L’ULTIMA SENTENZA SULL’ASSEGNO DI DIVORZIO. DIAGNOSI E TERAPIA.

Di Rosario Russo -

Cass. 10 maggio 2017, n. 11504

I.ANAMNESI

I.a ANAMNESI REMOTA

1.Da vari anni la Suprema Corte, esaltando la propria “Suprema-zia” e ritenendosi  esclusiva ed insindacabile maitresse des ses ouvertures, ha dimostrato:

di volere «decidere come decidere» soprattutto in rito: così sull’art. 37 c.p.c.[1], sul quesito di diritto, con il nuovo rito cassatorio [2],  etc.;

di  volere tenere in non cale le conclusioni dell’Ufficio del  P.M., (dapprima non trascrivendole in sentenza o malamente riassumendole e in ogni caso) pretermettendo di motivare su di esse: così sulla domanda di condanna  aggravata alle spese (ovvero di rimessione alle Sezioni Unite)[3] e sulle rilevanti q.l.c. da esso motivatamente sollevate.

I.bANAMNESI PROSSIMA

2.Con la sentenza 11504/2017,  (in difformità dalle conclusioni del Pubblico Ministero)  la Prima Sezione della Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto avverso la sentenza che aveva negato l’assegno divorzile, sulla base dell’orientamento dettato dalle Sezioni Unite nel 1990 e ormai consolidato; ribaltando il principio da esse dettato e confermando il rigetto, ma con diverse ed  innovativa motivazione in iure  (art. 384 c.p.c.), con compensazione delle spese. Le rilevanti conseguenze (anche in termini di overruling) sono state subito avvertite sia dall’opinione pubblica  sia dagli Avvocati; i quali si apprestano a chiedere la revisione degli assegni di divorzio e l’estensione del nuovo principio anche alle separazioni, pur sapendo che la menzionata decisione non è stata resa dalle Sezioni Unite.

II DIAGNOSI

3.La sentenza in esame risulta ‘affetta’ da un duplice errore processuale:

violazione degli artt. 101 e 384, 3°  c.p.c.: «Se ritiene di porre a fondamento della sua decisione una  questione rilevata d’ufficio, la Corte riserva  la  decisione,  assegnando  con ordinanza al pubblico ministero e alle parti un termine non inferiore a venti e non superiore a sessanta giorni dalla comunicazione per  il deposito in cancelleria di osservazioni sulla medesima questione». In altri termini, nemmeno la Suprema Corte può emettere sentenze «a sorpresa»; così ‘spiazzando’ (nel caso oggetto della decisione) la Parte ricorrente    ed il Pubblico Ministero, che nella vicenda in esame avevano chiesto l’accoglimento del ricorso,  facendo correttamente capo all’orientamento  consolidato delle Sezioni Unite,    mentre, se la Sezione avesse rispettato il principio del contraddittorio (art. 101 c.p.c.), essi avrebbero potuto quanto meno postulare la rimessione alle Sezioni Unite;

violazione dell’art. 384, 4° c.p.c.  «Se la sezione semplice ritiene di non condividere il  principio  di diritto enunciato dalle sezioni unite, rimette a queste  ultime,  con ordinanza motivata, la decisione del ricorso». In altri termini, soltanto le Sezioni Unite possono legittimamente mutare i propri orientamenti, mentre alle Sezioni Semplici è dato il potere – dovere di sollecitarne un ripensamento: precetto imperfetto, perché non munito di sanzioni processuali, ma affidato  alla autorevole correttezza della Corte, in quanto Suprema. La violata regula iuris impone infatti alla Sezione Semplice di non creare il conflitto (come invece è avvenuto),   ma di rivolgersi alle Sezioni Unite (cioè all’unico  risolutore istituzionale dei conflitti), per decidere se conservare (così impedendo il conflitto), ovvero modificare (così risolvendo il potenziale conflitto), il loro precedente orientamento.

III TERAPIA

4.Prima soluzione (ottimale): a scopo ortopedico-correttivo (essendosi già inverato il conflitto), il Primo Presidente della Suprema Corte dovrebbe  quanto prima assegnare (ex  artt. 374 e 376 c.p.c.) direttamente alle Sezioni Unite la trattazione di un qualunque ricorso in cui venga in rilievo la questione oggetto della menzionata sentenza;  il che probabilmente di per sé  arginerebbe  la corsa alla revisione degli assegni di divorzio.

5.Seconda soluzione (minimale): non appena si presenti l’occasione (in p.u. o in camera di consiglio), la Parte interessata e soprattutto l’Ufficio del P.M. dovrebbero chiedere la rimessione alle Sezioni Unite, ai sensi dell’art. 376 c.p.c.

IV.POSOLOGIA

6.La terapia dovrà essere posta in essere quanto prima; altrimenti si alimenterebbe un contenzioso enorme, su cui sarebbero comunque (se pure in grave ritardo) chiamate a decidere  le Sezioni Unite.

V. PROGNOSI

7.I danni  prodotti sono irreversibili; la terapia suggerita può impedirne soltanto la diffusione ulteriore; e non sarebbe  poco.

[1]Neppure il principio della ragionevole durata del processo sancito dall’art. 111, comma 2 Cost. è in grado di giustificare la corruzione del rito pubblico e della « democrazia procedimentale », perché, al pari dei diritti, anche i riti (e le norme processuali) vanno « presi sul serio», per parafrasare il titolo di un famoso saggio del DWORKIN (Taking rights seriously). Ben vero, il rispetto delle norme processuali «è due volte indispensabile: a) perché la parte che si rivolge alla tutela giurisdizionale deve conoscere le modalità con le quali questa funzione viene esercitata; b) e perché il giudice deve avere nel processo se non quei poteri che il legislatore gli ha riconosciuto » (Sono le parole con cui si conclude l’appassionato grido di allarme lanciato da CAPONI, DELFINO, PROTO PISANI e SCARSELLI, In difesa delle norme processuali, in Foro it., 2010, I, 1794, oggetto di un appassionato dibattito svoltosi il 2 febbraio 2011 nell’aula magna della Corte suprema di cassazione).

[2] Sul punto sia consentito rinviare a R. RUSSO, L’ultimo “non – rito” della Cassazione civile ovvero l’«entente cordiale» con il Legislatore, saggio  pubblicato il 3 aprile 2017 sul sito Judicium.it diretto dal Prof. B.  Sassani.

[3] Come risulta (tra le altre innumerevoli) dalla recente sentenza n. 6021 del 2017, concludendo sull’esito di un ricorso la Procura generale aveva testualmente chiesto: «inamm. o man. inf. ex 360 bis n. 1 (deduzioni in iure ) ed anche ex  art.  348 ter, ultimo comma c.p.c. (deduzioni in fatto);  condanna aggr. di parte ricorrente  alle spese;  statuizione   sul c.u.; in subordine, rimessione alle Sezioni Unite affinché statuiscano l’ambito di applicazione, anche ratione   temporis,  degli artt.  385, 4° e 96, 3° c.p.c., atteso che: a fronte di talune sporadiche decisioni della Suprema Corte (così Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3376 del 22/02/2016, Rv. 638887, che ha motivatamente applicato l’art. 385, 4° c.p.c.), le argomentate  domande di condanna aggravata alle spese proposte da parecchi  anni dalla Procura Generale sono state (implicitamente) disattese dalla Suprema Corte, omettendo per altro qualunque motivazione al riguardo (v. ex  multis n. 23865/ 2015 e 3349/ 2016); da accertamenti eseguiti dall’Ufficio statistico della Cassazione emerge che, nel periodo 2006 – 2015, si registrano soltanto sei condanne aggravate alle spese ex  385, 4°, a fronte delle migliàia di ricorsi dichiarati inammissibili o manifestamente  infondati soprattutto  dalla Sesta Sezione (deputata per l’appunto al c.d. filtro); in sede penale la condanna all’ammenda è adottata normalmente nei casi previsti (art. 616 c.p.p. e Corte Costituzionale sent. n. 186 / 2000); la Corte Costituzionale ha ritenuto costituzionalmente legittima la previsione del novellato art. 96 c.p.c. (sent. n. 152 /  2016), sicché a fortiori  deve ritenersi immune da qualunque illegittimità costituzionale anche il più  rigoroso precetto dell’art. 385, 4° c.p.c.; anche nella common law è sanzionato l’abuso del processo, essendo prescritto che ogni atto non deve essere mai strumentale a «scopi impropri, come ad esempio per molestare o provocare inutili ritardi o aumento inutile dei costi del contenzioso [«any improper purpose, such as to harass or to cause unnecessary delay or needless increase in the cost of litigation»: Rule 11 b) 1) delle Federal Rules of Civil Procedure]; la doverosa applicazione della condanna aggravata,  potrebbe indurre molti Avvocati a desistere (anche per evitare  la duplicazione del contributo unificato) da un ricorso frettolosamente proposto, così contribuendo efficacemente alla riduzione del contenzioso pendente».

Pur dichiarando (in puntuale conformità alla richiesta della P.G.) l’inammissibilità del ricorso,  la citata sentenza non ha in alcun modo motivato sulla domanda principale di condanna aggravata alle spese né  su quella subordinata di rimessione alle Sezioni Unite. In contrasto con i giudici di merito, l’ostinata ed immotivata renitenza della Suprema Corte ad applicare gli art. 96 e 385, 4° c.p.c. non solo crea un perverso effetto boomerang, inducendo  gli operatori a pensare che, soltanto dinnanzi alla Suprema Corte,  non sussista  la responsabilità processuale aggravata (per tal via  in concreto deresponsabilizzando l’accesso alla giurisdizione di legittimità), ma si rivela anche (più che ingiustificata) discutibile sotto ogni profilo.

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