La sorte dell’onorario dell’avvocato per la fase stragiudiziale quando sia seguita la fase giudiziale

Il rimborso delle spese di assistenza stragiudiziale ha natura di danno emergente, consistente nel costo sostenuto per l'attività svolta da un legale nella fase pre-contenziosa ed è soggetta agli ordinari oneri di allegazione e prova secondo la scansione processuale del rito applicabile alla domanda. Per poter porre a carico del danneggiante quella spesa, essa deve essere valutata ex ante, cioè in vista di quello che poteva ragionevolmente presumersi essere l'esito futuro del giudizio e non deve essere stata in concreto superflua

Di Fabio Valerini -

Cass. sez. un., 10 luglio 2017, n.16990

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 16990 del 2017 ha avuto modo di pronunciarsi sul tema della richiesta di rimborso delle spese legali sostenute dal danneggiato nella fase stragiudiziale cui si poi seguita la fase giudiziale.

Nel caso di specie la Suprema Corte ha dovuto esaminare la questione poiché era necessario – ai fini dell’esame dei motivi di ricorso – stabilire se, nel processo davanti al Tribunale superiore delle acque pubbliche, la domanda di rimborso delle spese legali stragiudiziali sostenute dal danneggiato (e le relative allegazioni e prove) poteva essere proposta anche nella fase finale del giudizio sul modello della nota delle spese processuali di cui all’art. 75 disp. att. c.p.c.

Orbene, per la Suprema Corte occorre distinguere tra le spese processuali (tra le quali, vanno ricomprese anche le spese per il consulente tecnico di parte) e le spese sostenute nella fase stragiudiziale.

Quest’ultime spese fanno parte del c.d. danno emergente subito dal danneggiato e, quindi, il relativo ristoro dovrà essere richiesto con domanda tempestivamente formulata nonché allegando e provando i fatti costitutivi secondo la scansione temporale del rito applicabile al processo avente ad oggetto il risarcimento del danno subito.

Peraltro, precisa la Corte, l’attività stragiudiziale “anche se svolta da un avvocato, è comunque qualcosa d’intrinsecamente diverso rispetto alle spese processuali vere e proprie. Ne deriva che, se la liquidazione deve avvenire necessariamente secondo le tariffe forensi, essa resta soggetta ai normali oneri di domanda, allegazione e prova secondo l’ordinaria scansione processuale, al pari delle altre voci di danno emergente”.

Una volta chiarito l’aspetto ontologico (e, cioè, che le spese stragiudiziali rappresentano una voce del danno emergente) e processuale della questione (e, cioè, che la relativa domanda è soggetta alle regole dello specifico rito applicabile), la Suprema Corte richiama l’attenzione sulle condizioni in presenza delle quali è possibile porre a carico del danneggiante il rimborso delle spese legali sostenute dal danneggiato nella fase stragiudiziale.

Ebbene, per la Suprema Corte occorre che quell’attività debba essere valutata ex ante utile “in vista di quello che poteva ragionevolmente presumersi essere l’esito futuro del giudizio”.

Sicuramente non è utile – si legge nella motivazione – un’attività superflua  “ai fini di una più pronta definizione del contenzioso, non avendo avuto in concreto utilità per evitare il giudizio o per assicurare una tutela più rapida risolvendo problemi tecnici di qualche complessità”.

La Suprema Corte segue espressamente la linea interpretativa prevalente nella giurisprudenza di legittimità affermata con particolare riferimento al settore dell’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti: cfr. Cass., sez. VI, 13 marzo 2017,  n. 6422 (dove si precisa che è di per sé irrilevante ai fini del rigetto della domanda di rimborso la sola circostanza che l’attività stragiudiziale – in quel caso di un’impresa di infortunistica – non abbia portato ad alcun ripensamento da parte del danneggiante); Cass., sez. III, 21 gennaio 2010,  n. 997; Cass., sez. III, 2 febbraio 2006, n. 2275. Sempre secondo la maggior parte della giurisprudenza può essere valutata – senza che ciò appaia illogico – come superfluo il ricorso all’assistenza stragiudiziale in caso di sinistri semplici (Cass., sez. III, 13 aprile 2017, n. 9548) ovvero quando non sia necessario risolvere questioni di una qualche complessità. Più comprensivo l’orientamento espresso – sempre nella r.c.a. – da Cass. sez. III, 16 aprile 1996,  n. 3565, secondo cui ai fini del secondo comma dell’art. 1227 c.c. “non può … addebitarsi alla parte – la quale, pur senza esservi tenuta, si rivolga, nondimeno, ad un avvocato per lo svolgimento di attività di rilevanza giuridica – difetto di diligenza, così come richiede la norma, tanto più che la stessa tariffa forense disciplina anche la materia stragiudiziale, talché è rimesso alla parte avvalersi o meno di assistenza legale: con la conseguenza che, nel primo caso, a ragione la stessa può chiedere, nel giudizio di risarcimento del danno, in vista del quale tale assistenza sia stata richiesta e prestata, il rimborso della somma, a tal fine erogata”. Del resto, come ha ricordato Cass., sez. III, 19 febbraio 2016,  n. 3266 “in materia di risarcimento diretto dei danni relativi alla circolazione stradale, non risulta corretta l’affermazione compiuta dal giudice del merito, secondo cui la disposizione dell’art. 9 D.P.R. n. 254 del 2006 escluderebbe in ogni caso la ripetibilità delle spese di assistenza legale sostenute nella fase stragiudiziale per avere volontariamente scelto di farsi assistere da un avvocato: tale affermazione sottende, infatti, una lettura della disposizione che, vietando tout court la risarcibilità del danno, si pone in contrasto con l’art. 24 Cost. e che impone la disapplicazione della norma regolamentare”.

Peraltro, la giurisprudenza non subordina la risarcibilità delle spese di assistenza stragiudiziale al conferimento dell’incarico ad un avvocato ben potendo la parte scegliere di affidarsi, ad esempio, ad una società di infortunistica (cfr., in questo senso: Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26973 secondo cui “e spese relative alla assistenza tecnica nella fase stragiudiziale della gestione del sinistro costituiscono danno patrimoniale consequenziale dell’illecito, secondo il principio della regolarità causale (art. 1223 c.c.). Ed è palese che, qualora i danneggiati avessero affidato ad un legale, e non ad una agenzia di infortunistica, la gestione dei loro interessi nella fase stragiudiziale avrebbero dovuto sopportare spese probabilmente non inferiori a quelle effettivamente sostenute”).

Infine, nella motivazione la Suprema Corte scrive che “non è corretta affermazione di taluna giurisprudenza (Cass. n. 14594 del 2005) secondo cui le spese legali dovute dal danneggiato/cliente al proprio avvocato in relazione ad attività stragiudiziale seguita da attività giudiziale possono formare oggetto di liquidazione con la nota di cui all’art. 75 disp. att. cod. proc. civ. (Cass. n. 14594 del 2005), dovendo invece formare oggetto della domanda di risarcimento del danno emergente nei confronti dell’altra parte con le preclusioni processuali ordinarie nei confronti delle nuove domande “. Senonché, ad una lettura più attenta della sentenza (nonché dei precedenti) il principio (richiamato, da ultimo, da Cass., sez. III, ord., 31 maggio 2017, n. 13700) non mi appare in insanabile contrasto con quanto sostenuto dalla sentenza in esame. Ed infatti, la possibilità che le spese stragiudiziali possano formare oggetto di liquidazione con la nota di cui all’art. 75 disp. att. c.p.c. è limitata espressamente al caso in cui “trovino adeguato compenso nella tariffa per le prestazioni giudiziali”. Se una qualche difformità esiste, essa può semmai essere individuata nel principio generale secondo cui “la liquidazione nel compenso anche per attività stragiudiziale seguita da attività giudiziale è attratta in via generale dalla tariffa forense ed è soggetta al regime di cui agli artt. 90 e ss. c.p.c., salvo eccezioni ” (così Cass., sez. III, 6 settembre 1999,  n. 9400)

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