Non-luogo a procedere.

Di Gaetano Campo -

 

Ha suscitato vivaci reazioni e prese di posizione la decisione del Parlamento, in sede di conversione del decreto legge 18 del 2020, di modificare l’art. 83 comma 7 lettera f), introdotta per consentire di tenere udienze civili nel periodo di sospensione dell’attività giudiziaria, fatte salve alcune specifiche eccezioni, nel periodo di emergenza sanitaria da COVID-19.

La norma consentiva, e consente, di tenere le udienze civili, quelle alla presenza dei difensori e delle parti e, ora, anche degli ausiliari del giudice, attraverso una piattaforma di videocollegamento.

La legge di conversione ha specificato che, da parte del giudice, l’udienza andrà tenuta dall’ufficio giudiziario nel quale egli svolge la sua attività.

In realtà, nessuna indicazione sul luogo dal quale il giudice si sarebbe collegato per svolgere l’udienza era contenuta nel testo originario del decreto legge, per cui nella prassi si era consentito che il giudice avrebbe potuto tenere l’udienza da qualunque luogo. Peraltro, un obbligo di collegamento fisico non esiste per le parti e i difensori; anch’essi possono essere in qualunque luogo, dal tinello di casa allo studio professionale.

La nuova regola vale solo per i giudici ordinari. Le loro reazioni sono state in alcuni casi vibranti. 281 magistrati hanno sottoscritto un appello, rivolto all’Associazione Nazionale Magistrati, perché si faccia promotrice, “in ogni sede”, dell’abrogazione della nuova norma. Il Tribunale di Mantova ha investito la Corte Costituzionale della questione e ritiene che la norma contrasti con gli artt. 3, 32, 77 e 97 della Costituzione.

La norma resterà in vigore per tutto il periodo di emergenza sanitaria, fino al 31 luglio 2020. Tuttavia la mia opinione è che si tratti di una modalità di svolgimento del processo destinata a essere confermata anche per il futuro.

Ad essa si accompagna la previsione della lettera h) dell’articolo 83 del decreto legge 18. Questa norma consente che il processo civile possa essere svolto anche con lo scambio telematico di note scritte e la successiva adozione del provvedimento del giudice. In questo caso non viene tenuta alcuna udienza. Il rapporto processuale è meramente cartolare, tra soggetti che forse non conosceranno forse mai i connotati del loro volto. Tutto è affidato ad un confronto “cartolare”. Qui il giudice potrebbe davvero essere ovunque, qui il giudice potrebbe davvero essere una macchina che elabora un verdetto sulla base delle schede perforate introdotte dalle parti, come nel racconto Justice Machine, scritto da Jaques  Charpentier nel 1954.

Anche in questo caso è molto probabile che questa modalità resti in vigore ben oltre il 31 luglio e che si consolidi come una delle forme normali di processo.

La lettura di queste norme, dei commenti che ne stanno accompagnando l’applicazione, delle reazioni della corporazione dei giudici e degli avvocati, mi porta a due ordini di riflessioni.

Il primo riguarda la sostanziale soppressione dell’apparato rituale e simbolico che si accompagna da sempre alla presenza della giustizia nelle società umane.

Sono numerosi gli studi che hanno affrontato, da molti angoli di visuale, l’inscindibile legame tra i modi e le forme di rappresentazione della giustizia e la loro forza evocativa nell’ambito di una società umana. Fin dalla sua collocazione in uno spazio sacro, oggi rappresentato simbolicamente dalla balaustra che delimita lo spazio riservato alla sua amministrazione da quello liberamente accessibile, per passare alla sua localizzazione in apposti edifici, ben individuati e individuabili, spesso collocati una posizione sopraelevata rispetto agli altri edifici dell’architettura civile di una città, fino all’abito indossato da giudici e avvocati, la toga, che ne segna il passaggio da semplici cittadini al rispettivo ruolo nella sua amministrazione, la giustizia non ha fatto a meno fino ad ora del suo apparato simbolico.

Ricordo l’episodio riportato da Salvatore Satta, nella sua conferenza tenuta nell’Università di Camerino il 4 aprile 1949, riportata ne Il Mistero del Processo, edito nel 1994. Satta ricorda come la folla dei rivoluzionari, armata e pronta a giustiziare gli svizzeri del re presenti nell’aula intitolata a San Luigi, in cui si stava celebrando il processo al maggiore Bachmann, della guardia svizzera del re, fosse stata fermata “d’un gesto” dal presidente della corte Laveau, che intimò loro di “rispettare la legge e l’accusato che è sotto la sua spada”. A quel punto gli insorti ripiegarono in silenzio e dolcemente verso la porta, consci, Sottolinea argutamente Satta, che l’opera che essi compiono con picche e camici insanguinati, quel gruppo di uomini in mantello nero la realizza molto meglio. Anche nel pieno della stagione rivoluzionaria, quando sono saltate le istituzioni e abbattuti i monarchi, gli uomini si arrestano davanti ad un processo, consentono che esso si svolga con le regole che gli sono proprie, che esso venga celebrato da coloro, i giudici, che sono preposti a farlo, vestiti con i loro abiti che ne segnano il ruolo e ne definiscono la funzione. Perché la potenza del simbolo è superiore alla forza bruta delle picche insanguinate, perché anche in quel momento così drammatico e caotico, viene riconosciuta la centralità e l’irrinunciabilità ad una funzione che legittima e assegna riconoscibilità e accettazione sociale anche all’uccisione di un uomo.

È un apparato potente, evocativo, che ricorda al cittadino la centralità di questa funzione all’interno della società, il suo rapporto con gli stessi fondamenti dell’organizzazione di una comunità.

Queste nuove norme di legge mi hanno ricordato le acute pagine scritte da Antoine Garapon nel suo Del giudicare, saggio sul rituale giudiziario, edito in Italia nel 2007. Garapon ci ricorda che “In principio era il rito”, perché la giustizia postula un codice, nel senso attribuito dai linguisti a questo termine, e che il primo gesto della giustizia consiste proprio nella delimitazione di uno spazio, di un luogo speciale. Richiama Paul Ricoeur, per cui “Compiere un rito vuol dire fare qualcosa con la potenza”.

E qui, le sue considerazioni si collegano al racconto riportato da Satta: il simbolo, etimologicamente ciò che unisce, che lega, consente alla giustizia di essere percepita dal consesso degli uomini come “giusta” proprio grazie al richiamo del suo apparato simbolico e al suo strettissimo legame con esso.

Queste nuove norme ci raccontano una storia diversa, non nuova per la verità. Una storia che può leggersi in continuità con le tendenze dell’architettura giudiziaria contemporanea. In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 15 ottobre 2016, Luca Molinari ci racconta, con grande efficacia, la parte finale di una storia, che vede nel luogo in cui si amministra la giustizia l’espressione di una sacralità laica, di una forte rappresentatività pubblica e la volontà di dare corpo ad un’idea di giustizia sopra le parti, attraverso il richiamo al patrimonio dell’architettura classica, e richiama l’edificio che ospita la Corte Suprema di Washington, i Palazzi di Giustizia di Parigi, Lione, Montpellier, fino al «palazzaccio» di Roma di Guglielmo Calderini. Molinari sottolinea come questo percorso non si interrompa neppure nel primo Novecento, con la costruzione dei palazzi di giustizia di Milano e Palermo, disegnati dai fratelli Rapisardi e Marcello Piacentini, oppure con l’Alta Corte di Chandigarh progettata nel secondo dopo-guerra da Le Corbusier. Nell’articolo vengono richiamate le parole di Aimaro Isola che, con Roberto Gabetti, ha progettato nel 1987 il palazzo di giustizia di Alba;  «Ad Alba, per il Palazzo di Giustizia, quasi una memoria di uno spazio antico tra il fiume e la città murata, abbiamo impostato terrapieni per “fermare la città” in uno spazio verde: quasi nascosto e lontano da ogni retorica che il tema suggerisce».  L’idea è quella di una diversa concezione dell’architettura pubblica civile, dallo scostamento dalla retorica precedente, che segnava un senso di costante ed eccessiva distanza tra l’istituzione e i cittadini.

Nel mese di marzo del 2019 è stato inaugurato il nuovo palazzo di giustizia di Parigi, progettato dall’italiano Renzo Piano. Un’opera segnata ancora dall’imponenza delle dimensioni: 160 metri di altezza, 104 mila metri quadrati, 38 piani, 90 sale di udienza per circa 9.000 persone al giorno. Un’opera però che vuole trasmettere un’idea aerea di leggerezza, di trasparenza. «Abbiamo cercato di rompere con la tradizione che vuole i palazzi di giustizia come luoghi imponenti, pesanti, cupi — dice l’architetto genovese —. Molte delle persone che vengono qui sono turbate, angosciate, in tensione. La giustizia è una cosa seria. Proprio per questo non c’è bisogno di calcare la mano sulla gravità e sulle gabbie», così l’archistar italiana. La sala “dei passi perduti” si colora così di luce e di colori chiari, le pareti e le panchine sono bianche. L’opera è collocata ai limiti della città, ai confini con la banlieu. Molte delle aule destinate alle udienze civili sono arredate con tavoli a losanga, dove tutti si siedono allo stesso livello. «È una cosa importante per esempio nelle cause di divorzio, dove si tenta una conciliazione o almeno una mediazione». Il premier francese Philippe con i ministri della Giustizia e della Cultura e la sindaca di Parigi Anne Hidalgo salutano l’abbandono dell’«architettura della paura», e plaudono allo stile sobrio, sereno, equilibrato degli arredi (così la cronaca del Corriere della Sera del 2 aprile 2019).

Anche l’architettura contemporanea quindi esprime e si esprime attraverso simboli e rappresentazioni di un’idea di giustizia diversa, più democratica, aperta ai cittadini, dialogante con essi, in grado di accoglierne e interpretarne le istanze. Ciò che non cambia rispetto al passato è la precisa collocazione spaziale della giustizia, la sua presenza in un luogo dedicato al suo esercizio, che accoglie in un’unità di tempo e di spazio i diversi attori che la interpretano, i giudici, gli avvocati, i cancellieri, gli imputati, le parti in contrasto nell’ambito di un processo civile. Non muta nel tempo la predisposizione di uno “spazio giudiziario”, separato dal mondo “profano” e proprio per questo facilmente individuabile e riconoscibile, uno spazio all’interno del quale la comunità consegna le proprie istanze di giustizia, un luogo nel quale la giustizia si attua e viene riconosciuta come tale, anche quando discussa e contestata.

E allora, cosa c’entra l’articolo 83 comma 7, lettere f) e h) con tutto questo?

Questa norma non scrive solo un processo civile dell’emergenza, dell’emergenza sanitaria in particolare, destinato a fronteggiare un pericolo imminente ma in fondo transitorio, ma fa qualcosa di più. Traccia un percorso, per ora appena delineato, ma destinato a durare ben oltre l’emergenza, e costruisce invece un sentiero dal quale può partire un nuovo viaggio del processo civile della contemporaneità, un nuovo modo di concepire e di rappresentare la giustizia.

Sull’onda della doppia spinta rappresentata dall’emergenza sanitaria, e quindi dallo stato di necessità che fonda il potere costituente, e dallo sviluppo della tecnologia, stiamo assistendo ad un fenomeno che potrà portare a svuotare quei palazzi che fino ad oggi rappresentano e simboleggiano la giustizia e la sua idea nella collettività ancora oggi.

La de-materializzazione  del processo, portato al di fuori dei luoghi ad esso tradizionalmente destinati, la sua sostituzione con collegamenti da remoto che non consentono di cogliere le sfumature di cui è intriso ogni procedimento, anche il più ordinario, la stessa possibilità di celebrarlo in più luoghi qualsiasi, e quindi in nessun luogo, la sua stessa sostituzione con un rapporto meramente epistolare, nel caso del processo cartolare, costituiscono caratteristiche destinate a segnare nel profondo l’idea di giustizia nella collettività, i contenuti stessi della giurisdizione, il suo linguaggio fondato sul tempo, su quello che Garapon chiama il gesto giudiziario, sui simboli che gli sono propri e che, come tali, vengono vissuti e interpretati dalla comunità, sullo stesso confronto dialettico tra i suoi attori, destinati, nel processo cartolare, a non incontrarsi mai, a lavorare in tempi e luoghi diversi, irriconoscibili, non intersecanti.

La sensazione è di trovarsi di fronte a quel fenomeno che Walter Benjamin definiva “Passage”, i passages di Parigi, “espressione visiva di un’epoca destinata ad essere soglia, anzi passaggio, dalla fase premoderna a quella moderna della società capitalistica” (così Giovanni Gurisatti, voce Passage, in Costellazioni, Le parole di Walter Benjamin, 2018). Anche in questo caso siamo di fronte ad una espressione visiva, leggibile, già praticabile e praticata, di passaggio da un’epoca ad un’altra, segnata da una giustizia dematerializzata, priva di luoghi di riferimento, provata del potere simbolico della sua collocazione spaziale, temporale, gestuale, della sua riconoscibilità?

Lo sviluppo tecnologico ha la capacità di segnare rotture impensabili rispetto al passato e al presente, di individuare nuovi percorsi, caratterizzati da rotture forti, decise, rispetto al passato costruito dall’umanità.

In questo caso la possibilità di celebrare processi ovunque e in ogni tempo, con collegamenti in video o addirittura senza alcun rapporto diretto tra i suoi attori, segna una cesura netta e potente rispetto al passato e sarà destinata a segnare la stessa idea di giustizia.

La lettura di quelle poche righe dell’articolo 83 riporta alla mente il processo per eccellenza della modernità, quello narrato da Kafka nel suo romanzo Il Processo. La vicenda di Josef K. si snoda in uno spazio destrutturato, de-territorializzato, come ha efficacemente scritto Gilles Deleuze. È un processo che non ha un luogo, anzi, ha luoghi irriconoscibili come luoghi di giustizia. Sono i solai di uno squallido e grigio edificio della periferia, è un tribunale presente ovunque proprio perché non ha più un proprio luogo, persino una porticina chiusa dal letto nello studio del pittore Titorelli conduce a uffici giudiziari, nella parte della città opposta ai primi visitati dal protagonista. Anche nello sgabuzzino della banca Josef K. si imbatte nei due ispettori da cui è stato arrestato nelle prime pagine del romanzo, perfino nel duomo egli incontra il cappellano del tribunale. Lo stesso avvocato Huld non ha un proprio studio, riceve i clienti al capezzale, non c’è distinzione tra il luogo di accoglienza e ascolto del proprio cliente e quello destinato alla vita privata.

L’assenza di un luogo di giustizia, di un rituale giudiziario, della potenza e riconoscibilità del simbolo, rende non più decifrabile la vicenda giudiziaria di Josef K., che non conoscerà mai il capo d’accusa, come non lo conoscono tutti gli altri protagonisti del romanzo, a cominciare dal tribunale.

È un tribunale che si trova ovunque, è una giustizia amministrata senza alcun confine, smarrita e che smarrisce, inquietante proprio perché priva di senso, angosciante proprio perché privata dei segni che la rendono visibile e decifrabile.

E cos’è in fondo una giustizia privata del suo apparato rituale e simbolico? Il non luogo a procedere diviene non-luogo a procedere, un processo privato dei suoi luoghi, del suo rituale, dei suoi simboli.

L’emergenza sanitaria sta svuotando edifici monumentali, grattacieli destinati a ospitare grandi imprese e società. Il lavoro svolto nella modalità smart, da casa, rende non più frequentati questi grandi edifici pensati per ospitare e rappresentare il potere economico e finanziario delle grandi corporation.

Lo stesso accadrà per i palazzi di giustizia, una volta che il processo verrà svolto in non-luoghi? Accadrà quello che Charpentier descrive quando il protagonista del suo racconto, svegliatosi dal coma, entra in quello che era il palazzo di giustizia di Parigi e, dopo aver visto la sala dei passi perduti trasformata in piscina, ascolta colui che fa da cicerone nella visita del palazzo “Qui aveva sede il tribunale: era composto in origine da tre giudici. Davanti a questa specie di pulpito, che si chiamava sbarra, gli avvocati…”?

Non so se accadrà tutto questo, non so prevederlo e, del resto, un antico proverbio arabo dice che quando si predice il futuro si è fortunati, non saggi o intelligenti.

Quello che mi lascia insoddisfatto è la troppo facile arrendevolezza nei confronti di queste novità. Non mi piace che si rivendichi la possibilità di de-territorializzare la giustizia, sottraendola ai suoi luoghi e ai suoi simboli, quasi fosse un diritto o un approdo ineluttabile della contemporaneità. Non mi piace l’abbandono del processo e dei suoi riti senza alcuna riflessione sul significato di questi nuovi linguaggi. Sono sempre stato restio a considerare una novità buona perchè nuova, ho bisogno che qualcuno mi spieghi il perché questo nuovo processo sia migliore di quello del passato, perché la giustizia amministrata dal tinello di casa sia più efficace, più democratica, più sensibile e aperta al riconoscimento dei diritti di quella celebrata nei luoghi di giustizia, seguendo il rituale giudiziario che conosciamo, pur nelle sue declinazioni contemporanee, ispirate e plasmate dai principi costituzionali.

A me pare, invece, che la frettolosa accettazione di questi modelli sia la spia di qualcosa che non si può ancora liberamente professare, vale a dire l’idea del processo come fastidio, il confronto e la dialettica processuale come inutili appesantimenti di un’attività che non ne ha bisogno, l’ascolto delle tesi altrui come fatica di cui può fare tranquillamente a meno e che può essere diluita e stemperata senza neanche uscire di casa e affrontare il laborioso e gravoso confronto con gli altri giudici, gli avvocati e le parti. Insomma, un processo pronto ad essere gestito da algoritmi, da macchine che tolgano all’uomo la fatica di elaborare tesi, di rivivere e ricostruire i fatti, di rapportarsi, dialogare e scontrarsi con altri esseri umani.

Mi ha molto colpito il racconto fattomi da un mio collega di una delle prime udienze in video su piattaforma, mi ha colpito il particolare che uno degli avvocati, benché fosse in un luogo privato, indossasse la toga. L’ho trovato un gesto di resistenza umana, professionale e culturale, il ribadire la centralità della funzione, l’attribuire importanza al rituale giudiziario come segno visibile di quanto stava accadendo in quel momento.

Una sacca di resistenza che mi vedrà presente nei prossimi tempi, per testimoniare un’idea di giustizia che non vuol fare a meno di quanto rappresentano i suoi luoghi, i suoi riti, i sui simboli, per una visione che guarda al futuro, un’idea che di giustizia che non si sottrae e anzi cerca il confronto, il dialogo, lo scontro, che vuole vedere i volti e i gesti dei suoi protagonisti, che rifiuta il non-luogo a procedere che ne esclude il senso democratico più profondo, proprio perché riconoscibile e partecipativo.