LE LINEE GUIDA 2017 DEGLI OSSERVATORI SULLA GIUSTIZIA CIVILE SULLA REDAZIONE DEGLI ATTI IN MANIERA CHIARA E SINTETICA

Di David Cerri -

Si è tenuta a Roma dal 19 al  21 maggio 2017, presso la Corte di Cassazione, la XII Assemblea nazionale degli Osservatori sulla giustizia civile. In particolare sabato 20 si sono riuniti  i diversi Gruppi di lavoro; gli elaborati che si commentano sono quelli del Gruppo “Raccordo fra atti difensivi e provvedimenti del giudice”  coordinato dall’Avv.Angelica Scozia dell’Osservatorio di   Torino [1] . Il gruppo di lavoro ha voluto, forse anche a pena di scontare facili ironie, assumere programmaticamente l’obiettivo di favorire “chiarezza e sinteticità” anche nella stessa elaborazione del documento principale, che – esposte  brevi ma essenziali premesse – si articola in una sorta di decalogo di suggerimenti (per la precisione, i punti sono dodici), cui si affiancano Note esplicative dirette ad una migliore comprensione, ed all’illustrazione di  talune scelte.

Una “premessa alle premesse”: quello della redazione di atti e provvedimenti nel giudizio civile (e a dire il vero non solo nel giudizio, coinvolgendo la riflessione anche diversi tipi di scritture, come ad esempio i pareri) è uno dei temi più dibattuti tra i giuristi pratici, che in anni relativamente recenti più che in passato hanno potuto avvalersi delle competenze specifiche dei linguisti [2]. In linea più generale saper scrivere, se non è forse così più importante per la collettività  – come argutamente e non senza ironia ha rilevato Claudio Giunta[3] – resta una delle principali capacità di avvocati e magistrati; e negli ultimi tempi si sono registrati numerosi interventi che hanno imposto il tema all’attenzione anche dei più nostalgici di un bellettrismo d’antan, sulla scia di indicazioni provenienti da oltreoceano, dalle Corti europee, dagli sforzi congiunti delle categorie interessate (come il   Protocollo d’intesa C.N.F. / Cassazione del dicembre 2015) [4] ed infine dal  legislatore, che ha dettato (o meglio fatto dettare dal Presidente del Consiglio di Stato)  regole severe per il processo amministrativo: talmente severe sui limiti dimensionali degli atti da superare l’esperienza nordamericana – che si è finora espressa in termini di numero di parole – con l’individuare come criterio di verifica quello del numero dei caratteri tipografici impiegati per la scrittura [5]. Nel Processo Civile Telematico se ne aveva già una chiara (ma generica) indicazione nel comma 9 octies art.16 bis D.L.179/2012, la cui generale estensione è stata suggerita dalla Relazione  1.12.2016 del Gruppo di lavoro ministeriale ricordato in n.1, con l’introduzione di un nuovo art.140 disp.att. c.p.c.; ed anche nel d.d.l. Delega al Governo recante disposizioni per l’efficienza del processo civile (AS 2284) è presente il riferimento – all’art.1., c.2, principio direttivo lett.g) – ma le prospettive di vita dell’iniziativa legislativa sembrano assai stentate (e del resto, come ricordato nelle Note esplicative alle Linee Guida in commento, sono  stati presentati numerosi emendamenti soppressivi, o modificativi in senso limitativo, di quella previsione) [6].

Il tema è di quelli che suscita fieri sostegni e critiche: si prestava quindi ottimamente ad esser studiato in quella sorta di camera di compensazione che sono gli Osservatori, dove le diverse posizioni delle due principali componenti del sistema giustizia si possono confrontare con franchezza, ma con il comune intento di fornire un contributo utile ai cittadini. Ed allora si noterà subito come uno dei principali nodi da sciogliere fosse quello delle definizioni dei due concetti chiave (chiarezza e sinteticità), che vengono spesso – ma con ottimismo immotivato – dati per scontati. La soluzione proposta è consistita nell’offrire, per il primo, uno stringato riepilogo dei caveat più noti, frutto dell’esperienza comune di giuristi e linguisti (come evitare ripetizioni, espressioni gergali e desuete, l’uso del passivo e del metodo ipotattico  ecc.[7]) nel riferimento generale ad una “agevole comprensione del testo”; per la seconda, forse più rilevante per le possibili conseguenze pratiche, nel far proprio il principio espresso da una decisione del Consiglio di Stato  per il quale “L’essenza della sinteticità, prescritta dal codice di rito [c.p.a.], non risiede nel numero delle pagine o delle righe in ogni pagina, ma nella proporzione tra la molteplicità e la complessità delle questioni dibattute e l’ampiezza dell’atto che le veicola” [8]. Il concetto di relazione così accolto è stato espressamente posto in collegamento logico con la conclusione di cui al Protocollo sui ricorsi sottoscritto da C.N.F. e Corte di cassazione, secondo il quale il solo mancato rispetto delle indicazioni dei protocolli non può costituire motivo di inammissibilità, nè di qualsiasi altra conseguenza a carico delle parti, e ciò proprio con lo scopo di evitare quello che sarebbe un clamoroso fraintendimento: quello, cioè, di accogliere quelli che sono ovviamente dei suggerimenti (né il C.N.F., né la Cassazione, né tantomeno gli Osservatori sono il Parlamento…e neppure l’esecutivo) da un lato come “gabbie” limitative della creatività di avvocati e giudici [9], e, dall’altro, come strumenti meramente deflattivi (rischio ben presente, perché proprio di molti degli strumenti introdotti nell’ordinamento della giustizia civile negli ultimi anni, in una declinazione peculiarmente “italiana” e sprezzante delle esperienze compiute da decenni altrove).

Dopo il doveroso chiarimento, un’altra lecita osservazione preliminare alla lettura delle Linee Guida è quella che alcuni dei principi esposti potrebbero sembrare “fuori tema” rispetto al dichiarato scopo principale (la redazione di atti e provvedimenti): i punti 7 (verbalizzazione delle udienze), 8 (contenuto delle memorie ex art.183, c.6 c.p.c.) e 9 (precisazione delle conclusioni) infatti attengono più (anche se non esclusivamente) a modalità di conduzione dell’udienza (§ 7 e 9) ovvero a indicazioni di merito processuale (§ 8), che a tecniche di redazione. Gli argomenti affrontati, però, sono tra quelli che più frequentemente si affacciano nella quotidianità del processo, e l’occasione era troppo ghiotta per trascurarli. Particolarmente degno di attenzione pare il cenno alle memorie ex art.183, c.6, c.p.c., soprattutto a quella del n.1, che nella pratica viene non di rado usata dall’attore come una compiuta replica alla costituzione avversaria (una sorta di mini-conclusionale anticipata), quando addirittura dallo stesso convenuto per ribadire quanto già illustrato costituendosi. Ora, se il dettato normativo è chiaro (“memorie limitate alle sole precisazioni o modificazioni delle domande, delle eccezioni e delle conclusioni già proposte”) è sembrato utile ricordare che la sede può tornare opportuna non solo quando vi sia stato l’intervento del giudice (con la richiesta di chiarimenti o il rilievo di questioni d’ufficio), ma anche in funzione dichiaratamente argomentativa, con l’intento di ri-modulare un thema decidendum  allargato dalla presenza nel giudizio di un nuovo protagonista (il convenuto: tanto che resta difficile pensare che sia questi stesso a poter usufruire di questo spazio…), ma sempre con un’interpretazione rigorosamente restrittiva.

Dopo questa lunga introduzione, che in realtà tratta dell’essenza del documento – per la quale si chiede comunque venia, benchè abbia cercato di ispirarsi alla sinteticità…- qualche nota su alcuni dei principi.

La maggior parte delle indicazioni attiene alle tecniche di redazione; mi sembrano degni di nota:

– l’invito al “prospetto di sintesi” ed alla sua funzione di “orientamento e comprensione del testo” (§ 2): non un mero riassunto, ma un vero strumento operativo, in due sensi. Nel primo (in collegamento con altri come l’indice degli argomenti e degli allegati, la numerazione delle pagine, § 3), perché diretto ad una lettura agile e veloce; nel secondo, come tool argomentativo diretto alla pre-comprensione del testo, per il quale sembra quanto mai utile la lezione nordamericana  del deep issue [10]: posizione iniziale, poche parole, frasi separate, i dettagli sufficienti e necessari per dare un senso alla narrazione, linguaggio il più semplice possibile (per intendersi: adatto ad un non giurista).

– per caratteri grafici, corpo e stile, la scelta a favore del modello del Protocollo C.N.F./Cassazione più volte menzionato. Due infatti erano le alternative già presenti nell’ordinamento (la prima, ovviamente, in veste di soft law): quella del Protocollo e quella del Decreto del Presidente del Consiglio di Stato (per orientarsi è stato offerto l’All.B che ne riassume le principali caratteristiche). La preferenza a mio parere può interpretarsi, oltre che in termini di “metodo” (concordato e collaborativo il primo, dirigistico il secondo), anche in termini di “sistema”: la derivazione dalle esperienze delle Corti europee del primo è parsa preferibile rispetto all’esasperazione del richiamo a quelle statunitensi sottostante il secondo (ho già ricordato i limiti dimensionali per numero di caratteri, ignoti anche a quelle Corti U.S.A. [11]: e del resto proprio la voluta omissione di espresse indicazioni sui limiti è indice dello spirito che ha orientato i lavori del Gruppo).

– i riferimenti alle peculiarità del processo telematico, ed in particolare la considerazione per i collegamenti ipertestuali. L’attenzione al profilo era stata posta dagli Osservatori da tempo, ma più di recente  è stata rinvigorita da alcuni Protocolli locali (come le Linee guida tra il Tribunale di Roma, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma e l’A.G.I., ed il Protocollo della Corte Appello Bologna, entrambi del 2016); le vere difficoltà attengono agli aspetti tecnici,  in particolare nel caso di  fonti esterne all’atto, tanto da suggerire l’adozione delle modalità pratiche indicate nell’Allegato A), redatto anche in base all’esperienza del Protocollo PCT redatto a cura dell’Osservatorio fiorentino. Non inutile forse il richiamo al rispetto delle preclusioni processuali, ad evitare di far rientrare dalla finestra quel che era fuggito dalla porta, ciò cui lo strumento in questione potrebbe prestarsi[12].

Ho lasciato alla conclusione l’argomento che è sembrato tra i più spinosi durante i lavori, vale a dire quello della liquidazione delle spese. Qui non si tratta  delle tecniche di redazione in sé, ma delle conseguenze che l’adozione o meno dei suggerimenti forniti in tema di chiarezza e sinteticità potrebbe sortire: e il possibile riflesso sulle spese tocca certamente un nervo sensibile dell’avvocatura. Tanto più sensibile perché già “scottato” da numerose decisioni del Consiglio di Stato sul rispetto dei principi in quel processo già da tempo sanciti all’art.3 c.p.a., ed argomento ormai oggetto, oltre che di decisioni, anche di “avvertimenti” di vago tenore pretorio dati da giudici civili di merito, secondo i quali l’osservanza dei principi di chiarezza e sinteticità non potrebbe non riverberare i suoi effetti sulla liquidazione delle spese, in quanto criteri atti alla valutazione del “pregio” degli atti difensivi: provvedimenti che hanno talora suscitato vivaci reazioni della categoria.

A costo di deludere qualche collega avvocato, non trovo che ci sia da strapparsi i capelli, e per due motivi.

Il primo è che prevenire è meglio che curare, e che quindi trovo apprezzabile che da parte di qualche giudice civile si avvisi esplicitamente l’avvocato che si terrà conto del rispetto di quei principi. Facile obiezione: ma così si contribuisce a consolidare quella geografia giudiziaria a macchia di leopardo, per la quale “tribunale che vai,  soluzione che trovi”. Replica gradata in ordine crescente di importanza: a) ma perché meravigliarsi ? non è così per tutto ? ed ovviamente è critica che si può rivolgere ad ogni iniziativa su base territoriale – come quelle dei numerosi Protocolli sulle udienze – se ci si dimentica o sopravvaluta la natura delle indicazioni  – b) la conoscenza dell’uditorio particolare è consolidato principio della retorica (dalla classica, alla “nuova” retorica novecentesca) ed ogni avvocato lo sa – c) soprattutto, il riferimento al “pregio dell’attività prestata” non è una creazione pretoria, ma è formulato dall’art.4 del D.M. n.55/2014 sui parametri forensi; che male c’è quindi se qualcuno indica dei parametri concreti per quella valutazione ?

Il secondo è che l’indicazione delle Linee Guida, come spiegato nelle Note esplicative, è chiaramente data in senso premiale, e non punitivo (anche se ovviamente l’uno riesce speculare all’altro). L’attività dell’avvocato che cura la comprensibilità dei propri testi sotto ogni punto di vista, formale e di contenuto, deve essere valorizzata; una cosa è il rispetto del principio della soccombenza – logicamente prioritario – altra, e successiva, la liquidazione delle competenze. Lo stesso ordinamento vigente, anzi, conosce già modulazioni di quel principio in relazione all’atteggiamento processuale delle parti (come gli art.91, c.1, e 92, c.1., c.p.c.). Per esser più chiari un esempio: sentenza di condanna alla refusione delle spese a favore di diversi convenuti su analoghe posizioni sostanziali; un difensore – per sostenere le stesse tesi dell’altro – si è attenuto a quei principi; l’altro ha scritto centinaia di inutili, farraginose e ripetitive pagine…al primo spetterà a buon ragione una liquidazione sui valori più alti, avendo contribuito, tra l’altro [13],  al rispetto dei valori del giusto processo; il secondo, su quelli minimi, e per una semplice considerazione: non ha mostrato di possedere la competenza necessaria, e forse –paradossalmente – è stato più sbrigativo: infatti Je n’ai fait celle-ci plus longue que parce que je n’ai pas eu le loisir de la faire plus courte [14].

[1] e composto, oltre che da chi scrive, tra gli altri dagli avvocati Cristina Cataliotti, Jacopo de Fabritiis, Paola Lovati, Angela Marino, Giancarlo Pizzoli, e dai magistrati Assunta Canonaco, Marco Ciccarelli, Francesca Fiecconi, Rosella Masi, Francesco Oddi, Luciano Panzani.   Ai lavori, aperti dagli interventi di  Lorenzo Pontecorvo (C.S.M.) e Antonio Mura (già coordinatore del gruppo di lavoro sulla sinteticità degli atti processuali presso il Ministero della Giustizia), ha partecipato anche Andrea Pasqualin consigliere C.N.F. I vari documenti sono consultabili sul sito dell’Osservatorio milanese:  http://milanosservatorio.it/seguito-della-xii-assemblea-nazionale-degli-osservatori-svoltasi-roma-maggio-scorso-vista-della-riunione-dellosservatorio-milanese-fissata-5-luglio-2017-pubblichiamo-report-de/ .

[2] tra i tanti contributi v. anche soltanto B.MORTARA GARAVELLI, Le parole e la giustizia, Einaudi, Torino, 2001;  P.BELLUCCI, A onor del vero. Fondamenti di linguistica giudiziaria, UTET, Torino, 2002;   S.CAVAGNOLI,  Linguaggio giuridico e lingua in genere. Una simbiosi possibile, Ediz.dell’Orso, Alessandria, 2013. Sui rapporti tra retorica e testo difensivo (tale il sottotitolo) v. di P.MORO, L’arte della scrittura giuridica, Libreria al Segno edit., Pordenone, 2016.

[3] C.GIUNTA, Saper scrivere è così importante ?, nel domenicale de IlSole 24Ore del 12.2.2017.

[4] sia consentito un rinvio a a D.CERRI, La scrittura degli atti processuali ed il Protocollo d’intesa C.N.F. / Cassazione sulla redazione dei ricorsi, in www.judicium.it; ID., Efficienza e comprensibilità come obiettivi deontologici nel linguaggio del civilista, in A. MARIANI MARINI-F. BAMBI (a cura di) Lingua e diritto. Scritto e parlato nelle professioni legali a cura, Pisa University Press, 2013, 69 ss.

[5] l’art.13 ter disp.att. del c.p.a., introdotto dal d.l.168/2016 conv. in L.197 del 25.10.2016, ha consentito all’organo apicale del Consiglio di Stato l’emanazione del Decreto n.167 del 22.12.2016, implementato il giorno successivo dalle indicazioni “telematiche” del Segretario generale della giustizia amministrativa.

[6] nell’ormai sterminata serie di interventi sui temi oggetto delle Linee Guida (e meno male che si discute di sinteticità…) v. soltanto B.CAPPONI, Sulla “ragionevole brevità” degli atti processuali civili, in www.judicium.it; M.SANINO, La «sinteticità» degli atti nel processo amministrativo: è davvero una novità?, in Foro it., 2015, V, 379; F. DE STEFANO, La sinteticità degli atti processuali civili di parte nel giudizio di legittimità, in Questione Giustizia on line (a margine di Cass,civ., Sez.II, 20.10.2016 n.21297, che ha portato alla ribalta l’assai delicato collegamento tra le violazioni del dovere di sinteticità e chiarezza e l’ abuso del processo).

[7] una sintesi ancora valida e notissima è quella contenuta nei 50 principi redatti da B.A.GARNER in conclusione al suo Legal Writing in Plain English (University of Chicago Press, Chicago, 2001), in massima parte adattabili – mutatis mutandis – anche alla nostra realtà.

[8] sez. III, 12-06-2015, n. 2900.

[9] creatività per la quale ostacoli ed incentivi vertono su tutt’altro piano: cfr. G.PASCUZZI, La creatività del giurista. Tecniche e strategie dell’innovazione giuridica, Zanichelli, Bologna, 2013.

[10] di cui ancora B.A.GARNER è uno dei più noti illustratori: v. The Deep Issue: A New Approach to Framing Legal Questions,  Scribes Journal of Legal Writing,1994-1995 . Ed è proprio lui ad intervistare David Foster Wallace ed a farsi rilasciare questa definizione “ …in any piece of writing there’s a tertiary argument: Why should you spend your time reading this? “So here’s why the following issue might be important, useful, practical.” I would think that if one did it deftly, one could in a one-paragraph opening grab the reader, state the terms of the argument, and state the motivation for the argument. I imagine most good argumentative stuff that I’ve read, you could boil that down to the opener” (D.F.WALLACE-B.A.GARNER, Quack This Way, RosePen, Dallas, 2013, 80-81).

[11] ad esempio il principal brief, secondo la Rule 32 delle Federal Rules of Appellate Procedure, non dovrebbe contenere più di 13.000 parole.

[12] sul più vasto tema dell’informatica giuridica – nel cui ambito iscriverei la questione del linguaggio e della scrittura – v. F.PUPPO, Informatica giuridica e metodo retorico, Tangram Ed,Sc., Trento, 2012, e la bibliografia ivi citata.

[13] tra l’altro: perché quello del pregio dell’attività difensiva è uno della diecina di criteri previsti dall’art.4 D.M. 55/2014…

[14] è la celeberrima XVI lettera provinciale di Pascal (1656): Mi sono dilungato nella presente soltanto perché non ho avuto il tempo di farla più breve.

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