L’ULTIMO “NON – RITO” DELLA CASSAZIONE CIVILE OVVERO L’«ENTENTE CORDIALE» CON IL LEGISLATORE

Di Rosario Russo -

I.Prologo. Il viatico metodologico – II. Il vero problema della cassazione civile – II.A. Quantità (celeritasversus qualità (Iustitia) – II.B.  Illegalità diffusa e pervasiva – II.C. La metafora  sanitaria – II.D.  Sanzioni disciplinari e L. Pinto – II.E.      Responsabilità civile dei magistrati – II.F. Sintesi e rimedi – II.G. un  tentativo di spiegazione  sociologica – III. I Riti – IV. L’evoluzione normativa. – IV.A. C’era una volta la Cassazione Civile – IV.A.1. Il codice di rito civile del 1865 – IV.A.2.  L’impianto originario del vigente codice di rito civile. L’udienza pubblica – IV.A.3. Segue. Il   procedimento camerale. – IV.A.4. Il Progetto Rognoni – IV.A.5. La c.d. bozza Brancaccio – Sgroi – IV.A.6. Le successive riforme – IV.A.7.  L’accesso alla Cassazione  Civile – IV.B. C’era una volta il Pubblico Ministero – I V.C. La direzione teleologica  del travaglio normativo  – IV.D. Sintesi del sistema previgente – V. Il recente «non – rito» della Suprema Corte – V.A. Schema generale della riforma – V.A.1.  Funzioni monocratiche – V.A.2.  Funzioni collegiali – V.A.2.A.  Iter  ordinario – V.A.2.B.  Riti speciali – V.A.3.  Sintesi – V.A.4. Entrata In vigore – V.B. Le criticità della riforma – V.B.1.  Riti monocratici – V.B.2. Riti collegiali – V.B.2.A. Tipologia dei ricorsi – V.B.2.B  Ius Costitutionis e Ius Litigatoris – Precisazioni non soltanto semantiche – V.B.2.C.  Il contesto  processuale – V.B.2.D.   Valutazioni generali – V.B.2.E. La ‘regola’ e le eccezioni – V.B.2.F. Illegittimità costituzionale – V.B.2.G.  L’«Entente Cordiale» tra Legislatore e Corte di  Cassazione.

Che cosa è  che i Greci chiamano alethès (svelato, vero)? Non l’asserzione, né la proposizione e nemmeno la conoscenza, ma l’ente stesso, l’intero costituito dalla natura, dall’opera dell’uomo e dall’agire di Dio. Quando Aristotele dice che nel filosofare ne va perì tès alètheias, «della verità», non intende dire che la filosofia debba formulare proposizioni corrette e valide, ma vuol dire che la filosofia cerca l’ente nella sua svelatezza in quanto ente.

L’ente pertanto deve essere prima esperito anche nella sua velatezza, come qualcosa che si nasconde.

(M. HEIDEGGER, L’essenza della verità, a cura di F. Volpi, Milano, Adelphi, 1997, Considerazioni introduttive,  p. 35).

Lo scopo del processo «è il più alto che possa  esservi nella vita e si chiama giustizia».

(P. CALAMANDREI, Processo e giustizia,  Riv. dir. proc., 1050, I, 282)

Prima di dannar la gente vederla in faccia e udir la ragion che usa.

(L. ARIOSTO, Orlando Furioso, 18.2).

Datemi il giudice che volete, parziale, corrotto, anche mio nemico,   purché non possa procedere ad alcun atto fuori che dinnanzi  al pubblico.

(Gabriel Honoré Mirabeau – Essai sur le despotisme Londres,  1775)

  1.   PROLOGO. IL VIATICO METODOLOGICO

1    Se (come rammenta Heidegger, citato in esergo) conoscere è ἀλήθεια (ἀ–λήθεια), cioè dis-velamento (o addirittura rapimento[1]) dell’essere, cioè della ben occultata verità,  anche il giurista (accademico, avvocato, magistrato) ha il dovere di dis-velare, e se del caso di de-mistificare e “rapire”, quel che si nasconde (o è stato nascosto) dietro (od oltre) i dispositivi normativi, soprattutto per confrontarli con il dettato costituzionale. Dal punto di vista generale (ma anche fenomenologo), perfino negli ordinamenti a regime costituzionale Democrazia, Giustizia, Verità  e lo stesso Diritto non sono quasi mai ‘s-velati’,  ‘dati’ (e tanto meno ‘concessi’) una volta per tutte, essendo sempre il precipitato, ovvero l’altalenante residuo storico, di tensioni e contrapposizione. E,  se è ovvio che anche in tali ordinamenti il potere (di per sé inevitabile, ma altrettanto pre-potente, e cioè tendente a debordare)  si esercita anche con norme,  è altrettanto scientificamente indiscutibile che il potere è stabilizzato o istituzionalizzato soltanto «quando ad un’alta probabilità che B compia con continuità i comportamenti voluti da A corrisponde un’alta probabilità che A compia con continuità azioni dirette a esercitare potere su B»[2], E, mentre R. Jering (in La lotta per il diritto) ci ricorda che «in realtà la lotta per il diritto è la poesia del carattere», fu Étienne de la Boétie (nel Discorso sulla servitù volontaria) a segnalare già che il più delle volte non è necessario un gesto eroico, e neppure un gesto positivo, per ‘fermare’ il potere, ma basta arrestare il proprio assenso (sicché i citati A e B sarebbero complici, sol perché  “stanno” reciprocamente al medesimo gioco), mentre successivamente Deleuze e Guattari avrebbero ipotizzato addirittura il «desiderio di sottomissione»[3]. In conclusione individuare e sollevare il velo che nasconda l’incostituzionalità è il primo dovere del giurista; il quale, anche in rapporto  all’ultima modifica del rito cassatorio, lo potrà adempiere studiandolo, innanzi tutto,  «nella sua velatezza, come qualcosa che si nasconde» (lo suggerisce Heidegger, in esergo citato), viatico ineludibile per potere trascorrere proficuamente  all’analisi storica (v. infra cap.   ) ed alla ricerca di senso.  E poiché (come diceva R. Jering[4]),  lo scopo  «è il creatore di tutto il diritto; non esiste  alcuna norma giuridica che non debba la sua origine a uno scopo, cioè a un motivo pratico», anche ai fini degli ulteriori sviluppi,  conviene prendere le mosse da lontano (e  cioè dalle esigenze concrete che hanno motivato l’ultima riforma del rito cassatorio), ma soltanto per raggiungere mete più sicure.

  1.               IL VERO PROBLEMA DELLA CASSAZIONE CIVILE

II.A. QUANTITÀ (CELERITAS) VERSUS QUALITÀ (IUSTITIA)

2    Il problema della Cassazione civile non è – non è mai stato – d’inefficienza quantitativa; più precisamente  il problema della Cassazione civile non è neppure …il suo problema;  perciò, la sua soluzione non può essere meramente, ed a qualunque costo,  quantitativa:  questo – è il caso di anticipare – il teorema generale che anima questo saggio. I dati statistici[5]  evidenziano, con la forza dell’empiria, che la crisi della Suprema Corte civile deriva soltanto dal fatto che essa è purtroppo  impotente,  non riuscendo incolpevolmente  a soddisfare in tempi ragionevoli l’enorme  domanda di giustizia che proviene dai cittadini: i quali eroicamente e meritoriamente[6]  dimostrano che, nonostante la durata ed il costo dei giudizi, continuano a confidare  nella Giustizia, che (essendo anch’essa votata al  disvelamento della verità) costituisce  – come  rammenta Calamandrei (non a caso citato in esergo) – il fine ultimo del processo, sicché essi continuano a fare capo a tale ultima e definitiva chance Nessuno ovviamente ignora che,  a misura che il  circolo vizioso si  avvita su sé stesso, ne conseguono gravi  aporie  ed ulteriore entropia: dilatandosi  i tempi della risposta giudiziaria, il ricorso per cassazione si presta ovviamente anche a manovre dilatorie.   Ma resta fermo che nessuno ha mai messo in dubbio la diligenza dei Magistrati (giudicanti e requirenti) addetti al servizio civile della Suprema Corte[7];  anzi nelle celebrazioni inaugurali annuali vengono  costantemente documentati dati statistici che fedelmente ne testimoniavano l’enorme produttività, per altro da nessuno (in Italia ed all’estero) contestata; e parimenti mai nessuno ha revocato in dubbio la qualità del loro servizio ovvero   criticato la generale immotivata  prolissità dei loro provvedimenti  (ormai da decenni per fortuna  debellata). E perfino  il Primo Presidente ed il Procuratore Generale hanno dichiarato di temere che un’ulteriore coatto incremento della produttività quantitativa potrebbe comportare inevitabilmente uno scadimento qualitativo, sicché il rimedio si rivelerebbe peggiore del male[8]. Basterebbe questo autorevole avvertimento a scongiurare  qualunque soluzione volta a stimolare o a pretendere – ceteris paribus –  una maggiore resa quantitativa da parte dei Magistrati (requirenti e decidenti) della Suprema Corte.  Eppure,  nonostante le predette autorevolissime ed oggettive valutazioni (la frenesia dello smaltimento pregiudica la qualità  della giurisdizione di legittimità, perché si è raggiunto il limite oltre il quale l’efficienza quantitativa comporta inefficienza qualitativa), e ad onta delle ultime gravissime falle d’organico generate dall’improvvida decapitazione provocata dal D.L. n. 90 del 24 giugno conv. con L. n. 114 del 18 agosto 2014[9], ogni giorno si  assiste in cassazione ad uno straordinario “prodigio”: ruoli di udienza e flussi di lavoro in uscita (output) sono aumentati rispetto  agli standard produttivi registrati prima dell’introduzione della predetta malaugurata “Riforma”, volta ad assicurare il «ricambio generazionale»! I gravissimi vuoti di organico sembrano innocui rispetto alla complessiva produttività della Suprema Corte, smentendo clamorosamente il «grido di dolore» di quanti avevano autorevolmente preannunciato immani disastri[10].  L’esoterico fenomeno dimostra o che sono errate le valutazioni apicali e le rilevazioni statistiche anzidette ovvero, se esse siano esatte (come tutto induce a concludere),  che Cassazione e Procura Generale stanno producendo  con grande lena – duole rilevarlo – entropia qualitativa e professionale; dacché – è il caso di aggiungere  – già Suprema Corte e Procura Generale accusavano, ancor prima che la devastante “Riforma” producesse i suoi (previsti) effetti (ed a prescindere dall’ultima novella sul rito cassatorio),   una cronica “dispnea” lavorativa[11].   Con tutto il rispetto,  sembra che tutto ciò,  più che velleitario sia estremamente dannoso, perché è come se la Suprema Corte, accollandosi  la connessa responsabilità, ritenesse di potere risolvere autonomamente il problema;  che invece è diverso e spetta ad altri responsabilmente affrontare e risolvere[12].

II.B. ILLEGALITÀ DIFFUSA E PERVASIVA

3    Da diciassette anni domina la scena un imperativo categorico: la Suprema Corte deve auto-organizzarsi, deve darsi carico del problema che l’affligge e approntare tutti i rimedi necessari. Non solo,  ma – si caldeggiava – la stessa Suprema Corte non faccia mancare al Legislatore i suoi preziosi suggerimenti; e difatti  quasi tutte le molteplici riforme (a costo zero, e cioè cartacee), compresa l’ultima,   sono scaturite da questa “collaborazione”. I risultati  sono stati quelli sopra registrati con la conseguenza che ne rimane irretita la stessa Suprema Corte:  essa si assume un compito non suo e, poiché non è istituzionalmente in grado di farvi fronte, subisce perfino  l’ulteriore disdoro dell’insuccesso. Anche in questo caso il responso apicale è veramente tanto prezioso quanto dirimente: «Ma lo sforzo di innovazione e di auto-organizzazione della Corte, da solo, non basta. Perché possa raggiungersi l’obiettivo della riduzione dell’arretrato civile occorre anche l’intervento “esterno”, limitato ma assolutamente urgente e determinante, del Legislatore …… » [13]. La questione non  è infatti giuridica, tecnica, ordinamentale, organizzativa; la «questione Cassazione» (al pari della «questione Giustizia»)piuttosto che trovare soluzione all’interno della Suprema Corte (o dell’Istituzione giudiziaria),   è innanzi tutto una questione di scelta politica e di opzione democratica, oltre che (innanzi tutto) di rispetto della Costituzione e della Cedu. É lo Stato   che deve stabilire se voglia investire in vera ed autentica legalità, ovvero barcamenarsi  per cercare di ridurre gli esborsi per le condanne ex  legge Pinto. É lo Stato – ed i cittadini – che devono stabilire se vogliano osservare e fare osservare  la legge democraticamente formata, per assicurarsi   la libertà e l’uguaglianza   (non solo formale)  predicata dall’art. 3 della Cost.[14]. In estrema sintesi, per dirla con Luigi Ferrajoli, «la buona giustizia dipende dalla buona politica, non viceversa»[15]. E su questo decisivo versante, quello lato sensu culturale e politico, non ci si può sottrarre a domande impudicamente impietose: come ci si può attendere un efficace e celere funzionamento dell’amministrazione della Giustizia, se legalità e giustizia non sono avvertiti da tanti cives – e perfino dai depositari di pubbliche funzioni (che assumono con il giuramento il dovere di disciplina ed onore: art. 54 Cost.)[16] – come valori fondanti del nostro ordinamento e se non si riafferma «un’etica pubblica fondata sul principio di legalità, anziché sull’idea che l’illegalità altrui basti a giustificare la propria»[17]? E come  assicurare la celere risposta giudiziaria a fronte di tante carenze reali e personali riscontrabili all’interno del sistema giudiziario, cui nel frattempo  intempestivamente si richiede il «ricambio generazionale»? Ed è possibile pretendere tanto a fronte di una legislazione così pletorica ed a volte insanabilmente  contraddittoria?  E davvero, in tale situazione, un depotenziamento delle impugnazioni rafforza il senso e la speranza di Giustizia? Sono davvero questi i ‘lussi’ che dobbiamo innanzi tutto debellare? Non sarebbe il caso invece di investire economicamente e idealmente – cioè culturalmente e politicamente – in quei valori, e cioè nel risanamento del c.d. «debito giudiziario»? Non si corre altrimenti il rischio di un pernicioso corto circuito, rivelandosi per tal via  il rimedio (ancorché impropriamente suggerito,  fatto proprio ed attuato dalla Suprema Corte)  peggiore del male?[18] In definitiva, più che stupire della lentezza della risposta   giudiziaria, ci si dovrebbe sorprendere, alle condizioni date,  proprio di tale stupore.

II.C. LA METAFORA  SANITARIA

4    Patologia sanitaria (malattia) e patologia giuridica (illegalità) sono apparentati innanzi tutto nella misura in cui esigono adeguati rimedi; ma il maggior punto di convergenza è rinvenibile nel fatto che in entrambi i casi è dirimente soltanto l’interesse ed il punto di vista dell’Utente.  Se in un nosocomio o in pronto soccorso (noto fino a quel momento per l’eccellenza e massima diligenza dei medici e del personale) si registrano lunghe attese per esami e cure,  la ragione potrà  soltanto essere individuata  sia nella mancanza di sufficienti risorse personali o reali, sia  nell’inadeguata prevenzione, per non parlare delle ricorrenti  endemie e pandemie[19],  che altri Organi (gli unici competenti ad attuare adeguata prevenzione) non riescono ad arginare. Ma nessun Ministro della salute o Dirigente sanitario potrà  imporre al chirurgo che,  in ipotesi sia in grado di praticare in un’ora con la massima diligenza soltanto due appendicectomie, di farne invece tre;  ovvero  di suturare una ferita applicando tre punti,  qualora invece la tecnica medica ne richieda sei,  per favorire l’efficace  cicatrizzazione della ferita stessa.  Fuori di metafora,  se il sistema giudiziario soffre (a tutti i livelli) da decenni di una endemica illegalità strutturale, sarebbe absurdissimum  pretendere dagli operatori giuridici una maggiore produttiva quantitativa anche a costo di dequalificare le decisioni, invece di incidere  sulla vera causa  del problema; altrimenti si corre il rischio di sostituire (ovvero di aggravare) la criticità costituita dal ritardo nella decisione con quella della sua superficialità (che si traduce tendenzialmente in illegalità o ingiustizia della sentenza, così trasferendo la medesima criticità in sede di impugnazione ed incrementando la già diffusa illegalità). E – per altro – mentre il paziente (se – come è uso dire – “solvente”) potrebbe quanto meno scegliere una più affidabile struttura sanitaria, neppure tale opzione è consentita all’Utente finale della Giustizia. In definitiva,  soltanto limitatamente e con grande cautela l’attività del medico, dell’avvocato e  del giudice, può essere   velocizzata, perché essi devono continuamente confrontare i loro atti con i saperi (tecnico – scientifici) di cui sono portatori; e di cui sono responsabili  (non solo eticamente, ma anche) in sede penale, disciplinare (v. infra sub n. 5)  e civile (v. infra sub par. n. 6).

II.D.  SANZIONI DISCIPLINARI E L. PINTO

5    Sotto diverso angolo visuale, al postutto le astratte evenienze possibili si possono così schematizzare: a) i magistrati sono colpevoli per il ritardato deposito dei provvedimenti, essendo esigibile  quello tempestivo,  ed allora sono  sottoposti alla prevista sanzione disciplinare; b) oppure nessuna colpa disciplinare a quel titolo è imputabile ai magistrati, essendo dagli stessi inesigibile  un ulteriore sforzo produttivo che comporterebbe  dequalificazione professionale ed – in ipotesi – perfino grave violazione di legge o travisamento dei fatti o l’emissione di provvedimenti abnormi (tutte fattispecie di violazioni disciplinari). In entrambi i casi le parti che subiscono illegittimo ritardo alla stregua dell’ordinamento sovranazionale  e dell’art. 111 Cost. (ancorché non sanzionato disciplinarmente nel diritto interno), sono ugualmente ‘coperti’ dalla c.d. Legge Pinto, proprio perché essa sanziona non solo la condotta del magistrato ma comunque l’inadempimento dello Stato-persona, di cui si dà per scontata la giuridica responsabilità del ritardo. Inoltre mai (o quasi mai) la condanna dello Stato in sede di L. Pinto riverbera i propri  effetti patrimoniali sui magistrati che hanno contribuito all’illegittimo ritardo, sicché resta ulteriormente dimostrata l’impotenza oggettiva e strutturale del sistema (in quanto tale) a far fronte alla domanda di giustizia in tempi  ragionevole (come previsto anche dall’art. 111 Cost.). Purtroppo è temibile, in pari misura,  tanto che i Capi degli uffici non sorveglino il rispetto dei termini di deposito quanto che essi esigano dai magistrati un  maggior risultato statistico,  anche a costo di una minore qualità del servizio[20]. D’altronde, se fosse stato possibile (e costituzionalmente legittimo) aumentare ad libitum la produttività quantitativa (anche a costo di  pregiudicarne la qualità)  dei giudici di merito,  e perfino della Suprema Corte,  sarebbe rimasta da tempo inoperante la L. Pinto; salvo ad essere sanzionati nuovamente dalla Corte di Strasburgo per l’intollerabile superficialità delle decisioni emesse dai giudici italiani.

II.E. RESPONSABILITÀ CIVILE DEI MAGISTRATI

6    A seguito delle modifiche introdotte dalla L. 27 febbraio 2015, n. 18 (che ha tra l’altro eliminato il giudizio di ammissibilità), la L. n. 117 / 1988 punisce non solo il rifiuto, l’omissione e il ritardo del magistrato, ma (siccome rivelatori di colpa grave) «anche la violazione  manifesta  della  legge nonché del diritto dell’Unione europea, il travisamento del fatto  o delle prove, ovvero l’affermazione di un fatto la  cui  esistenza  è incontestabilmente  esclusa  dagli  atti  del  procedimento   o   la negazione di un fatto la cui  esistenza  risulta  incontra stabilmente dagli atti del procedimento, ovvero l’emissione di  un  provvedimento cautelare personale o reale fuori dai  casi  consentiti  dalla  legge oppure senza motivazione». Resta così confermato, anche nei rapporti esterni, che «Il   magistrato   esercita   le   funzioni  attribuitegli  con imparzialità,   correttezza,   diligenza,  laboriosità,  riserbo  e   equilibrio  e rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni» (art. 1 del D. lgs. n. 109 /  2006), restando escluso e sanzionato civilmente che la laboriosità (statistico – quantitativa) del magistrato possa legittimamente imporsi sulla diligenza; il cui colpevole difetto emerge, per l’appunto. nei casi anzidetti.

II.F. SINTESI E RIMEDI

7    L’analisi consente di registrare un primo risultato (intermedio): la lentezza della giurisdizione in genere, e della Suprema Corte civile in particolare, s’inserisce in un più ampio contesto causale,   facente  capo ad una profonda crisi di legittimità dell’intero  sistema  democratico; ed è dunque innanzi tutto  crisi politico-culturale. Dunque sarebbe aberrante che la Cassazione civile fosse costretta  (o – peggio –  si inducesse) a sposare   la cennata frenesia statistica, giacché  essa comporterebbe ulteriore entropia processuale, spostando e definitivamente  aggravando il problema, senza minimamente risolverlo. Perciò, in questa cornice (qui sommariamente abbozzata),    i compiti della Suprema Corte possono così sintetizzare:

°    innanzi tutto, non cercare di emergere dalla “palude” «tirandosi per i capelli», come racconta il Barone di Münchhausen (v. retro nota n. 12), perché tale atteggiamento impedisce (come si è già sperimentato) la vera soluzione politica dell’annoso problema,  che non è affatto una delle piaghe inflitte senza scampo da Yahweh al nostro paese (come si appura  non appena ci si sporga oltre i confini nazionali), ma dipende soltanto da una scelta politica,  su cui la Suprema Corte  non ha os ad loquendum;

°    in secondo luogo, rappresentare con vigore, in tutte le sedi competenti, che non bastano – e risultano oggettivamente  mistificatorie – riforme legislative  a costo zero; e sono soltanto le Autorità  politiche vel  competenti ex   110 Cost. (e non certo la Suprema Corte, che può – e deve – applicare la legge e,  se del caso, attivare l’intervento della Corte Costituzionale)  a stabilire infine se il suggerito  ed imprescindibile sforzo organizzativo e  finanziario sia un buon investimento democratico,  al fine di  debellare l’endemica illegalità di cui è afflitto il nostro paese;

°    in terzo luogo, prendendo atto dell’input su cui è chiamata ad intervenire (v. infra sub n. 46), la Suprema Corte dovrebbe abbandonare gli obiettivi  immediatamente e ciecamente statistici, ritenendo (a parità di impegno)  preferibile (anche nell’ottica della CEDU e della Corte di Strasburgo) una diversa allocazione delle risorse della Corte, idonea a produrre maggiori certezze nomofilattiche (anche nel senso qualificato risultante dal novellato art. 374 c.p.c.), e per questa via un reale guadagno nel medio-lungo periodo, anziché l’indiscriminata (e lineare)  riduzione numerica della pendenza;  che fin qui ha comportato invece la prioritaria definizione dei ricorsi di più agevole soluzione, tuttavia privi di rilevanza nomofilattica[21]: come dire che dalla «frenesia dello smaltimento» (per dirla con il Procuratore Generale), e cioè dall’ambizione statistica, non viene niente di buono;

°    infine, applicare con equa fermezza la responsabilità aggravata non a caso prevista dagli artt. 385, 4° e 96 c.p.c., atteso che:

–    a fronte di talune sporadiche decisioni della Suprema Corte (così Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3376 del 22/02/2016, Rv. 638887, che ha motivatamente applicato l’art. 385, 4° c.p.c.), le argomentate  domande di condanna aggravata alle spese proposte da parecchi  anni dalla Procura Generale sono state (tacitamente) disattese dalla Suprema Corte, omettendo per altro qualunque motivazione al riguardo (v. ex  multis n. 23865/ 2015 e 3349/ 2016);

–    da accertamenti eseguiti dall’Ufficio statistico della Cassazione emerge che, nel periodo 2006 – 2015, si registrano soltanto sei condanne aggravate alle spese ex 385, 4°, a fronte delle migliàia di ricorsi dichiarati inammissibili o manifestamente  infondati soprattutto  dalla Sesta Sezione (deputata per l’appunto al c.d. filtro);

–    in sede penale la condanna all’ammenda è adottata normalmente nei casi previsti (art. 616 c.p.p. e Corte Costituzionale sent. n. 186 / 2000);

–    la Corte Costituzionale ha ritenuto costituzionalmente legittima la previsione del novellato art. 96 c.p.c. (sent. n. 152 / 2016), sicché a fortiori  deve ritenersi immune da qualunque illegittimità costituzionale anche il più  rigoroso precetto dell’art. 385, 4° c.p.c.;

–    oltre che nel sistema francese, anche nella common law è sanzionato l’abuso del processo, essendo prescritto che ogni atto non deve essere mai strumentale a «scopi impropri, come ad esempio per molestare o provocare inutili ritardi o aumento inutile dei costi del contenzioso»[22];

–    la doverosa applicazione della condanna aggravata, potrebbe indurre molti Avvocati a desistere da un ricorso frettolosamente proposto (anche per evitare  la duplicazione del contributo unificato), così contribuendo efficacemente alla riduzione del contenzioso pendente.

8    Questo – e soltanto questo – spetta alla Magistratura ed alla Suprema Corte, alla quale ultima specialmente nessun addebito di mancanza di diligenza o di laboriosità è stato mai mosso; il resto (e cioè la vera palingenesi del sistema, mediante una rinnovata cultura della legalità democratica) è affidato alla competenza del Legislatore; cui non sembrerebbe vero potere traslare sulla Suprema Corte la connessa responsabilità.

II.G. UN  TENTATIVO DI SPIEGAZIONE  SOCIOLOGICA

9    Per quanto singolare possa apparire, una fedele radiografia della società civile la consegnò  già per tempo (a metà del secolo diciannovesimo)  de Tocqueville allorché, studiano lo stato d’animo degli americani ormai orfani sia di salde tradizioni sia di affidabili aspettative, ebbe a dire che «In mezzo a questo continuo fluttuare della sorte il presente prende corpo, ingigantisce: copre il futuro che si annulla e gli uomini non vogliono pensare che al giorno dopo»[23]. Le ripercussioni su quello che Husserl avrebbe chiamato nuovo «mondo della vita» (Lebenswelt) sono state almeno due: a) «a questo disagio si reagisce oggi mediante la prevalente strategia di mettere a cultura   intensiva il presente, di farlo fruttare rapidamente, senza preoccuparsi di quel che avverrà nell’avvenire non immediato. Ciò comporta però la desertificazione del futuro e rischia di creare una mentalità opportunistica e predatoria»[24]; b)  d’altra parte, caduti finalmente i blocchi sociali, le società democratico–egualitarie  legittimano (come fa  meritoriamente l’art. 3 Cost.) le aspirazioni di ciascuno a superare i limiti delle proprie condizioni di partenza per conseguire ricchezza e prestigio.

10  Il primo fenomeno, traducendosi in illegalità diffusa[25], ha comportato un incremento esponenziale della criminalità, provocando un corrispondente accrescimento della pendenza dei giudizi penali; che, coinvolgendo anche i reati dei «colletti bianchi», ha innescato un paradossale scontro (ancora non sedato), a volte perfino frontale, con l’apparato politico, sicché ormai incombe alla Magistratura (siccome priva,  o forse meglio privata a volte anche ad opera dei magistrati,  della sua naturale credibilità, di cui gode in altri ordinamenti) l’onere di dimostrare costantemente la propria carenza di imparzialità, d’inefficacia e di disonestà. Unitamente al primo,  il secondo dei descritti fenomeni ha causato un abnorme aumento del contenzioso civile.  Per conseguenza la Magistratura è stata  chiamata ad un impegno enorme; cui le pur numerose  riforme  non hanno prestato sollievo a volte proprio per la loro disordinata  molteplicità,  oltre che per essere state talora motivate da interessi (e da visioni della vita)  non sempre generalmente condivise. Si è innescato perciò un circolo vizioso: a misura che  la Magistratura, anche in ragione delle scarsissime  risorse di cui dispone[26],  non riesce a far fronte   a tale impegno, è stato troppo agevole attribuire proprio ad essa  la responsabilità del malfunzionamento della Giustizia e soprattutto delle lungaggini dei processi. Se a tutto ciò si aggiunga la disordinata complessità del sistema normativo e l’emergente conflittualità sociale,  si può ben dire che la Magistratura da tempo ha indossato, suo malgrado,  la «camicia di Nesso»[27].

11  È estremamente importante individuare ed isolare le responsabilità. Quelle proprie del sistema politico e del sistema giudiziario (i cui protagonisti, avvocati, funzionari e magistrati,  sono inevitabilmente immersi nella descritta evoluzione della società civile v. retro sub par n. 9), saranno esaminati dagli storici.   Per quanto qui interessa specificamente,  preme invece sottolineare che soltanto da circa sedici  anni, e particolarmente  a partire dalla c.d. L. Pinto[28],  la Magistratura ha dovuto ‘scoprire’ che non basta – non è mai bastato – offrire un prodotto giudiziario mediamente di buon livello (che di per sé costituisce un ottimo obiettivo), perché non si può fare a meno di considerare che «Quali che siano le risorse personali o reali (comunque impari rispetto al fabbisogno) di un qualsiasi ufficio giudiziario (nonché le sue dimensioni e le sue specifiche peculiarità), resta incombente ed imprescindibile la necessità di stabilire,  in base a criteri di efficienza e di efficacia  (cioè, in sintesi,  di obiettiva economicità procedimentale) l’ordine delle priorità decisionali»[29]. Se si esclude l’art. 132 bis c.p.p., che deve tuttavia fare i conti con la   prescrizione, la disciplina normativa (specialmente civilistica) non stabilisce (salve talune sporadiche eccezioni) alcuna priorità; ragione per cui è il Magistrato decidente o requirente, e soprattutto il dirigente  dell’ufficio, a darsi carico di assegnare le priorità. In questa singolare situazione è dunque attribuito alla Magistratura l’ennesima funzione di supplenza, quella di arbitrare tra iustitia[30] e celeritas[31], proprio perché le limitate risorse  della Giustizia  non ne garantiscono la contemporanea  tutela. Qui però soccorre la Costituzione: la ragionevole durata del processo (art. 111, 2° Cost.) è uno dei principi guida che regolano l’attività giurisdizionale; ma con esso coesistono e devono bilanciarsi  altri principi, in primis quello di legalità (art. 101, 2° Cost.); se così non fosse, se cioè la variabile V  (celeritas del giudizio) fosse dominante e assorbente, sarebbero (per assurdo)  auspicabili tout court soluzioni randomizzate del giudizio (per assurdo: il lancio della monetina).

12  In verità infatti il proprium tanto costitutivo quanto inderogabile dell’attività giurisdizionale è la decisione, la giusta decisione. Infatti negli ordinamenti in cui il Decidente è privo  di  legittimazione  popolare,  affinché,  anche  costituzionalmente  (art.  111,  6° Cost.), il dictum  diventi, anziché mero arbitrio («un pugno sul tavolo»), legittimo e giusto  iussum  giudiziario,   è necessario che la decisione sia  realmente  persuasiva  e riveli  ‘onestamente’  e ‘umilmente’  quel che il Decidente (cioè quegli che, etimologicamente, ‘recide’  gli  argomenti,  e  perciò la  controversia)  vi ha immesso di suo, del suo ‘esserci’ esistenziale  (soltanto    sub  specie  giuridica?).    Essa  consente  ben vero all’universo giuridico ed agli stessi giudicati di ‘giudicare’ il giudicante in quanto tale: da questo punto di vista il  giusto ‘timore’  (della verifica, per non dire del controllo) della Dottrina  (ma anche  delle Corti sovranazionali  e, per tramite della Stampa, del Popolo, nel cui nome  non a caso  la decisione viene emessa)  rende un grande servizio ai Giudici ed  all’ordinamento  tutto, perché in un  sistema  realmente democratico nessun ‘potere’ deve avere (e deve avere la responsabilità di dettare)  l’ultima parola.  Dunque,  per  quanto  tendenzialmente  destinata  ad  inverare  hic  et  nunc l’ordinamento ed a rendere imperituro quel che, partecipando dell’essere,  è in natura fragile e precario  –  talvolta  a prima vista     indecidibile o addirittura indicibile (esemplare il «caso Englaro») –   in realtà la decisione è sempre una risposta provvisoria  che pone ermeneuticamente altre domande, in un continuo  processo (o circolo) dialettico. Da  questo  punto  di  vista    ogni  decisione  dovrebbe  concludersi  con  due  parole, ‘perdono’ e ‘grazie’: ‘perdono’, perché le Parti hanno consentito al decidente di giudicare  loro  consimili  e di esprimere  (con le sue risposte, che finiscono  per essere domande) il  suo giuridico  ‘esserci’  in rapporto alla controversia, se pure in forza di un dovere  funzionale    imposto  dall’ordinamento,    secondo  leggi  democraticamente emanate; ‘grazie’,  giacché  le Parti si sono  spontaneamente  ‘sottomesse’  all’autorità –  meglio alla funzione  –  giudiziaria,  così  miracolosamente  sublimando in dialettica logico-giuridica (affidata per l’appunto alle Istituzioni giudiziarie) l’immanente corrosiva  ‘violenza’  insita nella  lite stessa.  Per stemperare  e fare  parzialmente  perdonare la tracotanza dello  iussum,    tanto  insostenibile  (il «nolite iudicare»  ha una valenza anche laica) quanto necessaria, chi sia ‘condannato’ (Cordero) a giudicare  gli altri o gli affari altrui  (talvolta i più intimi e delicati)    non può fare altro che ‘dimostrare’, nella motivazione per l’appunto, con umiltà ed onestà la ‘sofferenza’ della decisione stessa»[32]. Derogare a questi principi sarebbe tradire le attese dell’Utente della Giustizia e decampare dagli obblighi insiti nel ‘servizio’ che i magistrati sono impegnati a svolgere. In conclusione la celeritas  deve essere sempre compatibile con la iustitia.

III. I RITI

13  «Compiere un rito  vuol dire fare qualcosa con la potenza» [33], e quindi è esercizio di potere; sicché le norme (i nomo-dotti[34]) che disciplinano i processi servono innanzi tutto a “incanalare” in guisa prevedibile il potere decisorio e, nello stesso tempo, a promuovere la migliore decisione possibile, secondo il teorema fondamentale della giustizia procedimentale: è possibile che da un giusto (o adeguato)  processo scaturisca una pessima decisione, ma è pressoché impossibile che una buona decisione germini da un ingiusto (o inadeguato) processo. E «poiché la storia della libertà è stata in gran parte la storia del rispetto delle garanzie procedimentali»[35], l’art. 111, 1° Cost. attribuisce soltanto al Legislatore il potere di disciplinare, a certe condizioni, il procedimento giurisdizionale (v. infra n. 56).

  1. L’EVOLUZIONE NORMATIVA.

IV.A. C’ERA UNA VOLTA LA CASSAZIONE CIVILE

IV.A.1. IL CODICE DI RITO CIVILE DEL 1865

14  Il codice di rito civile del 1865, che non prevedeva il regolamento di competenza quale da noi oggi inteso [36], ignorava tanto il rito camerale quanto qualsiasi forma di filtro, essendo stato ripudiata  l’introduzione nel nostro ordinamento della Chambre des  requêtes, prevista in Francia dal provvedimento del 27 novembre 1790 (che aveva istituito  il Tribunal de cassation)   e soppressa con la legge 23 luglio 1947, n. 47-1366) [37]. Tale sezione permanente istituita all’interno del gallico Tribunal (ma, sulla sua scia, anche dal codice sardo del 1859), operante con un giudice relatore cui il pubblico ministero sottoponeva  le sue conclusioni, vagliava in via preliminare i requêtes, rigettandoli con motivato provvedimento, se ritenuti inammissibili o manifestamente infondati, ovvero sancendone, con immotivato provvedimento,  il passaggio all’esame della sezione civile. L’ostilità all’’importazione’ di tale filtro (per quanto astrattamente idoneo a fare decidere dal Tribunal  – divenuto Cour de Cassation sotto Napoleone –  soltanto i ricorsi più importanti)  nel nostro ordinamento fu motivata dall’esigenza di assicurare l’economia dei giudizi (messa in crisi dal duplice esame cui venivano sottoposti i ricorsi ammissibili e non manifestamente infondati, ad opera prima della Chambre e poi della Corte) e dal pericolo di possibili ‘dualismi’ valutativi (inevitabilmente la Chambre sviluppava  propri orientamenti giurisprudenziali non sempre recepiti dalla Corte e comunque creava qualche disagio il fatto stesso che un ricorso ritenuto dalla Chambre degno dell’attenzione della Corte, fosse poi da questa rigettato); senza dire che la positiva valutazione della Chambre suonava come (non necessario) «decreto permissivo» per accedere  al vaglio della Corte. Per le medesime ragioni (colpevolmente ignorate dai successivi conditores italiani[38] ed in larga parte condivise dalla dottrina francese [39], che propiziò la soppressione del filtro, avvenuta nel 1947), il suggerimento di instaurare anche nel nostro ordinamento la Chambre si ritrova soltanto nel Progetto De Falco (uno dei molteplici progetti elaborati dopo l’«immensa opera di unificazione legislativa» [40] del 1865), ma fu considerato «aiuto impotente» e «ben povero ripiego»  da autorevole nostra Dottrina [41].

IV.A.2. L’IMPIANTO ORIGINARIO DEL VIGENTE CODICE DI RITO CIVILE. L’UDIENZA PUBBLICA

15  Nel suo originario impianto, il codice di rito civile entrato in vigore il 21 aprile 1942, rende normale (e perciò residuale ove non diversamente disposto) il modus procedendi incentrato – come lo era, ma con carattere di esclusività, per il passato – sull’oralità (art. 180 c.p.c. ) e sulla pubblica udienza. Modus che rappresenta innanzi tutto l’apoteosi del contraddittorio e dell’efficienza procedimentale: ricorrente e controricorrente (o ricorrente incidentale), ma non l’intimato in quanto tale (art. 370, ultimo comma c.p.c.), hanno ampio spazio per dedurre e controdedurre per iscritto mediante le memorie previste dall’art. 378 c.p.c. in vista per l’appunto della discussione pubblica, che rappresenta l’ineliminabile fulcro dell’intero procedimento; in essa interviene (deve intervenire, a differenza degli Avvocati delle Parti, la cui presenza [42] e le cui arringhe non sono necessarie)  oralmente [43], avuta conoscenza degli atti delle parti, il Pubblico Ministero,  che prende la parola dopo le loro arringhe (compresa quella svolta dalla parte intimata, che abbia omesso di presentare controricorso, rinunziando così soltanto alla trattazione scritta) di cui non può non tenere conto; esclusa ogni replica orale, è consentito infine ai disputanti privati presentare  (con intento equilibratamente compensativo: verba volant, scripta manent) ai giudicanti brevi osservazioni scritte, cui il Pubblico Ministero nulla ormai può ribattere (v. art. 379, ultimo comma c.p.c., il cui effetto responsabilizzante per il loquens Pubblico Ministero è patente); dopo di che finalmente la Corte decide in camera di consiglio [44]. Questo tripudio di concentrazione e di oralità (o – come più tardi si dirà – di «democrazia procedimentale»), immerso nella segnalata  cornice di efficienza (siccome  adeguatamente preparato,  il tutto si conclude di norma in pochi minuti, sotto la sapiente  direzione del Presidente del Collegio, come dimostra la concreta esperienza), si sposa armoniosamente con apprezzabili esigenze di pubblicità [45]   e di trasparenza decisionale, giacché l’ordinamento vuole non solo che sia  resa accessibile la  decisione frutto del procedimento, ma anche che siano  valutabili dalla comunità [46] i fatti rilevanti per la decisione stessa oltre che il contenuto del provvedimento impugnato, e perfino (ma sinteticamente) i motivi del ricorso e del controricorso, quando le parti abbiano disertato l’udienza. Obiettivo al cui perseguimento è principalmente finalizzata la relazione svolta nell’incipit del procedimento, con i menzionati contenuti (art. 379 c.p.c.), dal consigliere designato; relazione che a sua volta significativamente segna il punto di non ritorno del rito stesso giacché,  sol che sia ‘cominciata’ detta relazione,  neppure chi ha proposto il ricorso è in grado di arrestarne il naturale corso (art. 390 c.p.c.), per il resto officioso,   sicché non v’è d’attenderne ormai che il dovuto (e conoscibile) esito. Non è poi possibile pretermettere, a volere ricordare che «compiere un rito  vuol dire fare qualcosa con la potenza»,  quanto patrimonio simbolico sia veicolato per l’appunto dalla pubblica udienza (e dalla sua visibilità), come sopra delineata; senza la quale non potrebbe neppure immaginarsi il fasto delle istituzioni  e degli eventi giudiziari più solenni (primo fra tutti il rituale dell’annuale inaugurazione), la scenografia teatrale del processo, la funzione purificatrice (cedant arma togae) e rappresentativa della toga (indossata da Avvocati e Decidenti) e dell’ermellino [47],  la statuaria e la stessa architettura   giudiziaria (da cui sono  scaturiti i templi  e le maisons di giustizia, ivi  compreso – come esempio preclaro  – il Palazzo di Giustizia del Calderini, oggi sede della nostra Suprema Corte).

IV.A.3. SEGUE. IL PROCEDIMENTO CAMERALE.

16  All’optimum procedimentale e simbolico, e più precisamente all’udienza pubblica («viva per la sua forma orale e la più bella del processo civile» [48]), il legislatore del 1940, con la condizionata benedizione di Calamandrei [49], rinuncia soltanto in alcune eccezionali ipotesi (di esclusiva competenza delle sezioni semplici, con la conseguenza che il regolamento di giurisdizione è sempre trattato in pubblica udienza), tipizzate dall’art. 375p.c:: regolamento di competenza (introdotto per la prima volta dal nuovo codice [50]); inammissibilità del ricorso principale e di quello incidentale; rigetto di entrambi per mancanza dei motivi previsti nell’art. 360; integrazione del contraddittorio ex art. 331 c.p.c. e notifica ex  art. 332 c.p.c.; estinzione per rinuncia. Obbligatorio essendo rimasto l’intervento del Pubblico Ministero, la mancanza della pubblica udienza (in cui quell’intervento viene oralmente svolto) rende ovviamente interamente cartolare la procedura, con i seguenti necessari aggiustamenti: a mente dell’art. 138 att. c.p.c.,  il Primo presidente della Suprema Corte, ove ritenga che il ricorso debba esser trattato in camera di consiglio, ovvero qualora a tale conclusione sia pervenuto autonomamente il Pubblico Ministero [51], gli trasmette il fascicolo; la requisitoria scritta del Pubblico Ministero deve essere notificata agli avvocati delle parti, i quali hanno facoltà di presentare le memorie (già) previste dall’art. 378 c.p.c., che in questa nuova dimensione procedimentale  restano l’unica forma di estrinsecazione del contraddittorio. Il rapporto interno tra Primo Presidente   della Suprema Corte (chiamato a stabilire se il ricorso debba esser giudicato dalle Sezioni semplici ovvero dalle Sezioni Unite e a distribuire  i ricorsi tra le sezioni semplici:  art. 374 e 376 c.p.c.) e Procuratore  Generale (tenuto a svolgere le requisitorie scritte nei casi individuati autonomamente ovvero selezionati dal primo presidente) era estremamente semplificato e fluidificato dal fatto che entrambi partecipavano, coadiuvati dall’ufficio speciale del Massimario, all’esame preliminare dei ricorsi [52],  sicché non era richiesto un provvedimento formale (o non formale) della Suprema Corte.

IV.A.4. IL PROGETTO ROGNONI

17  Nella lunga storia degli sforzi tesi a risolvere la questione della Cassazione civile, si registra solo un puntuale precedente dell’ultima  riforma del rito cassatorio: «Nel 1987 il progetto Rognoni, in considerazione del carico di lavoro che già in quegli anni la cassazione aveva, propose che tutti i ricorsi venissero decisi in camera di consiglio, fatta salva la facoltà del primo presidente di disporre, su istanza di parte o d’ufficio, la discussione in pubblica udienza per questioni di diritto di particolare importanza[53]. Il progetto, però, criticato dall’avvocatura e da giuristi di varia estrazione, non ebbe successo, e non passò, anche perché, questo sì, si sarebbe posto in aperto contrasto con il principio dell’udienza pubblica, difeso dai più come un valore intoccabile»[54]. Inoltre «la proposta non trovò favore presso il Consiglio Superiore della Magistratura, secondo cui la generalizzazione del rito camerale non costituiva una soluzione né efficace, né conforme alle funzioni della Corte e ai principi del contraddittorio e della difesa»[55].

IV.A.5. LA C.D. BOZZA BRANCACCIO – SGROI

18  In sede di elaborazione della l. 26 novembre 1990, n. 353, venivano recepite alcune delle proposte elaborate dai Dirigenti della Suprema Corte (la c.d. bozza Brancaccio – Sgroi [56]) che, forse sulla scia dell’esperienza di immane smaltimento dell’arretrato operato dalla Corte Costituzionale nel corso della lunga presidenza Saja [57], caldeggiavano una modifica dell’art. 375 c.p.c. tesa a consentire la pronuncia camerale con ordinanza in caso di manifesta infondatezza e con sentenza in caso di manifesta fondatezza del ricorso (principale o incidentale) [58].  Tuttavia, sebbene la proposta fosse stata questa volta recepita con favore dal Consiglio Superiore della Magistratura,  la Commissione Giustizia del Senato, in sede redigente, respingeva la pronuncia camerale per manifesta fondatezza, temendo la valutazione soggettiva del presidente della sezione chiamato a decidere sul rito camerale e l’arroccamento della corte sulla giurisprudenza consolidata; mentre la II Commissione della Camera, in sede legislativa, approvava gli emendamenti diretti a sopprimere l’apertura del rito camerale alle ipotesi di manifesta infondatezza, ritenendo (secondo la critica espressa dal Consiglio Nazionale Forense [59]) non sufficientemente garantito il contraddittorio [60].   Pertanto, nessuna delle estensioni del giudizio camerale propugnate dalla predetta c.d. bozza (oltre che dalla proposta Rognoni) venne recepita nel testo approvato dalla Camera [61].

IV.A.6. LE SUCCESSIVE RIFORME

19  Seguirono altre riforme, che sarebbe inadeguato esaminare qui in dettaglio: la prima (L. 26 novembre 1990, n. 353), la seconda (la legge Pinto), con la istituzione nel 2005 ad opera della Suprema Corte della Struttura centralizzata,  la terza ( lgs. 2 febbraio 2006, n. 40), la quarta (L. 18 giugno 2009, n. 69). La direzione tendenziale di tale travaglio normativo è sintetizzata infra sub par. n. 23 mentre la situazione normativa prima della riforma si trova riassunta infra sub par. nn. 23, 24, 25, 26, 27 e 28.

IV.A.7. L’ACCESSO ALLA CASSAZIONE CIVILE

20  La versione codicistica dell’art. 360 n. 5 c.p.c. prevedeva il ricorso per «omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio  che  è stato oggetto di discussione tra le parti». Dopo la riforma del 1950 fu possibile dedurre l’«omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un  punto  decisivo  della  controversia,  prospettato  dalle parti o rilevabile di ufficio». La riforma del 2006 ammise  il ricorso  per «omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio». Infine con la riforma del 2012 fu consentito dedurre soltanto l’«omesso esame circa un fatto decisivo  per  il  giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti», secondo l’interpretazione datane dalle Sezioni Unite[62] .

IV.B. C’ERA UNA VOLTA IL PUBBLICO MINISTERO

21  Modificando gli artt. 70, 2°, 380 bis, 2° e 390, 1° c.p.c. nonché l’art. 76G.,  gli artt. 75 e 81 del D.L.  n. 69 del 21 giugno 2013[63]  hanno  interdetto al P.G. di legittimità sia di presenziare alle udienze civili che si svolgevano davanti alla «apposita sezione» (Sezione c.d. filtro, prevista dall’art. 376 c.p.c.) ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. sia  di presentare in tali udienze requisitorie scritte; coerentemente, alla stregua dell’art. 380 bis c.p.c.,   di tale  udienza saranno avvertiti gli «avvocati delle parti» (affinché possano presentare  memorie scritte  o chiedere di essere  sentiti), ma non  più il P.G. di legittimità. É appena il caso di rammentare che  tutti i ricorsi per cassazione (non assegnati al vaglio delle Sezioni Unite) dovevano   passare al vaglio preliminare dell’apposta sezione c.d. filtro (la Sesta Sezione,  quale disciplinata dall’art. 67 bis O.G.), siccome  deputata a deciderli  con il rito camerale (art. 380 bis c.p.c.),  qualora sussistesse   uno dei possibili esiti decisori specificati dall’art. 375 c.p.c. (inammissibilità anche ex  art. 360 bis c.p.c., improcedibilità, integrazione del contraddittorio, rinnovazione della notifica, estinzione, evidenza decisoria, positiva o negativa),  mentre per i regolamenti di competenza e di giurisdizione era  previsto alternativamente il rito di cui all’art. 380 ter  c.p.c.[64]. In estrema sintesi, lo sbocco di tale valutazione preliminare poteva essere duplice: a) il relatore della Sezione filtro, cui era stata assegnata tale valutazione, non riteneva che il ricorso si prestasse a decisione camerale ed allora lo restituiva al Presidente che lo dirottava alla Sezione semplice di competenza, affinché  fosse deciso in pubblica udienza; b) altrimenti detto relatore depositava una relazione con la concisa esposizione delle ragioni che potessero giustificare la pronuncia camerale e tale relazione veniva trasmessa  al Pubblico Ministero di legittimità e alle parti per essere discussa (oralmente  vel  mediante memorie) in seno all’apposita udienza camerale, all’esito della  quale la Sezione o avallava la  relazione, trasformandola in definitivo iussum della Suprema Corte,  ovvero (non condividendo la relazione, anche a seguito dei contributi dialettici delle parti o del Pubblico Ministero di legittimità) disponeva che quel ricorso dovesse essere deciso (da altra Sezione)  in udienza pubblica. Il meccanismo processuale così descritto rispondeva ad una logica ovvia: definire con un rito (apparentemente) breve e semplificato,  ma estremamente garantito[65], i ricorsi viziati in rito ovvero dotati di evidenza decisoria (positiva  o negativa) e riservare alla udienza pubblica gli altri ricorsi.  Ma, proprio perché tale era l’esclusiva  ratio  della Sesta Sezione e del rito  di cui all’art. 380 bis c.p.c. non sembrava sostenibile che soltanto all’udienza pubblica  la Suprema Corte esercitasse con pienezza la propria funzione nomofilattica sul versante dello ius constitutionis (cioè l’esistenza e il significato della legge in astratto)mentre lo ius  litigatoris (cioè la ricostruzione del fatto e l’applicazione della legge al fatto così ricostruito) fosse riservato al rito camerale[66].   E ciò non era ipotizzabile se non altro perché non solo tutti i ricorsi per cassazione (quale  che sia  la loro teorica collocazione nello  ius constitutionis o nello ius  constitutionis) dovevano (e tuttora devono) essere sottoposti alla selezione preliminare della Sezione Filtro, ma soprattutto perché è soltanto all’esito del rito camerale che si stabilisce se il singolo ricorso deve essere deciso in sede camerale o in udienza pubblica (tale essendo il senso, tanto ‘meccanico’  quanto processuale, di ogni ‘filtro’, cioè di ogni preventiva e mirata selezione). In altri termini, ammessa (soltanto per comodità dialettica) l’equazione [ordinanza ex  art. 375 c.p.c. =  ius  litigatoris]essa può essere predicata soltanto dopo che si sia svolto il rito camerale con la partecipazione dei legittimi contraddittori. A questo punto appare chiara  la gravissima  criticità processuale della novella. Se la causa trattata dalla Suprema Corte ex  art. 380 bis c.p.c. sia stata promossa dal Pubblico Ministero di merito ovvero sia stata trattata con il suo necessario intervento, ovvero se addirittura il ricorso per cassazione sia stato proposto dal P.G. presso la Corte d’Appello (art. 72, 3°, 4°, e 5° c.p.c.),  all’udienza della Sezione c.d. filtro il  «pubblico interesse» (art. 70, ultimo comma c.p.c.)  che sta alla base dell’azione (art. 69 c.p.c.) o dell’intervento del Pubblico Ministero di merito  (variamente declinato dall’art. 70 c.c. stesso) non sarà  più rappresentato e presidiato da alcuno, giacché in tale udienza non potrebbe presenziare ed in qualsiasi altro modo interloquire né ovviamente (per quanto dianzi detto) il P.G.  presso la Corte d’Appello né il P.G. di legittimità (attesa l’espressa esclusione dettata dal cit. D.L.). Addirittura  qualora fosse stato proprio il Pubblico Ministero di merito all’uopo legittimato (il P.G. presso la Corte d’Appello) a ricorrere per cassazione, all’udienza camerale ex art. 380 bis c.p.c. potrebbero legittimamente presenziare e difendersi (anche mediante memorie scritte) i suoi     legittimi contraddittori, doverosamente avvisati, mentre alla stregua del cit. D.L. resterebbe inibita qualsiasi attività difensiva dell’ignara  parte ricorrente pubblica. Ed in tale udienza per un verso non vi sarebbe alcun soggetto processualmente in grado di insorgere per fare valere la manifesta violazione del principio del contraddittorio ex  art. 111, 2° Cost. e 101 c.p.c.; per altro verso, neppure la Suprema Corte  potrebbe fare capo al potere previsto dall’art. 71, 1° c.p.c. (per sollecitare d’ufficio l’intervento del Pubblico Ministero di legittimità) sia perché tale potere  è esercitabile soltanto nei casi previsti dall’art. 70, 1° (mentre l’intervento in cassazione  è trattato dal 2° comma) sia perché l’intervento del P.G. di legittimità in quell’udienza è espressamente bandito dal citato D.L. (con conseguente inapplicabilità anche dell’art. 3 att. c.p.c.). Pertanto alla stregua del citato D.L.,  nella descritta evenienza la Sesta Sezione  dovrebbe decidere su un ricorso, e in ipotesi  dichiararlo inammissibile o manifestamente infondato,  in (legislativamente imposta) assenza del suo protagonista principale (siccome addirittura ricorrente). Ci si rende conto allora che il cit. D.L. finisce per  incidere irrazionalmente in modo estremamente negativo anche sull’effettività del ruolo del Pubblico Ministero di merito (sulla  cui  necessità processuale mai nessuno ha sollevato dubbi). Tale ultimo ruolo, fondato sulla necessaria tutela del «pubblico  interesse»,  si articola variamente in  azioni esperite dal Pubblico Ministero davanti al Giudice di prime cure ovvero nel suo necessario intervento; in un caso o nell’altro tale pubblico interesse non può che essere presidiato in tutti i gradi, restando affidato alla cura dell’ufficio requirente che ha sede presso il giudice ad quem, quale che sia il rito previsto. Allorché, dunque la causa  innervata su tale interesse collettivo pervenga al grado di legittimità, di certo essa non dovrebbe  restare priva del suo  pubblico rappresentante istituzionale. Allo stato della previgente normativa forse di tale esigenza non ci si  rendeva conto, perché essa  è stata fin qui assolta dal necessario e generale intervento del Pubblico Ministero di legittimità: sia che si trattasse di azione promossa in prime cure dal Pubblico Ministero,  sia che esso fosse intervenuto nel processo da altri promosso, sia che ricorrente in cassazione fosse addirittura il requirente di secondo grado.  Tuttavia se, come detta  il citato D.L., si amputa parzialmente l’intervento del Pubblico Ministero di legittimità nel modo anzidetto,   rimane priva di pubblico rappresentante  ogni causa in cui il ruolo del Pubblico Ministero si sia già espresso davanti al giudici di merito nei modi  anzidetti e la causa,   pervenuta davanti alla Suprema Corte perfino a seguito del ricorso del Pubblico Ministero di secondo grado,  si debba svolgere con il rito camerale di cui all’art. 380 bis c.p.c.; laddove appare evidente che proprio a seguito di una relazione che abbia delibato l’inammissibilità o la manifesta  infondatezza del ricorso, sorge un concreto interesse a contraddire del Pubblico Ministero dell’apposito  grado.  In altri e più generali termini, a seguito del citato D.L.  l’azione o l’intervento del Pubblico Ministero di merito, con tanto rigore disciplinati (v. artt. 158 e 397, 1° n. 1 c.p.c.), restano privi di protezione processuale allorché la controversia pervenga davanti alla Suprema Corte e sia incanalata sul rito  camerale ex  art. 380 bis c.p.c.; quasi che proprio nel momento culminante del giudizio evapori  il sotteso pubblico interesse[67]. Detto diversamente, il ruolo del Pubblico Ministero di legittimità sembra tecnicamente ineliminabile nella parte in cui assicura la presenza del requirente pubblico nei casi in cui si sia attivato il ruolo del Pubblico Ministero di merito ai sensi degli artt. 69 e 70 c.p.c.: simul stabunt vel simul cadent, qualunque sia il rito adottato dal giudici di legittimità.

22  In realtà, la novella non è la proiezione volitiva e precettiva di un compiuto disegno processuale né di per sé è in grado di accelerare la definizione dell’immane arretrato civile accumulato incolpevolmente dalla Suprema Corte; essa si spiega invece soltanto in ragione  della sopravvenuta attuale ‘impotenza’ dell’Ufficio  del Pubblico Ministero (nonostante il riconosciuto impegno  profuso dai Magistrati che vi sono addetti) e della conseguente esigenza di contenere l’impegno del P.G.  di legittimità[68], reso ormai oggettivamente insostenibile a seguito dell’enorme   numero di ricorsi trattati in ogni udienza dalla Sezione filtro della Suprema Corte (a volte anche un centinaio). É accaduto infatti che il sistema codicistico, incentrato sulla prevalenza (tuttora  positivamente conclamata[69])  del rito pubblico (cui sono intrinsecamente coordinati i fondamentali principi della collegialità e dell’oralità),  è diventato statisticamente recessivo a favore di quello camerale disciplinato dall’art.380 bisp.c.  Ben vero, mentre organico,   struttura e funzioni del Pubblico Ministero di legittimità erano conformati in rapporto ad un sistema processuale in cui il centro di produzione decisionale risedeva prevalentemente  nei cinque canonici Collegi della Suprema Corte (da parte lasciando le Sezioni Unite), attualmente i centri di produzione decisionale si sono moltiplicati in misura tendenzialmente corrispondente al numero dei magistrati relatori della Sesta sezione (ben maggiore di ogni altra Sezione Semplice);  per converso  è ovviamente impossibile una corrispondente partenogenesi dell’intervento del requirente di legittimità (istituzionalmente monocratico). E dunque, se per un verso, non si può non  plaudire di fronte all’immane sforzo profuso dalla Suprema Corte, per altro verso resta il fatto che,  sul piano generale,  l’opzione per la celeritas dei giudizi di merito e di legittimità inevitabilmente sconta un depotenziamento delle garanzie volte ad assicurare la iustitia della decisionesicché ora, a seguito della riforma del 2012, tanto la decisione di merito in sede di gravame quanto quella di legittimità è seriamente condizionata da una serie cumulativamente progressiva di ‘filtri’; l’ultimo dei quali  (quello della Sezione c.d. filtro della Suprema Corte) resta ora orfano perfino dell’intervento del requirente di legittimità[70].  Di certo è da tempo  auspicabile che il Legislatore, invece  di tamponare emergenze ed incolpevoli ‘impotenze’ con provvedimenti estemporanei[71], intraprenda finalmente la via di una vera riforma strutturale ed organizzativa, nel segno questa volta della coerenza e dell’organicità processuale che è, e resta, un valore primario; giacché, «come aveva scritto Luhmann, e già sapeva Rabelais  nel Cinquecento, l’accettazione sociale di un processo – e quindi dei suoi risultati – prescinde dal contenuto specifico della decisione  che lo conclude, dipendendo essenzialmente dalle modalità rituali del procedimento»[72] .

IV.C. LA DIREZIONE TELEOLOGICA  DEL TRAVAGLIO NORMATIVO.

23  La tumultuosa evoluzione normativa sopra sinteticamente riassunta testimonia che gli sforzi del Legislatore (in palese accordo con la stessa Suprema Corte, che a volte ha addirittura anticipato, con strumenti meramente organizzativi, le ‘riforme’ poscia recepite ed avallate sul piano normativo[73]) per fare fronte all’enorme domanda di giustizia,  si sono tutti orientati univocamente nel senso della riduzione delle garanzie procedurali previste a favore dell’Utente finale  della Giustizia (o della giustizia), cui l’art. 111, 7°  continua ad assicurare il rimedio del ricorso per cassazione: ridotto accesso alla Suprema Corte,  aumentato costo dell’accesso alla Suprema Corte,  cameralizzazione e sommarizzazione del rito,  risolutivo ridimensionamento dell’intervento del Pubblico Ministero (che non rappresenta più l’interesse pubblico, di cui pur è innervato il rimedio cassatorio)  cooperano tutti    soltanto alla riduzione dei diritti delle parti;  senza tuttavia riuscire a ridurre l’enorme ‘debito’ giudiziario, nonostante l’enorme e meritorio sacrificio dei Giudicanti della Sesta Sezione,  operativa sostanzialmente dal 2005. D’altronde,  sarebbe bastato rammentare le articolate ragioni che avevano  già nel 1865 impedito (v. retro sub par. n. 14) l’’importazione’ nel nostro ordinamento della gallica Chambre des  requêtes, per escludere che il rito camerale rappresentasse  la panacea della «questione della Cassazione civile».

IV.D. SINTESI DEL SISTEMA PREVIGENTE

24  Alla stregua della previgente disciplina:

°    ove non fossero assegnati alle Sezioni Unite, i ricorsi dovevano essere (filtrati e) decisi soltanto nei casi previsti dall’art. 375 c.p.c. (ricorsi di quarto livello: v. retro sub   46) – a  seguito di redazione dell’’opinamento’ ad opera del relatore –  dalla Sesta Sezione (o Sezione filtro) in camera  di consiglio; in cui ex  art. 380 bis c.p.c. erano ammessi non solo a contestare per iscritto ma anche a presenziare le parti (ma non più  obbligatoriamente il Pubblico Ministero,  neppure avvisato dell’udienza), e dovevano essere decisi  con ordinanza, a meno che la Sezione non ritenesse di rinviare alla pubblica udienza;

°    gli altri ricorsi (praticamente tutti i livelli di ricorso, salvo il quarto: v. retro sub n. 46), passati indenni al filtro,   dovevano essere trattati in pubblica udienza (dalle Sezioni Semplici ovvero dalle Sezioni Unite) e decisi con sentenza, salvo quanto si dirà per il regolamento di giurisdizione;

°    sull’inammissibilità delle istanze di revocazione dei provvedimenti della Suprema Corte emetteva ordinanza  la Sesta Sezione con il menzionato   rito camerale, ma se il ricorso fosse stato  in tale sede dichiarato  ammissibile,   l’adita  Sezione sarebbe stata tenuta a rimettere il ricorso  alla pubblica udienza per essere deciso con sentenza dalla Sezione Semplici (art. 391 bisp.c.);

°    sulle istanze di correzione decideva esclusivamente, in camera di consiglio e con ordinanza, la Sesta Sezione con il rito di cui all’art. 380 bis;

°    il regolamento di competenza era deciso, sempre con ordinanza, alternativamente in sede camerale ex  380 bis ovvero in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 ter c.p.c. consentendosi in questo caso alle parti  soltanto difese scritte (ed esclusa la rimessione alla pubblica udienza);

°    attribuito alla competenza interna delle Sezioni Unite, il regolamento di giurisdizione era deciso soltanto in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 terp.c., consentendosi alle parti di discutere la causa oralmente (ma escludendosi la rimessione alla pubblica udienza);

°    l’unico provvedimento monocratico era quello previsto, in tema di rinuncia al ricorso o di estinzione del processo, a favore del Presidente ai sensi dell’art. 391 c.p.c.

25  Le principali sequenze normative erano dunque le seguenti:

–     Sezione filtro (soltanto nei casi previsti   dall’abrogato art. 375 c.p.c.) rito camerale partecipato (con difesa scritta ed orale) e previa esternazione dell’’opinamento’   intervento facoltativo del Pubblico Ministero  ordinanza;

–     altrimenti regola e rito generali   udienza pubblica  intervento obbligatorio del Pubblico Ministero  sentenza.

26  Lo spirito e le ragioni di tale assetto si possono così compendiare.

°    In apicibus, fu facile immaginare che, nei casi più semplici, il giudizio sul ricorso potesse essere riservato, almeno in prima battuta (e cioè come mero ‘opinamento’), al singolo magistrato chiamato a riferirne in sede camerale. In tal guisa si sperava di moltiplicare sostanzialmente i centri decisionali e  di espungere più celermente i ricorsi per i quali la decisione si rivelasse dotata di evidenza decisoria processuale (inammissibilità, improcedibilità, etc.) o sostanziale (ricorsi  manifestamente fondati ovvero infondati).

°    A misura che la Sesta Sezione avesse rispettato l’ambito del controllo selettivo così affidatogli, al legislatore non sembrava che fosse eccessiva o ‘pericolosa’ la redazione e la notifica dell’’opinamento’, perché, per un verso, esso era per definizione provvisorio, dovendo essere valutato funditus dal Collegio; e per altro verso, si prevedeva che le contestazioni (scritte od orali) delle parti sarebbero state del tutto eccezionali: se, per esempio,  il ricorso è motivatamente ‘opinato’ tardivo, davvero arduo immaginare una qualunque contestazione (a meno che non si potesse individuare un vizio revocatorio).

27  Il vissuto giudiziario ha smentito le previsioni del Legislatore sotto vari profili e anche in questo caso tocca all’interprete dis-velare il ‘rendimento’ effettivo della disciplina processuale anzidetta.

°    In concreto la relazione preliminare del Consigliere addetto allo spoglio, sebbene destinata ad essere rivisitata dal Collegio anche in considerazione del contributo  delle parti, finì per manifestare  una qualche resistenza al cambiamento[74];  contro cui a maggior ragione si accanivano le parti controinteressate con gli scritti e oralmente.

°    È poi assorbente un’osservazione di fondo sulle difficoltà in cui si dibatte qualunque attività di screening avente per oggetto (specialmente) i ricorsi per cassazione. Ben vero, tolti i casi più chiari di evidenza (per esempio, ricorso tardivo), l’esame di un  ricorso approda ad un qualunque attendibile risultato soltanto dopo l’attento  studio di tutti i motivi del ricorso (principale  e incidentale), generalmente complessi. Si comprende allora come i valorosi Magistrati della Sezione Filtro addetti allo spoglio, per un verso,  pur nel meritorio intento di diminuire l’inverosimile pendenza dei ricorsi, dopo lo studio dei singoli ricorsi e per non perderne i frutti, proponessero con la relazione prevista dall’abrogato  380 bis c.p.c. la decisione del ricorso,  anche in assenza della cennata evidenza processuale o sostanziale; per altro verso e per contrappasso, così facendo essi tuttavia restavano incapaci di esaminare e filtrare tutti i ricorsi pendenti. Da qui le connesse conseguenze: da un lato, la Sezione Filtro finiva per debordare dai suoi specifici compiti istituzionali, limitati per legge al vaglio  dei ricorsi che presentassero evidenza decisoria (processuale o au fond), per tal via provocando inevitabilmente un maggiore afflusso di contestazioni scritte ed orali;  dall’altro, proprio per questo aggravio di lavoro,  la Sesta Sezione non riusciva a filtrare tutti i ricorsi che meritavano di essere espunti immediatamente, sicché essi pervenivano assai spesso  alla pubblica udienza.

28  D’altronde questo e questo solo poteva fare – ed ha fatto – la Sesta Sezione, attesa l’enorme pendenza e soprattutto la segnalata (ed insuperabile) peculiarità dello screening dei ricorsi. Ma resta così dimostrato ulteriormente che la Sezione filtro (operativa dal 9.5.2005 come Struttura  centralizzata meramente interna, divenuta  prima «apposita sezione» poi Sesta Sezione), in oltre dieci anni di lavoro,  non è stata in grado di risolvere il problema della Cassazione civile.  Va doverosamente soggiunto che le aumentate contestazioni anche orali in sede camerale  di certo non avrebbero rallentato la produzione quantitativa della Suprema Corte,  se fossero state manifestamente  infondate, e quindi di piana decisione. Ma se la pur meritoria Sezione Filtro non ne reggeva il peso, tanto da preferire addirittura adottare il rito pubblico (che escludeva il preventivo espresso ‘opinamento’ e le conseguenti contestazioni scritte od orali)  invece di quello camerale(v. retro sub nota n. 65) , è palese che quelle contestazioni non dovevano davvero essere peregrine e che – perciò – a subire  l’«affanno decisorio» era proprio la Sezione Filtro; che evidentemente operava ad una velocità (celeritas) inidonea ad assicurare anche la incontestabile iustitia  dei suoi provvedimenti.

  1. IL RECENTE «NON – RITO» DELLA SUPREMA CORTE

V.A. SCHEMA GENERALE DELLA RIFORMA

V.A.1. FUNZIONI MONOCRATICHE

29  Novellato art. 377, ultimo comma c.p.c.: «Il primo presidente, il presidente della sezione semplice o il presidente della sezione di cui all’articolo 376, primo comma, quando occorre, ordina con decreto l’integrazione del contraddittorio o dispone che sia eseguita la notificazione dell’impugnazione a norma dell’articolo 332, ovvero che essa sia rinnovata»”; questa funzione era dianzi assegnata alla Sesta Sezione (art. 375, n. 2 c.p.c., ora abrogato).

30  Novellato art. 391 c.p.c.: «Sulla rinuncia e nei casi di estinzione del processo disposta per legge la Corte provvede con ordinanza in camera di consiglio, salvo che debba decidere altri ricorsi contro lo stesso provvedimento fissati per la pubblica udienza. Provvede il presidente, con decreto, se non stata ancora fissata la data della decisione» Prima la Corte decideva con sentenza; resta invariato il potere monocratico del Presidente qualora non fosse stata ancora fissata l’udienza.

V.A.2. UNZIONI COLLEGIALI

V.A.2.a. ITER  ORDINARIO

31  Il Primo Presidente (art. 376) assegna i ricorsi:

°    alle Sezioni Unite, che decidono:

–    in udienza pubblica (art. 379), in cui il P.M. prende la parola prima dei Difensori;

_   ovvero con ordinanza in camera di consiglio soltanto sui regolamenti di giurisdizione (v. art. 380 terp.c.);

°    altrimenti assegna sempre alla Sezione Sesta.

32  La Sesta Sezione:

33  a seguito di sommario esame, esclude inammissibilità o  improcedibilità  ovvero evidenza decisoria (positiva o negativa) ex art. 375 n. 1 e 5 c.p.c. e rimette il ricorso alla sezione semplice (art. 376, 1° c.p.c.);

34  altrimenti decide con il rito camerale di cui all’art. 380 bis p.c.: proposta del relatore ⇒ decreto fissazione dell’udienza con indicazione (man. fond. o inf. o inamm.) ⇒ avviso alle parti (non al Pubblico Ministero) venti giorni prima ⇒  udienza non partecipata; con i seguenti  esiti:

1   ordinanza decisoria;

2   ovvero rimessione alla p.u.

33  La Sezione Semplice:

34  riceve input:

32 dalla Sesta Sezione immediatamente (art. 376 c.p.c.: v. retro sub 32. A);

33 ovvero perché, all’esito del suo esame, la Sesta Sezione ravvisa   l’opportunità della pubblica udienza;

  1. e decide:

32 con il rito camerale (art. 380 bis .1): fissazione dell’udienza non partecipata comunicazione  alle parti ed al Pubblico Ministero almeno quaranta giorni prima dell’udienza,  con facoltà di depositare    conclusioni  scritte rispettivamente almeno venti giorni prima (per il P.M.) e dieci giorni prima (per le parti)  ⇒ ordinanza;

33 ovvero in pubblica udienza, in cui il P.M. prende la parola prima dei Difensori delle parti ⇒

V.A.2.b. RITI SPECIALI

34  Regolamenti di competenza (Sezione semplice) e di giurisdizione (Sezioni unite): non più con il rito camerale ex 380 bis, ma soltanto con il rito di cui all’art. 380 ter :

35  conclusioni del Pubblico Ministero notificate alle parti;

36  udienza non partecipata ⇒

35  Correzione e Revocazione: art 391 bisp.c. novellato:

°    la correzione può essere chiesta, ma anche disposta d’ufficio (come previsto ora dalla riforma[75]),   in qualunque tempo: decide con ordinanza la Sesta sezione con il rito di cui all’art. 380 bis, senza possibilità di rimessione alla p.u.;

°    invece, la revocazione può essere chiesta entro il termine fissato; in prima battuta decide con il rito di cui all’art. 380 bis la Sesta sezione: la quale provvede con ordinanza se rileva l’inammissibilità, altrimenti  rinvia alla pubblica udienza; in altri termini, se l’istanza supera il vaglio di ammissibilità,  la decisione (positiva o negativa) sulla revocazione della sentenza della Suprema Corte è emessa  soltanto con sentenza all’esito del rito pubblico, con l’intervento obbligatorio del Pubblico Ministero.

V.A.3. SINTESI

36  I riti principali sono diventati tre:

37  udienza pubblica (Sezioni Unite o, in via di eccezione, la Sezione semplice);

38  camerale non partecipata davanti alla Sesta Sezione (no P.M.);

39  camerale non partecipata davanti alla sezione semplice (si P.M.): è la ‘regola’ generale.

37  Altri riti:

1   funzioni monocratiche (art. 377, 3°. e 391 c.p.c.);

2   sulla rinuncia (art. 391 c.p.c.);

3   sui regolamenti (art. 380 terp.c.);

4   sulla correzione e sulla revocazione (art. 391 bisp.c.).

38  Sezioni Unite decidono con il rito pubblico o (sui reg. di giurisdizione) in camera di consiglio non partecipata.

39  Sesta sezione: decide sempre con il rito camerale non partecipato (non è previsto l’avviso al Pubblico Ministero), a meno che non decida immediatamente di rimettere gli atti alla Sezione semplice ovvero di rimettere gli atti all’ud. pubblica della Sezione semplice all’esito dell’udienza camerale; decide sempre sulla correzione, richiesta dalle parti ovvero attivata d’ufficio; non può decidere au fond sull’istanza di  revocazione se la ritenga ammissibile;

40  Sezione semplice: decide con il rito camerale non partecipato (previo avviso al Pubblico Ministero) ovvero in pubblica udienza

42  Pubblico Ministero:

1    Deve intervenire oralmente  in pubblica udienza (Sezioni semplici ovvero Sezioni Unite) sempre prima dei Difensori (art. 379 c.p.c.);

2    può intervenire soltanto con conclusioni scritte in camera di consiglio davanti alle Sezioni semplici (art. 380 bis.1 c.p.c.);

3    non è previsto il suo intervento davanti alla Sesta Sezione e neppure gli viene comunicato l’avviso dell’udienza (art. 380 bis c.p.c.).

42  Decisioni

°    con ordinanza:

1    Sezioni Unite in sede di regolamento  di giurisdizione

2    Sezioni Semplici, se decidano in camera di consiglio;

3    Sesta Sezione: sempre, ma non può decidere au fond  della revocazione,  se la ritenga ammissibile;

–    con sentenza:

1    Sezioni Unite in p.u. (tranne che per i regolamenti di giurisdizione)

2    Sezioni semplici in p.u.

43  Le sequenze:

44  (nei casi di evidenza decisoria, processuale o sostanziale) rito camerale non partecipato della Sesta sezione ⇒ no Pubblico Ministero ⇒ordinanza (art. 380 bisp.c.);

45  (nei casi privi di evidenza decisoria) rito camerale non partecipato delle Sezioni semplici ⇒ facoltà di intervento del Pubblico Ministero ⇒ ordinanza (art. 380 bis.1 c.p.c.): è la ‘regola’;

46  rito pubblico (Sezioni semplici e Sezioni Unite)  ⇒ si Pubblico Ministero (intervento obbligatorio) ⇒ sentenza: davanti alle Sezioni semplici: è l’eccezione.

V.A.4. ENTRATA IN VIGORE

44  Le nuove disposizioni si applicano ai ricorsi depositati successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto (30/10/2016), nonché a quelli già depositati alla medesima data per i quali non è stata fissata udienza o adunanza in camera di consiglio. Cioè la riforma si applica a tutti i ricorsi, compresi quelli depositati prima del 30 ottobre 2016, qualora essi non siano stati fissati, prima di tale data,  con il precedente regime.

V.B. LE CRITICITÀ DELLA RIFORMA

V.B.1. RITI MONOCRATICI

45  Prima della recente riforma al Presidente era assegnato soltanto il potere di dichiarare l’estinzione (per rinuncia o per legge) del ricorso, qualora la Corte non fosse chiamata a decidere su altri ricorsi avverso la sentenza; ed in tal caso il Presidente poteva con decreto condannare alle spese la parte che vi avesse dato causa. Tuttavia per evitare che tale decreto divenisse  esecutivo ciascuna delle parti poteva chiedere la fissazione dell’udienza entro dieci giorni dalla sua comunicazione (art. 391 c.p.c.)[76].   Oggi a tale potere monocratico se ne aggiunge un altro ben più delicato: qualunque Presidente che  abbia a valutare un ricorso sottoposto al suo esame può («quando occorra») adottare i provvedimenti di cui agli artt. 331 /  332 e all’art. 291 c.p.c.,  dianzi assegnati alla competenza   collegiale della Sesta Sezione (art. 375, n. 2 c.p.c., ora abrogato). Le perplessità sul punto sono di grande momento:

1   innanzi tutto, essendo (come è noto) veramente ardue le problematiche attinenti all’integrazione del contraddittorio ed alla rinnovazione della notificazione, esse non dovrebbero  essere sottratte a cuor leggero alla valutazione collegiale del giudice naturale adito, cui (spettava e tuttora) spetta (anche)  il giudizio in rito;

2   il potere monocratico del Presidente viene esercitato senza attivare previamente alcun contraddittorio e senza consentire una qualunque reazione (significativamente ammessa invece già sulla condanna alle spese conseguente all’estinzione: art. 391 c.p.c.);

3   sembra evidente, poi, che tale potere monocratico non può eliminare quello collegiale delle Sezioni Unite,  della Sesta Sezione o della Sezione semplice (che proceda con il rito camerale o con quello pubblico), sicché, per un verso,  non possono escludersi a priori diversità di vedute e, per altro verso, non è previsto alcun rimedio per risolvere  i possibili contrasti;

4   in sostanza l’insolita nuova regola procedurale manifesta l’ulteriore intento di aumentare i centri decisionali, a costo perfino di derogare alla collegialità, con riferimento a questioni giuridicamente delicate e tali da compromettere l’esito del ricorso.

V.B.2. RITI COLLEGIALI

V.B.2.a. TIPOLOGIA DEI RICORSI

46  La vissuta esperienza del processo di cassazione consente di delineare una griglia empirica che, in ordine decrescente di «rilevanza nomofilattica», può così compendiarsi:

°    primo livello: ricorsi che, impegnando in massimo grado la funzione nomofilattica della Suprema Corte (contrasti di giurisprudenza tra le sezioni semplici, questioni di particolare importanza) dovrebbero essere avviati immediatamente alla cognizione delle Sezioni Unite. affinché siano decise con il surplus di certezza legale e di stabilità, conferito alle loro sentenze dal novellato art. 374 c.p.c.; è appena il caso di ribadire con riferimento a tali ricorsi che alla maggiore difficoltà della loro trattazione e decisione corrisponde un altissimo valore esemplare e didascalico: si pensi a quante controversie non sarebbero sorte (davanti ai giudici  di merito e in sede d’impugnazione) se le decisioni delle Sezioni Unite sull’art. 345 c.p.c. fossero state adottate appena qualche anno prima;

°    secondo livello: ricorsi che hanno per oggetto questioni degne di immediata risposta o per ragioni (per così dire) umanitarie (per esempio, responsabilità medica o risarcimento danni, nei casi in cui la soi-disant parte danneggiata attende da decenni la risposta giudiziaria definitiva), o per ragioni giuridiche (si pensi, sulla falsariga di quanto avviene in Francia, alla possibilità di postergare la trattazione del ricorso allorché la sentenza impugnata non sia stata eseguita) o perché prospettano questioni nuove di cui è agevole immaginare la reiterazione statisticamente rilevante (v. problema del risarcimento da blackout elettrico o da « vacanza rovinata »);

°    terzo livello: a livello intermedio (e residuale) i ricorsi, pur privi di evidenza decisoria, in cui si richiede alla Suprema Corte soltanto l’applicazione alle singole fattispecie dei suoi precedenti ovvero di indiscussi principi giuridici;

°    quarto livello: decisamente in basso, i ricorsi inammissibili, improcedibili ovvero che presentano comunque un’evidenza decisoria (in senso positivo o negativo) processuale o sostanziale.

V.B.2.b. IUS COSTITUTIONIS E IUS LITIGATORIS –  PRECISAZIONI NON SOLTANTO SEMANTICHE

47  La menzionata distinzione trova la sua fonte originaria nel Digesto: «Contra constitutiones autem iudicatur, cum de iure constistutionis, non de iure litigatoris pronuntiatur; quo casu appellatio necessaria est» (Digesto, 49.8.1.2.). Da qualche tempo lo ius constitutionis, individuato nel ricorso avente per oggetto una nuova questione di diritto,  viene assimilato alla nomofilachia, sicché in tale concetto  rientrerebbero soltanto i ricorsi sopra classificati di primo livello (retro sub n. 46), con esclusione  delle altre tipologie (compresa la mera violazione di legge: terzo livello), che dunque sarebbero incastonabili  nello ius litigatoris; se ne deduce che soltanto per i ricorsi afferenti allo ius constitutionis sarebbe necessaria una motivazione approfondita  (in sede di udienza pubblica),  mentre  per i ricorsi rientranti nello ius litigatoris sarebbero sufficienti «tecniche più snelle di redazione motivazionale» (in sede camerale)[77]. Per le ragioni   meglio esposte da autorevole Dottrina[78], la distinzione così concettualizzata non regge alla verifica storico-logica: a) se, nel diritto romanoconstitutio principis era una decisione, con valore pari a quello d’una legge, dell’imperatore nell’esercizio delle sue funzioni,  ius constitutionis resta  comprensivo di ogni fonte normativa (quanto meno primaria); b) l’art. 65 Ord. Giud. assegna alla Suprema Corte il compito di assicurare (non solo l’uniforme interpretazione, ma anche) l’«esatta  interpretazione della legge», come poi inverato dall’art. 111, 7° Cost.; c) la rilevanza della funzione nomofilattica (propriamente intesa), rispetto alla garanzia del rispetto della legge, è già  marcata dall’art. 374 c.p.c., che assegna alle Sezioni Unite soltanto la prima;  d) «a ben vedere, quando la cassazione, nell’accogliere un ricorso, deve solo ripetere un principio di diritto già affermato, lì evidentemente la violazione del giudice del merito è stata più forte e palese, lì evidentemente il giudice del merito ha commesso errori più gravi, perché ha disatteso un orientamento esistente, che per questo va ribadito»[79]. È perciò preferibile, ad avviso di tale Dottrina,  ritenere che tutte le violazioni di legge (art. 360 nn. 1, 2, 3, 4 c.p.c.)  afferiscano al concetto di ius constitutionis,   mentre le uniche ipotesi di ius litigatoris sarebbero quelle dell’omissione di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 n. 5 c.p.c.

48  Ancorché non si concordi con tale impostazione, resta il fatto che, da una parte, le questioni propriamente nomofilattiche (primo livello di ricorso) sono assegnate alle Sezioni Unite (che le giudica in ogni caso con il rito pubblica); dall’altra, anche nei casi in cui la Suprema Corte abbia precedentemente deciso in diritto la questione poi riproposta con il ricorso, la decisione su di esso potrà essere più agevole e più breve (pervenendo,  ex  360 bis n. 1 c.p.c.,  alla declaratoria d’inammissibilità ovvero di manifesta infondatezza [80]), ma soltanto dopo avere verificato non solo che il ricorso non prospetti argomenti idonei a modificare il pregresso orientamento  della Suprema Corte, ma anche  che nel frattempo (cioè nell’intervallo di tempo compreso tra la notifica del ricorso e la sua decisione) la Suprema Corte non abbia o non debba mutato indirizzo. Pertanto i ricorsi del terzo livello (art. 360 n. 3 c.p.c.) non possono essere esclusi a priori (e cioè a prescindere dalle predette verifiche) dall’approfondito e ponderato esame della Suprema Corte; e ciò a prescindere dalla loro concettuale collocazione (ius constitutionis / ius litigatoris). In conclusione,  il frequente richiamo allo ius constitutionis  è funzionale ad un ridimensionamento dell’ambito di applicazione del ricorso per cassazione; per tal via tendenzialmente limitato alla sola nomofilachia (in senso proprio), in spregio all’immutato art. 111, 7° Cost.   che di certo non può essere in tal guisa aggirato.

V.B.2.c. IL CONTESTO PROCESSUALE

49  Come si è già accennato (v. retro sub n. 22), il novellato ricorso per cassazione non può valutarsi al di fuori dell’intero contesto processuale, anche di merito.

°    Invero, il sistema processuale era strutturato   su due gradi per
il giudizio di merito sulle verità di fatto (fatto salvo il ricorso cassatorio volto a contestare non il merito, ma il metodo della sentenza impugnata) e l’appello serviva anche da filtro rispetto alle verità di diritto, da fare valere comunque in ultima istanza  davanti alla Suprema Corte. Invece, a seguito della preclusione della doppia conforme in fatto (L. n. 83 del 2012,  convertito con legge n. 134 del 2012),  (ove l’azione non sia stata promossa secondo il rito sommario e non si controverta su diritti indisponibili) la Suprema Corte sostanzialmente è chiamata a scrutinare ragioni soltanto di diritto, abbia il Giudice di secondo grado  dichiarato inammissibile (art. 348 ter, penultimo comma, c.p.c.) ovvero  ammissibile (art. 349 ter, ultimo comma, c.p.c.)  l’appello.  Ne deriva che il filtro della Cassazione  si aggiunge e si sovrappone al filtro di appello e sarebbe  perciò estremamente  restrittivo ritenere che anche i ricorsi del terzo livello (art. 360 n. 3 c.p.c.: v. retro sub par. n. 46.3), gli unici ormai legittimamente ammessi  in cassazione, debbano essere esclusi a priori  dall’approfondito e ponderato esame della Suprema Corte (e quindi in sede  di udienza pubblica), non essendo riferibili allo ius constitutionis (v. retro sub par. n. 48).

°    Ai sensi dell’art. 275 c.p.c., applicabile anche al giudizio di appello (art. 369 c.p.c.), l’udienza di discussione davanti al tribunale in composizione collegiale è tuttora un ‘diritto’ della parte che la richieda, essendo esclusa qualunque valutazione discrezionale in capo al giudice adito.  Perciò non sembra facilmente coerente  che quel che davanti al Giudice di merito costituisce tuttora un diritto, sia ridotto a mera (non garantita) sollecitazione davanti alla Suprema Corte  (ultima chance impugnatoria), che può respingerla anche richiamando soltanto una non meglio precisata opportunità (v,. infra sub n. 52).  D’altronde il fatto che le parti non abbiano inteso esercitare prima tale diritto, non significa di certo che esse non abbiano interesse all’udienza pubblica davanti alla Suprema Corte.

V.B.2.d. VALUTAZIONI GENERALI

50  La riforma ha duplicato il rito camerale:

°    la prima variante (art. 380 bisp.c.), riservata ai casi in cui sia ravvisabile dalla Sesta Sezione un’evidenza decisoria (processuale o sostanziale[81]), presuppone una limitatissima disclosure (il decreto presidenziale deve soltanto indicare se sia stata ravvisata alternativamente una delle (non concorrenti) ipotesi che legittimano il rito stesso  (inammissibilità, manifesta infondatezza o manifesta fondatezza del ricorso),   si svolge nella prescritta  assenza del Pubblico Ministero e delle parti (queste ultime soltanto legittimate a presentare memorie)  e si conclude con ordinanza;  a meno che, escluse le predette ipotesi, sia necessario[82] rimettere le parti davanti alla Sezione ordinaria, affinché proceda  in pubblica udienza;

°    la seconda variante (art. 380 bis.1 c.p.c.), riservata ai casi in cui non emerga la predetta evidenza decisoria e destinata a  sostituire (come ‘regola’ generale) il rito pubblico, è priva di qualunque ‘opinamento’ (o disclosure come di qualunque appendice orale;   consente al Pubblico Ministero ed alle parti soltanto di depositare, rispettivamente,  conclusioni e memorie scritte; e si conclude con la sentenza della Sezioni semplice.

51  Tale duplicazione impone alla Corte, se voglia attenersi allo schema normativo, una impervia (e perciò difficilmente motivabile) distinzione, prima logicamente,  tra fondatezza /  infondatezza del ricorso e, poi,  tra evidenza decisoria / non evidenza decisoria.  Inoltre,  poiché i termini per il deposito delle conclusioni (del P.M.) e delle memorie (delle parti) sono sfalsati  e quello previsto per il P.M.  scade prima di quello assegnato alle parti, queste ultime hanno agio di prendere cognizione  delle conclusioni del P.M., al fine di conformare le proprie difese,  mentre al P.M.  non è consentita più alcuna ulteriore reazione. Manca quindi un momento finale di simultaneo confronto,  o di concentrazione processuale (come quello non a caso previsto con l’udienza pubblica); sicché, per esempio, se in assenza dell’intimato con la memoria parte ricorrente  abbia prodotto una relata di notifica invalida ovvero abbia aggiunto un motivo ulteriore rispetto a quelli proposti con il ricorso, al P.M. non sarà consentita alcuna possibilità di contestazione.

V.B.2.e. LA ‘REGOLA’ E LE ECCEZIONI

52  Sulla scia della tendenza alla sommarizzazione e cameralizzazione del procedimento (oltre che del già accantonato progetto Rognoni, ora declinato un forma più rigorosa[83]), ed in non casuale accordo tra Cassazione e Legislatore (v,. infra sub n. 62), la riforma  è  destinata a decretare il trionfo del rito camerale, non più oralmente partecipato e orfano ormai del previo ‘opinamento’,  ancorché  tale rito  avesse rivelato la propria  impotenza (v. retro sub par. n.23).  La novella soprattutto incide sul preesistente regime, introducendo per la prima volta la seguente  regula di preminenza: “La Corte, a sezione semplice, pronuncia con ordinanza in camera di consiglio in ogni altro caso, salvo che la trattazione in pubblica udienza sia resa opportuna dalla particolare rilevanza della questione di diritto sulla quale deve pronunciare, ovvero che il ricorso sia stato rimesso dall’apposita sezione di cui all’articolo 376 in esito alla camera di consiglio che non ha definito il giudizio”. Tale disposizione rappresenta la cerniera tra rito camerale e rito pubblico, introducendo una regola (discrezionale) e due eccezioni.  La inequivocabile regula iuris  è quella per cui il rito normale davanti alla Suprema Corte è quello (non più della pubblica udienza, ma quello)  camerale,   assegnato alle Sezioni semplici (art. 380 bis.1 c.p.c.); rito soltanto scritto, restando preclusa (la presenza del Pubblico Ministero e delle parti e)  qualunque discussione orale. Tanto precisa risulta tale regula (discrezionale) quanto ambigue ed articolate né sono le eccezioni:  salvo che la trattazione in pubblica udienza sia resa opportuna dalla particolare rilevanza della questione di diritto sulla quale deve pronunciare, ovvero che il ricorso sia stato rimesso dall’apposita sezione di cui all’articolo 376 in esito alla camera di consiglio che non ha definito il giudizio.

53  Più precisamente nulla quaestio sulla seconda eccezione: Il Presidente della Sesta Sezione ha il potere di dirottare il ricorso fin da subito alla Sezione semplice (art. 376 c.p.c. novellato); la quale a sua volta ha facoltà di rimettere la decisione alla pubblica udienza della Sezione Semplice. Poiché nessun altro requisito (o controllo)  è previsto,  ne deriva che sia il Presidente della Sesta Sezione sia la Sezione semplice possono ad libitum derogare, rispettivamente,  tanto alla ‘regola’ che disciplina i rapporti tra due riti camerali,  quanto alla ‘regola’ che prevede la prevalenza del rito camerale  ex art. 380 bis.1 su quello pubblico.  Al postutto tutto ciò comporta (v. retro  sub 43) che la Corte può stabilire –  insindacabilmente e senza alcuna motivazione:  a) quale rito (pubblico o camerale,  sia ex  art.  380 bis o ex  art. 380 bis,1) applicare;  b) se il Pubblico Ministero debba  essere presente vel debba  quantomeno contraddire per iscritto; c)    quale forma di decisione adottare (ordinanza o sentenza), e quindi quale sforzo motivazionale debba  profondere.  E in verità, nelle prime applicazioni concrete,   la Suprema Corte si è limitata a ‘smistare’, senza alcuna motivazione e comprensibile od ostesa ragione, i ricorsi sia all’udienza pubblica,  sia tra la Sesta Sezione e le Sezioni Semplici.

54  Invece ampie zone d’ombra si annidano nella prima parte dell’eccezione: per derogare alla regola dell’udienza camerale,   non solo si deve trattare di un ricorso che imponga alla Sezione Semplice la pronuncia su una questione di diritto di rilevante  importanza, ma soprattutto occorre altresì  che la decisione in pubblica udienza sia ritenuta opportuna.

°    Innanzi tutto, la gestione procedurale di questa eccezione, nella sola disponibilità del P.M. e delle Parti che hanno certamente la possibilità (ma non anche il diritto) d’invocarla, non è minimamente disciplinata nel suo aspetto dinamico: davanti a chi postulare,  con quale rito e con quali rimedi. Certo, qualche tentazione di estensione analogica potrebbe sorgere a volere  considerare gli artt. 374 e 376 c.p.c., aventi per oggetto la richiesta  di trattazione del ricorso davanti alle Sezioni Unite.  È   appena il caso di segnalare, tuttavia, lo iato  che separa, sul piano del contraddittorio e dei diritti di difesa, la richiesta di assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite e la domanda intesa ad ottenere la trattazione del ricorso in pubblica udienza in deroga alla cennata regola. Nel primo caso,   il rigetto dell’istanza consentiva, prima della riforma, il pieno dispiegarsi  della Difesa orale sia in pubblica udienza (questa essendo la regola); sia nell’eccezionale  rito camerale (ai sensi del previgente art. 380 bisp.c.). Nel secondo caso invece il rigetto  dell’istanza frustra irrevocabilmente  la possibilità della difesa orale e pubblica.

°    Inoltre, anche ottenere la decisione della Sezioni Unite non è mai stato agevole: è sufficiente considerare al riguardo che la Prima Sezione della Suprema Corte ha impiegato qualche pagina della storica sentenza n. 18962 / 2016 per negare alla Procura Generale la rimessione della decisone alle Sezioni Unite,  in un tema così cruciale e delicato qual è certamente quello della stepchild adoption.  Non è facile preconizzare che possa rivelarsi più incline  la Suprema Corte ad aderire  alla istanza volta alla trattazione in pubblica udienza; e ciò a fortiori a  volere considerare la ragione più profonda per cui il Legislatore, in accordo con la Suprema Corte, ha deciso di adottare la regola (discrezionale)  dell’udienza camerale (esclusa qualunque interlocuzione orale), soppiantando in radice l’udienza pubblica:

–    è stato ritenuto che fosse necessario recuperare il tempo dianzi dedicato all’udienza pubblica (che si esaurisce in non più di due ore, per decidere circa 25-30 ricorsi) ed all’appendice orale della camera di consiglio (che si esauriva in non più di due ore, per decidere anche oltre ottanta ricorsi) al fine  di  aumentare la produttività quantitativa della Corte;

–    ma allora qualunque deroga a tale regola si porrebbe in radicale contrasto con  la predetta ratio legis;  coerentemente perciò il presupposto (non meglio precisato) dell’‘opportunità’ (previsto soltanto dall’art. 375 c.p.c. novellato, ma  non dall’art. 374 c.p.c. e neppure dal progetto Rognoni)  consente alla Corte di  rigettare ad nutum l’istanza di rimessione alla pubblica udienza;

°    è vero poi che lo stesso legislatore prevede due eccezioni (di segno opposto) alla regola di preminenza anzidetta: a) l’istanza di correzione non può mai essere assegnata all’udienza pubblica (art. 391 bis, 2° p.c.); b) invece l’istanza di revocazione, se ritenuta ammissibile in sede camerale dalla Sezione Filtro,  deve essere decisa soltanto in pubblica udienza.  Sennonché,  la preclusione di cui sub a) rappresenta una eccezione alla eccezione prevista dall’art. 375 c.p.c., rendendo inderogabile l’adozione del rito camerale; l’eccezione di cui sub b) non fa altro che statuire legislativamente la persistente centralità ed il maggior affidamento dell’udienza pubblica: come dire che, per accertare e correggere il lamentato errore della Suprema Corte (e impedire la reiterazione di altri possibili errori),  il procedimento che offre maggiori garanzie di approfondimento resta quello pubblico ed il provvedimento conclusivo non può essere altro che una sentenza. Ma se così è, se ne deduce che lo stesso Legislatore avrebbe dovuto  stabilire in dettaglio i casi in cui si abbia diritto alla discussione orale (come previsto per il giudizio di merito: v. retro sub par. n.  49.2), proprio  perché lo stima più affidabile e garantito.

55  In conclusione:

°    non risulta previsto il rito da osservare per chiedere l’assegnazione del ricorso alla pubblica udienza (a chi,  come postulare e con quali rimedi);

°    la gestione della regola della udienza camerale e delle relative eccezioni. anche a fronte di una motivata richiesta di assegnazione del ricorso alla pubblica udienza, è interamente affidata alla  Suprema Corte, che può rigettarla anche per non meglio   precisate ragioni di opportunità.

°    In definitiva il nuovo regime processuale attribuisce alla Suprema Corte il potere di decidere sia con quale rito (pubblico o, in duplice guisa, camerale) procedere; sia   con quale forma  di decisione, e quindi  con quale   paradigma motivazionale (ordinanza o sentenza), statuire; sia se e come debba partecipare il Pubblico Ministero, anche nei casi i cui  egli sia intervenuto o abbia agito in seno al giudizio di merito (v. retro sub 21).   Le attribuisce in ultima analisi il «potere di decidere come decidere», rendendo per altro  imprevedibile soprattutto per le Parti le concrete fasi del procedimento ed il suo esito in ragione dell’assoluta  discrezionalità riservata al Decidente. In questo senso la nuova disciplina si rivela un ‘non-rito’.

V.B.2.f. ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE

56  L’art. 111, 1° Cost. prevede che «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge». A seguito di un lungo processo storico (dal code Louis alla legislazione napoleonica[84]), la predetta disposizione ha consolidato il monopolio statuale della giurisdizione e della legislazione processuale, mediante una riserva di legge rinforzata, ma relativa. Non solo soltanto una fonte primaria può legiferare in tema di procedimento giudiziario, ma essa deve attenersi altresì ai principi del giusto processo, quali individuati  dalla stessa norma costituzionale. Tale riserva è poi,  per un verso  assoluta, perché il legislatore  deve direttamente disciplinare la  materia riservata, senza possibilità di delega ad altre fonti; per altro verso,  è però relativa, perché al legislatore è consentito predeterminare  le sole condizioni o componenti essenziali, rimettendo ad altra fonte  la regolamentazione di dettaglio. «Sarebbe invece costituzionalmente illegittima una legge che, ad es., lasciasse totalmente sprovvista di limiti la discrezionalità del giudice nel regolare le procedure» [85]. Il che è proprio quanto ha statuito la riforma in esame, come sopra dimostrato, ancorché essa stessa abbia ritenuto espressamente più garantista e più affidabile il rito pubblico (v. retro sub n. 54.3).

57  Secondo Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 395 del 10/01/2017, «…tanto premesso, occorre osservare che il principio di pubblicità dell’udienza — di rilevanza costituzionale in quanto, seppur non esplicitato dalla Carta Fondamentale, è connaturato ad un ordinamento democratico e previsto, tra gli altri strumenti internazionali, segnatamente dall’art. 6 CEDU — non riveste carattere assoluto e può essere derogato in presenza di “particolari ragioni giustificative”, ove “obiettive e razionali” (Corte costi., sent. n. 80 del 2011); che una siffatta deroga – anche alla luce dei principi espressi dalla giurisprudenza della Corte EDU (tra le tante e più di recente, sentenza 21 giugno 2016, Tato Marinho c. Portogallo), seguiti da un costante orientamento di questa Corte (tra le altre, Cass., 18 luglio 2008, n. 19947; Cass., 16 marzo 2012, n. 4268; Cass., 9 ottobre 2015, n. 20282; Cass., 5 maggio 2016, n. 9041) – è consentita in ragione della conformazione complessiva del procedimento, là dove, a fronte della pubblicità del giudizio assicurata in prima o seconda istanza, una tale esigenza non si manifesti comunque più necessaria per la struttura e funzione dell’ulteriore istanza, il cui rito sia volto, eminentemente, a risolvere questioni di diritto o comunque non “di fatto”, tramite una trattazione rapida dell’affare, non rivestente peculiare complessità»[86].

58  Dunque la stessa Corte ha ritenuto, in conformità alle fonti costituzionali  e sovranazionali,  che l’esclusione del rito pubblico è soltanto una deroga alla regola dell’udienza pubblica, la cui perfezione simbolica e procedurale è stata ampiamente tratteggiata a suo tempo (v. retro sub n. 15),   mentre  la riforma in esame elegge invece a regola generale proprio l’esclusione  del rito pubblico, affidando per altro la gestione dell’eccezione all’arbitrio della stessa Corte.  Per ‘comprendere’ meglio l’impatto della riforma sarà sufficiente provare ad immaginare che, anche nel rito penale, l’ammissione al rito pubblico sia affidata alla valutazione pienamente discrezionale della Corte:   diversi i settori, in realtà in termini prettamente processuali la problematica è uguale e provoca lo stesso smarrimento.

59  Sono per altro numerosi i casi in cui le parti per legge non abbiano fruito, nei giudizi di merito, della discussione orale e che pertanto, alla stregua del ricordato orientamento della Suprema Corte, dovrebbero essere ammessi al rito pubblico di cassazione: basti pensare a tutti i casi di procedimento camerale e sommario (quest’ultimo elevato a modello e regolati dall’art. dall’art. 3 del D. lgs. n. 150 del 2011). Sennonché anche in questi casi è rimessa all’arbitrio della Suprema Corte la decisione sulla domanda volta ad accedere al rito pubblico.

60  Avvalendosi del «potere di decidere come decidere». incostituzionalmente conferitogli dal non-rito in esame, la Suprema Corte ha inteso ‘blindarlo’ con due «protocolli d’intesa», ‘stipulati’, rispettivamente il 17.11.2016 ed il 15.12.2016: il primo con la Procura Generale; il secondo sia con il C.N.F. sia con l’Avvocatura Generale dello Stato.

°    Quanto al primo è appena il caso di segnalare che difficilmente la Procura Generale può essere considerata ‘parte’ aliena (o addirittura «controparte negoziale») rispetto alla stessa Cassazione, perché essa coopera direttamente e istituzionalmente alla funzione di legittimità della Suprema Corte[87], sicché in definitiva, requirenti e giudicanti sono accomunati proprio dalla funzione che cooperano a svolgere, rappresentando la trama e l’ordito del medesimo ‘tessuto’ (di legittimità e nomofilattico)[88]; né sarà inutile rimarcare che proprio in coerenza  con tale cooperazione anche agli uffici quanto meno direttivi  della Procura, al pari di quelli della Suprema Corte,  è stata accordata la proroga del pensionamento, siccome ritenuti essenziali  per l’attuazione della riforma qui al vaglio (v. infra sub 62).  Inoltre, al punto 6 del medesimo protocollo, viene sancito che la Corte non  deve trasmettere alla Procura i ruoli delle cause trattate dalla Sesta Sezione, così confermando l’anomala esclusione del Pubblico Ministero   anche nella cause in cui nel giudizio di merito il Pubblico Ministero fosse stato attore o interveniente (v. retro sub par. n. 21).

°    Il secondo protocollo (quello stipulato con le Avvocature) prevede:

–    al punto 2, il sollecito deposito della relata di notifica del ricorso: previsione benemerita,   che tuttavia non ha alcun supporto normativo e che di certo esorbita dall’orbita precettiva della riforma in esame;

–    al punto n. 5, mira a dare maggiore valore informativo alla ‘proposta’ prevista dal novellato art. 380 bisp.c., così ponendosi in testuale contrasto  con tale disposizione[89].

°    Escluso che possano avere un qualunque valore negoziale o precettivo, bandito dall’art. 111, 1° Cost. per le ragioni già esposte, entrambi i protocolli valgono soltanto come espressione di «moral suasion», per quanto assai autorevole.

61  Una finale considerazione: si è sopra escluso che la panacea fosse da rinvenire nella frenesia statistica (v. retro sub n. 7) e si altresì chiarito che la Sezione filtro ed il rito camerale si sono  dimostrati strutturalmente incapaci di accelerare la risposta della Suprema Corte (per le ragioni esposte  retro sub par. n. 23); è ragionevole allora temere che il «potere di decidere come decidere», incostituzionalmente conferitole dal Legislatore, possa indurre la Suprema Corte a preferire la celeritas anche in danno della iustitia,  e così contribuire a conseguire l’obiettivo politico perseguito dal Legislatore: la riduzione a qualunque costo  del numero dei ricorsi pendenti.

V.B.2.g. L’«ENTENTE CORDIALE» TRA LEGISLATORE E CORTE DI  CASSAZIONE

62  L’ultima notazione consente di dis-velare il “peccato originale” della riforma in esame. Quando fu pubblicato il D.L.  197 del 2016, che prevedeva la proroga dei termini per il pensionamento soltanto per gli uffici (quanto meno) direttivi della Suprema Corte e della Procura Generale, fu notato che, per giustificare l’ulteriore settoriale eccezione alle regole dianzi fissate, il testo normativo esprimeva   la necessità di assicurare la continuità funzionale dei predetti magistrati, siccome impegnati nell’attuazione della riforma del rito cassatorio[90];  di cui tuttavia non si trovava  traccia  alcuna in seno al medesimo testo normativo. L’arcano fu dis-velato soltanto con l’approvazione della legge di conversione del D.L.  stesso, che approvò infatti il testo della predetta riforma, evidentemente in pectore già al momento dell’approvazione del D.L. Doverosamente combinando i due testi normativi,  è dunque evidente il collegamento,  (quanto meno) cronologico e funzionale,  tra l’eccezionale proroga nel servizio (soltanto) di taluni Magistrati della Cassazione nonché della Procura  Generale (Magistrati il cui valore professionale è unanimemente riconosciuto), da una parte,  e l’attuazione della riforma qui al vaglio, dall’altra. Dunque,  tale attuazione non è stata conferita (come avviene per qualsiasi legge) alla Magistratura  impersonalmente considerata (quali che potessero essere  poi i Magistrati concretamente operativi), ma direttamente  a quei pochissimi e facilmente individuabili Magistrati (quanto meno) direttivi che,  proprio a questo fine sono stati eccettuati dal pensionamento anticipato (di generale applicazione). I quali, a quanto sembra,  hanno espresso piena adesione alla riforma stessa e stanno ora adoperandosi per la sua realizzazione, prima della data del 31 dicembre  2017,  in cui taluni di essi avranno ‘consumato’ anche la ricordata proroga (a meno che non siano emesse ulteriori personali proroghe); una vera e propria  mission impossible.

63  L’inedita  «entente cordiale» tra prorogati Dirigenti della Suprema Corte e Legislatore si presta alle seguenti considerazioni critiche:

°          proprio perché tutti i Magistrati sono tenuti tout court all’osservanza della legge (art. 101 Cost.), per un verso, la loro interlocuzione con i conditores, i soli politicamente responsabili dell’attività normativa (art. 1 Cost.),  non poteva  che essere tanto impersonale quanto oggettivamente teorica e limitata[91];   e, per altro verso, in ossequio al principio della separazione dei poteri, il Legislatore non poteva personalizzare l’applicazione giudiziale dei precetti normativi, a tal punto da scegliere (pressoché) nominatim i magistrati addetti alla gestione di una determinata riforma;

°          d’altronde, dato che i magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni (art. 107, 3° Cost.), anche da questo punto di vista al Legislatore  (cui compete disciplinare, ovviamente   soltanto in via generale,   l’ordinamento  giudiziario:   108, 1° Cost.),  era costituzionalmente preclusa  qualunque selezione volta  a individuare le persone dei Magistrati che avrebbero operativamente attivato e gestito  la disposta riforma;  e – d’altronde – per quale ragione altri Magistrati non avrebbero potuto attendere alla gestione della riforma?

°          per conseguire l’obiettivo di limitare la durata dei processi in Cassazione (senza pregiudicare la qualità del servizio), spettava al Legislatore aumentare le risorse a disposizione del sistema giudiziario e (se del caso) disporre responsabilmente le riforme più adeguate (tra cui, eventualmente, la modifica dell’art. 111, 7°  ); invece  esso,  assegnando ai Dirigenti prorogati della Suprema Corte il «potere di decidere come decidere», ha di fatto traslato sugli stessi la connessa responsabilità, impegnandoli ad accelerare comunque la definizione dei ricorsi in cassazione;con la riforma del 2012 (v. retro sub n. 49.1) il legislatore impartì al Giudice di secondo grado la seguente ‘disposizione’: nei limiti delle tue scarne possibilità compromesse dall’enorme carico di lavoro (che non riesci incolpevolmente ad evadere) «fai quel che puoi» per selezionare i nuovi appelli, in modo tale da ‘liquidare’ rapidamente quelli che ti sembrano ragionevolmente (a colpo d’occhio)  destinati al probabile insuccesso; parimenti con l’ultima disciplina il legislatore consente alla Suprema Corte, e precisamente ai Dirigenti  all’uopo eccettuati dal generale esodo,  di gestire il rito cassatorio nel modo più funzionale alla riduzione tout court della pendenza:  in entrambi  i casi con grande tristezza si constata, con  la violazione nidificata delle menzionate  disposizioni della Costituzione, sia la diserzione del legislatore  dalle proprie responsabilità,  sia la traslazione  di tali responsabilità in capo agli incolpevoli  Giudici.

[1] La predetta affermazione, a volerne approfondire il senso, si regge anche dal punto di vista giuridico: la verità non solo è nascosta, ma a volte è ad arte nascosta da chi dunque, dal proprio punto di vista e con una singolare inversione concettuale, ritiene l’altrui disvelamento addirittura un rapimento.

[2] M. STOPPINO, voce Potere, in N. BOBBIO, N. MATTEUCCI, G. PASQUINO, Dizionario di politica, vol. III, 2006, pag. 108.

[3] In ogni caso vale sempre, anche per il giurista,  la Regola pastorale di Gregorio Magno, divenuta il motto episcopale del Cardinale  Martini: «Pro veritate adversa diligere et prospera formidando declinare» (Per la Verità amare le avversità ed essere cauti e guardinghi di fronte al successo).

[4]        Lo scopo nel diritto, 1887, trad. it. Torino, 1972, pag. 6.

[5]        Ragioniamo (Calculemus, avrebbe detto Leibniz): da oltre un decennio a stento l’output annuale (decisioni emesse) copre  l’input annuale (ricorsi depositati), oscillante  da 25.000 a 30.000 ricorsi;  restando perciò quasi costante l’enorme  pregresso inevaso di oltre 105.000 ricorsi, che costituisce il debito, ovvero il ‘passivo’,  giudiziario del sistema.

Nei confronti statistici deve rammentarsi che, fino ad una certa data (ottobre 2008,  cui risale l’innovativo  provvedimento interno del Primo Presidente della Suprema Corte), ai  ricorsi principali ed incidentali avverso la medesima sentenza impugnata veniva assegnato un autonomo numero di ruolo generale; successivamente  invece ad essi, se proposti avverso la medesima sentenza di merito, è stato  assegnato il medesimo numero.  Perciò, a meno che  nella attuale rilevazione statistica si sia tenuto conto di tale diversità di calcolo, la somma dei ricorsi calcolata con il remoto metodo singolare è necessariamente superiore alla somma dei ricorsi calcolati con l’attuale metodo collettivo;  sicché l’attuale indicazione del totale dei ricorsi è di per sé inferiore a quella calcolata alla stregua del precedente sistema.

[6] Giacché altrimenti l’unica alternativa sarebbe  l’uso della forza.

[7] Sia consentito rinviare a R. RUSSO, Apologo del nosocomio. Celeritas e Iustitia al vaglio dell’Adunanza Generale della S.C., pubblicato nel  2015 sul sito judicium.it, diretto dal Prof. Bruno Sassani.

[8] «Il che significa  che, per un improbabile (anzi, assai dubbio) risparmio temporale, la Cassazione ha ritenuto di poter sacrificare (o, quantomeno, di considerare irrilevante) il contraddittorio tra le parti. In breve: il demone dei numeri e la frenesia dello smaltimento contagiano in maniera massiccia. E questo, per la giurisdizione, non è un buon auspicio per l’anno che inizia.»:  intervento a stampa del Procuratore Generale presso la Suprema Corte  per l’inaugurazione annuale, 28 gennaio 2016, pag. 16.

«I dati statistici, aggiornati al 31 dicembre 2015, segnano l’insuccesso di una strategia mirata alla deflazione delle pendenze e del pesante arretrato mediante il mero aumento della produttività, fino al limite dell’esaurimento delle energie dei magistrati e del personale»: Relazione  a stampa del Presidente della Suprema Corte per l’inaugurazione per l’inaugurazione annuale, 28 gennaio 2016, pag. 25; l’enfasi tipografica si rinviene nell’originale.

[9] Da ultimo prorogato con D.L. 31 agosto 2016 n. 168, convertito con modificazioni dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197. Sul tema sia consentito  rinviare a  R. RUSSO,   La separazione delle carriere. Poscia, più che il legislatore potè il C.S.M. (28.10.2016) in Judicium.it.

[10] Intervento del Procuratore Generale alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario, 23 gennaio 2015, pag. 81:   «Senza contestare la scelta di abolire le norme che consentivano di ritardare fino a 75 anni di età il collocamento a riposo dei magistrati, la disciplina in discorso rischia  di produrre nel breve termine, con le scoperture anzidette, serie ripercussioni sulla funzionalità degli uffici di legittimità e, dunque, sulla funzione nomofilattica e di uniformità degli indirizzi della giurisprudenza, oltre che sulla stessa operatività del Consiglio superiore della magistratura, chiamato a colmare in un anno – con la attuale struttura e con le stesse risorse di oggi – circa 400 posti, tra uffici direttivi e semidirettivi. In questo scenario, si ritiene auspicabile una modifica della disciplina sul piano temporale, tale da permettere un più opportuno scaglionamento del collocamento a riposo dei magistrati ultrasettantenni.».

[11] Dispnea ampiamente dimostrato sia dall’auspicato aumento degli organici (già ottenuto dalla Suprema Corte e vigorosamente da ultimo postulato anche dalla Procura Generale); sia dall’aumento   statisticamente accertato delle revocazioni accolte;  sia dall’aumento dei tempi di deposito delle sentenze della Suprema Corte, che a volte superano   perfino  l’anno. Del  che si dà qui atto soltanto per sottolineare a quali storture induce la frenesia statistica perfino in Magistrati, quali sono quelli addetti al servizio civile della Suprema Corte, da tutti apprezzati per eccezionale diligenza e competenza.

D’altronde nelle cerimonie inaugurali del corrente anno i Presidenti delle Corti di merito  hanno documentato i vuoti nell’organico dei magistrati (aggravati  da ultimo dall’inopinata riforma del 2014) e dei collaboratori amministrativi.

[12] Non sembri  irriguardoso  richiamare le avventure del Barone di Münchhausen: «Un altro giorno volli saltare attraverso una palude che, a prima vista, non mi era parsa larga come di fatto la trovai quando mi vidi proprio in mezzo ad essa. Allora tornai al punto di partenza, lanciai di nuovo il cavallo al salto, ma presi ancora lo slancio troppo breve, tanto che caddi vicino alla riva opposta, tuffato fino al collo nel fango. E sarei perito senza fallo se, con la forza del braccio, presa la coda della mia capigliatura e sollevatala con energia, non avessi tratto su me e il cavallo, che strinsi forte tra le ginocchia, di mezzo a quel pantano». (RASPE, BÜRGER, Le avventure del Barone di Münchhausen).

[13] Relazione del Presidente cit.,  pag. 31 e segg.; l’enfasi tipografica si legge nell’originale.

[14] «Legum omnes servi sumus ut liberi esse possimus»: M.T. CICERONE, Pro Aulo Cluentio Habito, 66 a.c.

Altrimenti ha ragione L. Tolstoj quando descrive da par suo  il sistema giudiziario russo: ≪E poi quanti e quali strenui sforzi costa questa finzione, – continuava a pensare Necljudov, osservando quella sala enorme, quei ritratti, le lampada, le poltrone, le uniformi, quei muri spessi, le finestre, ricordando tutta la mole di quell’edificio e la mole ancor maggiore dell’istituzione stessa, tutto l’esercito di funzionari, scrivani, custodi, fattorini, non solo li, ma in tutta la Russia, che ricevevano uno stipendio per quella commedia che non serviva a nessuno≫: L. TOLSTOJ, Resurrezione, in Id., Romanzi, vol. II, Milano, 2005, pp. 1069 ss.

[15] Dei diritti e delle garanzie,  Bologna, 2013.

[16] Sono facilmente reperibili evidenze idonee a dimostrare che lo stesso legislatore preferisce, in casi soggettivamente particolari, ‘disapplicare’ o violare le proprie leggi,  invece di modificarle o abrogarle (se del caso).  Ben vero,   il D. lgs. 31 dicembre 2012, n. 235 (passato indenne alla valutazione della Corte Costituzionale: sent. n. 236  del 2015) prevede che la condanna irrevocabile di un parlamentare per taluni reati ne comporta l’incandidabilità e,  se essa sopraggiunga nel corso del mandato, il ramo del Parlamento cui egli appartenga deve disporla (come è avvenuto già in passato) ai sensi dell’art. 66 Cost., dopo averne (soltanto) accertato i presupposti. Ma anno domini 2017,  17 marzo,  in un caso il Senato,  approvando l’ordine del giorno proposto (anche) da due senatori  ex   magistrati, dispone di non applicare il menzionato D. lgs., sebbene ne ricorrano  tutti  presupposti;  così certificando, dal massimo scranno legislativo,  che (nel paese delle grida manzoniane) a volte «la legge non è uguale per tutti».  Il disdoro che ne deriva, anche a livello internazionale,  è ben maggiore di quello che i magistrati e i cittadini italiani  subiscono in ragione della sanzionata lentezza della giustizia civile. Ma non è tutto:  questa dolosa e patente violazione di legge sarà portata all’esame della Corte di Strasburgo,  per dimostrare l’ingiustizia del D. lgs. anzidetto, doverosamente  applicato ad altri parlamentari: davvero «il sonno della ragione  genera mostri» (Francisco Goya )! Perfino  secondo Jean  BODIN, fautore della monarchia,  il  princeps legibus solutus, deve essere rispettoso dei diritti di natura e delle leggi di Dio: Caesari cum omnia licent, propter hoc minus licet.

[17] Pag. 14 della Relazione svolta dal Primo Presidente della Suprema Corte il 24 gennaio 2014.

[18] Sarà il caso di rammentare che la tenuta di qualunque ordinamento giuridico presuppone innanzi tutto  la spontanea adesione (della maggior parte) dei cittadini alle regulae iuris. D’altra parte non meraviglia che un sistema di diffusa illegalità – qual è quello che caratterizza il nostro ordinamento  – generi un ponderoso contenzioso; che testimonia per altro – come accennato – la persistente (si direbbe,  ostinata e disperata) fiducia nell’ideale civile della Giustizia (che perciò a maggior ragione non dovrebbe restare frustrata,  se si voglia impedire la disgregazione del vincolo sociale fondamentale).

[19] La metafora aiuta la comprensione: il colera si debella soltanto se si interviene prima  che diventi endemico; altrimenti    può risultare  inarrestabile e può contagiare perfino  …infermieri e medici. Registra forse un “contagio” l’autorevole testimonianza  del Presidente  Gianfranco Ciani all’epoca Procuratore Generale presso la S.C., come tale membro di diritto del C.S.M.: «Condivido anche i suoi rilievi sul funzionamento talvolta insoddisfacente del Consiglio superiore della magistratura; la mia esperienza di componente di diritto del Consiglio mi ha insegnato che non sempre le decisioni dell’organo sono scevre, soprattutto nella scelta dei dirigenti degli uffici, da logiche di appartenenza (con singolare contrasto rispetto alle prove di alto significato offerte dallo stesso organo a presidio di principi fondamentali dell’ordinamento). Ciò, oltre a provocare ritardi nelle nomine (taluni uffici restano privi dei dirigenti anche per un anno), nuoce agli stessi prescelti che non riescono a togliersi questo marchio di «origine», pur essendo nella quasi totalità dei casi i migliori aspiranti al posto»>> (Lettera al Corriere della Sera pubblica- ta il 24 aprile 2014). Sul punto v. A. NAPPI, Quattro anni a Palazzo dei Marescialli. Idee eretiche sul Consiglio Superiore della Magistratura. Roma 2014, pag. 106.

[20] Sulle sanzioni disciplinari causate dal ritardato deposito dei provvedimenti sia consento rinviare a R. RUSSO,  Gli illeciti disciplinari dei magistrati: prevenire per non punire (24.4.2013) nonché ID., La rilevanza disciplinare della grave violazione di legge (10.3.2014), saggi entrambi pubblicati in Judicium.it.

[21] Sul punto si rinvia a R. RUSSO, Cassazione con filtro e senza filtro, priorità decisionale e maxiudienze pubbliche civili, in Giust. Civile, Fasc. nn. 11- 12 del 2013, pag. 741, . nonché a R. RUSSO, Per l’ottimizzazione della funzione nomofilattica,  In Il Giusto Processo Civile, 2009, 491.

[22] «any improper purpose, such as to harass or to cause unnecessary delay or needless increase in the cost of litigation» (Rule 11 b) 1) delle Federal Rules of Civil Procedure)

[23] La democrazia in America, in Scritti politici, Torino, 1968-69, II, pag. 640.

[24] R. BODEI,  La filosofia del novecento, Roma, 2006, pag. 201.

[25] La ‘filosofia’ del «tutto e subito», potenziata dal più sfrenato consumismo,  è incompatibile con i tempi e le ragioni della democrazia e del diritto: se la pressione fiscale sia fondatamente ritenuta eccessiva,  compete  al Legislatore emettere una nuova disciplina; invece, in ossequio alla predetta ‘filosofia’,  il contribuente si fa giustizia immediata, decidendo (e a volte proclamando) di evadere o di eludere la norma tributaria, ritenuta iugulatoria.

[26] Non si può dimenticare che, negli anni 2005 –  2006, i servizi igienici  degli uffici giudiziari, Cassazione compresa,  rimasero privi per qualche mese di toilet paper.

[27] La cronaca recente offre un esempio preclaro:  il primo luglio 2016 un giovane a bordo di  un’autovettura uccide colpevolmente una signora; il di lei marito dopo sette mesi si vendica uccidendo il giovane conducente; l’Ordinario diocesano  del luogo non si fa scrupolo di attribuire la responsabilità della vendetta  anche alla magistratura, rea di non avere sanzionato per tempo il colpevole dell’incidente stradale. Poi si viene a sapere dal Procuratore della   Repubblica competente che qualche giorno dopo la perpetrata vendetta sarebbe stata celebrata l’udienza preliminare a carico dell’investitore, e quindi appena otto mesi dopo l’incidente.  Si ha notizia che all’autore del doloso omicidio è stata inflitta il 22.3.2017, con il rito abbreviato,  la condanna   a trenta anni di reclusione; sicché, per un verso, proprio egli ha impedito  il giudizio sull’investitore, e, per altro verso, l’ordinamento  ha sanzionato celermente il vendicatore.

[28] Sia consentito rinviare a R. RUSSO, voce Processo (durata del), in Enciclopedia del diritto. Vol. XII –   Il Sole 24 Ore (commento alla c.d. Legge Pinto).

[29] Sia consentito rinviare a R. RUSSO, Cassazione con filtro e senza filtro, priorità decisionale e maxiudienza pubbliche civili, In Giust. Civile, 2013, fasc. 11-12, pag., 733,.

[30] Iustitia può così rappresentarsi: G=P+V+U, ove:

G: (Giustizia) è l’obiettivo e l’esito tendenzialmente  giustiziale del giudizio;

P: indica il rispetto per la professionalità dei Magistrati e degli Avvocati,  ma comprende anche il pieno rispetto della collegialità, del contraddittorio,  della concentrazione e della pubblicità, che si compendiano tradizionalmente nel requisito della oralità del procedimento;

V (o celeritas): indica  la velocità del processo,  e quindi la sua resa statistico- quantitativa;

U: è la variabile più importante perché rappresenta il rispetto per l’UTENTE finale del servizio giustizia, che deve potere contare sulla correttezza del rito e sull’apporto di tutti i suoi protagonisti (Magistrati, Avvocati, Pubblico Ministero), secondo i dettami della c.d. giustizia procedurale (debole): è possibile che la migliore decisione possibile non sortisca neppure dal rispetto del rito e delle competenze; ma è certo che la migliore decisione possibile non può scaturire da un rito deformato o male applicato.

Questo schema, che bilancia la Giustizia (G) con la Velocità (V), ha funzionato benissimo per tanti anni e anche gli analisti più rigorosi hanno sempre dovuto dare atto della formidabile resa quantitativa e qualitativa  della Suprema Corte!

[31] Celeritas (V) può così rappresentarsi V = G – P – Udacché:

V: (resa quantitativa e perciò velocità decisionale) diventa l’obbiettivo  principale del giudizio, perseguito  mediante la sottovalutazione o l’azzeramento delle altre  variabili; in particolare:

P:  il valore della professionalità (come sopra intesa) e dell’oralità è del tutto annacquato;

U: a questo punto l’Utente della Giustizia  non può fare più affidamento sulla regolarità del rito e sull’efficace intervento dei protagonisti del giudizio.  Eppure all’Utente della Giustizia (ma anche alla CEDU)  non interessa affatto che la Magistratura  abbia aumentato in modo sensibile la sua produttività numerica, se questo sia avvenuto (o possa avvenire) in pregiudizio della variabile (indipendente) G, e cioè della (proceduralmente e sostanzialmente) corretta decisione del singolo caso che lo riguarda!

[32] Sia consentito rinviare a R. RUSSO,  Appunti sulla struttura logico-formale della motivazione, In Hwww.judicium.it.

[33] P. RICOEUR, Parole et symbole, in J. E. MENARD (a cura
di),  Le symbole, Université des sciences humaines de Strasbourg, 1975, p. 155, ri-
chiamato da A. GARAPON,  Del giudicareSaggio sul rituale giudiziario., Milano,
2001, p. 8.

[34] L’espressione (basata sull’immaginifica assonanza con i ‘viadotti’ o i ‘condotti’),   creata da N. IRTI (in N. IRTI – E. SEVERINO, Dialogo su diritto e tecnica, Roma – Bari, p. 45),  è qui adoperata in modo parzialmente diverso dal significato assegnatole dal suo ideatore.

[35] Così F. FRANKFURTER, Giudice della Suprema Corte statunitense, nella decisione sul caso McNabb v. United States  318 U.S. 332 (1943).

[36] G. MORENO, Competenza (regolamento di), in E.d.D., vol. VIII, Milano, 1961, p. 82 ss.

[37] Ne offre articolata notizia S. SONELLI, L’accesso alla Corte Suprema e l’ambito del suo sindacato, Torino, 2001, p. 147 ss.  

[38] V. infra sub par. n.23

[39] Cfr. THERY, La riforma della corte di cassazione francese, in Riv. Dir. proc., 1979,, p. 647; altre citazioni in F. MAZZARELLA, Analisi del giudizio civile di cassazione, Padova, 2003, p. 195 ss., testo e nota n. 40.

[40] Così A. PANZAROLA, La Cassazione civile giudice del merito, Vol. I, Torino, 2005, p. 102.

[41] M. PESCATORE, Filosofia e dottrine giuridiche, Torino, 1874, vol. I, p. 452; altre citazioni in A. PANZAROLA, loc. cit., p. 105, nota 352.

[42] Lo dimostra positivamente l’art. 379 c.p.c., nella parte in cui prevede che, qualora non si siano costituiti  i Difensori all’inizio dell’udienza, la relazione d’apertura si estenda, in sintesi,  anche ai motivi  del ricorso e del controricorso.

[43] É a questa funzione di comunicazione verbale che si collega l’origine, da riscoprire nella prassi anteriore alla Rivoluzione Francese, della distinzione  tra Procureur général e Avocats Généraux (i nostri Sostituti, altra cosa essendo ancora oggi i Premiers Avocats Généraux, assimilabili invece ai nostri Avvocati Generali della Repubblica presso la Suprema Corte); distinzione che viene ricondotta alla differenza tra ‘plume’  (è il Procureur général a firmare di regola le requisitorie) e ‘parole’ (sono gli Avocats Généraux a svolgere oralmente  in udienza la requisitoria) da F. CORDERO, Procedura Penale, Milano, 2006, p. 210 ss..  La ricchezza culturale di tali esperienze storiche resta testimoniata dal fatto che il parquet, in origine lo spazio vuoto (parquet è sostantivo diminutivo di parc) tra i banchi in cui siedono i giudici e avvocati, indica la collocazione logistica riservata ai fedeli del re («Gens du roi», cioè «tous les officiers du roi soit de judicature, de finance ou même  d’épée»)  allorché prendono la parola in udienza, finendo poi per indicare (ancor oggi in Francia)  l’intera magistratura requirente (Parquet général,  quello presso la Cour de Cassation): cfr., oltre a F. CORDERO, loc. cit., p. 200, anche  A. GARAPON, Del giudicare. Saggio sul rituale giudiziario., Milano, 2001, p. 11 (testo e nota n. 12).

[44] L’accorta modulazione del contraddittorio consente all’intimato di aggiungere a quella orale (svolta nell’immancabile udienza) la difesa scritta mediante la memoria ex  art. 378 c.p.c. (che allora deve essere preceduta dalla notifica del controricorso). Ma è soltanto una delle possibilità strategiche a sua disposizione, potendo l’intimato riservare l’argomentazione o (se rilevabile d’ufficio) l’eccezione  fulminante alla fase orale, in cui prende la parola dopo parte ricorrente (che promuovendo l’impugnazione se n’è assunta la primaria responsabilità). Ma entrambe le parti devono tenere conto del fatto che alle rispettive arringhe segue  la requisitoria orale del Pubblico Ministero; il quale,  d’altra parte,  non può dimenticare che l’ultima mossa (scritta) spetta comunque alle parti (facultate a depositare «fogli di lume»).

Come è agevole osservare, un siffatto modulo  procedimentale   consente a ciascuna delle parti non solo di interloquire (anche oralmente)  con il collegio decidente in ordine alle questioni proposte con il ricorso, ma anche  di tenere conto delle argomentazioni e delle conclusioni svolte dalle altre parti e dal Pubblico Ministero.

[45] L’udienza pubblica davanti alla Suprema Corte (civile e penale) assicura la c.d. pubblicità immediata, che si realizza quando  soggetti estranei al processo possono liberamente presenziare ed assistere direttamente all’udienza; così distinguendosi dalla pubblicità mediata, che si attua attraverso la possibilità  di pubblicare e di  divulgare gli atti del dibattimento, per mezzo della stampa o di altro mezzo di diffusione (così P. TONINI, Manuale di procedura penale, Milano, 2006, p. 528).

[46] «È impossibile  immaginare un’udienza senza pubblico,anche se, alla fine, i banchi appariranno vuoti: in effetti è come se il rituale attirasse  a sé, prima ancora che un pubblico accidentale, il popolo. Se l’officiante è il vettore per il cui tramite simboli e credenze vengono trasmessi al popolo, l’unico soggetto in grado di certificare la credibilità dell’azione del primo, e a conferirgli vita, è pur sempre e solo il popolo»: così A. GARAPON, loc. cit., p. 98.

[47] Predatore bello e spietato ma che, secondo una  remota leggenda, preferì la morte ad una pelliccia non più immacolata, diventando simbolo di incrollabile onore,  come rammenta A. GARAPON, loc. cit., p. 57.

[48] Tale l’entusiasta valutazione di E. Fazzalari, Il processo ordinario di cognizione, vol.  II Impugnazioni, Torino, 1990, p. 233, che addebita alle «rilassatezze della pratica» l’uso di assemblare i ricorsi nella medesima udienza ricorsi affini, così restringendo «oltre misura lo spazio legittimamente e istituzionalmente riservando alla discussione».

[49] «Innovazione felice, se non si abusa dell’istituto» è dato leggere in P. Calamandrei e C. Furno, Cassazione civile, Nss. D.I., vol. II, Torino, p. 1088.

[50] V. par. n. 15, testo e nota n. 36.

[51] Per ricostruire correttamente il sistema codicistico, é necessario tenere conto dell’art. 137 att. c.p.c., alla cui stregua il Cancelliere trasmette subito al Pubblico Ministero una delle tre copie degli atti (ricorso, o controricorso, e sentenza o decisione impugnata)  che devono essere depositati a pena di improcedibilità ex  art. 369 c.p.c.

[52] Tiene a rimarcarlo P. D’ONOFRIO, Commento al codice di procedura civile, vol.   I,  Torino, 1957, p. 658: «La funzione istruttoria, o di preparazione all’udienza di decisione, ………si riduce di molto davanti alla corte di Cassazione………. Essa consiste essenzialmente in un esame preliminare del ricorso compiuto dal P.M. e dal primo presidente, coadiuvato dall’ufficio speciale del ruolo (Massimario)…»; d’altronde di tale compartecipazione nell’esame preliminare dei ricorsi  si rinvia ampia prova nella stessa dizione dell’art. 138 att. c.p.c.. Era il tempo – appare opportuno soggiungere nella medesima direzione –  in cui la Suprema Corte, quale che fosse il rito,  (a seguito della discussione in pubblica udienza) deliberava la sentenza in camera di consiglio con l’assistenza del Pubblico Ministero, come previsto dall’art. 380 c.p.c. nel testo originario, dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 2 del 1974 (nella parte in cui consente l’assistenza del procuratore generale della Corte di cassazione alla deliberazione in camera di consiglio delle decisioni sui ricorsi in cui lo stesso procuratore generale è attivamente o passivamente legittimato come parte) e sul punto  abrogato (mediante sostituzione dell’art. 380, comma 1, c.p.c.) dall’art. 4 della l. 8 agosto 1977, n. 532.

[53] É doveroso osservare che neppure il progetto Rognoni assegnava al Presidente chiamato a decidere sull’assegnazione del ricorso alla pubblica udienza il potere di valutarne anche l’opportunità, come invece disposto  dal vigente art. 375 c.p.c.  (v. infra sub par. n. 39).

[54] In questi testuali termini ne riferisce G. SCARSELLI, in La cameralizzazione del giudizio in cassazione di cui al nuovo d.l. 31 agosto 2016 n. 168,  sul sito web di Questione Giustizia, 2 Novembre 2016.

[55] In questi testuali termini ne riferisce S.  SONELLI,   L’accesso alla Corte Suprema e l’ambito del suo sindacato, Torino, 2000, pag. 229.

La Risoluzione del C.S.M. (redatta dal cons. Giuseppe Borrè), che si avvalse  del contributo di un apposito gruppo di esperti, così si espresse sul punto: «Infatti il modello  camerale (la cui decisa prevalenza svuota tra l’altro un miglioramento introdotto dal nuovo testo dell’art. 379 nella discussione in udienza pubblica: precedenza delle conclusioni orali motivate del pubblico ministero  rispetto alle difese orali delle parti da svolgersi sulle questioni indicate dal presidente), mentre toglie molto in termini di immagine e anche di valori sostanziali (la discussione pubblica  è sempre un momento di «democrazia processuale», accorcia invece in misura irrilevante i tempi di lavoro della corte, costituendo addirittura un aggravio per la procura generale, che nel rito camerale dovrebbe sempre concludere per iscritto. La verità è che il procedimento di legittimità è già tanto ridotto all’essenziale secondo le norme vigenti da rendere illusorio il tentativo di operare sulla su sa struttura al fine di migliorarne la resa in termini di durata temporale»: così in Documenti Giustizia (pubblicazione del Ministero di Grazia e Giustizia), 1998, n. 10, p. 414.

[56] Il testo della proposta si legge in Quaderni del Consiglio Superiore della Magistratura, 1989, n. 23, p. 24, nota 5; ed ivi (v. p. 15 ss.)  anche la relazione di A. BRANCACCIO, Profili organizzativi della Corte di Cassazione.

[57] Tale la spiegazione proposta da C. CONSOLO, La riforma del processo civile. Commentario, Milano, p. 566, condivisa da A. BONAIUTO, Pronunzia in camera di consiglio. Fissazione dell’udienza e dell’adunanza incamera di consiglio, in Le modifiche al giudizio civile, Giust. Civ., 1992, II, p. 34. Val la pena di ricordare che, premesso che   anche presso la Corte Costituzionale la trattazione del giudizio si svolge di regola in pubblica udienza (salve le eccezioni generali previste dall’art. 15 della L. 11 marzo 1953, n. 87), il suo presidente può convocare la corte direttamente in camera di consiglio in due ipotesi, e cioè sia allorché nessuna delle parti si sia costituita (nel quale caso la corte decide con sentenza),sia quando l’eccezione di incostituzionalità appaia manifestamente infondata (nel qual caso la corte decide con ordinanza (artt. 26 e 29 della l. cit.).

[58] F. MIANI CANEVARI, in La cassazione civile, Torino, 1998vol. I, p. 649 e C. CONSOLO, loc. cit., p. 566.

[59] Critica contrastata dagli Autori della c.d. bozza, che negavano l’allegato deficit di difesa, opponendo che anche il regolamento di competenza si svolge  in camera di consiglio; cfr. L. F. DI NANNI, La decisione in camera di consiglio, in G. IANNIRUBERTO  e U. MORCAVALLO (a cura di), Il Nuovo Giudizio di cassazione, Milano,  2007, p. 346, nota n. 11.

[60] Cfr. S. SONELLI, loc. cit., p. 230 ss..

[61] Il fallimento dei due illustri (e autorevolissimi) tentativi di riforma legislativa fu assecondato da una parte della Dottrina; così si espresse infatti C. CONSOLO, loc. cit., p. 568 con riferimento alla c.d. bozza: «……un in tal guisa novellato art. 375 avrebbe rappresentato un magro e temibile frutto dell’arioso ed approfondito dibattito svoltosi in questi anni onde valutare come donare di nuovo, pur nell’ombra dell’art. 111, comma 2, Cost., al ruolo della Cassazione civile una accettabile funzionalità pratica ed una rinnovata efficienza nomofilattica, in prospettiva dunque non nudamente endoprocessuale e di garanzia solo individuale, ossia per le parti del singolo giudizio.».

[62] Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014.

[63] Pubblicato in pari data sulla G.U.,  entrato in vigore il 22 giugno 2013 e convertito per gli articoli sopra ricordati, con una sola modificazione,  con Legge 9 agosto 2013, n. 98, pubblicata sulla G.U. n. 194 del 20-8-2013, S.O. n. 63, entrata in vigore  il 21 agosto 2013. Vengono qui condensate le conclusioni esposte più ampiamente da R. RUSSO, Il P.M. presso la S.C civile! Chi era  costui? Appunti sugli artt. 75 e 81 del D.L.  n. 69 del 2013, pubblicato il 23.8.2013 sul sito judicium.it.

[64] In realtà non v’è alternativa reale per i regolamenti di giurisdizione, siccome di competenza delle Sezioni Unite  (in forza degli artt. 360 n. 1, 374 e 376, 1° c.p.c.), sicché essi sono invariabilmente trattati con il rito di cui all’art. 380 ter c.p.c.

[65] A tal punto che taluno asseriva, non senza qualche ragione, che il rito camerale ex  art. 380 bis c.p.c. garantiva le parti più di quanto non avvenisse con il rito pubblico. Donde la tentazione della Suprema Corte, talora tradotta in concreto, di utilizzare   il rito pubblico anche nei casi in cui sarebbe stato più ortodosso il rito camerale, al fine di  evitare i suoi correlativi e più gravosi adempimenti processuali. Anche su tale orientamento si rinvia a R. RUSSO, Nel ‘pronome’ della legge! Ancora sull’intervento del P.M. presso la S.C. Civile, pubblicato il 14.7.2014 sul sito Judicium.it.

[66] «Secondo lo schema sillogistico lo ius constitutionis attiene alla premessa maggiore (ma non a tutta la premessa maggiore: non ne fa parte, infatti, l’applicazione del diritto);  invece lo ius litigatoris attiene per una parte alla premessa maggiore (cioè per la parte concernente l’applicazione della legge al caso concreto) e per parte alla premessa minore (e cioè alla ricostruzione del fatto a seguito della valutazione delle prove»: F. M . IACOVIELLO, Giudizio di cassazione, in Trattato di procedura penale, Vol. V,  Impugnazioni, Milano, 2009, pag. 637, nota n. 1.   

[67] Per esempio, proposta querela di falso in via principale,  è tenuto ad intervenire (ai sensi dell’art. 221, 3° c.p.c.) il Procuratore della Repubblica, il quale ne chiede l’accoglimento. Il Tribunale accoglie la domanda con sentenza annullata in appello, nonostante il contrario avviso del Procuratore Generale. Se il soccombente attore  proponga ricorso per cassazione e la Suprema Corte ritenga di adottare il rito camerale ex  art. 380 bis c.p.c. (delibando, in ipotesi,  la manifesta infondatezza dell’impugnazione), alla stregua della riforma in commento il Pubblico Ministero di legittimità non potrà più presidiare il «pubblico interesse» alla ‘demolizione’ (dell’efficacia probatoria) dell’atto pubblico impugnato di falso, perché (a differenza delle parti) non ha più ius  ad loquendum  Ma, così stando le cose,  a che serve l’intervento del Pubblico Ministero di merito se,   per ‘estromettere’ dal giudizio il Pubblico Ministero,   è sufficiente che il ricorso per cassazione (proposto dall’attore che invochi, al pari del  Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, l’accoglimento della querela) sia trattato con il rito camerale? Non è proprio questa  l’ultima e decisiva sede in cui eventualmente (prospettare e) far valere le ragioni impersonate dal Pubblico Ministero e contestare la provvisoria delibazione del relatore della Sesta Sezione?

[68] Da atti ufficiali emerge che all’epoca del D.L.  citato:   «L’organico della Procura era di sessantacinque sostituti; attualmente ne sono in servizio quarantotto…………. La scopertura   dell’organico è, quindi, del 26,2%………» (dichiarazione resa dal P.G. presso la Suprema Corte davanti al Consiglio Superiore della Magistratura in data 5.6.2013). È appena il caso di aggiungere che soltanto la metà circa dei sostituti in servizio è addetto al servizio civile e che molti di essi sono anche gravati del delicatissimo servizio disciplinare.

[69] La persistente centralità dell’udienza pubblica è dimostrata una volta  per tutte dal rito della revocazione (art. 391 bis, 4° c.p.c.): esso  è camerale se il ricorso si riveli inammissibile (soprattutto perché, come spesso è dato registrare, non viene prospettato un errore di fatto); ma se il ricorso per revocazione risulti ammissibile, esso non può essere definito, neppure se au fond manifestamente fondato o infondato,  con il rito camerale: come dire che, per accertare e correggere il lamentato errore della S.C. (ed impedire la reiterazione di altri possibili errori) il procedimento che offre maggiori garanzie di approfondimento resta quello pubblico ed il provvedimento conclusivo non può essere altro che una sentenza.

[70] Su questi temi e sulla riforma del 2012, sia consentito rinviare  a  R. RUSSO, Dialoghi sulle impugnazioni civili al tempo della spending review, pubblicato sul sito http://www.judicium.it (diretto dal Prof. B. Sassani).  

[71] «….l’ennesimo provvedimento di stagione………» secondo B. SASSANI, Strenne di Natale, strenne di primavera, strenne di stagione: il processo civile in saldo perenne, sul  sito ult. cit.   

[72] M. TARUFFO, La semplice verità. Il Giudice e la costruzione dei fatti, Bari,  2009, pag. 105.

[73] Ovvio il riferimento  alla creazione della Struttura centralizzata.

[74] Indubbiamente l’’opinamento’ presentava alcuni rischi psicologici: quelli che nell’ordinamento inglese vengono compendiati nella c.d. confirmation bias (naturale tendenza dell’autore di una decisione a non più modificarla) e che, nell’ordinamento italiano,  costituiscono ragione di astensione obbligatoria e di ricusazione (artt. 51, 4° e  52 c.p.c.).

[75] Quasi prevedendo le conseguenze nefaste della «frenesia statistica»  il novellato art. 391 bis c.p.c. statuisce, a differenza di quanto previsto per i giudizi di merito dell’art. 288 c.p.c.,  che la Suprema Corte possa  attendere anche d’ufficio alla correzione delle proprie sentenze.

[76] Amplius   R.Russo, La rinuncia al ricorso per cassazione, in La riforma del giudizio di cassazione, a cura del compianto professore  F. CIPRIANI, Cedam, 2009, pag. 393.

[77] Testualmente Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 395 del 10/01/2017: «…il legislatore (attingendo ad indicazioni de iure condendo, provenienti dalle Commissioni ministeriali di riforma del processo civile del 2013 e del 2015, in parte approdate all’esame parlamentare) ha inteso modulare il giudizio di legittimità (incidendo, segnatamente, sugli artt. 375, 376, 380-bis, 380-bis. 1 e 380-ter c.p.c.) in ragione di una più generale suddivisione del contenzioso in base alla valenza nomofilattica, o meno, delle cause, riservando a quelle prive di siffatto connotato (ossia, il contenzioso più nutrito) un procedimento camerale, tendenzialmente assunto come procedimento ordinario, “non partecipato” e da definirsi tramite ordinanza (in luogo della celebrazione dell’udienza pubblica e della decisione con sentenza, Ric. 2015 n. 29735 sez. M3 – ud. 20-12-2016 -4- previste essenzialmente per le cause “dalla particolare rilevanza della questione di diritto”)». Tale rilevante decisione è stata emessa con ordinanza, in una causa originariamente assegnata alla Sezione Filtro, a seguito della eccezione d’incostituzionalità legittimamente sollevata da un parte,  dopo la notifica dell’’opinamento’ del Consigliere relatore. Resta così empiricamente dimostrato che le astratte catalogazioni (ius constitutionis / ius litigatoris) sono destinate a cedere a fronte del concreto (e dinamico)  atteggiarsi (e progredire) del thema decidendi. Ben vero, in tale occasione  la Sezione Filtro ha dovuto  affrontare con ampia motivazione (certamente eccentrica rispetto al prefigurato modello dell’ordinanza) un’importante q.l.c., sicché la causa, nata nel segno  dello ius litigatoris, pur con ordinanza è stata decisa con la profondità richiesta   dallo ius constitutionis.

[78] G. SCARSELLA,  Sulla distinzione tra ius constitutionis e ius litigatoris, sul sito  internet di Questione Giustizia, 13 gennaio 2017; va qui ricordato anche il lucido orientamento espresso da F.M. IACOVIELLO su cui v  retro sub nota n. 66.

[79] G. SCARSELLA, loc. cit., par. n. 4, lett. d.  

[80] Sez. U, Ordinanza n. 19051 del 06/09/2010: «Il ricorso scrutinato ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, deve essere rigettato per manifesta infondatezza e non dichiarato inammissibile, se la sentenza impugnata si presenta conforme alla giurisprudenza di legittimità e non vengono prospettati argomenti per modificarla, posto che anche in mancanza, nel ricorso, di argomenti idonei a superare la ragione di diritto cui si è attenuto il giudice del merito, il ricorso potrebbe trovare accoglimento ove, al momento della decisione della Corte, con riguardo alla quale deve essere verificata la corrispondenza tra la decisione impugnata e la giurisprudenza di legittimità, la prima risultasse non più conforme alla seconda nel frattempo mutata”.

La questione (inammissibilità / manifesta infondatezza) è stata riproposta alle Sezioni Unite con l’ordinanza della Seconda Sezione civile, n. 15513/2016; e lo studio di tale ordinanza rende evidente che i ‘cangiamenti’ giurisprudenziali sono non solo fisiologici, ma anche frutto di benemerita fatica argomentativa.

[81] Il caso previsto dall’art. 375 n. 2 c.p.c. è diventato di competenza monocratica; l’estinzione del ricorso per motivi diversi dalla rinuncia  (375 n. 3 c.p.c.) non  è stata più contemplata;  i regolamenti (375 n. 4 c.p.c.) sono ora disciplinati dal novellato art. 380 ter c.p.c.

[82] Questa inferenza si rivela claudicante: se,  anche a seguito delle memorie presentate dalle parti, si riveli insussistente la causa di inammissibilità (od anche d’improcedibilità) in prima battuta diagnosticata dalla Sesta Sezione, la conseguenza più pertinente  dovrebbe essere la rimessione alla Sezione semplice, affinché decida con il rito camerale di sua pertinenza, ma non con il rito pubblico.

[83] V. retro sub nota n. 53.

[84] La sintetica esposizione di tale evoluzione storica, anche  a confronto con gli ordinamenti di common law, si può leggere in N. PICARDI, Manuale del processo civile. Terza edizione, pag. 8, Milano, 2016.

[85] N. PICARDI, loc. cit.,  pag. 237.  In senso conforme M. CECCHETTI, VOCE Giusto processo (Diritto Costituzionale), in E.d.D. Aggiornamento, vol. V, pag. 613, Milano, 2011, ove ulteriori riferimenti.   

[86] In seno alla relazione n172 del  18 novembre 2u16  (pag. 26) dell’Ufficio del Massimario vengono citate,  a conforto della medesima conclusione, le sentenze Corte EDU 10 febbraio 1983, Albert e Le Compte contro Belgio; 23 giugno 1981, Le Compte, Van Leuven e De Meyere contro Belgio; nonché, più di recente, Grande Camera, sentenza 11 luglio 2002, Goc contro Turchia.

[87] Allo stato il Pubblico Ministero (in utroque iure) non è il rappresentante della società né (a differenza di quanto è avvenuto nel nostro paese in altre epoche) del potere esecutivo,  ma è il rappresentante della legge, cioè colui cui è affidato il compito di illustrare alla Corte la disinteressata  interpretazione della legge (al cui rispetto sono vincolati, al pari del Pubblico Ministero,  gli stessi Giudici: art. 101 Cost.) E tale funzione il pubblico requirente svolge con istituzionale organicità: esercitando  ed istruendo  l’azione penale nonché, nei confronti dei magistrati togati tutti,  quella disciplinare  (di grandissimo rilievo istituzionale); agendo  ed intervenendo   nei giudizi civili di merito nei casi previsti; intervenendo  negli affari penali e (anche alla stregua dell’art. 363 c.p.c., di fondamentale importanza sistematica) civili, davanti alla Suprema Corte (art. 76 O.G.); rendendosi garante  in generale dell’osservanza delle leggi (art. 101 Cost.) e della regolare amministrazione della giustizia (art. 73 ord. giud.). Anche nelle udienze pubbliche di certo  non è vano spreco che l’agone processuale si svolga ad armi pari  tra tutti i suoi protagonisti (art. 111 Cost.), affinché il Decidente, lasciando al Pubblico Ministero la funzione di «tutelare» (specificamente rappresentandolo) l’interesse pubblico nomofilattico (per definizione non coincidente con quello delle parti), possa decidere al di sopra di tutte le parti, Pubblico Ministero compreso, sugli interessi coinvolti nella controversia: dal διαλόγισμός (che, a differenza del διαλόγους, ingloba anche il significato di ‘disputa’) il λόγος; dalla contrapposizione dialettica (soprattutto orale, secondo l’insegnamento chiovendiano) la sintesi decisoria. Dal che consegue che l’impegno profuso dai requirenti di legittimità anche in seno alle udienze civili e penali  si rivela tanto proficuo, quanto oneroso (al pari di quello degnissimo svolto dal Presidente del Collegio giudicante);  così adeguandosi sostanzialmente al modello francese,  accolto per altro  nelle sue linee generali anche dalla Corte di Lussemburgo..  In definitiva,   requirenti e giudicanti sono accomunati proprio dalla funzione che svolgono, rappresentando la trama e l’ordito del medesimo ‘tessuto’ (nomofilattico). Amplius sia consentito rinviare a R. RUSSO, La separazione delle carriere. poscia, più che il legislatore poté il C.S.M., pubblicato sul sito   Judicium.it.

[88] E non a caso si è sopra (v. par. n. 16) segnalata l’importanza, ai fini della ricostruzione  dei rapporti tra Cassazione e Procura,  degli artt. . 137 e 138 att. c.p.c., alla cui  stregua  entrambi tali uffici partecipavano all’esame preliminare dei ricorsi.

[89] «Nei casi previsti dall’articolo 375, primo comma, numeri 1) e 5), su proposta del relatore della sezione  indicata  nell’articolo  376, primo comma, il presidente fissa con decreto l’adunanza  della  Corte indicando se e’ stata ravvisata un’ipotesi  di  inammissibilità,  di manifesta infondatezza o di manifesta fondatezza del ricorso».  V. anche retro sub par. 49.1.

[90] Art. 5:  «1. Al fine di assicurare la continuità negli incarichi apicali, direttivi superiori e direttivi presso la Suprema Corte di cassazione e la Procura Generale della Corte di cassazione, in ragione delle molteplici iniziative di riforma intraprese per la definizione dell’elevato contenzioso ivi pendente, gli effetti dell’articolo 1, comma 3, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, sono ulteriormente differiti al 31 dicembre 2017 per i magistrati che ricoprono funzioni apicali, direttive superiori o direttive presso la Suprema Corte di cassazione e la Procura Generale, i quali non abbiano compiuto il settantaduesimo anno di età alla data del 31 dicembre 2016 e che debbano essere collocati a riposo nel periodo compreso fra la medesima data del 31 dicembre 2016 e il 30 dicembre 2017.»

[91] Erano  ascritte alla normale collaborazione tra istituzioni le impersonali valutazioni, in punto di puro diritto,  trasmesse  dai singoli Uffici giudiziari in occasione dell’approvazione dei codici.