L’incostituzionalità del nuovo rito cassatorio civile al vaglio della Suprema Corte. Adelante sin juicio?

I. Ordinanza n. 11489 del 2017 (1a e 2a q.l.c.); II. Ordinanza n. 24088 del 2017 (3a q.l.c.); III. Conclusioni.

Di Rosario Russo -

Requisitoria p.m.

Cass. 13 ottobre 2017, n. 24088

I. ORDINANZA N. 11489 DEL 2017  (1a E 2a Q.L.C.)

1. In una controversia in cui, davanti ai Giudici di merito, le Parti  non  avevano usufruito di alcuna udienza pubblica (perché non  prevista dal rito speciale,  correttamente applicato), il Pubblico Ministero aveva chiesto alla Suprema Corte, in gradato subordine:

– previa delibazione della non manifesta infondatezza e della rilevanza della questione, trasmetta gli atti alla Corte Costituzionale, affinché valuti la conformità agli artt. 24 e 117 Cost. nonché all’art. 6 della C.E.D.U., del novellato art. 375 c.p.c., nella parte in cui non prevede la necessità dell’udienza pubblica allorché di essa le parti non abbiano goduto nei precedenti gradi di giudizio [prima q.l.c.];

– accolga l’istanza di assegnazione del ricorso alla pubblica udienza;

– previa delibazione della non manifesta infondatezza e della rilevanza della questione, trasmetta gli atti alla Corte Costituzionale, affinché valuti la conformità all’art. 111, 1° Cost. del novellato art. 375 c.p.c., nella parte in cui accorda alla Suprema Corte la facoltà di «decidere come decidere» [seconda q.l.c.].

Era fin troppo chiaro che nella vicenda oggetto del ricorso, secondo il requirente di legittimità, innanzi tutto poteva ragionevolmente dubitarsi della costituzionalità del novellato  375 c.p.c., nella parte in cui rendeva facoltativa – anziché   doverosa (come per altro statuito  dall’Ordinanza n. 395 del 10/01/2017 della stessa Suprema Corte[1]) – la rimessione all’udienza pubblica, sicché l’auspicato intervento del Giudice delle leggi avrebbe dovuto porre un puntuale argine all’estensione indiscriminata del rito camerale, rendendo doveroso quello pubblico.

2. Decidendo sul ricorso con ordinanza n. 11489 del 2017[2],  la Terza Sezione della Suprema Corte ha pretermesso ogni valutazione su entrambe le sollevate q.l.c. (considerandole tamquam non essent), limitandosi a disporre la rimessione alla pubblica udienza, in forza del potere discrezionale previsto dall’art. 375 c.p.c. (che ha perciò implicitamente ritenuto – in ogni caso – conforme alla Costituzione), senza considerare che la prima q.l.c. metteva in discussione  proprio   la legittimità costituzionale  ex art. 375 c.p.c., in capo alla  Sezione Semplice, di ogni potere ‘discrezionale’ sul punto. Ben vero, un conto è stabilire se in talune ipotesi la Costituzione non ammetta il rito camerale, obbligatorio essendo (o dovendo essere) quello pubblico, sicché la Suprema Corte sia obbligata ad incanalare il ricorso nel rito pubblico, a prescindere da qualunque domanda delle parti o del Pubblico Ministero; altro conto è che la Suprema Corte si determini (in considerazione di troppo elastiche ragioni di opportunità) ad assegnare al rito pubblico una determinata controversia a seguito di formale richiesta. Nella prima ipotesi il rito pubblico sarebbe stato predeterminato e perciò prevedibile e pretendibile per decisione del Giudice delle leggi; nella seconda ipotesi quel rito sarebbe stato (ed è rimasto) imprevedibilmente  octroyé dal Decidente, non essendo oggetto di un diritto processualmente riconosciuto.

3. In altri termini, l’ordinanza n. 11489 del 2017 sarebbe stata coerente con le conclusioni del Pubblico Ministero, ed in tal senso esaustiva, se egli avesse chiesto soltanto la rimessione del ricorso alla pubblica udienza (il che invece egli ha postulato soltanto in subordine); resta invece consapevolmente elusiva rispetto alla prima q.l.c. in concreto e (non a caso) pregiudizialmente sollevata, sicché ora nulla impedisce (continua ad impedire) alla Suprema Corte di negare il rito pubblico in altre simili vicende (in cui – si ripete – il rito di merito non preveda alcuna udienza pubblica). É rimasta parimenti assorbita la seconda e più radicale q.l.c. con cui, per le ragioni puntualmente esposte nella requisitoria (v.), si era contestata la costituzionalità dell’art. 375 c.p.c. nella parte in cui consente alla Suprema Corte di <<decidere come decidere>>[3]; asserzione la cui fondatezza proprio l’ordinanza in questione tuttavia paradossalmente conferma. In definitiva, tenendo in non cale la puntuale q.l.c. sollevata dal Pubblico Ministero, la decisione attua un’ardita soluzione strategica: al postutto la Suprema Corte ha infatti accordato una tantum (cioè con esclusivo riferimento al ricorso esaminato) il rito pubblico, ma (eludendo del tutto la puntuale e pregiudiziale q.l.c.) ha conservato il potere discrezionale di concederlo in ogni altro caso, perfino quando quel rito sarebbe dovuto a mente della Costituzione e dello stesso specifico precedente della S.C. (Ordinanza n. 395 del 10/01/2017); né è dato sperare che la concreta soluzione adottata dalla Sezione semplice, che (non risultando neppure   massimata) è destinata all’oblio, costituisca precedente vincolante ai sensi dell’art. 374, 3° c.p.c.

II. ORDINANZA N. 24088 DEL 2017 (3a Q.L.C.)

4. In un’altra vicenda la P.G., chiamata ad esprimere il proprio parere in sede camerale ai sensi dell’art. 380-bis. 1. c.p.c.[4], aveva rilevato che il ricorso per cassazione era stata presentato per la notifica a mezzo posta, ma non risultava né la prova dell’avvenuta ricezione né la costituzione dell’intimato. Non essendo stata intercettato il ricorso dalla Sezione Filtro, la situazione era dunque in itinere, giacché: a) legittimamente, e proprio a seguito della memoria del P.G., parte ricorrente avrebbe potuto depositare fino all’udienza fissata la ricevuta di ritorno[5]; b) altrimenti la Sezione semplice adita avrebbe potuto invitare a tale deposito parte ricorrente, che a sua volta avrebbe potuto adempiere o non adempiere correttamente. Sennonché entrambi questi ulteriori e pur prevedibili sviluppi processuali (ed il controllo della loro legittimità) sarebbero avvenuti dopo la scadenza del termine assegnato al Pubblico Ministero per il deposito delle conclusioni, quando dunque ogni sua pur necessaria valutazione sarebbe rimasta definitivamente preclusa. D’altra parte – aggiungeva la requisitoria del Pubblico Ministero – a prescindere dalle predette sopravvenienze in fatto (spontanee ovvero sollecitate dalla Sezione),   il sistema processuale era di per sé stesso asimmetrico a svantaggio del Pubblico Ministero stesso, perché in forza dell’art. 380 bis 1. c.p.c. (che disegna un contraddittorio a fasi successive, e perciò non sincronizzate) i termini per il deposito delle conclusioni (del P.M.) e delle memorie (delle Parti) sono sfalsati;   e poiché quello previsto per il P.M. scade prima di quello assegnato alle Parti, queste ultime hanno agio di prendere cognizione delle conclusioni del P.M., al fine di conformare le proprie difese ovvero di produrre ulteriori documenti (anche ex art. 372 c.p.c.), mentre al P.M. (che continua a rappresentare l’interesse pubblico, su cui si innerva il ricorso cassatorio, anche a rito camerale generale) resterà inibita ogni ulteriore interlocuzione anche a seguito dei nova (documentali e non) introdotti dalle Parti o dalla Sezione[6]. Manca quindi un momento finale di simultaneo confronto, o di concentrazione processuale (come quello non a caso previsto con l’udienza pubblica), sicché, in ognuna delle due alternative (a – b) sopra esposte, al P.M. non sarà più consentita alcuna possibilità di ulteriore valutazione o contestazione[7]. Pertanto, non avendo ulteriori opportunità di intervenire, la P.G. chiedeva che la Suprema Corte, delibata la non manifesta infondatezza nonché (nei peculiari termini sopra specificati) la rilevanza della questione, sospendesse il giudizio e trasmettesse gli atti alla Corte Costituzionale, affinché essa statuisse se violasse gli artt. 24 e 111, 2° Cost., l’art. 380 bis.1. c.p.c., nella parte in cui impedisce alla Procura Generale – che abbia già depositato la memoria conclusiva –   di potere ulteriormente interloquire (per rappresentare l’interesse pubblico che è chiamata istituzionalmente a tutelare), in conseguenza delle nuove rilevanti attività processuali svolte dalle Parti o (in via interlocutoria) dalla Sezione in epoca successiva al deposito della menzionata memoria[8].

5. Con ordinanza n. 24088 del 13 ottobre 2017 (redatta in forma semplificata) la Terza Sezione Civile ha dichiarato inammissibile il ricorso, dopo avere dichiarato la q.l.c. sollevata dal P.G.;

A) manifestamente irrilevante, <<non essendo state introdotte con le memorie delle parti questioni “nuove” o depositati nuovi documenti relativi alla ammissibilità del ricorso e del controricorso od alla nullità della sentenza impugnata, né dovendo il Collegio rilevare d’ufficio questioni sulle quali occorra instaurare il contraddittorio>>;

B) manifestamente infondata, giacché:

B1) <<La questione è stata prospettata in relazione all’asserito pregiudizio al diritto di difesa che il Pubblico Ministero verrebbe a subire per aver perso il “diritto all’ultima parola” così trovandosi in posizione deteriore, nel caso in cui le parti (con il successivo deposito delle memorie) od il Collegio, d’ufficio, vengano ad introdurre nel procedimento “rilevanti nova sostanziali o processuali” in ordine ai quali sarebbe precluso interloquire alla Procura Generale (cfr. conclusioni scritte depositate in data 27.4.2017)>>.

B2) <<La prospettata ipotesi di una “ingiustificata” deteriore posizione attribuita al Pubblico Ministero, rispetto alle parti private, in quanto chiamato a rassegnare per primo le conclusioni scritte, se da un lato, rimane smentita, quanto alla asserita “arbitrarietà” dal perseguimento degli indicati interessi costituzionali di speditezza e concentrazione del procedimento, laddove non sussistano esigenze nomofilattiche o di particolare complessità che rendano opportuna l’apertura di un più ampio dibattito tra le parti attraverso lo svolgimento della pubblica udienza, dall’altro lato non preclude il contraddittorio in ordine alle questioni dedotte con i motivi di ricorso>>.

B3): <<Fermo il rilievo per cui la disciplina della partecipazione del Pubblico Ministero al procedimento camerale è rimessa al Legislatore nella scelta delle forme e dei tempi di interlocuzione, non essendo illogico -rispetto allo schema del procedimento camerale ed agli interessi costituzionali con lo stesso perseguiti- che, le questioni di ammissibilità del ricorso, in quanto comunque rilevabili “ex officio” ed oggetto di verifica da parte del Collegio, anche se non discusse dalle parti, non impongano la necessaria previa instaurazione del contraddittorio, laddove, per lo meno si risolvano in questioni che non implichino anche la risoluzione di “questioni di fatto” oggetto di prova, osserva il Collegio che, qualora -invece- dalla attività processuale indicata o dalla rilevazione officiosa della stessa Corte insorgano questioni che potrebbero esitare -in difetto di coinvolgimento delle parti- in una illegittima decisione “a sorpresa”, sulla quale il Pubblico Ministero non avrebbe possibilità di interloquire, lo schema processuale realizzato dalla novella del 2016 non incorrerebbe nella violazione delle norme costituzionali indicate a parametro, in quanto -come questa Corte cass. sez. VI-3 ord. 10.1.2017 n. 395 ha precisato- “una lettura costituzionalmente e convenzionalmente orientata” della norma processuale che disciplina il procedimento camerale “non inibita dalla formulazione testuale, nella sua significanza linguistica, è tale da consentire il ripristino dell’interlocuzione delle parti secondo il paradigma dell’art. 384, terzo comma, c.p.c.”, confermandosi anche sotto tale aspetto la manifesta infondatezza della questione prospettata dal Pubblico Ministero nelle conclusioni scritte.>>.

6. Orbene, quanto all’asserita manifesta irrilevanza della q.l.c. sollevata (v. retro sub par. 5, lett. A), la motivazione dell’ordinanza esibisce un paio di refusi ed una lacuna motivazionale. Infatti, non è dato comprendere il riferimento sia ad un ‘controricorso’ della parte intimata, giacché – come emerge chiaramente dall’intestazione dell’ordinanza – essa è rimasta del tutto silente; sia <<alla nullità della sentenza impugnata>> del tutto eccentrica rispetto alla requisitoria. Quanto poi al rilievo che, dopo il deposito della requisitoria del Pubblico Ministero, non risultavano <<depositati nuovi documenti relativi all’ammissibilità del ricorso>> la motivazione dell’ordinanza sembra insoddisfacente in fatto, perché essa si limita a rilevare che il ricorso risulta notificato il 30.3.2015. Poiché il presupposto della q.l.c. consisteva nella circostanza per cui nel momento in cui il Pubblico Ministero aveva reso la requisitoria risultava soltanto che il ricorso era stato presentato per la notifica a mezzo posta il 25.3.2015 e che mancava la relata della notifica all’intimata, per smentire tale affermazione sarebbe stato necessario che il Collegio controllasse (dandone specifico atto) se la rinvenuta relata di notifica (mancante ad avviso del P.G.) fosse stata depositata agli atti prima o dopo il deposito della requisitoria stessa. Con la conseguenza che, se veramente il P.G. avesse preso un abbaglio essendo la relata di notifica già tra gli atti dal medesimo esaminati, la vicenda processuale si sarebbe dovuta concludere, in poche battute, con il rigetto in fatto della stessa q.l.c., difettandone il presupposto fattuale. In definitiva, pertanto, l’ordinanza in esame, nel rilevare l’irrilevanza della q.l.c.,   ha omesso di accertare puntualmente il suo presupposto fattuale, essendosi acquietata sulla circostanza per cui comunque una relata di notifica risultava agli atti nel momento della decisione.

7. Tuttavia, lungi dall’acquietarsi sulla pur dichiarata irrilevanza, l’ordinanza ha esaminato au fond la q.l.c., per dichiararla manifestamente infondata (cioè ancorché fosse stata rilevante). Sul punto (v. retro sub par. 5, lett. B) si rileva quanto segue.

B1) In seno alla requisitoria (v.), il Pubblico Ministero non era di certo incorso nell’idiozia di pretendere di avere l’ultima parola, ma aveva soltanto lamentato che la situazione   processuale era in itinere, potendo parte ricorrente legittimamente produrre dopo il deposito della sua requisitoria la relata di notifica fino a quel momento non rinvenuta agli atti; sicché egli, per un verso, non poteva esprimere al riguardo (e innanzi tutto in tema di ammissibilità del ricorso) alcun definitivo ed informato convincimento e, per altro verso, gli sarebbe stato inibita qualunque successiva valutazione nel caso che la relata di notifica fosse stata prodotta in epoca successiva   al deposito della requisitoria stessa. Il P.G., dunque, non pretendeva di <<avere l’ultima parola>>; ma se mai di <<avere la parola al momento giusto>>, e di potere cioè rassegnare causa cognita le conclusioni (innanzi tutto) richieste sull’ammissibilità del ricorso, e cioè allorché si fosse documentalmente definito (e consumato) l’intero procedimento notificatorio. Per dirla tutta, il P.G. chiedeva soltanto di pronunciarsi pregiudizialmente sulla ritualità della notifica del ricorso nelle stesse condizioni (processuali e documentali) in cui l’avrebbe valutata – e infine l’ha valutata – il Collegio giudicante; e ciò senza nulla togliere alla difesa di parte ricorrente.

B2) Ma è proprio questa pretesa che nega espressamente l’ordinanza n. 24088 del 2017, sostenendo expressis verbis che, in forza del <<perseguimento degli indicati interessi costituzionali di speditezza e concentrazione del procedimento>>, il requirente di legittimità non ha da lamentare alcunché ex artt. 24 e 111, 2° Cost.; e dunque egli è tenuto ad esprimere le proprie valutazioni, anche in tema di ammissibilità del ricorso e di controllo del rispetto del contraddittorio (artt. 24 e 111, 2° Cost. nonché art. 101 c.p.c.), con esclusivo riferimento alla situazione processuale e documentale quale si presenta nel momento in cui rende la requisitoria, di tal che le ulteriori acquisizioni documentali (e perfino la prova dell’avvenuta notifica all’intimata, di cui va accertata comunque la legittimità) sarebbero del tutto irrilevanti. Non è chi non veda che in tal guisa l’ordinanza finisce per disegnare la requisitoria del P.G. come un intervento allo stato degli atti, anche quando è verosimile e accada che il procedimento notificatorio (che condiziona l’ammissibilità del ricorso) si completi con ulteriori produzioni documentali; un intervento allo stato degli atti che dunque rende del tutto inutile la stessa funzione requirente, riducendola ad una perdita di tempo (waste of time) priva di significato e certamente inidonea a costruttivamente cooperare (nell’interesse pubblico) alla funzione di legittimità e nomofilattica della stessa Suprema Corte, come previsto dallo stesso Legislatore invocato dall’ordinanza stessa. Né si avvede la decisione in commento che – in tal guisa statuendo (in sintesi: <<concluda, come voglia e possa, il Pubblico Ministero in base agli atti trasmessegli sulla regolarità del contraddittorio, e perfino in assenza della parte intimata; sarà poi comunque il Collegio a decidere su di essa causa cognita>>) – la Suprema Corte si priva del contributo istituzionale e doveroso del requirente di legittimità, per tal via marginalizzato e definitivamente sterilizzato[9].

B3)  Evidentemente conscia della fragilità e gravità della riferita statuizione, per rafforzarla l’ordinanza fa infine affidamento su un altro argomento, destinato tuttavia a disvelarne definitivamente l’erroneità: (come predicato in motivazione dalla richiamata ordinanza n. 395 / 2017[10]), <<“una lettura costituzionalmente e convenzionalmente orientata” della norma processuale che disciplina il procedimento camerale “non inibita dalla formulazione testuale, nella sua significanza linguistica, è tale da consentire il ripristino dell’interlocuzione delle parti secondo il paradigma dell’art. 384, terzo comma, c.p.c.”>>. Sennonché è fin troppo agevole contestare l’applicazione dell’art. 384, 3° c.p.c. alla vicenda in esame dacché, costituendo presupposti processuali tanto la tempestività del ricorso per cassazione quanto la validità della sua notifica, essi fanno parte degli accertamenti pregiudiziali che la Suprema Corte deve svolgere (previo parere del Pubblico Ministero),   e come tali certamente prevedibili e previsti, insiti essendo ab initio nel thema decidendi iniziale, da parte ricorrente; la quale dunque non può accampare sul punto alcuna ‘sorpresa’ né attendere l’attivazione dell’art. 384, 3° c.p.c. Norma che infatti, unitamente all’art. 101, 2° c.p.c., trova applicazione soltanto allorché il Giudice rilevi d’ufficio una questione (per esempio, la nullità del contratto oggetto per altre ragioni del giudizio di primo grado e dell’impugnazione) che in alcun modo facesse parte dell’originario thema decidendi, sicché la sua decisione potrebbe – essa sì –   ‘sorprendere’ le parti ed il Pubblico Ministero stesso.

Resta per tal via confermata l’insostenibilità giuridica della statuizione adottata dalla Suprema Corte e della configurazione della funzione della requisitoria del Pubblico Ministero come vano intervento allo stato degli (ridotto a mero waste of time).

8. Eppure, anche se il Collegio non avesse voluto trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale, erano a portata di mano soluzioni più rispettose della funzione requirente di legittimità e soprattutto dell’art. 111, 2° Cost. Ragioniamo, prendendo le mosse sia dal vigente art. 380-bis.1 c.p.c. sia dall’art. 5 ultimo comma, della L. n. 890 del 1982, secondo cui, in assenza del deposito della relata di notifica,   la causa non può neppure «essere messa in decisione»[11]. Se il ricorrente (in violazione di un preciso onere processuale, di agevole osservanza) omette di depositare tempestivamente (anche per posta) detta relata, il giudizio entra in una sorte d’impasse; ed è evidente che di ciò potrebbe avvalersi scorrettamente parte ricorrente, per impedire il passaggio in giudicato della decisione che lo ha visto soccombente. Spetta dunque alla Sezione Filtro il compito di intercettare d’ufficio immediatamente tali ricorsi ed invitare (melius: diffidare) parte ricorrente a depositare (anche per posta) la relata di avvenuta notifica entro un dato termine; elasso invano il quale il ricorso non può che essere dichiarato inammissibile. Allo stesso modo, se per avventura la trattazione del ricorso sia invece assegnata ad una Sezione Semplice, essa dovrà adottare il medesimo provvedimento sfuggito alla Sezione Filtro e soltanto, elasso il termine assegnato, trasmettere gli atti al Pubblico Ministero per la sua requisitoria; che potrà così tenere conto dell’omesso ingiustificato deposito della relata di notifica ovvero vagliare la sua validità (e la tempestività del ricorso stesso). Sopravvenienze processuali di altro tipo, per esempio, la produzione di nuovi documenti (ex art. 372 c.p.c.) ovvero la rinuncia al ricorso (legittima fino all’udienza camerale, ex art. 390 c.p.c. novellato), dovrebbero comportare il rinvio dell’udienza camerale fissata sia per consentire alle controparti di controdedurre[12] sia per disporre la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero, chiamato per tal via ad aggiornare le sue originarie conclusioni. Soltanto in tal modo il requirente di legittimità può contribuire utilmente alla funzione di legittimità e nomofilattica della Suprema Corte.

III. conclusioni

9. Come ha ricordato autorevolmente G. Scarselli[13], con le riforme del rito civile e particolarmente del rito cassatorio (udienza pubblica a discrezione, abolizione dell’‘opinamento’, rito camerale non partecipato, attribuzione alla Suprema Corte del potere di <<decidere come decidere>> etc.) <<Si sono fatte due cose: a) da una parte si è complicata la vita alla parte attrice, ovvero si sono introdotti meccanismi per disincentivare l’accesso al giudice; b) da altra parte si sono introdotte tecniche di sommarizzazione del processo, ovvero facoltà del giudice di procedere e decidere in modo superficiale, con la testa impegnata soprattutto a togliere un fascicolo dai tanti che stanno sul tavolo. Questa la ratio: i cittadini non devono fare cause; se le fanno, deve valorizzarsi la chiusura di esse in rito, e in ogni caso esse devono essere decise in modo sommario, senza approfondimenti particolari, e con motivazioni stringate, se non inesistenti>>.

Insistendo nella medesima direzione, con le ordinanze sopra commentate la Suprema Corte ha deciso, per un verso, che la rimessione all’udienza pubblica resta facoltativa anche nei casi in cui dovrebbe essere doverosa in conformità (non solo ai suoi stessi precedenti, ma anche) alla Costituzione ed alle fonti sovranazionali; per altro verso, che l’intervento del requirente di legittimità (previsto a tutela dell’interesse pubblico) è ammesso soltanto allo stato degli atti (e perciò inutilmente e surrettiziamente), senza alcuna possibilità di tenere conto delle sopravvenienze in fatto perfino su questioni pregiudiziali ed in assenza dell’intimato (questioni che nulla hanno a che fare con la fattispecie considerata dall’art. 384, 3° c.p.c.). Perciò in cassazione la <<ragione statistica>> (la celeritas) continua   inesorabilmente a dominare sulla iustitia, quasi che all’Utente finale della giustizia (nel cui nome vengono emessi i provvedimenti giurisdizionali) interessi soltanto una “qualunque” decisione purché celere; che tuttavia, aggiungendo paradosso a paradosso, resta allo stato soltanto una chimera. Le conseguenze della ‘frenesia statistica’ sono sotto gli occhi di tutti: disillusione o addirittura sfiducia degli Avvocati (e quindi dell’Utente finale della Giustizia); preoccupante numero dei ricorsi vittoriosi in tema di correzione degli errori materiali e di revocazione per errore di fatto[14]; sensibile diminuzione delle decisioni delle Sezioni Unite a vantaggio delle decisioni su ricorsi privi di qualsiasi rilievo nomofilattico[15]; etc. La seconda delle ordinanze commentate significativamente rimarca (a pag. 6) che il Pubblico Ministero è amicus curiae; ma a loro volta i requirenti di legittimità potrebbero rammentare alla Suprema Corte l’adagio manzoniano adelante con juicio[16] (avanti con prudenza), affinché essa non sia tentata di stravolgerlo in ….adelante sin juicio (avanti senza prudenza, cioè ad ogni costo), e soprattutto non eluda le questioni di legittimità costituzionali, o – quanto meno – adotti soluzioni interpretative più conformi alla Costituzione (v. retro sub par. n. 8): amicus Plato, amicus Cicero, sed magis amica veritas.

 [1]   <<….il principio di pubblicità dell’udienza — di rilevanza costituzionale in quanto, seppur non esplicitato dalla Carta Fondamentale, è connaturato ad un ordinamento democratico e previsto, tra gli altri strumenti internazionali, segnatamente dall’art. 6 CEDU — non riveste carattere assoluto e può essere derogato in presenza di “particolari ragioni giustificative”, ove “obiettive e razionali” (Corte cost., sent. n. 80 del 2011); che una siffatta deroga – anche alla luce dei principi espressi dalla giurisprudenza della Corte EDU (tra le tante e più di recente, sentenza 21 giugno 2016, Tato Marinho c. Portogallo), seguiti da un costante orientamento di questa Corte (tra le altre, Cass., 18 luglio 2008, n. 19947; Cass., 16 marzo 2012, n. 4268; Cass., 9 ottobre 2015, n. 20282; Cass., 5 maggio 2016, n. 9041) – è consentita in ragione della conformazione complessiva del procedimento, là dove, a fronte della pubblicità del giudizio assicurata in prima o seconda istanza, una tale esigenza non si manifesti comunque più necessaria per la struttura e funzione dell’ulteriore istanza, il cui rito sia volto, eminentemente, a risolvere questioni di diritto o comunque non “di fatto”, tramite una trattazione rapida dell’affare, non rivestente peculiare complessità;>> (l’enfasi tipografica non si rinviene nell’originale).

 [2] La requisitoria del Pubblico Ministero e l’ordinanza della Suprema Corte si possono leggere integralmente sul sito Judicium.it, R RUSSO, Le prime q.l.c. sulla nuova disciplina del rito cassatorio.

[3]        Sul punto sia consentito rinviare a R. RUSSO, L’ultimo “non – rito” della cassazione civile ovvero l’«entente cordiale» con il legislatore, pubblicato il 3 aprile 2017 sul sito judicium.it.

[4]        Art. 380-bis.1. (Procedimento per la decisione in camera di consiglio dinanzi alla sezione semplice). Della fissazione del ricorso in camera di consiglio dinanzi alla sezione semplice ai sensi dell’articolo 375, secondo comma, e’ data comunicazione agli avvocati delle parti e al pubblico ministero almeno quaranta giorni prima. Il pubblico ministero può depositare in cancelleria le sue conclusioni scritte non oltre venti giorni prima dell’adunanza in camera di consiglio. Le parti possono depositare le loro memorie non oltre dieci giorni prima dell’adunanza in camera di consiglio. In camera di consiglio la Corte giudica senza l’intervento del pubblico ministero e delle parti.

[5]        L’ammissibilità di tale produzione è discutibile, ma non è esclusa alla stregua sia del novellato art. 390 c.p.c. (che ora consente la rinuncia fino all’udienza camerale, anziché fino alla notifica della richiesta del Pubblico Ministero), sia dell’orientamento espresso dalle Sezioni Unite, secondo cui attività processuale delle parti e rinuncia sono ugualmente consentite fino all’udienza camerale: cfr. Sez. U, Ordinanza n. 19514 del 16/07/2008, Rv. 604336 – 01, che in motivazione così detta: «Deve conclusivamente affermarsi che il termine utile per la rinuncia, nei casi di cui all’art. 380 bis c.p.c., va individuato nel momento in cui è precluso alle parti l’esercizio di un’ulteriore attività processuale e non in quello, antecedente, della notifica agli avvocati della relazione depositata dal consigliere relatore nominato ai sensi dell’art. 377 c.p.c.».

[6]        Tale criticità era stata rilevata già in seno ad un saggio di più ampio respiro: cfr. R. RUSSO, L’ultimo non rito… – par. 51.

In altri, termini la recente disciplina del rito camerale generale ha un senso, ed è certamente costituzionalmente legittima, soltanto «a bocce ferme»; cioè se si escluda che, dopo il deposito della memoria conclusionale del Pubblico Ministero, non sopravvengano nova rilevanti ad opera delle Parti o (in via interlocutoria) della Sezione stessa.

[7]        Invece nel regime anteriore dell’udienza pubblica (che costituiva la regola), pur avendo l’ultima parola il Pubblico Ministero, era consentito alle parti depositare brevi osservazioni scritte (art. 379, 4° c.p.c.); sicché l’ultima ‘mossa’ (per giunta scritta, e quindi destinata a …manere) spettava comunque alle Parti (facultate a depositare «fogli di lume», dopo la requisitoria meramente orale del Pubblico Ministero, perciò destinata a … volare).

[8]        Requisitoria e ordinanza sono allegate per esteso al presente commento.

[9]         Non è facile dimenticare che non si è temuto di affermare da parte di un ex consigliere di cassazione, a proposito del Pubblico Ministero presso la Suprema Corte civile, che addirittura «a quanto consta i collegi della Suprema Corte tengono in ben poco le conclusioni del procuratore generale, il quale finisce con lo svolgere un ruolo di rilievo assai modesto» (G. FINOCCHIARO, in Guida al diritto, 2013, fasc. n. 28, pag. 80): affermazione tanto immotivata e soggettiva quanto imbarazzante, a volere considerare che, se veridica, imputerebbe (soprattutto al suo autore, ma anche) ai giudicanti di legittimità la violazione dell’art. 2, 1°, lett. d) del D. lgs. n. 109 del 2006, che sanziona in sede disciplinare i comportamenti abitualmente o gravemente scorretti dei magistrati nei confronti di altri magistrati, anche perché il ruolo del Pubblico Ministero nel giudizio di legittimità è prefissato dal Legislatore e non dai giudicanti di legittimità. Sia consentito richiamare sul punto R. RUSSO, Il M. presso la S.C civile! Chi era costui? Appunti sugli artt. 75 e 81 del D.L. n. 69 del 2013, in Judicium.it, diretto dal prof. B. Sassani.

[10]      Detta ordinanza già citata, viene qui richiamata nella parte in cui sostiene che <<peraltro, ove il Collegio intenda porre a base della decisione una questione rilevata d’ufficio (cd. “decisione della terza via”), la virtualità interpretativa dello stesso art. 380-bis c.p.c. – secondo una lettura costituzionalmente e convenzionalmente orientata della stessa norma, non inibita dalla formulazione testuale, nella sua significanza linguistica — è tale da consentire il ripristino dell’interlocuzione delle parti secondo il paradigma dell’art. 384, terzo comma, c.p.c. (come, del resto, riconosciuto, a livello di auspicata prassi applicativa del nuovo rito, dagli stessi attori del processo nel Protocollo d’intesa tra Presidente cassazione, Consiglio Nazionale Forense ed Avvocatura generale dello Stato, siglato il 15 dicembre 2016)>>.

É appena il caso di rimarcare che il citato Protocollo di intesa è privo di qualunque rilievo normativo, essendo il procedimento civile regolato soltanto dalla legge, in forza della riserva rinforzata prevista dall’art. 111, 1° Cost., di certo indisponibile: amplius R. RUSSO, L’ultimo “non – rito” della cassazione civile ovvero l’«entente cordiale» con il legislatore, pubblicato il 3 aprile 2017 sul sito judicium.it., par. n. 60.

         [11]      Sul punto sia consentito rinviare a R. RUSSO, Storie di straordinaria entropia processuale. Alla ricerca della ‘cartolina’ perduta, pubblicato sul sito judicium.it, diretto dal prof. B. Sassani.

[12]      In un giudizio cassatorio con pluralità di parti, l’esclusione della presenza delle stesse all’udienza camerale e l’abolizione dell’’opinamento’ non possono di certo impedire   l’attuazione del contradditorio e l’esercizio del diritto di difesa. Così a fronte di una produzione documentale dopo il decorso dei termini fissati dall’art. 380-bis.1 c.p.c.   non può di certo impedirsi ai controinteressati ed al Pubblico Ministero di vagliare il rispetto dell’art. 372 c.p.c. ; ed anche a fronte di una rinuncia al ricorso spetta al Pubblico Ministero di valutarne la legittimità ed alla controparte il diritto (anche) di chiedere la condanna alle spese ai sensi dell’art. 391 c.p.c. Come si vede, dunque, il rilievo delle sopravvenienze anzidette non interessa soltanto il Pubblico Ministero. In tali casi il rinvio dell’udienza camerale fissata sembra comunque doveroso.

[13]  Le riforme del processo civile nel silenzio degli avvocati, pubblicato il dì 11.10.2017, sul sito Judicium.it

[14]      L’Ufficio di statistica della Suprema Corte ha rilevato i seguenti dati:

Anno                     n. Accoglimento  Totale                   % Accoglimento

Errore materiale   2014                     138                       158                       87,3

Errore materiale   2015                     109                       132                       82,6

Revocazione        2014                     19                         203                       9,4

Revocazione        2015                     16                         194                       8,2

Quasi prevedendo le conseguenze nefaste della «frenesia statistica»  il novellato art. 391 bis c.p.c. statuisce, a differenza di quanto previsto per i giudizi di merito dell’art. 288 c.p.c.,  che la Suprema Corte possa  attendere anche d’ufficio alla correzione delle proprie sentenze.

[15]      Nel settennio 2000- 2006 le Sezioni Unite emettevano mediamente 731 sentenze all’anno; nel decennio 2007 – 2016 hanno emesso mediamente soltanto 428 all’anno (fonte Italgiure).

[16]      A. MANZONI, I promessi sposi, cap. XIII.