I limiti della deducibilità in cassazione della violazione e della falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.

Di Olga Desiato -

Cass., sez. lav., 22 dicembre 2017, n. 30857
Con il ricorso per cassazione non può essere dedotta come vizio di legittimità la violazione o la falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. in riferimento all’apprezzamento delle risultanze probatorie operato dal giudice di merito, fatta eccezione per le ipotesi in cui quest’ultimo, esercitando il suo potere discrezionale nella scelta e nella valutazione degli elementi probatori, ometta di valutare le risultanze di cui la parte abbia esplicitamente dedotto la decisività o ponga alla base della decisione fatti che erroneamente ritenga notori o la sua scienza personale.

In caso di malattia professionale con esito letale imputabile a responsabilità del datore di lavoro, agli eredi è dovuto il risarcimento del danno non patrimoniale da calcolarsi al netto della quota già liquidata dall’Inail, ai sensi dell’art. 13 del d.lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, come ristoro del danno biologico, al lavoratore deceduto (pur se concretamente erogato agli eredi).

Nel caso sottoposto al vaglio della sezione lavoro della Suprema corte, a seguito del decesso per malattia professionale di una dipendente di una s.r.l. la convenuta società era stata condannata in primo grado a ristorare gli eredi del danno non patrimoniale patito in vita dalla donna, nonché di quello dagli stessi sofferto in conseguenza della morte della congiunta. La pronuncia era stata confermata dalla corte di appello investita del gravame.
Nel sollecitare l’intervento della Suprema corte la ricorrente, tra le molteplici censure articolate in punto di riferibilità alla società della responsabilità della malattia e del decesso della lavoratrice, aveva dedotto la violazione e la falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. In particolare era stato sostenuto che la pronuncia gravata, nel ritenere provata la colpa del datore di lavoro, fosse incorsa nella suddetta violazione in quanto la rilevante esposizione della lavoratrice alla sostanza tossica, ritenuta determinante ai fini dell’insorgere della patologia, era stata contestata e non provata dalla controparte. Analogamente non era stato oggetto di prova l’eventuale concorso della lavoratrice nella determinazione della malattia. Era stata oltretutto contestata la valorizzazione di indagini e dichiarazioni testimoniali a parer del ricorrente irrilevanti ai fini del determinismo della patologia riscontrata.
La Corte disattende le censure articolate e, apertis verbis, esclude la deducibilità della violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. come vizio di legittimità in riferimento all’apprezzamento delle risultanze probatorie operato dal giudice di merito. Come chiarito nella parte motiva della pronuncia, infatti, la violazione e la falsa applicazione di norme di legge processuale non dipendono né sono dimostrate dall’erronea valutazione del materiale istruttorio. Nel solco della linea interpretativa avallata da Cass. 28 agosto 2017, n. 20486, 27 dicembre 2017, n. 27000 e 10 giugno 2016, n. 11892, la deducibilità del vizio in parola può ammettersi solo allorché il ricorrente alleghi che il giudice di merito, in contrasto con i principi della disponibilità e del contraddittorio delle parti sulle prove, abbia: 1) posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; 2) disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova che invece siano soggetti a valutazione. Dunque solo l’esorbitanza da tali limiti è ritenuta suscettibile di sindacato in sede di legittimità per violazione dell’art. 115 c.p.c., sindacato che, con riferimento a tale norma, non può essere, invece, esteso all’apprezzamento espresso dal giudice del merito in esito alla valutazione delle prove ritualmente acquisite. Nel caso di specie, invero, la ricorrente lungi dal denunciare violazioni dell’organo giudicante, aveva sollecitato unicamente un diverso e più favorevole apprezzamento delle emergenze istruttorie rispetto alla ricostruzione – ritenuta comunque ampia e analitica – operata dal giudice del merito.
Il ricorso spiegato dalla ricorrente trova, tuttavia, accoglimento avendo essa contestato la propria legittimazione passiva in relazione alle domande di risarcimento di danno biologico iure hereditatis di spettanza dell’Inail ai sensi del d.lgs. 23 febbraio 2000, n. 38. Nel caso di specie l’ente previdenziale aveva, in effetti, già provveduto a liquidare, ai sensi dell’art. 13 del citato d. lgs., in favore degli eredi una rendita destinata a ristorare, oltre al danno biologico, anche i danni esistenziali e morali patiti, sicchè il giudice di prime cure avrebbe dovuto tener conto, nella liquidazione del danno iure ereditario, dell’indennizzo già riconosciuto alla lavoratrice. Sollecitata, a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione vigente prima delle modifiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012 ed applicabile ratione temporis in ragione della data di pubblicazione della sentenza d’appello, a controllare sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione operata dal giudice del merito, oltre che investita a pronunciarsi, a norma dell’art. 360, comma 1, n. 3, sulla violazione o sull’errata applicazione dell’art. 13 del d.lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, la Corte dichiara ammissibili le censure formulate e riconosce l’omessa valutazione dei giudici del merito dell’avvenuta liquidazione di una rendita in favore del de cuius da parte dell’Istituto assicurativo.
Appurato che alla luce del dettato normativo e della giurisprudenza edita nel sistema assicurativo Inail delineato col il d.lgs. n. 38 del 2000 il danno biologico compreso nell’indennizzo deve essere inteso quale danno alla persona nella sua globalità e che la liquidazione dello stesso da parte dell’ente previdenziale giustifica l’esonero della responsabilità del datore di lavoro, la Corte chiarisce, quindi, che nel calcolo del danno cd. differenziale (e quindi del risarcimento che eccede l’importo dell’indennizzo dovuto in base all’assicurazione obbligatoria e che resta a carico del datore di lavoro ove il fatto costituisca reato perseguibile d’ufficio), dall’ammontare complessivo del danno biologico deve essere detratto il valore capitale della quota già indennizzata dall’ente previdenziale.

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