LE SENTENZE SON, MA CHI PON MANO AD ESSE?

Di Rosario Russo -

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

(DANTE, Purgatorio, Canto XVI)

I.    LA NOTIZIA

In pieno centro a Torino il 29 febbraio 2019 viene ucciso a coltellate un ragazzo. L’omicida confessa. Si scopre che, nel momento in cui aveva commesso il crimine, egli avrebbe dovuto essere detenuto dal dì 8.5.2018, in forza di sentenza irrevocabile. Dopo qualche giorno dal delitto, con grande umiltà e pari imbarazzo, vistosamente turbato il Presidente della competente Corte d’appello di Torino (Corte meritoriamente portata ad esempio di efficienza quantitativa e qualitativa) pubblicamente si scusa con i parenti della vittima, rivelando che – per carenza di organico – la sentenza non era stata trasmessa alla Procura competente ad emettere l’ordine di carcerazione. Il padre del giovane ucciso dichiara di volere emigrare dall’Italia, perché «qui c’è qualcosa che non va».

II. IL GRIDO DI DOLORE E LA COSTITUZIONE

Nell’assordante e diuturno chiacchiericcio dei salotti televisivi questa notizia è passata – e passerà – inosservata. Meglio così: una così sciagurata vicenda non merita di essere ulteriormente oltraggiata, tra un intervallo pubblicitario e l’altro, in un teatrale agone sofistico di reciproca sopraffazione. D’altronde, quale parola potrebbe saziare quel Padre, che, in uno a suo Figlio, rappresenta l’Utente finale della Giustizia (melius: dell’Ingiustizia), quegli cioè che il nostro ordinamento giuridico è chiamato a tutelare? E che cosa potrebbe tentare chi, come lo scrivente, ha indossato la toga di magistrato ordinario per quarantadue anni, se non invocare in ginocchio l’impossibile perdono anche per sé, la generale catarsi ed il rispetto della Costituzione (ultima spes)?

Aveva capito tutto L. Tolstoj quando, alla fine del secolo diciannovesimo, lucidamente scriveva : «E poi quanti e quali strenui sforzi costa questa finzione, – continuava a pensare Necljudov, osservando quella sala enorme, quei ritratti, le lampada, le poltrone, le uniformi, quei muri spessi, le finestre, ricordando tutta la mole di quell’edificio e la mole ancor maggiore dell’istituzione stessa, tutto l’esercito di funzionari, scrivani, custodi, fattorini, non solo lì, ma in tutta la Russia, che ricevevano uno stipendio per quella commedia che non serviva a nessuno»[1].

Resta confermata la sciagurata stupidità del male. Ogni governo si intesta una cartacea riforma processuale, dichiara di volere garantire la sicurezza del cittadino, tenta di assicurare la piena occupazione soprattutto dei giovani. Tuttavia, per scongiurare il predetto omicidio sarebbe bastato assai meno; probabilmente soltanto un funzionario giudiziario in più, che avesse trasmesso l’intangibile sentenza di condanna dell’omicida alla competente Procura della Repubblica. E chissà quanti meritevoli giovani – senza agenzie di collocamento e navigators– avrebbero anelato ad ottenere quel posto e a rendere così possibile la tempestiva emissione dell’ordine di carcerazione!

Ha ragione dunque Luigi Ferrajoli, quando sostiene che «la buona giustizia dipende dalla buona politica, non viceversa», ove per «buona politica»si intendono ancheMagistrati e Consiglio Superiore della Magistratura, in quanto capaci di stigmatizzare le carenze governative (art. 110 Cost.) e di reagirvi con forza; ma soprattutto è manifesto che un Paese che (ancorché in recessione tecnica) non investa adeguatamente nella Giustizia e nel rispetto della Costituzione è destinato all’implosione anarchica.

«Qui c’è qualcosa che non va»e ne siamo tutti responsabili.

[1]Resurrezione, in Id., Romanzi, vol. II, Milano, 2005, pp. 1069 ss.

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