NOTERELLE SU AZIONE SURROGATORIA ED ESECUZIONE FORZATA

Di Bruno Capponi -

Sommario: 1.- Premessa. 2.- Cenni di giurisprudenza. 3.- Le condizioni per l’esercizio dell’azione surrogatoria nell’esecuzione forzata e l’attività prodromica: il titolo esecutivo … 4.- … e l’atto di precetto. 5.- La verifica delle condizioni di accesso all’azione esecutiva in surroga. 6.- Possibile controllo da parte del giudice dell’esecuzione? 7.- Conclusioni.

1.- Il processualista che intenda misurarsi col negletto tema dell’esercizio dell’azione surrogatoria nei processi di esecuzione forzata – in quello espropriativo in particolare – deve anzitutto non lasciarsi ingannare da due vistosi trompe l’oeil: il primo è rappresentato dalla sostituzione esecutiva o sub-collocazione (art. 511 c.p.c.); il secondo dal pignoramento presso terzi (art. 543 c.p.c.). A proposito del primo istituto, che realizza una tipica «azione diretta»[1], parleremo dell’esercizio di un’azione cognitiva sommaria incastonata nella distribuzione forzata (sopravvivenza d’un modello giustificato dal peculiare contesto “cognitivo” del codice del 1865), azione con funzioni esecutivo-satisfattive e non conservative[2]; a proposito del secondo istituto – che ancor meno rassomiglia all’oggetto delle presenti noterelle – non possiamo che condividere l’opinione dell’autorevole civilista[3], che giudicava «un grossolano equivoco» l’assimilazione all’azione surrogatoria del pignoramento presso il terzo debitor debitoris. Deve aggiungersi che il codice civile presenta molti faux amis, ossia disposizioni che parrebbero applicazioni particolari dell’azione surrogatoria e che tuttavia, all’esame attento, si rivelano fenomeni in tutto diversi[4].

D’altra parte, di molti «equivoci» parla anche il nostro studioso che all’azione surrogatoria ha dedicato studi monografici[5]; e l’equivoco di fondo starebbe proprio nel considerare la surrogatoria un’azione con un proprio preciso contenuto e caratteristiche fisse e immutabili, laddove essa si rivela un semplice contenitore destinato a raccogliere il complesso dei diritti spettanti al debitore inerte, possibile titolare di azioni di qualsiasi tipo: «cautelari, esecutive, ordinarie, speciali, di volta in volta esperibili secondo le circostanze»[6]; mentre dal comma 2 dell’art. 2900 c.c. emerge con chiarezza che l’azione giudiziale non è che una delle possibili applicazioni dell’istituto, che ha dunque un campo d’incidenza non limitato a quello delle tutele giurisdizionali (già molto vasto). Ciò spiega perché larga parte della dottrina preferisca parlare di legittimazione surrogatoria, piuttosto che di azione: a significare appunto che, in presenza delle condizioni prescritte dall’art. 2900 c.c., il creditore è legittimato all’esercizio dei diritti e delle azioni che spettano al suo debitore negligente o inerte attivandosi pur sempre a nome di questi, e non nomine proprio, con la conseguenza che gli effetti delle sue iniziative si produrranno nella sfera del debitore surrogato, e non in quella sua propria, e ciò senza che venga in questione l’istituto della rappresentanza[7]. Di qui l’inquadramento dello strumento tra i mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale, sebbene risulti poi assai discussa la funzione svolta o che potrebbe essere realizzata in concreto (conservativa, esecutiva, satisfattiva, preparatoria, strumentale, ecc.)[8].

2.- L’esame dei repertori (si sarebbe detto un tempo) mostra che tra i luoghi ideali per l’esercizio dell’azione surrogatoria è l’attività negoziale[9] anche derivante o connessa alla successione mortis causa[10]; i rapporti societari[11]; altro caso ricorrente è quello del preliminare di vendita (art. 2932 c.c.) anche in fattispecie di vendite “a catena” dello stesso bene, in cui l’attore tende a realizzare il suo interesse chiedendo che la proprietà gli sia trasferita direttamente dal terzo contraente[12]. È invece piuttosto infrequente, a giudicare dai precedenti editi, la surrogatoria nelle azioni di condanna e risulta altamente controverso se il creditore surrogante possa esigere per sé la somma o il bene spettanti al suo debitore inerte; nei rari casi ammessi, che rischiano[13] di entrare in conflitto con la fondamentale regola di par condicio (sebbene sia essa regola soltanto tendenziale che non trova applicazione fuori dei processi giurisdizionali: arg. ex art. 494 c.p.c.), la motivazione somministrata è nel senso che il debitore-creditore potrebbe facilmente sottrarre la somma o il bene alle ragioni del surrogante, così privando di qualsiasi efficacia la tutela[14]. A tanto può facilmente replicarsi che sarebbe onere dello stesso creditore surrogante predisporre gli strumenti cautelari e/o esecutivi idonei a scongiurare la possibile, successiva dispersione di quanto recuperato con la surrogatoria, ma il punto di maggior interesse è forse un altro: occorre infatti chiedersi, quando l’azione esercitata in surroga sia di condanna e contempli così la prospettiva d’una successiva attività esecutiva/conformativa (spontanea o forzosa), quale preciso ruolo il creditore surrogante possa giocare nella sua realizzazione.

Il problema è implicitamente risolto qualora si ritenga che il creditore debba sempre associare alla surrogatoria una diversa azione, proposta contro il debitore-creditore, in modo da facilitare la formazione in unico contesto di un duplice titolo: quello a favore del debitore-creditore nei confronti del terzo debitor debitoris; quello a favore del creditore surrogante nei confronti del debitore-creditore[15]. Ove però non siano cumulate le connesse azioni, il contenuto della tutela garantita dalla surrogatoria non consentirà la soddisfazione diretta del surrogante; così ad es., ove il debitore-creditore trascuri di riscuotere un suo credito, il surrogante, che non è invero titolare di un’«azione diretta», non potrà sostituirsi a lui nella posizione di creditore legittimato a ricevere il pagamento (a differenza di quanto avviene nell’art. 511 c.p.c.) bensì potrà favorire, in caso di mancata esecuzione spontanea, la formazione di un titolo a favore del debitore-creditore nei confronti del terzo debitor debitoris. In tal modo sarà ricostituita (o non dispersa) la garanzia patrimoniale del soggetto inerte, ma non ancora soddisfatte le ragioni di chi ha agito in surroga per quella ricostituzione.

Più radicalmente, potrebbe ritenersi che la surrogatoria, quale strumento di conservazione della garanzia patrimoniale generica, non consenta (anche) un’attività esecutiva e che pertanto l’iniziativa del creditore in surroga dovrebbe arrestarsi con la formazione del titolo esecutivo in favore del debitore-creditore surrogato. Ma è evidente che, così intesa, la tutela surrogatoria sarebbe un’arma spuntata, perché se l’inerzia del debitore-creditore perduri nonostante la formazione del titolo a suo favore, il creditore in surroga non avrebbe strumenti per rendere effettiva la sua stessa attività conservativa del patrimonio del suo debitore.

Possiamo dedurne che, allorché l’interesse del creditore surrogante si realizzi con la formazione del giudicato (ciò avviene nella tutela costitutiva e in quella di accertamento mero, almeno secondo l’opinione tradizionale[16]), sarà sufficiente l’esercizio dell’azione in surroga e il fenomeno si esaurirà all’interno del giudizio di cognizione; ma quando l’azione esercitata è del tipo condannatorio, si porrà il problema dell’esecuzione forzata e così anche di capire in quali esatti termini il creditore surrogante potrà agire, sempre utendo iuribus del debitore-creditore e sempre spendendo soltanto il suo nome, in forza della legittimazione straordinaria garantita dall’art. 2900 c.c. (che, ripetiamo, non è né rappresentanza né sostituzione processuale).

3.- Non sembra dubbio[17] che la lettera dell’art. 2900 c.c. non consente di fare troppe distinzioni: la norma parla di «diritti» e «azioni», senza nulla escludere. È dunque corretto affermare che la legittimazione straordinaria del creditore surrogante non incontra limiti nelle sue possibili applicazioni, dentro e fuori dal processo.

Sebbene l’azione surrogatoria non risponda a un modello fisso e immutabile, le condizioni per il suo legittimo esercizio esistono e sono invariabili: (a) chi agisce deve essere creditore del debitore-creditore surrogato[18]; (b) deve esservi inerzia o trascuratezza[19] da parte del debitore-creditore nell’esercizio di un diritto verso terzi, a contenuto patrimoniale; (c) atteggiamento che rischia di renderlo insolvente e quindi di far perdere al creditore surrogante la garanzia patrimoniale generica (ovvero di rendere più difficili o dispendiose le attività di recupero del credito); (d) non deve trattarsi di diritti o azioni che per loro natura o per disposizione di legge possono essere esercitati soltanto dal loro titolare.

Dette condizioni, che debbono ricorrere cumulativamente[20], vanno verificate ogni volta che si eserciti l’azione[21]; a tale verifica provvede il giudice nel contraddittorio col debitore surrogato, che sempre, in qualità di litisconsorte necessario, dev’essere convenuto in giudizio (è esplicito al riguardo il comma 2 dell’art. 2900 c.c.) e che potrà, tra l’altro, contestare l’esistenza stessa delle condizioni (o di taluna di esse) per l’esercizio giudiziale della surrogatoria[22].

Questi rilievi preliminari – diremmo: istituzionali – sono sufficienti a comprendere che nel processo di esecuzione forzata il problema della verifica delle condizioni per il legittimo esercizio della surrogatoria si pone in modo affatto diverso che nei processi di cognizione: posto che anche nell’esecuzione forzata l’azione in surroga del creditore deve potersi assoggettare alla verifica di quelle condizioni[23], la realtà è che né nella fase preliminare stragiudiziale (rilascio del titolo in forma esecutiva; notifica di titolo esecutivo e precetto), né nell’esecuzione vera e propria è previsto un qualsiasi controllo da parte dell’ufficio esecutivo, ricomprendendo in tale generica espressione[24] anche l’ufficiale giudiziario e il cancelliere.

Iniziamo dal titolo esecutivo prendendo in esame, per comodità di esposizione, quello di formazione giudiziale.

Il creditore che intenda surrogarsi nell’esecuzione potrebbe aver favorito, sempre in esito all’esercizio di azione surrogatoria (in sede di cognizione), la formazione del titolo esecutivo a favore del creditore-debitore, o potrebbe decidere di utilizzare il titolo comunque formatosi a favore del suo debitore, del quale sia venuto in possesso[25]. Nel primo caso, il creditore figurerà nella sentenza quale attore (in surrogatoria), sebbene la statuizione di condanna – fatta eccezione per la liquidazione delle spese di lite, che gli competerà, in base ai princìpi generali, quale parte vittoriosa – risulterà a vantaggio del creditore-debitore surrogato; nel secondo caso, il titolo esecutivo non farà alcuna menzione del creditore procedente in surroga.

La differenza non sembra però avere rilievo, perché in un caso come nell’altro il creditore che intenda agire in surroga dovrà porsi il problema di rappresentare l’esistenza delle condizioni generali per l’esercizio dell’azione, che è quanto dire la propria legittimazione ad agire in sede esecutiva nomine alieno. Anche nel primo dei casi considerati, il creditore non potrà intestarsi il titolo come avviene nelle esecuzioni ultra partes[26], perché qui non agisce in nome proprio rivendicando per sé il risultato dell’esecuzione: egli non è né erede, né cessionario, né legatario, né successore a titolo particolare e pertanto non troveranno per lui applicazione gli artt. 111 e 475 c.p.c., né è rappresentante o sostituto processuale del debitore-creditore surrogato.

Va comunque verificato se l’esecuzione ultra partes possa fornire qualche elemento di valutazione del fenomeno che stiamo esaminando.

Secondo un orientamento che vorrebbe essere antiformalistico, il successore ex art. 111 e 475 c.p.c. può agire nell’esecuzione forzata spendendo nomine proprio il titolo spedito a favore del de cuius o del dante causa, semplicemente affermando (e in alcun modo provando) la propria attuale titolarità del credito e così dell’azione esecutiva[27]; noi preferiamo pensare che nella nozione di “certezza” del diritto, che rileva nell’esecuzione forzata (art. 474 c.p.c.)[28], sia ricompresa la necessità che dal titolo, ovvero dalla sua spedizione in forma esecutiva, risulti senza incertezze il soggetto titolare dell’azione esecutiva: pertanto, il successore exart. 111 e 475 c.p.c. dovrebbe richiedere la spedizione in forma esecutiva a suo nome, allo scopo di legittimarsi nel compimento degli atti esecutivi (in questo senso, la spedizione in forma esecutiva serve ad attualizzare il dato risultante dal titolo, che di per sé è immodificabile). La giustificazione di simile soluzione, che non vuole essere formalistica, è appunto nel fatto che il processo esecutivo non è preceduto da un’autorizzazione preventiva (di un giudice della cognizione o dello stesso giudice dell’esecuzione) o da un qualsiasi controllo sulla legittimazione dell’istante, posto che ogni informazione utile per le finalità interne dell’esecuzione deve risultare dal titolo. Tutto questo, però, non rileva per il caso del creditore in surroga, il quale non deve porsi il problema di attualizzare e rendere “certi” i riferimenti del titolo – o della sua spedizione in forma esecutiva – perché le condizioni per l’esercizio della sua azione non dovranno risultare dal titolo: egli è il creditore che formalmente agisce in executivisma che non è titolare dell’azione esecutiva: è un procedente nomine alieno. Sul punto torneremo.

Per il momento registriamo che né il titolo[29], né la spedizione in forma esecutiva potranno far cenno alla legittimazione del creditore in surroga. È quanto dire che tale legittimazione non deriva dal titolo, bensì da un complesso di condizioni che presuppongono l’esistenza di quel titolo – formatosi o no grazie all’iniziativa dello stesso creditore in surroga – ma non si confondono con esso (perché diversi sono i soggetti che il titolo contemplerà quali, rispettivamente, avente diritto alla prestazione e tenuto ad eseguirla). La “certezza” del diritto, nella sua proiezione soggettiva, continua cioè a interessare soltanto coloro che dal titolo risultano essere creditore e debitore, e tale “certezza” è mera premessa per l’esercizio dell’azione esecutiva da parte del creditore in surroga.

Detto in altri termini, il caso della surrogatoria esercitata nell’esecuzione forzata non ha punti di contatto con altri fenomeni di successione, di rappresentanza o di sostituzione; chi agisce non si intesta l’attività esecutiva (non agisce cioè in nome proprio) bensì dichiara di agire in surroga del soggetto che risulta creditore dal titolo, mentre gli stessi effetti dell’esecuzione si produrranno in capo a chi risulta creditore dal titolo.

4.- Abbiamo in altra occasione parlato di un recente fenomeno che abbiamo definito di possibile “contaminazione” del titolo esecutivo: ricorre allorché esso appaia destinato a perdere le sue caratteristiche di autonomia e astrattezza per acquisire, in combinazione con l’atto di precetto, un ruolo di raccordo tra l’esecuzione e la cognizione[30]. Abbiamo richiamato i casi dell’astreinte, dei crediti di mantenimento e dell’art. 2929-bis c.c.; specie in quest’ultimo, l’azione che esordisce nelle forme esecutive bypassando la fase di accertamento propria dell’azione revocatoria – altro mezzo di conservazione della garanzia patrimoniale generica – presuppone l’esistenza di condizioni che non risultano né potrebbero risultare dal titolo[31] e che trovano il loro necessario riferimento nell’atto di precetto. Il qual atto, in combinazione col titolo esecutivo, offre le coordinate dell’esecuzione che si minaccia di intraprendere e talora la giustificazione stessa dell’azione esecutiva per come in concreto proposta.

Nei casi rappresentati possiamo ravvisare, sebbene in forme diverse, un’evoluzione del (o una deroga al) principio secondo cui il titolo esecutivo è barriera tra cognizione ed esecuzione[32], perché il fenomeno “barriera” interesserà soltanto una parte delle condizioni di accesso alla tutela mentre altre condizioni saranno oggetto di mera dichiarazione o addirittura di «allegazione e documentazione» (nella tutela dei crediti di mantenimento) in modo da combinare aspetti esecutivi e cognitivi nella definizione stessa della «certezza» e «liquidità» del diritto per la cui tutela si agisce (ma a scapito della autonomia e astrattezza del titolo esecutivo).

Qualcosa di molto simile deve accadere nell’esecuzione condotta dal creditore in surroga, perché è soltanto dalla lettura dell’atto di precetto che potranno comprendersi le ragioni – che l’esecutante afferma senza poterle, e forse doverle, documentare – per le quali un soggetto non contemplato nel titolo esecutivo quale «avente diritto» assume l’iniziativa di un’esecuzione forzata i cui positivi effetti si produrranno, appunto, nella sfera del soggetto contemplato quale «avente diritto» nel titolo azionato. Se è vero che nell’atto di precetto è contenuta la domanda esecutiva[33], sarà vero anche che qui il titolo la giustifica soltanto in parte, mentre le condizioni di accesso all’azione surrogatoria formeranno materia di mera allegazione da parte del soggetto che indossa la veste formale di “procedente” (seppure agendo nomine alieno).

Sappiamo che la notificazione del titolo esecutivo e del precetto è attività prodromica e preparatoria, e non è ancora esecuzione in senso stretto[34]; ciononostante, dobbiamo ritenere che almeno il precetto, ove la notifica del titolo sia stata anteriore, debba essere notificato anche al creditore surrogato, il quale da un lato deve sapere che l’esecuzione – alla quale non è certamente estraneo – è stata minacciata e sta per iniziare, dall’altro lato potrebbe opporsi deducendo la carenza di taluna delle condizioni dell’azione speciale o semplicemente potrebbe superare l’iniziativa del surrogante, attivandosi a sua volta in qualità di creditore procedente (entrando così in conflitto con la legittimazione straordinaria ex art. 2900 c.c.). Non è dubbio che il creditore-debitore potrà giovarsi dell’attività prodromica e della stessa attività esecutiva svolta dal creditore surrogante, né è dubbio che, qualora si attivi dismettendo la sua inerzia, verrà automaticamente meno la legittimazione straordinaria del creditore in surroga, che appunto presuppone la trascuratezza dell’interessato.

Crediamo che l’obbligo della notifica dell’atto di precetto al creditore-debitore surrogato possa dedursi direttamente dal comma 2 dell’art. 2900 c.c., scritto con l’occhio rivolto al processo di cognizione; in ogni caso, il giudice dell’esecuzione non potrà procedere senza provocarne il contraddittorio, vuoi in quanto parte (art. 485 c.p.c.), vuoi utilizzando la tecnica dell’avviso (artt. 498, 599 c.p.c.) qualora, con un’indubbia forzatura, scelga di assegnargli il ruolo di “terzo interessato” (in realtà il creditore surrogato non è terzo né rispetto al processo esecutivo, né rispetto al diritto fatto valere).

5.- Se le condizioni per l’esercizio dell’azione esecutiva in surroga vengono semplicemente affermate dal creditore nell’atto di precetto, dobbiamo chiederci chi e in quale particolare contesto può provvedere al relativo accertamento (ove esso sia ritenuto necessario, o semplicemente possibile).

Abbiamo già detto che l’idea di un’autorizzazione giudiziale preventiva in una separata sede di cognizione, nonostante l’autorevolezza dei suoi propugnatori, non ci sembra percorribile per un complesso di concorrenti ragioni anche di ordine pratico, non ultima delle quali è l’atteggiamento concreto osservato dal creditore-debitore che in ogni momento, semplicemente attivandosi a tutela del suo diritto, potrebbe far decadere d’emblée qualsiasi accertamento: che non potrebbe vincolarlo se non privandolo del diritto di azione. Privazione palesemente illegittima da cui deriverebbe non l’acquisto, bensì la perdita di qualsiasi diritto anche del creditore in surroga.

Il cancelliere, da parte sua, non viene chiamato in gioco; a differenza di quanto avviene nell’esecuzione ultra partes, qui la spedizione esecutiva del titolo sarà formata a favore di chi risulta in esso creditore (o ai suoi successori ex artt. 111 e 475 c.p.c.). Nulla di diverso, insomma, rispetto a quanto normalmente avviene in qualsiasi esecuzione forzata. Abbiamo detto retro che non è certo a proposito del titolo esecutivo che potranno notarsi differenze tra l’esecuzione ordinaria e quella condotta dal creditore in surroga.

L’ufficiale giudiziario sarà il primo a prendere contatto con l’esecuzione “speciale” e apprenderà dall’atto di precetto che è stato attivato l’istituto della surrogazione; ma l’accertamento della verità di quanto affermato dal creditore che ha la veste formale di richiedente non appartiene ai suoi compiti istituzionali, che si limitano alla verifica della corrispondenza dell’originale rispetto alle copie da notificare, tanto per il titolo quanto per l’atto di precetto, oltre che della propria competenza per territorio; mentre deve escludersi qualsiasi controllo di merito sul contenuto dell’atto di parte[35]. L’ufficiale giudiziario non può dunque rifiutarsi di dar corso alla notifica degli atti prodromici, motivando circa l’assenza di taluna delle condizioni per l’esercizio della surrogatoria[36]. E ciò vale anche per il compimento del pignoramento, nelle sue varie forme, perché in occasione della realizzazione dell’atto esecutivo non divengono più penetranti i poteri dell’ufficiale giudiziario, che incontrano sempre il loro insuperabile limite nel profilo della mera regolarità formale.

Ne risulta che il controllo della legittimazione del creditore in surroga potrà avvenire soltanto nell’esecuzione già iniziata; e qui i problemi emergono in tutto il loro spessore, perché potrebbe ritenersi che il controllo vada compiuto, anche d’ufficio, dal giudice dell’esecuzione; potrebbe ritenersi che esso sia possibile soltanto in sede di opposizione, per non essere l’esecuzione in sé la sede deputata a controlli di merito sull’azione esecutiva, per come in concreto esercitata; potrebbe infine ritenersi che i due controlli convivano, l’uno non escludendo l’altro.

6.- Tradizionalmente, le verifiche rimesse al giudice dell’esecuzione ruotano attorno al titolo esecutivo, quale fondamentale requisito di legittimazione all’esercizio dell’azione esecutiva. Prima delle riforme del 2005-2006, altra importante area di verifica, rimessa al g.e. da consolidatissima giurisprudenza, era quella degli interventi dei creditori sforniti di titolo dei quali veniva verificata appunto, nella fase di espropriazione, la «legittimazione» sul riflesso della produzione di una prova scritta del credito (il «titolo»: art. 499 c.p.c.) [37]. In un caso come nell’altro, le verifiche erano di tipo estrinseco – nel caso dell’intervento non titolato le verifiche di merito erano rimandate alla fase di distribuzione – e non potevano interessare la relazione sostanziale intercorrente tra le parti.

L’esperienza più recente – lo abbiamo appena visto – ha però evidenziato casi nei quali l’esecuzione forzata viene sorretta non soltanto dal possesso del titolo; la situazione legittimante è più complessa, e di essa il titolo fa parte senza però esaurirla. Nella tutela esecutiva dei crediti di mantenimento, il coniuge che agisce deve «allegare e documentare l’effettiva sopravvenienza degli esborsi indicati nel titolo e la relativa entità»[38], facendo dell’atto di precetto una sorta di provocatio ad opponendum; nell’astreinte evolutasi da minaccia a sanzione, il creditore procedente dichiara nell’atto di precetto il numero e l’entità delle violazioni che giustificano l’autoliquidazione, che però lo stesso atto di precetto non potrebbe in alcun modo documentare; nell’azione esecutiva speciale ex art. 2929-bis c.c., le condizioni di accesso alla tutela sono dichiarate sempre in atto di precetto ma, secondo l’opinione che ci sembra di dover condividere, formano materia di presunzione juris tantum[39].

Com’è evidente, ogni caso fa sistema a sé: a volte il dato rilevante ai fini dell’esecuzione è semplicemente dichiarato dal creditore procedente, a volte è anche documentato con l’allegazione dei giustificativi in atto di precetto, altre volte soccorre il legislatore che, in presenza di determinate condizioni (discrezionalmente individuate), sorregge l’azione esecutiva speciale con una presunzione legale che ogni interessato potrà contestare in sede di opposizione.

Tutti questi casi, a ben vedere, non hanno punti di contatto col nostro perché riguardano l’esercizio dell’azione esecutiva; laddove l’esercizio dell’azione surrogatoria antepone, a tutti i possibili problemi dell’esecuzione e del titolo, quelli connessi alla legittimazione speciale del richiedente (fermo restando che creditore procedente è sempre colui che risulta per tale dal titolo esecutivo). In diversi termini, il creditore in surroga che agisca nei confronti del debitor debitoris per far realizzare al suo debitore inerte la condanna dell’astreinte deve porsi il problema dell’autoliquidazione della sanzione e in più il problema della sua legittimazione ad agire nomine alieno.

Il caso che più somiglia al nostro ci sembra dunque quello dell’esecuzione ultra partes, su cui conviene brevemente tornare.

Abbiamo detto che la spedizione, di cui parla il comma 2 dell’art. 475 c.p.c., può servire ad attualizzare i riferimenti contenuti nel titolo, sciogliendo qualsiasi possibile incertezza circa il soggetto che, in qualità di successore, assume l’iniziativa dell’esecuzione forzata oltre il riferimento soggettivo del titolo. Abbiamo anche detto che l’opinione corrente, ragionando anche sul riflesso dell’art. 476 c.p.c., ammette il successore all’utilizzo nomine proprio del titolo già spedito a favore del de cuius o del dante causa: in tal caso si pone però il problema (del controllo) della legittimazione di chi agisce, e lo fa semplicemente affermandosi nuovo titolare del credito (o del diritto).

Nell’esecuzione ultra partes, si pone il problema degli eventuali controlli che il cancelliere debba compiere all’atto del rilascio della formula; le opinioni al riguardo sono molteplici[40], perché la formula dell’art. 153 disp. att. c.p.c. è suscettibile di plurime interpretazioni. Ma ciò, abbiamo detto, non interessa anche il caso della surrogatoria. Qui, l’unico controllo possibile è quello del g.e., che potrebbe d’ufficio porsi la questione della legittimazione del creditore che formalmente si presenta in qualità di “richiedente” (assumendo su di sé la responsabilità per gli atti dell’esecuzione), sebbene la titolarità del diritto rimanga in capo al debitore sostituito[41].

Non è dubbio che, rispetto al tempo in cui Luiso ha scritto la sua monografia sull’esecuzione ultra partes, molte cose siano cambiate, nella teoria come nella pratica. Il ruolo del g.e. si è evoluto, facendogli acquistare un maggiore controllo della procedura che lui “dirige” avvalendosi di molti ausiliari che svolgono compiti attivi di amministrazione e gestione del compendio pignorato[42]; il g.e. può decidere di estinguere l’espropriazione in forma “atipica” in un numero di casi progressivamente crescente, che hanno origine molto diversa e che sembrano moltiplicarsi in modo inarrestabile[43]. L’esecuzione forzata da insieme di adempimenti “semplici” – nella prospettiva del giudice-notaio – è divenuta attività complessa, aprendo la nuova prospettiva di un g.e. presente e reattivo che controlla e “decide” le questioni proprie della tutela esecutiva, a volte addirittura giungendo a occuparsi dell’intrinseco del titolo esecutivo[44].

Considerando le opposizioni esecutive come l’omologo delle eccezioni in senso proprio nel giudizio di cognizione[45], si sta progressivamente affermando l’idea che nell’esecuzione forzata tutte le possibili eccezioni siano rilevabili d’ufficio[46], e così esposte al controllo incidentale del g.e.; viene alla ribalta l’idea del doppio binario, perché la stessa questione può essere rilevata d’ufficio, aprendo la strada all’opposizione agli atti, o eccepita dalla parte interessata, aprendo la strada all’opposizione all’esecuzione[47].

C’è però una fondamentale differenza tra l’esecuzione ultra partes e quella intentata dal creditore che agisce in surroga: mentre nella prima un soggetto che può non risultare dal titolo (o dalla sua spedizione in forma esecutiva) assume la veste di procedente non solo formalmente, perché rivendica per sé le utilità che derivano dall’esecuzione forzata; nel caso dell’azione esecutiva ex art. 2900 c.c. chi agisce assume su di sé gli oneri e i rischi dell’iniziativa, le cui utilità andranno a vantaggio di chi risulta creditore dal titolo fatto valere. Possiamo quindi affermare che mentre nell’esecuzione ultra partes la legittimazione deriva da una successione nella titolarità del rapporto e del diritto, che si riflette nella titolarità dell’azione esecutiva; nel caso della surrogatoria la successione non c’è, la titolarità dell’azione esecutiva resta invariata e la legittimazione formale a richiedere il compimento degli atti dell’esecuzione ha una diversa spiegazione.

Si tratta di una spiegazione che, a ben vedere, potrebbe restare fuori dall’esecuzione forzata: se è vero che questa è retta dal titolo e non muta il soggetto identificato come creditore, il titolo e l’esecuzione restano invariati, quale che sia il soggetto che formalmente ne assume l’iniziativa. Nel caso dell’esecuzione ultra partes, il titolo può restare lo stesso ma l’esecuzione cambia, perché chi invoca soddisfazione non è il soggetto che il titolo stesso identifica come creditore (e proprio in tal caso il nostro sistema «preferisce correre l’alea di un’esecuzione ingiusta piuttosto che costringere il creditore a munirsi di un altro titolo esecutivo»[48]); nel caso dell’esecuzione ex art. 2900 c.c., è difficile individuare profili di “ingiustizia” dell’esecuzione, posto che si realizza il “comando” contenuto nel titolo tra i soggetti che il titolo stesso contempla quale creditore e debitore, né si pone il problema della creazione di un nuovo titolo perché chi agisce nell’esecuzione lo fa nomine alieno: il titolo e i suoi riferimenti soggettivi non possono cambiare.

Se questo è vero, viene meno la materia stessa che il g.e. potrebbe anche ex officio accertare nell’esecuzione: posto che il titolo e l’esecuzione restano invariati, la contestazione dell’azione esecutiva esercitata in surroga, quanto ai profili specifici dell’art. 2900 c.c., potrà formare materia delle sole opposizioni esecutive.

7.- In conclusione, muovendo dalla stessa formulazione letterale dell’art. 2900 c.c. non può revocarsi in dubbio – come del resto generalmente ritenuto – che l’attività surrogatoria del creditore potrà realizzarsi anche nell’esecuzione forzata; sebbene l’esame dei precedenti giurisprudenziali stia a dimostrare che la tutela surrogatoria conosce i suoi elettivi àmbiti di applicazione al di fuori dei processi esecutivi.

Il creditore che agisce nomine alieno deve dar conto, nell’atto di precetto che dovrà essere notificato anche al debitore-creditore surrogato (si tratta di una situazione speculare a quella considerata nell’art. 603, comma 1, c.p.c.), della sua legittimazione straordinaria, derivante dal concorso delle condizioni dell’art. 2900 c.c.; ma di quelle affermate condizioni non deve né potrebbe fornire prova alcuna, a differenza di quanto avviene nei casi, che sopra abbiamo ricordato, di “contaminazione” del titolo esecutivo (specie nella tutela dei crediti di mantenimento). Qui, il titolo non è affatto contaminato: i soggetti e l’oggetto dell’esecuzione corrispondono esattamente alle descrizioni del titolo; l’unica particolarità è data dalla legittimazione straordinaria di chi agisce (che abbiamo chiamato “richiedente” per distinguerlo dal “procedente”), che non è il soggetto destinato a soddisfarsi nell’esecuzione (ragion per cui non siamo dinanzi a un’esecuzione ultra partes).

Il g.e., ai fini della cognizione che ha luogo nell’esecuzione e che ha sempre quale punto di partenza il titolo esecutivo, non deve preoccuparsi di verificare la bontà di quanto affermato da chi procede nell’esecuzione in surroga; le sue possibili verifiche saranno quelle che di norma avvengono sul titolo e sull’azione esecutiva, senza estendersi alle condizioni proprie della legittimazione straordinaria. Il creditore, del resto, esercita un’azione esecutiva nomine alieno senza poter ricevere dall’esecuzione alcuna forma di soddisfazione diretta.

Spetta invece al g.e. di verificare che almeno l’atto di precetto sia stato notificato anche al debitore-creditore e, se tanto non risulti sia stato fatto, dovrà utilizzare a vantaggio dello stesso debitore-creditore surrogato la tecnica dell’audizione o dell’avviso.

Sia il debitore esecutato, sia il creditore surrogato saranno legittimati a opporsi all’esecuzione; il secondo, evidentemente, soltanto per far valere l’eventuale carenza delle condizioni per procedere in surroga.

Qualora invece il creditore surrogato intendesse agire direttamente a tutela del suo credito, la sua stessa iniziativa farà venir meno la legittimazione straordinaria del creditore in surroga; il primo potrà quindi “succedere” al richiedente nell’esecuzione da questi prima minacciata, e poi iniziata. Ma non si tratta di una forma di successione ex art. 111 c.p.c., che la giurisprudenza ammette, ad es., in caso di cessione del credito in corso d’esecuzione[49], perché qui non cambia il soggetto cui va riconosciuta la qualifica di “procedente”.

Abstract

Lo scritto esamina i problemi che si pongono nel processo di esecuzione forzata quando l’azione esecutiva venga esercitata, ex art. 2900 c.c. in surrogazione del creditore, dal creditore del creditore avente diritto; in particolare, ci si chiede in quale fase del processo e ad opera di chi potranno essere verificati i presupposti dell’azione surrogatoria: (a) chi agisce deve essere creditore del debitore-creditore; (b) deve esservi inerzia o trascuratezza da parte del debitore-creditore nell’esercizio di un diritto verso terzi, a contenuto patrimoniale; (c) atteggiamento che rischia di renderlo insolvente e che quindi rischia di far perdere al creditore surrogante la garanzia patrimoniale generica; (d) non deve trattarsi di diritti o azioni che per loro natura o per disposizione di legge possono essere esercitati soltanto dal loro titolare.

[1] Balena, Contributo allo studio delle azioni dirette, Bari, 1990, 310 ss.

[2] Sia consentito il rinvio al Manuale di diritto dell’esecuzione civile, 5a ed., Torino, 2017, 369 ss.; per più ampio discorso, v. il nostro La «sostituzione esecutiva» tra vecchio e nuovo codice, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1990, 95 ss.

[3] Nicolò, Tutela dei diritti, sub art. 2900 c.c., in Commentario del codice civile, a cura di Scialoja e Branca, Libro VI, Tutela dei diritti, artt. 2900-2969, Bologna-Roma, 1957, 15 ss., con ampie dimostrazioni.

[4] Cfr. Patti, L’azione surrogatoria, in Trattato di diritto privato, diretto da P. Rescigno, Tutela dei diritti, II, vol. 20, Torino, 1985, part. 138 ss.

[5] Monteleone, Profili sostanziali e processuali dell’azione surrogatoria, Milano, 1975, spec. 111 ss.; Id., Dell’azione surrogatoria, in Commentario del codice civile, diretto da E. Gabrielli, Della tutela dei diritti, a cura di G. Bonilini e A. Chizzini, artt. 2784-2906,**, Milano, 2015, 759 ss.

[6] Monteleone, op. ult. cit., 760.

[7] E neppure la sostituzione processuale, come ha ben dimostrato Monteleone, op. ult. cit., part. 215 ss., con ampie citazioni conformi, a sostegno della conclusione secondo cui «il potere conferito al creditore dall’art. 2900 c.c. in considerazione della sua genesi, del suo fondamento e del suo contenuto, ha caratteri del tutto particolari e inconfondibili, che non possono trovare totale e perfetto riscontro in altri istituti giuridici» (p. 223).

[8] Aspetto discusso soprattutto tra i civilisti: v., per tutti, Patti, op. loc. cit.

[9] Cfr. Trib. Roma, 11 luglio 2019 (in causa Finance Roma s.p.a. c. Serio’s Group di Di Serio Francesco e C. s.a.s. e altri) in Pluris, 2019, secondo cui l’azione surrogatoria accordata al creditore per esercitare i diritti che spettano verso i terzi al proprio debitore, in caso di inerzia di quest’ultimo, è esperibile per far valere la nullità di atti di disposizione patrimoniale compiuti dal debitore per violazione della forma scritta ad substantiam prevista per le donazioni, trattandosi di azione avente contenuto strettamente patrimoniale e mirante alla ricostituzione del patrimonio del debitore.

[10] V., ad es., Cass., Sez. II, 20 giugno 2019, n. 16623, secondo cui è ammissibile, da parte dei creditori dei legittimari totalmente pretermessi che siano rimasti del tutto inerti, l’esercizio in via diretta dell’azione surrogatoria nella proposizione della domanda di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima; Cass., Sez. II, 2 febbraio 2016, n. 1996, secondo cui ove un legittimario sia stato beneficiato da un legato in sostituzione di legittima al quale non abbia provveduto a rinunciare, il suo creditore non può esperire l’azione surrogatoria al fine di ottenere la legittima, perché «l’esperibilità dell’azione surrogatoria postula, invero, l’inerzia del debitore, cioè un comportamento omissivo o quanto meno insufficientemente attivo, al quale non può parificarsi un comportamento positivo, ancorché pregiudizievole per le ragioni del creditore, giacché tale comportamento positivo, quale atto di amministrazione del proprio patrimonio spettante al debitore, non è un indice di trascuratezza nell’esercizio del proprio diritto e non consente, perciò, interferenze da parte del creditore, salvo a costituire oggetto di revocatoria, ove ne ricorrano gli estremi, ai sensi dell’art. 2901 c.c. Non può quindi mai pensarsi all’azione ex art. 2900 c.c. qualora il debitore abbia posto in essere condotte sufficienti a far ritenere utilmente espressa la sua volontà in ordine alla gestione del rapporto, in quanto il creditore non può chiedere di sostituirsi al debitore per sindacare le modalità con cui questi abbia ritenuto di esercitare la propria situazione giuridica, o per contestarne le scelte e manifestazioni di volontà»; Cass., Sez. II, 30 marzo 2012, n. 5145, secondo cui nell’oggetto del contratto di vendita di eredità, di cui agli artt. 1542 ss. c.c., non rientra anche l’azione di petizione ereditaria, essendo quest’ultima diretta all’accertamento della qualità di erede, per sua natura intrasmissibile, e configurandosi, invece, la vendita dell’eredità come alienazione di componenti patrimoniali e non di mere qualificazioni giuridiche. Ne consegue che deve escludersi la legittimazione attiva a proporre l’azione di petitio hereditatis in capo al compratore dell’eredità, potendo questi, in quanto creditore del venditore per i frutti percepiti, i crediti riscossi ed i beni venduti e, per contro, terzo rispetto al conflitto tra erede e possessore di beni ereditari, proporre azione surrogatoria in caso di inerzia del venditore stesso nell’esercizio della petizione d’eredità. Più in generale, Cass., Sez. II, 12 aprile 2012, n. 5805, ha deciso che l’azione surrogatoria, consentendo al creditore di prevenire e neutralizzare gli effetti negativi che possano derivare alle sue ragioni dall’inerzia del debitore il quale ometta di esercitare le opportune azioni dirette ad incrementare il suo patrimonio, conferisce al creditore stesso la legittimazione all’esercizio di un diritto altrui, ed ha perciò carattere necessariamente eccezionale, potendo essere proposta solo nei casi ed alle condizioni previsti dalla legge. Ne discende che, qualora il debitore non sia più inerte, per aver posto in essere comportamenti idonei e sufficienti a far ritenere utilmente espressa la sua volontà in ordine alla gestione del rapporto, viene a mancare il presupposto perché a lui possa sostituirsi il creditore, il quale non può sindacare le modalità con cui il debitore abbia ritenuto di esercitare la propria situazione giuridica nell’ambito del rapporto, né contestare le scelte e l’idoneità delle manifestazioni di volontà da questo poste in essere a produrre gli effetti riconosciuti dall’ordinamento, soccorrendo all’uopo altri strumenti di tutela a garanzia delle pretese del creditore, quali, ove ne ricorrano i requisiti, l’azione revocatoria ovvero l’opposizione di terzo.

[11] Trib. Massa, 8 aprile 2016 (in causa In.Sa.Pa. s.p.a. c. Bo.An. e altri), in Pluris, 2019, secondo cui l’esegesi della locuzione “rapporti societari”, per come impiegata nell’art. 3, comma 2, lett. a) del d.lgs. n. 168/2003, si presta ad abbracciare tutte le controversie traenti origine e fondamento dal contratto di società, comprese quelle in cui veniva in rilievo una non più attuale permanenza del rapporto societario (vuoi in relazione a un singolo socio, vuoi con riguardo all’intera società), purché aventi ad oggetto una disputa sul modo di essere delle situazioni giuridiche soggettive conseguenti al venir meno di quel rapporto. Ne consegue che rientra nella competenza delle sezioni specializzate l’azione surrogatoria promossa dal creditore di una società di capitali estinta nei confronti dei soci al fine di ottenere una pronuncia in merito alla devoluzione del patrimonio sociale ai soci stessi.

[12] Monteleone, op. ult. cit., 760. Per argomentate osservazioni critiche rispetto a tale orientamento v. La Rocca, L’esercizio in via surrogatoria del diritto nascente da contratto preliminare: profili problematici, in Foro it., 1996, I, 882 ss., in nota a Cass., Sez. II, 8 gennaio 1996, n. 51.

[13] Così infatti la Cass., sez. II, 23 gennaio 1998, n. 10428.

[14] Patti, L’azione surrogatoria, cit., 107-108.

[15] Così Monteleone, op. ult. cit., 761. La cui dottrina, forse in parte fraintesa, ha probabilmente ispirato la Cass., Sez. III, 11 maggio 2009, n. 10744 (in Nuova giur. civ. comm., 2009, 1192, con nota di Nocera, Esperibilità delle azioni surrogatoria e revocatoria in vista dell’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di concludere un contratto), secondo cui, muovendo dall’assunto della funzione non più meramente conservativa, ma principalmente satisfattiva dell’azione surrogatoria, in linea con le evoluzioni della migliore dottrina processualistica, intesa a far conseguire all’attore proprio il bene della vita cui ha diritto, è ormai generalmente riconosciuta la neutralità della surrogatoria rispetto al tipo di tutela, reale o obbligatoria, la cui esperibilità l’attore mira con essa a salvaguardare. Tuttavia, l’azione surrogatoria non può essere esperita dal creditore rispetto a quelle attività (o a quelle volontarie inerzie) del debitore che si risolvano in atti di disposizione dei suoi diritti, e siano, come tali, manifestazione della sua volontà di gestione, piuttosto che indice di trascuratezza.

[16] Montesano, La tutela giurisdizionale dei diritti, in Trattato di diritto civile italiano, fondato da F. Vassalli, vol. XIV, tomo 4, Torino, 1985, 108 ss., 123 ss.

[17] V. infatti Monteleone, Profili, cit., part. 402 ss. per quanto qui interessa.

[18] La qualità di creditore non deve essere sub iudice: Cass., sez. III, 21 ottobre 1998, n. 10428.

[19] La quale dev’essere per così dire permanente, perché qualsiasi positiva iniziativa del debitore-creditore determina il venir meno della legittimazione del creditore in surroga e può tradursi anche in atti negativi o addirittura di rinuncia, purché siano di gestione e amministrazione attiva (Cass., sez. II, 2 febbraio 2016, n. 1996, ha deciso che in tema di legato in sostituzione di legittima, integrando la mancata rinuncia al lascito un atto di gestione del rapporto successorio da parte del beneficiario, confermativo ex lege della già realizzata attribuzione patrimoniale, è inammissibile l’azione surrogatoria proposta dal creditore dell’istituito per ottenere la legittima, postulando tale azione l’inerzia del debitore, quale comportamento omissivo o, quantomeno, insufficientemente attivo, che va esclusa in presenza di un qualsivoglia comportamento positivo, ancorché pregiudizievole per le ragioni creditorie, attraverso cui il debitore manifesti (come nella specie) la volontà di gestire il proprio patrimonio; Cass. civ. Sez. II Sent., 12/04/2012, n. 5805, ha deciso che il rilievo che l’azione surrogatoria possa essere esperita dal creditore anche nel caso in cui l’attività del debitore sia qualitativamente o quantitativamente insufficiente per la tutela della situazione giuridica del debitore stesso all’interno del rapporto con il terzo, non può, tuttavia, essere dilatato fino al punto da consentire l’interferenza del creditore anche rispetto a quelle attività del debitore che si risolvano in atti di disposizione del diritto stesso).

[20] Monteleone, Profili, cit., 224 ss.

[21] Riteniamo che il creditore in surroga che abbia agito in primo grado perda la legittimazione a proporre l’appello, ove tale impugnazione sia proposta dal creditore-debitore; così come, in caso di inerzia del creditore-debitore, il creditore surrogante potrà proporre appello (Monteleone, Profili, cit., 392 ss.) e in un caso come nell’altro la legittimazione andrà valutata con riferimento alla fase processuale che si introduce. Secondo Cass., sez. III, 17 aprile 2013, n. 9233, l’azione surrogatoria non può essere esercitata, per la prima volta, attraverso la proposizione del ricorso per cassazione omisso medio (senza, cioè, aver esercitato la medesima azione nella precedente sede di appello, ovvero avendola ivi erroneamente esercitata), non presentando essa caratteri morfologici meramente “rappresentativi” – tali, cioè, da consentire al soggetto in surroga di inserirsi nel processo in forza di un sottostante rapporto, del tutto indifferente per il terzo cui la domanda è rivolta – bensì connotandosi come attuazione di un potere, il cui accertamento processuale è compito del giudice e presuppone un’indagine di fatto non compresa nei limiti del giudizio di legittimità non mutati, in parte qua, per effetto della modifica dell’art. 384 c.p.c.

[22] Potranno così darsi casi nei quali il creditore-debitore resista all’azione del creditore in surroga e, in accoglimento della domanda, sarà condannato alle spese di lite dalla stessa sentenza che forma a suo favore un titolo esecutivo da far valere nei confronti del debitor debitoris.

[23] La dottrina che il problema se l’è posto (Nicolò, op. cit., 155; Monteleone, Profili, cit., 405 ss.) ha prospettato la possibilità di una sorta di autorizzazione all’esercizio della surrogatoria nell’esecuzione forzata, da richiedere al giudice della cognizione. Ma di una simile autorizzazione la legge processuale non parla mai, perché ogni problema di legittimazione all’esercizio dell’azione esecutiva è virtualmente risolto dal titolo esecutivo; senza contare che le lungaggini dell’autorizzazione giudiziale preventiva limiterebbero di molto l’efficacia della surrogatoria nell’esecuzione (Monteleone, Profili, cit., 407). A ciò va aggiunto che la legittimazione del creditore va verificata caso per caso e grado per grado, perché l’atteggiamento del debitore-creditore potrebbe cambiare: ad es., questi potrebbe assistere passivamente all’esercizio della surrogatoria in sede di cognizione, ma una volta formatosi un titolo giudiziale in suo favore potrebbe decidere di attivarsi nell’esecuzione. Potrebbe decidere di impugnare la sentenza di primo grado anche qualora sia restato contumace in quel grado di giudizio, e via discorrendo.

[24] Cfr. il Manuale, cit., 77 ss.

[25] Secondo Monteleone, Profili, cit., 402-403, il secondo dei casi si presenta più problematico del primo, perché il titolo esecutivo sarebbe «di pertinenza esclusiva del debitore, quando costui ometta di avvalersene ex iure proprio».

[26] È sintomatico che nel fondamentale lavoro di Luiso, L’esecuzione «ultra partes», Milano, 1984, non si faccia mai menzione (se non del tutto incidentalmente: v. pag. 46, nota 55) del problema dell’esercizio dell’azione surrogatoria nel processo di esecuzione forzata. Beninteso, se il creditore abbia già agito in sede di cognizione potrà ottenere dal cancelliere una copia esecutiva della sentenza quanto al capo di condanna alle spese del debitor debitoris, ma una simile spedizione non lo legittima certo all’esecuzione forzata in suo favore del pregiudiziale capo condannatorio di merito.

[27] Cass., sez. III, 6 agosto 2010, n. 18363. In generale, sulla “svalutazione” della formula v. Vaccarella, Titolo esecutivo, precetto, opposizioni, in Giur. sist. dir. proc. civ., diretta da A. Proto Pisani, 2°ed., Torino, 1993, 186 ss., il quale sottolinea che la spedizione ha oggi soprattutto la funzione di individuare la copia utilizzabile ai fini esecutivi, in rapporto alle altre utilizzabili per diversi fini.

Secondo la Cass., sez. III, 22-11-2019, n. 30505, la qualità di successore mortis causa, contestata dal debitore con opposizione all’esecuzione, va provata con le certificazioni anagrafiche e non con la denuncia di successione. Secondo la Cass., Sez. II, 27 giugno 2005, n. 13738, «il soggetto che promuova l’azione (e, specularmente, che la contraddica) nell’asserita qualità d’erede d’altro soggetto indicato come originario titolare del diritto fatto valere deve allegare la propria legitimatio ad causam per essere subentrato nella medesima posizione del proprio autore e fornirne, quindi, tramite le opportune produzioni documentali, la necessaria dimostrazione, provando sia il decesso della parte originaria, sia l’asserita qualità d’erede della stessa, costituenti i presupposti di legittimazione alla sua successione nel diritto dedotto in giudizio eppertanto alla proposizione dell’azione in proprio nome al posto del defunto titolare del diritto stesso; ond’è che, in difetto di prova siffatta, resta indimostrato uno dei fatti costitutivi del diritto ad agire (od a contraddire), dimostrazione il cui onere incombe ex art. 2697 c.c. sulla parte che tale diritto eserciti».

[28] Rinviamo al Manuale, cit., 175 ss.

[29] Ciò anche qualora la sentenza di condanna si sia formata nel giudizio intrapreso dal creditore in surroga. Infatti essa (a) da un lato porterà una condanna solo a favore del creditore-debitore surrogato (salvo il capo sulle spese); (b) dall’altro lato non creerà una legittimazione del surrogante ad agire in sede esecutiva, perché le condizioni verificate in sede di cognizione potrebbero non replicarsi in sede di esecuzione (es., il creditore-debitore rimasto inerte nel giudizio di cognizione potrebbe decidere di attivarsi nell’esecuzione, una volta formatosi il titolo esecutivo in suo favore).

[30] Ci permettiamo di rinviare a Dall’esecuzione civile all’ottemperanza amministrativa?, in Riv. dir. proc., 2018, 370 ss.

[31] Tali condizioni sono: a) il credito per cui si agisce dev’essere sorto in epoca anteriore al compimento dell’atto pregiudizievole; b) l’atto bypassato, e così l’atto esecutivo, debbono avere per oggetto beni immobili o mobili registrati; c) l’azione esecutiva (pignoramento o intervento) dev’essere esercitata entro l’anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole bypassato (si considererà quindi la trascrizione quanto al pignoramento, il deposito del ricorso ex art. 499 c.p.c. quanto all’intervento); d) chi agisce in executivis dev’essere in possesso di titolo esecutivo (riferito a credito, s’è detto, sorto anteriormente all’atto dispositivo «sospetto») per un diritto «certo, liquido ed esigibile» (art. 474, comma 1°, c.p.c.); e) sullo sfondo (requisito che, però, non forma oggetto di verifica per l’accesso all’esecuzione) è la presunzione, juris tantum, del pregiudizio che l’atto dispositivo arrechi al creditore in termini di compromissione della garanzia patrimoniale generica; f) per altro verso, si nota che mentre l’art. 2929 bis, comma 1, c.c. non parla della scientia damni, la nozione viene recuperata dal comma 3 a proposito dell’oggetto delle contestazioni successive (ex artt. 615 o 619 c.p.c.) del debitore, del terzo esecutato e di ogni «altro interessato».

[32] Verde, Attualità del principio «nulla executio sine titulo», in Riv. dir. proc., 1999, 963 ss.

[33] Rinviamo, anche per citazioni, al Manuale, cit., 188 ss.

[34] Rinviamo ancora al Manuale, loc. ult. cit.

[35] In tal senso anche Monteleone, Profili, cit., 406; Luiso, op. loc. cit.

[36] Sperti, I poteri officiosi dell’ufficiale giudiziario nell’esecuzione forzata ordinaria, in Riv. esec. forz., 2017, 136 ss., part. 164 ss.

[37] Su tutte queste questioni, da ultimo e riassuntivamente, v. Cavuoto, La cognizione incidentale sui crediti nell’espropriazione forzata. Contributo allo studio dei rapporti tra esecuzione e accertamento, Napoli, 2017; Lai, L’intervento del creditore non titolato nell’espropriazione forzata, Roma, 2014.

[38] Cass., sez. III, 23 maggio 2011, n. 11316.

[39] Tanto non è da tutti condiviso: v., anche per riferimenti, Capponi, Note sull’art. 2929-bis c.c. (la tecnica del bypass applicata all’esecuzione forzata), in Questioni attuali sull’esecuzione civile, Napoli, 2017, 39 ss.

[40] V., riassuntivamente, Canella, Titolo esecutivo e precetto. Espropriazione forzata in generale, in Commentario al codice di procedura civile, a cura di S. Chiarloni, Libro terzo: processo di esecuzione – artt. 474-512, Torino, 2019, 132 ss.

[41] Per chiarire le rispettive posizioni rispetto all’esecuzione, si potrà indicare come “richiedente” il creditore in surroga, continuando a indicare come “procedente” il creditore surrogato.

[42] V., se vuoi, la Introduzione alla raccolta di saggi Questioni attuali, cit.

[43] Cfr. Cass., Sez. VI – 3, ord. 20 febbraio 2019, n. 4961; Cass., Sez. VI – 3, ord. 22 giugno 2017, n. 15605; Cass., Sez. III, 20 aprile 2015, n. 7998; per la casistica v. Soldi, Manuale dell’esecuzione forzata, 5°ed., Padova, 2016, 2278 ss.

[44] Molti commentatori reagiscono a questa chiara tendenza: v., ad es., Iannicelli, Sul provvedimento del g.e. che dichiara improcedibile il processo esecutivo rilevando il pagamento del credito portato dal titolo azionato, in Riv. esec. forz., 2019, 608 ss.; Cirulli, Valori funzionali del processo esecutivo e poteri officiosi, in Riv. esec. forz., 2019, 250 ss.; v. anche Vincre, L’«improcedibilità» dell’espropriazione e l’opposizione all’esecuzione, in Riv. dir. proc., 2018, 1654 ss.; Tota, I controlli sulle decisioni «di merito» del giudice dell’esecuzione, in Riv. dir. proc., 2018, 1508 ss.

[45] V. ancora il Manuale, cit., 421 ss.

[46] Cirulli, op. loc. ult. cit.

[47] V., da ultimo, i vari contributi raccolti nel volume Esecuzione civile e ottemperanza amministrativa nei confronti della P.A., a cura di B. Capponi e A. Storto, Napoli, 2018.

[48] Luiso, op. cit., 89.

[49] V. ancora il Manuale, cit., 91 ss.

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