Note a prima lettura sull’art. 840-bis c.p.c.

Di Maria Laura Guarnieri -
  1. Procedimenti collettivi e situazioni sostanziali protette.

Con la legge n. 31/2019 fa ingresso nel libro IV del codice di procedura civile il titolo VIII-bis dedicato ai “procedimenti collettivi”.

Negli artt. 840-bis – 840-sexiesdecies c.p.c. che ne costituiscono l’ossatura, viene trapiantata la disciplina dell’azione inibitoria generale e la disciplina dell’azione di classe, attualmente contenute negli artt. 140 e 140-bis del d.lgs. n. 206/2005[1].

La rubrica assegnata al nuovo titolo VIII-bis rievoca il concetto tradizionale di tutela collettiva, ma lo arricchisce di nuovi contenuti e, per certi versi, ne rivoluziona l’essenza.

Notoriamente l’azione inibitoria generale e l’azione di classe rimandano ad un sistema di tutela collettiva strutturato a misura di consumatore. Si tratta di un sistema composito che abbraccia due tipologie diverse di tutela giurisdizionale: l’azione inibitoria realizza la tutela collettiva ex ante, su un piano generale ed astratto, essendo finalizzata ad ottenere contro il professionista che assume condotte potenzialmente lesive dell’interesse consumeristico una pronuncia che ordini la cessazione del comportamento illecito[2]; l’azione di classe opera in modo complementare, su un piano individuale e concreto, successivo alla produzione del danno, nell’ottica di ristorare l’utente da un pregiudizio già verificato[3]. Quest’ultima, in particolare, è configurata per la tutela risarcitoria e restitutoria di diritti contrattuali, di diritti spettanti al consumatore finale di un prodotto o di un servizio a prescindere da un rapporto contrattuale, di diritti violati da comportamenti anticoncorrenziali o da pratiche commerciali scorrette.

L’eterogeneità delle due forme di tutela è ancor più evidente sul piano funzionale: l’azione inibitoria è concepita per reagire alla lesione di interessi effettivamente collettivi[4]; l’azione di classe è volta alla tutela di interessi individuali che acquistano il crisma della collettività per il fatto di trovarsi contestualmente nella titolarità di più soggetti (c.d. diritti omogenei o isomorfi)[5].

I primi vengono in rilievo quando più individui sono orientati al conseguimento della medesima situazione favorevole e si prestano ad essere considerati come un insieme omogeneo. Gli interessi di cui sono portatori sono indifferenziati, indistinguibili, in quanto il bene della vita a cui sono correlati realizza contemporaneamente l’interesse di tutti i componenti del gruppo. Si tratta di un bene a rilevanza collettiva, insuscettibile di appartenenza o fruizione esclusive, che eleva l’insieme degli interessi individuali al rango di interesse collettivo[6]. Connotato da queste proprietà, l’interesse collettivo di derivazione consumeristica, non è imputabile ad un soggetto determinato e, finchè rimane rivolto alla prevenzione del danno che potrebbe scaturire dalla condotta antigiuridica del professionista, non è giustiziabile a livello individuale[7]. La tutela di siffatte situazioni sostanziali è allora offerta dalle azioni inibitorie, che anticipano la soglia dell’intervento giurisdizionale rispetto alla lesione ed evitano la produzione del danno.

Quando sono in gioco interessi isomorfi la situazione muta radicalmente. Siamo in presenza di una pluralità di interessi individuali, correlati ad un bene a fruizione esclusiva ed orientati al conseguimento di tutele differenziate, che si prestano ad essere considerati come un insieme omogeneo poiché affini. L’affinità che permette di considerarli come un fascio unitario prende il nome di isomorfia e si identifica nella relazione che si instaura tra gli interessi della classe in forza della loro connessione per fattispecie costitutiva[8]. Essi vengono in rilievo a fronte di condotte plurioffensive, ovvero, a seguito di eventi idonei a ledere simultaneamente più soggetti[9]. In queste fattispecie l’insieme degli interessi individuali è rappresentato dalla serie delle pretese risarcitorie e restitutorie sorte in conseguenza dell’illecito. Non sono in gioco, perciò, semplici interessi, ma veri e propri diritti soggettivi, esistenti e riconducibili sul piano sostanziale a soggetti identificati, che possono essere fatti valere in giudizio individualmente. L’azione di classe in queste fattispecie costituisce un modello alternativo di tutela che favorisce la trattazione unitaria e concentrata del tema della responsabilità, e che consente ai singoli di godere di un meccanismo di liquidazione altrettanto unitario[10].

Nell’impianto codicistico l’azione inibitoria e l’azione di classe, pur conservando la medesima vocazione, subiscono un profondo restyling strutturale.

Con il loro ingresso nel codice di rito le due azioni diventano le componenti di un sistema generale di tutela collettiva: esse fuoriescono dai ristretti confini del rapporto di consumo, per attecchire nel più vasto terreno delle relazioni che si instaurano nella gestione dei pubblici servizi e nell’esercizio dell’attività imprenditoriale.

Il primo elemento di novità è rappresentato dalla competenza della sezione specializzata in materia di impresa[11], alla quale è affidata la trattazione dei procedimenti collettivi. Inedita è pure l’attribuzione per entrambi i giudizi (non solo per quello risarcitorio, ma anche per quello inibitorio), della legittimazione ad agire sia al singolo, sia alle associazioni di categoria. In materia inibitoria, queste ultime, titolari di una legittimazione esclusiva sul piano collettivo, condividono ora l’esercizio dell’azione con chiunque abbia interesse ad ottenere un ordine di cessazione di comportamenti plurioffensivi.

Notevoli, poi, le differenze sul versante procedimentale rispetto all’attuale configurazione dei due rimedi. L’azione inibitoria, regolata dall’art. 840-sexiesdecies c.p.c., abbandona la dimensione conciliativa per svilupparsi ed esaurire il suo corso all’interno di un modulo processuale unitario che prevede il coinvolgimento del Pubblico Ministero. Viene sottoposta alle forme del rito camerale e conduce alla pronuncia di un ordine inibitorio che può essere accompagnato dai provvedimenti di cui all’art. 614-bis c.p.c.

Uno statuto più complesso è stato invece introdotto per l’azione di classe. Gli artt. 840-bis – 840-quinquiesdecies c.p.c. imbastiscono un rito articolato che ruota attorno a tre momenti processuali portanti: una fase di merito in cui si accerta con le forme del rito sommario di cognizione la responsabilità dell’impresa convenuta; una fase di adesione in cui il giudizio, sotto la direzione di un giudice delegato coadiuvato da un rappresentante degli aderenti, si apre alle domande dei danneggiati e perviene alla determinazione dei diritti individuali convogliati nel procedimento collettivo; una fase di liquidazione in cui si realizza il ristoro di quanti hanno manifestato la volontà di avvalersi della tutela collettiva con l’adesione.

Si tratta di un procedimento a latitudine variabile che non ha precedenti nelle pregresse versioni della class action italiana. L’oggetto del giudizio di merito viene calibrato dal legislatore sulla figura del ricorrente ed assume un’ampiezza diversa a seconda che a promuovere l’azione sia l’ente esponenziale o un componente della classe. Nel primo caso il procedimento è diretto alla soluzione di una questione comune alla classe dei danneggiati (la responsabilità dell’ente convenuto), pertanto, con la sentenza che chiude la fase di merito il Tribunale delle imprese accerta l’illecito e provvede alla specificazione dei caratteri che i diritti degli aderenti devono presentare per essere inclusi nella classe.

Nel secondo caso l’oggetto del giudizio di merito si allarga e si estende fino a determinare il quantum risarcitorio che spetta al proponente, condannando l’impresa resistente all’adempimento immediato in suo favore. Quando è un componente a condurre l’azione, dunque, le sorti dei danneggiati si dividono: il ricorrente munito di titolo esecutivo esce di scena ed il procedimento prosegue per l’accertamento e la determinazione dei diritti di quanti intendano aderire all’azione di classe.

  1. L’ambito di applicazione della nuova azione di classe.

Delineati sinteticamente i tratti dei procedimenti collettivi e delle situazioni sostanziali protette, ci si vuole soffermare di seguito sull’ambito di applicazione dell’azione di classe, avendo riguardo ai suoi elementi soggettivi e oggettivi, così come individuati nell’art. 840-bis c.p.c.

Gli elementi soggettivi dell’azione sono sintetizzati nel comma 2, a tenore del quale un’organizzazione o un’associazione senza scopo di lucro … o ciascun componente della classe può agire nei confronti dell’autore della condotta lesiva.

Ad una prima lettura della norma si ha sùbito l’impressione di trovarsi di fronte ad un istituto interamente rinnovato nella sua portata operativa.

Balza immediatamente all’occhio lo status del ricorrente. La riforma adotta un sistema di legittimazione attiva diffusa e liberista[12]: qualsiasi individuo che appartenga ad una classe di soggetti portatori di interessi omogenei può assumere la veste di attore collettivo, facendosi carico della instaurazione e della conduzione dell’azione in rappresentanza di tutti gli altri membri[13].

La titolarità dell’azione, dunque, non è conferita in senso restrittivo a consumatori e utenti: si allarga a qualsiasi soggetto, persona fisica o giuridica, che in quanto portatore di un interesse parzialmente identico a quello di altri individui[14] sia in grado di rappresentarli nel loro insieme[15].

La norma non impone espressamente al ricorrente il requisito della adeguata rappresentatività del gruppo, ma dall’impianto complessivo del titolo VIII-bis è evidente che tale qualità non possa mancare nell’attore collettivo. Lo si ricava indirettamente dal comma 4, lett. d) dell’art. 840-ter c.p.c. che sanziona con la inammissibilità la domanda proposta dal ricorrente che non appaia “in grado di curare adeguatamente i diritti individuali omogenei fatti valere in giudizio”. Pare scorgersi nella disposizione l’intenzione del legislatore di ancorare la legittimazione del componente alla capacità di gestire e di condurre con prospettive di successo un’azione che dovrebbe fare da traino per una schiera di cittadini[16].

Per garantire all’azione di svolgersi con la necessaria efficacia, alla legittimazione del singolo l’art. 840-bis c.p.c. affianca quella degli enti esponenziali. A mente del comma 3, deve trattarsi di organizzazioni e associazioni iscritte in un elenco pubblico istituito presso il Ministero della giustizia[17] i cui obiettivi statutari comprendano la tutela di diritti individuali omogenei.

È evidente dal modo in cui il legislatore tratteggia i caratteri delle associazioni di categoria che siamo in presenza di un soggetto diverso da quello che traina l’azione di classe a tutela dei consumatori. Scompare innanzitutto il riferimento ai comitati. Ma ciò che cattura l’attenzione ad un primo sguardo è il ritorno, nella disciplina della class action, del filtro amministrativo sulla qualità dell’attore collettivo[18]. Presente nel testo dell’art. 140-bis c. cons. così come inserito dall’art. 2, comma 446, l. n. 244/2007, il riscontro dell’adequacy è stato poi rimosso dall’art. 49, comma 1, l. n. 99/2009. La scelta di ripristinarlo nel contesto del nuovo regime denota l’esigenza di assicurare una tutela giurisdizionale effettiva in seno al procedimento collettivo, attraverso il conferimento della legittimazione ad agire esclusivamente ad enti in possesso di requisiti organizzativi qualificanti.

Preme sottolineare inoltre come sia venuto meno nell’art. 840-bis c.p.c. ogni riferimento al rapporto di mandato tra l’iscritto e l’associazione di appartenenza. Siamo oggi davanti ad una legittimazione ad agire iure proprio che si aggiunge a quella del danneggiato, senza precludergli né l’azione individuale in un giudizio ordinario di cognizione, né l’esercizio dell’azione collettiva nell’interesse della compagine di appartenenza[19].

In questa diversa prospettiva non può farsi a meno di evidenziare una dissociazione tra il soggetto titolare dello ius agendi ed i portatori delle pretese sostanziali dedotte nel procedimento collettivo. Una sorta di legittimazione ex lege che, lungi dal poter essere inquadrata nelle categorie tradizionali della legittimazione straordinaria o della rappresentanza processuale, rievoca quella conferita agli enti esponenziali dall’art. 140-bis c., co. 1, c. cons. nella sua formulazione originaria[20]. Invero, l’attore collettivo non agisce per la tutela di un diritto altrui, né deduce in giudizio diritti individuali. Lo si ricava dall’art. 840-sexies, co. 1, c.p.c., che nel definire la latitudine oggettiva del giudicato, distingue l’ipotesi in cui l’azione sia esercitata dal componente della classe, dalla situazione in cui l’azione venga intrapresa dall’associazione di categoria: nel primo caso il giudice provvede sulle domande risarcitorie e restitutorie formulate dal ricorrente (lett. a), nel secondo si limita ad accertare che il resistente, con la condotta addebitatagli, ha leso diritti individuali omogenei (lett. b)[21]. L’attore collettivo, dunque, è solo colui al quale la legge riconosce la legittimazione a chiedere giudizialmente l’accertamento di questioni comuni ad una serie indefinita di danneggiati dallo stesso illecito[22].

Spostandoci ora sul versante oggettivo, occorre domandarsi quale tutela venga in concreto erogata nel procedimento collettivo, quali i diritti azionabili dal proponente e quali i settori di responsabilità in cui è ammessa l’azione di classe.

Ad una lettura combinata dei commi 2 e 3 la disciplina può essere invocata per l’accertamento della responsabilità e per la condanna al risarcimento del danno ed alle restituzionirelativamente ad atti e comportamenti di imprese o enti gestori di pubblici servizi o di pubblica utilità nello svolgimento delle loro rispettive attività.

La norma circoscrive l’orizzonte applicativo della class action ad uno specifico settore dell’attività umana[23], mentre non pone limiti alle fattispecie di responsabilità. Qualsiasi danno può fondare un’azione di classe, purchè il pregiudizio lamentato sia pertinente all’esercizio dell’attività di impresa o alla gestione di un pubblico servizio. L’ampio respiro della formula sembra poter assorbire al suo interno ipotesi di responsabilità precontrattuale, contrattuale ed extracontrattuale, senza restrizioni di sorta.

Il comma 1 richiede, comunque, che sia allegata la lesione di diritti individuali omogenei[24]. L’illecito che genera il giudizio risarcitorio deve cioè avere una portata lesiva diffusa, capace di incidere su una pluralità di soggetti[25]. In altri termini, l’accesso alla tutela giurisdizionale nelle forme del procedimento collettivo è condizionata al verificarsi di un illecito dal quale si siano originati una serie di diritti risarcitori e restitutori legati dalla c.d. relazione di isomorfia, ossia quella affinità, di cui si è detto sopra, che si instaura tra i diritti della classe in forza della loro connessione per fattispecie costitutiva o per comunanza di questioni[26].

Quest’ultimo tratto distintivo rivela come tali diritti sarebbero – e sono – comunque tutelabili in via ordinaria mediante azioni individuali, autonome, eventualmente parallele, o mediante processi a litisconsorzio facoltativo sulla base della connessione propria, per titolo (art. 103 comma 1, c.p.c.) o impropria, per identità di questioni da risolvere (art. 103 comma 2 c.p.c.).

Non a caso l’art. 840-bis c.p.c. prevede nel suo primo comma che i diritti individuali omogenei siano tutelabili anche attraverso l’azione di classe, con ciò facendo salvo l’uso di schemi procedimentali differenti.

È d’obbligo precisare in proposito che quando l’azione è esercitata dalle associazioni di categoria non sembra siano in gioco diritti individuali omogenei. Come si è avuto modo di osservare poc’anzi, il procedimento collettivo avviato ad iniziativa dell’ente esponenziale, non si spinge fino a condannare l’ente o l’impresa a ristorare il pregiudizio dei singoli componenti, poichè si limita ad accertare il verificarsi dell’illecito plurioffensivo e la sua imputabilità al convenuto. A confermare l’idea qui sostenuta è la previsione contenuta nell’art. 840-sexies, co. 1, lett. b) c.p.c., per la quale la sentenza a cui si perviene nella fase di merito è di mero accertamento e non di condanna, sebbene contenga la definizione dei caratteri che i diritti individuali degli aderenti devono presentare per maturare il diritto alla liquidazione del danno[27].

L’articolo 840-bis prosegue nei commi successivi a regolare i rapporti tra la tutela collettiva e la tutela individuale, soffermandosi sugli effetti e sulle modalità di esercizio delle due azioni.

Più nel dettaglio, a tenore del comma 4 resta fermo il diritto all’azione individuale, salvo quanto previsto all’art. 840-undecies, nono comma. La norma, attraverso una formulazione poco eloquente, conferma il carattere non escludente dell’azione di classe. Nel disegno del legislatore la tutela collettiva si sostituisce alla tutela individuale, senza consumare l’interesse ad agire in una sede autonoma per la protezione dei medesimi diritti[28]. La disposizione ripropone, in altri termini, il c.d. meccanismo dell’opt in, per il quale i singoli danneggiati non sono automaticamente attinti dall’accertamento collettivo per il solo fatto di appartenere alla classe del ricorrente. L’azione produrrà effetto nei confronti degli stessi a condizione che manifestino una volontà in tal senso, aderendovi espressamente. In mancanza di adesione manterranno fermo il diritto all’azione individuale.

Fin qui il meccanismo sembra sovrapporsi perfettamente alle dinamiche dell’azione di classe di stampo consumeristico. Nel nuovo regime, però, il sistema dell’opt-in e gli effetti dell’adesione devono fare i conti con il potere di revoca previsto in capo all’aderente ai sensi dell’art. 840-undecies, nono comma c.p.c. a tenore del quale l’aderente può proporre l’azione individuale a condizione che la domanda di adesione sia revocata prima che il decreto sia divenuto definitivo nei suoi confronti. Nell’ottica della riforma dopo l’adesione il diritto all’azione individuale non viene del tutto soppresso e l’adesione non rappresenta un’opzione irreversibile. Il componente che abbia aderito non consuma il diritto all’azione individuale, ma lo conserva entro certi limiti.

L’art. 840-undecies, nono comma, in sostanza, apre la strada al ripensamento dell’aderente, il quale potrà sottrarsi agli effetti della determinazione collettiva e far accertare autonomamente le proprie pretese risarcitorie e restitutorie, a condizione che revochi l’adesione prima che il giudizio collettivo giunga alla determinazione definitiva dei propri crediti.

Dall’impianto complessivo che viene delineandosi nella sinergia tra il comma 4 dell’art. 840-bis ed il comma nove dell’art. 840-undecies è evidente che il singolo componente potrà optare per la tutela individuale o per quella collettiva: una volta esercitata l’azione individuale non potrà accedere alla tutela degli stessi interessi nell’altra sede processuale; qualora, invece, abbia azionato i propri diritti nel procedimento collettivo, potrà sottrarsi agli effetti del giudicato revocando  l’adesione. Se così stanno le cose, il diritto all’esercizio dell’azione individuale potrebbe riespandersi allorquando la liquidazione effettuata in sede collettiva non abbia adeguatamente tenuto conto del danno sofferto, ovvero, quando il giudice delegato abbia rigettato la richiesta di adesione, ritenendo il diritto vantato dall’aderente non omogeneo rispetto a quelli della classe.

Il comma 5, in rapporto di continuità con il comma precedente, precisa che non è ammesso l’intervento dei terzi ai sensi dell’art. 105 c.p.c. La disposizione non fa che puntualizzare la relazione tra la tutela collettiva e la tutela individuale, fornendoci indicazioni circa le modalità di esercizio delle due azioni: l’azione individuale non può essere esercitata nelle forme dell’intervento all’interno del procedimento collettivo, ma solo al di fuori di esso e con un’azione autonoma; quanto all’azione di classe, qualora il componente opti per la via collettiva, dovrà farlo attraverso il sistema dell’adesione, nelle forme e nei termini previsti dall’art. 840-quiquies co. 1, ovvero a norma dell’art. 840-septies c.p.c., non con le modalità previste dall’art. 105 c.p.c.

Il comma 6 chiude sui rapporti tra le due forme di tutela, facendo salva l’azione individuale di quanti abbiano visto estinguere il procedimento collettivo al quale avevano precedentemente aderito. La norma prende qui in considerazione l’eventualità che il procedimento collettivo si arresti a seguito di accordi transattivi o conciliativi intercorsi tra i ricorrenti e l’impresa. Per questa ipotesi la disposizione, alla stregua di quanto avviene nell’azione di classe a tutela dei consumatori, riabilita l’aderente all’esercizio dell’azione individuale, legittimandolo alternativamente alla proposizione di una nuova azione collettiva.

[1] Sul tema si segnalano le opere di D. De Santis, La tutela giurisdizionale collettiva. Contributo allo studio della legittimazione ad agire e delle tecniche inibitorie e risarcitorie, Napoli, 2013; S. Menchini, Le azioni seriali, Napoli, 2008; A. Giussani, Azioni collettive risarcitorie nel processo civile, Bologna, 2008; R. Donzelli, La tutela giurisdizionale degli interessi collettivi, Napoli, 2008.

[2] Accanto all’azione inibitoria generale il codice del consumo prende in considerazione all’art. 37 l’azione inibitoria in materia di clausole vessatorie, diretta contro l’imprenditore che raccomandi l’uso di clausole vessatorie nelle condizioni generali di contratto, al fine di accertarne l’abusività e di ordinarne la rimozione. Entrambe operano su un piano astratto, generale e preventivo: astratto, poiché svincolato dalle vicende di una concreta pattuizione; generale, poiché operante a vantaggio dell’indeterminata categoria dei consumatori; e preventivo, in quanto rivolto ad evitare condotte lesive produttive di danno (su questi aspetti si veda R. Donzelli, La tutela giurisdizionale degli interessi collettivi, Napoli, 2008, 789).

[3] R. Donzelli, op. cit., 792.

[4] Sulla natura dell’interesse collettivo, tra gli altri: R. Caponi, Azioni collettive, interessi protetti e modelli processuali di tutela, in Riv. Dir. proc. 2008, p. 1205 e ss; Id., Azione collettiva risarcitoria. Una letteratura di interrogativi in attesa della giurisprudenza, in Foro It. 2008, V, p. 180 e ss.; più diffusamente: R. Donzelli, La tutela, cit.; D. De Santis, La tutela giurisdizionale collettiva, cit. 159 e ss.

[5] Tra gli autori che per primi riferiscono di diritti individuali omogenei o isomorfi: R. Caponi, Azioni collettive, interessi protetti e modelli processuali di tutela, in Riv. Dir. proc. 2008, p. 1205 e ss; A. Carratta, L’azione collettiva risarcitoria e restitutoria: presupposti ed effetti, in Riv. dir. proc. 2008, p. 725; R. Marengo, op. cit., 61.

[6] Si pensi all’ipotesi dell’immissione di un prodotto difettoso nel circuito commerciale. In tale fattispecie i consumatori, potenziali acquirenti del prodotto, sono tutti portatori di interessi orientati al soddisfacimento del medesimo bisogno: la cessazione della condotta antigiuridica. Tra questi interessi possono scorgersi relazioni di identità di contenuto, di identità di oggetto e di concorrenza, che possono essere così puntualizzate: 1) relazione di identità di contenuto: gli interessi che costituiscono l’insieme sono assolutamente indifferenziati ed indistinguibili, in quanto orientati verso il perseguimento di una comune situazione favorevole (la cessazione dell’illecito); 2) relazione di identità di oggetto: gli interessi sono tutti protesi al raggiungimento del medesimo bene (la sicurezza dei prodotti e dei servizi), il quale possiede rilevanza sovra-individuale, nel senso che non è suscettibile di appartenenza e fruizione esclusive (c.d. bene non escludibile); 3) relazione di concorrenza: il conseguimento del bene a rilevanza collettiva realizza necessariamente e contemporaneamente tutti gli interessi della classe, facendo sorgere situazioni sostanziali di vantaggio in favore di tutti i rispettivi portatori (Le relazioni tra gli interessi individuali che compongono l’interesse collettivo sono state rintracciate da: R. Donzelli, op. cit., p. 270 e ss. e p. 399).

[7] Si parla in proposito di adespotia degli interessi collettivi, secondo la formula coniata da M. S. Giannini, La tutela degli interessi collettivi, 1974.

[8] Tra gli autori che per primi riferiscono di diritti individuali omogenei o isomorfi: R. Caponi, Azioni collettive, interessi protetti e modelli processuali di tutela, in Riv. Dir. proc. 2008, p. 1205 e ss; A. Carratta, L’azione collettiva risarcitoria e restitutoria: presupposti ed effetti, in Riv. dir. proc. 2008, p. 725; R. Marengo, op. cit., 61.

[9] In una dimensione consumeristica, gli interessi isomorfi vengono in rilievo nel momento in cui il consumatore instaura un rapporto di consumo o utenza con l’impresa (per riprendere l’esempio della nota precedente, acquista un prodotto inidoneo al normale uso). All’interno della classe di acquirenti, i consumatori sono portatori di interessi differenziati, sui quali hanno inciso le circostanze inerenti il singolo rapporto con la parte imprenditoriale. Il variegato tenore che i singoli atti di acquisto imprimono agli interessi individuali dei consumatori, impedisce che tra di essi si stabiliscano le relazioni di identità e concorrenza che connotano gli interessi individuali componenti l’interesse collettivo: 1) si dissolve la relazione di identità di contenuto: i singoli diritti alla riparazione non si atteggiano in modo eguale tra i consumatori, ma sono qualitativamente e quantitativamente diversificati; 2) non sussiste la relazione di identità di oggetto:  i beni che si vogliono conseguire, quali le somme spettanti a titolo di risarcimento o restituzione, sono perfettamente distinguibili e suscettibili di appropriazione esclusiva; 3) viene meno la relazione di concorrenza: l’ottenimento da parte di un solo consumatore delle somme cui ha diritto, non realizza certamente gli interessi della classe e crea una situazione di vantaggio strettamente individuale (cfr. R. Donzelli, op. cit., p. 270 e ss. e p. 399).

[10] B. Sassani, Interessi collettivi e scelte irrazionali, in www.ilsole24ore.com.

[11] La competenza territoriale è determinata in ragione del luogo in cui ha sede la parte convenuta.

[12] C. Consolo, M. Bona, P. Buzzelli, Obiettivo Class Action: l’azione collettiva risarcitoria, Ipsoa, 2008, 7, che richiama l’espressione di A. Giussani, Modelli extraeuropei di tutela collettiva risarcitoria, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2007, 74.

[13] Sotto questo profilo la class action italiana si avvicina al modello statunitense. Il singolo componente agisce oltre che per sé stesso, in rappresentanza e per conto dell’intera classe, senza bisogno del conferimento di un mandato (Sulle caratteristiche della class action americana si v. S. Menchini, Le azioni seriali, Napoli, 2008, 70 e ss.)

[14] L’omogeneità dei diritti individuali tutelati dall’azione di classe viene espressa in termini d parziale identità tra i presupposti della tutela e le pretese individuali da R. Marengo, Garanzie processuali a tutela dei consumatori, Torino, 2007, 61.

[15] Dovrebbe escludersi a rigore che il controllo giudiziale sulla adeguata rappresentatività dell’attore collettivo possa investire le organizzazioni senza scopo di lucro iscritte nell’elenco tenuto presso il ministero della giustizia ed abilitate ex lege ad esperire l’azione di classe. In tal caso la valutazione dell’adeguata rappresentatività viene eseguita a monte, in sede amministrativa, e il giudice, a valle, non può fare altro che prenderne atto. Nondimeno, l’inammissibilità dovrebbe colpire l’iniziativa assunta dall’ente, ogniqualvolta il giudice accerti la mancata iscrizione dell’organizzazione ricorrente nel predetto elenco.

[16] Come è stato in proposito osservato (P. Consolo, M. Bona, P. Buzzelli, op. cit., 8), l’instaurazione e la prosecuzione di una class action richiede forzi investigativi per tracciare la responsabilità dei convenuti, oltre che risorse economiche notevoli, difficilmente sostenibili da un componente della classe che non sia legato ad associazioni rappresentative della compagine di appartenenza.

[17] Sotto questo profilo l’azione di classe italiana si discosta dal modello americano per avvicinarsi all’azione collettiva (Verbandsklage) praticata negli ordinamenti di derivazione romanistica. Sulle caratteristiche dell’azione collettiva si rimanda nuovamente a S. Menchini, op. cit., 65 e ss.

[18] Sulla valenza del riscontro dell’adequacy si v. G. Mazzaferro, Brevi riflessioni sul disegno di legge n. 844 (azione di classe) e su alcune proposte di emendamenti, in www.judicium.it.

[19] L’art. 840-quater c.p.c. prende in considerazione l’ipotesi che all’esercizio dell’azione di classe segua la proposizione si successive azioni di classe da parte di altri membri del gruppo. Nel delineare il trattamento processuale della pluralità delle azioni di classe la norma stabilisce che l’azione proposta successivamente viene riunita alla prima, a condizione che sia promossa nei sessanta giorni successivi alla pubblicazione del ricorso principale. Decorso questo termine le azioni di classe sono cancellate dal ruolo. Dal disposto dell’art. 840-quater può agevolmente dedursi che qualora l’iniziativa principale sia assunta dall’ente esponenziale, la tutela collettiva ad iniziativa del singolo non sia del tutto preclusa, ma rimane possibile purché esercitata nel rispetto del termine di sessanta giorni.

[20] Si tratta del testo vigente dal 1/1/2008 al 14/8/2009, a tenore del quale “Le associazioni di cui al comma 1 dell’art. 139 e gli altri soggetti di cui al comma 2 del presente articolo sono legittimati ad agire a tutela degli interessi collettivi dei consumatori e degli utenti richiedendo al tribunale del luogo in cui ha sede l’impresa l’accertamento del diritto al risarcimento del danno e alla restituzione delle somme spettanti ai singoli consumatori o utenti nell’ambito dei rapporti contrattuali relativi a contratti stipulati ai sensi dell’art. 1342 del codice civile, ovvero in conseguenza di atti illeciti extracontrattuali, di pratiche commerciali scorrette o di comportamenti anticoncorrenziali, quando sono lesi diritti di una pluralità di consumatori o di utenti”. Diverso è il tenore dell’attuale art. 140-bis c. cons., dove la legittimazione dell’ente esponenziale si spiega in termini di rappresentanza processuale volontaria, in ragione del mandato conferito dal singolo consumatore all’associazione cui partecipa.

[21] La nuova azione di classe sembra riproporre lo schema bifasico dell’azione collettiva risarcitoria introdotta con la legge finanziaria 2008. In quel contesto le associazioni di categoria erano titolari di una legittimazione ad agire esclusiva, in vista dell’ottenimento di una pronuncia che fosse di mero accertamento del diritto al risarcimento della classe di consumatori. La quantificazione del danno patito dai singoli aderenti aveva luogo in una fase successiva a carattere conciliativo.

[22]  Così si esprime M. Bove, L’oggetto del processo collettivo, dall’azione inibitoria all’azione risarcitoria, in Il giusto processo civile, 2008, 3, in relazione alla legittimazione dell’attore collettivo nella formulazione originaria dell’art. 140-bis c. cons.

[23] Sotto questo profilo la class action italiana è un modello ad applicazione settoriale, in contrapposizione al modello statunitense dove il novero dei potenziali destinatari non è circoscritto alle sole imprese (cfr. rule 23 delle Federal Rules of Civil Procedure).

[24] Nell’attuale formulazione normativa ogni riferimento alla tutela degli interessi collettivi scompare. Già in passato, precisamente con l’art. 49, comma 1, l. 23/7/2009 n. 1, il legislatore aveva epurato l’art. 140-bis c. cons. dal riferimento agli interessi collettivi, salvo poi reintrodurlo in occasione delle modifiche successive, apportate con il d.l. 24/1/2012 n. 1, conv. in l. 24/3/2012 n. 27. Invero, il richiamo alla nozione di interesse collettivo, ritenuto privo di portata operativa (B. Sassani, Interessi collettivi e scelte irrazionali, in www.ilsole24ore.com), non spostava il baricentro dell’azione di classe, la quale rimaneva calibrata sulla tutela dei diritti individuali omogenei.

[25]La plurioffensività dell’illecito può manifestarsi nel caso di un unico evento lesivo che cagiona simultaneamente danni a più soggetti, anche in momenti diversi distribuiti nel tempo, o ancora quando i pregiudizi subiti individualmente, ancorché non riferibili eziologicamente allo stesso evento dannoso, risultino prodotti da condotte omogenee poste in essere da una stessa impresa (C. Consolo, M. Bona, P. Buzzelli, Obiettivo class action: l’azione risarcitoria collettiva, 2008, Ipsoa, a cura di C. Consolo, M. Bona, P. Buzzelli, p. 79).

[26] V. supra.

[27] Le situazioni sostanziali tutelate dall’iniziativa degli enti esponenziali sembrano avere piuttosto la consistenza degli interessi collettivi. Se si osservano da vicino le relazioni che si instaurano tra i singoli componenti della classe è infatti possibile rintracciare le medesime connessioni che la dottrina ha individuato occupandosi di interessi collettivi (cfr. R. Donzelli, op. cit., 270 e 399). È presente, innanzitutto, la relazione di identità di contenuto, poiché l’iniziativa dell’ente esponenziale è orientata al perseguimento di una situazione favorevole comune alla generalità dei componenti (l’accertamento della responsabilità dell’impresa); è ravvisabile la relazione di identità di oggetto, poiché tutti i membri aspirano all’accertamento del medesimo illecito nei confronti della stessa impresa; infine, viene in rilievo la relazione di concorrenza, dal momento che la pronuncia che accerta la responsabilità dell’impresa ed individua i caratteri dei diritti individuali omogenei, soddisfa contemporaneamente l’interesse di tutti i componenti della classe, mettendoli in condizione di aderire all’azione nella fase successiva. Si potrebbe, dunque, sostenere che il capo di accertamento contenuto nella sentenza che chiude la fase di merito trovi fondamento su un interesse collettivo all’accertamento della responsabilità dell’illecito, interesse di cui sono titolari tanto i singoli componenti della classe, tanto la classe di danneggiati complessivamente considerata. D’altra parte, la pronuncia che accoglie la domanda non individua i singoli creditori e non è pronunciata neanche nei confronti di quanti abbiano aderito all’azione nella fase di merito, né tanto meno accerta l’appartenenza dell’aderente alla classe. A tenore dell’art. 840-quinques c.p.c., infatti, i diritti degli aderenti saranno accertati secondo le disposizioni dell’art. 840-octies, successivamente alla pronuncia della sentenza che accoglie l’azione. Se così fosse verrebbe da pensare che il riferimento agli interessi contenuto nell’art. 140-bis c. cons., rimosso dalla formulazione dell’art. 840-bis c.p.c. probabilmente avrebbe potuto essere mantenuto.

[28] P. Buzzelli, L’attore collettivo, in Obiettivo class action, cit., 91, parla di effetto tutorio/sostitutivo dell’azione di classe rispetto alla difesa dei diritti dei singoli.

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