Contro la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici

Di Giuliano Scarselli -

1. Nel mio manuale di Ordinamento giudiziario e forense, nel capitolo dedicato al Pubblico ministero, avevano esternato, fin dalle prime edizioni, che l’idea di separare le carriere tra pubblici ministeri e giudici non mi convinceva, pur sapendo che tutta la categoria alla quale appartengo, ovvero gli avvocati, sono dell’avviso di giungere invece quanto prima a detta separazione.

E’ passato qualche anno e l’argomento è sempre più attuale; si sono addirittura raccolte sottoscrizioni perché si proceda ad una riforma giudiziaria volta a scindere finalmente la commistione delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, ed è stato istituito perfino un Comitato promotore per la separazione delle carriere.
Nonostante la raccolta di firme, nonostante le molte idee che sono circolate sull’argomento, nonostante la presa di posizione compatta di tutta l’avvocatura, e nonostante sia questa oggi l’opinione di una parte non secondaria della politica, a me l’idea di separare i pubblici ministeri dai giudici continua a non convincere.
Così, pur sapendo che uno scritto quale questo troverà pochissimi consensi, in nome del valore della libertà di pensiero desidero ribadire, in estrema sintesi, le ragioni per le quali a mio parere il nostro sistema non va cambiato, e per le quali è un bene per tutti i cittadini che le funzioni c.d. requirenti siano svolte da soggetti appartenenti all’ordine giudiziario della magistratura.

2. Orbene, in primo luogo io credo che dovrebbe appartenere alla sensibilità e al patrimonio culturale di tutti che l’ufficio del pubblico ministero non può dipendere dal potere esecutivo e/o dal Ministero della giustizia.
La cosa mi sembra talmente evidente che ogni approfondimento mi pare retorico.
Una giustizia che attribuisse, come in epoche passate, l’esercizio dell’azione penale (essenzialmente) al governo, rischierebbe di infrangere il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, impedirebbe la repressione dei reati commessi, direttamente o indirettamente, dagli stessi esponenti delle forze politiche, e darebbe adito alla creazione di una giustizia per fini politici.
Inoltre, la dipendenza dei pubblici ministeri al governo, di fatto tenderebbe a politicizzare gli uffici delle procure, così inquinando l’intera giustizia penale.
Se noi invece vogliamo una giustizia che persegua la commissione di tutti i reati senza distinzioni di censo, di condizioni economiche e sociali, e di ogni altro fattore che possa infrangere il trattamento paritario dei cittadini, noi dobbiamo difendere l’indipendenza del pubblico ministero, ed escludere per principio che esso possa ricondursi in qualsiasi modo al Ministro della giustizia (o ad altro Ministero).
E non a caso, già nel 1921, quasi un secolo fa, Piero Calamandrei, nel suo celeberrimo saggio Governo e Magistratura, osservava come: “Affermare da una parte che la legge è uguale per tutti, e dall’altra lasciare al potere esecutivo la facoltà di farla osservare soltanto nei casi in cui ciò non dispiace al partito che è al governo, è tale un controsenso, che non importa spendervi su molte parole per rilevarne tutta la enormità”.
In realtà, si dirà, che nessuno, nel dibattito attuale, ha pensato di ri-assoggettare il P.M. al governo, ma solo si è sostenuto la necessità di separarlo dal corpo della magistratura giudicante, proprio per evitare che lo stesso goda presso i giudici di una maggiore “credibilità” rispetto alle parti, in un meccanismo in grado di infrangere la parità delle armi nel processo.
Però a me sembra che il rischio che il P.M. non più magistrato si trasformi immediatamente in un P.M. amministratore –e quindi in ufficio alle dipendenze del governo- sia fortissimo, se non addirittura inevitabile.
Nel nostro sistema costituzionale, infatti, non vi è un quarto potere dello Stato che possa porsi tra l’amministrazione e la giurisdizione: un potere che non sia legislativo o è amministrativo oppure è giurisdizionale, non vi sono altre possibilità.
Va da sé, allora, che se il P.M. esce dalla giurisdizione, inevitabilmente entra nell’amministrazione, e quindi inevitabilmente si trasforma in ufficio sotto la direzione del governo.
Si replicherà che nel nostro sistema esistono le amministrazioni c.d. indipendenti, le quali, pur non svolgendo funzioni giurisdizionali, si sottraggono egualmente ai controlli governativi.
E parimenti si sosterrà che questo è stato proprio l’intendimento di talune riforme: ad esempio il disegno di legge di riforma costituzionale del 7 aprile 2011 n. 4275, pur separando le carriere, non poneva le procure sotto il Ministro della giustizia, ma creava, per la loro organizzazione e indipendenza, un apposito Consiglio superiore della magistratura, con l’inserimento in Costituzione dell’art. 104 ter avente ad oggetto, appunto, il Consiglio superiore della magistratura requirente.
Certamente l’esistenza di un CSM per i requirenti costituirebbe garanzia di indipendenza delle procure dall’esecutivo.
Ma temo che questa soluzione potrebbe comunque non esser sufficiente, e le perplessità sorgono altresì dallo sguardo alle principali legislazioni europee.
La comparazione dei sistemi ci conferma infatti che in molti Stati a moderna democrazia, ove gli uffici del pubblico ministero non costituiscono parte integrante della magistratura ordinaria, si hanno pubblici ministeri che dipendono dal governo: ciò vale per la Francia, ancorché la carriera tra giudici e pubblici ministeri sia unica; vale per l’Austria, dove l’ufficio del P.M. è strutturato gerarchicamente e dove i singoli procuratori sono nominati dal potere esecutivo; vale per la Germania, dove chi svolge le funzioni requirenti è un funzionario dello Stato nominato dal governo con minime garanzie; vale per il Belgio, dove i pubblici ministeri sono nominati dal Re e il passaggio da una funzione all’altra è impossibile senza il consenso del potere esecutivo; vale infine anche per la Spagna, dove si hanno carriere separate e dove il P.M. dipende dall’esecutivo.
Allora forse può dirsi che l’idea che il pubblico ministero non debba dipendere dal governo tende a coincidere con l’altra secondo la quale il pubblico ministero deve far parte della magistratura ordinaria.
Se il P.M. esce dalla magistratura ha una fine (direi) segnata e probabilmente inevitabile, che è quella di entrare in un ufficio riconducibile alla amministrazione, e quindi (in modo più diretto oppure larvato ma comunque) alle dipendenze del potere esecutivo.
Anche a creare un consiglio superiore della magistratura requirente, la politica entrerebbe egualmente e inevitabilmente in questo ipotetico consiglio, l’indipendenza della funzione requirente si comprimerebbe, e il cittadino perderebbe allora le garanzie della giurisdizione nella fase delle indagini e dell’esercizio dell’azione penale.

3. In secondo luogo a me sembra che in questo dibattito non si sia tenuto in debito conto che il pubblico ministero esercita, nel nostro sistema giudiziario, non solo funzioni di accusa nei processi penali ma anche funzioni di vigilanza nei processi civili.
E’ vero che gli uffici del pubblico ministero non hanno brillato fino ad oggi per impegno e presenza nei processi civili, però in taluni procedimenti civili il pubblico ministero ha un ruolo non secondario, e basti pensare ai giudizi relativi ai minori, alla famiglia, alle procedure concorsuali, ed anche a tutti quelli dinanzi alla Corte suprema di cassazione, per non parlare poi dell’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, che pure è affidata alla Procura generale.
Che succede se l’ufficio del P.M. esce dal corpo della magistratura ordinaria ed entra in un’altra organizzazione della pubblica amministrazione?
Io credo si possa affermare con relativa tranquillità che un pubblico ministero, uscito da quella che viene definita la cultura della giurisdizione e assegnato ad un’altra carriera e ad un altro corso di studi e di formazione professionale, potrebbe esercitare quelle funzioni solo con gravi difficoltà.
E allora, due potrebbero essere gli scenari seguenti alla separazione delle carriere:
a) secondo un primo si potrebbe immaginare semplicemente l’abolizione delle attuali funzioni del P.M. nel processo civile.
Ma anche i più estremi liberali non credo vogliano la completa soppressione del P.M. nel processo civile, poiché una simile strada porterebbe alla assoluta privatizzazione delle giustizia civile, e fors’anche al superamento della contrapposizione tra diritti privati disponibili e diritti privati indisponibili.
Credo che una tale soluzione non sia praticabile; credo che anche gli spiriti più liberali non neghino che vi siano dei diritti che non possono essere lasciati interamente nelle mani dei privati; credo che in taluni casi l’idea della presenza di un pubblico ufficio in una lite civile non sia rinunciabile, anche al fine di assicurare la terzietà del giudice civile.
E allora che succede se il P.M. non più magistrato non riesce più a provvedere a ciò? Chi vi provvede?
b) In un secondo scenario si potrebbe invece immaginare di rinunciare ad una simile (radicale) posizione, e si potrebbe considerare o di affidare tali funzioni ad un altro ufficio, (immaginando, accanto ad un P.M. non più magistrato un P.M. magistrato), oppure di affidare dette funzioni egualmente al nuovo P.M. amministratore.
In ogni caso la situazione sarebbe a mio parere complicata: non avrebbe senso creare due tipi di pubblico ministero, uno amministratore per i processi penali e l’altro magistrato per i processi civili; ma egualmente sarebbe difficile assegnare le attuali funzioni del P.M. al nuovo requirente amministratore, sia perché per formazione, probabilmente, questo nuovo P.M. non avrebbe più gli strumenti per svolgere un simile ruolo, soprattutto in cassazione, e sia perché una simile soluzione stravolgerebbe altri (e forse anche più gravi) principi costituzionali.

4. E’ già stato da più parti segnalato un altro aspetto, che condivido, relativo alla prova e alle sue modalità di raccolta.
E’ interesse di tutti i cittadini che chi sia istituzionalmente preposto all’esercizio dell’azione penale e alla raccolta delle prove sia soggetto dotato di una certa cultura della giurisdizione, che gli imponga di raccogliere solo quelle prove che servono al processo per l’accertamento della verità, e solo nel rispetto delle regole processuali.
In questo contesto non è secondario che il titolare dell’azione penale e delle indagini preliminari sia un magistrato estraneo alla polizia e alle altre forze dell’ordine (e, di nuovo, estraneo agli apparati del governo), ed è fondamentale per tutti i cittadini sapere che chi procede agli atti penali è soggetto che persegue solo un risultato di giustizia, e rispetta le regole della giurisdizione fin dalle prime indagini.
In sostanza, la circostanza che il P.M. appartenga alla magistratura fa sì che i meccanismi e la mentalità della giurisdizione si applichino non solo nelle aule del tribunale ma in ogni atto penale, fin dalle prime indagini; al contrario se il P.M. esce dalla cultura della giurisdizione, e si trasforma anch’egli in un poliziotto, allora i meccanismi della giurisdizione si perdono nella fase delle indagini e nella ricerca delle prove, e si perdono altresì nell’esercizio della azione penale.
Poiché, appunto, è interesse di tutta la collettività sapere che nessuno sarà accusato della commissione di un reato se non in presenza di talune circostanze rilevate nel rispetto di certe regole, è parimenti interesse di tutta la collettività che i criteri della giurisdizione si applichino in ogni momento dell’attività penale, anche preliminare di indagine, e quindi è interesse di tutta la collettività che l’ufficio preposto alle indagini e alla ricerca delle prove appartenga a questa cultura della giurisdizione.

5. Gli assertori della separazione delle carriere motivano tuttavia la loro posizione su due semplici affermazioni: a) asseriscono che il P.M. gode di maggiore credibilità presso i giudici in quanto soggetto facente parte della stessa magistratura ordinaria; b) e asseriscono che tale maggiore credibilità infrange il principio della parità delle armi nel processo tra accusa e difesa.
Ora, probabilmente, è vero che il P.M. gode di maggiore credibilità presso i giudici, ma io non credo che ciò dipenda dal fatto che questi, diversamente dagli avvocati, appartenga alla magistratura.
Ed infatti vi è un’altra, e più profonda, differenza che contrappone l’avvocato al P.M.: l’avvocato può difendere anche il cliente che sappia essere colpevole, mira ad un risultato il più possibile favorevole agli interessi dell’assistito, ed ha (inevitabilmente) un interesse economico al risultato processuale; il P.M., al contrario, e salve disfunzioni del sistema, non accusa chi sa essere innocente, ha l’obbligo di mirare ad un risultato che sia conforme ad un principio di giustizia, e non ha alcun interesse economico al risultato del processo, ricevendo uno stipendio fisso dal Ministero della giustizia.
Ora, per l’avvocato è giusto che le regole siano quelle, e d’altronde, nei limiti dei principi della deontologia forense, le regole sono quelle in tutti gli Stati moderni.
Però, se questo è, bisogna prendere consapevolezza del fatto che per poter attribuire all’avvocato una credibilità pari a quella riconosciuta agli uffici del P.M., bisognerebbe immaginare la trasformazione di questo ufficio in uno di avvocatura dell’accusa, con regole e principi simili a quelle che disciplinano la professione forense.
Ma si capisce facilmente che ciò non è possibile.
Cosa succederebbe se chi deve compiere le indagini e esercitare l’azione penale potesse anche accusare chi sa essere innocente, potesse mirare ad un risultato il più possibile favorevole all’accusa, e soprattutto potesse avere un interesse economico al risultato processuale?
Un sistema di tal genere trasformerebbe il rito penale in una giungla, sottrarrebbe ai cittadini ogni garanzia di giustizia e di sicurezza sociale, e farebbe gravemente scadere il regime del contraddittorio e della prova nel processo.
Anche a far uscire il P.M. dal corpo della magistratura (e a farlo entrare in un’altra non ben definita pubblica amministrazione), nessuno penserebbe mai di poter pagare questo soggetto in base alle attività (di indagine o processuali) svolte, nessuno penserebbe di consentire a questo soggetto di poter accusare chi sa essere innocente, nessuno (immagino) penserebbe di consentire a questo soggetto di perseguire non un risultato di giustizia ma un risultato il più possibile vicino agli interessi accusatori.
E allora, se al P.M., magistrato o amministratore che sia, devono essere assicurate le attuali prerogative di pubblico funzionario (e non di libero professionista) che persegue l’interesse pubblico della repressione dei reati nel rispetto di regole ben determinate, il problema della maggiore credibilità non viene affatto scalfito dall’esser questi parte della magistratura piuttosto che di un’altra pubblica amministrazione, perché la diversa credibilità dipende proprio da queste circostanze, in relazione alle quali non vi è niente da fare.

6. Non so se questa mia posizione è convincente; peraltro non sono un penalista, e queste riflessioni dipendono dal mio essere semplicemente cittadino, probabilmente estraneo ai meccanismi del processo penale.
Però, questa, è in realtà la mia convinzione più profonda: credo infatti che il tema sia stato snaturato proprio dai penalisti, che vedono il fenomeno solo dal punto di vista delle chance di successo nell’esercizio del diritto di difesa.
Poiché è convinzione diffusa che la separazione delle carriere farebbe lievitare dette chance, allora la separazione delle carriere è cosa buona, per le quale vale battersi e lottare.
Nessuno mette in discussione il diritto alla difesa, inviolabile e costituzionalmente garantito; solo non credo che il tema possa esser affrontato nell’esclusiva ottica delle chance difensive; ne’ credo, per quanto sopra sostenuto, che queste chance difensive aumenterebbero con il passaggio dal P.M. magistrato al P.M. amministratore.

*Dedicato a Niccolò Ludovici, che con me si è laureato ed è cresciuto professionalmente, e ora è pubblico ministero presso la Procura del Tribunale di Siena

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