cercare di chiarire è il rapporto fra interessi moratori e interessi corrispettivi. O, per essere più esatti – ché in realtà la stessa terminologia è, a tale proposito, oscillante e dunque possibilmente equivoca[2] – fra interessi ex art. 1224 cod. civ. e interessi ex art. 1282 stesso codice.

Le ragioni della compresenza, nell’attuale codice, di tali due norme, che recepiscono due tradizioni diverse (quella del codice civile francese la prima, quella dei codici di commercio tedeschi la seconda), è risaputa e risale alla maldestra fusione del codice di commercio con il previgente codice civile (l’art. 1224 cod. civ. deriva dall’art. 1231 cod. civ. 1865, l’art. 1282 dall’art. 41 cod. comm.). Maldestra perché il legislatore, pur rendendosi conto dell’interferenza fra le due regolamentazioni[3], anziché coordinarle, realizzando una disciplina unitaria ed univoca, si è limitato ad affiancarle, contribuendo così a perpetuare l’idea, dal dubbio fondamento, di una differenza fra i due fenomeni, e dando vita ad un assetto normativo tanto più ambiguo e difficile da razionalizzare, in quanto i due precetti, disomogei fra loro, non si rivolgono più, come in precedenza, a due distinti settori (il diritto civile da un lato e quello commerciale dall’altro), ma si applicano entrambi alla totalità dei rapporti privatistici[4].

Ad una prima lettura, il sistema scaturente dalle norme in esame è rapidamente sintetizzabile come segue: in base all’art. 1282 cod. civ. gli interessi sono dovuti sul solo presupposto della liquidità e dell’esigibilità del credito, a prescindere dalla sussistenza o meno della mora del debitore; in base all’art. 1224 stesso codice, viceversa, essi presuppongono quest’ultima (e dunque l’esigibilità), mentre, per converso, non richiedono la liquidità del credito[5]. Conseguentemente, premesso che – grazie anche alle previsioni di cui all’art. 1219, comma 2, cod. civ. – in alcuni casi gli interessi risultano dovuti in base ad entrambe le norme (ciò si verifica per i crediti liquidi ed esigibili con il debitore in mora, ex re o ex persona), per il resto essi talvolta sono dovuti unicamente in base all’art. 1282 cod. civ. (ciò si verifica per i crediti liquidi ed esigibili, ma con il debitore non in mora), talvolta sono dovuti unicamente in base all’art. 1224 stesso codice (ciò si verifica per i crediti non liquidi, ma esigibili e con il debitore in mora).

Per altro verso, secondo l’impostazione tradizionale, i due tipi di interessi avrebbero funzione – o, se si preferisca, ratio, o natura – differente: corrispettiva/compensativa[6] (vale a dire incentrata sul vantaggio conseguito dal debitore) quelli di cui all’art. 1282 cod. civ., risarcitoria (vale a dire incentrata sul danno patito dal creditore) quelli di cui all’art. 1224 stesso codice[7].

A mio avviso, sotto entrambi i profili – sia cioè quanto all’ambito operativo dei due tipi di interessi, sia quanto alla loro funzione – c’è invero bisogno di una messa a punto. Più in particolare, e ad anticipata enunciazione di quanto si cercherà di sostenere, dal secondo punto di vista (quanto cioè alla funzione degli interessi) la riferita distinzione deve essere senz’altro abbandonata, in direzione di una ricostruzione unitaria. Dal primo punto di vista, poi (quanto cioè all’ambito operativo degli interessi medesimi), ferma restando la non sovrapponibilità delle norme, occorre chiarirne in modo più preciso i presupposti di applicabilità, e, con essi, i termini reali dell’asimmetria.

  1. Unitarietà degli interessi ex art. 1224 cod. civ. ed ex art. 1282 stesso codice e della loro funzione. Irrilevanza del loro inquadramento in termini risarcitori oppure corrispettivi/compensativi

Come già detto, la compresenza, nell’attuale codice, dell’art. 1224 e dell’art. 1282 dipende da ragioni storiche: a fronte della presenza, nel codice civile del 1865 ed in quello di commercio, di due regole differenti, la prima di derivazione francese, la seconda di derivazione germanica, il legislatore del 1942 non ha saputo fare di meglio che recepirle entrambe, dando luogo ad una regolamentazione ambigua (e francamente bislacca), che, unita alla scarsa chiarezza in punto di coincidenza o meno fra ritardo nell’adempimento e mora del debitore, per un verso genera non pochi dubbi interpretativi, per l’altro continua ad alimentare l’idea di due istituti differenti, con funzioni parimenti differenti.

In realtà, che tale differenza non sussista, che in questione sia cioè un istituto unico, con riferimento al quale non v’è spazio per individuare funzioni distinte, è già stato convincentemente sostenuto[8]. In proposito non si tratta dunque se non di manifestare piena adesione a tale orientamento. A sostegno del quale milita in particolare, mi sembra, proprio la diversa origine delle attuali norme. Mentre in presenza di una duplice regolamentazione, contenuta in un unico codice e destinata ad applicarsi ai medesimi rapporti, viene infatti spontaneo ipotizzare che quelli in questione siano istituti differenti, laddove invece tale duplice regolamentazione sia contenuta in corpi normativi distinti, destinati ad applicarsi a rapporti differenti, è a mio avviso assai più logico pensare che in questione sia il medesimo istituto, solo diversamente regolato a seconda del tipo di rapporti in questione.

Per quanto poi concerne la funzione di tale, unico, istituto, a me pare che essa sia molto semplicemente ricostruibile considerando che il debitore, il quale non paga il proprio debito, si sta in sostanza finanziando a spese del creditore e che dunque, ferma restando, per quest’ultimo, la possibilità di dimostrare che l’inadempimento gli ha procurato un pregiudizio maggiore, egli abbia quantomeno diritto al corrispettivo che percepirebbe laddove avesse volontariamente concesso un prestito al debitore. E questo, si aggiunga, senza che assuma rilevanza l’uso che avrebbe fatto del denaro, qualora questo gli fosse stato versato tempestivamente, o quello che ne ha concretamente fatto il debitore inadempiente. In questione è cioè, in sostanza, un mutuo di fatto, o per meglio dire coattivo, imposto dal debitore al creditore[9]. E come in caso di mutuo il mutuatario è tenuto senz’altro a corrispondere gli interessi, quale corrispettivo della concessa disponibilità di quella certa somma[10], a prescindere dall’uso che abbia fatto del denaro o da quello che ne avrebbe fatto il mutuante, altrettanto non può evidentemente non valere per il creditore, a fronte dell’inadempimento del debitore. In caso contrario, il soggetto al quale il mutuo è stato imposto subirebbe infatti un trattamento deteriore rispetto a quello riservato a colui che lo ha concesso volontariamente. Il che sarebbe evidentemente assurdo[11].

Dopodiché mi pare francamente ozioso continuare ad interrogarsi sulla funzione (o sulla componente) risarcitoria e su quella corrispettiva/compensativa degli interessi nei vari casi. In tanto la qualificazione in un senso oppure nell’altro avrebbe infatti senso – o comunque un senso non sterilmente classificatorio – in quanto si legasse ad una concreta rilevanza, in senso ostativo alla spettanza degli interessi, della mancanza di danno per il creditore o di vantaggio per il debitore. In quanto, detto più chiaramente, quest’ultimo potesse cioè sottrarsi all’obbligo di corrispondere gli interessi, dimostrando che il mancato pagamento non ha provocato alcun danno al creditore o che egli non ha fatto alcun uso del denaro[12]. Così però non è[13]. Premesso che il corretto iter argomentativo non consiste nel derivare la disciplina degli interessi dalla loro funzione, altrimenti – e dunque arbitrariamente – ricostruita, bensì, all’opposto, nel risalire dalla seconda (la disciplina) alla prima (la funzione), è del tutto agevole riscontrare che la legge non contiene alcun indizio nel senso che il debitore possa non pagare gli interessi, dimostrando l’assenza di danno per il creditore o il mancato uso del denaro da parte sua[14].

Tanto vale, dunque, abbandonare la discussione in merito alla funzione risarcitoria oppure corrispettiva/compensativa degli interessi e concentrarsi piuttosto sulla disciplina degli stessi, cercando di verificare, secondo quanto si diceva, i termini dell’effettiva discrepanza fra le due regolamentazioni presenti nel codice.

  1. Necessità di un’indagine in merito ai rapporti fra liquidità, esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione, da un lato, e ritardo nell’adempimento, mora del debitore e interessi, dall’altro

Il problema del coordinamento degli artt. 1224 e 1282 cod. civ. deriva da ciò, che, come detto[15], le due norme collegano la nascita dell’obbligo di corrispondere gli interessi a presupposti differenti: la mora del debitore, quanto all’art. 1224; la liquidità e l’esigibilità del credito, quanto all’art. 1282.

La rilevanza di tale problema risulta concretamente ridimensionata alla luce ed in conseguenza del combinato disposto degli artt. 1219, comma 2, n. 3, e 1182, comma 3, cod. civ. In forza di queste previsioni, infatti, nelle obbligazioni pecuniarie la mora del debitore si produce per lo più automaticamente, alla scadenza del termine, senza bisogno di alcun atto da parte del creditore. Di fatto, i presupposti in discorso finiscono dunque spesso per coincidere, la suddetta scadenza determinando sia l’esigibilità del credito sia la mora del debitore[16].

Non per questo il problema teorico viene peraltro meno. Anzi, proprio a causa di tale assetto normativo, esso risulta semmai, paradossalmente, enfatizzato. A maggior ragione, data la riferita, tendenziale, coincidenza dei presupposti delle due norme, si avverte infatti la necessità, per un verso, e la difficoltà, per l’altro, di una ricostruzione razionale e coerente del sistema da esse delineato.

Né, si aggiunga, per operare tale ricostruzione, l’indagine può rimanere confinata agli interessi, strettamente intesi. Al contrario, essa deve giocoforza assumere carattere più generale, coinvolgendo anche il ritardo nell’adempimento, la mora del debitore ed i relativi rapporti. Più in dettaglio, e più esplicitamente, ciò di cui c’è bisogno è di sottoporre a verifica i rapporti fra liquidità, esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione, da un lato, e ritardo nell’inadempimento, mora del debitore ed interessi dall’altro.

In tale prospettiva, il problema che, a rigore, dovrebbe essere affrontato per primo è quello relativo ai rapporti fra ritardo nell’adempimento e mora del debitore. L’interrogativo, al quale dovrebbe fornirsi risposta, è cioè quello, notoriamente controverso, se il primo (il ritardo nell’adempimento) si identifichi con la seconda (la mora del debitore) o se, al contrario, possieda una sua autonoma rilevanza[17]. La risposta a tale interrogativo non è però realmente necessaria, e risulta anzi sconsigliabile, in quanto rischia di condizionare ad essa le conclusioni che verranno raggiunte. Onde evitare un tale inconveniente, ed in funzione di una maggiore completezza dell’indagine, si eviterà dunque di prendere posizione sul punto, ragionando senz’altro, sia pure in chiave ipotetica, nell’ottica dell’autonomia del ritardo, dopodiché, per chi ritenga che tale autonomia non sussista e che il ritardo assuma rilevanza soltanto in presenza dei presupposti della mora, le considerazioni riferite al ritardo in quanto tale dovranno molto semplicemente essere tralasciate.

  1. Esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione rispetto al ritardo nell’adempimento, autonomamente considerato

Per potersi parlare di ritardo nell’adempimento occorre, per definizione, che la prestazione sia dovuta, e dunque, per quanto in particolare concerne l’aspetto temporale, che essa sia “attualmente” dovuta; vale a dire che l’obbligazione non sia sottoposta ad un termine di adempimento, che non sia ancora scaduto.

Ciò si verifica, peraltro, in due ipotesi distinte: la prima è quella nella quale il termine, esistente, sia scaduto; la seconda è quella nella quale il termine non esista. Nella seconda ipotesi, infatti, l’art. 1183, comma 1, cod. civ. prevede, quale regola generale (ai presenti fini la regola subordinata può essere tralasciata), che, in mancanza di un termine, il creditore può esigere la prestazione immediatamente.

Dal punto di vista del ritardo nell’adempimento, le due ipotesi vanno trattate diversamente. Per quanto concerne la prima (termine esistente e scaduto), non c’è dubbio, infatti (salvo quanto si dirà a proposito del luogo di adempimento[18]) che il debitore che non adempia alla scadenza debba senz’altro essere considerato in ritardo. Per quanto concerne invece la seconda ipotesi (termine inesistente), perché ciò si verifichi occorre una manifestazione di volontà del creditore. Precisamente questo è infatti il significato della regola contenuta nel citato art. 1183, comma 1, cod. civ.: dire che il creditore può esigere la prestazione immediatamente non significa che il debitore è senz’altro tenuto ad effettuarla (e dunque che, qualora non lo faccia, deve essere considerato in ritardo), bensì, appunto, che il creditore può pretenderla in qualunque momento, fermo però restando che, finché non lo faccia, essa non può ritenersi già attualmente dovuta.

La richiesta del creditore rappresenta cioè, per l’obbligazione senza termine di adempimento, l’equivalente di ciò che, in presenza del termine, rappresenta la scadenza di quest’ultimo: l’obbligazione, pur esistente fin da subito, diventa attuale solo a seguito ed in conseguenza di un fatto successivo ed ulteriore, rappresentato in un caso dalla scadenza del termine, nell’altro dalla richiesta del creditore. Detto ancora altrimenti, e ragionando in chiave di fattispecie, l’obbligo di eseguire senz’altro la prestazione – e dunque, in caso di mancata esecuzione, il ritardo nell’adempimento – ha, nelle due ipotesi, fatti costitutivi differenti: in un caso la presenza di un termine e la sua scadenza; nell’altro l’assenza dello stesso e la richiesta del creditore[19].

Già ragionando in punto di esigibilità, per parlare di ritardo nell’adempimento occorre dunque operare una distinzione e considerare separatamente l’ipotesi dell’esistenza di un termine da quella della sua inesistenza: nel primo caso il ritardo si verifica alla scadenza del termine; nel secondo caso a seguito della richiesta del creditore.

Il quadro è però, in realtà, più articolato. La conclusione, appena raggiunta, non tiene infatti conto, come accennato, del problema del luogo di esecuzione della prestazione.

Passando dunque a quest’ultimo, e prendendo in considerazione, per semplicità, unicamente le due ipotesi dell’esecuzione presso il creditore e di quella presso il debitore (le modalità di adempimento, dal punto di vista spaziale, possono ovviamente essere assai più numerose; l’analisi dettagliata di tutte le varie possibilità non mi pare però necessaria), è agevole realizzare che neppure tali due ipotesi possono essere trattate unitariamente.

In particolare, quanto appena detto in punto di esigibilità, se vale senz’altro in caso di esecuzione presso il creditore, richiede un aggiustamento in caso di esecuzione presso il debitore.

In tale ipotesi è infatti evidente che, perché l’adempimento possa avvenire, occorre che il creditore si presenti per riceverlo. Conseguentemente, in tanto il debitore potrà essere considerato in ritardo, in quanto tale presentazione vi sia stata e non anche laddove essa sia mancata. La fattispecie del ritardo nell’adempimento ha cioè, in questa ipotesi, un fatto costitutivo ulteriore, rappresentato dalla presentazione del creditore[20].

Né, in contrario, si potrebbe sostenere che, in assenza di tale presentazione, il debitore, per non essere considerato in ritardo, abbia comunque l’onere di offrire la prestazione, anche solo informalmente[21]. L’imposizione al debitore di un siffatto onere non avrebbe infatti alcuna giustificazione[22] [23] e determinerebbe oltretutto una palese ed ingiustificata disparità di trattamento rispetto all’ipotesi esecuzione della prestazione presso il creditore, nella quale il debitore non solo deve essere considerato in ritardo, ma, in presenza di un termine per l’adempimento scaduto, ex art. 1219, comma 2, n. 3, cod. civ. è senz’altro in mora (salvo ipotesi residuali) senza bisogno di alcuna richiesta da parte del creditore.

Quanto precede è a mio avviso, come detto, evidente di per sé. Del fatto che le cose stiano effettivamente nei termini illustrati è tuttavia possibile fornire anche una dimostrazione. La situazione, in caso di esecuzione della prestazione presso il debitore, non è infatti diversa da quella che si ha laddove, essendosi Tizio obbligato a riparare un oggetto di Caio entro la data x, tale termine venga a scadenza senza che Caio gli abbia consegnato l’oggetto da riparare: qui come là, la possibilità, per il debitore, di adempiere tempestivamente dipende dal comportamento del creditore, il quale deve in un caso consegnargli l’oggetto da riparare, nell’altro presentarsi per ricevere la prestazione; e come nel primo caso nessuno, credo, penserebbe di considerare in ritardo il debitore che non abbia riparato l’oggetto nel termine previsto in quanto il creditore non glielo ha consegnato, altrettanto non può non valere per il debitore che non abbia adempiuto tempestivamente in quanto il creditore non si è presentato per ricevere la prestazione. Il punto, detto in breve, è che il debitore, per poter essere considerato inadempiente, o anche solo in ritardo, deve essere stato posto in condizione di adempiere. Laddove questo non sia avvenuto (perché il creditore non gli ha consegnato l’oggetto da riparare, perché lo stesso non si è presentato per ricevere la prestazione, e così via), l’inadempimento, o il ritardo, non può che essere escluso.

Sintetizzando, il quadro che si presenta, tenendo conto di entrambi i parametri (esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione), è dunque il seguente:

  1. a) laddove per l’adempimento sia previsto un termine e la prestazione debba essere eseguita presso il creditore, è il debitore che, alla scadenza, deve assumere l’iniziativa, presentandosi dal creditore per offrire la prestazione: qualora non lo faccia, deve essere considerato senz’altro in ritardo;
  2. b) laddove per l’adempimento sia parimenti previsto un termine, ma la prestazione debba essere eseguita presso il debitore, è viceversa il creditore che, alla scadenza, deve assumere l’iniziativa, presentandosi dal debitore per ricevere la prestazione; affinché quest’ultimo possa essere considerato in ritardo occorre dunque che vi sia stata tale presentazione;
  3. c) laddove, pur dovendo la prestazione essere eseguita presso il creditore, per l’adempimento non sia tuttavia previsto un termine, è parimenti il creditore che deve assumere l’iniziativa, in questo caso richiedendo al debitore, anche solo oralmente[24], la prestazione, dopodiché, al pari di quanto detto sub a, sarà quest’ultimo che dovrà presentarsi da lui per offrirla; affinché il debitore possa essere considerato in ritardo occorre dunque che vi sia stata la suddetta richiesta;
  4. d) laddove non solo per l’adempimento non sia previsto un termine, ma inoltre la prestazione debba essere eseguita presso il debitore, è di nuovo il creditore che deve assumere l’iniziativa, e questa volta doppiamente, da un lato richiedendo al debitore, anche solo oralmente, la prestazione, dall’altro presentandosi da lui per riceverla; affinché il debitore possa essere considerato in ritardo, occorre dunque, da parte del creditore, sia la richiesta della prestazione, sia la presentazione per riceverla[25].

Nell’ultimo caso, si potrebbe in verità ritenere che, essendo la richiesta della prestazione implicita nella presentazione per riceverla[26], al creditore sia sufficiente quest’ultima. Così però non è. Per quanto, in mancanza di un termine, a fronte della richiesta del creditore il debitore sia senz’altro tenuto ad effettuare la prestazione, questo non significa infatti che ciò debba anche avvenire immediatamente: formulata la richiesta, il debitore deve avere un minimo di tempo a disposizione per adempiere, tempo ovviamente diverso a seconda del tipo di prestazione e delle circostanze concrete, ma che comunque non può non essere concesso, non foss’altro in forza del principio di correttezza e buona fede. La presentazione del creditore per ricevere la prestazione dovrà dunque giocoforza essere preceduta dalla relativa richiesta, con la quale preannunci la data della presentazione medesima.

Quanto precede può essere schematizzato, in modo ancora più immediato ed efficace, nella seguente tabella.

  termine di adempimento presente termine di adempimento assente
esecuzione presso il creditore debitore senz’altro in ritardo alla scadenza debitore in ritardo solo a seguito di richiesta della prestazione, anche solo orale, da parte del creditore
esecuzione presso il debitore debitore in ritardo alla scadenza, ma solo a seguito di presentazione del creditore per ricevere la prestazione debitore in ritardo solo a seguito di richiesta della prestazione, anche solo orale, da parte del creditore e di sua presentazione per ricevere la prestazione medesima

Questo, in quanto frutto di un’analisi del ritardo nell’adempimento astratta da quella della mora del debitore, è peraltro uno schema meramente teorico. L’aver qui adottato, come ipotesi di lavoro, quella della differenza fra ritardo e mora non significa infatti che i due fenomeni rimangano reciprocamente estranei. Al contrario, essi sono comunque destinati ad interagire fra loro e ad influenzarsi reciprocamente, con la conseguenza che sia la ricostruzione appena operata, sia quella alla quale metteremo capo ragionando sulla mora autonomamente considerata, dovranno in realtà essere poi modificate ed armonizzate. Per avere un quadro realmente completo, non solo in generale, ma anche con specifico riferimento al ritardo, non si può dunque prescindere dall’indagine sulla mora.

  1. Esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione rispetto alla mora del debitore, autonomamente considerata

Nell’ottica della differenza fra ritardo nell’adempimento e mora del debitore, che, come appena ricordato, abbiamo qui adottato come ipotesi di lavoro, la seconda dà luogo ad un ritardo qualificato. Di questo trattandosi, sembrerebbe dunque logico pensare che in tanto si possa parlare di mora, in quanto, essendo presenti tutti i presupposti del ritardo, se ne verifichi anche uno ulteriore, che si aggiunga ad essi, oppure uno dei primi si presenti con caratteristiche particolari. Che, ragionando in chiave di fattispecie, essendo a + b + c = x la fattispecie del ritardo, quella della mora sia cioè data da a + b + c + d = y (o – ai presenti fini non fa differenza – x + d = y), oppure da a + b + c1 = y (dove c1 rappresenta una manifestazione particolare di c).

Considerando la previsione generale in tema di mora del debitore (quella di cui all’art. 1219, comma 1, cod. civ.), tale ricostruzione sembrerebbe del resto rispecchiata anche dal diritto positivo. Posti i presupposti del ritardo, sopra illustrati, ad una prima impressione (ma le cose, come vedremo fra breve, stanno in realtà diversamente) sembrerebbe infatti che l’intimazione/richiesta scritta integrasse proprio quel presupposto aggiuntivo, o più specifico, del quale si è appena detto.

Quello in questione (la mora da intimazione/richiesta scritta) è tuttavia, com’è noto, un modello, se non meramente teorico, comunque ampiamente derogato. Ai sensi dell’art. 1219, comma 2, cod. civ. – e, quanto alle obbligazioni pecuniarie, dell’art. 1182, comma 3, stesso codice – in moltissimi casi la mora del debitore si produce infatti automaticamente, senza bisogno dell’intimazione/richiesta scritta del creditore.

Questo, oltre a derogare alla regola generale in tema di mora, produce anche una serie di scollamenti dalla ricostruzione appena fornita in merito ai rapporti fra ritardo nell’adempimento e mora del debitore.

Prendendo in considerazione l’ipotesi di cui all’art. 1219, comma 2, n. 3, cod. civ. (ed al netto dell’ipotesi di cui al secondo inciso della previsione), è infatti immediatamente evidente che nel caso di obbligazione con un termine di adempimento e con prestazione da eseguire presso il creditore, la mora coincide con il ritardo. Scaduto il termine, il debitore non solo è cioè in ritardo, ma è anche automaticamente in mora. In questa ipotesi, la fattispecie del ritardo e quella della mora sono dunque identiche: posto che la prima sia a + b + c = x, la seconda è a + b + c = y.

Ma non solo. Si danno infatti anche ipotesi, nelle quali, almeno apparentemente, la mora sembrerebbe prodursi addirittura in assenza dei presupposti del ritardo. Così, ad esempio, per i debiti derivanti da fatto illecito, con riferimento ai quali, mentre per aversi ritardo, secondo quanto detto sopra[27], occorre la richiesta, anche solo orale, del creditore (si tratta di prestazioni per le quali non è previsto un termine), la mora sembrerebbe invece prodursi automaticamente ed immediatamente.

Analogamente, si prenda il caso in cui, essendo in questione una prestazione da eseguire presso il debitore, questi abbia dichiarato per scritto di non voler adempiere. In questa ipotesi, mentre per il ritardo, sempre secondo quanto detto sopra[28], occorre la presentazione del creditore, la mora sembrerebbe invece prodursi senza bisogno di quest’ultima. Con una particolarità, peraltro, rispetto al caso precedente: mentre là per la mora si ha puramente e semplicemente l’irrilevanza del presupposto necessario per il ritardo (nella fattispecie la richiesta, anche solo orale, del creditore), qui tale presupposto (nella fattispecie la presentazione del creditore) è sostituito da un altro (nella fattispecie la dichiarazione scritta del debitore di non voler adempiere). Mentre cioè nel primo caso lo scollamento consiste in ciò, che, data a + b + c = x la fattispecie del ritardo, quella della mora è data da a + b = x, nel secondo caso esso consiste in ciò, che, data di nuovo a + b + c = x la fattispecie del ritardo, quella della mora del debitore è data da a + b + d = x.

Né, si noti, tale secondo tipo di scollamento si produce soltanto nelle ipotesi (eccezionali, ma numericamente prevalenti) di cui all’art. 1219, comma 2, cod. civ. (quelle nelle quali la mora del debitore si produce senza bisogno di intimazione/richiesta scritta). In realtà, infatti, diversamente da quanto ipotizzato sopra (peraltro avvertendo esplicitamente che le cose erano destinate a rivelarsi diverse), esso può prodursi anche con riferimento a casi rientranti nella regola generale (quella della necessità dell’intimazione/richiesta scritta). Così, sempre nel caso di prestazione da eseguire presso il debitore, mentre per il ritardo occorre la presentazione del creditore, per la mora tale presentazione, almeno apparentemente, non è necessaria, mentre lo è l’intimazione/richiesta scritta[29].

In realtà, dunque, diversamente dalla prospettazione teorica iniziale, la mora del debitore non sempre si sovrappone al ritardo nell’adempimento, rappresentandone un’ipotesi specifica. Non marginalmente, essa sembra presentarsi come un fenomeno autonomo. La ragione di tale scollamento è evidente e consiste in ciò, che la mora si produce sulla base di presupposti disomogenei, rispetto a quelli del ritardo: laddove ai fini di quest’ultimo rilevano, secondo quanto visto, esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione, ai fini della prima rilevano anche, o solo, il tipo di obbligazione e la volontà formalmente manifestata del creditore o del debitore.

Più specificamente, la mora si produce secondo i seguenti quattro modelli: 1) a seguito dell’intimazione/richiesta scritta del creditore; 2) in dipendenza dell’essere in questione un debito derivante da fatto illecito; 3) a seguito della dichiarazione scritta del debitore di non voler adempiere; 4) in dipendenza della presenza di un termine di adempimento, dell’avvenuta scadenza di questo e del dover la prestazione essere eseguita presso il creditore.

Ebbene, mettendo a raffronto tali modelli, con quelli illustrati nel paragrafo precedente a proposito del ritardo, è agevole rendersi conto, intanto, immediatamente, che, ragionando unicamente sulla base delle norme in tema di mora, ai fini di quest’ultima sembrerebbe non assumere rilevanza il luogo di esecuzione della prestazione. In secondo luogo, procedendo ad un raffronto analitico di tutte le ipotesi risultanti dall’incrocio dei suddetti modelli (raffronto che risparmiamo al lettore, in quanto da un lato destinato a risultare pesante, dall’altro agevolmente operabile da chiunque) che, anche al di là degli esempi addotti, i rapporti fra ritardo e mora, autonomamente considerati, rispondono in effetti ai quattro tipi sopra individuati, vale a dire (è bene ribadirli):

1) mora quale ipotesi specifica di ritardo e tale dunque, per essere ancora più chiari, che non in ogni caso di ritardo si ha mora, ma in ogni caso di mora si ha ritardo [in chiave di fattispecie: a + b + c = ritardo; a + b + c + d (o x + d = y) oppure a + b + c1 = mora];

2) mora coincidente con il ritardo (in chiave di fattispecie: a + b + c = ritardo; a + b + c = mora);

3) mora anche in assenza di uno dei presupposti del ritardo (in chiave di fattispecie: a + b + c = ritardo; a + b = mora);

4) mora anche in assenza di uno dei presupposti del ritardo, ma in presenza di un diverso presupposto, non necessario per il ritardo (in chiave di fattispecie: a + b + c = ritardo; a + b + d = mora)[30].

Tutto questo, non diversamente da quanto detto sopra a proposito delle conclusioni raggiunte con riferimento al ritardo[31], rappresenta peraltro il frutto di un’analisi che non tiene conto del fatto che ritardo e mora, ancorché fenomeni non coincidenti (questa, si ricorderà, l’ipotesi di lavoro adottata), non per questo sono anche estranei l’uno all’altro.

Quello che occorre fare a questo punto è dunque di verificare in cosa, in concreto, si traduca tale non estraneità. Quali siano cioè gli aggiustamenti da apportare rispetto alle conclusioni fin qui separatamente raggiunte ed in quali reali termini si ponga pertanto il rapporto fra ritardo nell’adempimento e mora del debitore, non isolatamente considerati.

  1. Esigibilità e luogo di esecuzione della prestazione rispetto al ritardo nell’adempimento ed alla mora del debitore, unitariamente considerati

Alla luce di quanto precede, le situazioni che possono concretamente presentarsi sono tre:

– sussistenza dei presupposti del ritardo e non sussistenza dei presupposti della mora;

– sussistenza sia dei presupposti del ritardo che di quelli della mora;

– sussistenza dei presupposti della mora e non sussistenza dei presupposti del ritardo.

La situazione problematica è evidentemente la terza. Ed altrettanto evidente, quantomeno fino a un certo punto, è quale sia la soluzione del problema. Che un debitore possa essere considerato in mora senza essere in ritardo è infatti semplicemente assurdo. Nessun dubbio può dunque sussistere circa la necessità di una rettifica dei presupposti del ritardo e della mora, tale da impedire che tale situazione possa verificarsi.

Detto questo, non altrettanto evidente è però in che direzione debba essere operata la rettifica. Posta una situazione, nella quale sembrerebbero sussistere i presupposti della mora ma non quelli del ritardo, le soluzioni possibili, infatti, sono due: – ritenere senz’altro sussistente anche il ritardo, nonostante l’assenza dei suoi presupposti; – ritenere che, in assenza di questi ultimi, non sussista neppure la mora. Quale, dunque, la soluzione corretta? è la fattispecie della mora a modificare quella del ritardo oppure la seconda a modificare la prima?

Si consideri ad esempio il caso, già citato, del debito derivante da fatto illecito: con riferimento ad esso, in forza dell’art. 1219, comma 2, n. 1, cod. civ. il debitore è immediatamente in mora; in base all’art. 1183 stesso codice, invece, perché egli possa essere considerato in ritardo occorre la richiesta, anche solo orale, del creditore. Quid iuris, dunque: è l’art. 1219 che deroga all’art. 1183, oppure il contrario? deve cioè ritenersi che in caso di debito da fatto illecito la prestazione sia senz’altro dovuta immediatamente, senza necessità di richiesta del creditore, e che dunque il debitore che non adempie sia senz’altro in ritardo (ed in mora)? oppure deve ritenersi che, applicandosi anche qui l’art. 1183, la mora, pur non necessitando de­­­ll’intimazione/richiesta scritta, sia nondimeno subordinata a quella quantomeno orale e si verifichi pertanto (bensì in coincidenza con il ritardo, ma) solo a seguito di quest’ultima?

In questo caso, la risposta è, abbastanza intuitivamente, la prima. Non mi pare infatti dubbio che il senso della previsione di cui all’art. 1219, comma 2, n. 1, cod. civ. sia quello di considerare l’autore del fatto illecito in mora (e dunque anche in ritardo) sin dal sorgere dell’obbligazione.

Non mi sentirei però di affermare che questa sia la soluzione generale del problema. Che in generale, appunto, in presenza dei presupposti della mora il debitore debba essere considerato senz’altro in ritardo, in deroga alle relative regole generali.

Si prenda infatti, per altro verso, il caso, anch’esso già citato, della prestazione (non importa se in presenza o meno di un termine di adempimento) da eseguire presso il debitore: in questo caso, in linea di principio (a parte cioè le ipotesi specifiche di cui all’art. 1219, comma 2, cod. civ.), ai fini della mora occorre l’intimazione/richiesta scritta, ma non la presentazione del creditore, necessaria invece per il ritardo. Posto che il creditore abbia effettuato la prima (l’intimazione/richiesta scritta), ma non si sia presentato per ricevere la prestazione, cosa deve ritenersi: che il debitore sia senz’altro in ritardo (e in mora) anche senza necessità della presentazione del creditore, oppure che la mora scatti solo a condizione non solo dell’intimazione/richiesta scritta, ma anche di tale presentazione?

Qui viene istintivamente da pensare che la risposta sia la seconda. Salvo ritenere che la messa in mora implichi una modifica dei termini dell’obbligazione, quanto al luogo di adempimento (presso il creditore e non più presso il debitore), tesi che non mi parrebbe però sostenibile, ritenere il contrario significherebbe infatti ritenere il debitore in ritardo ed in mora nonostante che il creditore non l’abbia messo in condizione di adempiere; che, detto altrimenti, pur essendo il debitore possibilmente pronto ad adempiere, sarebbe il creditore, non presentandosi per ricevere la prestazione, a imporgli il ritardo e la mora[32].

Diversamente, però, sempre nel caso di prestazione da eseguire presso il debitore, laddove quest’ultimo avesse dichiarato per scritto di non voler adempiere mi parrebbe essere la fattispecie della mora a prevalere, il debitore dovendo essere ritenuto senz’altro in ritardo ed in mora anche senza necessità di presentazione del creditore. A fronte della già manifestata volontà di non eseguire la prestazione, non ha infatti molto senso imporre ugualmente al creditore tale presentazione, a tal punto essendo semmai il debitore a doversi attivare, facendo marcia indietro e dichiarandosi pronto ad adempiere.

Non esiste, insomma, una soluzione unica, nel senso della prevalenza della fattispecie del ritardo oppure di quella della mora: la soluzione va individuata caso per caso, a seconda dei presupposti, del ritardo e della mora, di volta in volta in questione. Occorre cioè mettere a raffronto le due serie di presupposti e verificare intanto quando si pone il problema e poi quale ne sia la soluzione.

A tal fine, il metodo migliore è a mio avviso quello di ragionare dal punto di vista dei presupposti della mora. Considerato cioè che i possibili presupposti del ritardo sono tre, vale a dire la scadenza del termine, la richiesta, anche solo orale, del creditore e la presentazione dello stesso dal debitore per ricevere la prestazione, vediamo in quale rapporto si pongono, rispetto a questi ultimi, per ciò che qui interessa, i singoli possibili presupposti della mora.

  1. A) Seguendo l’ordine adottato sopra[33], il primo presupposto da prendere in considerazione è l’intimazione/richiesta scritta del creditore.

Con riferimento a quest’ultima, il problema della possibile sussistenza dei presupposti della mora e non di quelli del ritardo si pone rispetto alla scadenza del termine ed alla presentazione del creditore dal debitore per ricevere la prestazione. L’intimazione/richiesta scritta potrebbe infatti essere comunicata al debitore prima delle suddette scadenza e/o presentazione. Il problema non si pone invece rispetto alla richiesta anche solo orale, posto che quest’ultima è senz’altro assorbita da quella scritta.

Ciò chiarito in merito ai termini del problema, quanto alla soluzione non mi pare possano sussistere grossi dubbi sul fatto che essa deve essere nel senso della prevalenza della fattispecie del ritardo. Nel senso, cioè, che, anche una volta comunicata l’intimazione/richiesta scritta, l’adempimento continua ad essere sottoposto a termine e/o la prestazione continua a dover essere eseguita presso il debitore. Non è infatti pensabile che il creditore possa, tramite l’intimazione/richiesta scritta, modificare unilateralmente i termini dell’obbligazione, sia dal punto di vista temporale sia da quello spaziale.

Pertanto, affinché il debitore possa essere considerato in ritardo occorrerà comunque, a seconda dei casi, la scadenza del termine, la richiesta, anche solo orale, del creditore e/o la sua presentazione per ricevere la prestazione. Dopodiché, se vi sia anche, o più specificamente, l’intimazione/richiesta scritta, il debitore sarà anche in mora. Ciò che, si aggiunga, potrà verificarsi sia in coincidenza con il ritardo (a seconda dei casi, al momento della scadenza o della presentazione, laddove, trattandosi di obbligazione con termine di adempimento e/o con prestazione da eseguire presso il debitore, l’intimazione/richiesta scritta sia avvenuta prima della scadenza o della presentazione medesime, oppure al momento di tale intimazione/richiesta, laddove, trattandosi di obbligazione senza termine di adempimento e con prestazione da eseguire presso il creditore, questi abbia formulato la propria richiesta direttamente per scritto) sia successivamente ad esso (laddove l’intimazione/richiesta scritta venga formulata, nelle varie fattispecie, dopo la scadenza, la richiesta orale e/o la presentazione).

  1. B) Per quanto concerne il secondo presupposto della mora, e cioè l’essere il debito derivante da fatto illecito, il problema della possibile sussistenza dei presupposti della mora e non di quelli del ritardo non si pone rispetto alla scadenza, dato che in questo tipo di crediti l’adempimento non è sottoposto ad un termine. Si pone invece rispetto alla richiesta, anche solo orale, del creditore e, sia pure marginalmente (i debiti in questione sono pecuniari; ad essi si applica dunque l’art. 1182, comma 2, cod. civ., in base al quale l’esecuzione della prestazione deve avvenire, di norma, presso il creditore), alla presentazione dello stesso dal debitore per ricevere la prestazione. L’essere il debito derivante da fatto illecito, in quanto sua caratteristica genetica, precede infatti per definizione il verificarsi dei suddetti presupposti.

Quanto poi alla soluzione, essa è a mio avviso diversa nei due casi.

Relativamente alla richiesta, si è già detto sopra[34] che, alla luce della verosimile ratio dell’art. 1219, comma 2, n. 1, cod. civ. (considerare l’autore del fatto illecito senz’altro in mora fin da subito), deve ragionevolmente ritenersi che in questo caso tale presupposto non sia necessario e che il debitore debba dunque essere considerato senz’altro in ritardo (ed in mora) fin dalla nascita dell’obbligazione.

Relativamente alla presentazione del creditore, riterrei invece che essa sia comunque necessaria. Per un verso da nessuna norma emerge infatti che ai debiti da fatto illecito non si applicherebbe l’art. 1182, comma 2, secondo inciso, cod. civ.; per altro verso vale anche qui il principio generale[35], per il quale il creditore deve porre il debitore in condizione di adempiere.

Nel caso – come poc’anzi detto normale – di esecuzione della prestazione presso il creditore, il debitore sarà dunque senz’altro in ritardo, ed in mora, fin dal sorgere del debito. Nel caso, eccezionale, di esecuzione della prestazione presso il debitore, ritardo e mora coincideranno comunque, ma si verificheranno al momento della presentazione del creditore.

  1. C) Per il terzo presupposto della mora, vale a dire la dichiarazione scritta del debitore di non voler adempiere, il problema si pone sia rispetto alla scadenza del termine di adempimento, sia rispetto alla richiesta, anche solo orale, del creditore, sia rispetto alla sua presentazione dal debitore per ricevere la prestazione. La dichiarazione del debitore potrebbe infatti precedere ciascuno di tali presupposti del ritardo.

Quanto alla soluzione, occorre a mio avviso distinguere fra scadenza del termine, da un lato, e richiesta del creditore e sua presentazione dall’altro. Quanto alla prima, sono infatti dell’opinione che la dichiarazione del debitore di non voler adempiere non faccia venire meno la necessità della scadenza, posto che quelli sono i termini dell’obbligazione ed il debitore, nonostante la contraria volontà manifestata, potrebbe sempre mutare avviso e optare per l’adempimento[36]. Quanto invece alle seconde, vale per entrambe quanto già detto sopra a proposito della presentazione[37], e cioè che non ha molto senso, a fronte della già manifestata volontà negativa del debitore, che il creditore debba comunque richiedere la prestazione e/o presentarsi per riceverla, a tal punto essendo semmai il debitore a dover fare marcia indietro, dichiarandosi pronto ad adempiere[38].

I rapporti fra ritardo e mora sono dunque, in questa ipotesi, i seguenti: laddove la dichiarazione del debitore preceda, a seconda delle fattispecie, la scadenza del termine, la richiesta del creditore o la sua presentazione, il ritardo e la mora si produrranno insieme, al momento della scadenza, ove prevista, o altrimenti a quello della dichiarazione[39]. In caso contrario, prima si produrrà il ritardo, al momento dell’integrazione della relativa fattispecie, e poi la mora, al momento della dichiarazione.

  1. D) Quanto al quarto presupposto della mora, consistente nel trattarsi di un’obbligazione soggetta ad un termine di adempimento, nell’avvenuta scadenza di tale termine e nel dover la prestazione essere eseguita presso il creditore, il problema non si pone in assoluto, rispetto alla scadenza perché si tratta di un presupposto comune sia al ritardo che alla mora, rispetto alla richiesta del creditore ed alla sua presentazione dal debitore per ricevere la prestazione perché estranee alle caratteristiche delle obbligazioni in questione.

Né, per altro verso, fra ritardo e mora si danno qui scollamenti di sorta. Essi si verificheranno infatti in ogni caso insieme, alla scadenza del termine.

All’esito di questa disamina analitica, e riprendendo la classificazione delle obbligazioni operata a proposito del ritardo[40], il quadro generale che si presenta, comprensivo sia del ritardo che della mora, è allora il seguente.

  1. a) Obbligazioni con termine di adempimento, con prestazione da eseguire presso il creditore.

In questa ipotesi, ritardo e mora coincidono sempre e si producono alla scadenza del termine, indipendentemente da un’eventuale intimazione/richiesta scritta del creditore o dichiarazione, parimenti scritta, del debitore di non voler adempiere (tali atti da un lato, come visto, non incidono sulla necessità della scadenza, dall’altro non sono necessari, perché a tale momento la mora si produce in ogni caso).

  1. b) Obbligazioni con termine di adempimento, con prestazione da eseguire presso il debitore.

In questa ipotesi, per il ritardo occorre la scadenza del termine e la presentazione del creditore dal debitore per ricevere la prestazione. Per la mora occorrono l’intimazione/richiesta scritta del creditore o la dichiarazione, parimenti scritta, del debitore di non voler adempiere. L’intimazione/richiesta del creditore non incide sulla necessità della scadenza e della presentazione, per cui, se posta in essere prima di entrambe o anche solo della presentazione, ritardo e mora coincideranno, e si produrranno al momento della seconda, se posta in essere successivamente, ritardo e mora si produrranno invece in tempi diversi, al momento della presentazione il primo, al momento dell’intimazione/richiesta la seconda. La dichiarazione del debitore non incide sulla necessità della scadenza e rende invece superflua la presentazione[41], per cui, a seconda che sia posta in essere prima della scadenza, fra la scadenza e la presentazione, oppure dopo quest’ultima, ritardo e mora si produrranno, rispettivamente: insieme, alla scadenza; parimenti insieme, ma al momento della dichiarazione; il ritardo al momento della presentazione, la mora al momento della dichiarazione.

  1. c) Obbligazioni senza termine di adempimento, con prestazione da eseguire presso il creditore.

In questa ipotesi, per il ritardo occorre la richiesta, anche solo orale, del creditore. Per la mora occorrono l’intimazione/richiesta scritta del creditore, il trattarsi di un debito derivante da fatto illecito o la dichiarazione scritta del debitore di non voler adempiere. Il trattarsi di un debito derivante da fatto illecito rende superflua la richiesta, per cui con riferimento ai debiti di questo tipo il ritardo e la mora coincidono sempre, e si producono immediatamente alla nascita del debito. Quanto invece all’intimazione/richiesta scritta del creditore ed alla dichiarazione del debitore, la prima assorbe la richiesta orale e la seconda la rende superflua[42], per cui, se poste in essere prima di essa, ritardo e mora coincideranno, e si produrranno al momento di tale intimazione/richiesta o dichiarazione, se poste in essere successivamente, ritardo e mora si produrranno invece in tempi diversi, al momento della richiesta orale il primo, a quello dell’intimazione/richiesta scritta o della dichiarazione la seconda.

  1. d) Obbligazioni senza termine di adempimento, con prestazione da eseguire presso il debitore.

In questa ipotesi, per il ritardo occorrono la richiesta, anche solo orale, del creditore e la sua presentazione dal debitore per ricevere la prestazione. Per la mora occorrono l’intimazione/richiesta scritta del creditore, il trattarsi di un debito derivante da fatto illecito (nelle marginali ipotesi di applicazione dell’art. 1182, comma 2, secondo inciso, cod. civ.) o la dichiarazione scritta del debitore di non voler adempiere. L’intimazione/richiesta scritta assorbe la richiesta orale e non incide invece sulla necessità della presentazione, per cui, se posta in essere prima di quest’ultima (non importa se preceduta o meno da una richiesta orale), ritardo e mora coincideranno, e si produrranno al momento della stessa, se posta in essere successivamente, ritardo e mora si produrranno invece in tempi diversi, al momento della presentazione il primo, a quello dell’intimazione/richiesta la seconda. Il trattarsi di un debito derivante da fatto illecito rende superflua la richiesta anche solo orale e parimenti non incide invece sulla necessità della presentazione, per cui con riferimento ai debiti di questo tipo il ritardo e la mora coincidono sempre, e si producono al momento della presentazione. La dichiarazione del debitore rende superflue sia la richiesta anche solo orale che la presentazione[43], per cui, se posta in essere prima della seconda (non importa se anteriormente o posteriormente alla prima), ritardo e mora coincideranno, e si produrranno al momento della dichiarazione, se posta in essere successivamente, ritardo e mora si produrranno invece in tempi diversi, al momento della presentazione il primo, a quello della dichiarazione la seconda.

Volendo a questo punto condensare in una formula unitaria il significato delle indicazioni che precedono, tale formula consiste in ciò, che ritardo nell’adempimento e mora del debitore coincidono sempre, tranne nei casi nei quali la mora dipende dall’intimazione/richiesta scritta del creditore o dalla dichiarazione, parimenti scritta, del debitore di non voler adempiere e queste ultime sono poste in essere: – in caso di prestazione da eseguire presso il debitore, successivamente (alla scadenza del termine o, in assenza di quest’ultimo, ad una richiesta orale, e) alla presentazione del creditore presso il debitore per ricevere la prestazione; – in caso di prestazione da eseguire presso il creditore e in assenza di termine di adempimento, successivamente ad una richiesta orale. In tali casi, il ritardo si produce, rispettivamente, al momento della presentazione e a quello della richiesta orale, la mora al momento dell’intimazione/richiesta scritta o della dichiarazione.

  1. Liquidità, esigibilità e luogo di adempimento rispetto agli interessi

La disamina appena conclusa sembrerebbe avere ricadute immediatamente evidenti sugli interessi. Premesso che, in punto di termine di adempimento e di luogo di esecuzione della prestazione, le obbligazioni pecuniarie possono presentarsi secondo tutte e quattro le varianti prese in esame (vale a dire: presenza di un termine ed esecuzione presso il creditore; presenza di un termine ed esecuzione presso il debitore; assenza di un termine ed esecuzione presso il creditore; assenza di un termine ed esecuzione presso il debitore)[44], da quanto precede – ed in particolare alla luce dell’assunto fondamentale posto a base della ricostruzione operata, in merito all’impossibilità di mora senza ritardo – sembrerebbe discendere: per un verso che, in base all’art. 1282 cod. civ., gli interessi sono dovuti solo a partire dal perfezionamento della fattispecie del ritardo e non prima; per altro verso che tale previsione assorbe senz’altro quella di cui all’art. 1224 stesso  codice, la quale conserva un autonomo spazio applicativo solo con riferimento ai crediti illiquidi[45]. Dopodiché, ulteriormente considerata la tendenziale coincidenza fra ritardo e mora, sembrerebbe ulteriormente discenderne che, in punto di interessi, crediti liquidi e crediti illiquidi risultano in realtà quasi interamente equiparati, salvi solo i pochi casi, nei quali la mora si produce successivamente al ritardo.

Tutto questo presuppone però, com’è evidente, la corrispondenza da un lato fra art. 1282 cod. civ. e ritardo, dall’altro fra art. 1224 stesso codice e mora. Corrispondenza, che se è scontata nel secondo caso, non lo è altrettanto nel primo.

Il dubbio si pone in quanto l’art. 1282 cod. civ. non fa in realtà alcun riferimento al ritardo, ma indica autonomamente i presupposti della produzione di interessi, facendo a tal proposito riferimento alla liquidità ed all’esigibilità.

Ora, quanto alla liquidità, c’è poco da dire. Si tratta, indubbiamente, di una previsione infelice, ed anzi doppiamente infelice: per un verso in quanto non vi è alcuna reale ragione, per la quale, a parità di esigibilità, i crediti liquidi producano interessi e quelli illiquidi no[46]; per altro verso in quanto, alla luce dell’art. 1224 cod. civ., le conseguenze dell’esclusione dei crediti illiquidi dall’art. 1282 stesso codice risultano, in pratica, estremamante modeste, ciò che rende la disparità di trattamento a maggior ragione ingiustificata. Della previsione in discorso non si può però, de iure condito, che prendere atto.

Quanto invece all’esigibilità, il discorso è un po’ più ambiguo. In particolare, premesso che di certo non si danno ipotesi di ritardo, in relazione alle quali possa ipotizzarsi che il credito non sia esigibile, ciò che occorre chiedersi è, all’opposto, se esistano ipotesi di crediti esigibili, in relazione alle quali possa ipotizzarsi che non sussistano i presupposti del ritardo. Se, scontato che in presenza di ritardo gli interessi sono senz’altro dovuti (problema della liquidità a parte), possa cioè darsi il caso che essi siano dovuti prima di tale momento. Fermo restando – è forse opportuno ricordarlo – che ciò di cui stiamo parlando sono gli interessi di cui all’art. 1282 cod. civ. e non altri tipi di interessi, quali quelli del mutuo[47].

L’interrogativo si pone in due direzioni: per un verso con riferimento alle obbligazioni senza termine di adempimento, per altro verso con riferimento a quelle nelle quali la prestazione debba essere eseguita presso il creditore. Secondo quanto visto sopra[48], in tali casi il ritardo presuppone infatti, rispettivamente, la richiesta, anche solo orale, del creditore e la sua presentazione dal debitore per ricevere la prestazione. Posto che, stando alla lettera dell’art. 1282 cod. civ., il presupposto dell’obbligo di corresponsione degli interessi è rappresentato unicamente dall’esigibilità del credito, si potrebbe dunque pensare che esso, diversamente dal ritardo, non sia condizionato a tali attività del creditore[49].

Tale conclusione non mi pare però ragionevole. Quale che sia la funzione degli interessi[50], non vedo infatti come sia sostenibile che il creditore possa trarre profitto dal mancato compimento delle attività (a seconda dei casi richiesta e/o presentazione) alle quali, in base al modo di essere di quel certo rapporto, è condizionata l’attuale debenza della prestazione. Né, si aggiunga, in contrario potrebbe addursi che il debitore, il quale voglia evitare di corrispondere gli interessi, può sempre offrire, anche solo informalmente, la prestazione.

In primo luogo – e fondamentalmente – per le stesse ragioni che, a fronte della prospettiva di addossare al debitore l’onere in questione, sono già state addotte in precedenza[51], con riferimento al ritardo: posto che il creditore, per rendere attuale l’obbligazione del debitore, ha l’onere di compiere quelle certe attività, non si vede in nome di quale principio il mancato compimento di queste ultime, anziché sul creditore medesimo, dovrebbe ripercuotersi negativamente sul debitore, determinando l’insorgere di un onere a suo carico.

In secondo luogo, poi, perché, stando alla lettera della legge, l’offerta informale del debitore, se impedisce che egli possa essere considerato in mora, non ha invece alcun effetto sull’obbligazione di pagare gli interessi: in base all’art. 1282 cod. civ. gli interessi sono dovuti unicamente sul presupposto dell’esigibilità del credito (oltre che della sua liquidità, qui però fuori discussione) e l’offerta del debitore non rende il credito in alcun modo meno esigibile.

Posto dunque che la norma va comunque adattata, mi sembra decisamente più ragionevole farlo nel senso di inserire la previsione relativa agli interessi nell’ambito della più ampia problematica del ritardo, leggendo il riferimento all’esigibilità come un richiamo, più in generale, al complesso delle attività che rendono il debito del debitore attuale e dunque, in quanto tale, esigibile non solo in astratto, ma anche in concreto[52].

In quest’ottica, il risultato è allora in effetti la conferma del quadro delineato all’inizio del paragrafo, e dunque, in sostanza, di un assetto tutto sommato abbastanza omogeneo, con un’unica, limitata, incongruenza. Gli interessi sono infatti senz’altro dovuti a partire dal ritardo sia per i crediti liquidi che per quelli illiquidi, salva solo, quanto ai secondi, la decorrenza dalla mora, nei pochi casi nei quali quest’ultima non coincide con il ritardo[53].

Questa, a mio avviso, la situazione de iure condito. Per quanto concerne poi la prospettiva de iure condendo, nell’ottica da un lato di eliminare la suddetta incongruenza, dall’altro di semplificare il dato normativo, superando l’equivoco e fuorviante dualismo 1224-1282 cod. civ., la soluzione consiste, a mio avviso, nella fusione di tali due norme in un’unica previsione (che mi parrebbe più logico collocare nella sezione dedicata alle obbligazioni pecuniarie, e dunque, in sostanza, nell’art. 1282), la quale, quanto alla regola generale in punto di produzione di interessi, recepisca il contenuto del primo comma dell’attuale art. 1224, riferito però al ritardo e non alla mora, proseguendo poi con il secondo ed il terzo comma dell’attuale art. 1282 (qualora si ritenga opportuno conservarli) e terminando infine con il secondo comma dell’attuale art. 1224 (eventualmente da riformulare, in modo da chiarire una volta per tutte il rapporto fra interessi e risarcimento del danno).

Tutto questo, ovviamente, volendo mantenere, in generale, la differenza fra ritardo e mora. Qualora invece si volesse intervenire anche a tale proposito (alternativamente eliminando l’istituto della mora oppure la rilevanza autonoma del ritardo), il quadro non potrebbe ovviamente che semplificarsi in misura ancora maggiore.

[1] Limitandosi a pochi esempi, tratti dalle pronunce più recenti, si vedano:

– Cass., 14 giugno 2016, n. 12140, in DeJure. Secondo tale pronuncia, “gli interessi sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno da fatto illecito hanno fondamento e natura diversi da quelli moratori, regolati dall’art. 1224 c.c., in quanto sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del danno subito, di cui costituiscono, quindi, una necessaria componente; ne consegue che nella domanda di risarcimento del danno per fatto illecito è implicitamente inclusa la richiesta di riconoscimento degli interessi compensativi, che il giudice di merito, anche in sede di giudizio di rinvio, deve attribuire, senza per ciò solo incorrere nel vizio di ultrapetizione” [nello stesso senso v. ad es. Cass., 10 giugno 2016, n. 11899, in Diritto & giust., 2016, 13 giugno, con osservazione di Papanice, e Cass., 7 marzo 2016, n. 4450, in Guida al dir., 2016, fasc. 20, p. 71 (solo massima)]. Il principio – per quanto già adombrato, a commento dell’art. 2056 cod. civ., al punto 801 della relazione al codice civile (“Non si è ritenuto necessario dichiarare che sulle somme dovute a titolo di risarcimento decorrono gli interessi dalla data del fatto illecito, anche prima della loro liquidazione, perché tale decorrenza è legittimata dal principio che gli interessi concorrono a completare il risarcimento dovuto”) – è criticabile, in quanto il riconoscimento automatico, quale componente del risarcimento, se può avere un senso per la rivalutazione, nell’ottica della – a sua volta più in generale opinabile – distinzione fra crediti di valore e crediti di valuta, è chiaramente ultroneo per gli interessi. Né, si aggiunga, ha effettiva validità, a sostegno di tale principio, l’argomento addotto. Con lo stesso fondamento, con il quale si afferma che gli interessi “sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del danno subito”, può infatti più in generale affermarsi, parafrasando l’assunto, che essi “sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento della somma dovutagli”. Quanto affermato dalla Cassazione dovrebbe dunque valere non solo per il risarcimento del danno da fatto illecito, ma per qualunque credito pecuniario.

– Cass., 5 maggio 2016, n. 9039, in Guida al dir., 2016, fasc. 36, p. 79 (solo massima). Secondo tale pronuncia, “in materia di inadempimento contrattuale, l’obbligazione di risarcimento del danno configura un debito di valore, sicché, qualora si provveda all’integrale rivalutazione del credito relativo al maggior danno fino alla data della liquidazione, secondo gli indici di deprezzamento della moneta, gli interessi legali sulla somma rivalutata dovranno essere calcolati dalla data della liquidazione, poiché altrimenti si produrrebbe l’effetto di far conseguire al creditore più di quanto lo stesso avrebbe ottenuto in caso di tempestivo adempimento della obbligazione”. Il principio è criticabile, in quanto, nell’ottica – come appena detto essa pure, più in generale, opinabile – del debito di valore, l’importo liquidato, tenendo conto della svalutazione, non è nulla di più di quanto dovuto; o, se si preferisca, è l’esatto equivalente dell’importo che il debitore avrebbe dovuto versare al creditore, laddove l’avesse fatto al momento nel quale si è verificato il danno. Escludere la corresponsione degli interessi fino alla liquidazione significa dunque che il debitore non subisce alcuna conseguenza negativa, e il creditore non riceve alcun indennizzo, in conseguenza del ritardo. In realtà, la differenza, sotto questo profilo, fra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale, va semmai fondata sul fatto che, ferma restando l’illiquidità di entrambi, e dunque l’inapplicabilità dell’art. 1282 cod. civ., nel secondo caso il debitore è nondimeno automaticamente in mora fin da subito, ex art. 1219, comma 2, n. 1, cod. civ., con conseguente applicabilità dell’art. 1224 stesso codice (per l’utilizzazione di tale argomento v. infatti Cass., 5 aprile 2016, n. 6545, in DeJure, la quale, peraltro, giustamente fa a tal punto riferimento, per la decorrenza degli interessi in caso di responsabilità contrattuale, non alla liquidazione, bensì alla domanda, quale atto di messa in mora).

– Cass., 16 febbraio 2016, n. 2954, in DeJure. Secondo tale pronuncia, qualora fra avvocato e cliente insorga controversia circa il compenso del primo, “il debitore non può essere ritenuto in mora prima della liquidazione del debito, che si verifica con il provvedimento giurisdizionale”. Il principio è criticabile, in quanto delle due l’una: o per la mora – e dunque per gli interessi ex art. 1224 cod. civ. – occorre la liquidità del credito, ed allora sicuramente gli interessi sono dovuti solo dalla liquidazione, ma questo in generale, e non solo in caso di contestazione; oppure, se la liquidità non occorre, non si vede come la contestazione del debitore possa incidere sul problema. In ogni caso, poi, ammesso che, viceversa, incida, non si vede per quale motivo ciò dovrebbe valere solo per il compenso degli avvocati e non per qualunque credito. Banalmente, perché se contesto il credito dell’avvocato gli interessi non sono dovuti e se contesto quello del fabbro sì?

– Cass., 10 ottobre 2014, n. 21396, in Diritto & giust., 2014, 13 ottobre, in Arch. giur. circ. e sinistri, 2015, 32, e in Guida al dir., 2015, fasc. 5, p. 70 (solo massima). Secondo tale pronuncia – ed in realtà secondo la convinzione assolutamente unanime (nello stesso senso v. ad es. Cass., 2 aprile 2014, n. 7697, in Diritto & giust., 2014, 3 aprile, con osservazione di Villa, Cass., 7 novembre 2013, n. 25046, ivi, 2013, 8 novembre, con osservazione di Pietroletti, e, nella giurisprudenza di merito, Trib. Napoli, 4 maggio 2016, in DeJure; in dottrina v. per tutti Colombo, Sub art. 1282, in Commentario del codice civile, diretto da Gabrielli, Delle obbligazioni, a cura di Cuffaro, artt. 1277-1320 – Leggi collegate, Torino, 2013, 34) – i crediti di valore, una volta liquidati, diventano di valuta. Il principio è criticabile, in quanto – sempre al netto della più generale opinabilità della distinzione fra crediti di valuta e crediti di valore – ammessa la riconducibilità alla seconda categoria del credito in questione, non si vede come (al di là di evidenti – e tuttavia irrilevanti – ragioni pratiche) la liquidazione ad opera del giudice (o di altri) possa mutarne la natura, rendendo irrilevanti, per il futuro, le ragioni per le quali si ritiene che esso, in quanto appunto credito di valore, meriti l’insensibilità agli effetti della svalutazione.

– Cass., 7 aprile 2014, n. 8096, in DeJure. Secondo tale pronuncia, “l’indennità prevista dall’art. 1127 cod. civ. è oggetto di un debito di valore, da determinarsi con riferimento al tempo della sopraelevazione, sicché non trova applicazione la regola dettata dall’art. 1224 cod. civ. per i debiti di valuta, secondo cui gli interessi legali sono dovuti dalla costituzione in mora, essi spettando, invece, dal giorno di ultimazione della sopraelevazione”. Il principio è criticabile sotto un duplice profilo. In primo luogo in quanto, pur ammessa la distinzione fra crediti di valuta e crediti di valore – che viceversa si ribadisce ulteriormente essere più in generale opinabile – non è vero che la regola della decorrenza degli interessi dalla messa in mora sia propria solo dei primi, com’è dimostrato, qualora ve ne fosse bisogno, dal fatto che, con riferimento all’obbligazione risarcitoria da fatto illecito, debito di valore per definizione, essi sono senz’altro dovuti fin da subito, proprio in virtù della mora immediata ex art. 1219, comma 2, n. 1, cod. civ. In secondo luogo in quanto non si vede su quale base sia sostenibile, nel caso di specie, la loro decorrenza dall’ultimazione della sopraelevazione, posto che, essendo quello in questione, incontestabilmente, un credito illiquido, di certo ad esso non può applicarsi l’art. 1282 stesso codice.

– Cass., 9 ottobre 2013, n. 22923, in DeJure. Secondo tale pronuncia, premessa la differenza fra indennità di espropriazione e risarcimento del danno da occupazione illegittima, il secondo “resta configurabile come debito di valore, da liquidarsi con riferimento al valore che l’immobile aveva all’epoca della perdita della proprietà, espresso in termini monetari che tengano conto della svalutazione sopravvenuta fino alla data della decisione definitiva” [nello stesso senso v. ad es. Cass., 1 agosto 2013, n. 17852, in Guida al dir., 2013, fasc. 40, p. 50 (solo massima), e Cass., 11 luglio 2013, n. 17201, ivi, fasc. 41, p. 76 (solo massima)]. Il principio è criticabile, in quanto, ammessa – e, come reiteratamente detto, non concessa – la validità della categoria dei debiti di valore, con riferimento ad essi il criterio corretto di liquidazione non consiste nel far riferimento all’epoca della produzione del danno, operando poi la rivalutazione del relativo importo, bensì nel far direttamente riferimento all’epoca attuale. Lo iato fra i due valori potrebbe infatti dipendere da fattori diversi e/o ulteriori, rispetto alla mera svalutazione, tali che il primo metodo di calcolo potrebbe dare risultati non realmente adeguati all’entità dell’attuale pregiudizio, per difetto o per eccesso.

Senza bisogno di citazioni, si pensi poi ai ripetuti mutamenti di indirizzo in punto di rapporti fra interessi, maggior danno e relativi criteri di calcolo.

[2] La nota tripartizione degli interessi in corrispettivi, moratori e compensativi è espressamente menzionata al punto 570 della relazione al codice civile. Nondimeno, il suo fondamento è dubbio e nella dottrina si trovano impostazioni differenti (v. ad es. Bianca, Dell’inadempimento delle obbligazioni. Art. 1218-1229, in Commentario al codice civile, a cura di Scialoja-Branca, Libro quarto, Delle obbligazioni, Bologna-Roma, 1967, 285 s.; Id., Diritto civile, 4, L’obbligazione, ristampa aggiornata, Milano, 1998, 177 ss.; Giorgianni, L’inadempimento. Corso di diritto civile, Milano, 1959, 132 ss.; Libertini, Interessi, in Enc. dir., XXII, Milano, 1972, n. 3); Scozzafava, Gli interessi monetari, Napoli, 1984, 6 ss. e 71 ss.).

[3] V. in proposito il già citato (nota 2) punto 570 della relazione al codice civile.

[4] Per maggiori informazioni sul punto v. Libertini, Interessi, cit., nn. 3 e 5. Più in generale, per una sintesi storico-comparatistica sull’evoluzione della regolamentazione degli interessi, v. Ascarelli, Obbligazioni pecuniarie. Art. 1277-1284, in Commentario al codice civile, a cura di Scialoja-Branca, Libro quarto, Delle obbligazioni, Bologna-Roma, 1959, 575 ss.; Inzitari, Interessi (II agg.), in Dig. disc. priv., sez. civ., Agg. II, Torino, 2016, nn. 2 ss.; Scozzafava, Gli interessi monetari, cit., 72 ss.

[5] L’ultima affermazione (quella per la quale gli interessi ex art. 1224 cod. civ. sono dovuti a prescindere dalla liquidità del credito) sembrerebbe in verità dover essere messa in discussione, alla luce dell’orientamento, ribadito da ultimo da Cass., sez. un., 13 settembre 2016, n. 17989, in Giustiziacivile.com, 9 gennaio 2017, con nota di Amendolagine, Come si individua il forum destinatae solutionis nelle obbligazioni pecuniarie, secondo il quale “le obbligazioni pecuniarie da adempiersi al domicilio del creditore, secondo il disposto dell’art. 1182, terzo comma, c.c. sono – agli effetti sia della mora ex re ai sensi dell’art. 1219, comma secondo, n. 3, c.c., sia della determinazione del forum destinatae solutionis ai sensi dell’art. 20, ultima parte, c.p.c. – esclusivamente quelle liquide, delle quali, cioè, il titolo determini l’ammontare, oppure indichi i criteri per determinarlo senza lasciare alcun margine di scelta discrezionale”.

L’assunto della Cassazione, ancorché espressamente riferito alla mora ex re, si fonda infatti su un argomento che, se valido, non può che riferirsi alla mora tout court.

Sostiene infatti la Corte: “se tra le obbligazioni pecuniarie “portabili” contemplate [dall’art. 1182, comma 3, c.c.] rientrassero quelle illiquide, la mora – e con essa la responsabilità ai sensi dell’art. 1224 c.c. – scatterebbe automaticamente anche a carico del debitore la cui prestazione non sia in concreto possibile perché l’ammontare della sua prestazione è ancora incerto: il che sarebbe ingiustificato, nonché contrario al sistema, il quale esclude la responsabilità del debitore la cui prestazione sia impossibile per causa a lui non imputabile (art. 1218 c.c.)”.

Ebbene, se in assenza di liquidità, e dunque nell’incertezza circa l’ammontare della prestazione, la mora e la conseguente responsabilità ex art. 1224 cod. civ. sono ingiustificate e contrarie al sistema, essendo la prestazione impossibile per causa non imputabile al debitore, è evidente che questo vale in generale e non solo per la mora ex re. Quella in questione è infatti una ratio, in relazione alla quale le modalità di produzione della mora non hanno alcuna rilevanza: se l’illiquidità rende impossibile la prestazione per causa non imputabile al debitore, ciò rimane vero anche quando la mora è prodotta dall’intimazione/richiesta scritta del creditore, posto che quest’ultima, di per sé, non rende la prestazione più liquida. Questo, si noti, è del resto ben presente nelle argomentazioni della Corte. è infatti proprio quest’ultima ad affermare: “le […] esigenze di protezione del debitore, che sono a fondamento dell’interpretazione restrittiva dell’art. 1182, terzo comma, c.c., richiedono evidentemente che la liquidità del credito sia ancorata a dati oggettivi, mentre sarebbero frustrate se essa si facesse coincidere con la pura e semplice precisazione, da parte dell’attore, della somma di denaro dedotta in giudizio, pur in mancanza di indicazioni nel titolo, come sostenuto da Cass. 7674/2005 […] e dagli altri precedenti che vi si richiamano discostandosi dall’orientamento tradizionale. In tal modo, infatti, non il dato oggettivo della liquidità del credito radicherebbe la controversia presso il forum creditoris, bensì il mero arbitrio del creditore stesso, il quale scelga di indicare una determinata somma come oggetto della sua domanda giudiziale, con conseguente lesione anche del principio costituzionale del giudice naturale”.

In quest’ottica, è dunque inevitabile concludere che, in caso di crediti illiquidi, la mora del debitore, e con essa gli interessi ex art. 1224 cod. civ., sono impossibili, in linea con il brocardo tradizionale in illiquidis non fit mora.

La riferita interpretazione non pare però condivisibile. Fondamentalmente, non è vera la premessa, secondo la quale, in assenza di liquidità, la prestazione sarebbe impossibile. Salvo voler conferire alla pronuncia del giudice in proposito natura costitutiva – prospettiva che mi pare francamente impraticabile – in questione non è, infatti, un’impossibilità, bensì semplicemente una maggiore probabilità di divergenza fra le valutazioni che, con pari grado di autoresponsabilità, tanto il debitore quanto il creditore dovranno operare ed in merito alle quali, come sempre avviene, sia in punto di quantum che in punto di an, sarà poi il giudice ad esprimersi in modo definitivo e vincolante. Fermo restando, da un lato, che anche in questo caso la quantificazione, per quanto non contenuta, direttamente o indirettamente, nel titolo, è comunque ancorata a parametri oggettivi (es: valore del bene distrutto o costo della riparazione di quello danneggiato); dall’altro, che le posizioni delle parti in proposito, così come più in generale il loro comportamento, vanno ovviamente valutate secondo correttezza e buona fede. Il tutto, si aggiunga, al netto delle ipotesi nelle quali la liquidazione sia riservata al creditore o a un terzo, nelle quali è ovvio che nessuna mora (e a monte, nessun inadempimento) è ipotizzabile, finché il creditore o il terzo non operi la liquidazione medesima (in tal senso v., giustamente, Bianca, Dell’inadempimento, cit., 19 ss. e 183, e Id., Diritto civile, 5, La responsabilità2, Milano, 2012, 6 s. e 94).

Per altro verso, poi, la tesi della non configurabilità della mora ex re in caso di obbligazioni illiquide risulta positivamente smentita dall’art. 1219, comma 2, n. 1, cod. civ., l’obbligazione risarcitoria essendo per definizione illiquida. Contro tale argomento si potrebbe probabilmente addurre che in questo caso esiste una norma espressa, la quale apporta deroga (oltre che a quella generale in tema di mora, anche) alla regola in punto di necessaria liquidità dell’obbligazione. Nell’ottica per la quale, in assenza di liquidità, la prestazione sarebbe impossibile, tale giustificazione mi pare però inefficace, o quantomeno fragile, posto che, nonostante l’ipotetica deroga, la prestazione rimane illiquida e dunque, in tesi, impossibile.

[6] La terminologia, come detto (v. retro testo e nota 2), è oscillante.

[7] In tal senso v. Benatti, La costituzione in mora del debitore, Milano, 1968, 32 ss.; Bianca, Dell’inadempimento, cit., 286 s.; Id., Diritto civile, 4, cit., 177 ss.; Id., Diritto civile, 5, cit., 223 s.; Marinetti, Interessi (diritto civile), in Noviss. Dig. it., VIII, Torino, 1962, 869 ss.

[8] Cfr. Colombo, Sub art. 1224, in Commentario del codice civile, diretto da Gabrielli, Delle obbligazioni, a cura di Cuffaro, artt. 1218-1276, Torino, 2013, 186 ss.; Id., Sub art. 1282, cit., 30 s.; Giorgianni, L’inadempimento, cit., 132 ss.; Inzitari, Interessi, cit., n. 6; Libertini, Interessi, cit., nn. 5 ss.; Scozzafava, Gli interessi monetari, cit., 86 ss.; Simonetto, I contratti di credito, Padova, 1953, 259.

[9] Nel senso che, alla luce della molteplicità delle fattispecie produttive di interessi, e segnatamente di quella consistente nel ritardo nel pagamento di una somma di denaro, gli interessi andrebbero posti in correlazione non tanto con il godimento di un capitale, quanto con il vantaggio per la liquidità monetaria direttamente o indirettamente usufruita, v. Inzitari, Interessi, cit., n. 1.

[10] Il mutuo rappresenta, con riferimento al denaro, e più in generale ai beni fungibili, ciò che la locazione rappresenta con riferimento a quelli infungibili: in entrambi i casi il soggetto A consente al soggetto B di godere di beni suoi, infungibili nel caso della locazione, fungibili nel caso del mutuo, dietro il pagamento di un corrispettivo e con obbligo di restituzione dopo un certo periodo. Gli interessi sono dunque, in definitiva, il canone del godimento del denaro o dei beni fungibili mutuati. Non per nulla, del resto, gli interessi dei capitali ed il corrispettivo delle locazioni sono menzionati unitariamente (insieme ai canoni enfiteutici ed alle rendite), quali frutti civili, nell’art. 820 cod. civ.

[11] Si tratta – a conferma del parallelo operato nella nota 10 – del medesimo argomento, in forza del quale, in caso di occupazione senza titolo di un immobile, l’occupante è a mio avviso senz’altro tenuto a corrispondere l’indennità di occupazione, senza necessità di dimostrare alcunché (nel senso che il danno è in re ipsa, v. Cass., 16 aprile 2013, n. 9137, in DeJure, Cass., 1 marzo 2011, n. 5028, ivi, e Cass., 8 maggio 2005, n. 10498, ivi; nel senso invece che quella in questione è una presunzione iuris tantum, che può essere vinta dimostrando il disinteresse del proprietario, v. Cass., 15 ottobre 2015, n. 20823, ivi, e Cass., 7 agosto 2012, n. 14222, ivi; all’opposto, nel senso che è il proprietario a dover dimostrare il danno, v. Cass., 22 luglio 2015, n. 15757, in Giustiziacivile.com, 2016, 26 febbraio, con nota di Papagni, In tema di prova del danno da occupazione sine titulo di immobile).

[12] In tal senso, con riferimento al mancato uso, v. Giorgianni, L’inadempimento, cit., 157, e Inzitari, Interessi, cit., n. 6 (che fa peraltro riferimento ad un vantaggio anche “meramente potenziale”).

[13] In tal senso v. Libertini, Interessi, cit., n. 6.

[14] Quanto poi al problema della colpa v. infra note 25, 30 e 53.

[15] V. retro n. 1.

[16] Ex art. 1219, comma 2, n. 1, cod. civ, la mora si produce automaticamente anche per i debiti derivanti da fatto illecito. In questo caso la coincidenza con l’esigibilità non è però immediata: sul punto v. infra nn. 5 e 6.

[17] Sul punto cfr. ad es. Benatti, La costituzione in mora, cit., 15 ss.; Bianca, Diritto civile, 5, cit., 93 ss.; Breccia, Le obbligazioni, in Trattato di diritto privato, a cura di Iudica-Zatti, Milano, 1991, 587 ss.; Giorgianni, L’inadempimento, cit., 128 ss.; Fratini, La mora del debitore, in Fava, Le obbligazioni. Diritto sostanziale e processuale, I, Caratteri generali, adempimento, inadempimento, Milano 2008, 652 ss.; Grisi, Mora del debitore, in Dig. disc. priv, sez. civ., Agg. I, Torino, 2013, nn. 3 ss.; Id., Sub art. 1218, in Commentario del codice civile, diretto da Gabrielli, Delle obbligazioni, a cura di Cuffaro, artt. 1218-1276, Torino, 2013, 25 ss.; Magazzu’, Mora del debitore, in Enc. dir., XXVI, Milano, 1976, n. 1; Natoli, L’attuazione del rapporto obbligatorio. Appunti dalle lezioni, IV, Milano, 1964, 149 ss.; Natoli-Bigliazzi Geri, Mora accipiendi e mora debendi. Appunti dalle lezioni, Milano, 1975, 227 ss.; Ravazzoni, La costituzione in mora del debitore, Milano, 1957, 8 ss.; Sicchiero, Sub art. 1219, in Commentario del codice civile, diretto da Gabrielli, Delle obbligazioni, a cura di Cuffaro, artt. 1218-1276, Torino, 2013, 49 ss.; Villa, Danno e risarcimento contrattuale, in Trattato del contratto, a cura di Roppo, V, Rimedi, 2, Milano, 2006, 837 ss.; Visintini, Inadempimento e mora del debitore. Artt. 1218-1222, in Il codice civile. Commentario, fondato da Schlesinger, diretto da Busnelli, Milano, 2006, 480 ss.

[18] V. infra in questo stesso paragrafo.

[19] Sulla distinzione fra “esigibilità” ed “eseguibilità”, questione ai presenti fini però non rilevante, v. di Majo, Termine (dir. priv.), in Enc. dir., XLIV, Milano, 1992, nn. 11 s.

[20] è forse il caso di chiarire che ciò di cui si tratta, diversamente da quanto detto a proposito del caso dell’assenza di un termine, non è, da parte del creditore, la richiesta della prestazione. Quello di cui c’è bisogno è infatti la fisica presenza del creditore medesimo presso il debitore, che non solo è, intuitivamente, cosa diversa dalla richiesta della prestazione, ma che risponde anche ad una ratio differente: in questione non è solo l’attualizzazione dell’obbligazione, ma anche, secondo quanto si dirà fra breve nel testo, il porre il debitore in condizione di adempiere [chiaramente nei termini dell’obbligazione, che nella fattispecie non contemplano che, per farlo, egli debba recarsi presso il creditore (nel senso che, in assenza di presentazione del creditore, il debitore non può essere considerato in ritardo “non perché – come ritiene una certa dottrina – il suo debito non sia attuale, ma perché egli non è tenuto ad adempiere altrove”, v. Natoli-Bigliazzi Geri, Mora accipiendi, cit., 228)]. Questo non toglie, è ovvio, che la presentazione per ricevere la prestazione implichi la relativa richiesta (sul punto v. peraltro quanto parimenti si dirà fra breve nel testo con riferimento al caso di esecuzione presso il debitore in assenza di un termine). Rimane però che quest’ultima, di per sé, oltre che possibilmente non necessaria (in presenza di un termine), non è sufficiente. Per cui, anche a seguito della stessa, finché il creditore non si presenti dal debitore quest’ultimo non può essere considerato in ritardo (per la non chiara distinzione fra richiesta e presentazione v. invece Natoli-Bigliazzi Geri, Mora accipiendi, cit., 229).

[21] L’offerta formale è necessaria ai fini della mora del creditore, che qui però non interessa.

[22] In particolare, esso non potrebbe in alcun modo essere argomentato dall’art. 1220 cod. civ., che riguarda la diversa problematica degli effetti dell’offerta non formale sulla mora del debitore, chiaramente in presenza, per altro verso, dei presupposti di quest’ultima.

[23] Sul punto, con riferimento agli interessi, v. anche infra n. 7.

[24] L’intimazione/richiesta scritta è necessaria solo per la mora.

[25] Tutto questo, si noti, non ha niente a che vedere con il problema della colpa del debitore. In questione è infatti un problema non di colpa, ma di iniziativa: si tratta di individuare a chi, fra creditore e debitore, spetti la prima mossa in relazione all’adempimento dell’obbligazione. Dire che, in caso di assenza di termine di adempimento o di prestazione da eseguire presso il debitore, occorre, rispettivamente, la richiesta o la presentazione del creditore non significa dunque che, in assenza di queste ultime, il debitore che non esegue la prestazione non è in colpa; significa, più in radice, che egli non è in ritardo. Mentre poi, sul versante opposto, la mancata esecuzione della prestazione nonostante l’avvenuta formulazione della richiesta e/o l’avvenuta presentazione del creditore di per sé implica soltanto che il debitore è in ritardo, ma non dice ancora nulla in merito alla colpevolezza o meno di tale ritardo (sul problema v. anche infra, note 30 e 53.

Per altro verso, è bene chiarire che quanto detto non toglie nulla alla necessità di ragionare sulla base delle peculiarità del singolo rapporto. La valutazione in merito al fatto che l’iniziativa debba provenire dal debitore oppure dal creditore deve cioè essere sempre operata in concreto, tenendo conto sia di eventuali pattuizioni fra le parti (queste potrebbero avere concordato che la prestazione, ancorché da eseguire presso il debitore, debba essere previamente offerta, o, all’opposto, ancorché da eseguire presso il creditore, debba essere previamente richiesta), sia del necessario rispetto dei principi di correttezza e buona fede nell’attuazione del rapporto obbligatorio.

[26] Sul punto v. già retro nota 20.

[27] V. retro n. 4.

[28] V. ancora retro n. 4.

[29] In merito alla differenza fra richiesta e presentazione si ricordi quanto detto retro in fine del n. 4, che a maggior ragione vale laddove, come per la mora, sia in questione un’intimazione/richiesta scritta.

[30] Come già a proposito del ritardo (v. retro nota 25; sul problema v. inoltre infra nota 53), vale anche qui l’avvertenza a non confondere la problematica circa i presupposti della mora, dei quali si è appena detto, con quella circa la colpa del debitore. In particolare, a fronte dell’idea, abbastanza diffusa – ancorché non di rado declinata un po’ confusamente – della mora quale ritardo imputabile (in tal senso v. ad es., in dottrina, Bianca, Dell’inadempimento, cit., 174 ss. e 183; Id., Diritto civile, 5, cit., 93; Sicchiero, Sub art. 1219, cit., 50; in giurisprudenza, Cass., 15 ottobre 2015, n. 20868, in DeJure, secondo la quale gli interessi di mora, diversamente da quelli corrispettivi e compensativi, presupporrebbero il “colpevole ritardo o la costituzione in mora ‘ex lege’ del debitore”, e dove non si capisce, per un verso, se la colpa sia sufficiente o se, trattandosi di interessi moratori, sia comunque necessaria anche la mora, per altro verso, per quale motivo in caso di mora ex re essa non sarebbe necessaria; Cass., 8 settembre 2015, n. 17786, ivi, e Cass., 25 febbraio 2015, n. 3794, ivi, secondo le quali il maggior danno ex art. 1224, comma 2, cod. civ. “presuppone la mora [del debitore] e, quindi, un suo comportamento colpevole ai sensi degli artt. 1218 e 1176 c.c.”, e dove evidentemente si ritiene che la mora implichi per definizione la colpa; Cass., 6 agosto 2015, n. 16547, ivi, secondo la quale gli interessi moratori, “presupponendo un comportamento colpevole”, decorrerebbero “dalla  notifica dell’atto di citazione […] ovvero dalla notificazione di uno specifico atto di costituzione in mora”, e dove del pari evidentemente si ritiene che la mora implichi per definizione la colpa, non vedendosi altrimenti come possa accadere che la costituzione in mora produca un effetto – la decorrenza degli interessi moratori – che presuppone appunto la colpa; Cass., 30 aprile 2014, n. 9510, ivi, secondo la quale, premesso che “la liquidità del debito non è condizione necessaria per la costituzione in mora”, si afferma che “sussiste la mora del debitore, e cioè il ritardo colpevole di lui ad adempiere, quando la mancata o ritardata liquidazione sia conseguente alla condotta ingiustificatamente dilatoria del debitore e, in genere, al fatto doloso o colposo di lui, quale è il suo illegittimo comportamento processuale per avere egli, a torto, contestato in radice la propria obbligazione”, e dove – a parte, al solito, l’identificazione fra mora e comportamento colposo – non si capisce per quale motivo la contestazione infondata dell’obbligazione implicherebbe per definizione la colpa, visto che essa potrebbe anche essere stata effettuata in buona fede), occorre sottolineare che fra i suddetti presupposti la colpa non è in alcun modo contemplata. Quantomeno stando alla lettera della legge, sembrerebbe dunque doversi ritenere per un verso che la colpa, di per sé, non produce alcuna mora; per altro verso, che, in presenza dei presupposti medesimi, quest’ultima si produce senz’altro, anche in assenza di colpa. Che, detto altrimenti, da un lato il debitore colpevolmente in ritardo non per questo sia necessariamente in mora, dall’altro egli possa invece esserlo pur essendo il suo ritardo incolpevole.

Questo non significa, sia chiaro, che la necessità della colpa, in generale o a taluno degli effetti della mora, non possa essere sistematicamente argomentata. In tale ottica, intanto essa va però appunto argomentata e non data per scontata. In secondo luogo deve essere chiaro: – che in questione è la necessità “anche” della colpa, per cui la formula della mora quale ritardo imputabile, nella misura in cui volesse alludere alla sufficienza, ai fini della prima, del ritardo e della colpa, non è corretta, essendo comunque necessaria anche la presenza di uno dei presupposti di cui all’art. 1219 cod. civ.; – che peraltro, e per converso, in presenza di questi ultimi il ritardo non è colpevole per definizione, la colpa rappresentando al contrario un presupposto aggiuntivo, del quale (fermo restando l’onere della prova a carico del debitore) occorre in concreto la presenza; – che, in sostanza, perché la mora possa essere ritenuta sussistente, occorre sia la presenza dei presupposti espressamente contemplati dalla legge sia quella della colpa; – che – aspetto questo sul quale è viceversa frequente l’equivoco e sul quale occorre dunque richiamare l’attenzione in modo particolare – quanto detto vale anche con riferimento all’intimazione/richiesta scritta, in quanto – diversamente da quanto comunemente ritenuto – la presenza di quest’ultima di per sé non incide in alcun modo sulla colpevolezza del ritardo [su un versante, anche senza l’intimazione/richiesta scritta il debitore era comunque tenuto a sapere di dover adempiere; sull’altro versante, in presenza di circostanze che rendano in ipotesi scusabile il ritardo (si pensi, banalmente, ad una malattia, che impedisca al debitore di adempiere), non si vede come l’intimazione/richiesta potrebbe cancellarne la rilevanza]; – che il riscontro della colpa deve essere effettuato rigorosamente, evitando di ascrivere all’area della colpa questioni (segnatamente quelle, delle quali si è detto a proposito del ritardo, relative all’iniziativa dell’adempimento) che con la colpa non hanno nulla a che vedere.

[31] V. retro n. 4.

[32] Né, si noti, in contrario potrebbe farsi leva sull’art. 1220 cod. civ. Certo, il debitore può, per evitare la mora – ed a tal punto, in quest’ottica, anche il ritardo – offrire, anche non formalmente, la prestazione. Imporgli un tale onere, a fronte di un creditore che non si presenta per ricevere la prestazione, non mi pare però corretto. Perché possa essere ritenuto in ritardo, ed a maggior ragione in mora, occorre infatti innanzitutto che egli sia stato posto in condizione di adempiere. Solo a tal punto, qualora non adempia, e debba dunque essere considerato in ritardo ed in mora, diventa giustificato porre a suo carico, per far cessare tale stato, il suddetto onere. Nel senso che se il creditore non coopera per l’esecuzione del rapporto obbligatorio – e segnatamente se non si presenta sul luogo dell’adempimento – il debitore non può essere considerato in mora, v. Bianca, Dell’inadempimento, cit., 178 s. e 183 s. Analogamente (ma senza specifico riferimento alla presentazione del creditore), v. Ravazzoni, Mora del debitore, in Noviss. Dig. it., X, Torino, 1964, 906.

[33] V. retro n. 5.

[34] V. retro in questo stesso paragrafo.

[35] Per il quale v. già retro n. 4, nella nota 20 e poi nel testo, e in questo stesso paragrafo, nel testo e poi nella nota 32.

[36] Contra, nel senso che la mora si produce senz’altro a seguito della dichiarazione, anche se il termine non è ancora scaduto, v. Fratini, La mora del debitore, cit., 665; Giorgianni, L’inadempimento, cit., 9 s.; Ravazzoni, Mora del debitore, cit., 907 s.

[37] V. retro in questo stesso paragrafo.

[38] Sulla base delle medesime considerazioni riterrei anzi che anche la dichiarazione meramente orale di non voler adempiere esoneri il creditore dall’onere della richiesta e/o della presentazione, chiaramente, in tal caso, ai soli effetti del ritardo e non anche a quelli della mora.

[39] Per chi ritiene, secondo quanto riferito (v. retro nota 36), che la dichiarazione produca immediatamente la mora, anche quando precedente alla scadenza del termine, le cose risultano ancora più semplici. In tale ottica, vale infatti anche in questa ipotesi la regola della produzione del ritardo e della mora al momento della dichiarazione.

[40] V. retro n. 4.

[41] Altrettale effetto, ma limitatamente al ritardo, produce anche la dichiarazione orale del debitore (v. retro nota 38).

[42] Sugli effetti della dichiarazione orale del debitore v. retro nota 41.

[43] Sugli effetti della dichiarazione orale del debitore v. retro note 41 e 42.

[44] Posto che per le obbligazioni pecuniarie l’esecuzione presso il debitore è residuale, le due varianti che la contemplano sono sicuramente meno frequenti, ma non per questo impossibili.

[45] Sul limite della liquidità, quanto all’art. 1282 cod. civ., v. subito infra nel testo. Sull’applicabilità dell’art. 1224 stesso codice anche ai crediti illiquidi v. retro nota 5. Nel senso che l’art. 1224 cod. civ. conserva uno spazio applicativo solo per i crediti illiquidi v. Giorgianni, L’inadempimento, cit., 160 e 162, e Libertini, Interessi, cit., n. 8.

[46] Sull’incongruità della limitazione in discorso v. Libertini, Interessi, cit., nn. 7 s. A scanso di equivoci, si ricordi che, come già detto a suo tempo (v. retro nota 5), laddove la liquidazione sia riservata al creditore o ad un terzo, finché essa non avvenga il debitore non può essere considerato inadempiente. Quanto detto nel testo vale dunque unicamente con riferimento ai casi nei quali tale riserva non sussiste.

[47] è bene sottolineare che il problema in esame (vale a dire quello della possibile debenza degli interessi anteriormente alla sussistenza dei presupposti del ritardo) a maggior ragione si pone nella prospettiva, diversa da quella qui adottata come ipotesi di lavoro, della non autonoma rilevanza del ritardo, in assenza dei presupposti della mora. Premesso che, alla luce di quanto detto circa la tendenziale coincidenza fra ritardo e mora, la differenza fra le due prospettive è assai limitata (essa si apprezza unicamente in relazione alle poche ipotesi, nelle quali la mora si verifica successivamente al ritardo), è infatti evidente che, adottando la prima di tali prospettive (vale a dire quella della non autonoma rilevanza del ritardo, in assenza dei presupposti della mora), il ritardo giuridicamente rilevante è destinato, per quanto solo settorialmente (vale a dire nelle suddette ipotesi di non coincidenza fra ritardo e mora), a prodursi in un momento successivo rispetto a quello visto sopra. In tale prospettiva, il possibile scarto fra interessi e ritardo è dunque destinato non a ridursi, ma semmai, per quanto appunto settorialmente, ad aumentare.

[48] V. retro n. 4.

[49] Nel senso che gli interessi decorrono senz’altro, anche se, mancando la richiesta del creditore, il debitore non può essere considerato in ritardo, v. Villa, Danno e risarcimento contrattuale, cit., 840 ss., 868 e 869 s.

[50] Sul punto v. retro n. 2.

[51] V. retro n. 4.

[52] Tenendo presente quanto detto a suo tempo in merito alla ratio degli interessi (v. retro n. 2), il senso complessivo del discorso può essere riassunto nel senso che, così come il debitore non può, non adempiendo, procurarsi unilateralmente una disponibilità monetaria a spese del creditore, parimenti, e specularmente, il creditore non può, non ponendo il debitore in condizione di adempiere (secondo i termini dell’obbligazione), rendere unilateralmente redditizio il proprio denaro a spese dello stesso.

[53] Altro problema è poi quello se, affinché gli interessi siano dovuti, occorra o meno (in genere o solo per una categoria di essi, in particolare quelli ex art. 1224 cod. civ.) che il ritardo sia colpevole (in tal senso v. da ultimo Cass., 29 aprile 2016, n. 8540, in Il fisco, 2016, p. 2175, con nota di Denaro, La sospensione amministrativa del rimborso sospende anche il decorso degli interessi moratori; Cass., 15 ottobre 2015, n. 20868, cit.; Cass., 6 agosto 2015, n. 16547, cit.; Cass., 30 aprile 2014, n. 9510, cit.; nella giurisprudenza di merito, T. Padova, 3 maggio 2016, in DeJure). Fermo restando che nella presente sede tale problema non viene affrontato ad esso occorre nondimeno accennare, per sottolineare di nuovo quanto già chiarito in precedenza (v. retro note 25 e 30), vale a dire che il problema circa la necessità o meno della colpa è diverso ed ulteriore rispetto a quello circa i presupposti di legge, tanto del ritardo nell’adempimento quanto della mora del debitore, e che questi ultimi – ivi compresa l’intimazione/richiesta scritta –  non implicano alcunché in merito alla sussistenza o meno della prima. Ammessane la rilevanza, ciò significa dunque che per la nascita dell’obbligazione relativa agli interessi non è sufficiente la sussistenza dei suddetti presupposti ma occorre anche (al netto dell’inversione dell’onere della prova sull’elemento psicologibo in materia di responsabilità contrattuale) quella di un qualche elemento aggiuntivo, tale da qualificare come colpevole il comportamento del debitore. Per altro verso, poi, quanto all’effettiva necessità o meno della colpa, su un punto mi pare necessario prendere posizione, vale a dire quello per il quale, impregiudicate altre considerazioni, è metodologicamente scorretto l’argomento, pure comunemente adoperato, secondo il quale per gli interessi ex art. 1224 cod. civ. la colpa sarebbe necessaria in considerazione ed in ragione della funzione risarcitoria degli stessi. Come già avvertito in precedenza, a proposito del problema circa la necessità o meno, per la debenza degli interessi, di un danno per il creditore o di un uso del denaro da parte del debitore (v. retro n. 2), non è la disciplina di un istituto a poter dipendere dal suo – arbitrario – inquadramento, bensì il secondo a dover dipendere dalla prima. Da questo punto di vista – ed impregiudicate, si ripete, altre considerazioni – l’iter logico corretto è dunque semmai quello, esattamente ribaltato, per il quale, posto che nella legge non vi è traccia della suddetta necessità, non può che derivarsene che gli interessi, anche quelli ex art. 1224 cod. civ., non hanno funzione risarcitoria.