Libri e articoli giuridici: alla ricerca della qualità

Di Jordi Nieva Fenoll -

Di recente, sono stato all’inaugurazione di uno studio legale in un Paese che, tra l’altro, è una delle prime cinque economie dell’Unione europea. L’ufficio disponeva di strutture fenomenali e accoglienti, diverse opere d’arte, grandi tavoli, computer, sale riunioni … ma quello che mi ha sorpreso di più, in pratica, è stata la mancanza di volumi: in effetti, c’erano pochissime librerie.

Si potrebbe pensare che la rivoluzione digitale sia già qui e, dunque, che tutto il materiale di cui un avvocato ha bisogno sia online, ma non è così. Se si osservano testi giudiziari e persino consulenze, raramente viene citata la bibliografia specializzata. I libri e gli articoli dottrinali brillano per la loro assenza. Tutto sembra essere elaborato con il solo sostegno della giurisprudenza che, a proposito, in Spagna – non così negli altri Paesi – non è incline a menzionare alcuna bibliografia.

Sembrerebbe che le scienze giuridiche abbiano cessato di esistere e, poiché ovviamente non è così, si deve presumere che ad essa non venga data abitualmente alcuna importanza pratica. Quando si parla con avvocati, giudici e pubblici ministeri, essi manifestano le proprie ragioni: questi operatori del diritto affermano che i lavori dottrinali sono diventati troppo teorici, cioè non offrono soluzioni ai problemi che affrontano quotidianamente; pertanto, andare in biblioteca è una semplice perdita di tempo di cui, probabilmente, non si ha disponibilità.

Si deve presumere che, sebbene le cose non siano sempre come le vedono i pratici, una significativa quantità di colpa sia indirettamente addebitabile alla dottrina. Negli ultimi anni, per vari motivi – i meriti curriculari e l’egotismo tra questi – sono state pubblicate molte opere affrettate che sono semplici – e talvolta scandalosi – resoconti di orientamenti giurisprudenziali privi di qualsiasi utilità, anche perché probabilmente confezionati in un paio di fine-settimana. In altre occasioni, l’autore non conosce affatto la pratica del tema che indaga, motivo per cui le soluzioni che propone sono semplicemente immaginarie, vale a dire che non usano il metodo scientifico. Infine, sono stati scoperti troppi, nonché imbarazzanti, casi di plagio – un’altra forma rapida di “scrittura” – che può essere addirittura criminale. In questo modo, gran parte della letteratura giuridica pubblicata non serve alla stessa dottrina, che prescinde da questi lavori. In effetti, si pubblica così tanto che è davvero difficile stare al passo ed essere aggiornati.

Gli editori specializzati avrebbero dovuto essere un filtro di qualità, ma, sollecitati da esigenze commerciali, la maggior parte pubblica semplicemente perché l’argomento del libro è “di cassetta”, indipendentemente dal fatto che sia trattato bene, o perché l’autore paga la pubblicazione, o perché, se è un professore, si è impegnato a raccomandare – o al più consigliare – il libro ai propri studenti in modo “obbligatorio”. Purtroppo, è anche molto comune per i nuovi autori la prassi di rinunciare ai diritti d’autore pur di ottenere la pubblicazione. Tuttavia, i pochi editori che, senza disprezzare il in alcuni casi il vero e proprio best-seller, hanno tentato di pubblicare solo titoli di qualità, finiscono col realizzare, a medio termine, che la chiave del successo è lì, ossia nei cosiddetti long-sellers: testi ben scritti che difficilmente passano di moda pur dopo diversi anni, conservando la propria validità molto più a lungo di quanto si creda.

Neanche le riviste svolgono più il proprio ruolo di filtro. Per quanto abbiano un comitato editoriale, o una valutazione tra pari – non necessaria, ovviamente, se esiste già un valido comitato scientifico – si pubblica in modo improprio, molte volte a causa di influenze o, in fin dei conti, per far uscire un numero in più della rivista, dimostrando di essere in alcuni casi vittime dello stesso male delle case editrici. Si pubblica per materia e, in verità, raramente è valutato ciò che è essenziale in un lavoro scientifico: una originalità che anticipi i futuri problemi pratici, la soluzione di casi reali che stabiliscano solide categorie teoriche generalizzabili e, in definitiva – come già si è detto – l’uso del metodo scientifico.

Lo scenario è desolante. Le opere brillanti rimangono subdolamente nascoste nel mare magnum di una letteratura povera. In effetti, per la valutazione accademica dei meriti è necessario solo aver pubblicato su “tale” rivista o con una “prestigiosa” casa editrice. E se quei meriti richiedono “citazioni” del lavoro pubblicato da parte di altri, l’autore fa già fatica a convincere i suoi amici a citarlo. In effetti, l’intero sistema, anche se concepito in buona fede, è una “truffa”, poiché si finiscono col ricompensare meriti apparenti.

Gli editori dovrebbero imporre valutazioni di qualità affidandole ad autori di indiscusso valore e, per il bene di tutti, “incorruttibili”. È difficile dire a qualcuno che il suo lavoro non è pubblicabile, ma, se i criteri qualitativi sono chiari, l’autore veramente laborioso – non c’è bisogno che sia anche brillante – si adeguerà perché il proprio contributo veda la luce.

Il contrario significherà avallare il metodo appena descritto: dozzine di libri e centinaia di articoli ogni anno. Materiale così bello, e tante volte così dannatamente inutile, che si finisce col non potergli prestare la dovuta attenzione. Mi è stato detto da un vecchio professore straniero che 50 anni fa c’erano solo cinque riviste interessanti in tutto il mondo e, sempre in tutto il mondo, non più di 5 o 10 monografie pubblicate ogni anno su un tema specifico. Se ora tali numeri potranno sembrare molto ridotti, probabilmente però erano quelli giusti, poiché allora avvocati, giudici e pubblici ministeri leggevano e avevano una propria biblioteca personale. Un giorno, quando questa marea editoriale diminuirà, forse il settore tornerà a una “salute” che ora non ha più (*).

(*) Trad. a cura di Gaspare Dalia.

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