L’estinzione ex art. 393 c.p.c. del giudizio per la dichiarazione di fallimento.

Di Alessia D'Addazio -

Con la pronuncia in commento la Suprema Corte ha enunciato il seguente principio di diritto: «in tema di effetti del giudizio di rinvio sul giudizio per dichiarazione di fallimento, ove la sentenza di rigetto del reclamo contro la sentenza dichiarativa, di cui alla L. Fall., art. 18, sia stata cassata con rinvio, e il processo non sia stato riassunto nel termine prescritto, trova piena applicazione la regola generale di cui all’art. 393 c.p.c., alla stregua della quale alla mancata riassunzione consegue l’estinzione dell’intero processo e, quindi, anche l’inefficacia della sentenza di fallimento».

La pronuncia si colloca a valle di una articolata dinamica processuale, così scandita: il Tribunale di Roma pronunciava sentenza dichiarativa del fallimento di una società di fatto e dei soci illimitatamente e personalmente responsabili; uno di essi proponeva reclamo ex art. 18 L. Fall. avverso tale sentenza ma la sua impugnazione veniva rigettata dalla Corte d’appello, con conferma della pronuncia di prime cure (dichiarativa del fallimento). Il soccombente ricorreva per la cassazione del provvedimento di rigetto e la Suprema Corte accoglieva il ricorso ribaltando la pronuncia della Corte d’appello e rinviando la causa al medesimo ufficio giudiziario (in diversa composizione) ai fini del riesame dei presupposti per la dichiarazione di fallimento del (solo) ricorrente. Il giudizio non veniva però riassunto dinanzi al giudice di rinvio. Il socio illimitamente responsabile – vittorioso in cassazione –  formulava allora istanza affinché il giudice delegato del Tribunale di Roma (che aveva dichiarato il fallimento, poi travolto in sede di legittimità) disponesse l’annotazione presso il Registro delle imprese dell’avvenuta estinzione del giudizio di dichiarazione del fallimento ai sensi dell’art. 393 c.p.c. e ordinasse la cancellazione delle trascrizioni nel frattempo eseguite a suo carico e a favore della massa. Il giudice delegato rigettava l’istanza sul presupposto che alla mancata riassunzione del giudizio di reclamo fosse conseguita non l‘estinzione dell’intero giudizio per la dichiarazione del fallimento ma, al contrario, la stabilizzazione della sentenza dichiarativa del fallimento, non potendosi applicare la disciplina dettata dall’art. 393 c.p.c. al giudizio di reclamo ex art. 18 L.F. in ragione della mancanza di funzione sostitutiva del provvedimento reso all’esito di tale fase. Il ricorrente, quindi, proponeva reclamo al Tribunale fallimentare ai sensi dell’art. 26 L. Fall., anch’esso rigettato sulla base delle medesime considerazioni. Avverso tale provvedimento di rigetto viene proposto ricorso per cassazione, che la Suprema Corte accoglie con enunciazione del principio testé richiamato.

Il giudice di legittimità ha rilevato, innanzitutto, l’erroneità della conclusione cui è giunto il Tribunale di Roma con riferimento alla ritenuta esistenza di un collegamento (o meglio una dipendenza) essenziale tra la disciplina dell’estinzione del giudizio in sede di rinvio ai sensi dell’art. 393 c.p.c. e la natura sostitutiva del singolo mezzo di impugnazione che viene di volta in volta in rilievo. Secondo quanto rilevato dal Tribunale di Roma nel provvedimento impugnato, infatti, oggetto del giudizio di reclamo ex art. 18 L.F. sarebbe «il gravame proposto contro la detta sentenza» (dichiarativa di fallimento) e non «l’originaria domanda di fallimento», con la conseguenza che, in caso di cassazione del provvedimento reso in fase di reclamo con rinvio e di mancata rituale riassunzione del procedimento, l’estinzione non riguarderebbe quella originaria domanda di fallimento, ma solo il processo di reclamo instaurato e non più coltivato. Il Tribunale di Roma ritiene quindi che non vi sia coincidenza di oggetto tra il giudizio di dichiarazione del fallimento e il successivo giudizio di reclamo e che per tale ragione a quest’ultimo non possa essere ascritta la funzione sostitutiva – necessaria, a detta del medesimo Tribunale, per l’operare del meccanismo estintivo dell’art. 393 c.p.c. – in quanto, per un verso, in caso di rigetto del reclamo proposto dal debitore il provvedimento della Corte d’Appello non sostituisce in alcun modo la sentenza dichiarativa di fallimento pronunciata dal Tribunale e, per altro e decisivo verso, in caso di accoglimento del reclamo proposto al creditore ricorrente o dal pubblico ministero avverso il provvedimento di rigetto del Tribunale della domanda di dichiarazione del fallimento, la dichiarazione di fallimento, ai sensi dell’art. 22, comma 4, L. Fall., deve comunque essere pronunciata dal Tribunale al quale vengono rimessi gli atti. La Corte di cassazione afferma, invece, che «l’ambito dell’art. 393 va oltre la detta funzione» normalmente sostitutiva del provvedimento reso in sede di impugnazione. Ed è per tale ragione che, in caso di omessa riassunzione del giudizio di reclamo di cui all’art. 18 L. Fall. a seguito della cassazione del precedente provvedimento reso in tale sede, l’estinzione non può che riguardare l’intero procedimento in cui tale provvedimento è stato emesso, travolgendo così l’efficacia della dichiarazione di fallimento[1].

Tanto vale a maggior ragione considerando l’evoluzione della disciplina che ha interessato il giudizio di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento. La previgente disciplina, sottolinea la Corte, come emergeva dalla formulazione originaria dell’art. 18 L. Fall., configurava (analogamente a quanto previsto per l’opposizione a decreto ingiuntivo, il cui confronto con l’attuale regime di impugnazione della sentenza di fallimento costituisce uno snodo argomentativo essenziale per il giudice di legittimità al fine di ritenere senz’altro applicabile, nel rinnovato contesto, l’art. 393 c.p.c. in luogo dell’art. 338 c.p.c.) un mezzo di impugnazione teso ad avviare un processo di cognizione di primo grado, regolato dalle ordinarie norme del codice di rito e dunque anche dall’art. 338 c.p.c. con riferimento ai casi di estinzione della fase di impugnazione (al pari di quanto previsto dall’art. 653, comma 1, c.p.c. in caso di estinzione verificatasi in fase di opposizione al decreto ingiuntivo).

Nell’attuale disciplina, invece, il procedimento di reclamo si configura come mezzo di impugnazione connotato da un effetto devolutivo pieno rispetto al provvedimento cui accede e da un effetto sostitutivo limitato, in ragione del mantenimento della funzione dichiarativa del fallimento in capo al Tribunale (art. 22, comma 4, L. Fall.). La struttura e la disciplina attuali consentirebbero, secondo quanto rilevato dalla pronuncia della Suprema Corte segnalata, di applicare senza incongruenze la disciplina prevista dal codice di rito per la mancata riassunzione in termini della causa davanti al giudice di rinvio.

La ritenuta superfluità dell’indagine relativa alla struttura (sostitutiva o meno) del giudizio di impugnazione nel cui ambito è stata resa la pronuncia cassata con rinvio ai fini della applicazione della regola prevista dall’art. 393 c.p.c. apre un dibattito di tenore più generale con riguardo alla disciplina applicabile alle ipotesi in cui la decisione di appello sia sprovvista di funzione sostitutiva rispetto al provvedimento emesso nel grado anteriore, vale a dire nei casi di decisioni di rigetto dell’appello per ragioni di rito, ovvero nei casi di decisioni radicalmente nulle o inesistenti, o ancora di decisioni con cui il giudice di appello abbia «rimanda[to] le parti davanti al primo giudice» ai sensi degli artt. 353, 354 c.p.c.. In siffatte ipotesi, la cassazione per determinati errores in procedendo (o errores in iudicando de iure procedendi) apre le porte ad un rinvio che la dottrina definisce restitutorio –  in quanto funzionale alla “restituzione” al giudice di merito del giudizio, depurato dagli errori processuali commessi, per la sua corretta conduzione –  in contrapposizione al rinvio prosecutorio (disposto a seguito della cassazione per error in iudicando), connotato invece dalla enunciazione di un principio di diritto funzionale alla rinnovazione del giudizio dal punto di vista sostanziale e non solo meramente procedurale. V’è, dunque, chi sostiene che in tali circostanze, proprio in ragione della richiamata assenza della funzione sostitutiva, in caso di mancata riassunzione dinanzi al giudice di rinvio, «una interpretazione funzionale della disposizione impone che resti in vita ciò che non era mai stato eliminato dal mondo giuridico e, per conseguenza, la soluzione va rintracciata applicando in questo caso l’art. 338 c.p.c. (e non l’art. 393 c.p.c.)»[2] con conseguente stabilizzazione della pronuncia resa in primo grado. Essa, infatti, non aveva mai cessato di esistere – o, secondo altra prospettiva, sarebbe “tornata in vita” a seguito dell’annullamento del provvedimento di appello in quanto radicalmente nullo e quindi insuscettibile di produrre effetti in senso negativo nei confronti della pronuncia resa in primo grado – sicché l’ estinzione dell’intero giudizio ai sensi dell’art. 393 c.p.c. finirebbe per costituire una mera sanzione per l’inattività delle parti e non la conseguenza della dinamica processuale in sé considerata, tenuto conto degli effetti e delle caratteristiche dei provvedimenti emanati nel medesimo giudizio. Questa voce della dottrina, in sostanza, promuove una applicazione diversificata degli artt. 338 c.p.c. e 393 c.p.c., a seconda dei possibili esiti dei giudizi di appello e dell’efficacia sostitutiva o meno della sentenza di appello in base alla quale dovrebbe apprezzarsi la portata “demolitrice” della disposizione contenuta nell’art. 393 c.p.c. Questi, grosso modo, erano del resto gli argomenti che lo stesso Tribunale di Roma aveva promosso e che sono stati invece interamente censurati dalla Corte di cassazione sulla base di una lettura non sceverartice ma, al contrario, generalizzante del disposto dell’art. 393 c.p.c..

[1] Il Tribunale di Roma aveva invece ritenuto oggetto del giudizio di reclamo fosse «il gravame proposto contro la detta sentenza» (dichiarativa di fallimento) e non «l’originaria domanda di fallimento», con la conseguenza che, in caso di cassazione con rinvio e di mancata rituale riassunzione del procedimento, non verrà travolta l’originaria domanda di fallimento, ma a subire l’estinzione sarà solo il processo di reclamo instaurato e non più coltivato.

[2] G. Verde, L’art. 393 c.p.c.: una disposizione da trascrivere, in Riv. dir. proc., 2018, 929 ss., 932 e 933.