Le linee guida per la redazione del ricorso in Cassazione: natura ed efficacia temporale; il principio della sinteticità e chiarezza degli atti processuali

Di Francesco Cappello -

Intervento al Convegno «Problematiche attuali dell’appello e della cassazione e tecniche di redazione degli atti introduttivi», Noto, 23 novembre 2018

1. L’origine del protocollo d’intesa.

1.1 È stato illustrato dall’Avv. Giallongo, nell’intervento precedente, che il rispetto del principio di autosufficienza è una questione che ha avuto (e ha tuttora) un grande impatto, a livello pratico, sulla redazione del ricorso in Cassazione, tanto da aver ingenerato nella classe forense diffuse e fondate preoccupazioni sulle modalità redazionali da osservare al fine di scongiurare possibili profili di inammissibilità dell’impugnativa dovuti proprio al mancato rispetto del requisito dell’autosufficienza.

Ne è derivato uno spontaneo fenomeno di reazione che, animato dall’intento di evitare simili profili di inammissibilità, ha determinato il proliferare di ricorsi oltremodo corposi nei quali ampio spazio (probabilmente troppo) viene dedicato alla integrale riproduzione degli atti e dei documenti dei precedenti gradi di giudizio, anche al di là di quanto sarebbe strettamente necessario o anche solo ragionevole per le finalità del giudizio di Cassazione.

Si tratta dei cd. ricorsi assemblati o sandwich (termine alquanto evocativo che ha fatto ingresso sia nella prassi sia, addirittura, nel lessico giurisprudenziale), atti che si riducono sostanzialmente a un mero assemblaggio di pezzi estratti da atti/documenti dei precedenti gradi di giudizio e che, nella preoccupazione di “non perdersi nulla”, finiscono in realtà per demandare alla Corte il compito di “trovare quel che serve”. Compito che ovviamente alla Corte non spetta e del quale la Corte non intende (sembra correttamente) farsi carico, come molto di recente è stato affermato in una decisione della Sez. Tributaria (Cass. Civ., Sez. Trib. 4 aprile 2018 n. 8245: “la tecnica di redazione dei cosiddetti ricorsi ‘assemblati’ o ‘farciti’ o ‘sandwich’ implica una pluralità di documenti integralmente riprodotti all’interno del ricorso, senza alcuno sforzo di selezione o rielaborazione sintetica dei loro contenuti. Tale eccesso di documentazione integrata nel ricorso non soddisfa la richiesta alle parti di una concisa rielaborazione delle vicende processuali contenuta nel codice di rito per il giudizio di cassazione, viola il principio di sinteticità che deve informare l’intero processo (anche in ragione del principio costituzionale della ragionevole durata di questo), impedisce di cogliere le problematiche della vicenda e comporta non già la completezza dell’informazione, ma il sostanziale ‘mascheramento’ dei dati effettivamente rilevanti per le argomentazioni svolte, tanto da risolversi, paradossalmente, in un difetto di autosufficienza del ricorso stesso. La Corte di cassazione, infatti, non ha l’onere di provvedere all’indagine ed alla selezione di quanto è necessario per la discussione del ricorso”).

Insomma, un fenomeno nato per sfuggire al difetto di autosufficienza e che, ironia della sorte, è stato tacciato di incorrere proprio nello stesso difetto di autosufficienza.

Il che, a dirla tutta, non era neppure un risultato del tutto imprevedibile almeno nei casi – come quello deciso nella pronuncia da ultimo citata – in cui il ricorso “si compone di n. 179 pagine, costituite in larga parte dal processo verbale di constatazione (il quale consta di n. 131 pagine e di n. 8 allegati), dalla motivazione della sentenza impugnata e dall’avviso di accertamento. Orbene, espunti tali atti e documenti, in quanto facilmente individuabili ed isolabili, il ricorso si riduce a n. 5 pagine contenenti una breve illustrazione dei due motivi di ricorso e le conclusioni formulate, precedute da una estremamente sintetica esposizione dei fatti processuali”).

1.2 Per espresso riconoscimento delle “parti” che hanno sottoscritto il protocollo del 17 dicembre 2015 contenente le regole redazionali dei motivi di ricorso in materia civile e tributaria, vale a dire la Corte di Cassazione e il Consiglio Nazionale Forense, quello appena descritto è il contesto di riferimento in cui va inquadrata la scelta di addivenire a un’intesa che – vedremo più avanti con quale valenza e con quali modalità – vuole fare chiarezza sui reali contenuti del requisito dell’autosufficienza e, parallelamente, intende fornire indicazioni, anche di carattere molto pratico, sulle opportune modalità da adottare per la redazione del ricorso in Cassazione.

Le premesse del protocollo fanno infatti riferimento, tra l’altro, alle “difficoltà ingenerate nella gestione dei procedimenti innanzi alla corte di Cassazione: a) dal moltiplicarsi di ricorsi, controricorsi e memorie sovradimensionati nell’esposizione dei motivi ed argomentazioni, da un lato, e b) dalla riscontrata difficoltà di definire in modo chiaro e stabile il senso e i limiti del c.d. principio di autosufficienza del ricorso affermata dalla giurisprudenza, dall’altro”.

Ma, forse, non sono solo le “reciproche incomprensioni” sorte in relazione al rispetto del principio di autosufficienza a spiegare la genesi del protocollo.

A ben vedere, in una più ampia ottica d’insieme, nell’ultimo decennio si sono complessivamente registrate una serie di iniziative che, a vari livelli e in vari settori dell’ordinamento, mirano tutte a perseguire risultati di maggiore efficienza ed efficacia nella risposta che il sistema giustizia offre rispetto alle istanze di tutela di cui è destinatario.

Tra queste iniziative si possono annoverare:

– gli interventi normativi sul contenuto degli atti processuali (tra cui la previsione, ora abrogata, che richiedeva la formulazione da parte del ricorrente del quesito di diritto nell’ambito del ricorso in Cassazione);

– la semplificazione, sempre con appositi interventi normativi, del contenuto minimo dei provvedimenti decisori (con l’eliminazione – all’art. 132 c.p.c. – dei riferimenti allo svolgimento del processo);

– le iniziative degli uffici giudiziari volte a creare delle buone prassi e delle modalità condivise per la redazione delle sentenze;

– gli Osservatori della Giustizia Civile, anch’essi coinvolti a livello locale nella elaborazione di linee guida per la redazione degli atti processuali delle parti e del Giudice;

– la creazione di standard, modelli e tecniche redazionali uniformi nell’ambito del processo civile telematico.

In aggiunta, si può anche richiamare l’esperienza maturata in seno alla giustizia amministrativa in relazione ai decreti sulla sinteticità e chiarezza degli atti di parte, dapprima introdotti nella sola materia degli appalti pubblici e successivamente estesi a tutte le materie rientranti nella giurisdizione amministrativa. Decreti che, se per un verso presentano significative analogie con il protocollo d’intesa Cassazione-CNF, per altro verso vanno ben oltre quest’ultimo quantomeno sotto il profilo della valenza precettiva e delle conseguenze che derivano dalla loro violazione, considerato tra l’altro che nel contesto della giustizia amministrativa, interessato da una codificazione processuale piuttosto recente (il c.p.a. è stato adottato con il D.Lgs. 104/2010), ha trovato espresso riconoscimento normativo il principio in forza del quale “Il giudice e le parti redigono gli atti in maniera chiara e sintetica, secondo quanto disposto dalle norme di attuazione” (art. 3, comma 2, c.p.a.).

E, al fine di dare concreta attuazione ed effettività a questo principio, si sono premurati di intervenire sulla questione dapprima il Legislatore con l’art. 7-bis del D.L. 168/2016 che ha aggiunto all’allegato 2 del c.p.a. il nuovo art. 13-ter e successivamente, in esecuzione della norma da ultimo citata, il Presidente del Consiglio di Stato con l’emanazione di un apposito decreto sui criteri di redazione e i limiti dimensionali degli atti di parte nel processo amministrativo. Tale decreto, tra le altre cose, introduce una sostanziale ipotesi (discrezionale) di inammissibilità/improcedibilità delle questioni esposte al di fuori dei limiti di lunghezza (“Il giudice è tenuto a esaminare tutte le questioni trattate nelle pagine rientranti nei suddetti limiti. L’omesso esame delle questioni contenute nelle pagine successive al limite massimo non è motivo di impugnazione”) (ne tratta R. De Nictolis, La sinteticità degli atti di parte e del giudice nel processo amministrativo, relazione presentata a un convegno presso la Corte di Cassazione nel 2016 pubblicata su giustizia-amministrativa.it).

È interessante soffermarsi su alcune riflessioni che la giurisprudenza ha fatto in sede di applicazione di quest’ultimo decreto (Cons. Stato, Sez. V, 26 luglio 2016 n. 3372, relativa a un caso in cui al ricorso di primo grado di 51 pagine era seguito un appello di 62 pagine):

– la violazione del principio di sinteticità, anche in termini di struttura dell’atto oltre che di lunghezza dell’atto stesso, rileva anzitutto per la liquidazione delle spese ai sensi dell’art. 26 c.p.a. (“Quando emette una decisione, il giudice provvede anche sulle spese del giudizio, secondo gli articoli 91, 92, 93, 94, 96 e 97 del codice di procedura civile, tenendo anche conto del rispetto dei principi di chiarezza e sinteticità di cui all’articolo 3, comma 2”);

– il superamento dei limiti indicati nel decreto del Presidente del Consiglio di Stato richiede, almeno tendenzialmente, l’esperimento di un’apposita procedura (formulazione di un’istanza motivata con allegato schema dell’atto, rilascio dell’autorizzazione);

– il superamento è consentito al ricorrere di precise condizioni (complessità delle questioni, particolare rilevanza dell’interesse perseguito, valore economico);

– una così precisa disciplina attiene alla regolamentazione del modo di svolgimento del processo, che non può tollerare un uso abusivo degli strumenti processuali, così come tipizzato dagli atti normativi sopra indicati e deve consentire una rapida soluzione delle questioni, conformemente al principio di ragionevole durata del processo ex 111 Cost.;

– tale disciplina risponde allo scopo, di evidente interesse pubblico, di snellire l’andamento del servizio giustizia nel campo amministrativo.

E non mancano anche altre sentenze che hanno espressamente riconosciuto la possibilità di non esaminare la parte dell’atto eccedente i limiti dimensionali (Cons. Stato, Sez. V, 12 giugno 2017n. 2852; Cons. Stato, Sez. V, 11 aprile 2018 n. 2190).

Lo scopo di “evidente interesse pubblico” di snellire l’andamento del servizio giustizia nel campo amministrativo (in termini di rilevanza per la collettività delle controversie che vengono trattate, di rispetto del principio del giusto processo, di effettività della tutela intesa come efficacia della risposta che il sistema giustizia è in grado di offrire) può forse giustificare una limitazione del diritto di difesa in una sorta di bilanciamento tra esigenze contrapposte. Certo che, considerati i termini iper-accelerati (ricorso sull’aggiudicazione, ricorso sulle ammissioni/esclusioni) introdotti in alcune materie particolarmente sensibili (appalti pubblici) e la tecnicità e la complessità sempre maggiore che questi giudizi assumono, l’ulteriore onere di ottenere preventivamente l’autorizzazione al superamento dei limiti dimensionali mediante apposita istanza, cui va pure allegato lo schema dell’atto, rende obiettivamente molto gravoso l’esercizio della tutela giurisdizionale (e la connessa attività che il difensore della parte è chiamato a svolgere).

2.La natura del protocollo d’intesa e i suoi destinatari.

2.1 Il protocollo d’intesa sulla redazione dei ricorsi in Cassazione può essere inquadrato, ricorrendo alla terminologia anglosassone, tra le fonti di soft law.

La sua efficacia è equiparabile a quella delle raccomandazioni, delle linee guida (non vincolanti) e delle buone prassi. Si tratta, in buona sostanza, di un modello condiviso su base consensuale e individuato a seguito di un apposito confronto tra le due categorie di operatori direttamente (e maggiormente) coinvolte nel processo di Cassazione, quindi i magistrati da una parte e l’avvocatura dall’altra parte. Questa “concertazione tra soggetti istituzionali” rappresenta tra l’altro un fenomeno per nulla isolato, visto che – a distanza di circa un anno dal protocollo del 2015 – sono stati sottoscritti due ulteriori protocolli sull’applicazione del nuovo rito civile a seguito dell’entrata in vigore del D.L. 168/2016, uno tra la Corte di Cassazione, l’Avvocatura Generale dello Stato e il CNF, l’altro tra la Corte di Cassazione e la Procura Generale presso la Corte di Cassazione; e ancora nel luglio 2018 è intervenuto il protocollo tra il CSM e il CNF sulla redazione degli atti e dei provvedimenti nel giudizio di appello (tema su cui si sono soffermate la Prof.ssa Basilico e la Dott.ssa Murana nei loro interventi della mattina).

Quello che qui maggiormente rileva, in considerazione dell’oggetto della trattazione, è certamente il protocollo del 2015.

Trattandosi di soft law, la redazione del ricorso secondo il modello individuato nel protocollo e in conformità alle relative previsioni dovrebbe costituire adeguata rassicurazione che l’atto così predisposto sarà ritenuto conforme ai requisiti di forma e di sostanza che costituiscono oggetto del protocollo medesimo, tra cui anche il requisito di autosufficienza. È un auspicio che però, come ha evidenziato l’Avv. Giallongo, non sembra aver trovato pieno riscontro nella prassi applicativa successiva all’adozione del protocollo.

2.2 Così intesa, la funzione del protocollo sembrerebbe quindi quella di uno strumento di indirizzo rivolto ai difensori delle parti e finalizzato a chiarire, a beneficio di questi ultimi, alcuni aspetti relativi alla redazione dell’atto processuale.

È sicuramente vero che i contenuti del protocollo sono riferiti in via immediata all’attività di redazione degli atti che notoriamente compete agli avvocati, i quali quindi costituiscono i suoi principali e diretti interessati.

Ma, in una prospettiva speculare, è altrettanto vero che “l’auspicata, e sempre più auspicabile, sinteticità e chiarezza della sentenza non [può] rimanere un fatto isolato, in quanto essendo la sentenza una risposta ad una domanda del cittadino per realizzare la tutela dei propri diritti, tanto meglio potrà essere soddisfatta questa domanda, quanto più l’atto con la quale la stessa sarà formulata risponderà anch’esso ai requisiti di chiarezza e sinteticità” (così recita, testualmente, la nota di accompagnamento al protocollo). E allo stesso modo il protocollo, nella parte in cui descrive a beneficio degli avvocati le modalità redazionali idonee a garantire il rispetto del principio di autosufficienza, contestualmente individua dei criteri interpretativi di tale principio ai quali ci si attende (rectius, sarebbe lecito attendersi) che la Corte si atterrà.

Quindi, l’affermazione secondo la quale il protocollo costituisce un atto di indirizzo rivolto ai difensori delle parti può essere meglio precisata aggiungendo che, quantomeno in via mediata, il protocollo medesimo si rivolge anche ai magistrati della Corte di Cassazione e contiene dei criteri guida relativi alle modalità di esercizio della funzione giurisdizionale, certo non vincolanti per il Giudice ma che dovrebbero costituire un punto di vista condiviso (e recepito) anche da parte del magistrato.

 

3.L’efficacia temporale del protocollo d’intesa.

3.1 Il protocollo non reca puntuali indicazioni sulla sua applicabilità ratione temporis.

In termini generali, sembra dunque ragionevole ritenere che esso non possa che valere per i ricorsi proposti in seguito alla sua adozione (visto anche che nell’incipit del protocollo si legge che “I ricorso dovranno essere redatti secondo il seguente schema”, il che lascia intendere una valenza solo per il futuro con esclusione di applicazioni retroattive).

Entrando nel dettaglio, però, si rende opportuna qualche precisazione ulteriore.

Anzitutto, il protocollo contiene alcune previsioni che recepiscono e riproducono regole già dettate dal codice di rito o, comunque, principi ampiamente condivisi tra gli operatori. Per queste previsioni quindi non si pone un vero e proprio problema di efficacia temporale, in quanto il protocollo cristallizza una realtà già ampiamente consolidata.

Altre previsioni, invece, non possono che operare solo pro futuro. Tanto vale, ad esempio, per i limiti dimensionali degli atti, perché se il ricorso introduttivo della controversia non ne ha tenuto conto in quanto proposto prima che il protocollo fosse adottato, ragioni di equità e di parità di trattamento delle parti rendono preferibile che anche i successivi atti della sequenza processuale siano “esentati” dal nuovo regime.

Un discorso sostanzialmente analogo vale anche per la sanzione prevista in caso di violazione del protocollo, vale a dire la possibilità per il Giudice di tenerne conto in punto di liquidazione delle spese di causa. Se, per quanto appena detto, non è configurabile alcuna violazione del protocollo per le cause introdotte prima della sua adozione, deve conseguentemente ritenersi che nessuna sanzione sarà applicabile in questi casi: se non può esserci violazione, infatti, manca il presupposto logico-giuridico per l’applicazione della sanzione. In questo senso si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità, osservando che “la mole del ricorso e la sua non commendevole confezione, se risulta sovrabbondante e fastidiosa alla lettura – pur se, ratione temporis, non suscettibile di valutazione incidente sulla quantificazione delle spese di giudizio, essendo stato il ricorso redatto prima dell’entrata a regime del recente (17 dicembre 2015) protocollo di intesa tra la Corte di Cassazione ed il Consiglio Nazionale Forense in merito al contenuto dei ricorsi civili (vedi colà la nota 4 sulle conseguenze in materia di spese del mancato rispetto dei limiti dimensionali e contenutistici) […]” (Cass. Civ., Sez. II, 10 marzo 2016 n. 4722).

3.2 Qualche breve riflessione si rende invece opportuna con riguardo alle previsioni dettate dal protocollo in tema di autosufficienza del ricorso. Considerato che tra queste previsioni ve ne sono alcune che, opportunamente, vorrebbero mitigare alcuni orientamenti della giurisprudenza che da subito erano apparsi eccessivamente rigorosi, sarebbe quantomeno auspicabile che queste regole venissero applicate anche alle controversie introdotte prima dell’adozione del protocollo al fine di non creare delle ingiuste (e difficilmente spiegabili) disparità di trattamento. Il che però, come messo in luce nel precedente intervento, non sembra quanto regolarmente accade nella prassi.

4.Il contenuto del protocollo d’intesa. I principi di specificità, chiarezza, sinteticità e concentrazione.

4.1 Sotto il profilo strutturale, il protocollo d’intesa esordisce con una serie di premesse che ripercorrono le ragioni e le esigenze da cui muove l’iniziativa assunta dalla Corte di Cassazione e dal CNF.

Dopodiché, vengono fornite alcune indicazioni stilistiche di massima sul formato grafico da utilizzare (fogli A4, caratteri di tipo corrente con dimensione di almeno 12 pt., interlinea e margini della pagina), che però hanno valore sostanzialmente esemplificativo. A questi fini sembra corretto attenersi a regole di formattazione ispirate al buon senso, che garantiscano una vesta grafica del documento tale da renderlo facilmente leggibile (evitando, ad esempio, l’utilizzo di caratteri poco chiari o di dimensione eccessivamente ridotta). Proseguendo, il protocollo richiede poi l’inserimento:

– di una serie di dati identificativi relativi alla parte ricorrente e alla parta intimata (per quest’ultima, nei limiti in cui i dati identificativi sono noti al ricorrente), nonché l’indicazione del provvedimento impugnato, sulla falsariga di quanto prescrive – a pena di inammissibilità – l’art. 366, comma 1, nn. 1) e 2) c.p.c. (i quali rispettivamente si riferiscono alla “indicazione delle parti” e alla “indicazione della sentenza o decisione impugnata”);

– di una descrizione sintetica dell’oggetto del giudizio (entro un massimo di 10 parole chiave che devono includere quelle della nota di iscrizione a ruolo), nonché una sintesi dei motivi (alcune righe per ciascun motivo) con indicazione delle norme che si assumono violate e del riferimento alla pagina in cui ciascuno specifico motivo viene trattato nel corpo del ricorso. Si tratta di informazioni volte a orientare il lettore e a consentirgli di individuare, in poche battute preliminari, l’oggetto principale della controversia e i tratti essenziali dei motivi di che si fanno valere;

– del valore della controversia ai fini della determinazione del contributo unificato (previsione, quest’ultima, che replica le prescrizioni dettate dalle norme tributarie relative giustappunto all’obbligo di versamento del contributo unificato).

Anche in questa parte, quindi, il protocollo non contiene particolari innovazioni, se non nella raccomandazione – dettata più da esigenze di ordine pratico – di consentire una rapida individuazione, in maniera sintetica, della questione controversa (sotto il duplice profilo dell’oggetto del giudizio e dei motivi di censura dedotti).

4.2 Venendo agli aspetti più rilevanti, siccome riferiti alle parti strutturali che compongono l’atto, il protocollo dedica una apposita sezione allo “Svolgimento del processo” avendo cura di specificare che “L’esposizione del fatto deve essere sommaria, in osservanza della regola stabilita dall’art. 366, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., e deve essere funzionale alla percepibilità delle ragioni poste a fondamento delle censure poi sviluppate nella parte motiva. L’esposizione deve essere contenuta nel limite massimo di 5 pagine”. È evidente la connessione con il requisito, richiesto sempre a pena di inammissibilità, di cui all’art. 366, comma 1, n. 3), c.p.c. che infatti si riferisce alla “esposizione sommaria dei fatti della causa”.

Il protocollo prevede così che la narrazione avvenga mediante una attenta opera di selezione, volta a identificare e quindi a esporre i soli fatti (sostanziali e processuali) rilevanti in relazione ai motivi di impugnazione che si fanno valere. La narrazione assume quindi i connotati di una parte strettamente funzionale alla successiva esposizione in diritto, tendenzialmente breve (la lunghezza limite è stabilita in 5 pagine) e depurata da tutti quegli elementi (sostanziali e processuali) che è possibile tralasciare in quanto non incidono sulle questioni di diritto prospettate con il gravame.

Come rilevato in dottrina (R. Frasca, Il ricorso per Cassazione tra sinteticità e completezza – intorno al protocollo fra Corte di Cassazione e C.N.F. sui ricorsi civili, in Giur. It.), la circostanza che il protocollo abbia attribuito specifica autonomia allo “Svolgimento del processo” esprime (e al contempo rafforza) il principio già enunciato dall’art. 366 c.p.c. in forza del quale l’omissione di tale parte dell’atto determina l’inammissibilità del ricorso. E, di conseguenza, non dovrebbero più trovare spazio quegli orientamenti giurisprudenziali (Cass. Civ., SS.UU., 11 aprile 2012 n. 5698; Cass. Civ., Sez. Trib., 11 marzi 2011 n. 5836) che, facendo leva sul principio della idoneità allo scopo (che, per inciso, a stretto rigore è riferito ai casi di nullità e non già di inammissibilità), avevano ritenuto osservato il requisito in parola laddove l’atto, pur privo dell’apposita sezione dedicata alla narrazione dello “Svolgimento del processo”, consentiva ugualmente di percepirne la ricostruzione anche in via indiretta (ad esempio perché nell’atto era riportata integralmente la sentenza impugnata la quale dava conto della vicenda sostanziale e processuale, oppure perché tale vicenda era desumibile dal contenuto dei motivi di censura dedotti) (sempre a livello dottrinale, sul tema si vedano: C. Consolo, Il ricorso per Cassazione tra sinteticità e completezza – il protocollo redazionale CNF-Cassazione: glosse a un caso di scuola di soft law (…a rischio di essere riponderato quale hard black letter rule, in Giur. It; I. Pagni, Il ricorso per Cassazione tra sinteticità e completezza – chiarezza e sinteticità negli atti giudiziali: il protocollo d’intesa tra Cassazione e CNF, in Giur. It.).

4.3 Si giunge così alla parte nevralgica di qualunque atto (e ancor più di quelli relativi ai giudizi in Cassazione), che è quella dedicata ai “Motivi di impugnazione” la quale, sempre in base al protocollo, deve contenere “l’esposizione delle argomentazioni a sostegno delle censure già sinteticamente indicate nella parte denominata ‘sintesi dei motivi’. L’esposizione deve rispondere al criterio di specificità e di concentrazione dei motivi e deve essere contenute nel limite massimo di 30 pagine”.

Il riferimento alla “esposizione delle argomentazioni a sostegno delle censure già sinteticamente indicate nella parte denominata ‘sintesi dei motivi’” si può ritenere ricognitivo delle consuete modalità di redazione, con l’accortezza di prestare attenzione a un adeguato coordinamento tra questa sezione e quanto già (molto) succintamente illustrato nella preliminare “sintesi dei motivi” (che, come visto in precedenza, deve contenere i tratti essenziali dei motivi di impugnazione).

Merita invece alcune riflessioni il richiamo ai principi di specificità e concentrazione dei motivi (la cui esposizione può impiegare fino a un massimo di 30 pagine).

Che il motivo di ricorso debba essere specifico (o, che sostanzialmente è la stessa cosa, non generico) era, anche prima del protocollo, un principio già in più occasioni affermato dalla Corte di Cassazione in quanto espressione di norme fondamentali del sistema processuale. In proposito, Cass. Civ., Sez. III, 3 dicembre 2015 n. 24625 (che riprende quanto già affermato, inter alia, da Cass. Civ., Sez. III, 13 marzo 2009 n. 6184, da Cass. Civ., Sez. III, 12 luglio 2007 n. 15604 e da Cass. Civ., Sez. III, 4 marzo 2005 n. 4741) ha evidenziato – si ritiene condivisibilmente – che:

– specificità e completezza del motivo di ricorso sono requisiti che derivano dalle regole generali sulla nullità degli atti processuali (idoneità a raggiungere lo scopo ex 156, comma 2, c.p.c.);

– nel contesto del ricorso per Cassazione, la cui trattazione si esaurisce nell’udienza di discussione (quando questa è prevista), l’esigenza di specificità del motivo assume inevitabilmente una valenza ancora maggiore.

Antecedente logico della specificità del motivo è la sua chiarezza, in quanto solo la chiara espressione delle ragioni su cui si fonda la critica della decisione impugnata consente di pervenire alla formulazione di un motivo che sia anche specifico. Si tratta di considerazioni che, prima ancora che giuridiche, appaiono dovute per comune buon senso.

4.4 In stretta connessione con questi criteri di redazione dei motivi di ricorso si pone anche il principio di sinteticità, che però, a ben vedere, compare solo in vari passaggi della nota di accompagnamento al protocollo e mai nel corpo di quest’ultimo.

Il protocollo infatti evoca il concetto di sintesi solo nell’ambito delle sezioni preliminari dedicate, per l’appunto, alla descrizione “sintetica” dell’oggetto del giudizio e alla “sintesi dei motivi”, ma non afferma mai che la descrizione in fatto e – soprattutto – l’esposizione dei motivi di impugnazione debbano essere sintetiche. Certo, la previsione di un limite massimo di pagine (rispettivamente 5 per l’esposizione in fatto e 30 per i motivi di impugnazione) lascia intendere la volontà di porre un qualche freno a quelle penne particolarmente prolifiche di parole, ma appare riduttivo affrontare la questione della sinteticità nella sola prospettiva del numero di pagine utilizzabili. Volendo fare un esempio: un ricorso per Cassazione, relativo a una vicenda fattuale e processuale semplice e incentrato su un unico e puntuale profilo di diritto (per il quale, quindi, sarebbero sufficienti poche pagine), si potrebbe dire sintetico se dedicasse 5 pagine all’esposizione in fatto e 30 al motivo di impugnazione (in conformità, quindi, ai limiti stabiliti dal protocollo)? La risposta dovrebbe essere inevitabilmente negativa.

Occorre dunque interrogarsi prima sul reale contenuto del principio di sinteticità e poi sul valore da riconoscere a tale principio nell’ambito del protocollo, nonostante – come appena visto – quest’ultimo non ne faccia menzione.

Il principio di sinteticità è un “tema ricorrente” nell’ordinamento, soprattutto negli interventi più recenti. Espliciti riferimenti a tale principio sono contenuti:

– nella relazione del 16 maggio 2016 predisposta dal “Gruppo di lavoro sulla sinteticità degli atti processuali nei procedimenti di competenza della Corte di Cassazione” nominato con decreto del Ministero della Giustizia del 9 febbraio 2016, la quale esordisce affermando che “È un dato oggetto di generale condivisione che la sinteticità contribuisca – seppur senza esaurirla – all’esigenza di chiarezza dell’atto processuale […]. Inoltre, l’eccessiva lunghezza degli atti processuali rende disagevole la gestione del processo, determinando l’allungamento dei tempi e, di conseguenza, la violazione del principio costituzionale del giusto processo ex art. 111 della Costituzione. La sinteticità, quindi, è strumento essenziale per l’efficienza di un moderno sistema di giustizia: agevola il compito del giudice, innescando un meccanismo virtuoso, che, se sviluppato senza inutili formalismi, contribuisce a realizzare il valore di una decisione quanto più possibile ‘giusta’, anche nella prospettiva dell’effettività della tutela

– all’art. 3, comma 2, c.p.a. il quale stabilisce che “Il giudice e le parti redigono gli atti in maniera chiara e sintetica, secondo quanto disposto dalle norme di attuazione”;

– all’art. 120, comma 10, c.p.a. che disciplina il rito in materia di appalti pubblici e stabilisce che “gli atti di parte e i provvedimenti del giudice devono essere sintetici”;

– nel D.L. 168/2016 (recante “Misure urgenti per la definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione, per l’efficienza degli uffici giudiziari, nonché per la giustizia amministrativa”), il quale ha inserito nel c.p.a. la previsione in forza della quale “Al fine di consentire lo spedito svolgimento del giudizio in coerenza con i princìpi di sinteticità e chiarezza di cui all’articolo 3, comma 2, del codice, le parti redigono il ricorso e gli altri atti difensivi secondo i criteri e nei limiti dimensionali stabiliti con decreto del presidente del Consiglio di Stato, da adottare entro il 31 dicembre 2016, sentiti il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, il Consiglio nazionale forense e l’Avvocato generale dello Stato, nonché le associazioni di categoria degli avvocati amministrativisti”;

– nelle linee guida elaborate dall’Assemblea Nazionale degli Osservatori sulla Giustizia civile il 21 maggio 2017, che recano una vera e propria definizione del principio di sinteticità (“La sinteticità degli atti, di parte e del giudice, è un concetto di relazione, che esprime una corretta proporzione tra la mole delle questioni da esaminare e la consistenza dell’atto chiamato ad esaminarle”).

Anche la giurisprudenza della Suprema Corte ha progressivamente riconosciuto:

– in termini più generali, che “Il rilievo che la sintesi va assumendo nell’ordinamento è del resto attestato anche dall’art. 3, n. 2, del codice del processo amministrativo (di cui al Lgs. 2 luglio 2010, n. 104), il quale prescrive anche alle parti di redigere gli atti in maniera chiara e sintetica” (Cass. Civ., SS.UU., 11 aprile 2012 n. 5698);

– in maniera ancor più netta, che “In tema di ricorso per cassazione il mancato rispetto del dovere di chiarezza e sinteticità espositiva degli atti processuali che – fissato dall’art. 3, comma 2, c. proc. amm. (secondo cui il giudice e le parti redigono gli atti in maniera chiara e sintetica) – esprime un principio generale del diritto processuale, destinato a operare anche nel processo civile, espone il ricorrente al rischio di una declaratoria d’inammissibilità dell’intera impugnazione o del singolo motivo di ricorso” ( Civ., Sez. I, 13 aprile 2017 n. 9570).

Non solo dunque il principio di sinteticità ha progressivamente fatto ingresso nel sistema processuale civile, ma – almeno stando ad alcuni orientamenti “d’avanguardia” – rappresenta un principio generale del diritto processuale la cui violazione è sanzionabile con l’inammissibilità (dell’intera impugnativa o del singolo motivo non sintetico).

Sinteticità che quindi, riprendendo il concetto espresso nelle linee guida del 21 maggio 2017, può intendersi in termini di ragionevole equilibrio tra la tipologia delle questioni da esaminare (per numero, complessità, etc.) e la consistenza dell’esposizione (in termini di parole e pagine) che vi si dedica. Ci troviamo dunque al cospetto di un concetto ben distinto rispetto alla semplice brevità, che invero esprime un valore assoluto e quindi, dal punto di vista pratico, porta con sé il rischio che l’atto tralasci profili rilevanti o non ne fornisca una illustrazione adeguata anche in termini di efficacia persuasiva (I. Pagni, Il ricorso per Cassazione tra sinteticità e completezza – chiarezza e sinteticità negli atti giudiziali: il protocollo d’intesa tra Cassazione e CNF, in Giur. It.), con tutto ciò che ne consegue in relazione all’effettivo e pieno esercizio del diritto di difesa.

Così inteso, il principio di sinteticità non deve essere dunque interpretato nella sua accezione strettamente quantitativa, in quanto esprime piuttosto un concetto relativo che vuole indurre il redattore dell’atto, tenuto conto delle peculiarità della vicenda concreta, a focalizzarsi su quanto realmente occorre tralasciando ciò che invece risulta superfluo o inutilmente ridondante. La sinteticità diviene così il mezzo (o almeno uno dei mezzi) per garantire l’efficacia e la persuasività dell’argomentazione. E sempre in quest’ottica la sinteticità costituisce altresì lo strumento per un adeguato bilanciamento tra efficienza del sistema giustizia ed effettività della tutela, perché senza svilire il diritto di difesa costituzionalmente tutelato si tende a semplificare – eliminando ciò che è superfluo – la risposta alla richiesta di giustizia.

Si tratta di un’esigenza che il protocollo dimostra di aver presente, quando ad esempio precisa che “Nel caso che per la particolare complessità del caso le  questioni da trattare non appaiano ragionevolmente comprimibili negli spazi dimensionali indicati, dovranno essere esposte specificamente, nell’ambito del medesimo ricorso (o atto difensivo), le motivate ragioni per le quali sia ritenuto necessario eccedere dai limiti previsti” (salva naturalmente la possibilità per il Giudice di valutare l’infondatezza delle ragioni rappresentate).

Una previsione sostanzialmente analoga, che testimonia la flessibilità del sistema, si rinviene anche nel decreto del Presidente del Consiglio di Stato applicabile ai giudizi amministrativi che prevede una specifica procedura per il superamento dei limiti dimensionali; con la differenza che, poiché nei giudizi amministrativi il superamento dei limiti dimensionali consente al Giudice di non valutare la “parte eccedente” (il che, in concreto, è praticamente una sanzione di inammissibilità), il decreto del Presidente del Consiglio di Stato prevede una vera propria autorizzazione al superamento dei limiti dimensionali che, tendenzialmente, ha carattere preventivo e presuppone la (altrettanto preventiva) formulazione di un’apposita istanza accompagnata dallo schema dell’atto che si intende redigere.

Nella chiave di lettura proposta, il principio di sinteticità costituisce quindi un necessario presupposto dell’intero impianto del protocollo, in quanto strettamente correlato con i paralleli principi di specificità e di chiarezza, nonché con quello dell’autosufficienza.

Per chiudere il discorso sulla sezione del protocollo dedicata ai “Motivi di impugnazione” rimane infine da affrontare la questione della concentrazione dei motivi.

Anche questo aspetto non può che essere considerato unitamente agli altri requisiti evincibili dal protocollo, in quanto la lettura del principio di concentrazione che pare più ragionevole è quella che lo configura come un corollario dei principi di specificità e chiarezza. Così, per garantire specificità e chiarezza del motivo di impugnazione, nel caso in cui venga denunciata la violazione di varie norme (in rapporto di alternatività o di gradazione) sarà preferibile formulare motivi distinti e autonomi (se del caso segnalando la connessione) nel rispetto del requisito della concentrazione (“l’articolazione di un singolo motivo in più profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo, costituisce ragione d’inammissibilità dell’impugnazione quando la sua formulazione non consente o rende difficoltosa l’individuazione delle questioni prospettate”; Cass. Civ. Sez. I, 13 luglio 2018 n. 18724).

4.5 Proseguendo, il protocollo individua poi due ulteriori sezioni che, rispettivamente, riguardano le “Conclusioni” (“In questa parte trova spazio l’indicazione del provvedimento in ultimo richiesto (e con richiesta comunque non vincolante). Ad esempio: cassazione con rinvio, cassazione senza rinvio con decisione dei merito, ecc.”) e i “Documenti allegati” (“Elencare secondo un ordine numerico progressivo gli atti e i documenti prodotti ai sensi dell’art. 369, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ.”).

La sezione relativa alle “Conclusioni” non pone particolari problematiche. Come di consueto accade, la parte deve infatti indicare a questo punto la concreta e puntuale domanda che rivolge al Giudice (tenendo naturalmente conto della peculiarità del giudizio innanzi alla Corte di Cassazione).

Per quanto invece concerne i “Documenti allegati”, si tratta necessariamente di un quid pluris rispetto alla produzione dei fascicoli di parte e alla richiesta di trasmissione del fascicolo d’ufficio indirizzata alla cancelleria del giudice a quo. La previsione è ragionevolmente ispirata dalla finalità di agevolare il reperimento (e di assicurare la disponibilità) degli atti e dei documenti che specificamente rilevano alla luce del contenuto dei motivi di impugnazione dedotti. L’adempimento si risolve certamente in un aggravio di attività per il difensore e in una duplicazione di atti e documenti che ordinariamente dovrebbero essere presenti nel fascicolo di parte; tuttavia, nella perseguita ottica di semplificazione (e agevolazione) dell’esercizio della funzione giurisdizionale e tenuto conto che la mancanza del “fascicoletto” non dovrebbe determinare preclusioni radicali di inammissibilità o improcedibilità, non sembra che l’onere risulti irragionevole o sproporzionato.

4.6 Da ultimo il protocollo contiene, oltre alle utili precisazioni sul principio di autosufficienza di cui si è trattato nell’intervento precedente, alcune note che riguardano:

– gli atti soggetti alle regole del protocollo, le quali si estendono – per quanto compatibili – anche ai controricorsi e alle memorie di cui all’art. 378 c.p.c.;

– le conseguenze derivanti dal mancato rispetto delle previsioni del protocollo (di cui si dirà tra breve);

– la possibilità di derogare ai limiti dimensionali stabiliti nel protocollo, previa esposizione delle motivate ragioni che ne rendono necessario il superamento;

– l’esclusione, ai fini del rispetto dei limiti dimensionali dell’atto, delle sue parti “formali” (l’intestazione, le indicazioni delle parti, del provvedimento impugnato, dell’oggetto del giudizio e del valore della controversia, la sintesi dei motivi, le conclusioni, l’elenco degli allegati, la procura e le relazioni di notificazione).

 

5.Le conseguenze derivanti dalla violazione del protocollo d’intesa.

5.1 Venendo alle conseguenze “sanzionatorie”, in linea con quanto emerso nelle interlocuzioni tra la Corte di Cassazione e il CNF prima della sottoscrizione del protocollo, si prevede che “Il mancato rispetto dei limiti dimensionali indicati nel modulo e delle ulteriori indicazioni ivi previste non comporta l’inammissibilità o l’improcedibilità del ricorso (e degli altri atti difensivi or ora citati), salvo che ciò non sia espressamente previsto dalla legge; il mancato rispetto dei limiti dimensionali, salvo quanto in appresso indicato, è valutabile ai fini della liquidazione delle spese del giudizio” (nota 2).

L’espressa esclusione delle sanzioni di inammissibilità/improcedibilità, per quanto prudente, si può comunque considerare non necessaria sulla base delle ordinarie regole che disciplinano i rapporti tra le fonti del diritto e che, certamente, impediscono di introdurre nuove ipotesi di inammissibilità/improcedibilità mediante atti (il protocollo) che non costituiscono neppure delle fonti normative in senso stretto.

Una simile modifica richiederebbe infatti un intervento a livello legislativo, come del resto accaduto per il processo amministrativo (come visto in precedenza).

Rimane naturalmente fermo che una eventuale violazione del protocollo che, al contempo, costituisse anche una violazione di norme processuali sanzionate con l’inammissibilità/improcedibilità (il che è certamente possibile, in quanto – come visto – in una certa misura il protocollo riproduce requisiti già prescritti dal codice di rito), rimarrà naturalmente soggetta alla sanzione (inammissibilità/improcedibilità) secondo quanto previsto dalla normativa di rango primario.

5.2 Di per sé, dunque, la violazione del protocollo può rilevare solo in punto di liquidazione delle spese giudiziali. A questo riguardo si dovrebbe ritenere che il protocollo si sia limitato a esplicitare (con finalità deterrente e con l’obiettivo di garantire una certa uniformità applicativa) un potere che il Giudice poteva esercitare a prescindere dalla specifica previsione contenuta nel protocollo medesimo, considerato che la valutazione relativa alla spese giudiziali è frutto di un apprezzamento connotato da un certo margine di discrezionalità. Questo principio, va detto, in realtà è condiviso da alcune pronunce di merito (diffusamente criticate) tra cui Trib. Milano, Sez. IX Civ., ord. 1 ottobre 2013, ma espressamente negato da Cass. Civ., Sez. II, 10 marzo 2016 n. 4722.

Se però, seguendo l’impostazione della Corte, il protocollo non si fosse limitato a fornire una indicazione operativa ai magistrati su un potere che costoro avrebbero comunque potuto già esercitare, si può allora dubitare della idoneità della fonte (il protocollo) a integrare la disciplina di rango legislativo che individua i criteri generali da osservare in sede di liquidazione delle spese di causa (nel processo amministrativo, infatti, vi è una norma espressa – art. 26 c.p.a. – che attribuisce rilievo al rispetto dei principi di chiarezza e sinteticità ai fini della liquidazione delle spese di causa).

6. Lo stato dell’arte sull’applicazione del protocollo d’intesa.

6.1 Si ritiene a questo punto utile offrire una breve panoramica sullo “stato dell’arte” giurisprudenziale a seguito dell’adozione del protocollo.

Si registra anzitutto un corposo numero di sentenze che continua a stigmatizzare l’utilizzo massivo della tecnica del “copia&incolla”. Ad esempio Cass. Civ. Sez. III, 20 ottobre 2016 n. 21297 ha dichiarato inammissibile un ricorso recante la trascrizione di ampi stralci dell’atto di appello interpolato con l’integrale trascrizione di taluni documenti, nonché una descrizione del processo di primo e secondo grado e un mero rinvio ai motivi di ricorso, senza neppure indicare nel gravame né le statuizioni della sentenza di primo grado, né le censure proposte con l’appello (per un atto monstre di 251 pagine). La Cassazione ha ritenuto il gravame inammissibile in quanto non idoneo a perseguire lo scopo del processo di pervenire a una decisione sul merito e, quindi, assicurare un effettivo esercizio del diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost. nel rispetto dei principi del giusto processo desumibili dall’art. 111 Cost. e in coerenza con l’art. 6 della CEDU.

Cass. Civ., Sez. III, 31 luglio 2017 n. 18962 ha ritenuto inammissibile un ricorso che aveva “ecceduto nel riportare, in modo quasi meticoloso, ogni singolo accadimento processuale, sia pure con narrazione propria, senza alcuna necessità. In tal modo, infatti, non è soddisfatto il requisito della esposizione sommaria di cui all’articolo 366 comma 1 n. 3 del Cpc” (51 pagine per la sola esposizione in fatto).

Inoltre, come anticipato in premessa, anche i ricorsi sovrabbondanti redatti mediante assemblaggio sono sottoposti a serie censure di inammissibilità in quanto si pongono, per eccesso, in violazione del principio della autosufficienza. È onere del difensore offrire una sintesi del dato fattuale che risulti funzionale alla piena comprensione e valutazione delle censure (Cass. Civ., Sez. Trib., 4 aprile 2018 n. 8245).

6.2 Con specifico riferimento alle impugnative relative all’art. 360, n. 3) c.p.c. (“per violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro”), Cass. Civ., Sez. III, ord. 9 maggio 2017 n. 11232 (riguardante pretese di natura risarcitoria) ha ritenuto inammissibile una censura per “la mancanza di una conferente riproduzione, diretta o motivata dell’articolo ritenuto diffamatorio a mezzo stampa”. In particolare, osserva quest’ultima decisione, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione è onere del ricorrente “se del caso riproducendolo direttamente, ove necessario in relazione all’oggetto della critica di cui al motivo, ed eventualmente indirettamente, ove l’apprezzamento della critica lo consenta – il contenuto dell’articolo nella parte cui la critica si riferisce, specificando anche dove la Corte possa esaminarlo per verificare la conformità del contenuto riprodotto rispetto a quello effettivo”. Il che sembra porsi in continuità con quegli orientamenti secondo i quali, qualora oggetto di censura sia l’omessa valutazione di prove documentali, il principio di autosufficienza imporrebbe di trascrivere il testo integrale o la parte significativa del documento nel ricorso al fine di consentire il vaglio di decisività, ma anche di specificare gli argomenti, deduzioni o istanze che, in relazione alla pretesa fatta valere e alla produzione documentale effettuata a sostegno della medesima, siano stati formulati nel giudizio di merito, pena l’irrilevanza giuridica della sola produzione, che non assicura il contraddittorio e non comporta, quindi, per il giudice alcun onere di esame e ancora meno di considerazione dei documenti ai fini della decisione.

In riferimento all’obbligo del deposito del contratto collettivo di lavoro, di recente Cass. Civ., Sez. Lavoro, 19 gennaio 2018 n. 1374 ha ribadito il principio secondo cui nel giudizio di Cassazione l’onere di depositare tale documentazione “imposto a pena di improcedibilità dall’art. 369, comma due, n. 4, è soddisfatto con la produzione nel testo integrale della fonte convenzionale: tale adempimento è finalizzato a consentire alla Corte l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 c.c.”.

6.3 Per quanto concerne la cognizione riferita ai vizi ex art. 360, n. 4) c.p.c. (“nullità della sentenza o del procedimento”), le Sezioni Unite (Cass. Civ., SS.UU. 28 maggio 2012 n. 8077) si sono nel recente passato espresse sui limiti di sindacabilità dei vizi in procedendo, con un’ampia e analitica ricostruzione della questione. La decisione ha avuto modo di rilevare che ove venga denunciato un vizio che comporti la nullità del procedimento o della sentenza impugnata (in particolare, nullità dell’atto introduttivo del giudizio per l’indeterminatezza dell’oggetto della domanda o delle ragioni poste a suo fondamento) “il giudice di legittimità non deve limitare la sua cognizione all’esame della logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, ma è investito del potere di esaminare direttamente gli atti e documenti sui quali il ricorso si fonda, purché la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito”. La Corte si è quindi fatta carico di procedere all’esame dell’atto di citazione dopo aver rilevato che, per principio assolutamente consolidato, la Corte medesima in sede di disamina degli errores in procedendoè anche giudice del fatto (inteso qui, ovviamente, come fatto processuale) ed è perciò investita del potere di procedere direttamente all’esame ed alla valutazione degli atti del processo di merito”.

Principi del tutto condivisibili e che erano stati accolti con grande favore, ma che – almeno in parte – sono stati da ultimo disattesi da Cass. Civ., Sez. III, 23 marzo 2017 n. 7406: “Il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione vale anche in relazione ai motivi di appello rispetto ai quali si denuncino errori da parte del giudice di merito (Cass. 10 gennaio 2012, n. 86; 21 maggio 2004, n. 9734). Anche laddove vengano denunciati con il ricorso per cassazione ‘errores in procedendo’, in relazione ai quali la Corte è anche giudice del fatto, potendo accedere direttamente all’esame degli atti processuali del fascicolo di merito, si prospetta preliminare ad ogni altra questione quella concernente l’ammissibilità del motivo in relazione ai termini in cui è stato esposto, con la conseguenza che, solo quando sia stata accertata la sussistenza di tale ammissibilità diventa possibile valutare la fondatezza del motivo medesimo e, dunque, esclusivamente nell’ambito di quest’ultima valutazione, la Corte di cassazione può e deve procedere direttamente all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali” (in particolare, era stata ritenuta carente la parte del ricorso riguardante i motivi di appello e quella relativa alla descrizione della motivazione della decisione di primo grado che si andava a censurare).

6.4 Per quanto infine riguarda le censure ex art. 360 n. 5) c.p.c. (“omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”), secondo Cass. Civ., Sez. VI, 12 ottobre 2017 n. 24062l’art. 360, n. 5, attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto, sicché il ricorrente, ove intenda far valere tale vizio, deve indicare il ‘fatto storico’, il cui esame sia stato omesso, il ‘dato’, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il ‘come’ e il ‘quando’ tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua ‘decisività’ […]. Il ricorrente odierno avrebbe quindi dovuto semmai spiegare quale fosse il fatto da cui desumere l’inesistenza del contratto di distribuzione che, invece, la Corte di appello ha ritenuto esistente, fornendo, poi, le ulteriori indicazioni di cui si è fatta or ora menzione”. Vengono così ripresi quegli orientamenti che avevano affermato la sussistenza per il ricorrente dell’onere di indicare specificamente il contenuto della prova trascurato dal giudice di merito, provvedendo alla sua trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse; controllo che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, deve essere possibile eseguire sulla base delle sole deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Cass. Civ., Sez. VI, 3 gennaio 2014 n .48; Cass. Civ., Sez. III, 31 luglio 2012 n. 13677).

Viceversa in passato la Corte (Cass. Civ., SS.UU., 22 settembre 2014 n. 19881) si era limitata a chiedere al ricorrente di indicare il fatto storico di cui si lamentava l’omesso esame, il dato testuale o extratestuale di cui non risulti l’esistenza, il come e quando (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti e la sua decisività.

6.5 Insomma, anche post protocollo non sembra che siano stati superati i (significativi) margini di incertezza e prevedibilità nelle pronunce della Corte, con ovvie ricadute (e difficoltà) di orientamento anche per la classe forense.

7.Conclusioni.

7.1 A conclusione del discorso, credo che sul protocollo si possa esprimere un giudizio complessivamente positivo, nel metodo e nel merito.

Nel metodo in quanto frutto di una positiva concertazione tra le categorie istituzionali che partecipano attivamente al funzionamento del sistema giustizia e che, con il rispettivo apporto, possono contribuire al suo miglioramento in termini di efficienza ed efficacia della risposta alle istanze di tutela che provengono dai cittadini (anche il decreto del Presidente del Consiglio di Stato sulla sinteticità degli atti è frutto di un percorso simile, che ha visto il coinvolgimento, tra l’altro, del CNF e delle associazioni degli avvocati amministrativisti). Prendere atto che la giustizia è una risorsa scarsa rappresenta un dato di fatto con il quale sarebbe miope non confrontarsi, così come, nel contesto socio-economico attuale, bisogna riconoscere che il diritto di difesa è sì un diritto assoluto e inviolabile, ma con alcuni temperamenti (importi dei contributi unificati, filtro in appello, riti accelerati, decisioni in forma semplificata, etc., non tutti apprezzabili) finalizzati a limitarne ex ante l’esercizio (o almeno quello non legittimo).

È una situazione di cui occorre prendere coscienza, perché l’affermazione tanto ripetuta che nobilmente rivendica l’incomprimibilità del diritto di difesa somiglia sempre di più a un vuoto simulacro. Sarebbe forse il caso di abbandonare ideali sì alti, ma difficilmente realizzabili, per concentrarsi sul miglioramento del sistema esprimendone al massimo le potenzialità nella consapevolezza dei suoi limiti.

7.2 Anche sul piano del merito il protocollo appare apprezzabile. Certo non sarà risolutivo di tutte le problematiche, come del resto è dimostrato dai primi risultati della sua applicazione. Nondimeno, l’esigenza di far chiarezza su alcuni aspetti problematici (in particolare, la questione dell’autosufficienza) che hanno creato non poche difficoltà agli operatori del diritto, su entrambi i fronti, era non più differibile e il protocollo ha il pregio di aver tentato di affrontare la questione, anche se sul punto si auspica un definitivo intervento chiarificatore delle Sezioni Unite (magari con una presa di posizione “forte” sulle oscillazioni giurisprudenziali ancora oggi troppo frequenti).

7.3 È ragionevole immaginare che il protocollo rappresenti la prima manifestazione, nell’ambito della giurisdizione di legittimità, di una tendenza che appare conclamata in ogni settore dell’ordinamento e che ha trovato la sua espressione più compiuta nel sistema di giustizia amministrativa. Il futuro del protocollo o un suo “rafforzamento” nel solco di quanto avvenuto con i decreti del Presidente del Consiglio di Stato dipenderà dai risultati che nei prossimi anni, anche solo in termini numerici, verranno registrati, ma è impensabile che simili interventi light (e a costo zero) possano avere un effetto taumaturgico sulle diverse e serie criticità che affliggono il sistema giustizia, il quale necessita piuttosto di seri interventi strutturali (e dei cospicui investimenti che questi ultimi richiedono).

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