L’espropriazione forzata in generale

Sommario: 1. Premessa. – 2. Cumulo dei mezzi di espropriazione. – 3. Il ruolo del giudice nell’espropriazione forzata. – 4. Il principio (attenuato) del contradditorio nell’espropriazione forzata. - 5. Natura ed oggetto dei provvedimenti giudiziali resi nell’espropriazione forzata. - 6. Pubblicità dell’atto esecutivo e diritto alla privacy del debitore. – 7. Disposizioni generali in tema di espropriazione forzata.

Di Giulio Nicola Nardo -

1. Premessa

Quando oggetto di esecuzione forzata sono crediti aventi ad oggetto somme di denaro  il processo esecutivo prende il nome di espropriazione forzata e si svolge ai sensi degli artt. 483 e ss c.p.c. – per come individuabili nel libro terzo titolo secondo del codice di rito, rubricato per l’appunto “ dell’espropriazione forzata”.

L’espropriazione forzata si fonda sul principio ex latere debitoris, della garanzia generica offerta dall’art 2740 c.c., e sul contrapposto principio sancito dall’art. 2910 c.c. – ex latere creditoris – che consente al creditore di fare espropriare i beni del suo debitore.

In estrema sintesi, l’espropriazione forzata conta di tre macro categorie: la notifica dell’atto di pignoramento, la sottoposizione a vincolo dei beni sottoposti a pignoramento al fine della successiva vendita ed, in ultimo, la distribuzione della somma ricavata.

Nell’affrontare lo studio dell’esecuzione forzata in generale, si seguirà lo schema adottato dal codice di procedura civile, che si occupa, dapprima, dell’espropriazione forzata in generale, che si colloca come disciplina comune e di raccordo con le singole specie di espropriazione; poi, di seguito, l’espropriazione forzata mobiliare presso il debitore (artt. 513-542), l’espropriazione forzata presso terzi (artt. 543- 554) l’espropriazione forzata immobiliare (artt. 555- 598), l’espropriazione forzata di beni indivisi (artt. 599-601) ed infine l’espropriazione forzata contro il terzo proprietario (art. 602 -604).

L’analisi che da qui in avanti si offrirà avrà ad oggetto gli art. 483 – 490 del codice di rito.

2. Cumulo dei mezzi di espropriazione

E’ necessario evidenziare che, nel sistema giuridico italiano, non si incontrano norme che positivizzano espressamente dei limiti nell’attivazione dei mezzi espropriativi ben potendo il creditore azionare in via cumulativa più singole specie di espropriazione o più espropriazioni dello stesso tipo[1] al fine di vedersi soddisfatto tutto quello e proprio quello che è dedotto nel titolo esecutivo.

L’unico limite rinvenibile, è quello di un controllo ex post del giudice, al fine di verificare che le azioni in effetti promosse siano dirette all’effettiva soddisfazione del creditore, e non si presentino invece come abusive o comunque esorbitanti la tutela accordata dal legislatore processuale nell’agire in executivis.

L’art. 483 c.p.c. consente, infatti, da una parte al creditore, che agisce  per la soddisfazione in sede esecutiva della propria pretesa, di avvalersi cumulativamente di diversi mezzi di espropriazione, potendo così procedere esecutivamente in tempi successivi sia su beni di natura eterogenea che su beni omogenei, dall’altro dà agio al debitore esecutato, qualora le azioni siano considerato eccessivo avuto riguardo l’entità dei beni complessivamente pignorati che eccedono in misura incongrua, di vedersi limitate tali azioni “ al mezzo che il creditore sceglie o, in mancanza, a quello che il giudice stesso determina”.

Deve però raccordarsi il principio della cumulabilità dei mezzi di espropriazione con il principio dell’abuso degli strumenti processuali.

In giurisprudenza (tanto di legittimità che di merito)  si è più volte avuto modo di affermare che costituisce abuso degli strumenti processuali la proposizione frazionata di una pretesa unitaria, a partire dal fondamentale arresto costituito da Cass. S.U. n. 23726 del 2007[2], secondo il quale “Non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale modificazione aggravativa della posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto ma anche nell’eventuale fase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale”.

L’idea che gli obblighi di correttezza e buona fede debbano essere presenti anche nel corso dell’azione giudiziale conseguente all’inadempimento,  sì da potersi  coniugare i due monti processuali distinti (quello della formazione del titolo e quello dell’espropriazione in caso di inadempimento) con il principio del giusto processo è stata ribadita da ultimo da Cass. n. 9488 del 2014[3] (in tema di moltiplicazione dei procedimenti per la determinazione della indennità di esproprio), che ha posto in rilievo come l’inutile moltiplicazione delle azioni costituisca un abuso del processo – idoneo a gravare sia lo Stato che le parti dell’aumento degli oneri processuali, avuto riguardo all’allungamento dei tempi processuali derivanti dalla proliferazione non necessaria dei procedimenti e all’eventuale lievitazione dei costi a carico della parte soccombente.

Pertanto, in giurisprudenza è sanzionato con la nullità il compimento di un atto che, da un lato, non è giustificato dal consentire al creditore la più rapida e piena soddisfazione delle sue ragioni, e per contro si traduce in una moltiplicazione delle spese, che andranno a ricadere sulla parte debitrice, ovvero in un inutile e distorto mezzo di arricchimento a spese del debitore scisso e quindi non giustificato dalla finalità della più immediata soddisfazione delle ragioni creditorie.

La norma di cui al primo comma dell’art. 483 c.p.c. dispone che l’ordinanza che definisce il procedimento relativo all’effettivo abuso del cumulo dei mezzi di espropriazione e che dunque caduca il pignoramento in eccesso non sia impugnabile.

La giurisprudenza di legittimità ha ritenuto in un primo momento che tale ordinanza fosse ricorribile in via straordinaria ex art. 111 Cost.[4]; successivamente, rivedendo la fattispecie  ha affermato che essa possa costituire, più propriamente oggetto di opposizione agli atti esecutivi[5].

Pertanto, il rimedio previsto dall’art 111 Cost. sarà esperibile avverso la sentenza che abbia definito l’opposizione agli atti esecutivi.

Stesso iter risulta applicabile avverso l’ordinanza di rigetto dell’istanza di riduzione[6].

In ultimo, bisogna rilevare che la giurisprudenza ha chiarito che l’avere impiegato con finalità abusive più mezzi di espropriazione in via cumulativa, con dolo o colpa grave, non solo giustifica l’esclusione dall’esecuzione dei beni sottopostivi in eccesso, ma determina anche la condanna del creditore procedente ex art. 96 c.p.c.[7]

3. Il ruolo del Giudice nell’espropriazione forzata

L’ art. 484 del codice di rito  disciplina l’investitura giurisdizionale che occorre per dirigere l’esecuzione forzata in genere[8].

L’articolo dispone  che “L’espropriazione è diretta da un giudice. La nomina del giudice dell’esecuzione è fatta dal presidente del tribunale, su presentazione a cura del cancelliere del fascicolo entro due giorni dalla sua formazione”.

Dalla norma si ricava dunque la centralità del Giudice per dirigere e coordinare le attività processuali, nonché garantire l’applicazione degli imprescindibili principi processuali: tuttavia, data la peculiarità del processo esecutivo il ruolo del giudice, rispetto a quello della cognizione ordinaria, si estende a garantire che non vi sia qualsivoglia forma di speculazione tanto del debitore esecutato che del creditore procedente, pur se il suo ruolo rimane in talune ipotesi di espropriazione solo eventuale.

Emerge dalla giurisprudenza di legittimità che  “il potere conferito dal vigente ordinamento processuale al giudice dell’esecuzione, al fine di pervenire al soddisfacimento dei creditori procedenti o intervenuti, è un potere di direzione del processo esecutivo, che si concreta nel compimento della serie successiva e coordinata degli atti che lo costituiscono, e cioè nel compimento diretto di atti esecutivi e nell’ordine, ad altri impartito, di compimento di atti esecutivi, nonché del successivo controllo della legittimità ed opportunità degli atti compiuti, con il conseguente esercizio del potere soppressivo e sostitutivo, contenuto nell’ambito e nei limiti segnati dalle norme di rito che disciplinano il processo esecutivo”[9].

Pur tuttavia è necessario fare un necessario distinguo tra quella che è la figura del Giudice dell’esecuzione da quello che è il ruolo del giudice per l’esecuzione.

Più dettagliatamente, il giudice dell’esecuzione (art. 484, comma primo, del codice di procedura civile) che è certamente un organo giurisdizionale, ha una  sfera di competenza da tenere distinta da quella attribuita al Tribunale, che è il giudice competente per l’esecuzione.

Nel corso dell’espropriazione, il giudice di cui all’art 484 c.p.c., nel dirigere l’udienza deve adottare provvedimenti aventi contenuto e valore decisori, dovendosi la sua attività assimilare a quella del giudice istruttore del processo di cognizione[10].

Nonostante la dottrina sottolinei, unanimemente, le analogie tra giudice dell’esecuzione e giudice della cognizione, sia perché attraverso l’esplicito richiamo agli artt. 174 e 175 c.p.c., si applica anche al giudice dell’esecuzione il principio di immutabilità e gli si conferisce il potere di direzione del procedimento esecutivo, sia in quanto il giudice dell’esecuzione si pronuncia, parimenti all’istruttore, con ordinanza ex art. 487 c.p.c., le due figure  restano distinte, poiché il giudice dell’esecuzione – per natura stessa del procedimento a cui il suo munus è diretto, – esercita, diversamente dall’istruttore, anche poteri espropriativi e satisfattori, in base ai quali può emanare gli atti necessari alla realizzazione di quanto dedotto nel titolo esecutivo[11].

Inoltre, alcuni autori hanno evidenziato, sempre in ordine alla effettiva funzione del giudice  ex art 484 c.p.c., che nell’esecuzione degli obblighi di fare e non fare ed in quella per consegna o rilascio, non si può parlare in concreto di giudice dell’esecuzione, poiché in tali casi mancherebbe una vera e propria designazione del magistrato-persona fisica cui affidare la direzione del procedimento[12].

Altre parte della dottrina ritiene, invece, che anche nelle forme di esecuzione diretta si individuino funzioni, atti e provvedimenti tipici del giudice dell’esecuzione,  distinguendo, ancora, la concomitanza della figura  del giudice dell’esecuzione  con quella dell’espropriazione[13].

Altre parte della dottrina ritiene, invece, che anche nelle forme di esecuzione diretta si individuino funzioni, atti e provvedimenti tipici del giudice dell’esecuzione,  distinguendo, ancora, la concomitanza della figura  del giudice dell’esecuzione  con quella dell’espropriazione.

Esplicitate le varie differenze, il giudice dell’esecuzione nella figura disciplinata dall’art 484 c.p.c. ha il compito di attuare il diritto dedotto nel titolo esecutivo, in  un processo che si svolge per udienze, atteso il rinvio agli artt. 174 e 175 c.p.c. nell’ultimo comma dell’art 484 e adottando provvedimenti a contenuto ordinatorio, salve espresse previsioni di legge in cui è possibile che il provvedimento reso da questo giudice abbia natura decisoria (cfr. art 512 c.p.c.).

Eventuali contestazioni avverso l’attività del Giudice dell’esecuzione, che devono sempre avvenire in pieno contraddittorio con gli interessati, devono trovare la forma dei rimedi previsti dagli artt. 615, 617 e 619 c.p.c. da intendersi dunque come procedimenti di cognizione, ancorchè il loro ambito di applicazione debba ricondursi al singolo tipo di opposizione, ma sempre eventuali rispetto all’esecuzione in corso, avendo rilievo l’attività del giudice ex art. 484 c.p.c. solo nell’ipotesi di sospensione dell’esecuzione, o in seguito al provvedimento reso, ex artt. 615 o 617 c.p.c., che definisce in senso positivo per il debitore.

Resta da aggiungere infine che la competenza del Giudice dell’esecuzione è fissata, inderogabilmente (art. 28 c.p.c.), dall’art. 26 c.p.c.,  e dal nuovo art. 26 bis c.p.c. tema di espropriazione presso terzi.

4. Il principio (attenuato) del contradditorio nell’espropriazione forzata

Attese le peculiarità dell’intera procedura esecutiva che mira essenzialmente all’effettività del soddisfacimento in concreto di quanto dedotto nel titolo esecutivo, l’aspetto processuale del principio del contraddittorio rappresenta un tema peculiare nell’espropriazione forzata.

A tal riguardo, la norma che governa l’esecuzione forzata in rapporto al principio del contraddittorio è senz’altro rinvenibile nel disposto di cui all’art. 485 c.p.c. a mente del quale: “Quando la legge richiede o il giudice ritiene necessario che le parti ed eventualmente altri interessati siano sentiti, il giudice stesso fissa con decreto l’udienza  alla quale il creditore pignorante, i creditori intervenuti, il debitore ed eventualmente gli altri interessati debbono comparire davanti a lui. Il decreto è comunicato dal cancelliere. Se risulta o appare probabile che alcuna delle parti non sia comparsa per cause indipendenti dalla sua volontà, il giudice dell’esecuzione fissa una nuova udienza della quale il cancelliere dà comunicazione alla parte non comparsa”.

La norma assolve il precipuo compito di individuare la modalità, assai più limitate rispetto al processo di cognizione, con cui mettere in relazione i soggetti nel processo esecutivo.

Infatti è prevalente l’idea che nel processo esecutivo il principio del contraddittorio non operi nello stesso modo che è dato ravvisare in quello di cognizione[14].

Pur tuttavia  dalla lettura della norma in parola emerge che l’esigenza di rispettare il contraddittorio pieno ha più una valenza sostanziale, ponendosi come inderogabile in tutti quei casi in cui sorgano esigenze specifiche nel processo di esecuzione stesso.

Per tale ragione non può trovare collocazione all’interno del processo di esecuzione l’istituto della contumacia, che a ben vedere tutela più di un aspetto formale del contraddittorio nell’ambito del processo di cognizione.

Per quanto sopra detto si può affermare che nel processo esecutivo, che è sicuramente un processo di parti, anche se caratterizzato da uno squilibro tra il creditore procedente ed il debitore esecutato,  diretto a realizzare il suo preciso scopo ovvero realizzare il diritto consacrato nel titolo esecutivo[15], si vede l’attuazione del principio del contraddittorio in forma parziale ed attenuata.

Lampante al riguardo è l’analisi compiuta dalla Corte Costituzione nella  sentenza n. 407 del 2000[16],  con la quale ha dichiarato non fondata, in riferimento all’articolo 24 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 525 del codice di procedura civile, nella parte in cui non prevede che il ricorso per l’intervento nella procedura esecutiva del creditore, munito di scrittura, debba essere notificato al debitore esecutato che, pur consapevole della pendenza della procedura, sia rimasto assente all’udienza fissata per l’autorizzazione alla vendita o per l’assegnazione o a quella fissata per la dichiarazione del terzo.

Ed infatti, nell’ambito della disciplina dell’espropriazione forzata in generale, l’art. 485 c.p.c. attribuisce al giudice il potere di convocare davanti a sé le parti del processo esecutivo (tra cui il debitore esecutato) e gli altri soggetti interessati. A quell’udienza, quindi, il debitore potrà venire a conoscenza di eventuali interventi di creditori ed esercitare la sua difesa spiegando anche opposizione.

Esaminando in maniera specifica la norma, emerge innanzitutto l’esigenza di distinguere il concetto di parti del processo esecutivo dal concetto di interessati nel processo esecutivo, poiché la norma al primo comma fa menzione di queste.

Sono “parti” nel processo esecutivo il creditore procedente ed il debitore esecutato.

Devono invece definirsi come soggetti “interessati” coloro i quali possono essere coinvolti dall’attività esecutiva a qualsiasi titolo.

Il giudice dell’esecuzione, dunque, seguendo il tenore letterale della norma, in tutti quei casi previsti dalla legge o quando ritiene necessario ascoltare in modo diretto i soggetti della procedura, dispone la comparizione delle parti o degli eventuali interessati con decreto comunicato con biglietto di cancelleria,  nelle forme di cui all’art. 45 disp. att. c.p.c.,

I termini fissati dal giudice sono meramente ordinatori e non a pena di decadenza.

Ai sensi del comma 3 dell’art. 485 c.p.c. , se le parti non compaiono per cause che non dipendono dalla loro volontà, il giudice fissa un’altra udienza, comunicata con le stesse modalità della precedente.

Si potrebbe ritenere – ancorando una lettura restrittiva della norma in commento – che la sanatoria sia rivolta esclusivamente alle parti, qualora si intenda come parte in senso tecnico il creditore procedente ed il debitore esecutato: tuttavia, potrebbe estendersi il precetto in parola anche agli interessati, interpretando il concetto di “parti” di cui al comma 3 dell’art. 485 in senso generale.

Il disposto in commento è da temperarsi con alcune pronunce di legittimità con cui si è ritenuto che l’omessa convocazione delle “parti”, in alcuni casi, non comporta la violazione del principio del contraddittorio o comunque una causa di nullità inficiante ex se l’intero procedimento.

In tal senso si è espressa la Corte di cassazione nei casi di omessa audizione del debitore, ritenendo che l’audizione del debitore deve intendersi solo come strumentale per il migliore esercizio della potestà ordinatoria del giudice, e che pertanto l’omessa audizione può essere dedotta solo con l’opposizione agli atti esecutivi ove abbia influito sul provvedimento, viziandolo[17].

Tanto si può effettivamente evincere anche in ordine alla correlazione che deve comunque sussistere tra il processo di espropriazione forzata ed il diritto al giusto processo, per come delineato nell’art. 111 Cost., in cui se da una parte è senz’altro vero che  il contraddittorio tra le parti deve essere assicurato in ogni fase processuale in cui si discuta e si debba decidere circa diritti sostanziali o posizioni comunque giuridicamente protette, quindi anche nel processo di esecuzione forzata, ai fini di realizzare in pieno il disposto di cui all’art. 24 Cost., dall’altra parte non ne deve conseguire un generico ed astratto diritto al contraddittorio.

Sulla base di queste premesse la giurisprudenza di legittimità ha dichiarato inammissibile l’impugnazione di un atto dell’esecuzione con la quale si lamenti la mera lesione del contraddittorio, senza prospettare a fondamento dell’impugnazione stessa le ragioni per le quali tale lesione abbia comportato l’ingiustizia del processo, causata dall’impossibilità di difendersi a tutela di quei diritti o di quelle posizioni giuridicamente protette[18].

Tale assunto deve restare fermo anche di seguito alle modifiche, assai più garantistiche, apportate  con la L. 14 maggio 2005, n. 80, modificata dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, e con la L. 24 febbraio 2006, n. 52, restando, comunque, imprescindibile la posizione di soggezione del debitore a fronte dell’azione esecutiva che il creditore esercita avvalendosi del titolo esecutivo.

In dottrina, si sostiene invece che la mancata convocazione, nei casi espressamente previsti dalla legge, è causa di nullità, che si può far valere con l’opposizione agli atti esecutivi[19].

Pertanto resta innegabile – quantomeno in tesi – che nel processo esecutivo, vi è una sola parte che agisce – il creditore procedente -, mentre l’altra – il debitore esecutato – “subisce, ma deve subire nei modi e limiti stabiliti dalla legge”[20], salva, per l’appunto, la disciplina sopra dettata in tema di audizione degli interessati.

5. Natura ed oggetto dei provvedimenti giudiziali resi nell’espropriazione forzata

Al pari di ogni processo giurisdizionale  anche il processo di esecuzione si conclude con un provvedimento finale stabile che dispone circa una mera attività materiale (non dunque di ricerca della verità) che può consistere nel pagamento del creditore, nella consegna di un bene, nel rilascio di un immobile, nell’esecuzione o la demolizione di un opera: provvedimenti che pertanto si pongono come strumentali al diritto assoluto o relativo a valle del titolo esecutivo.

L’art. 487 c.p.c. dispone in materia che: “Salvo che la legge disponga altrimenti, i provvedimenti del giudice dell’esecuzione sono dati con ordinanza, che può essere dal giudice stesso modificata o revocata finché non abbia avuto esecuzione.

Per le ordinanze del giudice dell’esecuzione si osservano le disposizioni degli artt. 176 ss. in quanto applicabili  e quella dell’art. 186”.

La strumentalità del provvedimento si può evincere dalla tipologia di provvedimento che ex lege (cfr. art. 487 secondo comma c.p.c.) il giudice deve pronunciare, ovvero l’ordinanza, in quanto tale tipo di provvedimento rispecchia la natura dei poteri del giudice dell’esecuzione, per lo più direttivi ed ordinatori, rivolti allo svolgimento del processo[21].

La tipologia del provvedimento ordinanza, per sua natura modificabile e reclamabile[22], non deve trarre in errore in ordine alla stabilità del provvedimento finale, poiché la loro modificabilità o reclamabilità soffre un limite: quello di avere avuto esecuzione.

In tal senso soccorre l’art. 2929 c.c.  secondo il quale i creditori non sono tenuti a restituire quanto hanno ricevuto per effetto dell’esecuzione qualora sia accertata la nullità degli atti esecutivi che hanno proceduto la vendita o l’assegnazione, con la precisazione che lo stesso acquirente o assegnatario nulla ha da temere salvo il caso di collusione con il creditore procedente.

Tanto ovviamente, a differenza del giudicato sostanziale che copre le questioni sia dedotte che deducibili nella lite, senza possibilità di revisionare nel merito le stesse, non preclude – in tutti quei casi in cui il titolo esecutivo non sia definitivo ovvero solo coperto dal cautelare – di azionare a converso il titolo secundum eventum litis, di talchè il debitore esecutato diventerà creditore procedente mirante alla restituzione o reintegrazione in forza del titolo modificativo/sostitutivo di quello per cui era il primo procedimento di esecuzione.

L’esigenza di una rapida ed efficace tutela del credito generano, dunque, nuovi strumenti in applicazione del principio confessus pro iudicato habet.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, che si conforma ad un orientamento consolidato nel tempo, “la legge non attribuisce efficacia di giudicato al provvedimento conclusivo del procedimento esecutivo, in coerenza con le caratteristiche di quest’ultimo, che non si svolge nel contraddittorio delle parti e non tende ad un provvedimento di merito avente contenuto decisorio; essa, tuttavia, sancisce l’irrevocabilità dei provvedimenti del giudice esecutivo, una volta che essi abbiano avuto esecuzione (art. 487 c.p.c.); la definitività dei risultati dell’esecuzione, d’altra parte, è insita nella chiusura di un procedimento svoltosi con il rispetto di forme idonee a salvaguardare gli interessi contrapposti delle parti, nel quadro di un sistema di garanzie di legalità per la soluzione di eventuali contrasti (artt. 485, 615 e 512 c.p.c.), ed è basata sul concetto di preclusione, più ampio di quello di giudicato; pertanto, in sede di espropriazione presso terzi deve escludersi la proponibilità, dopo la conclusione dell’esecuzione mediante la pronuncia dell’ordinanza di assegnazione e la scadenza dei termini per le relative opposizioni, di azioni – come quelle di ripetizione dell’indebito o di arricchimento senza causa – volte a contrastare gli effetti dell’esecuzione stessa, sostanzialmente ponendoli nel nulla o limitandoli. In conseguenza, il debitore espropriato non può esperire, dopo la chiusura del procedimento di esecuzione forzata, l’azione di ripetizione di indebito contro il creditore procedente per ottenere la restituzione di quanto costui abbia riscosso, sul presupposto dell’illegittimità per motivi sostanziali dell’esecuzione forzata, (omissis) la proposizione dell’azione di ripetizione dopo la conclusione dell’esecuzione e la scadenza dei termini per le relative opposizioni sarebbe in contrasto con i principi ispiratori del sistema e con le regole specifiche sui modi e sui termini delle opposizioni esecutive, con la conseguenza che la eventuale restituzione, successivamente all’esecuzione forzata, è correlabile solo ad una perdita di validità della procedura esecutiva legalmente accertata”[23].

Il carattere non definitivo delle ordinanze in argomento esclude che contro di esse sia ammissibile il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost.[24].

A contrario si ritiene inoltre ammissibile la procedura di correzione degli errori materiali, ai sensi degli artt. 287 ss. c.p.c.[25].

La particolare natura e struttura del processo di esecuzione porta ad escludere l’applicabilità, in via generale, delle impugnazioni previste per il processo di cognizione ex art. 323 c.p.c.; ne consegue che gli eventuali vizi che riguardano detto provvedimento possono essere fatti valere, oltre che attraverso l’istanza di revoca, solo attraverso il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi[26].

La seconda parte del primo comma prevede la modificabilità e revocabilità dell’ordinanza prima dell’inizio della sua esecuzione e nel secondo comma si assoggetta il provvedimento alla normativa di cui agli artt. 176 ss. e 186 c.p.c.

In tema di conoscibilità delle parti delle ordinanze, qualora queste siano pronunciate in udienza si considerano conosciute dalle parti presenti e da quelle che avrebbero dovuto comparire[27]; le ordinanze pronunciate fuori udienza invece devo essere comunicate a cura della cancelleria[28].

Esclusa la possibilità per il giudice dell’espropriazione forzata ex art. 484 c.p.c. di emanare delle sentenze, e dato per assodato che il provvedimento che il giudice può emanare nel corso dell’esecuzione sia l’ordinanza, si evidenzia che nel corpo del codice di rito il Legislatore processuale ha tipizzato i casi in cui il giudice può emettere decreti in luogo delle ordinanze[29].

Si passano qui di seguito in rassegna le ipotesi in cui il GE dispone con decreto: l’autorizzazione all’esecuzione immediata (art. 482); l’audizione degli interessati (art. 485); l’autorizzazione al pignoramento in luoghi di terzi (art. 513); la vendita di beni mobili di valore non superiore a € 20.000 (art. 530); il compenso al commissionario (art. 533); la risoluzione delle difficoltà nella vendita di beni mobili registrati delegata a notaio (art. 534 ter); il pignoramento di crediti alimentari (art. 545); i provvedimenti relativi alla vendita (artt. 574, 575); i provvedimenti che dispongono sul versamento del prezzo, il trasferimento del bene espropriato e la decadenza dell’aggiudicatario nell’esecuzione immobiliare (artt. 585-587); il decreto di trasferimento dell’immobile (art. 590); la risoluzione delle difficoltà nella vendita con incanto di immobili delegata a notaio (art. 591 ter); i provvedimenti temporanei nell’esecuzione per consegna o rilascio (artt. 610; 183 att.); la liquidazione delle spese nell’esecuzione per consegna o rilascio (art.611); l’eliminazione delle difficoltà insorte nel corso dell’esecuzione di obblighi di fare e di non fare (art. 613); il rimborso delle spese nell’esecuzione di obblighi di fare o non fare (art. 614); la fissazione dell’udienza di comparizione nell’opposizione all’esecuzione (art. 615), agli atti esecutivi (art. 618) e di terzo (art. 619); la sospensione del processo nei casi urgenti (art. 625); il reclamo contro l’ufficiale incaricato della vendita (art. 168 att.); il compenso al professionista delegato alla vendita (artt. 169 bis e 179 bis att.)[30].

6. Pubblicità dell’atto esecutivo e diritto alla privacy del debitore.

L’art. 490 c.p.c., rubricato “pubblicità ed avvisi”, detta la disciplina generale delle forme di cognizione, estranee alle mere vicende interne tra debitore esecutato e creditore procedente nell’espropriazione, con il fine di portare a conoscenza soggetti  terzi di quegli atti per cui ne è disposta la pubblicità ex ante dal Legislatore, ed in particolare della vendita di beni sottoposti a pignoramento allo scopo ultimo di liquidare quanto ricavato dalla vendita al creditore procedente (o se presenti i creditori intervenuti).

Appare opportuno soffermarsi brevemente, sulle modalità attraverso cui si attuano queste diverse forme di pubblicità, cui si contrappone la forma pubblicità cd. ordinaria (riferita ai primi due commi dell’art. 490 c.p.c. e fondamentalmente caratterizzata dalla obbligatorietà della stessa e dal trovare il proprio fondamento diretto nella legge e non in un ordine del giudice ) e la forma di pubblicità cd. straordinaria caratterizzata dalla facoltatività della stessa e dal trovare il proprio fondamento in uno specifico ordine del giudice[31].

La norma in effetti disciplina tutti quei casi, nella vicenda dell’espropriazione forzata, in cui la legge dispone che: “di un atto esecutivo sia data pubblica notizia, un avviso contenente tutti i dati, che possono interessare il pubblico, deve essere inserito sul portale del Ministero della giustizia in un’area pubblica denominata “portale delle vendite pubbliche”.

Registra poi l’esigenza, nel solo caso di beni mobili registrati, per un valore superiore a 25.000 euro, e di beni immobili,  che: “lo stesso avviso, unitamente a copia dell’ordinanza del giudice e della relazione di stima redatta ai sensi dell’articolo 173-bis delle disposizioni di attuazione del presente codice, è altresì inserito in appositi siti internet almeno quarantacinque giorni prima del termine per la presentazione delle offerte o della data dell’incanto”.

L’ipotesi, prevista al terzo comma dell’articolo in parola, disciplina da ultimo il caso della forma di pubblicità cd. straordinaria caratterizzata dalla facoltatività della stessa e dal trovare il proprio fondamento in uno specifico ordine del giudice  stabilendo che: “Anche su istanza del creditore procedente o dei creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo il giudice può disporre inoltre che l’avviso sia inserito almeno quarantacinque giorni prima del termine per la presentazione delle offerte una o più volte sui quotidiani di informazione locali aventi maggiore diffusione nella zona interessata o, quando opportuno, sui quotidiani di informazione nazionali o che sia divulgato con le forme della pubblicità commerciale. Sono equiparati ai quotidiani, i giornali di informazione locale, multisettimanali o settimanali editi da soggetti iscritti al Registro operatori della comunicazione (ROC) e aventi caratteristiche editoriali analoghe a quelle dei quotidiani che garantiscono la maggior diffusione nella zona interessata. Nell’avviso è omessa l’indicazione del debitore”.

Il difetto di attuazione della pubblicità, o un suo vizio, determina la nullità dell’avviso stesso, da farsi valere con l’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. 617 del c.p.c. dell’atto esecutivo.

Orbene, tutta la disciplina merita un raccordo con il diritto alla privacy del debitore nell’ottica del bilanciamento tra l’esigenza di pubblicità o di certezza della conoscenza di determinati atti e il diritto degli interessati di non subire una ingiustificata divulgazione dei propri dati personali[32].

Prima della novella dell’art. 490 c.p.c. avvenuta con il D.lgs. 196/2003 entrata in vigore il primo gennaio 2004 l’art. 490 in parola disponeva, nella ratio, che i potenziali acquirenti di beni nelle procedure espropriative avessero a disposizione tutti gli elementi utili per valutare la convenienza e i possibili rischi dell’acquisto di quel bene, tenuto conto che i beni venivano venduti nello stato di fatto e di diritto in cui si trovavano, ratio ancora presente nell’attuale formulazione: in più veniva considerato quale elemento utile a conoscere la situazione giuridica del bene il nome del debitore esecutato.

Così il Giudice di legittimità[33] ha avuto modo di statuire che nell’ipotesi prevista dall’art 490 c.p.c. « non trovava applicazione la legge 31 dicembre 1996, n. 675 sul trattamento dei dati personali effettuato per ragioni di giustizia in considerazione del sistema normativo cui è informata la Conservatoria dei registri immobiliari» e dalla considerazione secondo cui «alle esigenze di riservatezza (del nome del debitore) si contrapponevano rilevanti esigenze di pubblico interesse alla pubblicità dei nominativi delle persone soggette ad esproprio».

Il nuovo “Codice in materia di protezione dei dati personali”, entrato in vigore il 1° gennaio 2004, ha previsto – per quanto qui interessa la modifica dell’art. 490, terzo comma, del codice di procedura civile con l’aggiunta, in fine, del seguente periodo: «Nell’avviso è omessa l’indicazione del debitore».

Ora, nell’intento di verifica occorre segnalare che è discutibile se l’inciso «nell’avviso è omessa l’indicazione del debitore», introdotto nel solo terzo comma dell’art. 490 c.p.c., operi esclusivamente nelle ipotesi previste in tale comma oppure si estenda anche alle altre forme di pubblicità previste dai primi due commi dell’art. in commento cui all’art. 490 c.p.c. e non solo al terzo comma della stessa[34].

Appare corretta – in una lettura sistematicamente orientata – che l’introdotta norma vada riferita non solo alle forme di pubblicità di cui al 3° comma dell’art. 490 c.p.c. ma anche a quella prevista dal 1° comma della medesima disposizione.

Infatti, non appare sufficiente una mera interpretazione letterale dell’articolo per giungere ad una divergente conclusione: tanto è corroborato dal fatto che l’inciso in commento è stato introdotto per evitare una ingiustificata diffusione dei dati personali del debitore, ratio che è perseguita dal Legislatore processuale tanto al terzo comma che al primo comma dell’art. 490 c.p.c. .

Pertanto è agevole concludere che la volontà del Legislatore in tutte le forme di pubblicità previste dall’art. 490 c.p.c. in tema di pubblicità ed avvisi, è quella di sancire la regola secondo cui debba essere sempre omessa l’indicazione del debitore[35].

7. Disposizioni generali in tema di espropriazione forzata

Resta da esaminare per una trattazione compiuta del tema in oggetto le norme che riguardano le modalità con cui si propongono le domande e le istanze al giudice dell’esecuzione (art. 486 c.p.c.), la disciplina delle notificazioni (art. 489 c.p.c.) ed infine la peculiare funzione del fascicolo d’ufficio che viene formato in ogni procedimento di espropriazione (art. 488 c.p.c.).

Per ciò che concerne la disciplina prevista dall’art. 486 c.p.c., occorre evidenziare come la stessa abbia  una valenza generale, applicandosi in ogni caso in cui la legge non dispone diversamente.

La stessa si rivolge tanto alle parti, che agli interessati ed agli ausiliari.

La norma in parola innanzitutto distingue il caso in cui le domande o le istanze siano presentate in udienza o fuori udienza, applicandosi quindi modalità differenti.

Nel primo caso le domande e le istanze si propongono oralmente e quindi dovranno essere necessariamente accluse nel verbale di udienza.

Se invece le domande e le istanze sono presentate fuori udienza le stesse devono avere la forma del ricorso da depositarsi in cancelleria ai sensi degli artt. 38-43 delle disp. att. c.p.c.

Si dibatte in dottrina circa la possibilità di formulare domande o istanze direttamente dalle parti e/o interessati senza l’ausilio del patrocinio tecnico ex art. 82 c.p.c.[36] .

Tuttavia, appare prudente giungere ad una conclusione mediata che prenda in considerazione la specifica domanda o istanza, soccorrendo in tal senso l’ausilio della giurisprudenza formatasi sul punto.

In tema di istanza di vendita[37] la giurisprudenza di legittimità ha, ad esempio, escluso la necessità della difesa tecnica, mentre in tema di intervento del creditore, piuttosto che di istanza di estinzione della procedura esecutiva è ritenuto necessario un procuratore tecnico ex art. 82 c.p.c.[38] .

Per quanto riguarda la disciplina delle notificazioni e delle comunicazioni dettata dall’art. 489 c.p.c. la stessa è applicabile esclusivamente alle comunicazioni e notificazioni da farsi nel corso del processo esecutivo: di conseguenza non è disciplina applicabile prima che sia iniziata l’esecuzione stessa, dovendosi in tali casi applicarsi la disciplina precipua dei singoli istituti coinvolti (ad esempio la normativa propria della notificazione del titolo esecutivo e del precetto dettata dall’art. 478 c.p.c. ovvero in tema di opposizioni nei casi in cui l’esecuzione non sia ancora iniziata).

In effetti, dalla lettura dell’art. 489 c.p.c. emerge che le notificazioni e le comunicazioni ai creditori pignoranti devono farsi nella residenza dichiarata o nel domicilio eletto nell’atto di precetto.

Le comunicazioni o lo notificazioni ai creditori intervenuti, invece,  nella residenza dichiarata o nel domicilio eletto nella domanda di intervento.

La disciplina dettata al primo comma dell’art. 489 c.p.c. non si applica a quei soggetti per i quali non vi è un obbligo di legge di dichiarazione di residenza e di elezione di domicilio, dovendosi applicare in tali particolari casi le regole dettate nel primo libro del codice di rito agli artt. 136 ss.

Il secondo comma della norma in esame si occupa di precisare che: “in mancanza di dichiarazione di residenza o di elezione di domicilio le notificazioni possono farsi presso la cancelleria del giudice competente per l’esecuzione”.

Quanto alle conseguenze derivanti dalla  mancata dichiarazione di domicilio o di residenza nel primo atto utile per il creditore procedente o l’interveniente  (il precetto o l’istanza di intervento), deve ritenersi che non vi sia una conseguenza negativa, potendosi dichiarare, la residenza o il domicilio eletto, anche successivamente (nell’atto di precetto), tanto in ragione del secondo comma dell’art. 489 c.p.c. avendo individuato nella cancelleria del giudice competente il luogo dove, in ipotesi di omissione di dichiarazione di residenza o domicilio, potere effettuare in maniera legittima le notificazioni, onerando in tal senso l’interessato alla verifica.

Invero, se per le notificazioni il Legislatore, in tema di omissione di dichiarazione di residenza o di elezione di domicilio, non lascia margini interpretativi in ordine alla conseguenza, il comma in commento pone qualche problema per le comunicazioni che devono essere effettuate in caso della sopra richiamata omissione, poichè le stesse non compaiono nella lettura della disposizione in parola.

Secondo autorevole dottrina[39] sarebbe sistematicamente coerente con l’impianto processuale (cfr art. 58 disp att. c.p.c., 582, 492 c.p.c.) ritenere l’applicazione in via analogica del medesimo disposto di cui all’art. 489 comma 2 c.p.c.

La norma non si applica invece per i giudizi di opposizione, dovendosi applicare specificatamente le norme previste dagli artt. 137 e ss del c.p.c.[40]; di conseguenza la norma ha applicazione solo per quelle notificazioni o comunicazioni da farsi nel corso del processo esecutivo [41].

Da ultimo, per quanto riguarda la normativa del fascicolo dell’esecuzione  per come dettata dall’art. 489 c.p.c.  la stessa deve distinguersi da quella dettata per il processo di esecuzione ex art 168 comma 2 c.p.c.  a mente del quale  deve contenere “ la nota di iscrizione a ruolo, copia dell’atto di citazione, delle comparse e delle memorie in carta non bollata e, successivamente i processi verbali di udienza, i provvedimenti del giudice , gli atti d istruzione e la copia del dispositivo delle sentenze”

Pur conservando la ratio di fondo dell’art. 168 comma c.p.c., l’art. 489 c.p.c. si presenta con funzioni assai più peculiari, dal momento che dovrà contenere oltre agli atti tipici del processo (quelli previsti dall’art 168 secondo comma c.p.c.), la nota di iscrizione a ruolo, i verbali di udienza e “tutti gli atti compiuti dal giudice, dal cancelliere e dell’ufficiale giudiziario, e gli atti e documenti depositati dalle parti e dagli eventuali interessati”.

Più propriamente il fascicolo deve contenere gli originale degli atti e dei documenti depositati dalle parti, o dagli interessati, non essendo previsto nel processo di esecuzione forzata il fascicolo di parte[42].

Scopo ultimo del fascicolo dell’esecuzione è quello di vedere accluso ogni singolo atto dell’intero processo al fine di monitorare nel complesso l’intera sequela di atti del processo esecutivo.

La violazione della normativa può essere fatta valere con il rimedio di cui all’art. 617 c.p.c.

In concreto il fascicolo deve essere costituito dal cancelliere, non appena l’atto di pignoramento gli viene consegnato dall’ufficiale giudiziario.

A seconda del tipo di espropriazione l’atto dovrà essere ricevuto dal cancelliere in base alle particolari normative che disciplinano le tipologie di espropriazione forzata.

Così, a mente dell’art 518 comma 6 c.p.c., in ipotesi di espropriazione mobiliare presso il debitore: “Compiute le operazioni, l’ufficiale giudiziario consegna senza ritardo al creditore il processo verbale, il titolo esecutivo e il precetto. Il creditore deve depositare nella cancelleria del tribunale competente per l’esecuzione la nota di iscrizione a ruolo, con copie conformi degli atti di cui al periodo precedente, entro quindici giorni dalla consegna. La conformità di tali copie è attestata dall’avvocato del creditore ai soli fini del presente articolo. Il cancelliere al momento del deposito forma il fascicolo dell’esecuzione. Sino alla scadenza del termine di cui all’articolo 497 copia del processo verbale è conservata dall’ufficiale giudiziario a disposizione del debitore. Il pignoramento perde efficacia quando la nota di iscrizione a ruolo e le copie degli atti di cui al primo periodo del presente comma sono depositate oltre il termine di quindici giorni dalla consegna al creditore”.

Nei casi, invece, di espropriazione presso terzi o di espropriazione immobiliare dovrà tenersi conto della disciplina dettata dagli artt. 543 comma 4 e 557 comma 1 c.p.c.

Una volta formato il fascicolo contenente l’atto introduttivo (il pignoramento) del processo di espropriazione forzata il cancelliere presenterà il fascicolo al presidente del Tribunale, il quale nominerà il Giudice dell’Esecuzione.

Il secondo ed ultimo comma dell’art. 488 c.p.c. precisa che: “il Presidente del Tribunale competente per l’esecuzione o il giudice dell’esecuzione stessa può autorizzare il creditore a depositare, in luogo dell’originale, una copia autentica del titolo esecutivo, con obbligo di presentare l’originale a ogni richiesta del Giudice”.

Innanzitutto, emerge un potere discrezionale del Giudice a rilasciare l’autorizzazione di depositare una copia autentica del titolo esecutivo e non l’originale, poiché nella norma si legge che il presidente (…) o il giudice dell’esecuzione stessa può e non deve autorizzare il deposito.

Tuttavia, la richiesta del creditore procedente a trattenere presso di sè l’originale del titolo esecutivo potrebbe essere giustificata da aspetti pratici, quali la necessità di notificare nuovamente il titolo esecutivo, in ipotesi di cumulo di mezzi di espropriazione, ovvero notificare il pignoramento ad altri debitori coobbligati.

Invero, dal tenore letterale della norma non si evince se detta richiesta debba essere motivata o meno, di conseguenza parrebbe assai forte il potere discrezionale del giudice nel rilasciare l’autorizzazione di cui al secondo comma dell’art. 488 c.p.c.

E’ ragionevole ritenere tuttavia che la richiesta del creditore procedente debba essere motivata, sì da permettere al giudice un vaglio di opportunità nel rilasciare o meno l’autorizzazione.

Ci si interroga poi sulla portata precettiva dell’obbligo posto in capo al creditore procedente di presentare l’originale ad ogni richiesta del giudice, poiché a bene vedere la norma è priva di sanzione. Pertanto occorre analizzare la ricaduta sul processo di espropriazione forzata in caso di mancata riconsegna nel fascicolo dell’espropriazione del tiolo esecutivo originale sostituito.

In dottrina si sono registrate diverse opinioni.

Parte degli autori[43] fa ricondurre tale inadempimento ad una causa di estinzione della processo di espropriazione forzata, poiché verrebbe meno un presupposto processuale a coltivare l’azione.

Altra parte della dottrina[44] è dell’idea di ritenere improcedibile il processo esecutivo, poiché la mancanza dell’atto originale del titolo esecutivo non consente di coltivare atti successivi del processo: si pensi ad esempio all’istanza di vendita del bene che non potrebbe essere autorizzata stante la mancanza del fascicolo di un atto di per se necessario, e di cui in deroga ne è stata prevista l’acclusione nelle forme della copia autentica, ma richiesta successivamente dal Tribunale.

[1] ANDRIOLI, Commento al codice di procedura civile, terza edizione III, Napoli, 1957, 62.

[2] In CED Cassazione, 2007.

[3] In CED Cassazione, 2014.

[4] Cass., 25 ottobre 1973, n. 2748, in Foro it. 1974, I, 1449.

[5] Cass., 19 febbraio 2003,n. 2487 in Mass. Giur. It., 2003.

[6] Cass., 29 gennaio 1999, n. 797 in Mass. Giur. It., 1999; Cass., 6 marzo 1995, n. 2604 in Mass. Giur. It., 1995.

[7] Cass., 3 settembre 2007, n. 18533 in Mass. Giur. It., 2007.

[8] In dottrina cfr. amplius MARTINETTO, in AA.VV., L’espropriazione forzata, in Giur. sistematica dir. proc. civ., diretta da PROTO PISANI, Torino 1988, 4; BUCOLO, Il processo esecutivo ordinario, Padova,1994, 163.

[9] Cass. 22.12.1977, n. 5697 in Mass. Giur. It., 1977, 1215.

[10] Sentenze Corte Cost. nn. 109 del 1962 in CED Cassazione, 1962; Corte Cost. 62 del 1966 in CED Cassazione, 1966, Corte Cost. 45 del 1969 in CED Cassazione 1969, Corte Costituzionale nn. 60 e 88 del 1970 in CED Cassazione 1970, Corte Cost. 211 del 1976 in CED Cassazione 1976.

[11] ANDRIOLI, Commento al codice di procedura civile, cit., 65.

[12] In tal senso, SATTA, Commentario al codice di procedura civile, III, Milano, rist. 1966, 124; ANDRIOLI, Commento al codice di procedura civile, cit., 65 ss.

[13] DENTI, L’esecuzione forzata in forma specifica, Milano, 1953, 21 ss.

[14] MANDRIOLI, Diritto processuale civile, 19° ed., IV, Torino, 2007, 15; LUISO, Diritto processuale civile, 4a ed., III, Milano, 2017, 60; SATTA, Commentario al codice di procedura civile, III, Milano, rist. 1966, 127; Cass., 15 marzo 2006, n. 18513 in  Mass. Giur. It., 2006; Cass., 26 gennaio 2005, n. 1618 in Mass. Giur. It., 2005; Cass., 8 maggio 2003, n. 7036, in Riv. es. forz. 2004, 258.

[15] Cfr. sent. Corte Cost.  n. 444 del 2002 in Mass. Giur. It., 2002  estendendo il concetto della parità di “armi” tra debitore esecutivo e creditore procedente.

[16] In CED Cassazione, 2000.

[17] Cass., 22 novembre 1994, n.9885, in Giur. it. 1995, I, 1, 1998.

[18] Cass. 17 maggio 2005 n. 10334 in Mass. Giur. It., 2005; Cass. 20 novembre 2009 n. 24532 in Mass. Giur. It., 2009.

[19] SATTA, op. cit., 126; ANDRIOLI, Commento al codice di procedura civile, 3a ed., I, Napoli, rist. 1957, 67.

[20] Cfr. Cass. civ. Sez. lavoro, 23-04-2009, n. 9693 in Mass. Giur. It., 2009.

[21] Cass., 15 marzo 2004, n. 5238 in Mass. Giur. It., 2004 .

[22] Cass., 21 aprile 1997, n. 3427 in Mass. Giur. It., 1997.

[23] In Mass. Giur. Lav., 2004, 6, 249. In senso conforme: Cass., Sez. III, 18 agosto 2011, n. 17371 in Riv. Esec. Forzata, 2012, 1, Cass., Sez. III, 13 aprile 2012, n. 5895 in Riv. Esec. Forzata, 2012, 1, che ha coerentemente escluso che l’assegnazione sia provvedimento cognitivo idoneo al giudicato

[24] Cass., 6 agosto 2001, n. 10840 in Mass. Giur. It., 2001; Cass., 20 febbraio 1998, n. 1787 in Mass. Giur. It., 1998.

[25] Cass., 17 settembre 1981, n. 5145 in Foro It., 1982, I, 1107; Cass., 16 giugno 1992, n. 7399 in Mass. Giur. It., 1992.

[26] Cass., 30 agosto 2004, n. 17444, ord.  in Mass. Giur. It., 2004.

[27] Cass., 15 dicembre 2000, n. 15863 in Mass. Giur. It., 2000.

[28] SATTA, Commentario al codice di procedura civile, III, Milano, rist. 1966, 129.

[29] MANDRIOLI, Diritto processuale civile, cit. , 15;

[30] RICCI in CARPI-TARUFFO, Commentario breve al codice di procedura civile, Padova, 2002, 1443;

[31] Sul punto, ANDRIOLI, Commentario al codice di procedura civile, III, Napoli, 1957, 75; CASTORO, Il processo di esecuzione nel suo aspetto pratico, Milano, 2002, 137 ss; CORSARO-BOZZI, Manuale dell’esecuzione forzata, Milano, 1996, 90 ss;  CERINO CANOVA, Rilevanza della pubblicità straordinaria dell’incanto, in Giur. it., 1983, I, 2, 755 ss;  RICCI in CARPI-TARUFFO, Commentario breve al codice di procedura civile, Padova, 2002, 1443; PUGLIESE in CONSOLO-LUISO, Codice di procedura civile commentato, II, Milano, 2000, 2258.

[32] Garante per la protezione provvedimento del 22 ottobre 1998 in Nuove leggi civ. comm., 1998, 1087 ss con nota R. PARZIALE, Notifiche e riservatezza.

[33] Cass. 21 febbraio 2002, n. 2502, in Foro it., Rep. 2002, voce Esecuzione in genere, n. 11.

[34] MANDRIOLI, Diritto processuale civile, cit.,  15.

[35] LUISO, Diritto processuale civile, cit.  60.

[36] In senso favorevole SATTA, L’esecuzione forzata, Torino, 1963, pagg. 65 e ss (nota 1) conclusioni divergenti propongono invece TARZIA, in Riv. dir. proc. 1978, 221; LA CHINA, L’esecuzione forzata e le disposizioni generali del codice di procedura civile, Milano, 1970, 280; Cass., 17 dicembre 1984, n. 6603, in Foro it. 1985, I, 2401.

[37] Cass., 14 maggio 1969, n. 1681 in Giur. It., 1969, 1, 1, 2000 nota di BUCOLO.

[38] Cass. 29 aprile 2006, n. 10029 in Giur. It., 2007, 5, 1208.

[39] ANDRIOLI, op, cit., 74.

[40] Cass. 7638/03 in Mass. Giur. It., 2003.

[41] Cass. 2797/00 in Mass. Giur. It., 2000.

[42] SATTA, Commentario al codice di procedura civile, III, Milano, rist. 1966, 127; A.;

[43] CASTORO, Il processo di esecuzione nel suo aspetto pratico, Milano, 2002, 137 ss.

[44] SATTA, Commentario al codice di procedura civile, op. cit., 130.

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