Note in tema di giudicato

Secondo l’art. 2909 c.c., la cosa giudicata sostanziale (o giudicato sostanziale) è il far stato ad ogni effetto dell’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato formale nei confronti delle parti, dei loro eredi o aventi causa. La funzione dell’istituto è quella di soddisfare il bisogno di certezza giuridica circa la regola di diritto che disciplina i rapporti sostanziali tra le parti e va necessariamente messa in relazione col tipico effetto vincolante della sentenza quale effetto d’accertamento. A tal fine, è necessario comprendere quale sia il processo di formazione del giudicato e quali siano gli ostacoli che detto processo incontra, distinguendo tra limiti soggettivi, oggettivi e temporali del giudicato.

Di Giulio Nicola Nardo -

Sommario: 1. Profili introduttivi. – 2. Giudicato formale e giudicato sostanziale – 3. Il regime processuale del giudicato. – 4. I provvedimenti suscettibili di acquisire l’autorità del giudicato. – 5. I limiti oggettivi del giudicato. – 6. I limiti soggettivi del giudicato. – 7. I limiti cronologici del giudicato. – 8. La rinuncia e l’interpretazione del giudicato.Profili introduttivi

Secondo l’opinione tradizionalmente accolta dagli interpreti, il termine giudicato cui si riferisce l’art. 2909 c.c. va inteso in senso “sostanziale” (o “materiale”), poiché, nel “fare stato” “a ogni effetto”, esprime un vincolo decisorio della sentenza finale di merito, che è irretrattabile, in quanto destinato ad operare tanto nei confronti del diverso giudice chiamato eventualmente a pronunziarsi ex novo sulla stessa domanda giudiziale, quanto nei confronti delle stesse “parti” che la ripropongano in futuro.

La disposizione normativa citata – collocata sistematicamente nel titolo IV del libro sesto del codice civile, intitolato «Della tutela giurisdizionale dei diritti» – va messa in relazione con la previsione di cui all’art. 324 c.p.c., il quale disciplina la cosa giudicata formale, consistente nell’inimpugnabilità della sentenza dal momento in cui non siano più esperibili i mezzi ordinari di impugnazione.

Vi è, in altri termini, un legame diretto ed immediato tra la tutela delle situazioni soggettive e la sentenza conclusiva del processo a cognizione ordinaria: detto legame è così stringente da poter affermare che la formazione del giudicato sia la caratteristica precipua dell’attività giurisdizionale.

La cosa giudicata, da un lato, si riferisce, in termini testualmente limitativi, all’accertamento contenuto nella sentenza che abbia acquisito l’autorità della cosa giudicata formale, in quanto non sia più soggetta ad alcuno dei mezzi ordinari di impugnazione, dall’altro, si traduce e si realizza in un preciso vincolo giuridico, in forza del quale il tipico effetto vincolante della sentenza, vale a dire l’accertamento e la tutela delle situazioni soggettive, assurge a vincolo che «fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi ed aventi causa».

Si tratta di una correlazione che ne evidenzia, al contempo, la profonda differenza: il giudicato formale attiene all’irrevocabilità della sentenza, mentre la cosa giudicata sostanziale – garantendo la stabilità del rapporto giuridico deciso – riguarda il diritto tutelato.

E’ proprio in forza dell’accertamento contenuto nella sentenza che riesce a comprendersi la ragione in forza della quale il giudicato si espande al di fuori del processo in corso: il fenomeno va correttamente inquadrato sotto due differenti prospettive, l’una caratterizzata da un limite negativo, l’altra da un’evidente funzione positiva.

L’art. 2909 c.c. descrive quest’ultimo aspetto, consistente nell’efficacia vincolante ed ultrattiva dell’accertamento, perché destinato a prodursi anche al di fuori della singola vicenda processuale[1].

Il vincolo negativo assurge, invece, a divieto di svolgimento di un secondo giudizio, tra le stesse parti e caratterizzato da un identico petitum.

Per Chiovenda la «cosa giudicata in senso sostanziale consiste nell’indiscutibilità dell’esistenza della volontà concreta di legge affermata nella sentenza»[2]; la decisione di merito, che esprime la volontà del diritto nel caso concreto attribuendo un bene della vita ad una delle parti, una volta divenuta definitiva, acquista autorità di cosa giudicata, ossia l’accertamento in essa contenuto deve «tenersi in futuro come norma immutabile del caso deciso»[3]. Ragioni di opportunità pratica e di utilità sociale inducono ad introdurre un limite alla discutibilità di ciò che è stato statuito dal giudice: l’espressione della volontà del diritto nel caso concreto, la quale garantisce un bene della vita ad una parte di fronte all’altra, quando promana da un provvedimento giurisdizionale definitivo, deve essere assistita dai caratteri della stabilità e della irretrattabilità.

Pertanto, il giudicato è da intendersi nel senso della immutabilità del contenuto della decisione resa dal giudice, la quale si realizza in presenza di una duplice condizione: la sentenza deve essere definitiva, per l’avvenuto esperimento dei mezzi di impugnazione ordinari, e deve avere per oggetto l’attribuzione di un bene della vita, ossia deve avere funzione decisoria di una domanda giudiziale.

Seguendo il modello napoleonico (artt. 1350, n. 3, e 1351 del code civil del 1806), gli artt. 1350, 1351 del codice civile del 1865 annoveravano fra le presunzioni legali – in coerenza con il brocardo res judicata pro veritate accipitur – l’«autorità che la legge attribuisce alla cosa giudicata» dando l’impressione di volerne restringere gli effetti ad una funzione meramente negativa o preclusiva, nei confronti del diverso giudice dinanzi al quale la stessa domanda giudiziale fosse stata eventualmente proposta.

Compiute queste precisazioni può dunque enuclearsi la nozione di giudicato in senso materiale: esso consiste in un vincolo che opera nei confronti delle parti e del giudice e che si traduce nella “normatività” della sentenza ossia nell’accertamento – alla stregua di un precetto di legge – del caso concreto[4].

L’oggetto dell’indagine deve ora essere affrontato sotto due differenti profili: da un lato, ponendo preliminarmente a raffronto il giudicato formale e quello sostanziale – in quanto trattasi, come accennato, di fenomeni complementari ma distinti – dall’altro lato evidenziando la reale efficacia applicativa della cosa giudicata, in relazione alla quale occorre sia esaminare i provvedimenti idonei al passaggio in giudicato sia i limiti della cosa giudicata sostanziale, tradizionalmente distinti in limiti soggettivi, oggettivi e temporali.

2. Giudicato formale e giudicato sostanziale

L’art. 2909 c.c. si riferisce non ad ogni accertamento di volontà ma soltanto a quello contenuto nella sentenza passata in giudicato:  è dunque evidente come per il diritto positivo il giudicato formale costituisca il presupposto necessario della cosa giudicata sostanziale[5].

Si tratta di istituti distinti ma complementari[6]: entrambi sono necessari per la realizzazione del fine perseguito dal Legislatore, consistente nel conferire certezza alle relazioni giuridiche intersoggettive.

Detto collegamento – già presente nella tradizione romanistica (interest reipublicae ut sit finis litis; res judicata dicitur, quae finem controversiarum pronuntiatione judicis accipit) – è ormai elemento caratterizzante di ogni sistema giuridico[7].

Volendo utilizzare un’espressione esemplificativa, può dirsi che la cosa giudicata sostanziale, per poter realizzare la funzione di tutela delle situazioni giuridiche soggettive cui è preordinata, deve preliminarmente configurarsi, sul piano processuale, come preclusione alla possibilità che quanto oggetto di contestazione tra le parti sia nuovamente discusso: detta preclusione si traduce nell’impossibilità per le parti di proporre, entro i termini perentori di cui agli artt. 326 e 327 c.p.c. i mezzi di impugnazione ordinari[8].

Occorre peraltro chiarire che l’effetto preclusivo, cui si è fatto cenno, da un lato non deve essere inteso in senso assoluto, essendo ammessa la proponibilità di mezzi di impugnazione c.d. straordinari: si pensi alla revocazione nei casi di cui all’art. 395 nn. 1-3 e 6 c.p.c. e all’opposizione di terzo nella fattispecie di cui all’art. 404 c.p.c.; dall’altro lato[9], l’effetto preclusivo consente di sanare le eventuali nullità di cui sia affetta la sentenza emessa dal giudice, come previsto dall’art. 161 c.p.c. ed eccezion fatta per l’invalidità derivante da difetto di sottoscrizione dell’organo giudicante.

Come è stato messo in evidenza in dottrina[10], i nostri autori per lungo tempo si sono chiesti se il giudicato modifica lo stato di diritto preesistente, imprimendo una nuova configurazione al rapporto deciso, oppure se lascia immutata la situazione di diritto materiale, esaurendo la propria efficacia nella formazione di un vincolo processuale, che impedisce al giudice ed alle parti di tornare a discutere in futuri processi in ordine al rapporto giuridico accertato.

E’ in questo solco che si colloca il dibattito sviluppatosi sin dal secolo XIX soprattutto in Germania in ordine alla natura giuridica del giudicato[11]: un primo orientamento (c.d. teoria sostanziale) sostiene la tesi secondo cui la cosa giudicata opera come nuova fonte di regolamento del rapporto dedotto in giudizio, che si affianca al rapporto preesistente[12] o a quello si sostituisce estinguendolo[13]; un secondo orientamento (c.d. teoria processuale) sostiene, invece, che la natura giuridica del giudicato si sostanzia semplicemente nel divieto fatto ai giudici dei futuri processi di pronunciare nuovamente sulla questione già decisa, senza che alla sentenza possa perciò riconoscersi l’effetto di estinguere il rapporto dedotto in giudizio per costituirne uno nuovo[14].

Giova tuttavia sottolineare come si sia autorevolmente dubitato[15] che l’accoglimento dell’una o dell’altra teoria possa comportare la produzione di conseguenze pratiche rilevanti, non potendosi negare che il giudicato possieda entrambe le connotazioni[16]: esso, per un verso, dà certezza alle relazioni intersoggettive delle parti, ponendo fine, mediante la dichiarazione autoritativa della volontà di legge che regola il caso concreto, alla crisi verificatasi nel mondo sostanziale, e, per altro verso, esplica i propri effetti sul piano processuale, facendo sì che nessun giudice possa rimettere in discussione quanto è stato precedentemente deciso[17].

In definitiva, la cosa giudicata sostanziale determina un effetto impeditivo, preclusivo alla cognizione della situazione giuridica già oggetto di decisione da parte del giudice, il quale – in un eventuale successivo giudizio – sarà vincolato alla decisione precedente sotto due differenti profili: da un lato, egli dovrà necessariamente attenersi alla statuizione compiuta in precedenza quando la domanda successiva abbia il medesimo oggetto della precedente; dall’altro lato, nel caso in cui la domanda successiva abbia un oggetto diverso ma connesso (nel senso che la definizione del secondo non può prescindere dall’accertamento precedentemente compiuto in via definitiva) a quello precedente, di quest’ultima statuizione il giudice dovrà necessariamente tenere conto come evento non più contestabile nella formazione del proprio iter decisionale[18].

3. Il regime processuale del giudicato

Un aspetto particolarmente controverso in dottrina ed in giurisprudenza è quello concernente l’eccezione di cosa giudicata nel corso del processo: occorre cioè comprendere se si tratti di un’eccezione di parte ovvero se sia consentito al giudice di rilevare d’ufficio la sussistenza della cosa giudicata.

Sul punto è possibile rinvenire due differenti orientamenti.

Il primo – che risente evidentemente dell’influenza francese propensa a configurare l’istituto come mera “finzione di verità[19] – qualifica l’eccezione di cosa giudicata alla stregua di un’eccezione in senso proprio[20].

Il secondo orientamento – che risente dell’influenza giuridica tedesca – propende invece a ritenere che l’eccezione di cosa giudicata rappresenti un’eccezione in senso lato, enfatizzando la natura pubblicistica dell’istituto, finalizzato a garantire la certezza del diritto e l’economia processuale nella tutela della situazioni giuridiche[21].

Anche la dottrina italiana è decisamente orientata in quest’ultimo senso[22].

In particolare, detto assunto si basa su due differenti indici normativi: in primo luogo, la previsione di cui all’art. 39 c.p.c., la quale – con riguardo alla disciplina della litispendenza – consente la rilevabilità d’ufficio in qualunque stato e grado del processo e costituisce una sorta di anticipazione dell’eccezione di cosa giudicata; in secondo luogo, la disposizione normativa di cui all’art. 395 comma 1 n. 5 c.p.c. che consente l’esperimento della revocazione se la sentenza è contraria ad altra precedente avente tra le parti autorità di cosa giudicata, purchè – ed è questo l’aspetto su cui incentrare l’attenzione – la sentenza medesima non abbia pronunciato sulla relativa eccezione.

Parimenti diffuso è il diverso orientamento della giurisprudenza, la quale ha tradizionalmente distinto la questione della rilevabilità d’ufficio dell’eccezione a seconda che si tratti di giudicato interno od esterno.

Nel primo caso (c.d. giudicato interno) si afferma che allorquando si tratti di giudicato formatosi nello stesso processo riguardante, ad esempio, una sentenza non definitiva, la preclusione che ne deriva può essere rilevata d’ufficio in qualunque grado e stato della causa anche d’ufficio[23] e che a tal fine l’accertamento compiuto dalla Corte di Cassazione in ordine alla formazione del giudicato interno non è vincolato dall’interpretazione degli atti processuali data dai giudici di merito[24].

Nel secondo caso (c.d. giudicato esterno), trattandosi di giudicato formatosi in un diverso processo, la cosa giudicata agisce come un’eccezione proponibile nei modi stabiliti dal codice di rito e non opponibile per la prima volta in Cassazione[25].

Il panorama giurisprudenziale appena descritto ha subito tuttavia negli ultimi anni alcuni decisi cambiamenti: si sono ricondotti ad unità i due differenti orientamenti, affermandosi che in presenza di un giudicato, sia interno che esterno, la Cassazione deve rilevarlo anche d’ufficio[26] a prescindere da qualsiasi istanza di parte e al fine di verificare se sia formato un giudicato può anche procedere al relativo accertamento con cognizione piena, che comprende la valutazione e l’interpretazione degli atti del processo, mediante indagini ed accertamenti anche di fatto.

In altri termini, gli orientamenti più recenti della giurisprudenza evidenziano la tendenza a riprendere gli argomenti ermeneutici ed esegetici, favorevoli alla rilevabilità d’ufficio, che si desumono dall’art. 39, 1° co., c.p.c., o dall’art. 395, n. 5, c.p.c.: si tende a sottolineare come il divieto del bis in idem, incidendo sull’esercizio della giurisdizione, si sottragga alla disponibilità privatistica e sia quindi rimesso al rilievo d’ufficio del giudice.

Detto ultimo orientamento si giustifica alla luce di una diversa considerazione della distinzione tra eccezioni in senso proprio – proponibili soltanto dalle parti – ed eccezioni in senso lato – rilevabili anche d’ufficio dal giudice.

In via meramente esemplificativa, potrebbe dirsi che il principio affermato è quello secondo cui, allorquando l’eccezione non sia diversamente qualificata dalla legge, essa può essere dedotta e rilevata ex officio, mentre, affinchè un’eccezione possa essere considerata rimessa all’autonoma ed esclusiva volontà della parti, occorre una specifica disposizione normativa.

Di conseguenza, poiché nessuna disposizione normativa qualifica l’eccezione di giudicato esterno è da ritenersi che esso sia rilevabile d’ufficio dal giudice[27].

Questo orientamento è stato accolto dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 12159 del 2011[28] con la quale è stato affermato che “l’esistenza di un giudicato, anche esterno, non costituisce oggetto di eccezione in senso tecnico, ma è rilevabile in ogni stato e grado anche d’ufficio, senza che in ciò sia riscontrabile alcuna violazione dei principi del giusto processo”.Del resto, questo assunto può facilmente giustificarsi proprio alla luce dei principi regolatori del giusto processo.

La sentenza contraria ad un precedente giudicato non solo può essere impugnata con i normali mezzi di impugnazione e soprattutto con ricorso in Cassazione ai sensi dell’art. 360, n. 2 o n. 4, c.p.c. ma, nel caso in cui non abbia pronunziato sulla dedotta o rilevata exceptio rei judicatae, può formare oggetto di revocazione ordinaria, ai sensi dell’art. 395, n. 5, c.p.c.[29].

Recentemente le Sezioni Unite della Suprema Corte sono di nuovo intervenute sul tema del giudicato esterno affermando che il principio secondo cui l’esistenza del giudicato esterno è, al pari di quello interno, rilevabile d’ufficio, non solo quando emerga da atti prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata, con correlativa inopponibilità del divieto ex art. 372 c.p.c., non può trovare applicazione laddove la sentenza passata in giudicato venga invocata al fine di dimostrare l’effettiva sussistenza, o meno, dei fatti, poiché, in tal caso, il giudicato ha valenza non già di regola di diritto cui conformarsi bensì solo in relazione a valutazioni di stretto merito.

In altre parole, secondo l’ultimo orientamento della giurisprudenza di legittimità il regime processuale dell’eccezione di cosa giudicata deve tenere conto – quando proposta in sede di Cassazione – della natura di detto ultimo giudizio: non trattandosi di giudizio sul fatto, dovrà conseguentemente escludersi la rilevabilità d’ufficio ogniqualvolta l’eccezione di cosa giudicata si traduca in un giudizio di merito.

Ne deriva, sostanzialmente, una limitazione all’assunto della rilevabilità d’ufficio dell’eccezione di cosa giudicata “in ogni stato e grado del processo”: si badi che non si tratta di un “ritorno al passato” ma della mera affermazione della necessità di limitare il più possibile lo snaturamento del giudizio di legittimità.

Un ultimo aspetto che occorre considerare è quello relativo alla rinuncia della parti agli effetti del giudicato.

Si ritiene in dottrina che occorra compiere una distinzione[30] tra il divieto del bis in idem e l’immutabilità dell’“accertamento” contenuto in una sentenza passata in cosa giudicata, da un lato, e l’oggetto di quell’“accertamento”, ossia la situazione giuridica sostanziale su cui si ripercuote l’“autorità” del giudicato, dall’altro lato.

La ratio dell’istituto ed in particolare la sua funzione pratica inducono a ritenere che l’“autorità” dell’“accertamento” è del tutto indisponibile, derivando da norme imperative di ordine pubblico, che la sottrae ad ogni deroga da parte dei privati, precludendo alle parti qualsiasi possibilità di pretendere un bis in idem, e cioè che le questioni irretrattabilmente decise vengano riesaminate e ridecise da un nuovo giudice, malgrado quel giudicato già formatosi: è ormai risalente e consolidato l’orientamento della giurisprudenza secondo cui le parti del rapporto giuridico irretrattabilmente “accertato” possono validamente rinunziare agli effetti sostanziali del giudicato, ma non agli effetti processuali ed alla preclusione del bis in idem, che ne sono derivati.

È quindi nullo, ai sensi dell’art. 1418, l’eventuale accordo di parte che si proponga di rimuovere gli effetti preclusivi del giudicato e di sottoporre ex novo la medesima controversia ad un nuovo giudice, al fine di ottenerne una nuova decisione[31].

4. I provvedimenti suscettibili di acquisire l’autorità del giudicato

Enucleato il concetto di giudicato sostanziale ed evidenziata la distinzione intercorrente con la cosa giudicata formale, occorre ora focalizzare l’attenzione in ordine ai provvedimenti suscettibili di acquisire l’autorità del giudicato sostanziale alla stregua della disposizione normativa di cui all’art. 2909 c.c. .

Come giustamente sottolineato in dottrina[32], la tutela giurisdizionale dei diritti viene realizzata, di regola, mediante processi a cognizione piena, che possono assumere, oltre alla forma ordinaria delineata dal libro primo del codice di procedura civile, anche la forma dei procedimenti speciali; basti ricordare al riguardo: il rito del lavoro, ex art. 413 c.p.c. e seg.; il rito delle locazioni, ex art. 447-bis c.p.c.; il giudizio di opposizione all’ordinanza-ingiunzione irrogatrice di sanzioni amministrative, ex art. 23, l. n. 689 del 1981; il procedimento di divorzio di cui all’art. 4, l. 6 marzo 1987, n. 74, i quali tutti sono caratterizzati dalla circostanza che il Legislatore predetermina i poteri, i doveri e le facoltà delle parti e del giudice, nonché i tempi e le forme di esercizio di queste situazioni soggettive processuali[33].

Per tali provvedimenti l’acquisizione degli effetti della cosa giudicata sostanziale si verifica in modo automatico – indipendentemente dal carattere ordinario o meno del relativo procedimento – in quanto il fenomeno del giudicato è stato storicamente finalizzato con precipuo riferimento alle sentenze conclusive del giudizio, le quali affermano o negano il diritto fatto valere con la domanda giudiziale[34]. Ciò risponde all’esigenza di certezza del diritto ed, in particolar modo, di tutela della situazione giuridica sostanziale, il cui accertamento assume efficacia vincolante nell’ambito delle relazioni intersoggettive e dei futuri processi.

Ne sono una dimostrazione evidente le disposizioni normative di cui agli artt. 2909 c.c. e 324 c.p.c.: la prima, collocata sistematicamente nel titolo relativo alla «tutela giurisdizionale dei diritti», richiama la seconda, chiarendo che la vincolatività del giudicato non appartiene ad ogni accertamento giudiziale, bensì ai soli provvedimenti emessi in esito all’ordinario processo di cognizione.

Più in particolare detti provvedimenti assumono la forma di sentenza, la quale per un verso, è l’atto conclusivo dei giudizi a cognizione ordinaria relativi a diritti soggettivi o a stati della persona (artt. 279 e 429 c.p.c.), e, per altro verso, è sottoposta ai rimedi elencati nell’art. 324 c.p.c. (art. 323 c.p.c.).

Essa presenta, dunque, tutti i caratteri costitutivi della cosa giudicata sostanziale: accerta la sussistenza o meno di una data situazione giuridica sostanziale e diviene immodificabile una volta esauriti i mezzi di impugnazione predisposti dall’ordinamento[35].

E’ proprio la forma della sentenza, di cui agli artt. 278 e 279 c.p.c., che consente a provvedimenti, tra loro eterogenei, di poter assumere un identico trattamento processuale: l’immodificabilità e l’irrevocabilità da parte del giudice che li ha emessi; l’impugnabilità nei modi e nei termini previsti dalla legge; l’acquisizione, una volta esauriti i mezzi di impugnazione, della c.d. efficacia preclusiva interna, ovvero della capacità di rendere incontestabile, all’interno del procedimento in corso, il loro contenuto[36].

Deve peraltro sottolinearsi come vi sia una contrapposizione di opinioni in dottrina: da un lato, infatti, vi è chi[37] sostiene che l’accertamento destinato a “fare stato” con autorità di giudicato sia solo quello riferibile ad una sentenza in senso proprio – avente i caratteri appena sopra delineati – e che non possa estendersi detta qualifica ai provvedimenti giurisdizionali emessi nell’ambito dei procedimento a cognizione sommaria; dall’altro lato, vi è la tesi – oggi dominante – secondo cui l’autorità della cosa giudicata sostanziale apparterrebbe a tutti i provvedimenti aventi il carattere della decisorietà, i quali, – sulla scia di quanto affermato dalla sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 2593 del 1953 – anche se resi in forma diversa da quella della sentenza, hanno l’attitudine a pronunciarsi su diritti al termine di procedimenti a carattere contenzioso.

Ne deriva che nella nozione di sentenza alla quale fa riferimento l’art. 2909 c.c. dovrebbe farsi primariamente rientrare la decisorietà del provvedimento e che detto carattere dovrebbe addirittura reputarsi prevalente nel raffronto con la forma di volta in volta attribuita ai provvedimenti emessi dal giudice[38].

Non si ravvisa, invece, unanimità di vedute in ordine al novero delle sentenze idonee ad acquisire l’autorità della cosa giudicata sostanziale.

Nulla quaestio per quanto concerne le sentenze definitive di merito, sia che esse siano pronunciate all’esito del giudizio di primo grado sia che siano rese a seguito della proposizione dell’appello ovvero – successivamente alla riforma del 1990 – anche dalla Corte di Cassazione quando essa «decide la causa nel merito qualora non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto» (art. 384 comma 2 c.p.c.).

Semmai, è stato giustamente evidenziato[39], come dal giudicato vero proprio vada tenuto distinto il principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte poiché l’«effetto vincolante» che ne deriva sembra costituire un unicum a sé, a mezza strada fra preclusione e giudicato.

Maggiori contrasti sorgono, invece, con riguardo alla sentenze di carattere processuale, che pronunciano su questioni di rito, ovvero sulle sentenze non definitive aventi ad oggetto questioni preliminari di merito.

Sul punto, si è giustamente sottolineato[40] che la circostanza che dette pronunce assumano la veste della sentenza non ha valore di per sé decisivo.

Non esiste, infatti, un’esatta corrispondenza tra la previsione dell’art. 2909 c.c. e quella di cui all’art. 324 c.p.c.: se è vero che l’autorità di cosa giudicata presuppone il passaggio in giudicato formale, non è vero anche il contrario.

Si tratta di una disposizione neutra, in quanto, pur facendo riferimento all’accertamento contenuto nella sentenza essa non specifica quale debba essere l’oggetto di tale accertamento.

Per risolvere il quesito occorre, pertanto, prendere in considerazione le norme di cui agli artt. 310 comma 2 c.p.c., 44 c.p.c. e 393 c.p.c. .

La prima norma citata prevede che «l’estinzione rende inefficaci gli atti compiuti, ma non le sentenze di merito pronunciate nel corso del processo e quelle che regolano la competenza»; per l’art. 44 c.p.c. «la sentenza che… dichiara l’incompetenza del giudice che l’ha pronunciata, se non è impugnata con l’istanza di regolamento, rende incontestabile l’incompetenza dichiarata e la competenza del giudice in esso indicato se la causa è riassunta nei termini di cui all’art. 50»; infine, per l’art. 393 c.p.c., in caso di estinzione del processo per mancata riassunzione del giudizio di rinvio, la sentenza della Corte di Cassazione «conserva il suo effetto vincolante anche nel nuovo processo che sia instaurato con la riproposizione della domanda».

Dalle disposizioni normative citate è possibile infatti enucleare i seguenti principi: com’è reso palese dall’art. 310 comma 2 c.p.c. le sentenze su questioni di rito non producono effetti extraprocessuali, con la sola eccezione di quelle pronunciate dalla Corte di Cassazione sulla competenza; hanno efficacia panprocessuale, sempre che venga riproposta la stessa domanda, le pronunce aventi ad oggetto la soluzione di questioni preliminari di merito. Invero, quando il comma 2 dell’art. 310 c.p.c. parla di «sentenze di merito», si riferisce alle sentenze parziali di merito su questioni preliminari emesse in forza del combinato disposto dei nn. 2 e 4 del comma 2 dell’art. 279 c.p.c., mentre restano escluse dall’ambito di operatività di quella norma le cosiddette sentenze parzialmente definitive[41].

In ordine alle prime, nonostante alcune autorevoli opinioni contrarie[42], si ritiene che gli accertamenti di rito, contenuti in sentenze definitive o non definitive, siano idonei ad acquisire l’autorità e gli effetti  interni  del solo giudicato formale, essendo del tutto privi di ogni efficacia esterna, tale da poter “fare stato” al di fuori del processo in cui essi si siano formati, giacché risolvono questioni riguardanti il singolo processo.

Risultano estranee al fenomeno del giudicato sostanziale le sentenze con le quali sono risolte dai giudici di merito questioni di giurisdizione, di competenza ed attinenti al processo: infatti, esse non hanno efficacia extraprocessuale.

Tuttavia, producono effetti panprocessuali – ossia vincolano i futuri giudici in caso di riproposizione della medesima domanda – oltre alle sentenze della Corte di Cassazione in tema di competenza e di giurisdizione ed in ordine al principio di diritto enunciato, quelle parziali concernenti questioni preliminari di merito.

Si sostiene[43] infatti che il fenomeno per il quale diviene incontestabile l’attribuzione di un bene della vita non è assimilabile a quello per il quale una questione decisa non può essere nuovamente discussa, in caso di riproposizione della stessa domanda: nella prima ipotesi, il provvedimento incide prima sulla sfera sostanziale e poi sulla sfera processuale; nella seconda ipotesi, invece, la sentenza può avere rilevanza soltanto in futuri processi, ma non esercita alcuna rilevanza sul piano sostanziale.

Nella stessa prospettiva si afferma che dette pronunce – essendo meramente preparatorie della decisione finale sul merito – non possono sopravvivere all’estinzione del processo, eccezion fatta per le sentenze con cui la Suprema Corte «regola la competenza», come prevede l’art. 310, comma 2 c.p.c. .

Ad onore del vero, per quanto riguarda le pronunce sulla giurisdizione, siano esse provenienti dal giudice di merito o dalla stessa Corte di Cassazione – in sede di regolamento preventivo o di ricorso ordinario – esiste tuttavia una forte corrente dottrinale[44] che ne propugna l’efficacia vincolante esterna, propria del giudicato sostanziale, ribadendone la conseguente sopravvivenza all’estinzione del processo nel quale esse siano state rese.

Per quel che concerne le sentenze non definitive di merito è particolarmente diffusa la tesi secondo cui esse – pur essendo sentenze in senso tecnico – non sarebbero pronunce sul merito, le quali andrebbero identificate esclusivamente con quelle che decidono tutte od alcune delle domande proposte.

A differenza di queste ultime, le prime sarebbero inidonee ad acquisire l’autorità giudicato sostanziale, in quanto dirette ad accertare non già il diritto fatto valere e la sua fattispecie genetica, ma un singolo elemento di quest’ultima. Tali forme di accertamento parziale, essendo strumentali e preparatorie, non riuscirebbero a sottrarsi alle conseguenze caducatorie dell’estinzione del processo e non dovrebbero pertanto essere ricomprese nelle nozione di “sentenze di merito” cui si riferisce l’art. 310 comma 2 c.p.c.[45] .

L’impossibilità di acquisire l’efficacia della cosa giudicata sostanziale con riguardo a tali sentenze è scontata se – come messo in evidenza in dottrina[46] – si prendono le mosse dalle idee chiovendiane sul giudicato sostanziale: poiché «la cosa giudicata è l’efficacia propria della sentenza che accoglie o respinge la domanda, e consiste in ciò che, per la suprema esigenza dell’ordine e della sicurezza della vita sociale, la situazione delle parti fissata dal giudice rispetto al bene della vita (res) che fu oggetto di contestazione, non può più essere successivamente contestata», la risoluzione data alle questioni o processuali o sostanziali, di fatto o di diritto, pur contenuta in sentenze interlocutorie, «non ha l’efficacia del giudicato; essa ha soltanto un’efficacia più limitata, imposta da esigenze d’ordine e di sicurezza nello svolgimento del processo, che consiste nella preclusione della facoltà di rinnovare la stessa questione nello stesso processo»[47].

Ulteriore questione da affrontare riguarda l’attitudine ad acquisire valore di giudicato sostanziale dei provvedimenti con funzione cautelare: con riguardo a questi ultimi, appare evidente che la strumentalità e la provvisorietà di cui si caratterizzano li rendono del tutto incompatibili con la nozione di cosa giudicata sostanziale cui si è fatto in precedenza cenno.

In quanto «provvisori» e non capaci di sopravvivere al normale procedimento di cognizione, non forniscono alcuna «disciplina definitiva» al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, per cui non sono in grado di rappresentare la fonte della regolamentazione vincolante di esso[48].

Analoghe conclusioni possono adottarsi relativamente ai provvedimenti anticipatori della statuizione finale, caratterizzati da una sostanziale provvisorietà: si pensi alle ordinanze degli artt. 186-bis, 423 e 708 c.p.c. e dell’art. 446 c.c. .

Si tratta di provvedimenti che anticipano il contenuto della pronuncia di merito e sono perciò provvisori, essendo i loro effetti destinati ad essere rimossi dalla sentenza conclusiva del processo; essi si dicono sommari perché sono pronunciati «quando il giudice sia convinto che le risultanze di causa acquisite fino al momento della pronuncia (o, come si suol dire, emergenti «allo stato degli atti») sarebbero, in sé, sufficienti ad accogliere in tutto o in parte la domanda, se non contrastate da altre, che non sono ancora emerse o non sono ancora pienamente conosciute, ma che lo possono in momenti successivi, dando luogo alla revoca della tutela provvisoria» [49].

Tuttavia, tali provvedimenti – come emerge ad esempio dal tenore letterale dell’art. 186bis comma 2 c.p.c. – conservano la loro efficacia in caso di successiva eventuale estinzione del processo: detto carattere ha indotto parte della dottrina a sostenere che essi producano l’autorità di cosa giudicata ed impediscano una nuova decisione in ordine al rapporto accertato[50].

Per risolvere la questione riveste carattere decisivo la previsione normativa di cui all’art. 189 disp. att. c.p.c., che – sebbene dettata con riferimento alle ordinanze dell’art. 708 c.p.c., sembra espressione di un principio di valenza generale: i provvedimenti anticipatori conservano la loro efficacia esecutiva anche dopo l’estinzione del processo, ma possono essere sostituiti con un altro provvedimento emesso a seguito di nuova presentazione della domanda.

Ciò comporta, sostanzialmente, che dette ordinanze non contengono un accertamento vincolante per il futuro, che impedisca ad ogni successivo giudice di tornare ad esaminare il diritto soggettivo tutelato: «l’efficacia che si conserva dopo l’estinzione del processo, non può essere maggiore di quella che il provvedimento sopravvivente aveva in quel processo, e poiché nel suo corso gli atti in questione erano revocabili, al mezzo della sentenza di merito, essi sopravvivono con tale revocabilità, nel senso che danno alla controversia un regolamento parziale e provvisorio, che può essere sostituito con altro dettato dalla sentenza di merito nel nuovo processo instaurato con la riproposizione della domanda o anche nel corso dell’istruttoria di tale nuovo processo, con provvedimento a sua volta revocabile»[51].

L’efficacia della cosa giudicata sostanziale deve, inoltre, essere negata ai decreti camerali di volontaria giurisdizione, emessi ai sensi degli art. 737 e ss. c.p.c.: la revocabilità e la modificabilità in ogni tempo di tali decreti (art. 742 c.p.c.), ne escludono la stabilità e ne rendono contestabile in futuro il contenuto.

Proprio la revocabilità rappresenta, come sottolineato in dottrina[52], «una conferma non superabile all’affermazione che un tale decreto non abbia un’efficacia dichiarativa o di accertamento», ossia che non presenti le condizioni per la produzione del giudicato vuoi formale vuoi sostanziale[53].

Per quanto riguarda i provvedimenti autonomi a cognizione sommaria, emessi a conclusione di procedimenti convertibili, su opposizione di parte, in giudizi ordinari, vengono in considerazione: il decreto di ingiunzione emesso ai sensi degli artt. 633 e ss. c.p.c.; l’ordinanza di rilascio prevista dall’art. 30, commi 4 e 5, l. n. 392 del 1978 (c.d. legge dell’equo canone); il decreto di repressione della condotta antisindacale del datore di lavoro di cui all’art. 28, l. n. 300 del 1978 (Statuto dei lavoratori) ed il decreto di repressione dei comportamenti di discriminazione nel lavoro fondata sul sesso, di cui all’art. 15, legge 9 dicembre 1977, n. 903; il decreto in materia di obblighi di mantenimento dell’art. 148 c.c.

Orbene, si ritiene che detti provvedimenti – una volta divenuti stabili per mancata proposizione dei mezzi di impugnazione predisposti dal Legislatore – acquistino l’efficacia della cosa giudicata sostanziale[54].

Parte autorevole della dottrina[55] ha giustamente sottolineato che sebbene la pronuncia del giudice, in queste ipotesi, sia emessa sulla base di una valutazione meramente probabilistica dell’esistenza del diritto soggettivo fatto valere, è altresì innegabile che è previsto un rimedio oppositorio, idoneo a consentire a garanzia della parte soccombente lo svolgimento di un procedimento a cognizione piena. Il «giusto e dovuto» processo non è negato alle parti; esse hanno la possibilità di trasformare la fase sommaria in un ordinario giudizio di cognizione.

Gli orientamenti giurisprudenziali sono, in parte, coincidenti e, in altra parte, divergenti. Si ammette anzitutto, senza particolari incertezze, che possano acquisire l’efficacia e l’autorità del giudicato sostanziale pure i provvedimenti decisori pronunziati in forma diversa dalla sentenza (ad es., i decreti ingiuntivi non opposti)[56].

Coerentemente con le argomentazioni della dottrina, cui si è fatto poco sopra cenno, si esclude dall’area di operatività del giudicato sostanziale il provvedimento cautelare, in quanto strumentale e non decisorio[57], nonché ogni provvedimento dichiarativo di eventi processuali anomali: si pensi, ad esempio, alla cessazione della materia del contendere[58].

Viene inoltre affermato che il giudicato parziale di merito è suscettibile di formarsi, anche per impugnazione parziale o per acquiescenza impropria (ex art. 329, comma 2 c.p.c.), limitatamente ad un capo autonomo di sentenza, che decida un capo autonomo di domanda o comunque risolva una questione avente una propria «individualità ed autonomia»[59].

Talvolta, invece, è stato ammesso che le sentenze non definitive di merito – con cui il giudice risolve in senso negativo una questione preliminare di merito, avente carattere impediente od assorbente (ad es., un’eccezione di prescrizione) – siano suscettibili di acquisire l’autorità del giudicato sostanziale ai sensi dell’art.  2909 c.c.[60] .

La stessa conclusione viene assunta per le sentenze non definitive di condanna generica (arg. ex artt. 278 e 340,comma 1 c.p.c.), in cui è contenuto un accertamento parziale della fattispecie costitutiva del diritto al risarcimento del danno[61]: in ogni caso, la pronunzia non definitiva sull’an debeatur, divenuta inoppugnabile, è dotata di efficacia panprocessuale, che la preserva dagli effetti caducatori della sopravvenuta estinzione del processo (argomentando ex artt. 310, comma 2 c.p.c., e 129 comma 3 disp. att. c.p.c.). Tuttavia, postulando l’accertamento della mera potenzialità lesiva del fatto dannoso, nonché l’accertamento della probabile esistenza di un nesso causale tra quest’ultimo e il danno cagionato, essa non preclude mai nel giudizio sul quantum la possibilità di accertare e dichiarare l’insussistenza in concreto di un danno risarcibile[62].

Per quanto riguarda le pronunce sulla giurisdizione, gli orientamenti sono tendenzialmente diversi: se si tratta di statuizioni provenienti dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, rese ai sensi degli artt. 41, 362 e382 c.p.c. prevale la tesi che riconosce a tali statuizioni un’efficacia panprocessuale “esterna”, idonea a sopravvivere all’eventuale estinzione del processo in cui siano rese, con effetti vincolanti per qualsiasi altro giudice dinanzi al quale si riproponga la medesima controversia fra le stesse parti[63]; se si tratta invece di statuizioni dei giudici di merito sulla giurisdizione, esse sono suscettibili di esplicare una mera efficacia endoprocessuale, travolta dall’eventuale estinzione sopravvenuta del giudizio in cui siano rese, ma possono dare vita ad un giudicato interno, anche implicito, che preclude la successiva riproponibilità o rilevabilità d’ufficio della stessa questione[64] ed il formarsi di un giudicato sostanziale sulla giurisdizione è unicamente concepibile, laddove il giudice abbia statuito, anche per implicito, su di essa e sul merito, sì da attribuire comunque, con una decisione divenuta inoppugnabile, un bene della vita ad una delle parti[65].

Per quanto concerne, infine, le pronunce sulla competenza non si dubita che le statuizioni dei giudici di merito abbiano un’efficacia meramente endoprocessuale, dando semmai vita, per difetto di tempestivo gravame, ad un giudicato processuale interno, anche implicito, che preclude nel prosieguo dello stesso processo la riproponibilità o la rilevabilità d’ufficio della medesima questione[66]: tuttavia, si afferma che laddove sia intervenuta una pronunzia parziale di merito, che abbia statuito su parte della domanda e non sia stata impugnata si forma comunque un giudicato implicito affermativo della competenza del giudice a quo, la cui autorità è idonea ad esplicare effetti vincolanti anche al di fuori di quel processo, in un successivo giudizio sulla medesima controversia fra le stesse parti[67].

5. I limiti oggettivi del giudicato

A questo punto, dopo aver esaminato la nozione di giudicato ed aver individuato i provvedimenti idonei ad assumere l’efficacia della cosa giudicata sostanziale, occorre determinare l’oggetto dell’accertamento autoritativo idoneo a fare stato ad ogni effetto ai sensi dell’art. 2909 c.c.[68].

Giova precisare, innanzitutto, come sul punto sia possibile distinguere tra due differenti orientamenti.

Da un lato, vi è chi ritiene di dover ampliare l’ambito oggettivo del giudicato, sottolineando il ruolo del principio di economia dei giudizi.

Dall’altro lato, però, vi è anche chi pone l’accento sull’autonomia privata e concepisce il processo come un modo di risoluzione convenzionale dei conflitti, lasciando ai privati il potere di ritagliare a proprio piacimento la materia sulla quale vogliono che incida il provvedimento del giudice.

Cercando di addentrarci nell’individuazione del tema in esame, occorre evidenziare che nel nostro ordinamento processuale – governato dal principio della domanda (art. 99 c.p.c.; art. 2907 c.c.) e da quello della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato (art. 112 c.p.c.) – l’oggetto della decisione è rappresentato dall’oggetto della domanda, sicchè sussiste un’esatta corrispondenza tra oggetto della domanda e quello della pronuncia autoritativa emessa dal giudice[69].

Come correttamente evidenziato in dottrina, deve, dunque, essere respinta con fermezza l’idea, di recente da più parti prospettata, che l’oggetto della domanda e l’oggetto del giudicato, per ragioni di ordine processuale possano avere confini meno ampi di quelli presentati dalla situazione giuridica per la quale l’attore ha chiesto tutela giurisdizionale, essendo essi delimitati dal singolo titolo costitutivo addotto dal ricorrente come causa petendi[70].

Detto orientamento fa leva sui seguenti aspetti:

– la struttura e le regole di funzionamento del nuovo rito riformato, desumendosi dall’esistenza di un sistema di preclusioni iniziali la necessità di ripensare il ruolo del fatto costitutivo per la individuazione della domanda giudiziale[71], al punto di affermare che l’indicazione del fatto sia sempre necessaria per l’individuazione della domanda giudiziale e di guisa che la deduzione di fatti nuovi implichi sempre il mutamento della stessa, anche in presenza di diritti autoindividuati.

Il rito oggi vigente nel nostro ordinamento (vedi il testo definitivo dell’art. 183 c.p.c.) consente certamente, seppure entro un termine predeterminato rappresentato dalla udienza da questa norma prevista, la libera deduzione, oltre il momento di redazione dell’atto introduttivo, di fatti costitutivi nuovi.

Può infatti sottolinearsi che, essendo consentita la deduzione di ulteriori titoli costitutivi, concorrenti con quelli già allegati negli atti introduttivi, oggetto del vigente processo ordinario di cognizione è la sussistenza o meno del diritto sostanziale fatto valere e la domanda giudiziale ha la funzione di individuare quest’ultimo, mentre è rimessa alla fase di trattazione la definitiva fissazione dei fatti rilevanti[72];

– In secondo luogo, si fa leva sulla «inviolabile garanzia della difesa» ( 24, comma 2, Cost.), e si afferma che i fatti costitutivi, poiché sono «coessenziali ad individuare la domanda enunciata al giudice, quali che siano i diritti dedotti», debbono essere sottratti all’eccezione di cosa giudicata se «estranei alle conclusioni di parte anche in riguardo alle pronunce su diritti autodeterminati»[73].

Tuttavia, è stato giustamente replicato[74], che, da un lato, non si ha alcuna lesione del diritto di difesa se si accorda al convenuto, come è giusto fare, di fronte all’introduzione di nuovi fatti costitutivi, il potere di replicare liberamente, con le più ampie facoltà in punto di (contro) allegazioni e di prova, e, dall’altro lato, per il rispetto del principio della parità delle armi, il diritto di difesa dell’attore non può non impedire, in modo corrispondente, la deduzione di nuovi fatti impeditivi, modificativi ed estintivi da parte del convenuto;

-infine, si è sostenuto che «il fatto giuridico dal quale un diritto nasce, anche se, in alcuni casi, non sia elemento di identificazione del diritto, ha pur sempre rilievo nell’identificazione della domanda giudiziale»[75] sicchè la domanda varia in relazione al fatto giuridico posto a base di essa.

In tale modo, però, vengono confusi aspetti che stanno su piani diversi: una cosa sono le questioni relative all’identificazione della domanda ed altra cosa sono i criteri che guidano l’operato del giudice nella fase della decisione.

Non sussiste alcun nesso logico tra questi due momenti.

Altro aspetto preliminare di fondamentale importanza consiste nell’impossibilità dell’attore di frazionare con la domanda giudiziale il diritto soggettivo fatto valere, sia dal punto di vista oggettivo che sotto quello relativo alla causa petendi.

Sebbene autorevole dottrina e parte della giurisprudenza siano di contrario avviso[76], si continua a ripugnare una simile interpretazione del principio dispositivo.

Il fatto che «le parti possano disporre dell’oggetto del processo non significa che l’astratto concetto di Streitgegestand sia posto a disposizione di esse. Come sia da intendere il concetto di oggetto del giudizio si ricava dai precetti del diritto oggettivo; questi non sono sottoposti all’arbitrio dei privati… Nel campo della libera disponibilità dell’attore rientra soltanto la scelta in ordine a quale situazione soggettiva — da valutare secondo le regole del diritto oggettivo come un unitario oggetto di lite — egli voglia porre a base della decisione»[77].

Compiute queste doverose premesse possono quindi valutarsi nel concreto i limiti oggettivi della cosa giudicata sostanziale.

Si è detto, innanzitutto, che l’oggetto del giudicato corrisponde all’oggetto del processo, ossia la questione circa l’esistenza o l’inesistenza del diritto soggettivo fatto valere e non si estende anche alle singole questioni di fatto o di diritto: vi sono tuttavia delle ipotesi in cui il giudicato, fisiologicamente, non corrisponde alla domanda, come nel caso di domande alternative o condizionate oppure quando la mancata corrispondenza sia dipesa dall’errore del giudice[78].

La cosa giudicata sostanziale riguarda l’oggetto del processo, identificato in base ai soggetti, al petitum ed alla causa petendi[79]: spesso si afferma che il giudicato ha efficacia nel successivo giudizio anche nel caso in cui il petitum di questo sia diverso dal primo, se sia rimessa in discussione – tra le medesime parti – una situazione soggettiva già accertata in concreto con autorità di cosa giudicata nel primo giudizio.

Si pensi, ad esempio, al caso in cui il petitum del primo giudizio sia costituito dall’accertamento del diritto di proprietà che si afferma essere stato acquistato in via ereditaria, mentre il petitum del secondo giudizio sia l’accertamento della qualità di erede e la pronuncia della divisione giudiziale.

Ora, con riferimento all’oggetto del giudicato, al di là delle affermazioni generali sopra compiute in ordine al rapporto tra oggetto del processo e giudicato, è noto come sia aperto un ampio dibattito sul rapporto tra giudicato sul diritto e questioni pregiudiziali risolte dal giudice al fine della decisione, ossia con riferimento alle questioni che hanno ad oggetto diritti o rapporti – e non questioni di fatto o di diritto – che si pongono come pregiudiziali, ossia quali elementi costitutivi del rapporto dedotto[80].

La tesi tradizionale ed ancora prevalente in dottrina, alla luce dell’insegnamento di Chiovenda, limita il giudicato al solo rapporto dedotto, escludendo ogni vincolo con riferimento ai rapporti pregiudiziali, i quali verrebbero sì conosciuti dal giudice ma non accertati, con regime analogo a quanto avviene per le questioni preliminari di merito: questa tesi troverebbe conferma nella previsione normativa dell’art. 34 c.p.c., che da un lato esclude l’effetto d’accertamento – quindi il giudicato sulle questioni aventi ad oggetto rapporti pregiudiziali – dall’altro riconosce che in certi casi la legge imponga al giudice o consenta alle parti di chiedere al giudice l’accertamento incidentale con efficacia di giudicato sul rapporto pregiudiziale[81].

All’interno di detto orientamento non mancano, tuttavia, delle differenze con riguardo alle applicazioni pratiche del principio espresso e questo specie allorquando si ponga il problema del rapporto tra la situazione giuridica fondamentale e la singola pretesa fatta valere: si pensi alla condanna al pagamento della singola rata ed all’eventuale domanda di accertamento della nullità del contratto di mutuo; differenze che trovano il conforto anche di giurisprudenza minoritaria[82], la quale afferma – ad esempio – che la dichiarazione dell’estinzione di un diritto per prescrizione non presuppone necessariamente l’accertamento implicito in ordine alla sussistenza del diritto ed all’individuazione dei soggetti del relativo rapporto obbligatorio.

Si giunge così ad offrire una lettura diversa dei limiti oggettivi del giudicato, ritenendo che l’art. 34 c.p.c. sia una norma che regola esclusivamente la competenza e non valga anche quale disposizione che prevede un principio generale in tema di limiti oggettivi della cosa giudicata[83].

Si ammette, in sostanza, che il giudicato si estenda alle situazioni pregiudiziali a prescindere dalla domanda di parte ove il giudice fosse competente a decidere anche del rapporto pregiudiziale, le parti fossero legittimate e dalla trattazione, dall’esplicazione del contraddittorio, dall’assunzione delle prove si possa constatare che la questione è stata discussa con ragionevole approfondimento[84].

Autorevole dottrina[85], nel tentativo di ampliare i limiti oggettivi del giudicato, ha elaborato una ridefinizione della pregiudizialità, distinguendo tra pregiudizialità tecnica e pregiudizialità logica: la domanda di parte o la volontà della legge, cui fa riferimento l’art. 34 c.p.c., sarebbero necessari solo per la pregiudizialità tecnica, la quale individua le situazioni giuridiche autonome ed indipendenti, che si pongono come presupposto per la situazione dipendente: si pensi, ad esempio, all’accertamento della qualità di erede rispetto alla pretesa del pagamento di un credito ereditario.

Viceversa, l’art. 34 c.p.c. non potrebbe operare con riguardo alla pregiudizialità logica, la quale coincide con il rapporto giuridico dal quale nasce l’effetto dedotto in giudizio: si pensi alla validità del contratto sociale rispetto alla singola pretesa vantata dal socio. In queste ipotesi, il rapporto giuridico complesso, dal quale deriva la pretesa dedotta, verrebbe ad essere dedotto nel giudizio – a seguito della contestazione dell’altra parte – in forza del combinato disposto degli artt. 12 e 13 c.p.c., dai quali emerge il principio che la competenza si determina in base alla contestazione[86].

Posto che il giudicato si forma non su «tutto ciò che il giudice possa avere affermato od esposto» nella motivazione dell’iter decisorio, ma soltanto sull’«accertamento di fatti, di situazioni o di rapporti», che abbia costituito oggetto effettivo di deliberazione e di pronunzia (Rel. min., n. 1186; retro, par. 1), ne rimarrebbero, a rigore, esclusi: a) i meri fatti storici, strumentalmente accertati e ricostruiti dal giudice nella cognizione della domanda; b) i singoli fatti giuridici (costitutivi, impeditivi, modificativi od estintivi), allegati dalle parti a fondamento della domanda o dell’eccezione; c) le questioni pregiudiziali, conosciute dal giudice incidenter tantum, quando cioè non ricorrano i presupposti in forza dei quali, secondo l’art. 34 c.p.c., una questione pregiudiziale di merito si trasforma, per volontà di parte o per disposizione di legge, in un’autonoma causa pregiudiziale, da decidersi «con efficacia di giudicato».

La posizione della giurisprudenza è, invece, prevalentemente assestata sulla tendenza ad estendere i limiti oggettivi del giudicato, sostenendosi che il giudicato investe i presupposti logici necessari della decisione, sebbene non si estenda alle enunciazioni puramente incidentali, nonché alle considerazioni prive di relazione causale con quanto abbia formato oggetto della pronuncia, ovvero di collegamento con il contenuto del dispositivo[87], e ciò anche con riferimento alle questioni di ordine meramente processuale: così, ad esempio, nella sentenza di primo grado con la quale il giudice rigetti l’eccezione di difetto di giurisdizione e statuisca sul fondamento della domanda, è possibile ravvisare un’esplicita pronuncia affermativa della giurisdizione.

Al riguardo, si formulano i seguenti rilievi:

1) la questione pregiudiziale in senso logico (c.d. punto pregiudiziale: ad es., l’esistenza di un negozio di compravendita, rispetto alla domanda di pagamento del prezzo della cosa venduta) verte sul fatto costitutivo di quel diritto, ovvero sul rapporto sostanziale dal quale nasce l’effetto giuridico dedotto in giudizio;

2) la questione pregiudiziale in senso tecnico, invece, cui si riferiscono gli  34e 295 c.p.c., attiene sì ad un presupposto logico-giuridico di quell’effetto, ma identifica un fatto distinto e indipendente da quello costitutivo e genetico del diritto da tutelare (ad es., la qualità di erede del de cuius alienante, vantata da chi pretenda dal compratore il pagamento del prezzo della vendita), che è di per sé suscettibile di azione autonoma in un separato giudizio;

Ora, mentre la prima questione è conoscibile dal giudice incidenter tantum, a meno che la legge o la volontà di parte non ne impongano una decisione «con efficacia di giudicato» (art. 34 c.p.c.), la seconda, indipendentemente da qualsiasi istanza od eccezione di parte, è sempre “coperta”, anche per implicito, dal giudicato, in quanto oggetto della decisione è anzitutto l’accertamento dell’esistenza del rapporto giuridico da cui trae origine il diritto azionato e, quindi, quel giudicato “copre” in ogni caso, con la pronunzia finale, anche l’accertamento che si presenta come  necessaria premessa o come presupposto logico-giuridico indefettibile di tale pronunzia[88].

In particolare, anche l’accertamento di un punto di fatto o di diritto, che costituisca la premessa necessaria o il fondamento logico-giuridico della decisione divenuta definitiva e inoppugnabile, “fa stato” in un successivo giudizio, cui quell’accertamento sia comune, pur se il secondo processo persegua finalità diverse da quelle costituenti lo scopo e il petitum del primo[89].

Di conseguenza, il giudicato sostanziale si forma non solo sulla decisione attinente al «bene della vita» domandato dall’attore, ma, eventualmente per implicito, anche sull’esistenza e sulla validità del rapporto dal quale deriva l’effetto giuridico oggetto di accertamento o, se si preferisce, sull’esistenza del fatto giuridico dal quale trae origine il diritto azionato, essendo come tale idoneo a “fare stato” anche in un successivo processo fra le stesse parti, in cui sia azionato un diverso diritto che comunque derivi dal medesimo rapporto[90].

In giurisprudenza è, inoltre, frequente la distinzione tra efficacia del processo all’interno del processo ed efficacia esterna: la prima copre con la sua forza tutto ciò che ha costituito l’antecedente logico necessario della relativa decisione, precludendo ogni possibilità di decidere nuovamente le stesse questioni nel corso del medesimo processo; la seconda, invece, è limitata alla sola decisione finale, senza abbracciare le questioni a tale scopo risolte strumentalmente dal giudice.

Peraltro, mentre la dottrina unanime è perentoria nell’affermare che l’efficacia vincolante non si estenda anche alla motivazione della sentenza[91], da parte della giurisprudenza si è in qualche caso ammessa la possibilità di un’estensione incondizionata del giudicato alla motivazione[92] e quasi sempre viene affermata l’estensione del giudicato a quei motivi che costituiscono il presupposto logico e necessario della decisione, cioè del c.d. giudicato implicito[93].

In altre occasioni si è, tuttavia, affermato che sussista il giudicato implicito soltanto se tra la questione espressamente decisa e quella che si assume essere stata implicitamente risolta intercorra un nesso di dipendenza così indissolubile da non poter decidere l’una questione senza aver deciso l’altra[94].

Problema diverso da quello relativo al formarsi del giudicato implicito concerne invece il principio, costantemente affermato in giurisprudenza, secondo cui il giudicato copre il «dedotto ed il deducibile».

Detto principio – che attiene alla stabilità degli effetti della sentenza e non al suo contenuto – deve essere inteso nel senso che il vincolo del giudicato esclude che si possano far valere questioni che potrebbero rimettere in discussione la statuizione contenuta nella sentenza, anche se esse non sono state proposte ed esaminate nel processo[95].

In virtù di esso l’efficacia del giudicato si estende oltre a quanto dedotto dalle parti – c.d. giudicato esplicito – anche a quanto dedotto dalle parti – c.d. giudicato implicito – e concerne le ragioni non dedotte che si presentino come un antecedente logico necessario rispetto alla pronuncia, nel senso che deve ritenersi precluso alle parti stesse la proposizione, in un altro giudizio, di qualsivoglia domanda avente ad oggetto situazioni soggettive incompatibili con il diritto accertato[96].

Il principio del “dedotto e del deducibile”, in definitiva, si pone in sintonia con i principi accolti dalla dottrina in precedenza menzionata, se intende riaffermare l’esigenza di certezza del giudicato e dei relativi vincoli (positivi o negativi), i quali non possono più essere attaccati o rimessi comunque in discussione ex post – salva, semmai, la sola rilevanza del factum superveniens – in base ad allegazioni già effettuate e ad eccezioni già proposte.

In tal senso, si afferma:

che il giudicato interno di merito, formatosi su di un accoglimento parziale della domanda, preclude al soccombente, non attivatosi con alcun gravame, la possibilità di proporre nel prosieguo del medesimo processo le questioni pregiudiziali che avrebbero potuto ostare a siffatta parziale pronunzia[97];

che la struttura unitaria del diritto al risarcimento del danno, implicando la normale non frazionabilità del procedimento di liquidazione, fa sì che la domanda risarcitoria, fondata sul fatto illecito ascrivibile al convenuto, ricomprenda a priori tutto il credito esercitabile ed ogni eventuale voce di danno causalmente ad esso correlata, a meno che l’attore, con esplicite riserve o specificazioni, non si sia garantita ab initio la separata azionabilità delle singole voci escluse o temporaneamente accantonate; perciò, il formarsi del giudicato su quella domanda, nel difetto di tali riserve, preclude la possibilità di una nuova azione, per il risarcimento di altri danni ricollegabili al medesimo fatto illecito, pur in rapporto a voci nuove e diverse rispetto a quelle già azionate[98].

Ciò che, forse, suscita le maggiori perplessità è il rischio di ampliare a dismisura il vincolo e l’efficacia preclusiva del giudicato che abbia accolto la domanda, estendendoli dall’accertamento, esplicito od implicito, dell’esistenza e della validità del rapporto, da cui scaturisce il fatto costitutivo del diritto tutelato, all’accertamento, anche soltanto implicito, della simmetrica inesistenza di qualsiasi fatto impeditivo, modificativo od estintivo, non dedotto, ma pur sempre deducibile in quel giudizio[99].

Infine – con riguardo al tema dei limiti oggettivi del giudicato – merita di essere sottolineato il rapporto intercorrente tra giudicato penale e processo civile: alla luce del nuovo sistema delineato dal codice di procedura penale si ritiene che l’efficacia di giudicato, nel giudizio civile, della sentenza penale irrevocabile, di assoluzione o di condanna, emessa a seguito di dibattimento, è limitata alla controversia su di un diritto il cui riconoscimento dipende dall’accertamento degli stessi fatti materiali – condotta, evento e nesso di casualità – oggetto del giudizio penale, con esclusione della colpevolezza e delle questioni concernenti la qualificazione giuridica dei rapporti controversi, il cui esame è autonomamente demandato al giudice civile e pertanto, ad esempio, l’assoluzione per insufficienza di prove sul dolo, nella vigenza del precedente codice di procedura penale, non è idonea a precludere l’accertamento del giudice civile in ordine alla sussistenza della buona fede[100].

6. I limiti soggettivi del giudicato

A questo punto della trattazione occorre valutare se e come la cosa giudicata sostanziale possa operare nei confronti di soggetti terzi, cioè di coloro che non abbiano assunto la veste di parte formale nel procedimento che ha dato luogo alla sentenza i cui effetti sono fatti valere e ciò – come correttamente evidenziato[101]– sia nella ipotesi che il giudizio posteriore concerna un rapporto giuridico oggettivamente identico a quello dichiarato, sia nella ipotesi che esso riguardi un rapporto diversointercorrente tra una delle parti ed un terzo.

In altre parole, è necessario chiedersi se e come il giudicato possa esplicare effetti diretti ed effetti riflessi nei confronti di terzi, i quali siano titolari rispettivamente della situazione sostanziale decisa e di una posizione giuridica diversa ma con questa collegata[102].

L’opinione espressa dal legislatore del 1940 sull’art. 2909[103] c.c. è, al riguardo, molto chiara.

Da un lato, la limitata estensione soggettiva degli effetti del giudicato non soltanto alle parti, ma anche ai loro eredi od agli aventi causa è considerata, in linea di massima, come «veramente inseparabile» dagli scopi e dalla ragione dell’istituto. Dall’altro lato, tale limitazione non pare affatto smentita dall’”eccezionalità” di quei casi in cui «la natura o la struttura del rapporto o della situazione che è oggetto di accertamento» venga a determinare «effetti a carattere solo apparentemente universale», configurando ipotesi di giudicato con autorità ed efficacia erga omnes.

Al di fuori di siffatti casi, ovviamente, vale invece il principio riassunto nel brocardo romano res inter alios judicata tertiis neque nocet neque prodest.

Prima di addentrarci nella disamina delle singole opinioni espresse dalla dottrina e delle posizioni assunte dalla giurisprudenza occorre sgombrare il campo da talune questioni preliminari.

Innanzitutto, è stato correttamente evidenziato che affinchè possa presentarsi un problema di efficacia diretta del giudicato verso terzi, occorre individuare i casi in cui si abbia una relazione di identità tra la situazione del terzo e quella giudicata, tale che la decisione sul diritto delle parti del primo processo sia nello stesso tempo decisione sul diritto del terzo[104].

In secondo luogo, è evidente che nessuna efficacia di cosa giudicata ultra partes può essere ipotizzata, ove già l’estensione oggettiva appaia inidonea a determinare ripercussioni sulla posizione giuridica altrui[105].

Infine, occorre prendere in considerazione che vi sono anche casi in cui il collegamento tra la situazione sostanziale oggetto di accertamento con autorità di giudicato e quella del terzo è tale che l’oggetto statuizione, resa tra diversi soggetti, è di per sé in grado di interessare la posizione giuridica altrui: l’oggetto del giudicato può esercitare la produzione di effetti sui diritti del terzo, pregiudicandone il contenuto ovvero la loro stessa esistenza nel mondo giuridico.

Quest’ultimo fenomeno può essere concretamente riscontrato allorquando ricorrano talune circostanze: a) qualora il terzo sia parte del rapporto giuridico già accertato, avendo questo natura e struttura di situazione sostanziale unica plurisoggettiva; b) qualora il terzo sia titolare, o attivo o passivo, di un diritto la cui nascita, la cui esistenza o il cui contenuto dipendano dalla nascita, dall’esistenza o dal contenuto di un rapporto sostanziale altrui, ovvero, in altri termini, quando ricorra la situazione della pregiudizialità-dipendenza tra diritti soggettivi diversi.

Accanto all’art.  2909 c.c., vi sono, nel nostro ordinamento, non poche norme che stabiliscono esplicitamente o presuppongono la produzione degli effetti del giudicato anche nei confronti di terzi: in alcuni casi, taluni precetti prevedono espressamente la soggezione all’altrui giudicato di persone ad esso formalmente estranee, in modo del tutto identico a quanto avviene per le parti (si pensi agli artt. 1595, comma 3, c.c., 111, comma 4, c.p.c.; 79, r.d. 29 giugno 1939, n. 1127, come modificato dall’art. 33, d.p.r. 22 giugno 1979, n. 338); in altri casi, le disposizioni normative prevedono che il terzo, ove non abbia partecipato o non sia stato messo in condizione di partecipare al processo relativo all’altrui rapporto condizionante il modo di essere del proprio, è sì colpito dall’efficacia della sentenza emessa inter alios, ma possa sottrarsi al vincolo da essa promanante offrendo la prova che «esistono ragioni sufficienti» per provocare un diverso accertamento della situazione sostanziale oggetto di accertamento da parte del giudice (vengono in considerazione al riguardo gli artt. 1485, 2859 e 2870 c.c.); c) per altre disposizioni ancora, i terzi possono avvalersi del giudicato altrui, che, quindi, agisce soltanto in utilibus nei loro confronti (si guardi alla previsione contenuta nel comma 2 dell’art. 1306 c.c.) d) infine, vi sono talune norme che sembrano comunque presupporre la produzione di effetti del giudicato nei confronti dei terzi (basti citare le norme di cui agli artt. 404, comma 2, c.p.c. e 105, comma 2, c.p.c.).

I principi che possono essere ricavati dall’interpretazione delle disposizioni normative citate con riguardo all’efficacia del giudicato nei confronti dei terzi hanno formato oggetto di un accesso dibattito in dottrina, potendo individuarsi vari orientamenti nel corso del tempo.

Dai primi anni del secolo e sino agli inizi degli anni settanta è stata dominante la tendenza ad estendere la produzione di effetti della cosa giudicata: nel rispetto dei propri limiti oggettivi, si è ritenuto che il giudicato valga ed operi nei confronti di tutti i soggetti dell’ordinamento.

A partire dagli anni settanta, invece, anche a seguito di una fondamentale decisione della Corte Costituzionale[106], hanno preso il sopravvento ricostruzioni di segno c.d. «riduttivo»: la Costituzione (art. 24, comma 2) ha riconosciuto rango superiore al principio del contraddittorio ed al diritto di difesa; l’accertamento, con efficacia di giudicato, della singola situazione giuridica sostanziale è destinato a soccombere di fronte all’affermazione di siffatti principi costituzionali, in quanto «nessuno può subire, per giudicato inter alios, la negazione di un diritto o l’imposizione di un obbligo o di una soggezione: altrimenti, i terzi, non partecipi del processo concluso dal giudicato, verrebbero privati delle garanzie di azione e di difesa assicurate dalla Costituzione (art. 24)»[107].

È quindi evidente come un ruolo primario nella disamina dei limiti soggettivi del giudicato sia rivestita dall’affermazione del  principio del contraddittorio e dalle le garanzie di inviolabilità del diritto di difesa nel processo (art. 24, comma 2, Cost.; art. 111,comma 2, Cost., dopo la L. Cost. 23.11.1999, n. 2; art. 101 c.p.c.). È in aperto contrasto con quei valori, sui quali si fonda il modello interno ed internazionale di processo equo e giusto[108] , che viene a concretizzarsi l’eventualità che un  giudicato formatosi inter alios possa produrre effetti vincolanti in pregiudizio dei terzi titolari di autonomi diritti i quali non abbiano avuto alcuna possibilità effettiva di influire e di incidere ex ante sulla formazione del giudicato, con l’esercizio degli stessi mezzi processuali di azione e difesa, garantiti alle parti vincolate[109]. Infatti, non potrebbe mai dirsi costituzionalmente adeguata la sola possibilità del rimedio ex post (opposizione di terzo ordinaria), garantito dall’art. 404, 1° co., c.p.c., ed esperibile ogni qual volta il diritto vantato dal terzo subisca un pregiudizio giuridico sia dall’esecuzione resa inter partes della sentenza, sia dagli effetti dell’accertamento contenuto nella sentenza pronunziata inter alios[110]. 

Il principio del contraddittorio gioca, in altri termini, un ruolo primario a tutela di qualunque soggetto che sia in astratto destinato a risentire degli effetti dell’altrui pronuncia[111].

Tuttavia – come giustamente evidenziato in dottrina – occorre evitare fraintendimenti sul significato effettivo del diritto di difesa.

Esso vuol dire non che «ove la domanda proposta da A contro B possa interessare in qualche modo C», questi «assuma la veste di parte necessaria del processo e che, quindi, debba essere evocato in giudizio, avere termini a difesa, ecc.» ma, piuttosto, che debba considerarsi costituzionalmente illegittima ogni estensione a terzi degli effetti di un provvedimento giurisdizionale «a meno che essa non sia giustificabile sulla base di altri e prevalenti interessi protetti oppure non derivi dal modo di essere della situazione sostanziale del terzo»[112].

Ciò chiarito, è necessario passare in rassegna le diversi ipotesi che possono concretizzarsi in relazione ai limiti soggettivi del giudicato.

Occorre partire dalla considerazione che il diritto sostanziale offre non pochi esempi di rapporti giuridici i quali sono soggettivamente complessi, giacché presentano una pluralità di titolari, i quali si atteggiano come distinti centri di interesse: il prototipo è rappresentato dal rapporto di società.

In questi casi, si parla di «rapporto uno ed unico con molteplicità di soggetti»[113]e diviene allora rilevante determinare se l’azione debba oppure no essere proposta da o contro tutti i collegittimati e se la sentenza resa in esito al giudizio eventualmente promosso da o contro uno dei più aventi diritto spieghi oppure no effetti nei confronti degli altri.

Come evidenziato da autorevole dottrina, la disciplina sostanziale di tali situazioni giuridiche è informata al principio del coordinamento, in forza del quale «l’accertamento compiuto dalla sentenza rispetto alla situazione unica facente capo a più soggetti non può che o valere nei confronti di tutti gli interessati o rimanere inefficace rispetto a tutti costoro»[114]; la statuizione definitiva «non può svolgere la sua efficacia nei confronti di alcuno e non anche rispetto a tutti i soggetti del rapporto complesso accertato»[115], in quanto eventuali decisioni divergenti determinerebbero un inevitabile conflitto tra giudicati[116].

Il coordinamento tra le pronunce riguardanti l’unitario rapporto può forse essere ottenuto in questo modo[117]:

a) Regola generale è che, nei processi aventi ad oggetto la situazione sostanzialecomune, la legittimazione ad agire appartiene disgiuntamente a ciascun contitolare; è, cioè, esclusa, in linea di principio, la sussistenza del litisconsorzio necessario iniziale, ai sensi dell’art. 102 c.p.c.;

b) La sentenza di merito, emessa nel giudizio singolo, se favorevole  produce effetti nei confronti di tutti i partecipanti;  di contro, essa, qualora abbia contenuto sfavorevole, ha efficacia limitata a colui che sia stato parte del procedimento. Tale principio del giudicato secundum eventum litis trova il suo fondamento positivo nell’art. 1306, comma 2, c.c.;

c) la domanda giudiziale proposta dagli altri contitolari è ammissibile. Tuttavia, poiché il diritto soggettivo comune non può esistere per l’uno e non anche per l’altro dei contitolari, l’eventuale esito positivo di siffatta azione va a vantaggio di tutti i cointeressati, non escluso quello che pure risultò soccombente nel primo giudizio[118].

Altra ipotesi che viene in considerazione è quella relativa alla posizione dei terzi che sono titolari di rapporti dipendenti da quello oggetto di accertamento con autorità di giudicato.

Rientrano in questa categoria anche i successori nella situazione sostanziale accertata: la cosiddetta successione nel diritto controverso è disciplinata dall’art. 111 c.p.c. .

In forza del combinato disposto dei primi tre commi di questa norma, ove il successore non sia chiamato nel giudizio o non vi intervenga, il processo si svolge in sua assenza, nel contraddittorio delle parti originarie, ma egli rimane sottoposto agli effetti della pronuncia di merito emessa nei confronti della controparte e del dante causa (art. 111, comma 4, c.p.c.)[119].

Occorre allora chiedersi – considerati i principi poco sopra espressi nel delineare i limiti soggettivi all’autorità del giudicato – se la predetta previsione normativa sia oppure no rispettosa del disposto dell’art. 24, comma 2, Cost., se cioè, in altre parole, risulti leso o meno il diritto di difesa del terzo costituzionalmente garantito.

Prima facie, sembra che il dubbio di costituzionalità possa essere superato.

Due sono gli argomenti che possono essere addotti:

a) nel caso di specie, l’estensione al successore in corso di causa dell’efficacia della sentenza altrui trova fondamento e giustificazione nell’esigenza di «non vanificare la vittoria della controparte dell’alienante, costringendo quest’ultimo, se attore, a riproporre la domanda contro il successore; se convenuto, esponendolo ad una nuova domanda, sul medesimo oggetto, da parte del successore»[120];

b) eccettuati i casi in cui il diritto sostanziale fa salva la situazione giuridica del possessore in buona fede, il problema della tutela del terzo si pone, in prevalenza, per gli atti soggetti a trascrizione; ma, in tali casi – come correttamente evidenziato – il successore è in grado di conoscere la pendenza del processo dai pubblici registri e, di conseguenza, è in grado di intervenire, così che, qualora non lo faccia, è discutibile che possa parlarsi di violazione del diritto di difesa nei suoi confronti[121].

Ulteriore fattispecie che è possibile individuare analizzando il tema dei limiti soggettivi del giudicato riguarda l’acquisto del diritto da parte del successore in un momento cronologicamente successivo al passaggio in giudicato della sentenza: il tale ipotesi dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che l’avente causa sia vincolato dall’efficacia del giudicato emesso nei confronti del dante causa[122].

Del resto, è lo stesso articolo 2909 c.c. che dispone l’estensione al successore effetti della sentenza, in quanto – come giustamente evidenziando, «l’art.  2909 c.c. riferendosi all’erede, sembra riguardare proprio l’ipotesi di acquisto a processo definito; infatti, chi acquista l’eredità durante il processo diventa addirittura parte e viene trattato come tale sia in termini di efficacia della sentenza, sia in termini di passaggio in giudicato»[123].

Non vi è, in detta ipotesi, alcuna violazione del principio del contraddittorio, dal momento che il terzo «non era interessato al processo quando questo si è svolto, e, quindi, non poteva parteciparvi sotto alcuna veste. Quando nasce la sua situazione sostanziale, egli si trova di fronte ad una pronuncia già emessa e definitiva e la subisce come subisce qualsiasi attività giuridica posta in essere dal suo dante causa»[124].

Maggiori problemi suscita invece la valutazione della produzione degli effetti del giudicato con riguardo ai terzi estranei all’originario processo quando il diritto soggettivo che fa capo al terzo, dipendente sul piano sostanziale da quello che è oggetto dell’accertamento, è sorto prima della instaurazione del processo che ha originato tale accertamento e si ha, cioè, un nesso di dipendenza giuridica tra rapporti diversi.

Così, ad esempio, ci si è chiesti[125]: il fideiussore è colpito oppure no dall’efficacia della sentenza che condanna l’obbligato principale all’adempimento del debito? O, ancora, accertata la nullità di un contratto di vendita, è oppure no pregiudicato il diritto del terzo che abbia a sua volta acquistato il bene dal primo acquirente e non vanti un autonomo titolo di acquisto?

Secondo un primo orientamento, il giudicato non avrebbe altri limiti che quelli derivanti dal suo oggetto, nel senso che l’effetto dichiarativo è vincolante non soltanto per le parti, ma anche per qualunque altro soggetto, sempre che il diritto di questo dipenda o risulti condizionato da quello accertato in modo autoritativo (c.d. efficacia riflessa ultra partes)[126].

Un secondo orientamento – che rappresenta uno sviluppo del primo – richiede la sussistenza di un nesso di dipendenza più stringente tra i rapporti giuridici, nel senso che non solo il nascere del diritto dipendente presupponga che esista quello pregiudiziale, ma la stessa durata e permanenza del primo siano legate a quelle del secondo: l’esempio classico è il legame intercorrente tra il rapporto di locazione e a quello di sublocazione (c.d. dipendenza ad effetti permanenti)[127].

Una terza teoria cerca di mitigare le conseguenze della tesi estensiva ed ammette che i terzi titolari di diritti connessi all’efficacia del provvedimento emesso inter alios possano dimostrare l’ingiustizia della pronuncia, in quanto i terzi possono respingere caso per caso gli effetti di essa, quantunque passata formalmente in giudicato, fornendo la prova della non conformità del suo contenuto alla volontà della legge[128].

Per taluni autori, infine, non potrebbe che prevalere la tesi restrittiva: l’efficacia del giudicato, fatti salvi i casi di estensione ultra partes normativamente previsti, non potrebbe estendersi nei confronti dei terzi che possano essere pregiudicati da un accertamento che è stato emesso in un processo al quale non abbiano preso parte o non siano stati posti in condizione di partecipare[129], state la fondamentale osservanza del principio del contraddittorio, cui si è fatto in precedenza cenno.

Come si diceva poco sopra, l’efficacia riflessa del giudicato – distinta dall’efficacia diretta, operante nei limiti soggettivi tracciati dall’art. 2909 c.c. e, quindi, anche nei confronti degli aventi causa post rem judicatam – viene in gioco con riguardo ai terzi titolari di rapporti giuridici dipendenti da quello “accertato” inter alios, la cui genesi sia addirittura anteriore al promovimento del processo nel quale il giudicato si venga a formare.

Si parla, a questo riguardo, di un vincolo di dipendenza giuridica che, a livello sostanziale, sia insorto anche prima della stessa litispendenza processuale.

La legge, talvolta, si cura di individuarne determinate fattispecie tipiche, in cui prevale la considerazione dei nessi di pregiudizialità-dipendenza fra i diversi rapporti o dei nessi di comunanza parziale tra le fattispecie genetiche dei diversi diritti tutelabili.

Si cerca di conciliare pertanto la contrapposizione tra diverse esigenze: da un lato, la “certezza” dell’accertamento giurisdizionale, al fine di prevenire l’eventualità di giudicati contrastanti; b) dall’altro lato, l’inviolabilità dei diritti costituzionali di azione e difesa, che invece imporrebbero di limitare quanto più possibile gli effetti vincolanti del giudicato nei confronti dei terzi rimasti estranei al processo in cui il giudicato si è appunto formato[130].

Al di là del rifiuto, comunemente sostenuto, della tesi che propugna il c.d. valore assoluto del giudicato [131] v’è chi propende per una generalizzata ammissione ultra partes della cosa giudicata ritenendo che essa, nei suoi limiti oggettivi, sia idonea ad imporsi come tale anche ai terzi, pur se la legge non lo preveda espressamente, ogni qual volta quel rapporto integri la fattispecie costitutiva del rapporto dipendente di cui i terzi si assumano titolari: al fine di rispettare il diritto di difesa e di assicurare l’osservanza del principio del contraddittorio, ai terzi viene riconosciuto sia un mezzo di difesa preventiva, con l’intervento adesivo nel primo processo, sia un mezzo di difesa successiva, con l’opposizione di terzo revocatoria[132].

Accanto alle tesi più restrittive, volte a ridurre ai soli casi tassativamente previsti da norme particolari l’estensione ultra partes degli effetti del giudicato[133], c’è poi chi ritiene che la produzione degli effetti della cosa giudicata riguardi i soli rapporti dipendenti insorti dopo la formazione del giudicato o, addirittura, i soli rapporti secondari qualificati da un nesso di dipendenza permanente da un rapporto principale come ad esempio nel caso contemplato dall’art. 1595 c.c., in linea con il principio resoluto jure dantis resolvitur et jus accipientis), ma non anche i rapporti qualificati da un nesso di dipendenza istantanea: si pensi ad esempio a quelli nati da acquisti derivativi di diritti reali[134].

Infine, taluni autori ammettono un’estensione ultra partes ed erga omnes della sola efficacia naturale dell’accertamento contenuto nella sentenza divenuta inoppugnabile, intesa come «atto autoritativo emanato da un organo dello Stato», ma escludono l’estensione dell’autorità di tale sentenza, intesa come immutabilità o immodificabilità dei suoi effetti, precisando che la prima è neutralizzabile con la prova dell’ingiustizia dell’accertamento, offerta soprattutto con l’opposizione di terzo ordinaria [135].

Al di là delle differenti teorie alle quali si intenda aderire è stato correttamente evidenziato che, in tali ipotesi, il terzo «come sarebbe esposto all’atto di disposizione di diritto sostanziale, che abbia ad oggetto la situazione pregiudiziale, così è esposto agli effetti riflessi della sentenza che, fra dante causa ed altri soggetti, decida di quella stessa situazione. E qui non può dirsi, non dico violato, ma neppure messo in gioco il principio del contraddittorio, perché qui la sentenza non opera come atto privilegiato, idoneo ad incidere sulla sfera giuridica del terzo, laddove questi sarebbe immune dagli effetti di atti diversi; qui, la sentenza ha gli stessi effetti di un negozio unilaterale, di un contratto, posti in essere dal titolare della situazione pregiudiziale. Il terzo è formalmente pregiudicato dalla sentenza, in realtà, invece, è già il diritto sostanziale che lo pregiudica. Per cui egli non può pretendere, rispetto al processo, maggiore tutela di quella che l’ordinamento gli concede rispetto agli atti di disposizione di diritto sostanziale, posti in essere dalle parti»[136].

Anche in giurisprudenza tenda a prevalere l’indirizzo favorevole all’ammissione dell’efficacia riflessa del giudicato nei confronti di talune categorie di terzi.

Si sottolinea, anzitutto, che gli effetti secondari e riflessi dell’accertamento, contenuto in una sentenza divenuta inoppugnabile, possono verificarsi nei confronti di soggetti rimasti estranei al processo in cui il giudicato si formi, «al limitato fine di armonizzare le situazioni giuridiche dipendenti o subordinate rispetto a quella accertata» con tale sentenza, ma non operano anche al fine di stabilire la prevalenza di un diritto rispetto ad un altro, laddove la loro coesistenza sia inconciliabile per reciproca incompatibilità[137].

Si assiste all’affermazione dei suddetti principi:

1) l’efficacia diretta è quella derivante dall’”accertamento” che “fa stato ad ogni effetto” nei confronti delle parti, dei loro eredie degli aventi causa[138];

2) l’efficacia riflessa è, invece, quella che promana dalla sentenza, intesa come «affermazione oggettiva di verità», esplicando conseguenze giuridiche nei confronti dei terzi, rimasti estranei al processo in cui il giudicatosi forma, i quali si assumano titolari di un diritto dipendente dal rapporto giuridico “accertato” in quel processo o, comunque, di un diritto subordinato ad esso;

3) tale efficacia è a priori esclusa nei confronti dei terziche facciano valere un diritto autonomo, avente titolo in un rapporto diverso da quello accertato, o comunque si assumano titolari di un diritto incompatibile con quello riconosciuto dal giudicato formatosi inter alios[139].

Di fronte all’affermazione di siffatti principi e volendo tirare le fila del discorso sin qui compiuto occorre allora chiedersi come possa conciliarsi l’efficacia c.d. riflessa del giudicato con l’art. 24 comma 2 Cost., considerata come disposizione normativa cardine nell’interpretazione dell’efficacia soggettiva della cosa giudicata.

Ferma restando la legittimazione del terzo ad intervenire volontariamente nel giudizio altrui, ex art. 105, comma 2, c.p.c., sono state autorevolmente individuate due differenti soluzioni[140]: innanzitutto, l’art. 404, comma 2, c.p.c. può essere interpretato «nel senso di allargare gli indici del dolo e della collusione ricollegandoli a tutti i comportamenti — anche omissivi — espressione della violazione in danno del terzo dell’obbligo di lealtà e di probità ex art. 88 c.p.c. e di ritenere che il terzo debba provare unicamente la sussistenza di tali indici (e del relativo nesso di causalità con la sentenza) ma non anche direttamente il dolo o la collusione»[141]; in secondo luogo, si può prevedere per i terzi, ove manchino nelle norme appositi e più ampi rimedi, la possibilità di dimostrare l’ingiustizia della sentenza «in ogni giudizio in cui questa venga invocata contro di loro, sul modello della tutela data dall’art. 1485 c.c. al venditore chiamato in garanzia per evizione senza avere partecipato al processo in cui sia stato soccombente il compratore»[142].

7. I limiti cronologici del giudicato.

Il giudicato, come detto in precedenza, è accertamento degli effetti giuridici della realtà: ma qual è il momento storico in cui l’accertamento fissa la realtà e i suoi effetti giuridici?

Esso dà certezza in ordine all’esistenza o all’inesistenza di una situazione giuridica soggettiva; tuttavia, la predetta situazione giuridica continua a vivere e a svolgersi nella realtà economica e giuridica e può essere influenzata dai mutamenti che quasi inevitabilmente si verificano posteriormente alla decisione: come correttamente evidenziato in dottrina[143], da un lato possono registrarsi modificazioni dell’ordinamento giuridico in forza dell’entrata in vigore di nuove fonti normative, che incidono sulla regola sostanziale applicata dal giudice per risolvere la controversia; dall’altro lato, può aversi la sopravvenienza, sempre dopo la chiusura del processo, di un nuovo fatto rilevante, che incide sul modo di essere del diritto soggettivo accertato dalla sentenza passata in giudicato.

Appare quindi in misura evidente che la «stabilità della decisione che chiude il processo è chiamata spesso a misurarsi con una successiva modificazione della situazione sostanziale che ne ha costituito l’oggetto»[144], modificazione che può conseguire o all’intervento di un nuovo fatto rilevante all’entrata in vigore di una nuova legge, dopo la chiusura del giudizio.

E’ necessario distinguere tra il giudizio di fatto (l’accertamento dei fatti storici a cui il diritto dà rilevanza) e il giudizio di diritto (individuazione, interpretazione e applicazione della norma giuridica).

Nel giudizio di fatto, il primo problema che si pone all’interprete è quello di fissare il momento temporale del giudicato rispetto ai fatti giuridici[145]; occorre, cioè, determinare con precisione, relativamente agli effetti sopravvenuti prodotti da fatti rilevanti, il momento storico cui la cosa giudicata si riferisce, in modo da stabilire se lo svolgimento fattuale debba qualificarsi come nuovo, e dunque non precluso dal giudicato, ovvero ricompreso nelle maglie della preclusione del dedotto e del deducibile[146].

Essendo determinante il momento della allegazione dei fatti ad iniziativa delle parti, il giudizio si individua temporalmente nell’ultimo momento in cui le parti possono allegare fatti:

a) nel rito ordinario, l’udienza di precisazione delle conclusioni;

b) nel rito del lavoro e nei riti speciali esso coincide con l’ultima udienza di discussione.

Stabilito quando il fatto possa considerarsi «nuovo» o «sopravvenuto», si deve ricercare la nozione di «rilevanza» di esso.

In via di prima approssimazione, è stato affermato che rilevante è l’evento storico che, in base alla normativa vigente, è in grado di produrre effetti giuridici, i quali conducano ad una decisione di contenuto diverso sul rapporto già accertato con la prima sentenza[147].

Autorevole dottrina[148] ha compiuto al riguardo le seguenti distinzioni: nelle sentenze che dichiarano inesistente la situazione sostanziale fatta valere per superare l’ostacolo della cosa giudicata, non basta l’allegazione di un fatto nuovo e posteriore alla precedente statuizione, ma occorre che «il fatto sopravvenuto coincida con il motivo per cui la domanda è stata rigettata»[149]; di contro, nelle sentenze che dichiarano l’esistenza del diritto soggettivo dedotto in causa, sarà rilevante qualunque sopravvenienza che sia in grado di escludere l’attuale vigenza di esso.

Nel giudizio di diritto, occorre partire dalla considerazione che vale in materia il principio iura novit curia, il quale enfatizza la circostanza che il giudice non dipende dall’iniziativa delle parti nella conoscenza della regola giuridica e può egli trarre dalla sua conoscenza la norma: diviene allora rilevante precisare che l’ultimo momento in cui si perfeziona il giudizio è quello del deposito della sentenza in cancelleria, quando il giudice è privato del potere di decidere.

Ciò precisato, il ruolo e la funzione svolta dal giudice è tale per cui attraverso l’applicazione della regola generale ed astratta alla fattispecie concreta, il giudicato assurge a fonte di una regola giuridica particolare e concreta: occorre quindi valutare se ed in che termini detta regola possa resistere al c.d. ius superveniens.

E’ stato giustamente osservato[150] che il problema della capacità o meno di quest’ultimo di incidere sulla immutabilità dell’efficacia della sentenza definitiva di merito si pone esclusivamente per le leggi retroattivealle quali vanno assimilate le pronunce della Corte Costituzionale di incostituzionalità di una norma applicata[151]; invece, la nuova legge, qualora sia irretroattiva, non è idonea a produrre alcun effetto giuridico in ordine al rapporto materiale accertato, per cui non entra in collisione con la stabilità della pronuncia del giudice, conseguente alla formazione del giudicato[152].

L’orientamento dominante in dottrina ed in giurisprudenza è nel senso di escludere che le leggi sostanziali retroattive e le pronunce della Corte Costituzionale siano idonee a forzare la stabilità della cosa giudicata[153].

In altri termini: l’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato «tronca il nesso che collega la norma con la fattispecie concreta, sostituendosi a quella nella disciplina di questa»[154]; a seguito del formarsi del giudicato sostanziale «la fattispecie da cui deriva il diritto fatto valere in giudizio rinviene la fonte della propria rilevanza giuridica unicamente nell’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato e non più nella norma generale ed astratta».

Occorre peraltro compiere una distinzione a seconda che si tratti di situazioni giuridiche istantanee ovvero di situazioni giuridiche permanenti o durevoli.

Nelle situazioni istantanee, che si soddisfano istantaneamente (l’esempio tipico è quello dei diritti di credito) lo ius superveniens retroattivo è incapace di incidere sulla situazione, proprio perché essa è già esaurita o estinta al momento del sorgere della nuova regola.

Nelle situazioni permanenti, che si soddisfano nel tempo (diritti reali, diritti personali di godimento) lo ius superveniens può incidere solo sul segmento di tempo che va dal giudicato in poi, rectius dal deposito della sentenza, ma non può incidere sul segmento di tempo anteriore al giudicato, il quale è disciplinato dalla regola concreta posta dal giudicato che non può essere scalfita dallo ius superveniens medesimo.

Un esempio può aiutare a comprendere meglio quanto affermato poco sopra.

Si pensi ad un rapporto di locazione soggetto a diversi regimi nel tempo in ordine alla determinazione del canone: da equo canone ex lege a canone determinato dal libero mercato.

Orbene, se si forma il giudicato sull’equo canone, questo regolerà il rapporto dal suo sorgere sino al momento di formazione del giudicato; solo dopo il giudicato il canone locatizio potrà essere soggetto alla nuova disciplina che prevede la liberalizzazione del canone e la sua determinazione sulla base della volontà delle parti.

Altro aspetto che occorre necessariamente esaminare con riguardo ai limiti cronologici del giudicato concerne l’eccezione di cosa giudicata.

Essa, se fondata, a seconda dei casi, o impedisce al giudice di giudicare nuovamente la lite già decisa o lo costringe a tenere conto del contenuto della pronuncia anteriore, nello statuire sul rapporto giuridico dipendente da quello «dichiarato».

Occorre quindi determinare i soggetti legittimati a sollevarla, i termini entro i quali deve essere rilevata e le modalità con cui deve essere proposta.

Per ciò che concerne il primo aspetto deve essere messo in evidenza che sussisteva una contrapposizione in giurisprudenza ed in dottrina in ordine ai soggetti legittimati a sollevare l’eccezione di giudicato.

La prima poneva in essere una distinzione: il giudicato esterno — a differenza di quello interno, cioè formatosi nello stesso giudizio in cui l’eccezione è fatta valere, il quale poteva essere rilevato anche d’ufficio, in ogni stato e grado del procedimento[155] — dava luogo ad un’eccezione in senso proprio, la quale poteva essere sollevata soltanto ad istanza di parte, giacché essa operava, al di fuori del processo in cui il giudicato si era realizzato, esclusivamente a garanzia dei soggetti privati che avessero ottenuto il riconoscimento a proprio vantaggio del bene della vita controverso[156]; per la seconda, invece, attesa la natura pubblica dell’interesse protetto, l’eccezione de qua era proponibile anche d’ufficio[157].

Attualmente, anche la giurisprudenza di legittimità si è assestata su tale ultima posizione: nel giudizio di cassazione, il giudicato esterno ed il giudicato interno sono rilevabili d’ufficio anche nell’ipotesi in cui si siano formati successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata.

E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 26049 del 16 dicembre 2016 in una vicenda riguardante la rettifica del valore di un terreno edificabile acquistato da una società e fatto oggetto di avviso di rettifica e liquidazione per imposte di registro, ipotecaria e catastale; principio poi ribadito con la sentenza della Suprema Corte del 31.1.2017 n. 2322, secondo cui l’esistenza del giudicato esterno, al pari di quella del giudicato interno, (sottolineata la c.d. “eccezione di giudicato”), non costituisce oggetto di eccezione in senso tecnico, ma è rilevabile in ogni stato e grado anche d’ufficio, senza che in ciò sia riscontrabile alcuna violazione dei principi del giusto processo.

La Cassazione, inoltre, ha rilevato che il giudicato esterno era stato legittimamente allegato al ricorso per cassazione, in quanto formatosi dopo la pubblicazione della sentenza di appello e ciò in applicazione del principio, già consolidatosi nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui: “nel giudizio di cassazione, il giudicato esterno è, al pari del giudicato interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata. Tale elemento non può essere incluso nel fatto, in quanto, pur non identificandosi con gli elementi normativi astratti, è ad essi assimilabile, essendo destinato fissare la regola del caso concreto, e partecipando, quindi, della natura dei comandi giuridici, la cui interpretazione non si esaurisce in un giudizio di mero fatto. Il suo accertamento, pertanto, non costituisce patrimonio esclusivo delle parti, ma, mirando ad evitare la formazione di giudicati contrastanti, conformemente al principio del “ne bis in idem”, corrisponde ad un preciso interesse pubblico, sotteso alla funzione primaria del processo, e consistente nell’eliminazione dell’incertezza delle situazioni giuridiche, attraverso la stabilità della decisione. Tale garanzia di stabilità, collegata all’attuazione dei principi costituzionali del giusto processo e della ragionevole durata, non trova ostacolo nel divieto posto dall’articolo 372 cod. proc. civ., il quale, riferendosi esclusivamente ai documenti che potevano essere prodotti nel giudizio di merito, non si estende a quelli attestanti la successiva formazione del giudicato, i quali, comprovando la sopravvenuta formazione di una “regula iuris” cui il giudice ha il dovere di conformarsi, attengono ad una circostanza che incide sullo stesso interesse delle parti alla decisione, e sono quindi riconducibili alla categoria dei documenti riguardanti l’ammissibilità del ricorso”[158].

La necessità di avere stabilità tra giudicati – cioè di garantire in modo effettivo la non contraddizione tra giudicati – comporta che deve escludersi che l’”eccezione di giudicato” sia sottoposta alle preclusioni (anche documentali) previste per le fasi processuali: addirittura se l’eccezione di giudicato è sollevata dopo la “precisazione delle conclusioni”,  il giudice di merito deve rimettere la causa sul ruolo istruttorio al fine di consentire il contraddittorio sull’eccezione di giudicato, ma anche al fine di consentire alla parte interessata di produrre la sentenza munita dell’attestazione di irrevocabilità.

L’unica condizione cui è subordinata la eccezione di giudicato è data, dunque, soltanto dalla effettiva conoscibilità, da parte del giudice della causa pendente, della “regola di diritto” prodotta dal precedente giudicato e che impedisce una nuova pronuncia sul merito relativa al medesimo rapporto, conoscenza che può essere data esclusivamente dalla presenza in atti della sentenza (o del provvedimento cui la legge ricollega analoghi effetti) che si intenda far valere, munita dell’attestazione dell’intervenuto passaggio in giudicato.

8. La rinuncia e l’interpretazione del giudicato.

La dottrina unanime concorda nel ritenere inammissibile la rinuncia delle parti agli effetti negativi o positivi del giudicato[159].

Ciò è dovuto alla natura pubblicistica della cosa giudicata sostanziale, che esclude qualsiasi possibilità per le parti «di pretendere un bis in idem e cioè che le questioni irretrattabilmente decise vengano riesaminate e ridecise da un nuovo giudice, malgrado quel giudicato già formatosi».

Il menzionato divieto e la stessa “autorità” dell’”accertamento” sono del tutto indisponibili, derivando da norme imperative di ordine pubblico, che li sottraggono ad ogni derogabilità pattizia, precludendo alle parti qualsiasi possibilità di pretendere un bis in idem, e cioè che le questioni irretrattabilmente decise vengano riesaminate e ridecise da un nuovo giudice, malgrado quel giudicato già formatosi.

Quello che è, invece, disponibile è il rapporto giuridico oggetto dell’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato «sicchè le parti possono successivamente modificarlo od estinguerlo con negozi abdicativi, novativi od anche transattivi» [160]ovvero possono semplicemente rinunziare a far valere il titolo esecutivo e gli altri effetti derivanti da quel giudicato, senza minimamente intaccarne l’essenza o stravolgerne le funzioni[161].

Questa contrapposizione tra l’autorità della cosa giudicata materiale – sicuramente indisponibile – e la situazione sostanziale accertata con la decisione passata in giudicato – che di regola è invece disponibile dalle parti – trova conferma nella posizione assunta dalla giurisprudenza.

Secondo l’opinione ormai consolidata da tempo, le parti del rapporto giuridico irretrattabilmente “accertato” possono validamente rinunziare agli effetti sostanziali del giudicato, ma non agli effetti processuali ed alla preclusione del bis in idem, che ne sono derivati[162].

In proposito può mettersi in evidenza come tale orientamento giurisprudenziale sia in palese contraddizione con quell’altro indirizzo – cui si è fatto in precedenza cenno – secondo il quale era richiesta l’eccezione di parte per il c.d. giudicato esterno: è ovvio, infatti, che negandosi la rilevabilità officiosa del giudicato formatosi in un processo diverso da quello in cui era invocata e fatta valere l’efficacia del giudicato stesso, si finiva per rimettere quest’ultimo nella disponibilità delle parti.

Per quanto riguarda l’interpretazione del giudicato è da segnalare che in tempi relativamente recenti si è verificato un mutamento nell’orientamento della giurisprudenza.

La Suprema Corte ha infatti statuito « che il giudicato va assimilato agli “elementi normativi”, cosicché la sua interpretazione deve essere effettuata alla stregua dell’esegesi delle norme e non già degli atti e dei negozi giuridici, essendo sindacabili sotto il profilo della violazione di legge gli eventuali errori interpretativi; ne consegue che il giudice di legittimità può direttamente accertare l’esistenza e la portata del giudicato esterno con cognizione piena che si estende al diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta valutazione ed interpretazione degli atti processuali, mediante indagini ed accertamenti, anche di fatto, indipendentemente dall’interpretazione data al riguardo dal giudice di merito»[163].

Dalla motivazione emerge che detto orientamento era già stato fatto proprio dalla giurisprudenza di legittimità con la sentenza n. 226 del 25 maggio del 2001, la quale, aveva già avuto modo anche di affermare, sul punto che ora ne interessa, che “il giudice di legittimità accerta l’esistenza e la portata del giudicato con cognizione piena, che si estende anche al diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta loro valutazione ed interpretazione mediante indagini ed accertamenti, anche di fatto, indipendentemente dalla interpretazione data al riguardo dal giudice del merito”.

E ciò in ragione della riconosciuta natura pubblicistica dell’interesse al rispetto del giudicato; della ritenuta indisponibilità per le parti dell’autorità di quest’ultimo; della ravvisata identità dell’operare dei due tipi di giudicato, interno ed esterno; e della inclusione delle correlative questioni nella sfera delle questioni di diritto piuttosto che in quella delle questioni di fatto.

Considerazioni, queste, sulla base delle quali, la ricordata sentenza ha espressamente superato il diverso precedente indirizzo (cui avevano aderito anche le stesse Sezioni Unite con la sentenza n. 277 del 1999), secondo cui invece, l’accertamento e l’interpretazione del giudicato, formatosi tra le stesse parti in un giudizio diverso da quello in cui ne era invocata l’efficacia, era considerata “attività riservata al giudice del merito, censurabile in Cassazione solo per violazione dei principi di diritto in tema di elementi costitutivi della cosa giudicata (art. 2909 c.c.) e per vizi attinenti alla motivazione”.

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[1] CHIOVENDA, Principi di diritto processuale civile, Napoli, 1980, Ristampa, 906, 914; PUGLIESE, Giudicato civile, in ED, XVIII, Milano, 1968, 818 ss.

[2] CHIOVENDA, Principi di diritto processuale civile, cit., 906.

[3] CHIOVENDA, Principi di diritto processuale civile, cit., 906.

[4] MENCHINI, Regiudicata civile, in Digesto civ., XVI, Torino, 1997, 404 ss.

[5] ALLORIO, Natura della cosa giudicata, in RDPr, 1935, I, 215 ss., specie 216 in nt. 1; CHIOVENDA, Cosa giudicata e preclusione, in Saggi di diritto processuale civile, III, Milano, 1993 (Ristampa), 231 ss., specie 235; PUGLIESE, Giudicato civile,cit., 805 ss., specie 809, il quale evidenzia che la strumentalità del giudicato formale rispetto a quello sostanziale non è imposta da ragioni logiche, ma rappresenta piuttosto il frutto di scelte compiute dal nostro ordinamento; ATTARDI, Diritto processuale civile, I. Parte generale, Padova, 1994, 422 ss.; SATTA, Commentario al c.p.c., Milano, 1959-1962, II, 2, 26; LA CHINA, La tutela giurisdizionale dei diritti, in Tratt. Rescigno, XIX, Torino, 1985, 5 ss., specie 39; CERINO CANOVA, Per la chiarezza di idee in tema di procedimento camerale e di giurisdizione volontaria, in RDC, 1987, 449; MANDRIOLI-CARRATTA, Corso di diritto processuale civile, I – Nozioni introduttive e disposizioni generali, Torino, 2011, 11 ss.

[6] CHIOVENDA, Sulla cosa giudicata, in Saggi di diritto processuale civile, II, Milano, 1993 (Ristampa), 399 ss., specie 404-405; FAZZALARI, Istituzioni di diritto processuale civile, Padova, 1996, 458 ss.; PUGLIESE, «Giudicato civile (dir. vig.) », cit., 785 ss., specie 800 ss.;  VERDE, Diritto processuale civile,Volume 2 – Processo di cognizione, Quarta edizione,Bologna, 2015.

[7] BONSIGNORI, Tutela giurisdizionale dei diritti, in Comm. Scialoja, Branca, Bologna-Roma, 1999, 49, 125; COMOGLIO, Il principio di economia processuale, II, Padova, 1982, 107.

[8] Nel cui novero, oggi, va inclusa pure la revocazione per errore di fatto delle sentenze di Cassazione. Sul tema cfr. CONSOLO, La revocazione delle decisioni della Cassazione e la formazione del giudicato, Padova, 1989, 195; SILVESTRI, La revocazione delle sentenze della Corte di Cassazione: aspetti procedimentali, in NGCC, 1999, 680.

[9] Aspetto sottolineato espressamente dalla Relazione del Guardasigilli sul c.p.c. (n. 30, 1° cpv.).

[10] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[11] BONSIGNORI, Tutela giurisdizionale dei diritti, I, Disposizioni generali, cit., 125.

[12] ALLORIO, La cosa giudicata rispetto ai terzi, Milano, 1935, 14.

[13] ATTARDI, La cosa giudicata, in J, 1961, 201.

[14] PUGLIESE, Giudicato civile, cit., 812; SEGNI, Della tutela giurisdizionale dei diritti. Disposizioni generali, in Comm. Scialoja, Brancasub artt. 2900-2969, Bologna-Roma, 1960, 290-295.

[15] Cfr. ATTARDI, La cosa giudicata, cit., 201.

[16] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[17] In senso favorevole al superamento della contrapposizione tra efficacia sostanziale ed efficacia processuale, con impostazioni capaci di dare conto sia dei profili materiali sia degli aspetti processuali, si veda: ANDRIOLI, Diritto processuale civile, I, Napoli, 1979, 995-996; PUGLIESE, Giudicato civile, cit., 818 ss.; LIEBMAN, Manuale di diritto processuale civile, Principi, 6a ed., Milano, 2002 II, 425-426.

[18] Cfr. PUGLIESE, Giudicato civile, cit., 826 secondo cui «il giudicato esplica, a seconda della situazione sostanziale e processuale in cui esso si inserisce o in cui viene fatto valere, una funzione ora negativa ora positiva, aventi l’una e l’altra l’obbiettivo di assicurare che la situazione o il rapporto oggetto del giudicato, nei limiti naturalmente in cui questo opera, costituisca una certezza giuridica e come tale valga».

[19] Cfr. l’art. 1350, n. 3, del c.c. francese del 1803, e l’art. 1350, n. 3, del c.c. italiano del 1865.

[20] Cass. S.U., 4-11-1994, n. 9124, RFI, 1994, cit., n. 4; Id. S.U., 11-11-1991, n. 12011, ivi, 1994, cit., n. 20; Id., 10-3-1986, n. 1608, ivi, 1986, cit., n. 40; Id., 15-9-1981, n. 5097, GC, 1982, I, 446 ss.; Id., 11-5-1977, n. 1855, GI, 1978, I, 1, 518 ss. Contra, T. Napoli, 2-1-1991 FI, 1992, I, 225 ss.; Cass. S.U., 23-10-1995, n. 11018 RDPr, 1996, I, 824 ss., con nota di SCARSELLI, Note in tema di eccezione di cosa giudicata.

[21] CHIOVENDA, Principi di diritto processuale civile, cit., 914;  ANDRIOLI, Diritto processuale civile , cit., 993; LIEBMAN, Sulla rilevabilità d’ufficio dell’eccezione di cosa giudicata, in RTPC, 1947, 359 ss.; PUGLIESE, Giudicato civile, cit., 832 ss.;  VALCAVI, Sulla rilevabilità d’ufficio dell’eccezione di cosa giudicata, in RDPr, 1953, II, 163 ss. Invece, in senso favorevole alla necessità dell’eccezione di parte, SATTA, Commentario al c.p.c., cit., II, 2, 30; CIFFO BONACCORSO, Il giudicato civile, Napoli 1955, 145 ss.

[22] LIEBMAN, Manuale di diritto processuale civile, cit., 315; MENCHINI, Il giudicato civile, in Giur. sist. dir. proc. civ. Proto Pisani, Torino, 1988, 13 ss.

[23] Cass. 3221/1980, in Mass. Giur. It., 1980; Cass. 3176/1974, in Mass. Giur. It., 1974; Cass. 810/1965, in Mass. Giur. It., 1965.

[24] Cass. 1758/1986, in Mass. Giur. It., 1986.

[25] Cass., S.U., 460/1999, in Mass. Giur. It., 1999; Cass. 8622/1998, in Mass. Giur. It., 1998;Cass. 6337/1995, in Mass. Giur. It., 1995 ; Cass. 2667/1984,in Giust. Civ., 1985, I, 452 nota di MENCHINI. Sul punto giova inoltre sottolineare come la giurisprudenza abbia sottolineato sia che l’eccezione di cosa giudicata è deducibile per la prima volta in appello, senza violare il divieto, previsto nell’art. 345, 2° co., c.p.c., se essa si basi su di un fatto sopravvenuto dopo lo scadere del termine per la sua deducibilità in primo grado (Cfr. Cass. 5703/2001, in Mass. Giur. It., 2001) e che, per essere eccepito, il giudicato non richiede l’uso di formule sacramentali, ma esige che la volontà di invocarne gli effetti vincolanti assuma comunque un’espressione inequivoca (Cass. 1415/1986, in Mass. Giur. It., 1986), non ravvisabile di per sé nella mera produzione documentale della sentenza passata in giudicato ( Cass. 2524/1999, in Mass. Giur. It., 1999); nonchè infine che il giudicato è suscettibile di interpretazione unicamente da parte del giudice di merito, costituendo un apprezzamento di fatto che può essere sindacato in Cassazione solo se sia affetto da vizi logico-giuridici, inficianti l’accertamento della sua formazione o l’identificazione dei suoi limiti di efficacia, alla luce dell’art.  2909 (è, quindi, inammissibile un’azione autonoma di mero accertamento, che sia diretta ad interpretare un precedente giudicato fra le stesse parti (Cass. 5339/2000, in Mass. Giur. It., 2000).

[26] Cass. 19090/2007 in Foro It., 2008, 6, 1, 1966 nota di RENDA.

[27] Cass., S.U., 9050/2001, in Nuova Giur. Civ., 2002, II, 265 nota di VOLPINO; Cass. S.U., 226/2001 in Foro It., 2001, I nota di IOZZO ; adde nel medesimo senso,: Cass. 630/2004 in Arch. Civ., 2004, 1320; Cass. 5140/2003, in Mass. Giur. It., 2003; Cass. 1153/2003, in Arch. Civ., 2003, 1222; Cass. 735/2002, in Mass. Giur. It., 2002 .

[28] In CED Cassazione, 2011.

[29] Secondo Cass. 2082/1998, in Foro It., 1999, I, 2348 , quando tale sentenza sia comunque divenuta inoppugnabile, per mancato esperimento o per intervenuta consumazione di questi rimedi preventivi, il vizio che la inficia risulta definitivamente “sanato” ed il contrasto fra i due giudicati viene per lo più risolto alla stregua del criterio temporale, nel senso che il secondo prevale sul primo, sostituendosi a quello.

[30] LIEBMAN, Manuale di diritto processuale civile, cit., 286.

[31] Cass. 3988/1979, in Mass. Giur. It., 1989; Cass. 444/1974 in Mass. Giur. It., 1974.

[32] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[33] FABBRINI, «Potere del giudice (dir. proc. civ.) », in Enc. dir., XXXIV, Milano, 1985, 721 ss.

[34] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[35] Come messo in evidenza da MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss., si possono assimilare ai processi, ordinari o speciali, a cognizione piena quelle strutture cognitive speciali ma non sommarie, per lo più introdotte dalla legislazione degli ultimi anni, che, pur presentandosi come speciali in quanto non identificabili con quelle ordinarie, «sono articolate in un contraddittorio, in una istruzione e in un accertamento giudiziale pieni ed approfonditi» (in questo senso LANFRANCHI, Profili sistematici dei procedimenti decisori sommari,in RTPC, 1987, 88 ss., specie 107); a titolo meramente esemplificativo, si segnalano il giudizio di dichiarazione dello stato di adottabilità, previsto dalla l. 4 maggio 1983, n. 184, ed il procedimento di interdizione e di inabilitazione disciplinato dagli art. 712 c.p.c. e seg. e art. 414 c.c. e seg. I provvedimenti conclusivi di tali procedimenti, aventi per lo più forma di sentenza e soggetti alle impugnazioni ordinarie elencate nell’art. 324 c.p.c., una volta divenuti (relativamente) definitivi, producono gli effetti del giudicato materiale ex art. 2909 c.c., in quanto emessi in base ad una «cognizione esauriente» e suscettibili di raggiungere la condizione del giudicato formale ipotizzata dall’art. 324 c.p.c.  Analoga soluzione deve essere adottata per le sentenze (ad es., dichiarative di fallimento ex art. 16 l. fall.) emesse in base ad una cognizione sommaria e non soggette ad appello o a ricorso per cassazione o agli altri mezzi di cui all’art. 324 c.p.c., ma sottoposte ad opposizione o ad altri rimedi «ad ampio spettro» la cui proposizione dà vita ad un ordinario giudizio di cognizione; in tali ipotesi, da un lato, «l’infruttuoso decorso del termine per proporre opposizione provoca una situazione di formale stabilità e inattaccabilità della sentenza, in tutto paragonabile al fenomeno del giudicato formale», presupposto della formazione del giudicato sostanziale (LA CHINA, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 39-40) e, dall’altro lato, la possibilità della conversione del rito sommario in quello ordinario, a seguito di opposizione dell’interessato, assicura la garanzia del «giusto e dovuto processo» a cognizione piena, condizione questa necessaria ma anche sufficiente per il riconoscimento dell’autorità del giudicato al provvedimento pur sommario.

[36] VACCARELLA, Inattività delle parti ed estinzione del processo di cognizione, Napoli, 1975, 338; MONTESANO, Sentenze endoprocessuali nei giudizi civili, in RDPr, 1971, 17 ss., specie 25 in nt. 34.

[37] COSTANTINO, sub art.  2909, in Comm. Perlingieri, VI, Torino, 1980, 509; MONTESANO, La tutela giurisdizionale dei diritti, 2a ed., Torino, 1994, 239, 291.

[38] CERINO CANOVA, La garanzia costituzionale del giudicato civile, in Studi di diritto processuale civile, Padova, 1992, 9.

[39] RICCI, Il giudizio civile di rinvio, Milano, 1967, 143.

[40] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[41] In questo senso, si vedano:  Attardi, Diritto processuale civile, cit., I, 432-433.

[42] Laudisa, La sentenza processuale, Milano, 1982, 181.

[43] Redenti, Il giudicato sul punto di diritto, in Scritti e discorsi giuridici di un mezzo secolo, I, Milano, 1962, 291 ss. (già in Studi Camelutti, II, Padova, 1950, 691 ss. ed in RTPC, 1949, 257 ss.); Costa, Sull’effetto vincolante della sentenza della Corte di Cassazione per violazione di legge, in RDPr, 1949, II, 132 ss.; Chiovenda, Cosa giudicata e preclusione, cit., 269 ss.; Andrioli, Diritto processuale civile, cit., I, 993 ss.; Montesano, Sull’efficacia panprocessuale delle sentenze civili di Cassazione, T, 1971, 740 ss.

[44] FERRI, Note in tema di pronunce sulla giurisdizione, Pavia, 1968, 99; Id., Sentenze a contenuto processuale e cosa giudicata, in RDPr, 1966, 419; Id.,Estinzione del processo ed efficacia delle sentenze regolatrici della giurisdizione, in RDPr, 1973, 135, commento a C., S.U., 3019/71.

[45] BONSIGNORI, Tutela giurisdizionale dei diritti, I, Disposizioni generali, cit. 91.

Sul punto anche MONTANARI, L’efficacia delle sentenze non definitive su questioni preliminari di merito, in RDPr, 1986, 392, 834, e 1987, 324; VACCARELLA, Inattività delle parti ed estinzione del processo di cognizione, cit., 332.

[46] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[47]Così CHIOVENDA, Cosa giudicata e preclusione, cit., 267 ss. Sul punto, in modo analogo, Id., Principi di diritto processuale civile, cit., 906 ss.; Id., Cosa giudicata e competenza, in Saggi di diritto processuale civile, II, Milano, 1993 (Ristampa), 411 ss.

[48] Proto Pisani, Usi e abusi della procedura camerale ex art. 737 ss. c.p.c., in RDC, 1990, I, 393 ss.; Menchini, Orientamenti sull’efficacia dei provvedimenti contenziosi sommari non cautelari, in GC, 1988, II, 319 ss., specie 320.

[49] Vedi, Montesano, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 293, cui si rinvia, op. cit., 298 ss., per approfondimenti.

[50] Il problema si è posto soprattutto con riferimento all’ordinanza per somme non contestate dell’art. 186-bis c.p.c.; parte della dottrina ha sostenuto che essa, a seguito dell’estinzione del giudizio di merito nel corso del quale è stata emessa, resta ferma e l’accertamento del credito fa stato ex art.  2909  c.c.; ciò in forza del richiamo in via analogica del regime accordato dall’art. 653 c.p.c. al decreto ingiuntivo opposto nell’analogo caso dell’estinzione del processo di opposizione (Civinini, Le condanne anticipate, FI, 1994, I, 331 ss., specie 338-339; Fabiani, I provvedimenti a funzione prevalentemente definitiva, ivi, 1993, I, 1993 ss., specie 2000). Peraltro, la dottrina maggioritaria, facendo leva, da un lato, sul regime di revocabilità dell’ordinanza, e, dall’altro lato, sul disposto dell’art. 189 disp. att. c.p.c., sostiene che l’art. 186-bis c.p.c. si riferisca esclusivamente alla conservazione dell’efficacia esecutiva, la quale «non implica — anzi esclude — l’efficacia di cosa giudicata e perciò è perfettamente compatibile con la provvisorietà del provvedimento» (Mandrioli, Le nuove ordinanze di «pagamento» e «ingiunzionale» nel processo ordinario dì cognizione,in RDPr, 1991, 644 ss., specie 650), con la conseguenza che il debitore potrà sempre contestare il debito in un autonomo giudizio (così, oltre anche  Merlin, L’ordinanza di pagamento delle somme non contestate,in RDPr, 1994, I, 1009 ss., specie 1035 ss.; Rampazzi, Commento agli art. 20 e 21 l. 26 novembre 1990, n. 353, in Le riforme del processo civile, a cura di S. Chiarloni, Torino, 1992, 232 ss., specie 243).

[51] Vedi, Montesano, La tutela giurisdizionale dei diritti ,cit., 298. A fondamento della conclusione qui difesa (in termini generali, confronta anche Menchini, Orientamenti sull’efficacia dei provvedimenti contenziosi sommari non cautelari, cit., 320) si può addurre (MENCHINI, Regiudicata civile, cit. 404 ss.) anche un ulteriore argomento: i provvedimenti de quibus sono resi sulla base di una cognizione sommaria e superficiale e sono inoppugnabili, per cui, non essendo sottoposti alle garanzie dell’ordinaria cognizione e dei normali rimedi impugnatori, non sono in grado di acquisire la condizione descritta dall’art. 324 c.p.c., presupposto degli effetti di cui all’art. 2909 c.c.

[52] CERINO CANOVA, Per la chiarezza di idee in tema di procedimento camerale e di giurisdizione volontariacit., 449-450, 459; MONTESANO, La tutela giurisdizionale dei diritticit., 260; TOMMASEO, Appunti di diritto processuale civile3Torino, 1995, 159, 164.

[53] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[54] Ad essi, secondo parte della dottrina, è riconosciuta una certa stabilità «che non si esaurisce nella mera impossibilità del soggetto passivo di paralizzare l’esecuzione e quindi di attendere la compiuta esecuzione per contestare il diritto contro di lui fatto valere… ma dà luogo alla incontestabilità del diritto limitatamente agli effetti del provvedimento sommario “diretti” tra le parti» (così Montesano, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 296).

MENCHINI ( Regiudicata civile, cit., 404 ss.) sottolinea come la giurisprudenza costante e la dottrina maggioritaria equiparano, quanto alla vincolatività, questi provvedimenti alla sentenza passata in giudicato e ne riconoscono l’idoneità ad acquisire l’autorità descritta dall’art. 2909 c.c., in quanto la sommarietà della cognizione riguarda la struttura del procedimento, che per questo si qualifica speciale, e non anche l’efficacia del provvedimento, la quale dipende piuttosto dal suo oggetto e dalla sua funzione dichiarativa ed accertativa dei rapporti giuridici sostanziali (sul punto: CHIOVENDA, Principi di diritto processuale civile, cit., 916; ; ALLORIO, Nuove riflessioni critiche in tema di giurisdizione e di giudicato, in Problemi di diritto, II, Milano, 1957, 57 ss., specie 116; LANFRANCHI, Profili sistematici, cit., 106 ss.;  VOCINO, Intorno al nuovo verbo «tutela giurisdizionale differenziata», in Studi Carnacini, II, 1, Milano, 1984, 798 ss., specie 799-801; FAZZALARI, «Processo civile (diritto vigente)», in Enc. dir., XXXVI, Milano, 1987, 118 ss., specie 136 ss.; Id., Istituzioni di diritto processuale civile, cit., 473 ss.; GARBAGNATI, I procedimenti d’ingiunzione e per convalida di sfratto, Milano, 1979, 7 ss.; PUGLIESE, Giudicato civile, cit., 838-839).

[55] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[56] Cass. 7272/2003 in Mass. Giur. It., 2003; Cass. 7400/1997 in Mass. Giur. It., 1997, 889 nota di RONCO; Cass. 3757/1996, in Nuova Giur. Civ., 1998, I, 272 nota di CASSIANI, PAOLINI; Cass. 2584/1990, in Mass. Giur. It., 1990; Cass. 4647/1987, in Mass. Giur. It., 1987.

[57] Cass. 8765/2001, in Mass. Giur. It., 2001.

[58] Cass. 9332/2001, in Mass. Giur. It., 2001; Cass. S.U. 1048/2000, in Foro It., 2001, I, 954 nota di SCALA.

[59] Cass. 6757/2001, in Giust. Civ., 2002, 1, 729; Cass. 9568/1997, in Mass. Giur. It., 1997; Cass. 3271/1996, in Mass. Giur. It., 1996; Cass. 2621/1995, in Mass. Giur. It., 1995.

[60] Cass. 840/1981, in Arch. Civ., 1981, 317.

[61] Cass. S.U. 2859/1986 in Foro It., 1986, I, 1533 nota di PROTO PISANI; Cass. 736/1986, in Mass. Giur. It., 1986.

[62] Cass. 2127/1998, in Mass. Giur. It., 1998; Cass. 12257/1997, in Mass. Giur. It., 1997; Cass. 2037/1985, in Giur. It., 1986, I,1, 770 nota di MONTESANO.

[63] Cass., Sez. Un., 10 agosto 2005, n. 16779, in Mass. Giur. It., 2005.

[64] Cass. 16161/2002, in Arch. Civ., 2003, 956, sui limiti di ammissibilità di un  giudicato implicito; Cass., S.U., 6559/1998 in Mass. Giur. It., 1998; Cass., S.U., 444/1988 in Mass. Giur. It., 1998; Cass., S.U., 5579/1984 in Giust. Civ., 1985, I, 1146 nota di MENCHINI.

[65] Cass., S.U., 45/1999, in Mass. Giur. It., 1999; Cass., S.U., 10679/1996, in Foro It., 1997, I, 2562; Cass., S.U., 1311/1995, in Mass. Giur. It., 1995.

[66] Cass. 7250/1998, in Mass. Giur. It., 1998; Cass. 2388/1998, in Mass. Giur. It., 1998; Cass. 3657/1988, in Mass. Giur. It., 1998.

[67] Cass. 1501/1996, in Foro It., 1997, I, 1758 nota di TRISORIO LIUZZI; Cass. 9208/1995, in Mass. Giur. It., 1995.

[68] CERINO CANOVA, La domanda giudiziale e il suo contenuto, in Comm. c.p.c. Allorio, II, 1, Torino, 1980, 7 ss.; SASSANI, Impugnativa dell’atto e disciplina del rapporto, Padova, 1989, 53 ss.;  CONSOLO, Oggetto del giudicato e principio dispositivo. I. Dei limiti oggettivi e del giudicato costitutivo, in RTPC, 1991, 215 ss.; Id., «Domanda giudiziale», in Digesto/ civ., VII, Torino, 1991, 44 ss., specie 64 ss.; VERDE, I limiti oggettivi del giudicato nelle controversie di lavoro, DG, 1991, 716 ss.; MERLIN, Compensazione e processo. II. Il giudicato e l’oggetto del giudizio, Milano, 1994, 119 ss.; VULLO, La domanda riconvenzionale nel processo ordinario di cognizione, Milano, 1995, 145 ss.

[69]CHIOVENDA, Principi di diritto processuale civile, cit., 917.

[70] MONTESANO, Diritto sostanziale e processo civile di cognizione nell’individuazione della domanda, in RTPC, 1993, 63 ss., specie 70 ss.; Id., La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 262 ss.; ATTARDI, Diritto processuale civile, cit., I, 123 ss.

[71] RICCI, L’allegazione dei fatti nel nuovo processo civile, in RTPC, 1992, 835 ss., specie 856 ss.; GRASSO, Note sui poteri del giudice nel nuovo processo di cognizione in primo grado, in RDPr, 1992, 711 ss., specie 718 ss.; OBERTO, Il giudizio di primo grado dopo la riforma del processo civile, in GI, 1991, IV, 313 ss., specie 315.

[72] Infatti, «le ragioni che, in ipotesi, spingono l’ordinamento a pretendere sempre l’indicazione del fatto costitutivo nella domanda giudiziale, riguardano esclusivamente scelte di tecnica processuale — maggiore celerità della decisione; interesse del convenuto a predisporre una linea difensiva sufficientemente articolata, già con la comparsa di risposta; preparazione e fissazione del materiale di causa sin dagli atti introduttivi — le quali non hanno nulla a vedere con la tematica relativa all’individuazione della res controversa. L’allegazione del titolo d’acquisto ha, o può avere, nel processo diverse funzioni: essa può rilevare vuoi per la proposizione di una valida domanda, vuoi per la identificazione del diritto esercitato; è, perciò, scorretta la trasposizione automatica dei risultati ottenuti con riferimento alla prima funzione nel campo dell’altra» (così, MENCHINI, I limiti oggettivi del giudicato civile, Milano, 1987, 139 ss.; analogamente, da ultimo, G. F. RICCI, «Individuazione» o «sostanziazione » nella riforma del processo civile, in RTPC, 1995, 1227 ss., specie 1245 ss.).

[73] MONTESANO, Diritto sostanziale e processo civile di cognizione nell’individuazione della domanda, cit., 81.

[74] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[75] ATTARDI, Diritto processuale civile, cit., I, 128.

[76] VERDE, I limiti oggettivi del giudicato nelle controversie di lavoro, cit., 722 ss.; CONSOLO, «Domanda giudiziale»cit., 69-70; Id., Oggetto del giudicato e principio dispositivo. I. Dei limiti oggettivi e del giudicato costitutivo, cit., I, 238 ss.; MONTESANO, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 231 testo e nt. 312; PAGENSTECHER, L’efficacia del giudicato contro il vincitore nel diritto processuale civile germanico, in Studi Chiovenda, Padova, 1927, 629 ss., specie 645, 649.

[77]Così, espressamente, HENCKEL, Parteilehre und Streitgegestand, Tubinga 1961, 273; in senso analogo, MENCHINI, I limiti oggettivi del giudicato civile, cit., 280-281, ed ivi, ulteriori indicazioni di dottrina germanica che accoglie i medesimi principi.

[78] LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, Milano, 1981, 142 ss.

[79] Cass. 8507/1990, in Mass. Giur. It., 1990.

[80] LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit.,146 ss.; BONSIGNORI, Tutela giurisdizionale dei diritti, cit.,126 ss.; BALENA, Istituzioni di diritto processuale civile, II, Il processo ordinario,Bari, 2015, 297 ss.

[81] MENCHINI, I limiti oggettivi del giudicato, cit., 64 ss. .

[82] Cass. 13815/2000, in Mass. Giur. It., 2000.

[83] PUGLIESE, Giudicato civile, cit., 818 ss.; TARUFFO, «Collateral Estoppel» e giudicato sulle questioni, in RDPr, 1972, 288 ss.

[84] PUGLIESE, Giudicato civile, cit., 868.

[85] SATTA, Commentario al c.p.c., cit., 26;

[86] SATTA, Commentario al c.p.c., cit., 26.

[87] Cass. 11672/2000, in Mass. Giur. It., 2000.

[88] Cass. 12739/2004, in Guida al Diritto, 2004, 35; Cass. 4352/2004,in Gius, 2004, 2868; Cass. 19046/2003, in Mass. Giur. It., 2003; Cass. 9685/2003, in Mass. Giur. It., 2003; Cass. 8658/2001, in Mass. Giur. It., 2001; Cass. 462/1999, in Mass. Giur. It., 1999; Cass.11228/1997, in Mass. Giur. It., 1997; Cass.9775/1997, in Mass. Giur. It., 1997; Cass.4393/1997, in Mass. Giur. It., 1997; Cass.4751/1995, in Mass. Giur. It., 1995; Cass. 2645/1995, in Mass. Giur. It., 1995; Cass. 8865/1994, in Mass. Giur. It., 1994; Cass. 8090/1994, in Mass. Giur. It., 1994.

[89] Cass., S.U., 6689/1995, in Mass. Giur. It., 1995; Cass. 10420/2002, in Mass. Giur. It., 2002; Cass. 7140/2002, in Mass. Giur. It., 2002.

[90] Cass. 17375/2003,in Mass. Giur. It., 2003 ; Cass. 9548/1997, in Arch. Locazioni, 1998, 64; Cass. 3757/1996, in Nuova Giur. Civ., 1998, I, 272 nota di CASSIANI, PAOLINI .

[91] SEGNI, Della tutela giurisdizionale dei diritti. Disposizioni generali, cit., 286 ss.

[92] Cass. 8865/1994, in Mass. Giur. It., 1994.

[93] Cass. 1892/1989,in Mass. Giur. It., 1989 ; Cass. 7890/1994, in Mass. Giur. It., 1994; Cass. 1460/1995, in Mass. Giur. It., 1995.

[94] Cass. 10252/2002, in Mass. Giur. It., 2002.

[95] Cass. 3591/1991, in Mass. Giur. It., 1991.

[96] Cass. 14747/2000, in Mass. Giur. It., 2000.

[97] Cass. 1994/1997, in Mass. Giur. It., 1997.

[98] Cass. 7275/1997, in Mass. Giur. It., 1997 ; Cass. 3020/1989, in Giust. Civ., 1990, I, 774 .

[99] Cass. 5801/1998, in Mass. Giur. It., 1998.

[100] Cass. 1283/1999, in Mass. Giur. It., 1999.

[101] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[102] Allorio, La cosa giudicata rispetto ai terzicit., 67 ss., 246 ss.; Carnelutti, Efficacia diretta e efficacia riflessa della cosa giudicata, in Studi di diritto processuale, Padova, 1925, IV, 432 ss.; ; Busnelli, Della tutela giurisdizionale dei diritti, in Comm. cod. civ., Torino, 1980, 241 ss.; Monteleone, I limiti soggettivi del giudicato civile, Padova, 1978, 21 ss.; Pugliese, Giudicato civile,cit., 844 ss.; Vocino, Su alcuni concetti e problemi del diritto processuale civile: IV) Cosa giudicata e suoi limiti soggettivi, in RTPC, 1971, 481 ss. specie 508 ss.).

[103] Cfr. Rel. min., n. 1186, 1° cpv.

[104] Fabbrini,  Contributo alla dottrina dell’intervento adesivo, Milano, Giuffrè, 1964, VIII, 101 afferma che l’efficacia diretta ultra partes è coordinata al legittimo venire meno della normale coincidenza tra le parti del processo ed i soggetti titolari del rapporto controverso, con conseguente legittima deroga al principio della corrispondenza tra parti sostanziali (id est, soggetti del rapporto materiale) e parti processuali (id est, soggetti del processo).

[105] LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit., 33-34; Montesano, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 269-271; Menchini, Il giudicato civile, cit., 160, 167-168.

[106] Si tratta della sentenza n. 55 del 22-3-1971, in FI, 1971, I, 824 ss., che ha dichiarato la parziale illegittimità dell’art. 28 dell’abrogato codice di procedura penale.

[107] Montesano, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 270.

[108] COMOGLIO, Etica e tecnica del “giusto processo”, Torino, 2004, 1, 151, 270.

[109] Sul tema, BONSIGNORI, Tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 181; CARPI, L’efficacia “ultra partes” della sentenza civile, Milano, 1974, 310; COMOGLIO,  Il principio di economia processuale, cit., 132; Id., Lite tributaria, formazione del giudicato e tutela giurisdizionale del terzo responsabile d’imposta, in Studi Allorio, II, Milano, 1989, 1685; LUISO, Principio del contraddittorio ed efficacia della sentenza verso terzi, cit., 1; MENCHINI, Il giudicato civile, cit., 139; MONTELEONE, I limiti soggettivi del giudicato civile, cit., 155; PROTO PISANI, Appunti sui rapporti tra i limiti soggettivi di efficacia della sentenza e la garanzia costituzionale del diritto di difesa, in RTDPC, 1971, 1216.

[110] ANDRIOLI, Diritto processuale civile, cit., 945; PROTO PISANI, Opposizione di terzo ordinaria, Napoli, 1965, 259, 289, 397.

[111] LUISO, Principio del contraddittorio ed efficacia della sentenza verso terzi, cit., 24 ss.; CARPI, L’efficacia «ultra partes» della sentenza civile, cit., 310 ss.; MONTELEONE, I limiti soggettivi del giudicato civile, cit.,155 ss.

[112] In tale modo, LUISO,  Principio del contraddittorio ed efficacia della sentenza verso terzi, cit., 26-27.

[113] RedentiIl giudizio civile con pluralità di parti, Milano, 1960 (Ristampa dell’edizione originaria del 1911), XXIII-XXIV, 17-18, 77 ss., 107 ss.;  Fabbrini, Contributo alla dottrina dell’intervento adesivo, cit., 166; Proto Pisani, Opposizione di terzo ordinaria, cit., 622 ss.; Busnelli, L’obbligazione soggettivamente complessa – Profili sistematici, Milano, 1974, 161 ss., specie 180 ss.

[114] Così, Fabbrini, Contributo alla dottrina dell’intervento adesivo, cit., 168.

[115] FAZZALARI, Litisconsorzio necessario e azione di filiazione legittima, in GCCC, 1946, 2, 333 ss., specie 341 ss.

[116] Andrioli, Diritto processuale civile, cit., I, 593; Chiovenda, Sul litisconsorio necessario, in Saggi di diritto processuale civile, II, Ristampa, Milano, 1993, 427 ss., specie 435 ss.; Civinini, Note per uno studio sul litisconsorio «unitario», con particolare riferimento al giudizio di primo grado, in RTPC, 1983, 428 ss., specie 438, 451, 465-466, 468 ss., 503.

[117] Menchini,  Intervento, in Atti del XX Convegno Nazionale dell’Associazione tra gli studiosi del processo civile, «Processo civile e società commerciali», Milano, 1995, 232 ss.

[118] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss. il quale afferma che la comune controparte, allo scopo di evitare la possibilità di reiterazione delle azioni promosse disgiuntamente ed in tempi diversi dai più collegittimati, può chiamare in causa tutti costoro, ex art. 106 c.p.c., ponendo così le condizioni per l’emanazione di una statuizione che accerti, in modo vincolante rispetto a tutti gli interessati, il modo di essere del rapporto giuridico controverso.

[119]FAZZALARI, Istituzioni di diritto processuale civile, cit., 470.

     [120] Così LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi,  cit., 55-56, il quale opportunamente aggiunge che l’efficacia della sentenza nei confronti del dante causa non può chiaramente essere subordinata alla vocatio in ius di un successore, di cui la controparte dell’alienante può perfino ignorare l’esistenza; analogamente, MONTESANO, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 289-290.

[121] In questo modo espressamente MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[122] In giurisprudenza, Cass., 20-11-1981, n. 6178, in RFI, 1981, «Cosa giudicata civile», n. 46; Id., 27-1-1981, n. 610, ivi, 1981, cit., n. 46.

[123] Così FAZZALARI, Istituzioni di diritto processuale civile, cit., 473 in nt. 47; analogamente, per il rilievo che l’art.  2909 c.c., allorché parla di eredi ed aventi causa, intende riferirsi a coloro che hanno assunto tali qualità dopo la formazione del giudicato, si vedano per tutti: LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit., 40; MONTELEONE, I limiti soggettivi del giudicato civile, cit., 109-110; VOCINO, Intorno al nuovo verbo «tutela giurisdizionale differenziata», cit., 513 in nt. 81, 574 in nt. 249.

[124] Espressamente in questo senso, LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit., 40; MONTELEONE, I limiti soggettivi del giudicato civile, cit., 109-110.

[125] Questi esempi sono espressamente tratti da MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[126] ALLORIO, La cosa giudicata rispetto ai terzi, cit., 67 ss..

[127] LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit., 80 ss., 117 ss.; Id., Irretroattività degli effetti riflessi, in RDPr, 1987, 300 ss.; Fazzalari, Istituzioni di diritto processuale civile, cit., 450-451.

[128] COMOGLIO, Il principio di economia processuale, cit., 133.

[129] MONTESANO, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 239, 291.

[130] COMOGLIO, Il principio di economia processuale, cit., 132.

[131] LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit. 117, spec. 120-131.

[132] BONSIGNORI, Tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 224.

[133] MENCHINI, Il giudicato civile, cit., 196.

[134] LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit., 63.

[135] Cfr sul punto LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit. 131; MENCHINI, Il giudicato civile, cit., 184.

[136] Così, LUISO, Principio del contraddittorio e efficacia della sentenza verso terzi, cit., 106. Il fondamento positivo di tale regola può essere rinvenuto nell’ultimo co. dell’art. 1595 c.c., in forza del quale «la sentenza pronunciata tra locatore e conduttore ha effetto anche contro il subconduttore».

[137] Cass. 7530/1983, in Giust. Civ., 1984, I, 671.

[138] Cass. 7271/1997, in Mass. Giur. It., 1997.

[139] Cass. 7262/2003, in Mass. Giur. It., 2003; Cass. 5320/2003, in Mass. Giur. It., 2003; Cass. 6851/2001, in Mass. Giur. It., 2001; Cass. 3797/1999, in Mass. Giur. It., 1999; Cass. 2875/1999,in Mass. Giur. It., 1999; Cass. 11153/1997, in Mass. Giur. It., 1997; Cass. 7275/1997, in Mass. Giur. It., 1997; Cass. 1905/1996, in Mass. Giur. It., 1996; Cass. 250/1996, in Corriere Giur., 1996, 8, 923 nota di CIPRIANI ; Cass. 792/1995, in Mass. Giur. It., 1995; Cass. 970/1986, in Mass. Giur. It., 1986.

[140] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[141] PROTO PISANI, Note in tema di limiti soggettivi della sentenza civile, in FI, 1985, 2385 ss.

[142] MONTESANO, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 278-279.

[143] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[144] CAPONI, L’efficacia del giudicato civileL’efficacia del giudicato civile nel tempo, Milano, 1991, 67 ss.; MENCHINI, Il giudicato civile, cit., 203 ss. .

[145] Così, ancora, CAPONI,  L’efficacia del giudicato civileL’efficacia del giudicato civile nel tempo, cit., 30.

[146] CAPONI, L’efficacia del giudicato civileL’efficacia del giudicato civile nel tempo, cit., 113-114.

[147] Si segnala, in tale senso, CAPONI, L’efficacia del giudicato civileL’efficacia del giudicato civile nel tempo, cit., 128.

[148] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[149] Così LUISO, Commentario alla riforma del processo civile, Milano, 1996, 560.

[150] MENCHINI, Regiudicata civile, cit., 404 ss.

[151] GABBA, Teoria della retroattività delle leggi, IV, Torino, 1988, 533 ss.

[152] CAPONI, L’efficacia del giudicato civileL’efficacia del giudicato civile nel tempocit., 32, 155, 157-158.

[153] STOLFI, Sulla intangibilità del giudicato, in T, 1950, 115 ss.;  CAPONI, L’efficacia del giudicato civileL’efficacia del giudicato civile nel tempo,cit., 219 ss., e 273 ss..

[154] Ancora, ANDRIOLI, Diritto processuale civile, cit., 996.

[155] Basti qui richiamare: Cass., 11-5-1981, n. 3116, RFI, 1981, cit., 23; Id., 6-10-1976, n. 3202, ivi, 1977, I, 133 ss.; Id., 2-4-1977, n. 1237 GI, 1977, I, 1, 1281 ss.

[156] Si segnalano per tutte: Cass. S.U., 4-11-1994, n. 9124, RFI, 1994, cit., n. 4; Id. S.U., 11-11-1991, n. 12011, ivi, 1994, cit., n. 20; Id., 10-3-1986, n. 1608, ivi, 1986, cit., n. 40; Id., 15-9-1981, n. 5097, GC, 1982, I, 446 ss.; Id., 11-5-1977, n. 1855, GI, 1978, I, 1, 518 ss.

[157] CHIOVENDA, Principi di diritto processuale civile, cit., 914; LIEBMAN,  Sulla rilevabilità d’ufficio dell’eccezione di cosa giudicata, in RTPC, 1947, 359 ss.; VALCAVI, Sulla rilevabilità d’ufficio dell’eccezione di cosa giudicata, cit.,163 ss.; MONTESANO, La tutela giurisdizionale dei diritti, cit., 242. Invece, in senso favorevole alla necessità dell’eccezione di parte, SATTA, Commentario al c.p.c., cit., II, 2, 30; CIFFO BONACCORSO, Il giudicato civile, cit., 145 ss.; SCARSELLI, Note in tema di eccezione di cosa giudicata, in RDPr, 1996, I, 824 ss.

[158] Nello stesso senso Cass. n. 26041 del 23/12/2010, in CED Cassazione, 2010; in termini, tra le molte, Cass. nn. 30780/2011, in CED Cassazione, 2011; Cass. 11365/2015, in CED Cassazione, 2015.

[159] COMOGLIO, Etica e tecnica del “giusto processo”, Torino, 2004, 5833.

[160] COMOGLIO, Etica e tecnica del “giusto processo”, cit., 5834.

[161] LIEBMAN,  Manuale di diritto processuale civile, Principi, cit., 286.

[162] È quindi nullo, ai sensi dell’art. 1418 c.c., l’eventuale accordo di parte che si proponga di rimuovere gli effetti preclusivi del giudicato e di sottoporre ex novo la medesima controversia ad un nuovo giudice, al fine di ottenerne una nuova decisione. Così Cass. 3988/1979, in Mass. Giur. It., 1989; analogamente sul punto Cass. 444/1974, in Mass. Giur. It., 1974.

[163] Cass. S.U. 28 novembre 2007 n. 24664 in Fisco on line, 2007.

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