L’appello nel procedimento sommario di cognizione

Sommario: 1. Premessa. - 2. La natura del procedimento sommario di cognizione e la funzione dell’appello ex art. 702-quater c.p.c. - 3. I provvedimenti impugnabili in appello. - 4. Il termine di proposizione dell’appello. - 5. La forma dell’atto di appello.  

Di Mirko Abbamonte -

 1.Premessa.

Sono passati ormai dieci anni da quando la l. 18 giugno 2009, n. 69 ha introdotto nel nostro ordinamento il procedimento sommario di cognizione. Questo innovativo modello procedimentale era stato presentato come una delle novità più importanti della riforma nell’ottica della accelerazione dei tempi della giustizia civile.

Il legislatore ha puntato molto su questo procedimento tant’è che le novelle legislative susseguitesi nel corso degli anni hanno cercato di ampliarne il più possibile la diffusione nei tribunali italiani. Ciò ha generato, tuttavia, una disciplina particolarmente complessa e frammentata con la quale oggi l’interprete è costretto a confrontarsi spesso con una certa difficoltà.

Si pensi innanzitutto al d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, che ha ricondotto più della metà dei riti speciali interessati dalla riforma (ben diciassette) ad un “modello” di rito sommario obbligatorio e non convertibile in rito ordinario.

Con il d.l. 132/2014, convertito con modificazioni in l. 162/2014, è stata successivamente prevista la facoltà del giudice di disporre, per le cause meno complesse, lo switch procedimentale del rito ordinario in rito sommario, al fine di assicurare una piena intercomunicabilità tra i due modelli di trattazione delle cause.

A distanza, poi, di circa due anni da tale ultimo intervento, la legge di stabilità per l’anno 2016 ha modificato la l. 24 marzo 2001, n. 89 (c.d. legge Pinto) introducendo – per ciò che ci interessa in questa sede – dei “rimedi preventivi” il cui esperimento rappresenta condizione necessaria per poter ottenere l’indennizzo in caso di violazione del termine di ragionevole durata del processo. Tra i rimedi preventivi previsti per i processi civili, nell’art. 1-ter sono indicati[1]: a) l’introduzione del giudizio nelle forme del procedimento sommario di cognizione; b) la formulazione della richiesta di passaggio dal rito ordinario al rito sommario a norma dell’art. 183-bis c.p.c.

A queste riforme di carattere generale si sono aggiunti alcuni interventi normativi più mirati che hanno esteso l’ambito applicativo del procedimento sommario in alcuni specifici settori del contenzioso civile. Si pensi alla previsione: a) nel 2013[2], di un rito sommario obbligatorio non convertibile per le opposizioni nei giudizi di divisione a domanda congiunta; b) nel 2017[3], di un rito sommario obbligatorio convertibile in rito ordinario per le controversie in tema di responsabilità medica; c) nel 2019[4], di un rito sommario obbligatorio non convertibile, che si conclude con sentenza, per le azioni di classe di cui al nuovo art. 840-ter c.p.c.

È pur vero che, per effetto delle suaccennate riforme, i dati forniti dal Ministero della Giustizia dimostrano che negli ultimi anni si è registrato un più ampio impiego del rito sommario in rapporto al numero complessivo di cause introdotte[5]. Ciononostante, è innegabile che tale procedimento non ha ottenuto, per diverse ragioni, i risultati e la diffusione auspicati[6].

Le inefficienze strutturali e organizzative della macchina giudiziaria hanno sicuramente impedito al rito sommario di porsi come una alternativa concretamente appetibile rispetto al giudizio ordinario, ma tra le principali cause dell’insuccesso del sommario devono essere ricompresi anche la scarsa chiarezza del dato normativo e i numerosi dubbi interpretativi da esso generati, i quali hanno determinato un clima di (per alcuni versi forse eccessiva) diffidenza da parte dell’avvocatura[7].

Sull’opposto versante, nondimeno, la prassi giudiziaria ci ha dimostrato che il giudice, costretto ad istruire ad ogni udienza un numero elevato di cause, preferisce il rito orinario, perché gli consente di programmare meglio i tempi e i modi del decidere. Ed è questa la ragione per cui, appena possibile, nella pratica di moltissimi tribunali il sommario viene il più delle volte convertito in ordinario[8].

Nella presente relazione mi occuperò dell’appello nel rito sommario regolato dall’art. 702-quater c.p.c. e, dopo una sintetica premessa ricostruttiva, mi soffermerò prevalentemente sull’oggetto, sui termini e sulla forma dell’atto di impugnazione, tralasciando – per ragioni di tempo – gli aspetti relativi alla peculiare disciplina dei nova in materia probatoria.

2.La natura del procedimento sommario di cognizione e la funzione dell’appello ex art. 702-quater. c.p.c. Come si è detto precedentemente, tra le ragioni che hanno segnato l’insuccesso del rito sommario vanno sicuramente annoverate anche le numerose difficoltà ermeneutiche riscontrate nell’interpretazione delle disposizioni normative. Questo problema ha investito, in particolar modo, la disciplina dell’appello contro l’ordinanza ex art. 702-ter c.p.c.

La dottrina ha fin da subito evidenziato una serie di criticità nella formulazione legislativa dell’art. 702-quater c.p.c. tant’è che taluno l’ha definita «la norma più infelice dell’intero procedimento sommario»[9]. L’articolo in questione, infatti, da un lato, non si è rivelato idoneo, data al sua sinteticità[10], a dare risposta alle numerose questioni ermeneutiche che sono sorte in sede applicativa; dall’altro lato, la sua formulazione è risultata fin da subito tutt’altro che precisa. Mi riferisco al profilo relativo alla disciplina dei nova in tema di prove, su cui il legislatore è opportunamente intervenuto con il d.l. 22 giugno 2012, n. 83 e la successiva legge di conversione del 7 agosto 2012, n. 134.

Sebbene la dottrina e la giurisprudenza abbiano ormai fissato alcuni punti fermi in questi primi dieci anni di applicazione del procedimento, le disposizioni in tema di appello sono state indubbiamente determinanti nell’alimentare il dibattito in ordine all’inquadramento sistematico del procedimento in esame[11].

Secondo la tesi attualmente minoritaria in dottrina, il procedimento sommario non darebbe luogo ad un giudizio a cognizione piena perché carente della compiuta determinazione delle forme istruttorie e caratterizzato da un potere particolarmente esteso del giudice nella definizione delle scansioni procedimentali.

Tale ricostruzione troverebbe una importante base argomentativa proprio nella apertura del giudizio in appello ai nova probatori: i sostenitori di questa tesi ritengono che tale sistema sarebbe stato messo a punto per restituire alle parti almeno un grado di giudizio a cognizione piena dopo un primo grado di merito a cognizione sommaria, al fine di integrare l’attività istruttoria svolta in maniera non approfondita in primo grado.

L’orientamento ormai dominante inquadra, invece, più correttamente il rito sommario tra i processi a cognizione piena. Il giudizio, nonostante le semplificazioni delle forme e l’ampliamento dei poteri discrezionali del giudice nella direzione del procedimento, è in grado di assicurare la pienezza della cognizione. In quest’ottica, l’apertura in grado d’appello a nuovi mezzi istruttori non costituirebbe un elemento determinante da cui desumere la natura sommaria della cognizione in primo grado. L’appello ex art. 702-quater c.p.c., pertanto, non assolverebbe la funzione di compensare lo svolgimento di un grado a cognizione non piena[12].

Tale impostazione sembra attualmente avvalorata anche dal nuovo tenore letterale dell’art. 702-quater c.p.c., che limita l’ingresso in sede d’appello alle prove «indispensabili» e non più a quelle genericamente «rilevanti»[13], alla stregua di quanto già previsto dalla previgente formulazione dell’art. 345, 3° comma, c.p.c. per il rito ordinario[14].

Anche l’esclusione dell’operatività del filtro di inammissibilità ex art. 348-bis, 2° comma, lett. b), c.p.c. non può essere letta nel senso che il rito sommario non possa esistere senza un grado d’appello pieno, dato che – come chiaramente manifestato nella relazione di accompagnamento alla riforma – la previsione normativa de qua rappresenta solo un incentivo per indurre le parti ad utilizzare questo strumento di tutela laddove questo sia opzionale rispetto al giudizio ordinario[15].

Se così è, allora, il giudizio di appello, lungi dall’essere una sorta di opposizione che restituisce alle parti un grado a cognizione piena ed esauriente, deve considerarsi a tutti gli effetti una impugnazione in senso proprio, ossia una revisione del giudizio di primo grado avente le stesse caratteristiche del giudizio ordinario di appello[16].

La natura piena della cognizione è stata fin da subito riconosciuta dalla giurisprudenza di merito[17] e successivamente anche dalla Corte di cassazione, nonostante alcune ambiguità. Se infatti in numerose pronunce è stata riconosciuta a chiare lettere la cognizione piena del giudizio[18], in altre pronunce i giudici di legittimità sembrano considerare implicitamente il procedimento sommario come un rito a cognizione sommaria (si leggano, all’uopo, le pronunce in tema di sospensione ex art. 295 ed ex art. 337, 2° comma, c.p.c.[19] e in tema di conversione del rito[20]). L’ambiguità riscontrabile nei passaggi motivazionali di alcune pronunce non deve, tuttavia, mettere in dubbio, in ogni caso, la posizione espressa e mai contraddetta dall’organo apicale, secondo cui la sommarietà del rito deve riferirsi esclusivamente alla procedura e non anche all’ampiezza e alla profondità della cognizione del giudice.

Tra i sostenitori della tesi minoritaria della cognizione sommaria vi è chi ritiene, inoltre, che il rito sommario rappresenti uno strumento di tutela giurisdizionale dei diritti conforme a Costituzione in quanto caratterizzato da due valvole di sicurezza: la conversione in rito ordinario e l’appello “aperto” a nuovi mezzi istruttori. L’eliminazione di entrambi i meccanismi esporrebbe, conseguentemente, la normativa ad una eventuale pronuncia di incostituzionalità[21].

Questa situazione si verifica per alcuni dei riti speciali ricondotti al modello sommario dal d.lgs. 150/2011[22], vuoi perché la competenza è affidata in unico grado alle corti d’appello[23], vuoi perché il legislatore, in linea con quanto originariamente previsto dalle discipline speciali di riferimento, ha ribadito che «l’ordinanza che definisce il giudizio non è appellabile»[24].

La natura di giudizio a cognizione piena del procedimento, riconosciuta anche dalla Corte costituzionale nella pronuncia n. 10 del 2013, ci consente di superare ogni dubbio di costituzionalità della normativa vigente[25].

Fatte queste preliminari ma necessarie precisazioni, ritengo che per rispondere agli interrogativi che emergono dall’art. 702-quater siano essenziali due connesse chiavi di lettura.

La prima è quella di considerare, come visto, il procedimento sommario di cognizione alla stregua del procedimento ordinario, non solo dal punto di vista del risultato finale – l’ordinanza sommaria per espressa disposizione normativa è, infatti, idonea ad acquisire l’efficacia di cosa giudicata ai sensi dell’art. 702 quater c.p.c. –, ma anche sotto il profilo della qualità e dell’ampiezza della cognizione del giudice.

La seconda chiave di lettura, discendente dalla piena equiparazione dei due riti, è quella di ritenere generalmente applicabili nel procedimento sommario gli istituti e le norme del processo civile ordinario di cognizione, a meno che non vi siano espresse eccezioni o deviazioni ex lege ovvero ipotesi di incompatibilità da verificare caso per caso[26].

 

3.I provvedimenti impugnabili in appello.

Individuate le giuste chiavi di lettura è possibile ora concentrare l’analisi sul regime impugnatorio dell’ordinanza conclusiva.

Il primo comma dell’art. 702-quater c.p.c. stabilisce che «l’ordinanza emessa ai sensi del sesto comma dell’articolo 702-ter produce gli effetti di cui all’articolo 2909 del codice civile se non è appellata entro trenta giorni dalla sua comunicazione o notificazione».

Prima di analizzare la disposizione occorre preliminarmente rilevare che, nonostante il silenzio sul punto, l’appello non rappresenta l’unico mezzo di impugnazione dell’ordinanza sommaria. L’equiparazione tra i due procedimenti (sommario e ordinario) anche sotto il profilo del provvedimento conclusivo, ci induce a ritenere che l’ordinanza sommaria sia assoggettata anche agli altri mezzi di impugnazione previsti dall’ordinamento per le sentenze, con la conseguenza che dovranno considerarsi esperibili anche il ricorso per saltum per cassazione, l’opposizione di terso e la revocazione straordinaria[27].

Per quanto concerne i provvedimenti definitivi che dichiarano l’insussistenza dei presupposti processuali (per difetto di giurisdizione, incompetenza, ecc.) deve ritenersi ammesso l’appello regolato dall’art. 702-quater c.p.c., a meno che la legge non abbia già previsto un diverso mezzo di impugnazione. Ne deriva – e su ciò non vi sono dubbi – che l’ordinanza declinatoria della competenza ex art. 702-ter, 1° comma, c.p.c. è impugnabile con il regolamento necessario di competenza di cui all’art. 42 c.p.c. al pari delle ordinanze che dichiarano l’incompetenza del giudice adìto nel processo ordinario di cognizione[28].

Il regolamento di competenza deve ritenersi proponibile anche avverso le pronunce che dichiarano la litispendenza, la continenza, la connessione di cause e quelle che dispongono la sospensione ai sensi degli artt. 295 o 337, 2° comma, c.p.c., laddove si ritenga – contrariamente all’opinione dominante in giurisprudenza[29] – che queste ultime possano trovare spazio nel processo sommario.

È parimenti proponibile il regolamento facoltativo di competenza ai sensi dell’art. 43 c.p.c.

L’ordinanza dichiarativa del difetto di giurisdizione è impugnabile in appello e deve ritenersi altresì assoggettata al regime generale dettato dell’art. 59 della l. 69/2009, per cui essa è idonea ad attivare il meccanismo della translatio iudicii a favore del giudice indicato come munito di giurisdizione.

Sul rinvio operato dal legislatore al 6° comma dell’art. 702-ter c.p.c. occorre effettuare poi una ulteriore precisazione. Una parte della giurisprudenza di merito aveva infatti affermato, sulla scorta di una interpretazione strettamente letterale, che l’art. 702-quater c.p.c., richiamando l’art. 702-ter c.p.c., 6° comma, avrebbe esteso l’appello alla sola ordinanza di accoglimento della domanda e non anche a quella di rigetto[30].

Tale lettura potrebbe trovare terreno fertile proprio ove si accedesse alla tesi minoritaria della natura sommaria del procedimento sommario, come sostenuto da autorevole dottrina[31].

La Cassazione ha però correttamente evidenziato che il richiamo operato dall’art. 702-quater c.p.c. non deve essere interpretato in maniera riduttiva con riferimento al solo provvedimento di accoglimento, ma deve essere riferito a qualsivoglia ordinanza conclusiva, a prescindere dal suo contenuto[32]. In caso contrario, infatti, si ammetterebbe una impugnazione secundum evenutm litis che si porrebbe in contrasto con i principi di eguaglianza, di ragionevolezza e di tutela del diritto di difesa[33].

Diverso il discorso relativo al regime dei provvedimenti non definitivi, per i quali occorre preliminarmente chiedersi se possono considerarsi compatibili con le forme semplificate del rito in oggetto[34]. La necessità di una riflessione sul punto sorge dalla lettura di alcune pronunce della Cassazione che hanno ritenuto inammissibile il regolamento di competenza contro l’ordinanza che respinge l’eccezione di incompetenza[35].

La dottrina dominante sostiene che nel rito sommario non sia possibile emettere provvedimenti non definitivi su questione di rito o di merito ai sensi dell’art. 279, n. 4, c.p.c., in quanto le ordinanze non definitive sarebbero incompatibili con la concentrazione propria del procedimento sommario di cognizione[36].

La soluzione prospettata si fonda principalmente su due argomentazioni: la prima fa leva sul rilievo per cui l’art. 702-bis, 1° comma, c.p.c. nel riferirsi espressamente alla sola declinatoria di competenza escluderebbe pronunce non definitive che riconoscono la competenza del giudice adìto.

La seconda argomentazione si basa sulla mancanza di una fase deputata alla precisazione delle conclusioni, necessaria per consentire il passaggio alla fase decisoria e la pronuncia del giudice ai sensi dell’art. 189 c.p.c. In assenza di questo fondamentale passaggio formale la decisione non andrebbe qualificata come statuizione sulla questione, ma semplicemente come delibazione sommaria non decisoria e non preclusiva del riesame della questione[37]. Ne deriva che in relazione al rigetto della questione preliminare di merito o pregiudiziale di rito sarebbe preclusa tanto l’impugnazione immediata quanto la riserva di appello ex art. 340 c.p.c.

La soluzione esposta non persuade pienamente. Sarebbe preferibile, a mio avviso, eliminare ogni limitazione e lasciare al giudice la libertà di decidere, caso per caso, come procedere.

Per quanto concerne la compatibilità tra frazionamento del potere decisorio e forme sommarie, è vero che nella maggior parte dei casi la semplicità della controversia renderà naturale la necessità di decidere tutto in un’unica soluzione. Può accadere, tuttavia, che una specifica controversia debba essere obbligatoriamente trattata e decisa nelle forme del procedimento sommario e che l’attività istruttoria non si riveli particolarmente semplice e rapida.

Il divieto di emettere ordinanze non definitive potrebbe, in questi casi, determinare lo svolgimento di attività processuali che potrebbero rivelarsi inutili ed ostacolare così il sollecito svolgimento del giudizio[38].

Per quanto concerne il dato letterale, la circostanza che il legislatore abbia fatto riferimento alla sola pronuncia di incompetenza non mi pare decisiva. Dalle scarne disposizioni dedicate al procedimento sommario non si potrebbe, a mio avviso, far discendere una precisa volontà legislativa diretta ad escludere l’applicazione delle disposizioni dedicate alle pronunce non definitive. La tesi, inoltre, che nega l’ammissibilità delle ordinanze non definitive attribuirebbe alla pronuncia un regime variabile secondum eventum litis.

Non sembra decisiva neanche la circostanza che nel procedimento sommario non sia applicabile il meccanismo di cui all’art. 189 c.p.c. Ciò che conta è che, nel rispetto del principio del contraddittorio, la questione sia stata oggetto di discussione tra le parti prima della decisione del giudice sul punto.

Va osservato, infine, che il problema di un eventuale rallentamento, derivante dalla sospensione del procedimento in caso di impugnazione immediata della pronuncia non definitiva in attesa dell’esito dell’appello, in realtà, non si pone, perché essa può essere disposta solo se vi è una istanza concorde delle parti[39].

Diversa e mena problematica, a mio avviso, l’ammissibilità di pronunce non definitive su domanda. Tali provvedimenti devono ritenersi ammissibili e, avendo contenuto decisorio e attitudine al giudicato, devono ritenersi giocoforza assoggettati al regime ordinario consistente nella possibilità di impugnazione immediata in appello o nella apposizione della riserva di impugnazione secondo lo schema dell’art. 340 c.p.c., non essendo riscontrabili motivi di incompatibilità con il rito sommario[40].

4.Il termine di proposizione dell’appello.

Il primo comma dell’art. 702-quater prevede che il termine per proporre appello avanti alla Corte d’Appello decorre dalla notificazione ad istanza di parte o dalla comunicazione della cancelleria dell’ordinanza sommaria[41].

L’idoneità della comunicazione dell’ordinanza a determinare il decorso del termine breve di impugnazione rappresenta la prima importante differenza tra l’ordinanza sommaria e la sentenza resa nel rito ordinario. Per la sentenza vige, infatti, il principio generale, fissato dall’art. 134, 2° comma, ultimo periodo, c.p.c. (come modificato dal d.l. 90/2014), secondo cui la comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni ordinarie[42].

La scelta di ancorare la scadenza del termine per l’appello al decorso di trenta giorni dall’emanazione dell’ordinanza garantisce la massima speditezza del procedimento, quale ratio che permea l’intera disciplina ex artt. 702-bis ss. c.p.c.[43]

Per quanto concerne la decorrenza del termine indicato, la giurisprudenza di legittimità ha specificato in più occasioni che la comunicazione di cancelleria deve avere ad oggetto il testo integrale della decisione, comprensivo del dispositivo e della motivazione[44]. Tale principio è stato applicato anche nel caso di comunicazione integrale avvenuta nel vigore del previgente testo dell’art. 45 disp. att. c.p.c., che non contemplava la comunicazione integrale del provvedimento[45].

La disposizione in esame non fornisce indicazioni in ordine a due questioni: la prima, relativa alla possibile estensione della disciplina del termine lungo ex art. 327 c.p.c.; la seconda, concernente la decorrenza del termine di impugnazione nel caso di ordinanza pronunciata direttamente in udienza. Su tali questioni è intervenuta, in un primo momento, la seconda sezione della Corte di cassazione con la sentenza n. 14478 del 2018[46].

In relazione alla prima questione, tale pronuncia ha affermato, analogamente a quanto sostenuto da una parte della dottrina[47], l’operatività del solo termine breve. Per la Cassazione il mancato richiamo del termine lungo nell’art. 702-quater rappresenta, infatti, una omissione «del tutto coerente con la ratio della disciplina, che per quanto detto tende a far scadere in ogni caso il termine per l’appello con il passaggio di trenta giorni dall’emanazione dell’ordinanza, prolungati dai soli tempi tecnici perché essa sia portata a conoscenza delle parti dal cancelliere. In altre parole, l’omissione non è tale, in quanto l’ipotesi di un’applicazione del termine “lungo”, decorrente dal deposito, è del tutto incompatibile con la scelta legislativa acceleratoria che permea l’art. 702 quater».

Il principio di diritto affermato della Corte di cassazione non può essere condiviso.

Il rischio che si corre avallando tout court la tesi dell’incompatibilità dell’art. 327 c.p.c. è che, in assenza di notificazione o comunicazione (ovvero in caso di comunicazione non integrale[48]), l’ordinanza decisoria resti impugnabile sine die, con conseguente impossibilità di formazione della cosa giudicata. È doveroso ricordare che, proprio per scongiurare questo pericolo, la consolidata giurisprudenza di legittimità ha da sempre sostenuto l’applicabilità del termine lungo alle ordinanze aventi, come nel caso di specie, contenuto decisorio e carattere definitivo[49].

Per quanto concerne la seconda questione, i giudici di legittimità – dopo aver neutralizzato l’art. 327 c.p.c. – si chiedono quale sia il regime applicabile nel caso in cui l’ordinanza sommaria sia resa direttamente in udienza, posto che, a differenza dell’art. 669-terdecies, 1° comma, c.p.c. l’art. 702-quater non contempla l’ipotesi della pronuncia in udienza quale momento cui ricollegare la decorrenza del termine breve di impugnazione.

Secondo una prima ipotesi ricostruttiva si potrebbe sostenere che, in assenza di una precisa indicazione normativa, avendo l’ordinanza ex art. 702-ter c.p.c., carattere decisorio, sarebbe più opportuno assoggettarla al regime proprio della sentenza, quanto meno sotto il profilo della decorrenza dei termini di impugnazione[50]. Ne deriverebbe che, in applicazione dell’art. 133 c.p.c., l’ordinanza resa in sede sommaria sarebbe resa pubblica mediante il deposito in cancelleria e da tale momento decorrerebbe il termine lungo di impugnazione.

A tale soluzione, ad esempio, si è giunti in riferimento alla proposizione del ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. avverso le ordinanze aventi contenuto decisorio e carattere di definitività[51]. In tali casi, invero, il decorso del termine viene ricollegato alla notificazione, essendo irrilevante, al predetto fine, che le stesse siano state pronunciate in udienza o, se pronunziate fuori udienza, siano state comunicate alle parti dal cancelliere, con la conseguenza che, in tali ipotesi, è applicabile il termine di cui all’art. 327 c.p.c.[52]

Siffatto principio, tuttavia, – come osservato dalla Cassazione nella citata pronuncia – non può essere esteso analogicamente alla vicenda in esame poiché esso è stato dettato in relazione a casi in cui la decorrenza del termine dalla comunicazione non è espressamente prevista dalla legge.

La veste formale del provvedimento conduce, pertanto, all’applicazione del regime generale dettato in tema di ordinanze e racchiuso nell’art. 134 c.p.c. L’articolo citato prevede, al primo comma, che l’ordinanza pronunciata in udienza venga inserita nel processo verbale e, al secondo comma, che solo l’ordinanza resa fuori udienza sia comunicata alle parti.

L’applicazione dell’art. 134 si porrebbe anche in linea con l’art. 176, 2° comma, c.p.c. secondo cui «le ordinanze pronunciate in udienza si ritengono conosciute dalle parti presenti e da quelle che dovevano comparirvi», dovendo comunicarsi solo quelle fuori udienza entro i tre giorni successivi[53].

La Cassazione afferma, dunque, che l’applicazione delle regole enunciate dagli artt. 134 e 176 c.p.c. porta a ritenere che il termine breve per appellare l’ordinanza pronunciata in udienza e inserita a verbale, pur se non comunicata o notificata, decorre dalla data dell’udienza stessa: la lettura dell’ordinanza in udienza, pertanto, equivale alla comunicazione della stessa[54].

Tale approdo interpretativo si allinea alla giurisprudenza formatasi in relazione ad altre tipologie di provvedimenti diversi dalla sentenza ma aventi comunque carattere decisorio e per i quali assume rilievo, ai fini dell’impugnazione, anche la comunicazione: si pensi alle pronunce di inammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c.[55] e alle ordinanze in tema di regolamento di competenza[56].

La soluzione offerta della Corte appare, tuttavia, eccessivamente formalistica nonché potenzialmente pericolosa[57].

Sotto il primo profilo, la Cassazione equipara, infatti, la pronuncia in udienza dell’ordinanza conclusiva del procedimento sommario alla comunicazione della stessa, senza però dare preminente rilievo alla circostanza che, in altri contesti, quando è normativamente prevista la possibilità di una pronuncia nel merito della controversia direttamente in udienza (v. gli artt. 281 sexies[58] e 429 c.p.c.[59]), la giurisprudenza fa decorrere da tale momento non il termine breve di impugnazione, bensì il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c.

I giudici della Corte, per converso, privilegiano l’applicazione delle regole generali dettate dagli artt. 134 e 176 c.p.c., le quali, però, come è noto, non sono state originariamente pensate per disciplinare il regime delle ordinanze decisorie idonee a definire il giudizio e a passare in giudicato, come nel caso delle ordinanze sommarie ex art. 702 ter c.p.c.

La soluzione offerta dalla Cassazione è, per di più, potenzialmente pericolosa, perché fa decorrere il termine breve dalla pronuncia del provvedimento anche nel caso in cui le parti non siano ancora in grado di entrare in possesso del medesimo ai fini della proposizione dell’impugnazione secondo le modalità prescritte dagli artt. 342 e 347 c.p.c. Di conseguenza, come è stato giustamente osservato[60], laddove vi sia un ritardo nell’attività di cancelleria, da cui derivi l’impossibilità di accedere al verbale nel quale l’ordinanza è contenuta, i diritti delle parti verrebbero lesi, essendo preclusa, in tal caso, anche l’eventuale notifica.

Per le ragioni evidenziate appare, dunque, più coerente con il sistema, nonché maggiormente garantistica, l’opinione per cui, in caso pronuncia dell’ordinanza direttamente in udienza, la cancelleria debba procedere comunque procedere alla comunicazione dell’ordinanza, ai fini della decorrenza del termine breve di impugnazione in appello. In assenza di comunicazione o notificazione, troverà invece applicazione il termine lungo ex art. 327 c.p.c., decorrente appunto dalla pubblicazione dell’ordinanza.

A meno di un mese di distanza dalla pronuncia in esame, una coeva pronuncia della terza sezione della Corte di legittimità (la n. 16893 del 2018[61]) torna sull’argomento effettuando una più ampia e corretta ricostruzione della disciplina dei termini di impugnazione nel procedimento sommario.

In tale pronuncia viene chiarito, innanzitutto, che dall’espressa previsione del solo termine breve nell’art. 702-quater c.p.c. non può ricavarsi una voluntas legis tendente ad escludere il termine lungo: «in realtà, a ben guardare, la norma specifica non tende ad escludere il termine lungo, bensì insorge da una ratio del tutto diversa: mentre il termine breve ordinariamente (art. 326, 1° comma) decorre da uno specifico impulso di controparte, ovvero dalla notifica del provvedimento impugnabile, il rito sommario costituisce uno strumento che il legislatore ritiene diretto alla celerità, oltre che alla semplificazione, del giudizio».

Alla luce di quanto affermato, la Corte ipotizza tre diversi scenari: a) se l’ordinanza è emessa in udienza e la parte interessata ad appellarla non è contumace, ma non è presente, non vi sarà comunicazione perché ai sensi dell’art. 176, 2° comma, c.p.c., l’ordinanza si ritiene conosciuta; b) nel caso, invece, in cui l’ordinanza è emessa fuori udienza e la parte interessata ad appellarla è contumace, a quest’ultima la cancelleria effettuerà la comunicazione – integrale quanto a motivazione e dispositivo – onde la parte vittoriosa sposta il suo concreto interesse alla notifica nella ipotesi in cui intenda avvalersi della sua esecutorietà, unitamente al precetto; c) nel caso in cui l’ordinanza è emessa in udienza o fuori udienza e la parte interessata ad appellarla è contumace, si rientra nello schema classico: la parte vittoriosa attiva la decorrenza del termine breve mediante la notifica dell’ordinanza, o viene applicato il termine lungo ex art. 327 c.p.c.

 

5.La forma dell’atto di appello.

In relazione alla forma dell’atto di appello si registrano nella pratica le maggiori incertezze. Per rendersene conto è sufficiente consultare una qualsiasi banca dati giuridica per verificare l’alto numero di pronunce della Cassazione in argomento. L’art. 702-quater c.p.c. non chiarisce, infatti, quale forma debba rivestire l’atto con il quale introdurre il giudizio di appello.

Nei primi anni dalla entrata in vigore delle norme sul processo sommario si sono contrapposte due tesi opposte.

Da un lato, si è sostenuto che l’appello dovrebbe seguire le forme previste per il procedimento di primo grado, come previsto dall’art. 359 c.p.c., sicché esso dovrebbe essere introdotto con ricorso[62], come accade per il rito del lavoro[63].

Tale ricostruzione si espone ad una critica, a mio avviso, decisiva: l’eventuale soggezione dell’appello ad un rito speciale corrispondente a quello per il quale è stata definita la causa di primo grado, richiede specifiche previsioni, come quelle di cui agli artt. 433 ss. c.p.c.

In senso contrario si sono orientate la dottrina maggioritaria e la giurisprudenza di legittimità, affermando che l’appello deve essere introdotto con citazione e seguire le norme previste dagli artt. 339 ss., in applicazione del principio precedentemente richiamato per cui, in assenza di specifiche indicazioni, devono trovare applicazione, in quanto compatibili, le norme generali sulle impugnazioni e le norme generali dell’appello[64].

Dubbi sono tuttavia sorti in relazione alle decisioni del tribunale sulle domande volte al riconoscimento della protezione internazionale regolate, fino al 2017, dall’art. 19 d.lgs. 150/2011[65]. Il comma 9 del citato articolo, riscritto dal d.lgs. 142/2015, disponeva che in caso di rigetto della domanda la corte d’appello decideva sull’impugnazione «entro sei mesi dal deposito del ricorso».

La disposizione peccava di precisione poiché si riferiva esclusivamente al solo provvedimento di rigetto e non anche al provvedimento di accoglimento, e, soprattutto, facendo riferimento al deposito del ricorso, non teneva conto dell’orientamento dominante in materia.

In dottrina c’è chi ha sostenuto che il riferimento al “ricorso” potrebbe essere interpretato in senso atecnico, come “ricorso all’autorità giudiziaria”, secondo un’accezione non dissimile da quella delineata dall’art. 1137 c.c. nel testo antecedente alla l. 220/2012, sulla scorta di quanto stabilito da Cass. s.u. 8491/2011[66].

Il richiamo al sopracitato precedente delle Sezioni unite doveva ritenersi, a mio sommesso avviso, condivisibile per il risultato che intendeva raggiungere. La soluzione interpretativa de qua avrebbe consentito, infatti, di uniformare l’atto introduttivo del giudizio di appello a tutti gli altri processi di impugnazione contro le ordinanze ex art. 702-ter c.p.c.

La questione, tuttavia, si presentava un po’ più complicata rispetto a quella sorta in tema di impugnazioni delle delibere condominiali e ciò per due ragioni:

a) innanzitutto, il termine “ricorso” era inserito in contesto normativo differente: non tra le disposizioni di carattere sostanziale (come l’art. 1137 c.c.), ma tra le disposizioni che regolavano i tratti procedimentali del rito in materia di riconoscimento della protezione internazionale;

b) il legislatore faceva espresso riferimento anche al “deposito”, sicché il dato letterale sembrava confermare una precisa e consapevole (ancorché inopportuna e criticabile) scelta legislativa.

Nonostante le modifiche apportate nel 2015, in un primo momento alcune pronunce della Cassazione avevano ritenuto che l’appello doveva essere introdotto «con citazione, e non con ricorso, anche dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 142 del 2015, atteso che il riferimento al “ricorso in appello” di cui all’art. 27, comma 1, lett. f), di quest’ultimo [era] volto a regolare i tempi e non la forma di introduzione del giudizio di secondo grado, sicché la tempestività del gravame [anda]va verificata calcolandone, in ogni caso, il termine di trenta giorni dalla data di notifica dell’atto introduttivo alla parte appellata»[67].

Sottoposta la questione al vaglio delle Sezioni Unite[68], i giudici di legittimità hanno, tuttavia, risolto definitivamente la questione affermando l’opposto principio secondo cui la decisione giudiziale in tema di riconoscimento della protezione internazionale, nel testo in vigore fino al 2017, doveva essere impugnata con ricorso e non con citazione, «in aderenza alla volontà del legislatore desumibile dal nuovo tenore letterale della norma», salvo poi precisare che tale innovativa esegesi, in quanto imprevedibile e repentina rispetto al consolidato orientamento pregresso, costituisce un overruling processuale che (alla stregua dello ius superveniens) non determina la sopravvenuta inammissibilità degli appelli precedentemente proposti con citazione[69].

Al di fuori di questa specifica ipotesi di overruling processuale, quid iuris nel caso di proposizione dell’impugnazione secondo una forma divergente dal modello legale?

Il quesito ci impone di ritornare su un problema ancora oggi controverso, in relazione al quale la giurisprudenza ha fornito, a mio avviso, soluzioni poco appaganti.

Per la giurisprudenza di legittimità[70], ai fini della tempestività dell’impugnazione, l’erronea instaurazione del giudizio di appello in forma diversa rispetto a quella prevista dalla legge deve essere valutata non alla luce del modello concretamente utilizzato, bensì secondo il modello che avrebbe dovuto impiegarsi.

Tale principio è stato riaffermato dalle Sezioni unite con le sentenze nn. 21675 e 22848 del 2013[71], n. 2907 del 2014[72] e giudicato, più recentemente, anche conforme a costituzione dalla Corte costituzionale con sentenza n. 45 del 2 marzo 2018[73]. La Consulta, infatti, ha recentemente chiarito che non appare manifestamente irragionevole l’interpretazione giurisprudenziale consolidatasi secondo il “diritto vivente” dell’art. 426 c.p.c., nella parte in cui ricollega gli effetti sostanziali e processuali della domanda, nel caso di mutamento del rito, alla forma che l’atto introduttivo del giudizio avrebbe dovuto avere, anziché a quella che esso ha avuto in concreto.

Per quanto concerne l’appello nel rito sommario, la posizione della Corte in subiecta materia non si discosta dal suo tradizionale e consolidato orientamento[74]: in caso di appello ex art. 702-quater c.p.c. proposto erroneamente con ricorso, la sanatoria è ammissibile solo se tale atto sia stato non solo depositato nella cancelleria del giudice competente, ma anche notificato alla controparte nel termine perentorio di cui all’art. 325 c.p.c.

In questo senso si sono pronunciate di recente anche le Sezioni Unite nel 2018 affermando che «quando l’ordinamento prescrive per l’esercizio del diritto di impugnazione rispettivamente la forma del ricorso da depositare presso l’ufficio che deve ricevere l’impugnazione ovvero la forma della citazione o della notificazione di un atto alla parte destinataria dell’impugnazione, lo scopo dell’attività di esercizio del diritto di impugnazione connaturato alle due diverse forme è nel primo che nel termine di impugnazione si realizzi la “presa di contatto” con il giudice investito dell’impugnazione e nel secondo che entro quel termine si realizzi la “presa di contatto” con la parte destinataria dell’impugnazione. Ne consegue che l’errore nella scelta dell’atto di proposizione dell’impugnazione sotto il profilo del contenuto-forma che non abbia realizzato la “presa di contatto” prescritta, può essere rimediato esclusivamente tramite eventuali attività integrative successive all’adozione dell’atto idonee a realizzare quella “presa di contatto” entro il termine di impugnazione e non già oltre quel termine»[75].

L’orientamento della Corte, come anticipato, risulta poco appagante perché mantiene in vita una specie di trappola fatale per gli avvocati che, a ben vedere, è idonea a compromettere il principio di effettività della tutela giurisdizionale, posto che un eventuale errore da parte del difensore può precludere definitivamente l’accesso al giudizio di appello. Il problema si amplifica ulteriormente se si tiene conto che vi sono situazioni di obiettiva incertezza – derivanti, come noto, da una normativa sempre più complessa e stratificata e/o da orientamenti giurisprudenziali oscillanti – circa l’esatta forma che deve rivestire l’atto di impugnazione.

Contro la ricostruzione operata dalla giurisprudenza dominante si potrebbero opporre, a mio avviso, le valide argomentazioni sviluppate (seppur in forma di obiter dictum) da Cass. s.u. 14 aprile 2011, n. 8491.

In tema di delibere condominiali la Cassazione aveva stabilito che le impugnazioni andavano proposte con citazione, dato che l’art. 1137 c.c., pur contenendo il termine “ricorso”[76], non disciplinava la forma di tali impugnazioni. Chiarito questo aspetto, la Corte in quella pronuncia aveva aggiunto che potevano comunque ritenersi valide le impugnazioni proposte impropriamente con ricorso, sempreché l’atto risultasse depositato in cancelleria entro il termine stabilito dal citato art. 1137.

A sostegno di tale conclusione la Corte aveva affermato che «l’adozione della forma del ricorso non esclude l’idoneità al raggiungimento dello scopo di costituire il rapporto processuale, che sorge già mediante il tempestivo deposito in cancelleria, mentre estendere alla notificazione la necessità del rispetto del termine non risponde ad alcuno specifico e concreto interesse del convenuto, mentre grava l’attore di un incombente il cui inadempimento può non dipendere da una sua inerzia, ma dai tempi impiegati dall’ufficio giudiziario per la pronuncia del decreto di fissazione dell’udienza di comparizione»[77].

Merita di essere condiviso, pertanto, l’orientamento espresso da quella parte della dottrina secondo cui l’esercizio del diritto di impugnazione con una forma errata deve ritenersi sempre suscettibile di sanatoria. Per l’esercizio del diritto di impugnazione nel termine prescritto sarebbe decisiva, infatti, solo la circostanza che entro il termine previsto dalla legge chi impugna compia un atto che evidenzi la sua impugnazione in modo oggettivo, cioè consacri la sua attività impugnatoria in modo da renderla non più modificabile. Una siffatta situazione si verificherebbe tanto nel caso in cui si depositi l’atto di impugnazione quanto nel caso in cui lo si notifichi alla controparte nel termine stabilito[78]. In tali casi si porrebbe solo la necessità di emendare eventuali vizi attinenti alla vocatio in ius (si pensi alla mancanza della data di udienza nel ricorso); ma questi ultimi possono essere agevolmente eliminati attraverso meccanismi di sanatoria ex tunc, secondo i principi generali che regolano le nullità degli atti processuali[79].

La più attenta dottrina ha osservato che l’orientamento giurisprudenziale dominante ripropone una soluzione che era stata elaborata diversi decenni fa[80] e che non tiene conto del fatto che l’intero ordinamento processuale si sta evolvendo sempre più verso la generalizzazione di rimedi diretti a porre rimedio, ove possibile, ai vizi degli atti processuali, in presenza quantomeno di un potere processuale esistente ma non correttamente esercitato[81].

In questa direzione si muovono, ad esempio, le nuove norme in tema di translatio iudicii di cui agli artt. 59 della legge 69/2009 e 11 del codice del processo amministrativo, che consentono di ovviare all’errore nella scelta del rito o della giurisdizione da parte dell’attore/ricorrente. A ciò si aggiunga che, in tema di appello, la trasmigrazione della causa con salvezza degli effetti processuali e sostanziali della domanda ex art. 50 c.p.c. è riconosciuta dalla giurisprudenza più recente anche nel caso in cui l’impugnazione sia stata proposta davanti ad un giudice diverso, per territorio o grado, da quello indicato dall’art. 341 c.p.c.[82]

Nella medesima direzione si pongono tutte quelle norme che consentono la conversione del procedimento in caso di errore nella scelta del modello procedimentale applicabile: si pensi all’art. 40, 5° comma, c.p.c. (introdotto nel 1990) che, in tema di connessione di cause, estende la disciplina della conversione del rito di cui agli artt. 426, 427 e 439 c.p.c.

In tutti questi casi l’inesatta scelta rito applicabile o del giudice munito di giurisdizione/competenza, determina il più delle volte anche l’adozione di un atto introduttivo diverso da quello prescritto dalla legge, ma l’ordinamento appresta comunque un meccanismo di salvezza dell’attività processuale fino a quel momento compiuta.

Tra le ipotesi di sanatoria rientra anche la disposizione di cui all’art. 4, 5° comma, d.lgs. 150/2011 che, in maniera diametralmente opposta all’orientamento giurisprudenziale dominante, stabilisce che il giudice deve disporre, in caso di errore nella scelta del rito, la conversione dello stesso e che gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono secondo il rito seguito prima del mutamento[83]. Sono dell’idea che questa disposizione possa trovare applicazione –limitatamente ai procedimenti regolati dal d.lgs. 150/2011 – anche nei successivi gradi di giudizio[84], ma la Cassazione ne rifiuta l’applicabilità in grado di appello[85].

Alla luce delle considerazioni effettuate, e tenuto conto della posizione assunta dalla Corte costituzionale, non può che auspicarsi, dunque, un intervento legislativo che generalizzi, anche per i successivi gradi id giudizio, il principio cristallizzato nell’art. 4, 5° comma, d.lgs. 150/2011, attraverso una previsione da collocare nelle disposizioni generali del codice di rito. Il processo civile non può assumere le forme di un percorso ad ostacoli costellato da trappole, ma deve tendere alla sua naturale conclusione: quella cioè di fornire, per quanto possibile, una pronuncia nel merito delle pretese fatte valere dai privati in ossequio al già richiamato principio della effettività della tutela giurisdizionale[86].

Altra questione pratica su cui occorre riflettere è quella concernente l’impugnabilità di un provvedimento adottato secondo un modello procedimentale errato.

Il tema si è posto principalmente per il rito sommario obbligatorio di cui all’art. 14 d.lgs. 150/2011, dedicato – come noto – alle controversie relative alla liquidazione degli onorari dell’avvocato.

Prima della riforma sulla semplificazione dei riti, sotto cioè la vigenza dell’abrogato art. 29 della l. 794/1942, la Cassazione, in applicazione del principio della prevalenza della sostanza sulla forma, aveva stabilito che se il rito speciale fosse stato utilizzato al di fuori dei limiti previsti dalla legge, il provvedimento reso in forma di ordinanza avrebbe avuto natura di sentenza e dunque sarebbe stato non già ricorribile per cassazione, bensì appellabile[87]. Laddove, al contrario, fosse stato erroneamente adottato il rito ordinario in luogo di quello speciale, la decisione resa in forma di sentenza sarebbe stata ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111, 7° comma, Cost.

Questo orientamento è stato confermato in un primo momento anche sotto la vigenza dell’art. 14 d.lgs. 150/2011[88], ma ciò ha determinato non poche incertezze sotto il profilo pratico, perché onerava la parte impugnante di individuare, a suo rischio e pericolo, l’esatta natura sostanziale del provvedimento ai fini della individuazione del corretto mezzo di impugnazione.

Già nel 2011[89] le Sezioni unite avevano iniziato ad effettuare un importante cambiamento di rotta a favore dell’opposto principio della prevalenza della forma sulla sostanza (o di ultrattività del rito) nel caso di procedimento definito sulla scorta di un modello procedimentale diverso da quello previsto ex lege[90]. Attraverso questo nuovo indirizzo ciò che assume rilevanza, ai fini della individuazione del corretto regime impugnatorio, è la forma adottata dal giudice, «ove la stessa sia frutto di una consapevole scelta, che può essere anche implicita e desumibile dalle modalità con le quali si è in concreto svolto il relativo procedimento»[91].

Oggi, dunque, la giurisprudenza più recente raccorda il principio della ultrattività del rito al più generale principio dell’apparenza, che individua il mezzo di impugnazione esperibile con riguardo esclusivo alla qualificazione, anche implicita, dell’azione e del provvedimento compiuta dal giudice[92]. Sicché, in tema di liquidazione degli onorari e diritti di avvocato, nel caso in cui il ricorrente abbia introdotto il giudizio con le forme del rito sommario ordinario, ex art. 702-bis c.p.c., piuttosto che con quelle del rito speciale, di cui all’art. 14 del d.lgs. 150/2011, il provvedimento di primo grado deve essere impugnato con l’appello[93]. Per converso, il principio dell’apparenza non può trovare applicazione ove, all’esito di un giudizio interamente svoltosi secondo le regole del procedimento sommario di cognizione, il giudice – in difetto di una consapevole scelta di qualificare diversamente l’azione o di convertire il rito in ordinario – si sia limitato erroneamente ad attribuire al provvedimento conclusivo ìl nomen juris di sentenza[94]. In tal caso, infatti, il provvedimento deve considerarsi comunque assoggettato alla disciplina prevista dall’art. 702-quater c.p.c.

(*) Il presente contribuito, destinato agli Studi in memoria di Franco Cipriani, rappresenta la versione rielaborata, aggiornata e corredata di note della relazione svolta il 28 novembre 2019 al Convegno “Il giudizio di appello” (Modulo I – seconda sessione) presso il Palazzo di Giustizia di Bari, nell’ambito del corso di formazione e aggiornamento su “Le impugnazioni civili tra riforme normative, modelli organizzativi e criticità nella redazione degli atti introduttivi”, organizzato dalla Camera Civile di Bari con il Patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Bari.

[1] A queste si aggiunge l’istanza di decisione a seguito di trattazione orale ex art. 281-sexies c.p.c., nelle cause in cui non si applica il rito sommario di cognizione.

[2] V. l’articolo 76, 1° comma, d.l. 21 giugno 2013, n. 69, conv., con modif., in l. 9 agosto 2013, n. 98, che ha introdotto l’art. 791-bis c.p.c.

[3] V. l’art. 8 l. 8 marzo 2017, n. 24.

[4] V. l’art. 840-ter c.p.c. introdotto dalla l. 12 aprile 2019, n. 31.

[5] La percentuale dei procedimenti sommari iscritti a ruolo è cresciuta nel corso degli anni (si passa, ad esempio, dal 3% nell’anno 2011 al 16% nell’anno 2017 e al 12% nell’anno 2018). V. Ministero della Giustizia – DOGPS – Direzione generale di statistica (agg. 10 febbraio 2019).

[6] Lo rileva più di recente, fra gli altri, anche G. Lisella, Note sull’appello nel procedimento sommario di cognizione, in Riv. dir. proc., 2017, 718 s.

[7] Sottolinea come il rito sommario sia «poco amato dalla classe forense», G. Impagnatiello, Crescita del Paese e funzionalità delle impugnazioni civili: note a prima lettura del d.l. 83/2012, in www.judicium.it, par. 4.

[8] Del resto anche altri strumenti di accelerazione del rito ordinario, quale ad esempio la decisione immediata ex art. 281-sexies c.p.c., hanno avuto la stessa sorte, trovando scarsa utilizzazione nella prassi.

[9] In questi termini, v. A. Tedoldi, L’appello civile, Torino, 2016, 622.

[10] Cea, L’appello nel processo sommario di cognizione, in www.judicium.it, 2010, 1; A. Renzi, L’appello nel rito sommario, in Giur. it., 2019, 251.

[11] Sul tema relativo all’inquadramento sistematico del procedimento sommario si rinvia, per un aggiornato quadro dottrinale e giurisprudenziale, a P.P. Lanni, Art. 702 bis, in Codice di procedura civile. Commentario6, diretto da C. Consolo, Milano, 2018, Tomo IV, 438 ss.; M.A. Lupoi, Processo sommario di cognizione: Il ‘rito’ e il ‘modello’, Torino, 2019, 15 ss.; nonché, se si vuole, ad M. Abbamonte, Il procedimento sommario di cognizione e la disciplina della conversione del rito, Milano, 2017, 81 ss.

[12] Dello stesso avviso è anche M.A. Lupoi, Procedimento sommario di cognizione, cit., 300; R. Martino, Conversione del rito ordinario in sommario e processo semplificato di cognizione, in Riv. dir. proc., 2015, 925; G. Balena, Istituzioni di diritto processuale5, Bari, 2018, III, 9 ss.; D. Volpino, art. 702 quater, in Commentario breve al codice di procedura civile, a cura di F. Carpi e M. Taruffo, 2015, Milano, 2712 ss.

[13] V. l’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv., con modif., in l. 7 agosto 2012, n. 134.

[14] Dello stesso avviso è R. Tiscini, Il procedimento sommario di cognizione, un fenomeno in via di gemmazione, in Riv. dir., proc. civ., 2017, 124.

[15] Scettico sul fatto che l’esclusione del filtro possa realmente incentivare il ricorso a tale procedimento, D. Grossi, Il diritto di difesa ed i poteri del giudice nella riforma delle impugnazioni, in www.judicium.it, 2012, § 5.

[16] V. sul punto R. Caponi, La riforma dei mezzi di impugnazione, cit., § 11, secondo il quale la riforma dell’appello si pone in linea con la ricostruzione del procedimento sommario come modello semplificato di trattazione della causa, ma a cognizione piena.

[17] Cfr., tra le altre, Trib. Varese 18 novembre 2009, in Guida dir., 2009, 50, 46 ss., nonché in Giur. merito, 2010, 406, con nota di A. Didone; Trib. Busto Arsizio 1° giugno 2010, in www.dejure.giuffre.it; Trib. Taranto 2 marzo 2010, in Giur. merito, 2010, 10, 2450, con nota di I. Chesta, cit.; Trib. Piacenza 27 maggio 2011, in www.ilcaso.it; Trib. Lamezia Terme 24 febbraio 2012, in Dir. fam., 2012, 4, 1669; App. Roma 7 agosto 2014, n. 5177, in Guida dir., 2015, 9, 64.

[18] V. in particolare, Cass. s.u. 10 luglio 2012, n. 11512; 14 maggio 2013, n. 11465; 14 maggio 2013, n. 11465; 13 novembre 2015, n. 23297.

[19] V. Cass. 2 gennaio 2012, n. 3, in Giur. it., 2012, I, 2327; 27 ottobre 2015, n. 21914; 7 dicembre 2018, n. 31801, secondo cui l’adozione del provvedimento di sospensione, determinando la stasi del processo è incompatibile con la forma sommaria, e soprattutto esige la sua adozione all’esito di un’istruzione non sommaria, in modo che sia garantito il contradditorio sull’esistenza o meno della sospensione secondo “le forme della cognizione piena”.

[20] Per fare un esempio, Cass. 5 ottobre 2018, n. 24538, in un passaggio della motivazione afferma che la conversione del rito deriva dalla necessità assicurare una “cognizione piena”.

[21] Così P. Biavati, Argomenti di diritto processuale civile3, Bologna, 2016, 611 s.

[22] Dubbi di costituzionalità sono espressi anche da M. De Cristofaro, Appello e cassazione alla prova dell’ennesima “riforma urgente”: quando i rimedi peggiorano il male (considerazioni di prima lettura del d.l. n. 83/2012), in www.judicium.it, 2012, § 2.2, il quale afferma che «divengono tutte incostituzionali quelle ipotesi (ben 8 su 17) in cui il d.lgs. n. 150/2011 ha previsto il sommario in unico grado». Escludono, invece, profili di incostituzionalità, M. Abbamonte, Art. 14, in Commentario alle riforme del processo civile dalla semplificazione dei riti al decreto sviluppo, a cura di R. Martino e A. Panzarola, Torino, 2013, 203 ss.; R. Martino, Conversione del rito ordinario in sommario e processo semplificato di cognizione, cit., 936 s.

[23] V. i procedimenti regolati dagli artt. 23, 24, 26, 29 e 30.

[24] V. gli artt. 14, 15, 18 e 19-ter d.lgs. 150/2011.

[25] V. Corte cost. 16 gennaio 2013, n. 10, in Giur. cost., 2013, 239, con nota di R. Caponi, Sulla distinzione tra cognizione piena e cognizione sommaria nel processo civile. In tale occasione la Corte ha infatti dichiarato inammissibile la questione di legittimità sollevata in relazione agli artt. 3 e 29 del d.lgs. 150/2011, rilevando che i giudici remittenti non hanno considerato «gli orientamenti finora espressi, nella prima fase di attuazione delle norme impugnate, dalla giurisprudenza di merito che, in conformità ai richiamati atti parlamentari, qualifica il rito in esame come un procedimento a cognizione piena, e ad istruttoria semplificata».

[26] L. Dittrich, Il nuovo procedimento sommario di cognizione, in Riv. dir. proc., 2009, 1582 ss.; M.A. Lupoi, Sommario (ma non troppo), in www.judicium.it, passim.

[27] La revocazione ordinaria sarà invece ammissibile solo nei casi di inappellabilità dell’ordinanza sommaria. Cfr. P.P. Lanni, Art. 702 quater, in Codice di procedura civile commentario6, a cura di C. Consolo, cit., 476.

[28] Cfr., per tutti, S. Menchini, L’ultima “idea” del legislatore per accelerare i tempi della tutela dichiarativa dei diritti: il processo sommario di cognizione, in Corr. giur., 2009, 1029; P.P. Lanni, Art. 702 ter, in Codice di procedura civile. Commentario, diretto da C. Consolo, cit., 471.

[29] In giurisprudenza v. le pronunce richiamate retro, nota 19. In dottrina, per l’incompatibilità, v., per tutti, G. Trisorio Liuzzi, Il procedimento sommario di cognizione e la sospensione per pregiudizialità, in Giusto proc. civ., 2012, 157 ss.; contra, M. Abbamonte, Il procedimento sommario, cit., 314 ss.

[30] V. App. Roma 7 marzo 2012, n. 1321, in www.dejure.giuffre.it, secondo cui «la norma posta a disciplinare il procedimento di appello stabilisce con tutta evidenza che solo l’ordinanza di accoglimento del ricorso introduttivo del procedimento sommario di cognizione possiede attitudine ad acquistare autorità di cosa giudicata e, pertanto, è suscettibile di impugnazione mediante appello».

[31] Così, ad esempio, A. Carratta, Processo sommario (dir. proc. civ.), voce dell’Enc. dir., Annali, II, 1, Milano, 2008, 680.

[32] Così Cass. 19 maggio 2015, n. 10211, in Foro it., 2015, 12, I, 3920, con nota di Poli; in GiustiziaCivile.com, 2016, 8 giugno, con nota di G. Basilica. In senso conforme, Cass. 6 giugno 2018, n. 14478; 8 marzo 2017, n. 5840; 2 novembre 2015, n. 22387; 27 marzo 2014, n. 7258; 26 giugno 2014, n. 14502, in Dir. giust., 18 gennaio 2014; 8 marzo 2017, n. 5840.

[33] Cfr., sul punto, le analoghe riflessioni di R. Caponi, Un nuovo modello processuale a cognizione piena: il procedimento sommario ex art. 792-bis c.p.c., in wwwjudicium.it, § 5, e B. Capponi, Il procedimento sommario di cognizione tra norme e istruzioni per l’uso, in Corr. giur., 2010, 1103, s., il quale rileva che l’ipervalorizzazione letterale del richiamo all’art. 702-ter, 6° comma, dovrebbe condurre all’insostenibile conclusione che anche le ordinanze di accoglimento non provvisoriamente esecutive dovrebbero ritenersi inidonee al giudicato.

[34] D. Turroni, La celerità come ideologia. Il processo sommario di cognizione e le decisioni non definitive, in Foro it., 2017, I, 2467 ss.; Id., Le decisioni non definitive nel processo sommario di cognizione, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2012, 791 ss.

[35] Cass. 8 agosto 2014, n. 17841, in www.iusexplorer.it; Cass. 24 agosto 2016, n. 17321, in Foro it., 2017, I, 2460, con nota di D. Turroni. V. sul punto anche Cass. 9 gennaio 2020, n. 186, in www.iusexplorer.it, la quale ha affermato il medesimo principio in relazione, però, ad una controversia che doveva essere trattata nelle forme semplificate ai sensi dell’art. 14 d.lgs. n. 150/2011, ma che in realtà è stata introdotta e definita con il rito ordinario (non essendo stato convertito tempestivamente il procedimento nella prima udienza ai sensi dell’art. 4 del d.lgs. citato).

[36] Cfr., per tutti, A. Tedoldi, Procedimento sommario di cognizione, Bologna, 2016, 677 ss., il quale ritiene ammissibili le sole pronunce di condanna generica ex art. 278 c.p.c. In tal caso la separazione sarebbe ammessa perché sull’an si procederebbe con le forme sommarie e sul quantum con le forme ordinarie. Tuttavia l’ordinanza di condanna generica per l’Autore deve ritenersi immediatamente impugnabile, essendo incompatibile il meccanismo della riserva di impugnazione di cui all’art. 340 c.p.c.

[37] Cfr. G. Balena, Il procedimento sommario di cognizione, in Foro it. 2009, V, 324, spec. par. 7.

[38] D. Turroni, Le decisioni non definitive, cit., par. 1, secondo cui «una pronuncia non definitiva sarebbe quanto mai opportuna ove il giudice volesse dichiarare ad esempio l’inammissibilità dell’intervento del terzo. Non si tratta solo di evitare uno spreco di attività istruttoria, ma anche di evitare che un terzo privo di titolo interferisca sullo sviluppo del contenzioso e sulla formazione della prova». Sulla ammissibilità delle pronunce non definitive v. anche C.M. Cea, L’appello, cit., 12.

[39] Cfr. anche C.M. Cea, op. loc. cit.

[40] S. Menchini, L’ultima “idea”, cit., § 6, il quale rileva che in un procedimento semplificato come quello in oggetto non dovrebbe aversi la pronuncia di ordinanze aventi un contenuto corrispondente ad una sentenza non definitiva. Tuttavia, se ciò dovesse al contrario accadere, alla pronuncia non definitiva andrebbe collegato lo stesso regime giuridico della sentenza non definitiva, senza fare distinzioni.

[41] Per Cass. 9 maggio 2017, n. 11331, la scelta di far decorrere il termine breve per l’appello dalla comunicazione dell’ordinanza è espressione di discrezionalità del legislatore ed è ragionevolmente in linea con la natura celere del procedimento al termine del quale è emessa l’ordinanza soggetta ad appello; né risulta menomato il diritto di difesa, posto che il termine di trenta giorni per notificare l’atto introduttivo del gravame decorre dalla piena conoscenza dell’ordinanza, che si ha con la comunicazione della cancelleria o con la notificazione ad istanza di parte. Per osservazioni critiche sul punto v. G. Balena, Il procedimento sommario di cognizione, cit., 332. Sul punto v. anche C.M. Cea, L’appello, cit., 19, il quale sostiene che meglio avrebbe fatto il legislatore a lasciare ancorata la decorrenza del termine breve di impugnazione alla sola notifica, essendo alto il rischio che la parte soccombente, avvenuta la comunicazione provvederà a cautelarsi proponendo appello: il che lascia ipotizzare che le possibilità di prosecuzione della causa in grado di impugnazione siano maggiori rispetto alle ipotesi di domande instaurate con il rito ordinario.

Il termine e il dies a quo indicato dal legislatore sono stati ritenuti congrui al punto da essere stati estesi per colmare la lacuna normativa creatasi con l’introduzione dell’art. 15 d.lgs. 150/2011, il quale per un errore di coordinamento non aveva indicato il termine perentorio per proporre opposizione avverso il decreto di pagamento dei compensi degli ausiliari del giudice di cui all’art. 170, d.p.r. 115 del 2002, in www.iusexplorer.it. Cfr. Cass. 20 dicembre 2018, n. 33070, Guida dir., 2019, 10, 62; 21 febbraio 2017, n. 4423.

[42] La disposizione è finalizzata a neutralizzare gli effetti della generalizzazione della modalità telematica della comunicazione, se integrale, di qualunque tipo di provvedimento ai fini della normale decorrenza del termine breve per le impugnazioni, solo nel caso di atto di impulso di controparte.

[43] V., sul punto, Cass. 4 febbraio 2020, n. 2467 e Cass. 9 maggio 2017, n. 11331, che hanno dichiarato manifestamente infondati i dubbi di illegittimità costituzionale dell’art. 702-quater c.p.c.

[44] Cass. 23 marzo 2017, n. 7401. La comunicazione telematica dell’ordinanza conclusiva del procedimento sommario di cognizione emessa in formato cartaceo, effettuata in data antecedente l’entrata in vigore dell’art. 16-bis, comma 9-bis, d.l. 179/2012, convertito con modifiche dalla l. 221/2012 (introdotto dall’art. 52, d.l. 90/2014, conv. con modific. dalla l. 114/2014 e successivamente ancora modificato dal d.l. 83/2015, conv. con modific. dalla l. 132/2015), seppur priva della firma digitale del cancelliere, deve ritenersi validamente avvenuta, ai fini della decorrenza del termine breve di impugnazione ex art. 702-quater c.p.c., in presenza dell’attività del cancelliere consistita nel trasmettere all’indirizzo di posta elettronica certificata del destinatario il testo integrale dell’ordinanza, comprensivo del dispositivo e della motivazione, in maniera che vi sia comunque certezza che il provvedimento sia stato portato a compiuta conoscenza delle parti e sia altresì certa la data di tale conoscenza.

[45] Cass. 5 settembre 2019, n. 22241, in Dir. giust., 2019, 6 settembre, con nota di F. Valerini.

[46] Cass. 6 giugno 2018, n. 14478, in Foro it., 2019, 3, I, 1001, con note di richiami di P. Cardinale; in Giur. it., 2019, 1, 82 ss., con nota di C. Scalvini.

[47] S. Menchini, L’ultima “idea”, cit. 1032. Contra, F.P. Luiso, Diritto processuale civile9, IV, Milano, 2017, 140; C. Consolo, La legge di riforma 18 giugno 2009, n. 69: altri profili significativi a prima lettura, in Corr. giur., 2009, 877 ss., spec. 885.

[48] Cass. 19 settembre 2013, n. 21477. Nel caso di pronuncia resa in materia elettorale con sentenza, secondo il rito di cui all’art. 82 del d.p.r. 16 maggio 1960, n. 570, anziché con ordinanza ex art. 702-ter c.p.c., giusta il disposto di cui all’art. 22 del d.lgs. n. 150/2011, applicabile “ratione temporis”, in mancanza della comunicazione da parte della cancelleria o della notificazione ad opera della parte della pronuncia depositata, ove ne sia stato comunicato il solo dispositivo, deve ritenersi applicabile non il termine di impugnazione di cui all’art. 702 quater c.p.c., bensì quello di cui all’art. 327 c.p.c.

[49] Cfr., per tutte, Cass. s.u. 8 giugno 1998, n. 5615.

[50] Cfr. P. Porreca, Il procedimento sommario di cognizione: un rito flessibile, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2010, 823.

[51] In argomento si rinvia, per ulteriori approfondimenti, a R. Tiscini, Il ricorso straordinario in cassazione, Torino, 2005.

[52] Su cui già Cass. s.u. 8 giugno 1998, n. 5615, cit.

[53] Per l’applicabilità dell’art. 176, 2° comma, c.p.c. in tale ambito, v. App. Bologna 9 febbraio 2017, n. 340, in www.iusexplorer.it.

[54] Cass. 6 giugno 2018, n. 14478, cit. Secondo tale Autore, «per proporre l’appello ex art. 702 quater gioca unicamente il termine “breve”, per la quale la sentenza in commento, seppur accuratamente motivata, abbia proposto soluzioni processuali a tratti eccessivamente formalistiche, a tratti tese a valorizzare (forse eccessivamente) istanze di speditezza e semplificazione a scapito della certezza delle situazioni giuridiche».

[55] V. Cass. 14 dicembre 2015, n. 25119 e 9 ottobre 2015, n. 20236.

[56]  L’art. 47, 2° comma, c.p.c. stabilisce che il ricorso deve essere notificato nel termine di trenta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza pronunciato sulla competenza. Peraltro se l’ordinanza è pronunciata in udienza, giusta l’art. 176, 2° comma, il termine decorrerà dal giorno dell’udienza in cui l’ordinanza è stata emessa, non essendo necessaria una successiva e ulteriore comunicazione. Cfr. Cass. 14 luglio 2000, n. 9353; 21 marzo 1997, n. 2513; 6 febbraio 2015, n. 2302; Cass. 2 agosto 2019, n. 20833, la quale ha di recente affermato che il termine per proporre istanza di regolamento di competenza avverso la sentenza pronunciata in udienza ai sensi dell’art. 281 sexies c.p.c. decorre dalla stessa udienza.

[57] V. anche B. Sassani, Lineamenti del processo civile italiano7, Milano, 2019, 669 s., nota 11, il quale ritiene discutibile il principio fissato dalla Cassazione.

[58] Tale disposizione chiarisce che in caso di pronuncia in udienza, la sentenza si intende pubblicata con la sottoscrizione da parte del giudice del verbale che la contiene ed è immediatamente depositata in cancelleria.

[59] Cass. 7 giugno 2018, n. 14724; Cass. 30 maggio 2017, n. 13617. Nella giurisprudenza di merito, v. nel medesimo senso App. Venezia, 4 marzo 2020, n. 542.

[60] Cfr. G. Lisella, Modelli decisori nel procedimento sommario di cognizione e termini per appellare, in Riv. Trim. dir. proc. civ., 2020, 1, 297 ss., spec. par. 9, il quale sostiene la necessità di considera obbligatoria la comunicazione anche nel caso di ordinanza pronunciata in udienza, perché in tal modo sarebbe possibile individuare inoppugnabilmente il momento nel quale le parti possono accedere al provvedimento.

[61] Cfr. Cass. 27 giugno 2018, n. 16893, in Guida dir., 2018, 47, 54.

[62] In tal senso, M. Bove, Il procedimento sommario di cognizione di cui agli articoli 702-bis ss. c.p.c. in www.judicium.it, § 6; M. Scalamogna, Brevi osservazioni sulla forma dell’atto di appello nel procedimento sommario di cognizione, in Giusto proc. civ., 2011, 193 ss.

[63] A. Scala, L’appello nel procedimento sommario di cognizione, in Giur. it., 2010, 738.

[64] Cass. 18 agosto 2016, n. 17192; 20 novembre 2014, n. 24689; 11 settembre 2015, n. 18022: 6 luglio 2016, n. 13815; App. Bologna 7 febbraio 2017, n. 326; 5 marzo 2018, n. 5111; 10 aprile 2018, n. 8757; 4 luglio 2018, n. 17484; 26 giugno 2014, n. 14502; 15 dicembre 2014, n. 26326, tutte in www.iusexplorer.it. Per App. Genova 9 maggio 2018, n. 144, anche l’appello avverso l’ordinanza emessa dal tribunale ai sensi dell’art. 28 d.lgs. 150/2011 deve essere proposto – seppur avanti la sezione lavoro, trattandosi di controversia di natura assistenziale – con atto di citazione.

[65] Articolo abrogato dal d.l. 17 febbraio 2017, n. 13, convertito con mod. dalla l. 13 aprile 2017, n. 46, il quale ha al contempo eliminato, sempre in tale ambito, l’appello avverso le decisioni di primo grado. In argomento si rinvia, per i dovuti approfondimenti, a F.G. Del Rosso, Il processo per il riconoscimento della protezione internazionale, in Diritto processuale dell’immigrazione, a cura di G. Trisorio Liuzzi – D. Dalfino, Torino, 2019, 1 ss.

[66] Consultabile su Giust. civ., 2011, 5, 1163; Guida dir., 2011, 19, 48; Foro it., 2011, 5, I, 1380.

[67] Cass. 13 luglio 2017, n. 17420, in Foro it., 2017, 10, I, 2971, con nota di F.G. Del Rosso, La Cassazione ribadisce che l’appello nelle controversie per il riconoscimento della protezione internazionale si propone(va) con atto di citazione e non con ricorso; 3 ottobre 2017, n. 23108; 11 settembre 2017, n. 21030; 4 luglio 2018, n. 17484.

[68] Cass. 21 febbraio 2018, n. 4268, in Foro it., 2018, 6, I, 2093.

[69] Cass. s.u. 8 novembre 2018, n. 28575, in Ilprocessocivile.it, con nota di R. Metafora, a cui si è adeguata la giurisprudenza successiva più recente: Cass. 16 novembre 2018, n. 29506; 12 dicembre 2018, n. 32059; 19 dicembre 2018, n. 32880; 16 gennaio 2019, n. 1007, in Foro it. 2019, I, 2422, con nota di F.G. Del Rosso; 2 ottobre 2019, n. 24584.

[70] Su cui già Cass. 11657/1998 e s.u. 21675 e 22848/2013.

[71] Su cui G. Balena, Sull’errore (talora assai dubbio) concernente la forma dell’atto d’impugnazione, in Giusto proc. civ., 2014, 1119 ss.

[72] Per la giurisprudenza si deve dare continuità all’impostazione tradizionale per cui la conversione, ai sensi dell’art. 156 c.p.c., di un atto introduttivo non conformato allo specifico modello legale del procedimento che intende introdurre può realizzarsi solo se l’atto da convertire sia dotato di tutti i requisiti indispensabili al raggiungimento dello scopo dell’utile introduzione del procedimento secondo lo schema legale prescritto. Ne consegue che, in caso di impugnazione irritualmente proposta con ricorso anziché con citazione, la conversione si verifica soltanto in caso di tempestiva notificazione dell’improprio atto alla controparte (costituendo la notificazione dell’atto, nei giudizi da introdursi con citazione, il momento cui è collegata l’utile instaurazione del rapporto processuale); viceversa, nel caso di impugnazione irritualmente proposta con citazione anziché con ricorso, la conversione si verifica soltanto in caso di tempestivo deposito dell’atto nella cancelleria del giudice adito, posto che, nei procedimenti da iniziarsi con ricorso, è proprio quello l’adempimento al quale è subordinato il tempestivo compimento dell’atto. Cfr., sul punto, le criticità segnalate da G. Balena, Sull’errore (talora assai dubbio), cit., 1119 ss.

[73] In Giur. cost., 2018, 2, 541, con nota di Caponi.

[74] Cass. 20 novembre 2014, n. 24689; 10 aprile 2018, n. 8757; 18 agosto 2016, n. 17192; 20 novembre 2014, n. 24689; 18 agosto 2016, n. 17192; 6 luglio 2016, n. 13815; 11 settembre 2015, n. 18022.

[75] Cass. s.u. 8 novembre 2018, n. 28575.

[76] V. la versione ante riforma 2012.

[77] Per F. Marelli, La conservazione degli atti invalidi nel processo civile, Padova, 2000, 113 ss., non pare si possa identificare una specifica esigenza alla quale, al fine della tempestività dell’atto, possa dirsi indispensabile il deposito in cancelleria del giudice adito o la previa notificazione dello stesso alla controparte. V., per analoghe considerazioni, R. Poli, Le Sezioni Unite sul regime del ricorso proposto erroneamente al posto della citazione e viceversa, in Riv. dir. proc., 2014, 1201 ss.

[78]  Questa ricostruzione dottrinale è ben spiegata da Cass. s.u. 28575/2018. Si sostiene che in entrambi i casi – nel primo perché l’atto viene affidato all’ufficio attraverso l’attività di deposito, nel secondo perché viene affidato all’ufficiale giudiziario che provvede alla notificazione o comunque viene, nel caso di notificazione eseguita dal difensore, inserito in un procedimento nel quale non è suscettibile di modificazioni – chi doveva impugnare ha comunque manifestato il suo diritto di impugnare e lo ha fatto in modo immodificabile, di modo che la successiva attività diretta a realizzare la forma che non è stata rispettata bene potrebbe compiersi oltre il termine e superare in ogni caso l’inosservanza del requisito formale di manifestazione del diritto di impugnare. In questa direzione assumono rilevanza le considerazioni di F. Carnelutti, Sistema di diritto processuale civile, II, Padova, 1938, 100 s., secondo cui l’atto introduttivo produce i propri effetti nel momento in cui alla creazione del documento che lo contiene si aggiunge la sua emissione e l’insieme di questi due elementi fa sorgere una dichiarazione. In senso contrario v. C. Punzi, Delle comunicazioni e notificazioni, in Commentario al codice di procedura civile, a cura di E. Allorio, I, Torino, 1973, 1452 ss.

[79] R. Poli, Le Sezioni Unite sul regime, cit., 1210. Vedi, però, in senso contrario, A. Saletti, La riassunzione del processo civile, Milano, 1981, 306, secondo cui «l’adozione di una forma in luogo di un’altra non modifica il regime dei termini previsti per l’ordinario tipo di riassunzione».

[80] A. Proto Pisani, L’irresistibile forza delle decisioni delle sezioni unite, in Foro it. 2014, I, 2507, ci ricorda che l’orientamento trova le sue origini nei problemi suscitati dalla opposizione a decreto ingiuntivo emanato per crediti di lavoro dopo l’entrata in vigore della l. 11 agosto 1973 n. 533. L’Autore critica tale indirizzo osservando che l’inammissibilità per decorso del termine di impugnazione, pur nell’assenza di disposizioni esplicite espresse in tal senso e pur nell’eccezionalità della categoria dell’inammissibilità, deve convivere nel nostro ordinamento col principio del carattere normalmente retroattivo delle sanatorie degli atti processuali invalidi, ivi compresa la disciplina del mutamento di rito.

[81] Cfr. R. Poli, Le Sezioni Unite sul regime, cit., 1204.

[82] In tali casi, infatti, osserva la Cassazione, l’impugnazione è comunque idonea ad instaurare un valido rapporto processuale, cfr. Cass. s.u. 14 settembre 2016, n. 18121, confermata, da ultimo, da Cass. 15 maggio 2018, n. 11740.

Diversa è l’ipotesi di erronea individuazione del mezzo di impugnazione, come nel caso dell’appello proposto in luogo del ricorso per cassazione, avverso sentenza definitoria di una opposizione agli atti esecutivi emessa nel periodo di vigenza dell’art. 616, 2° comma, ultima parte, c.p.c., poi soppresso dall’art. 49, l. 69/2009. In tale ultimo caso l’errore impedisce l’insorgenza di un obbligo per il giudice adito di operare la translatio iudicii in favore del giudice competente sul corretto mezzo d’impugnazione, e ciò in ragione della inammissibilità radicale ed insanabile della impugnazione erroneamente proposta dinanzi al giudice funzionalmente incompetente per grado (Cass. 7 dicembre 2016, n. 25078).

[83] «La condivisibile e apprezzabile disposizione minimizza le conseguenze derivanti dall’errore nella scelta del rito applicabile, facendo sì che l’impiego di un rito in luogo di un altro non arrechi un pregiudizio irreparabile o precluda definitivamente l’accesso alla tutela giurisdizionale». Questa la spiegazione offerta dalla Relazione illustrativa sub art. 4.

[84] In tal senso anche F.G. Del Rosso, La Cassazione ribadisce che l’appello, cit., 2975 ss.; M. Scalamogna, Brevi osservazioni, cit., 189 ss. L’assenza di una disposizione similare al di fuori del d.lgs. 150/2011 porrebbe dubbi di legittimità costituzionale per violazione del principio di uguaglianza (in questi termini v. G. Balena, Sull’errore (talora assai dubbio), cit., 2014, 1127; M. Lupano, Sull’introduzione del processo secondo un modello formale errato, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2015, 1, 121, spec. § 4).

[85] L’inapplicabilità si evincerebbe per la Corte dal 2° comma dell’art. 4, che impone l’adozione di tale provvedimento non oltre la prima udienza di comparizione delle parti. Da ciò si ricaverebbe che la disposizione si riferisce unicamente al giudizio sia stato erroneamente instaurato in primo grado secondo un rito difforme da quello previsto dalla legge, e non anche all’ipotesi in cui l’errore sia caduto sulle modalità di proposizione dell’appello. Cfr. Cass. 20 novembre 2014, n. 24689. Per l’esclusione dell’art. 4 in sede di appello, v. anche: Cass. 18 agosto 2016, n. 17192; 6 luglio 2016, n.13815; 11 settembre 2015, n. 18022; 20 novembre 2014, n. 24689; 10 aprile 2018, n. 8757; Cass. 5 marzo 2020, n. 6318.

[86] A questo proposito mi pare opportuno richiamare l’insegnamento di Virgilio Andrioli il quale, in relazione al principio generale, operante in materia di nullità deli atti processuali per vizi relativi ai requisiti formali o extraformali ha affermato che «il processo di cognizione mira a concludersi con pronunce di merito, mentre eccezionali sono le ipotesi in cui la violazione di norme disciplinatrici del processo impone che questo si concluda mediante sentenze assolutrici dell’osservanza del giudizio» (V. Andrioli, Diritto processuale civile, Napoli, 1979).

[87] Così già Cass. 27 aprile 1981, n. 2518 in www.iusexplorer.it.

[88] Cfr. Cass. 5 ottobre 2015, n. 19873, in www.iusexplorer.it, secondo cui, in tema di liquidazione degli onorari di avvocato, l’art. 14, 4° comma, del d.lgs. 150 del 2011, dichiarando inappellabile l’ordinanza che definisce la procedura ex art. 28 della l. 794/1942, richiama i presupposti operativi di questa procedura speciale, sicché l’ordinanza che statuisca sull’an del compenso e non solo sul quantum è impugnabile con l’appello e non col ricorso per cassazione.

[89] Cass. s.u. 11 gennaio 2011, n. 390, in Corr. giur., 2011, 493, con nota di G. Travaglino.

[90] Nella specie, le Sezioni unite hanno cassato la sentenza della Corte territoriale che aveva dichiarato inammissibile il gravame avverso la sentenza emessa dal giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo, per somme relative a prestazioni giudiziali civili, reputando che si trattasse, nella sostanza, di ordinanza inappellabile ai sensi dell’art. 30 l. 794/1942, nonostante detta sentenza fosse stata emanata all’esito di un procedimento svoltosi completamente nelle forme di un ordinario procedimento civile contenzioso. Tale principio è condiviso da G. Balena, Procedimento per la liquidazione degli onorari di avvocato: istruzioni per il non uso, in Giusto proc. civ., 2017, 19 s.

[91] Nel frattempo le Sezioni unite hanno risolto anche la dibattuta questione relativa all’ambito applicativo del procedimento speciale affermando che la controversia avente ad oggetto la domanda di condanna del cliente al pagamento delle spettanze giudiziali dell’avvocato, resta soggetta al rito di sommario obbligatorio anche quando il cliente sollevi contestazioni relative all’esistenza del rapporto o, in genere, all’an debeatur. Cass. s.u. 23 febbraio 2018, n. 4485, recentemente confermata da Cass. 27 settembre 2019, n. 24179.

[92] Cfr. Cass. 6 novembre 2019, n. 28519; 8 gennaio 2019, n. 210, in GiustiziaCivile.com, con nota di P. Farina; App. Reggio Calabria 1° marzo 2012, in Giur. merito, 2013, 10, 2132, con nota di C. Costabile, con riguardo all’improprio utilizzo in primo grado del procedimento sommario di cognizione quale disciplinato dagli artt. 702-bis e ss. c.p.c. per una controversia in realtà soggetta al rito del lavoro. Cfr. anche Cass. 5 ottobre 2018, n. 24515, in Resp. civ. prev., 2018, 1987, la quale afferma che il provvedimento con cui è decisa l’opposizione a decreto ingiuntivo riguardante gli onorari di avvocato, che sia stata introdotta, ai sensi dell’art. 702-bis c.p.c., seguendo il rito sommario ordinario codicistico, e non quello speciale di cui all’art. 14, d.lgs. 150/2011, deve essere impugnato con l’appello, secondo il regime previsto dall’art. 702-quater c.p.c., trovando applicazione il principio di apparenza.

[93] Cfr. Cass. 8 gennaio 2019, n. 210; Cass. 30 settembre 2016, n. 19388. In dottrina v, per tutti, A. Tedoldi, Procedimento sommario, cit., 452. In senso analogo, anche App. Venezia, 9 gennaio 2020, n. 54, che ha affermato il principio per cui, nel caso in cui il ricorrente abbia introdotto il giudizio con le forme del rito sommario ordinario piuttosto che con quelle del rito speciale di cui all’art. 14 del d. lgs. n. 150 del 2011, il provvedimento di primo grado deve essere impugnato con l’appello ai sensi dell’art. 702 quater c.p.c. non potendo essere proposto ricorso per cassazione per saltum se non nel caso di accordo delle parti, e ciò in ragione del principio di ultrattività del rito che – quale specificazione del più generale principio per cui l’individuazione del mezzo di impugnazione esperibile deve avvenire in base al principio dell’apparenza, cioè con riguardo esclusivo alla qualificazione, anche implicita, dell’azione e del provvedimento compiuta dal giudice – trova fondamento nel fatto che il mutamento del rito con cui il processo è erroneamente iniziato compete esclusivamente al giudice.

[94] Cfr. Cass. 26 novembre 2019, n. 30850, in Dir. giust., 2019, con nota di R. Villani, la quale, partendo da tale principio, ha affermato che, in caso di comunicazione integrale del provvedimento la qualificazione del provvedimento come sentenza, anziché ordinanza, non determina l’applicazione del termine d’impugnazione di sei mesi, previsto dall’art. 327 c.p.c., restando comunque l’appello soggetto al regime suo proprio di cui all’art. 702-quater c.p.c.