NUOVI SPUNTI DALLE SEZIONI UNITE IN TEMA DI REVOCATORIA NEI CONFRONTI DELLA LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE: CONSIDERAZIONI CRITICHE

Di Francesco Campione -

Con la sentenza del 24 giugno 2020 n. 12476, le Sezioni unite sono tornate a pronunciarsi sul tema – ampiamente dibattuto – dell’esperibilità dell’azione revocatoria (ordinaria e fallimentare) nei confronti del fallimento (o, meglio, della liquidazione giudiziale).

Va ricordato, infatti, che il Supremo Collegio, con la sentenza n. 30416 del 2018[1], ebbe già ad affrontare e risolvere in senso negativo il problema de quo, e chi scrive ha già avuto modo di occuparsi della questione, proponendo una soluzione diversa da quella fatta propria dalle stesse Sezioni unite del 2018[2].

Sennonché, va anche rammentato che, non molto tempo dopo la pubblicazione della testé richiamata pronuncia, la sezione I della Suprema Corte, con ordinanza interlocutoria del 23 luglio 2019 n. 1988[3], aveva sollecitato un ripensamento da parte delle Sezioni unite, che così nel giugno 2020 hanno emesso – probabilmente – l’ultimo responso sulla vicenda.

Invero, la recentissima sentenza ha ribadito, sul piano sostanziale, quanto già affermato nel 2018, e cioè, in breve, che l’azione costitutiva non è proponibile allorché la domanda è successiva al fallimento dell’acquirente. Su questo profilo, come detto, ci siamo già espressi in senso contrario e, a questo punto, non possiamo che prendere atto della fermezza delle Sezioni unite[4].

Peraltro, tale sentenza, stimolata anche in parte qua dall’ordinanza interlocutoria del 2019[5], si è pure occupata del versante processuale della questione, propugnando una soluzione che ci convince poco e sulla quale intendiamo soffermarci brevemente.

Intanto, vale la pena richiamare i principi di diritto espressi dalle Sezioni unite del giugno 2020:

-oggetto della domanda di revocatoria (ordinaria o fallimentare) non è il bene in sé, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori mediante l’assoggettabilità del bene a esecuzione;

-il bene dismesso con l’atto revocando viene in considerazione, rispetto all’interesse dei creditori dell’alienante, soltanto per il suo valore;

– ove l’azione costitutiva non sia stata dai creditori dell’alienante introdotta prima del fallimento dell’acquirente del bene che ne costituisce l’oggetto, essa – stante l’intangibilità dell’asse fallimentare in base a titoli formati dopo il fallimento (cd. cristallizzazione) – non può essere esperita con la finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale, poiché giustappunto si tratta di un’azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente;

-in questo caso i creditori dell’alienante (e per essi il curatore fallimentare ove l’alienante sia fallito) restano tutelati nella garanzia patrimoniale generica dalle regole del concorso, nel senso che possono insinuarsi al passivo del fallimento dell’acquirente per il valore del bene oggetto dell’atto di disposizione astrattamente revocabile, demandando al giudice delegato di quel fallimento anche la delibazione della pregiudiziale costitutiva.

Proprio quest’ultimo punto lascia emergere – o almeno così sembra – una logica di  “compensazione”: l’azione costitutiva non è proponibile contro la procedura concorsuale, ma è comunque possibile far valere, in sede di verificazione dei crediti, la pretesa conseguenziale, previa delibazione della pregiudiziale costitutiva da parte del giudice delegato. Ci sembra che tale impianto argomentativo, pur comprensibile da un punto di vista “pratico”, sconti una certa contraddittorietà a livello sistematico.

A nostro avviso, la soluzione del problema attinente alla proponibilità di un’azione costitutiva nei confronti del curatore e, soprattutto, al coordinamento processuale con la conseguenziale pretesa restitutoria non può prescindere dalla disamina dell’art. 172, comma 5, CCII (art. 72, comma 5, l.fall.). Sulla base di questa disposizione, l’azione  di  risoluzione  del   contratto   promossa   prima dell’apertura della liquidazione giudiziale nei confronti della parte inadempiente spiega i suoi effetti nei confronti del curatore, fatta salva,  nei  casi  previsti,  l’efficacia  della trascrizione  della domanda[6]; e se il  contraente  intende  ottenere  con  la  pronuncia  di risoluzione la restituzione di una somma o  di  un  bene,  ovvero  il risarcimento  del  danno,  deve  proporre  la  domanda  secondo le norme che regolano l’accertamento del passivo[7].

La portata della disposizione è stata ampiamente scrutinata nell’ambito del rapporto tra giudizio ordinario e procedimento di verifica dei crediti[8].

La Cassazione, non senza oscillazioni, è giunta ad affermare che la domanda di risoluzione per inadempimento dell’acquirente, ove trascritta, non trova ostacolo nella sopravvenienza del fallimento del convenuto e resta incardinata nella sede processuale ordinaria, mentre sono assoggettate al concorso solo le pretese restitutorie e risarcitorie conseguenziali; onde solo queste ultime devono essere fatte valere, previa separazione delle cause, nelle forme di cui agli artt. 93 ss. l.fall.[9].

Tuttavia, più di recente, la Suprema Corte[10] è nuovamente intervenuta sull’art. 72, comma 5, l.fall., smentendo il precedente del 2016[11] ed enunciando i seguenti principi: i) la domanda di risoluzione proposta prima della dichiarazione di fallimento, se diretta in via esclusiva a far valere le consequenziali pretese risarcitorie o restitutorie in sede fallimentare, non può proseguire in sede di cognizione ordinaria, ma deve essere interamente proposta secondo il rito dell’accertamento del passivo; ii) in sede di accertamento del passivo, la domanda di risoluzione che costituisca antecedente logico-giuridico della domanda di risarcimento o restituzione deve essere esaminata e decisa dal giudice fallimentare, non essendo applicabile in via analogica l’istituto dell’ammissione con riserva ai sensi dell’art. 96, comma 2, n. 1) o n. 3), né potendosi disporre la sospensione necessaria ai sensi dell’art. 295 c.p.c., in attesa della decisione della causa pregiudiziale di risoluzione in ipotesi proseguita in sede di cognizione ordinaria; iii) la domanda di risoluzione diretta a conseguire finalità estranee alla partecipazione al concorso (come la liberazione della parte in bonis dagli obblighi contrattuali, o l’escussione di una garanzia di terzi) è procedibile in sede di cognizione ordinaria, dopo l’interruzione del processo ex art. 43 l.fall. e la sua riassunzione nei confronti della curatela fallimentare.

Giunti a questo punto, pur nella consapevolezza che la soluzione processuale suggerita dalla Suprema Corte (comprendendo, mutatis mutandis, anche quanto enunciato, dapprima dalla Sezione I, e poi dalle Sezioni unite con riferimento al tema della revocatoria[12]) assicura – forse – una tutela più rapida e un miglior coordinamento – per così dire – decisorio, non possiamo che confermare le considerazioni a suo tempo[13] articolate e che ci pongono in disaccordo con la soluzione in questione. In questa sede, al netto di altre valutazioni, ci limitiamo a osservare quanto segue.

Al di là del dato letterale dell’art. 72, comma 5, l.fall., che invero non appare affatto chiaro e diretto nel definire la sorte processuale della domanda costitutiva a seguito del fallimento della parte convenuta, un primo elemento di perplessità è dato, per così dire, dall’alterazione dell’oggetto tipico del giudizio di verificazione del passivo, che viene a determinarsi nel momento in cui si richiede che in tale processo si proponga anche la domanda di risoluzione.

Un altro profilo di criticità è rappresentato dall’efficacia meramente endoconcorsuale della decisione emessa nell’ambito del giudizio di verificazione del passivo: la Suprema Corte afferma che il giudice delegato può conoscere principaliter anche dei petita che si pongono in rapporto di pregiudizialità con l’insinuazione al passivo, ove necessario procedendo anche ad un accertamento di natura costitutiva, comunque destinato a restare confinato in ambito endofallimentare; ma, per questa via, sembra trascurare l’effettiva portata del nesso di pregiudizialità costitutiva, il quale implica che l’effetto giuridico da esso derivante sia prodotto dalla decisione di accoglimento della domanda, nel senso che la domanda sul diritto dipendente può essere accolta solo previo accoglimento dell’azione costitutiva, ciò valendo – a nostro avviso – anche laddove la domanda costitutiva sia “diretta in via esclusiva a far valere le consequenziali pretese risarcitorie o restitutorie in sede fallimentare”.

Infatti, ammettere un accertamento di natura costitutiva destinato a rimanere confinato all’ambiente concorsuale, a nostro avviso significa riconoscere che l’effetto giuridico costitutivo sia attuato in via meramente incidentale e abbia una efficacia limitata alla pretesa azionata. Tuttavia, sulla base delle regole generali, laddove si agisca in giudizio, facendo valere un diritto che si afferma essere dipendente dalla produzione in via giurisdizionale di una modificazione giuridica, occorre far uso necessariamente del potere di azione all’uopo riconosciuto, dovendosi viceversa escludere che l’effetto costitutivo pregiudiziale possa essere disposto in via incidentale[14]; inoltre, la modificazione giuridica, per regola di diritto sostanziale, determina la caducazione degli effetti negoziali nel loro complesso e, dunque, di tutto l’insieme di diritti e rapporti giuridici che hanno titolo nel contratto[15].

Peraltro, è ben vero che il codice della crisi adesso limita l’efficacia endoconcorsuale “ai crediti accertati ed al diritto  di  partecipare  al riparto quando il debitore ha concesso ipoteca a garanzia  di  debiti altrui” (art. 204, comma 5)[16]; ma si tratta di un rilievo che non può essere decisivo, anche perché, come testimonia la norma stessa, non ha portata generale[17].

Le considerazione testé esposte spiegano il nostro dissenso anche rispetto alle soluzioni applicative proposte per l’ipotesi della revocatoria contro la liquidazione giudiziale, che finiscono col frustrare, a nostro modo di vedere, le esigenze della pregiudizialità costitutiva; senza contare che, del resto, è la stessa ordinanza interlocutoria n. 19881 del 2019 a riconoscere che sia la legge fallimentare, sia il C.C.I.I., non ammettono domande di ammissione al passivo diverse (ed ulteriori) rispetto a quelle aventi ad oggetto il riconoscimento di un credito, ovvero la restituzione o rivendicazione di beni mobili o immobili nei riguardi della curatela[18].

Non possiamo allora che ribadire, una volta confermata – secondo l’opzione per noi preferibile – l’idea della esperibilità dell’azione revocatoria (ordinaria e fallimentare) nei confronti di altra procedura concorsuale, la seguente soluzione processuale: la pretesa restitutoria deve necessariamente essere fatta valere secondo le forme dell’accertamento del passivo, mentre l’effetto costitutivo pregiudiziale non può essere prodotto incidenter tantum in tale sede[19]; il coordinamento tra il giudizio sulla domanda costitutiva principale/pregiudiziale (di revoca) e il procedimento di verifica (nell’ambito della liquidazione giudiziale di colui che potremmo individuare come accipiens) in cui è fatta valere, da parte del curatore della liquidazione giudiziale del solvens, la pretesa restitutoria conseguenziale, avviene secondo la disciplina dell’ammissione con riserva[20].

[1]          La cui soluzione, più di recente, non senza risvolti critici, ha trovato nella sostanza l’avallo di autorevole dottrina: cfr. FABIANI, Il caso della revocatoria tra fallimenti, in Riv. dir. proc. 2020, 367 ss.

[2]          V., in particolare, se vuoi, CAMPIONE, Revocatoria fallimentare e pretese restitutorie contro un altro fallimento: problemi e prospettive processuali, in Dir. fall. soc. comm. 2019, 750 ss, laddove, in particolare, a proposito del principio di cristallizzazione della massa passiva (invocato dalle Sezioni unite), abbiamo cercato di dimostrare come, invero, la legge fallimentare contempli diverse eccezioni al principio generale enunciato dall’art. 52 (che infatti fa salva una diversa previsione di legge, come del resto il nuovo art. 151 CCII), e in giurisprudenza sia ormai evidente la tendenza ad ampliare la portata di tali eccezioni, sicché l’ordinamento concorsuale prevede non poche ipotesi in virtù delle quali sono ammessi al concorso diritti di credito tecnicamente non ancora sorti al momento della dichiarazione di fallimento; e abbiamo altresì fatto presente che, nel caso dell’azione revocatoria esperita contro altra procedura concorsuale, la pretesa che discende dall’accoglimento della domanda ha titolo in fatti anteriori al fallimento (convenuto) e che, inoltre, a nostro avviso, la natura costitutiva dell’azione – ribadita dalle Sezioni unite – non comporta la irretroattività della sentenza di accoglimento, onde la modificazione giuridica attuata dall’accoglimento della domanda ha efficacia retroattiva tra le parti, risalente alla data dell’atto, dunque a un momento anteriore alla dichiarazione di fallimento. Inoltre, abbiamo anche osservato che la soluzione proposta non determina un vuoto assoluto di tutela per la procedura concorsuale convenuta, la quale, ai seni dell’art. 70, comma 2, l.fall. (art. 171, comma 2, CCII), ove  per  effetto   della   revoca   abbia  restituito  quanto  aveva  ricevuto,  è ammessa al passivo del fallimento (o liquidazione giudiziale) attore per il proprio credito. Rinviamo a tale lavoro per ogni più ampio approfondimento e per  ulteriori riferimenti. In tema v. anche, se vuoi,  ID.,  Questioni processuali in tema di revocatoria fallimentare nei confronti di altra procedura concorsuale, in Judicium on-line, nonché DE PROPRIS, FEBBI, POMPILI, SASSANI, CAMPIONE e FABBI, in A più voci su azioni revocatorie e fallimento, in Rass esecuz. forz. 2019, 1124 ss.; RONCO, Azione revocatoria e fallimento del terzo acquirente, in Giur. it. 2019, 1839 ss.

[3]          Già nelle precedenti occasioni ci siamo soffermati, in particolare sul problema dell’esperibilità della revocatoria tra fallimenti ma, invero, le Sezioni unite del 2018 (e la sezione I con l’ordinanza interlocutoria) hanno articolato un ragionamento applicabile anche al caso di azione revocatoria ordinaria da esercitare, da parte del creditore, nei confronti del fallimento del terzo acquirente.

[4]          Sul punto, per una recentissima riflessione, v. FEBBI, Il verdetto (finale?) delle Sezioni Unite in merito all’esercizio dell’azione revocatoria ordinaria nei confronti di una procedura concorsuale, in Judicium on-line.

[5]            In particolare, la Prima Sezione, dopo aver notato che non tutte le domande giudiziali sono soggette a trascrizione – onde per certi atti mancherebbe la possibilità di rendere opponibile al curatore una domanda di revocatoria, con conseguente automatica improcedibilità delle domande di revoca  di pagamenti o di atti dispositivi di beni mobili per il solo fatto dell’apertura della liquidazione giudiziale del debitore -, in linea con una recente riflessione dottrinale [F. DE SANTIS, Le Sezioni Unite sulle azioni revocatorie promosse nei confronti della liquidazione giudiziale: declinazioni sistematiche e profili operativi, in Fall. 2019, 321 ss.; ma v. la riflessione sul punto di FABIANI, op. loc. ult. cit., “quando il diritto (e la relativa azione) non sono soggetti a trascrizione, come è sufficiente che la citazione di un’azione di risoluzione sia stata notificata, allo stesso modo sarà sufficiente che sia stata notificata la citazione dell’azione revocatoria”], aveva proposto di superare le predette aporie cercando una soluzione sul piano del raccordo tra tutela costitutiva e accertamento del passivo concorsuale.

Venivano così proposte le seguenti soluzioni applicative: a) ove la domanda di revocatoria sia stata proposta prima dell’apertura della liquidazione concorsuale e sia stata trascritta, essa prosegue davanti al giudice ordinario: le statuizioni di condanna decise da quest’ultimo vincolano la massa concorsuale; b) laddove la domanda di revocatoria sia stata proposta prima dell’apertura della liquidazione giudiziale, ma non sia stata trascritta o non sia trascrivibile, essa è improcedibile; c) nei casi sub b), e nell’ipotesi in cui la domanda di revocatoria non sia stata proposta prima dell’apertura della liquidazione giudiziale, sarebbe possibile formulare, comunque, una domanda di ammissione al passivo per il corrispondente valore del pagamento o del bene oggetto dell’atto dispositivo astrattamente revocabile; in questa ipotesi il giudice delegato  dovrà delibare la pregiudiziale pretesa costitutiva (avente ad oggetto i presupposti dell’azione revocatoria, che rappresenta il presupposto per l’ammissione al passivo del suddetto credito restitutorio) incidenter tantum (ossia senza efficacia di giudicato).

[6]          Segnaliamo che ad avviso di FABIANI, op. ult. cit., par. 4, da tale disposizione si evince l’impossibilità di esperire l’azione di risoluzione dopo l’apertura della procedura concorsuale a carico della parte inadempiente, secondo una logica applicabile anche all’azione revocatoria.

[7]          La norma, dettata per una ipotesi specifica, avrebbe in realtà recepito un principio di portata generale, di guisa che quanto da essa disposto risulta applicabile anche ad altre fattispecie, quali, ad esempio, le domande di annullamento, di rescissione, di risoluzione per eccessiva onerosità del contratto,  di esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c., nonché di revocatoria fallimentare, proposte contro il contraente in bonis, dichiarato fallito nelle more del processo (MENCHINI–MOTTO, L’accertamento del passivo e dei diritti reali e personali dei terzi sui beni, in Trattato di diritto fallimentare e delle altre procedure concorsuali, diretto da Gabrielli, Luiso e Vassalli, II, Torino, 2014, 421 e nt. 89 per richiami giurisprudenziali e di dottrina, nonché p. 422 e nt. 90 e 91 per ulteriori riferimenti. Inoltre, a pag. 423 gli autori citati giustamente sottolineano che il principio enunciato vale, non solo con riguardo alle pretese restitutorie pecuniarie, ma anche per i diritti alle restituzioni attinenti a beni mobili determinati e di beni immobili, che nascono a seguito della caducazione del titolo negoziale in virtù del quale l’imprenditore, prima della dichiarazione di fallimento, ne aveva acquistato la proprietà).

[8]          Secondo un primo indirizzo, una volta dichiarato il fallimento della parte convenuta, diviene improcedibile in sede ordinaria solo la pretesa creditoria conseguenziale, di guisa che l’azione costitutiva può continuare in tale sede mediante riassunzione del processo nei confronti del curatore; sulla base di altra impostazione, intervenuto il fallimento del convenuto, anche la domanda costitutiva deve essere “trasferita” nell’ambito dell’accertamento del passivo (per riferimenti ci sia consentito rinviare, ancora, a CAMPIONE, Revocatoria, cit., 774-775, note 96-97).

[9]             Cass. 29 febbraio 2016 n. 3953.

[10]        Cass. 7 febbraio 2020 n. 2990.

[11]        V. la nota 9.

[12]        Invero, come indicato nel testo e come si ricava dalla fattispecie descritta dall’art. 72 l. fall. citato, la soluzione propugnata da Cass. n. 2990/2020 attiene all’ipotesi della proposizione della domanda costitutiva prima del fallimento del convenuto, mentre Cass. n. 19881/2019 e Cass. sez. un. 12476/2020, in tema di revocatoria, affrontano il caso in cui, in ipotesi, l’apertura della procedura concorsuale del convenuto preceda la proposizione della domanda costitutiva. Qui le Sezioni unite escludono l’ammissibilità dell’esercizio dell’azione costitutiva, tuttavia consentono al creditore o al curatore di far valere la pretesa discendente dall’inefficacia dell’atto astrattamente revocabile nell’ambito dell’insinuazione al passivo, ove il giudice delegato può delibare la pregiudiziale costitutiva. In parte qua entrambe le prospettive, sul piano processuale, sembrano demandare al giudice della verificazione dei crediti un riscontro senza effetti di giudicato pieno circa i presupposti dell’accoglimento della domanda pregiudiziale costitutiva, ed è su questo aspetto che si appuntano i nostri rilievi critici.

[13]        Amplius, anche per riferimenti, CAMPIONE, Revocatoria, cit., 773 ss.

[14]        MENCHINI-MOTTO, op. cit., 441; CARRATTA, Diritto e processo nelle azioni di restituzione da contratto, in Riv. trim. dir. proc. civ., suppl., 2012, 103-104;  RECCHIONI, Pregiudizialità processuale e dipendenza sostanziale nella cognizione ordinaria, Padova, 1999, 325 ss.; CONSOLO, Il cumulo condizionale di domande, I, Padova, 1985, 289 ss. Del resto, la stessa S.C., proprio per ovviare al problema dell’inammissibilità dell’accertamento costitutivo incidenter tantum, afferma che la volontà di risolvere un contratto per inadempimento non deve necessariamente risultare da una domanda espressamente proposta dalla parte in giudizio, ben potendo implicitamente essere contenuta in altra domanda, eccezione o richiesta, sia pure di diverso contenuto, che presupponga una domanda di risoluzione, come appunto la domanda di restituzione della somma corrisposta per una prestazione inadempiuta (cfr., tra le altre, Cass. 5 ottobre 2009 n. 21230; sul punto v. CARRATTA, op. cit., 105-106).

[15]        MENCHINI-MOTTO, op. cit., 441, cui si rinvia per più approfonditi rilievi e ulteriori riferimenti.

[16]        Così come prevede che “il decreto che accoglie la domanda  di  rivendica  di  beni  o diritti il cui trasferimento  è  soggetto  a  forme  di  pubblicità legale deve essere reso opponibile ai terzi con le medesime forme” (art. 210, comma 3); per una disamina più analitica delle questioni poste dall’art. 204, comma 5, CCII, in relazione anche all’art. 210, comma 3, CCII, si rinvia, tra gli altri, a SALETTI, La tutela giurisdizionale nella liquidazione giudiziale, in Dir. fall. soc. comm. 2018, 635 ss.; VILLA, La nuova liquidazione giudiziale: effetti per i creditori e accertamento del passivo, in ildirittodegliaffari.it 12 aprile 2019, 15 ss.; ZULBERTI, Novità in tema di accertamento del passivo nella liquidazione giudiziale: riflessioni a prima lettura, in Il diritto degli affari 2/2019, 8 ss.

[17]        Senza dimenticare le critiche già sollevate, in parte qua, in dottrina – anche sul piano della costituzionalità, in specie con riferimento alla carenza di tutele difensive per il debitore, la cui persona, inoltre, non è ricompresa tra i soggetti legittimati all’impugnazione o alla revocazione (cfr. ad esempio BOZZA, L’accertamento del passivo nel codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, in Fall. 2019, 1203 ss., par. 1; CECCHELLA, Il diritto della crisi dell’impresa e dell’insolvenza, Padova, 2020, 322-323; SALETTI, op. cit., 635 ss.; ZULBERTI, op. cit., 12; VILLA, op. cit., 16 ss.) -, che inoltre ha rimarcato che “diventa, pertanto, proibitivo spiegare come, ferme restando le stesse regole sia per l’accertamento dei crediti che per l’accertamento dei diritti mobiliari e immobiliari dei terzi, il decreto che rende esecutivo lo stato passivo abbia effetti endo concorsuali quanto ai crediti accertati ed effetto extra concorsuale quanto ai diritti immobiliare e mobiliari accertati, che proprio per la loro maggiore complessità (tanto che fino alla riforma del 2006/2007 i diritti immobiliari non erano attratti nella verifica fallimentare), meriterebbe una effetto più limitato rispetto alle decisioni sui crediti” (BOZZA, L’accertamento del passivo, cit., par. 1).

[18]        D’altronde, riteniamo che non possa valere, in senso contrario alla nostra impostazione, il disposto dell’art. 173, comma 3 CCII. Questa disposizione riproduce in parte l’art. 72, u.c., l.fall, prevedendo che il contratto preliminare di vendita trascritto ai sensi dell’art. 2645 bis c.c. non si scioglie se ha ad oggetto  un  immobile  ad  uso abitativo  destinato  a  costituire   l’abitazione   principale   del promissario acquirente o di suoi parenti ed  affini  entro  il  terzo grado, ovvero un immobile ad uso non abitativo destinato a  costituire la  sede  principale  dell’attività  di  impresa   del   promissario acquirente, sempre che gli  effetti  della  trascrizione  non  siano cessati anteriormente  alla  data  dell’apertura  della  liquidazione giudiziale e il promissario acquirente  ne  chieda  l’esecuzione  nel termine e secondo le modalità stabilite per la  presentazione  delle domande di accertamento dei diritti dei terzi sui beni compresi nella procedura (corsivo nostro). Sicché la vera novità, in parte qua, del CCII è rappresentata dalla modalità endofallimentare di esecuzione del preliminare avente a oggetto i beni  indicati nella norma: il promissario acquirente deve esperire l’azione ex art. 2932 c.c. nel giudizio di verificazione, secondo le modalità per l’accertamento dei diritti dei terzi sui beni compresi nella procedura, e il giudice delegato può assumere così una decisione costitutiva con efficacia – arg. ex art. 204, comma 5 CCII – non meramente endoconcorsuale  (BROGI, I rapporti pendenti nella liquidazione giudiziale, in Fall. 2019, 1183 ss., par. 6; BOZZA, L’accertamento del passivo nel codice, cit. par. 1; in tema v. anche FABIANI, Gli effetti della liquidazione giudiziale sul debitore e sui creditori, in Fall. 2019, 1161 ss., par. 4, il quale descrive la fattispecie come un’ipotesi di estensione dell’esclusività del procedimento di formazione dello stato passivo). La norma de qua, a nostro avviso, non scalfisce il nostro ragionamento, posto che la possibilità di far valere la pretesa costitutiva in sede di accertamento del passivo è espressamente (ed eccezionalmente) prevista dalla legge in una ipotesi del tutto peculiare (per la ratio della previsione v. CECCHELLA, Il diritto della crisi, cit., 298); e, inoltre, la dottrina non ha mancato di sollevare critiche in merito, rimarcando che il giudizio di accertamento del passivo “mal si presta ad accertamenti complessi quali quelli che può involgere una domanda del genere e, comunque, non offre tutte le garanzia dell’ordinario giudizio di cognizione” (BOZZA, op. loc. ult. cit.).

[19]        Quanto indicato potrebbe essere smentito dal rilievo che, alla luce del disposto dell’art. 2929 bis c.c., la revocatoria possa prescindere da un previo accertamento, nell’ottica della tutela esecutiva (v. ad esempio SASSANI, Improponibili le azioni revocatorie contro il fallimento. Riflessioni a caldo su una discutibile soluzione delle Sezioni Unite, in Judicium on-line; FEBBI, Torna rapidamente alle Sezioni unite il problema delle azioni revocatorie nei confronti di procedure concorsuali. Prime impressioni su Cass. n. 19881/2019, in Judicium on-line); riteniamo tuttavia che il rilievo de quo non sia decisivo, posto che la norma richiamata circoscrive il suo raggio applicativo nei confronti degli atti a titolo gratuito; del resto, sul piano concorsuale, in tema di inefficacia degli atti a titolo gratuito compiuti dal fallito, secondo la giurisprudenza la fattispecie di cui all’art. 64 l.fall. – che peraltro adesso contempla una inversione dell’iniziativa processuale, alla stregua dell’art. 2929 bis c.c., che si attua mediante reclamo ex art. 36 l.fall. (art. 133 CCII) – si correla a una tutela avente natura dichiarativa (cfr., tra le altre, Cass. 30 settembre 2011 n. 20067; sul rilievo sopra indicato cfr. anche le considerazioni critiche di FABIANI, Il caso, cit., par. 4).

[20]        V. sul punto, amplius, anche in merito alle implicazioni afferenti all’ammissione con riserva, se vuoi, CAMPIONE, op. ult. cit., 781-782 e ivi note.