NOTERELLA IN TEMA DI ACCERTAMENTO DI ADDEBITO NELL’AMBITO DEL GIUDIZIO DI SEPARAZIONE DEI CONIUGI. RIFLESSIONI SULLA VIOLAZIONE DELL’OBBLIGO DI FEDELTA’

Di Simona Paola Bracchi -

– PREMESSA

Negli ultimi decenni, si è assistita in Italia ad un’evoluzione del concetto di consorzio familiare, sensibile, anch’essa, ai cambiamenti ed alle trasformazioni nel tempo del tessuto sociale, partendo dalla famiglia legittima, ossia quella di cui all’art. 29 della Costituzione[1], che può essere definita come la fondamentale istituzione della società – o, sic et simpliciter, come la cellula costitutiva della struttura sociale (intesa in senso naturalistico, ossia comunione spirituale e fisica, nonché condivisione di vita ed istituzionalizzata con il matrimonio) – sino alla convivenza “more uxorio” ed ad altri modelli di vincoli affettivi, quali l’unione di fatto. Si è in presenza, conseguentemente, di una nuova tipologia di relazioni familiari: trattasi di nuclei ormai a pieno titolo inseriti nel tessuto sociale ed altrettanto degni di tutela da un punto di vista giuridico, ancorché diversificata rispetto a quella della famiglia fondata sul matrimonio. Ai fini del presente scritto, l’analisi è riferita all’aspetto patologico della famiglia per così dire “tradizionale”, ossia quella basata sul matrimonio, con riferimento all’istituto della separazione giudiziale dei coniugi; invero, l’argomento della presente “noterella”[2] afferisce ad un thema spinoso – legato al predetto istituto e, specificamente, all’addebito della separazione -, giacché non sempre agevole è il raggiungimento della prova riguardante la sussistenza del nesso causale tra violazione dei doveri discendenti dal matrimonio e “fine” del medesimo.

Dal rapporto di coniugio – costitutivo di una famiglia a struttura paritaria – discendono diritti e doveri reciproci dei coniugi, che sono individuati nell’art. 143 c.c.; nel secondo comma[3] della citata norma è specificato che “Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.”. Come insegna autorevole dottrina, “tali obblighi presentano alcune caratteristiche comuni: a) si tratta, anzitutto, di obblighi tassativamente previsti dalla legge, in conformità alla previsione costituzionale che riserva alla legge la fissazione dei “limiti” a garanzia dell’unità familiare; b) gli obblighi stessi sono inderogabili (art. 160 c.c.); sarebbe nullo, pertanto, l’accordo con cui i coniugi si esonerassero – unilateralmente o reciprocamente – dalla loro osservanza (in coerenza con tale assunto, la Suprema Corte afferma, ad esempio, che la tolleranza all’infedeltà dell’altro coniuge è del tutto irrilevante per escludere l’addebitabilità della separazione personale[4]); c) gli obblighi sono, inoltre, incoercibili, proprio in ragione della loro natura personale; …[5].

Trattasi di diritti-doveri, che, purtroppo, frequentemente vengono calpestati da uno dei componenti del consorzio familiare, attraverso manifestazioni irrispettose, finanche violente ,nei confronti del partner, e se è certamente vero che non esiste (né umanamente è possibile) una famiglia perfettamente armoniosa, ossia scevra di dissidi o momenti di tensione, i quali, al contrario, sono fisiologici all’interno di qualsiasi nucleo comunitario (anche il più ristretto), è altrettanto corrispondente a realtà il verificarsi, sovente, di episodi di devianza che sono intollerabili e così gravi da determinare una crisi coniugale da non poter essere superata. E tali episodi si estrinsecano in condotte (si pensi, a mero titolo esemplificativo, a violenza[6]sia essa fisica che psicologica – ed adulterio), che minano l’integrità psico-fisica del coniuge che le subisce.

Ebbene, al di là del profilo penalistico che certe condotte adottate da uno (od entrambi) dei coniugi nell’ambito familiare possono rivestire, esse sovente vengono poste all’attenzione del Giudice civile nell’ambito della richiesta di separazione personale dei coniugi. Autorevole dottrina chiarisce che “l’art. 151, II c.c., prevede che il coniuge, oltre alla separazione, possa chiedere al giudice anche di individuare quale dei due è responsabile della  intollerabilità della convivenza (c.d. “addebito”): si tratta del vecchio criterio della separazione per colpa. … La richiesta di addebito costituisce una domanda ulteriore rispetto a quella di separazione, ed è a quest’ultima necessariamente subordinata: si può chiedere la separazione senza chiedere l’addebito, ma non si può chiedere l’addebito senza chiedere la separazione …[7].

Le richieste di addebito assai più frequenti nella cause di separazione giudiziale attengono, invero, a gravi episodi di maltrattamenti, per fuggire ai quali il coniuge – a volte – è costretto[8] a lasciare, per la propria incolumità, la casa coniugale[9] od alla violazione dell’obbligo di fedeltà, inteso – da un punto di vista giuridico – quale “impegno globale di devozione, che presuppone una comunione spirituale fra i coniugi, volto a garantire e consolidare l’armonia interna tra essi[10]: impegno che implica astensione da relazioni sentimentali extra-coniugali e, altresì, il non tradire la fiducia reciproca. Volutamente, si è usata l’espressione “relazione sentimentale”, giacché non è necessario che si concretizzi in adulterio, ritenendo la giurisprudenza equiparabile il tradimento cosiddetto “virtuale”[11] (si pensi, a mero titolo esemplificativo, ad una relazione intrattenuta via internet da parte del coniuge fedifrago) a quello carnale, ossia in senso fisico.

La Suprema Corte ha ritenuto assimilabile l’obbligo di fedeltà al concetto di lealtà, qualificandolo quale “impegno di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi[12]. Com’è noto, secondo dottrina, “il dovere di fedeltà vincola ciascun coniuge a creare un rapporto affettivo esclusivo con l’altro, quale compagno della propria vita, funzionale alla realizzazione dell’unità familiare[13].

Com’è noto, sino alla fine degli anni sessanta, la violazione dell’obbligo di fedeltà costituiva reato; in particolare, nel Codice Penale si rinvenivano due norme in proposito: l’art. 559, afferente all’adulterio della moglie[14], e l’art. 560, inerente al concubinato da parte del marito[15]. La ratio di siffatte norme, successivamente, dichiarate costituzionalmente illegittime[16] – con conseguente perdita della pregnante tutela legale – risiede nella primaria concezione del citato obbligo, secondo la quale costituiva “una vera e propria servitù d’amore, un diritto di esclusività sessuale spettante al coniuge; a tale obbligo, presidio di prestigio e decoro di un coniuge, nei confronti dell’altro, in termini di stima nei rapporti sociali, si attribuiva stampo pubblicistico; di conseguenza, le sue violazioni costituivano vere e proprie fattispecie di reato[17]. E mentre l’adulterio ed il concubinato perdevano penale illiceità, si sono vieppiù inasprite, nel tempo, le pene inerenti ai reati di violenza domestica e, in particolare, alla fattispecie delittuosa prevista e punita dall’art. 572 c.p.[18], anche se il concetto di famiglia, alla base della citata norma penale, si è ampliato rispetto a quello della famiglia istituzionalizzata attraverso il matrimonio, per la quale opera l’istituto della separazione[19]. Infatti, come insegna il Supremo Collegio, ai fini della configurabilità del reato di maltrattamenti, “deve considerarsi “famiglia” ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà, senza la necessità della convivenza e della coabitazione. E’ sufficiente un regime di vita improntato a rapporti di umana solidarietà ed a strette relazioni …[20].

Non vi è chi non veda come possa rivelarsi particolarmente ostico l’accertamento, da parte del Giudice di merito, della sussistenza di una situazione ormai compromessa del rapporto coniugale – intesa quale disgregazione di quella comunione spirituale (od affectio coniugalis) e materiale peculiare del matrimonio – antecedente alla supposta condotta contraria ai doveri del matrimonio da parte di uno dei coniugi; in effetti, la disaffezione attiene alla sfera più intima dei membri costituenti il nucleo familiare e può maturare anche lentamente o per una serie di ragioni, le quali non sempre riescono ad essere individuate, con contorni definiti, neppure dalle stesse persone coinvolte. Sovente, invero, le allegazioni fattuali, a sostegno della richiesta di addebito, non assurgono a dignità di prova, attesa la genericità, la vaghezza, finanche l’ambiguità delle stesse.

Secondo gli insegnamenti della Suprema Corte, “nella separazione personale la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri posti dall’art. 143 c.c. a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione, lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata e in conseguenza di una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale. L’apprezzamento circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità  della convivenza è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica.”[21]. Pertanto, la separazione con addebito di responsabilità ha, come fisiologico presupposto, la violazione dei doveri coniugali, di cui all’art. 143 c.c., ma siffatta violazione deve essere eziologicamente collegata con il naufragio del rapporto di coniugio, ossia la condotta contraria deve costituire causa efficiente – e, quindi, determinante – della crisi coniugale. E la difficoltà dell’accertamento del nesso eziologico tra violazione degli obblighi coniugali ed addebito della separazione traspare finanche in alcune sentenze dello stesso Supremo Collegio. A mero titolo esemplificativo, la Cassazione ha statuito, con riferimento all’abbandono della casa coniugale[22], che esso “non costituisce causa di addebitabilità della separazione quando sia stato determinato da giusta causa ossia dalla ricorrenza di situazioni di fatto, o anche di avvenimenti o comportamenti altrui, di per sé incompatibili con la protrazione della convivenza, ovvero quando sia intervenuto un momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione di detta convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto.[23].

Più agevole risulta l’accertamento della sussistenza del nesso di causalità in presenza di condotte violente da parte di uno dei coniugi (per lo più, statisticamente, il marito), divenendo l’altro coniuge vittima di fattispecie penali, quali quelle di lesioni e/o di maltrattamenti[24], posto che – frequentemente – esse sono già state oggetto di accertamento in sede penale; tali condotte si traducono in un’“aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale dell’altro coniuge”, e, come tale, giustificano l’addebitabilità della separazione, essendo “insuscettibili di essere giustificate come ritorsione e reazione al comportamento[25].

            – ACCERTAMENTO DELL’ADDEBITO PER VIOLAZIONE DELL’OBBLIGO DI FEDELTA’

Con specifico riferimento al dovere di fedeltà[26], prima di evidenziare la formazione, in thema di accertamento della violazione di tale obbligo ai fini dell’addebito, di un orientamento, da parte dei Giudici di legittimità, pressoché granitico, secondo il quale “la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della convivenza, giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile a meno che non risulti che comunque non abbia avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, siccome già preesisteva un menage solo formale.[27], appare opportuno citare una  quantomai interessante sentenza (sempre della Suprema Corte), ancorché non recentissima, nella quale è stato definito, con estrema chiarezza, l’obbligo della fedeltà coniugale e la sua incidenza nella causazione della crisi matrimoniale: “… in linea di principio deve ritenersi comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio la violazione, in assenza di consolidata separazione di fatto, dell’obbligo di fedeltà coniugale, che costituisce una regola di condotta imperativa (art. 143 comma 2 C.C.), oltre che una direttiva morale di particolare valore sociale, e che assume una gravità ancora maggiore allorché venga attuata in maniera reiterata od, addirittura, attraverso una stabile relazione extraconiugale. Determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, essa deve ritenersi, di regola, causa della separazione e ne giustifica pertanto l’addebito, potendosi presumere che abbia esercitato in tale direzione un ruolo decisivo, secondo il criterio dell’“id quod plerumque accidit”. Solo eccezionalmente, qualora risulti, attraverso un’indagine rigorosa e penetrante ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, l’irrilevanza di una tale violazione per mancanza di un nesso di causalità con la crisi coniugale, irrimediabilmente già in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale, può escludersi l’addebitabilità, trattandosi in tal caso di comportamenti successivi al determinarsi di tale situazione …[28].

Una pregevole sentenza, emessa dal Tribunale di Cremona[29], ha evidenziato proprio tale profilo, affrontando, tra l’altro, anche un aspetto procedurale di estremo interesse[30], inerente all’ammissibilità della domanda, da un punto di vista temporale, atteso che il consorte, nel proprio atto costitutivo, eccepiva la tardività della domanda di pronuncia di addebito, giacché la stessa (unitamente alla condanna al risarcimento dei conseguenti danni non patrimoniali patiti) era stata formulata solamente nella memoria integrativa; siffatta eccezione veniva rigettata, sulla base della seguente condivisibile argomentazione: “… La domanda va innanzitutto dichiarata ammissibile, poiché, da una parte, è la stessa lettera dell’art. 709, comma 3, c.p.c., a indicare, quale contenuto della memoria integrativa, quelli propri dell’editio actionis previsti dall’art. 163 c.p.c., e vista, dall’altra, la tendenza del legislatore (da ultimo con le riforme del 2005) a considerare l’udienza presidenziale come fase (se non autonoma) particolare del procedimento, la cui vera esplicazione si avrebbe con la comparizione innanzi al giudice istruttore, e ciò appare anche in linea con la previsione della maturazione  delle decadenze, per il convenuto, proprio con riferimento al termine di costituzione innanzi al giudice istruttore anziché innanzi al Presidente del Tribunale …[31]. Tra l’altro, sempre in thema, il Tribunale di Milano ha osservato che: “La domanda di addebito soggiace a tutte le preclusioni processuali in punto di allegazioni fattuali e di deduzioni istruttorie proprie del giudizio ordinario, preclusioni che è compito del Giudice far rispettare … L’unica peculiarità propria del giudizio di separazione derivante dalla particolare struttura del giudizio stesso, che prende le mosse con il ricorso ex art. 706 e la fase presidenziale cui segue la fase di cognizione vera e propria, è che il momento preclusivo ultimo per parte attrice per proporre la domanda di addebito e per esporre i fatti posti a fondamento della stessa è rappresentato dalla memoria integrativa che deve avere, ex art. 709 comma 3 c.p.c, il contenuto di cui all’art. 163 comma 3 n. 2), 3), 4), 5) e 6) …[32]. Con riferimento specificamente alla richiesta di addebito, il Tribunale di Cremona ha rigettato la domanda a fronte della circostanza che la relazione extra-coniugale del marito – e, quindi, la violazione del dovere di fedeltà – non era stata la causa della crisi coniugale, ma la conseguenza della frattura del rapporto di coppia, già ampiamente in atto negli precedenti al deposito del ricorso per separazione.

Come dianzi precisato, i Giudici di Legittimità hanno, a più riprese, evidenziato che “l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, determinando di regola l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce in genere circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, con un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, rimessa al giudice di merito per accertare se vi è la preesistenza d’una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza solo formale …[33].

Ne discende il fondamentale (ed altrettanto delicato) ruolo rivestito dal Giudice, ruolo connotato da particolare attenzione e rigore nella valutazione dei fatti allegati dalla parti (o da una delle parti), ai fini di avvalorare la richiesta di addebito nella procedura di separazione personale dei coniugi. Invero, la Suprema Corte ha chiarito che “la dichiarazione di addebito della separazione implica la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri nascenti dal matrimonio di uno o di entrambi i coniugi, ovverosia che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza; pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai predetti doveri tenuto da uno dei due coniugi, o da entrambi, sia stato la causa efficiente del fallimento della convivenza, legittimamente viene pronunciata la separazione senza addebito.[34].

Anche gli avvocati, in verità, rivestono un ruolo delicato, attesa la particolare difficoltà dell’onere della prova di cui sono gravate le parti; invero, in una recente ordinanza, la Cassazione ha incisivamente affrontato, tra l’altro, tale profilo del thema dell’accertamento dell’addebito, giacché, nel sancire la correttezza della Corte distrettuale – nel riconoscere la sussistenza dell’addebito della separazione in capo alla moglie – rilevava che la medesima si era rigorosamente attenuta “al principio, più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui la parte che faccia valere la violazione dell’obbligo di fedeltà da parte dell’altro coniuge è tenuta a provare la relativa condotta ed il nesso causale con l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, mentre incombe a chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi l’inidoneità dell’infedeltà a rendere intollerabile la convivenza, l’onere di provare le circostanze su cui l’eccezione di fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà[35].

E’ palese, per le argomentazione dianzi svolte, quanto la mancata dimostrazione dei fatti allegati a sostegno delle tesi, prospettate dalle parti, ossia, da una lato, violazione del dovere di fedeltà costituente causa della crisi familiare, dall’altro, anteriorità di siffatta crisi rispetto alla relazione extraconiugale, assumendo quest’ultima valenza di mera conseguenza alla frattura del rapporto coniugale, ponga il Giudice – intendendosi, per lo più, il Giudice di merito, poiché, avanti alla Corte di Cassazione, non sono suscettibili di controllo le situazioni fattuali allegate dalle parti – in una condizione di particolare delicatezza, finanche difficoltà, nella valutazione  dei coniugi, con riferimento all’incidenza delle rispettive condotte nella verificazione della crisi familiare.

Il Tribunale di Cremona[36], in una recente sentenza, nel rigettare le domande di addebito proposte da entrambi i coniugi ha evidenziato proprio la mancata od incompleta allegazione dei fatti, ricordando la giurisprudenza di legittimità  e cioè che “in tema di separazione personale, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri posta dall’art. 143 cod. civ. a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale (cfr., ex multis Cass. Sent. n. 18074 del 20/08/2014).”, ha osservato che “nel caso di specie, quanto alle allegazioni di parte ricorrente circa le condotte di aggressione verbale e fisica tenute dal resistente, va osservato che da un lato le prove sono state dedotte in modo sì generico da essere inammissibili in particolare senza indicazioni (oltre che in alcuni casi di spazio e di tempo) di specifiche condotte che consentano a controparte di dedurre specifiche prove contrarie e al collegio di valutare sia la gravità dei fatti (tenuto peraltro conto del fatto che per i medesimi fatti, sporta denuncia, è stata disposta l’archiviazione del procedimento a carico del resistente, …) sia, e soprattutto, il nesso causale tra tali fatti e la fine del rapporto tenuto conto del fatto che secondo le stesse allegazioni di parte ricorrente da un lato i coniugi concordavano la fine della convivenza … e dall’altro, da tempo, vivevano di lontananza fisica ed emotiva …, allegazioni tali da rendere ancora più stringente l’onere della prova e del tutto incerto il nesso di causa tra le condotte contestate al marito e la fine del rapporto di coniugio, in un contesto di aspra, accesa e reciproca conflittualità nel quale la comunanza di vita affettiva era già del tutto esaurita; … Quanto alle allegazioni mosse dal resistente circa le condotte della moglie quale presupposto dell’addebito (per violazione del dovere di fedeltà, N.D.A) va osservato che, a prescindere dalla prova, non vi è evidenza dei fatti che le condotte contestate … abbiano avuto rilevanza causale nella fine del rapporto di coniugio …”.

– CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Appare quantomai ostico rassegnare delle conclusioni, in termini di certezza, con riferimento al thema della presente “noterella”, anche perché, nella aule di giustizia, le separazioni giudiziali sono spesso “accompagnate” da richiesta di addebito e, sovente, siffatto addebito è privo di solide allegazioni fattuali (come si evince dalle corrette e condivisibili argomentazioni della richiamata sentenza del Tribunale di Cremona, che ne costituisce un esempio eclatante), le quali costituiscono semplicemente la prova della conflittualità – a volte, profonda e particolarmente rancorosa – dei coniugi, quale effetto della crisi familiare e del “capolinea” del rapporto di coniugio. Trattasi, pertanto, di un profilo della separazione giudiziale, che richiede un compendio probatorio completo, al fine di consentire al Giudice una valutazione rigorosa della sussistenza dell’addebito, anche per gli effetti giuridici che esso comporta (con riferimento all’assegno di mantenimento ed ai fini successori). Infatti, autorevole dottrina[37] osserva che “… spesso si dà luogo a separazioni consensuali con addebito proprio al fine di escludere immediatamente, fin dal provvedimento di separazione, senza aspettare il divorzio, i diritti successori dell’un coniuge rispetto all’altro.”.

[1]          l’art. 29 Cost., comma 1^, recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.”

[2]          l’utilizzo del termine “noterella” è mutuato dagli scritti di Giuseppe Pera, professore ordinario dell’Università di Pisa dal 1° febbraio 1966 sino al 2001, docente che io non ho conosciuto personalmente, ma – grazie a Francesco Donato Busnelli, professore emerito – Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Francesco Paolo Luiso, accademico dei Lincei e professore ordinario di Diritto Processuale Civile dell’Università di Pisa, nonché attraverso i suoi libri – ho imparato ad amare

[3]          secondo comma che elenca i doveri cosiddetti “personali”, ossia a carattere non patrimoniale

[4]            cfr. Cass. Civ., ordinanza 24 febbraio 2014, n. 4305: la Suprema Corte ha ritenuto che la reiterata infedeltà del marito, ancorché sopportata (e scusata) dalla moglie, comporta l’addebito a carico del coniuge, atteso che siffatta condotta ha determinato l’intollerabilità della convivenza

[5]          ved. Umberto Breccia, Luciano Bruscuglia, Francesco Donato Busnelli, Francesca Giardina, Alberto Giusti, Maria Leonarda Loi, Emanuela Navarretta, Mauro Paladini, Dianora Poletti, Mario Zana – “Diritto Privato” – Tomo terzo – UTET Giuridica – Seconda edizione – 2012 – pag. 1062 e segg.

[6]            quella che, comunemente, viene denominata violenza “domestica”

[7]            ved. Francesco Paolo Luiso – “Diritto Processuale Civile” – IV Tomo – “I processi speciali” – Giuffrè Editore – V Edizione – 2009 – pag. 294

[8]            anche se vi sono altri motivi che possono indurre il coniuge ad allontanarsi dall’abitazione coniugale; cfr., in proposito, Cass. Civ., sez. I, ordinanza 24 febbraio 2011, n. 4540, con la quale ha ritenuto giusta causa l’allontanamento, da parte della coniuge, per “i frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e (nel) conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi”. Ed ancora – anche se chi scrive non condivide l’assunto del Supremo Collegio – non sussiste violazione dei doveri coniugali “qualora l’abbandono della casa familiare sia dovuto all’assenza di una intesa sessuale “serena e appagante”” (Cass. Civ., sez. I, sentenza 31 maggio 2012, n. 8773

[9]            tale comportamento è, in genere, preceduto dalla presentazione di un atto di denuncia in sede penale (anche se è doveroso segnalare che qualcuna ha – talvolta (e purtroppo) – valore meramente strumentale, al fine di giustificare l’allontanamento dalla casa familiare)

[10] cfr. Cass. Civ., sentenza 1 giugno 2012, n. 8862

[11]        cfr. Trib. Roma, sez. I civ., sentenza 12 gennaio 2016, n. 456: “L’accertata violazione dell’obbligo di fedeltà – anche mediante i post pubblicati sui social network – giustifica l’addebito della separazione al coniuge responsabile, comportando offesa alla dignità ed all’onore dell’altro coniuge …”; contra: Corte App. dell’Aquila, sentenza 16 dicembre 2019: “Non basta un selfie per dimostrare l’adulterio. Nemmeno se il presunto amante viene ritratto a dorso nudo sul letto della moglie.

[12] cfr., ex plurimis, Cass. Civ., sentenza 18 settembre 1997, n. 9287

[13] ved. Tommaso Auletta – “Diritto di Famiglia” – G. Giappichelli Editore – Torino – pag. 53

[14]          ved. l’art. 559 c.p., che testualmente recitava: “I. La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. II. Con la stessa pena è punito il correo dell’adultera. III. La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina. IV. Il delitto è punibile a querela del marito.

[15]           ved. l’art. 560 c.p., il cui dettato era il seguente: “I. Il marito che tiene una concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove,  punito con la reclusione fino a due anni. II. La concubina è punita con la stessa pena. III. Il delitto è punibile a querela della moglie.

[16]          cfr., con riferimento all’art. 559 c.p., Corte Cost., sentenza 19 dicembre 1968, n. 126, relativamente ai primi due commi, e Corte Cost.., sentenza 3 dicembre 1969, n. 147, con riguardo alla rimanente parte; cfr., per quanto concerne all’art. 560 c.p., Corte Cost., sentenza 3 dicembre 1969, n. 147

[17]        ved. Francesco Caringella, Luca Buffone – “Manuale di Diritto Civile” – DIKE Giuridica Editrice, S.r.l. – Roma – Seconda Edizione – 2010 – pag. 1510

[18]        infatti, l’articolo 572 c.p. prevede, al comma primo, la reclusione da tre a sette anni, mentre, al terzo comma, le pene della reclusione da quattro a nove anni, “se dal fatto deriva una lesione personale grave”, della reclusione da sette a quindici anni, in caso di lesione gravissima, e della reclusione da dodici a ventiquattro anni, in caso di morte; siffatto inasprimento è stato introdotto con l’art. 9, comma 2, lettera a), Legge 19 luglio 2019, n. 69; precedentemente, l’articolo era stato sostituito dall’art. 4, comma 1^, lettera d), Legge 1 ottobre 2012, n. 172, prevedendo, con riferimento al primo comma, la pena della reclusione da uno a cinque anni e, nel successivo comma, la reclusione da quattro ad otto anni (lesione personale), la reclusione da sette a quindici anni (lesione gravissima), nonché la reclusione da dodici a venti anni (morte)

[19]          e, pure, l’istituto del divorzio, inteso quale cessazione degli effetti civili del matrimonio (in caso di matrimonio religioso) o scioglimento del matrimonio (in caso di matrimonio civile)

[20] cfr., ex multis, Cass. Pen., sez. III, sentenza 3 luglio 1997-3 ottobre 1997, n. 8593

[21]          cfr. Cass. Civ., sez. I, sentenza 15 luglio 2010, n. 16614; in senso conforme: Cass. Civ., sez. I, sentenza 22 maggio 2009, n. 11922; Cass. Civ., sez. I, sentenza 15 maggio 2009, n. 11291; Cass. Civ., sez. I, sentenza 5 febbraio 2008, n. 2740

[22] ved. nota 7

[23]         cfr., ex multis, Cass. Civ., sez. I, sentenza 10 aprile 2008, n. 9338; di particolare interesse Cass. Civ., sez. I, sentenza 3 agosto 2007, n. 17056: “in tema di separazione personale dei coniugi, l’abbandono della casa familiare, di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimonio, non essendo decisiva la prova della asserita esistenza di una relazione extra-coniugale in costanza di matrimonio. Ne consegue che il volontario abbandono del domicilio è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi – e l’onore incombe a chi ha posto in essere l’abbandono – che esso è determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto

[24]        in proposito, si ricorda che “il reato di maltrattamenti in famiglia assorbe i delitti di percosse e minacce, anche gravi, sempre che tali comportamenti siano stati contestati come finalizzati al maltrattamento, ma non quello di lesioni attesa la diversa obiettività giuridica dei reati” (Cass. Pen. Sentenza 9 novembre 2005, n. 7043); pertanto il reato di cui all’art. 572 c.p. concorre con quello di lesioni volontarie (Cass. Pen. 31 maggio 2007, n. 40340)

[25]        cfr., ex plurimis, Cass. Civ., sez. I, sentenza 17 dicembre 2007, n. 26571; in senso conforme: Cass. Civ., sez. I, sentenza 14 aprile 2011, n. 8548

[26]          è doveroso rilevare che, nelle aule di tribunale, ormai la violazione dell’obbligo di fedeltà è associata comunemente ad una relazione extra-coniugale, intesa come relazione sessuale; tuttavia, l’obbligo di fedeltà ha valenza di affezione nei confronti del coniuge, non solo in senso fisico, ma anche spirituale

[27] cfr., ex multis, Cass. Civ., sez. I, sentenza 14 ottobre 2010, n. 21245

[28] cfr. Cass. Civ., sez. I, sentenza 9 giugno 2000, n. 7859

[29]        Tribunale di Cremona (Presidente: dott. Pio Massa, Giudice Estensore: dott. Andrea Milesi), sentenza 28 marzo 2013

[30]         il caso trattato dal Tribunale riguardava la separazione giudiziale promossa dalla moglie, la quale specificamente richiedeva una pronuncia di addebito in carico al marito, per violazione dell’obbligo di fedeltà, avendo il marito intrattenuto una relazione extra-coniugale, marito, peraltro, “reo”, successivamente, anche di abbandono del tetto coniugale

[31]        il Tribunale ha avuto, inoltre, modo di precisare che “… Tale ricostruzione sistematica non si pone in contrasto con quella giurisprudenza (fatta propria anche dalle S.U. della Cassazione n. 15279 del 4.12.2001) che ritiene la domanda di addebito autonoma rispetto a quella di separazione, poiché anche nell’ottica in cui si pone questo Collegio la domanda di addebito non può ritenersi mera specificazione e modificazione della domanda di separazione, né proporsi per la prima volta nell’ambito delle memorie di cui all’art. 183 comma 6 c.p.c., ma esse può proporsi nell’ambito della memoria integrativa proprio perché è qui … che maturano le decadenze proprie degli atti introduttivi del giudizio …

[32] cfr. Trib. Milano, sentenza 18 marzo 2015

[33] cfr. Cass. Pen., sez. I, sentenza 19 luglio 2010, n. 16873

[34] cfr. Cass. Civ., sez. I, sentenza 27 giugno 2006, n. 14840

[35] cfr. Cass. Civ., sez. VI, ordinanza 30 ottobre 2019, n. 27777

[36]        sentenza emessa in data 24 marzo 2017 (e pubblicata il 10 aprile 2017) dal Tribunale Ordinario di Cremona (Presidente estensore: dott.ssa Alessandra Medea Marucchi)

[37] ved. Francesco Paolo Luiso, op. citata