LE CONSEGUENZE DEL DEPOSITO NON TELEMATICO DEL RICORSO IN RIASSUNZIONE IL SOTTILE LIMITE TRA FORMA E FORMALISMO

Il ricorso in riassunzione del processo a seguito di dichiarazione di incompetenza del giudice originariamente adito è atto endoprocessuale da depositare telematicamente a pena di inammissibilità

Di Alessio Bonafine -

T. Potenza, 18 maggio 2017

Con la sentenza in esame il Tribunale di Potenza, ponendosi in linea con l’orientamento già espresso da altra giurisprudenza di merito (v. Trib. Vasto, sez. lav., 28 ottobre 2016, n. 180), ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso in riassunzione non depositato telematicamente.

Ciò, attraverso il rinvio all’art. 16-bis d.l. n. 179/2012 che prescrive le forme digitali per gli atti processuali dei difensori delle parti già costituite.

Non si vuole in questa sede indagare l’effettiva applicabilità della richiamata disposizione al ricorso in riassunzione, mettendone quindi in discussione la sua stessa qualificabilità quale atto endoprocessuale.

D’altronde, anche prima dell’implementazione del sistema del processo civile telematico, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che esso non introduce un nuovo procedimento, ma esplica esclusivamente la funzione di consentire la prosecuzione di quello già pendente, per queste vie sostenendo anche che detto atto non deve necessariamente riproporre tutte le pretese in precedenza avanzate dalla parte, dovendosi presumere, in difetto di elementi contrari, che le stesse siano mantenute ferme, ancorché non trascritte (Cass., SS.UU., 10 ottobre 1992, n. 11065; Cass. 20 aprile 2001, n. 5892). E ciò può dirsi anche con riferimento alle ipotesi in cui la riassunzione segua alla dichiarazione di incompetenza del giudice adito, atteso che anche nei casi considerati dall’art. 50 c.p.c. a volere essere realizzata non è l’instaurazione di un nuovo giudizio ma solo la prosecuzione di quello già erroneamente radicato (Cass. 5 ottobre 1998, n. 9890).

Tuttavia, pur nella tendenziale condivisibilità delle indicate premesse normative ed interpretative, è la soluzione dell’inammissibilità del ricorso cartaceo a suscitare forti perplessità.

Innanzitutto, infatti, occorre sottolineare come l’esame delle norme che tale sanzione prevedono (v. gli artt. 325, 327, 331, 334, 398, 408 c.p.c.) disvela l’intento legislativo di ricollegare l’inammissibilità (essenzialmente) ad un “vizio di contenuto dell’atto di impugnazione” (G. Fabbrini, L’opposizione ordinaria del terzo nel sistema dei mezzi di impugnazione, Milano, 1968, 272).

Da queste premesse si è partiti per concludere che la funzione dell’istituto risiede “nella definitiva eliminazione di quel potere di riparazione dell’atto imperfetto riconosciuto dal sistema alla libera iniziativa di parte” (B. Ciaccia Cavallari, La rinnovazione nel processo di cognizione, Milano, 1981, 200) e che pertanto il concetto di inammissibilità non sarebbe estendibile oltre le ipotesi espressamente indicate dalla legge.

In ogni caso, si è anche osservato che il tentativo di riconoscere alla inammissibilità una dimensione autonoma nell’ambito della disciplina della invalidità degli atti del processo sconta il dato di una nozione, ove intesa come l’assenza degli elementi indispensabili per il valido inserimento dell’atto nel procedimento, in sé ripetitiva e inutile in quanto inefficace alla individuazione dei difetti che ne sarebbero reale motivo (R. Poli, Invalidità ed equipollenza degli atti processuali, Torino, 2012, 321).

La dichiarazione di inammissibilità del ricorso in riassunzione non telematico, quindi, appare esorbitante da tali coordinate.

Piuttosto, anche a non volere ammettere che la difformità dalle generali modalità di deposito integri una mera irregolarità (in quanto tale non incidente sulla validità e l’efficacia dell’atto), al caso di specie avrebbero dovuto trovare applicazione le regole proprie della disciplina della forma degli atti del processo.

Riservando ad altro momento più approfondite considerazioni, valga infatti evidenziare come le norme di settore dedicate agli atti telematici sono funzionali alla introduzione di nuovi requisiti formali, dalla cui violazione conseguono ipotesi di nullità da declinare necessariamente alla luce del principio del raggiungimento dello scopo.

In questo senso, d’altronde, si è pronunciata anche la Cassazione, che ha evidenziato come “la denuncia di vizi fondati sulla pretesa violazione di norme di rito non tutela l’interesse all’astratta regolarità del processo, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in conseguenza della denunciata violazione” (Cass., SS.UU., 18 aprile 2016, n. 7665), e che ha chiarito che la difformità dal modello legale di deposito degli atti non dà luogo a nullità quando lo scopo prefissato possa dirsi comunque realizzato (Cass. 12 maggio 2016, n. 9772).

E non c’è dubbio che ciò possa sostenersi con riferimento al caso deciso dal Tribunale di Potenza. Lo scopo (quale risultato perseguito) dell’atto di riassunzione è infatti quello di consentire la prosecuzione del processo e la relativa informativa alla controparte. Tuttavia non è dato capire come possa affermarsi che le modalità telematiche ovvero digitali del deposito possano incidere su tale funzione, in particolare – poi – a fronte di una controparte che, pur avendo eccepito il vizio di deposito, risulta regolarmente costituita.

Lo stesso principio è stato accolto anche dal Tribunale di Palermo (10 maggio 2016, in www.dejure.it) secondo cui l’art. 16-bis d.l. n. 179/2012, dove impone alle parti costituite di depositare gli atti processuali e i documenti esclusivamente con modalità telematiche, deve essere letto e applicato, nell’ambito del sistema dei valori processuali implicati, secondo la “logica della flessibilità”. Più in particolare, secondo Tribunale, poiché il ricorso in riassunzione depositato con modalità analogiche è comunque idoneo a raggiungere lo scopo cui è destinato, esso non può essere dichiarato né inammissibile, né nullo e non è inoltre necessario concedere alle controparti un termine per esaminare il ricorso.

Si tratta di conclusione condivisa anche dai più recenti orientamenti di merito che hanno evidenziato come in assenza di una disposizione che sanzioni espressamente il deposito avvenuto in forma cartacea, ossia con modalità diverse da quelle prescritte dall’art. 16-bis d.l. n. 179/2012, l’atto processuale non può essere dichiarato invalido (cfr. Trib. Napoli 14 febbraio 2016, in www.dejure.it; Trib. Torino 16 gennaio 2015, in www.processociviletelematico.it).

La conclusione accolta dal Tribunale lucano, quindi, appare irragionevolmente insensibile alle esigenze di conservazione degli atti del processo utili allo scopo, finendo per interpretare e applicare le norme di settore non a tutela dei principi regolanti la forma ma a sostegno di una tendenza meramente formalistica che, invece, andrebbe rifiutata.

D’altronde, la bontà e la necessità di tale differente approccio è dimostrata dall’esame del disegno di legge n. 2953 (approvato dalla Camera in data 10 marzo 2016 e attualmente al Senato con il n. 2284/S/XVII) che, nel delegare al Governo l’adeguamento del codice di rito alle disposizioni dedicate al processo civile telematico, più in particolare prevede il divieto “di sanzioni processuali sulla validità degli atti per il mancato rispetto delle specifiche tecniche sulla forma e sullo schema informatico dell’atto, quando questo abbia comunque raggiunto lo scopo”.

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