La disciplina del pignoramento presso terzi al banco di prova della Consulta

Di Paola Licci -

Corte cost. 10 luglio 2019, n. 172

Con la sentenza in commento, la Corte costituzionale si è pronunciata in merito alle censure sollevate dal tribunale di Viterbo nel corso degli accertamenti sommari di cui all’art. 549 c.p.c. – a seguito delle contestazioni sorte dopo la dichiarazione negativa del terzo – in relazione agli artt. 548 e 549 c.p.c., così come riformati dapprima dalla l. 24 dicembre 2012 n. 228 e poi dal d.l. 27 giugno 2015, n. 83, convertito con modificazioni nella l. 6 agosto 2015, n. 132.

In particolare, sotto la vigenza della disciplina del pignoramento presso terzi ante riforma del 2015, il tribunale laziale aveva già sollevato il dubbio di costituzionalità delle disposizioni indicate, osservando che con le nuove regole l’accertamento del credito nell’espropriazione forzata presso terzi si sarebbe trasformato in un accertamento sommario dinanzi al giudice dell’esecuzione, facendo venir meno diverse forme di tutela previste nel sistema precedente in favore del terzo pignorato.

Tuttavia all’epoca della prima rimessione, la Consulta, vista la sopravvenienza di modifiche normative agli articoli censurati, restituiva gli atti al giudice di merito, poiché lo ius superveniens avrebbe potuto far venir meno le esigenze di sottoporre al vaglio del Giudice delle leggi gli artt. 548 e 549 c.p.c.

Lo stesso giudice, però, ad un anno dall’ordinanza della Corte, sollevava di nuovo la questione di costituzionalità delle predette norme, ritenendo che persistessero seri dubbi di legittimità costituzionale degli artt. 548 e 549 c.p.c. nella parte in cui stabiliscono le forme del nuovo procedimento per l’accertamento dell’obbligo del terzo pignorato in caso di contestazioni sulla sua dichiarazione, nell’ambito della procedura esecutiva di pignoramento presso terzi.

Stante così l’ordinanza di rimessione, la Corte ha in prima battuta ritenuto manifestamente inammissibile la questione sollevata in relazione all’art. 548 c.p.c., atteso che tale norma non regola l’ipotesi della contestata dichiarazione del terzo (ipotesi ricorrente nel procedimento di merito a quo) bensì quella che regola le conseguenze della mancata dichiarazione del terzo. Ne consegue che la questione in relazione all’art. 548 c.p.c., nei termini in cui è stata sollevata dal tribunale, non può assumere rilevanza ed è perciò inammissibile (sui dubbi di costituzionalità della disciplina contenuta nell’art. 548 c.p.c., con particolare riferimento agli effetti preclusivi della non contestazione, v. Tota, Individuazione e accertamento del credito nell’espropriazione forzata presso terzi, Napoli, 2014, 232 ss.; Id., L’art. 548, 2° co. c.p.c. (dopo il d.l. 12-9-2014, n. 132, in Il processo esecutivo. Liber amicorum Romano Vaccarella, a cura di Capponi, Sassani, Storto, Tiscini, Milano, 2014, 689 ss.).

Quanto all’art. 549 c.p.c., il tribunale di Viterbo ritiene che tale norma, anche dopo le modifiche e gli adattamenti compiuti per effetto della novella del 2015, violi gli artt. 2, 3, 24 e 111 co. 1, 3, 6 e 7 cost., nella parte in cui non regola in maniera compiuta il procedimento di accertamento dell’obbligo del terzo e non garantisce una effettiva tutela del contraddittorio. Nell’ordinanza di rimessione si osserva che non sono chiariti modalità, termini e forme con cui il terzo pignorato diviene (eventualmente) parte del processo; non è determinato il contenuto dell’atto con il quale il  creditore contesta la dichiarazione del terzo; non è previsto quali poteri istruttori abbia il giudice dell’esecuzione nel compiere i «necessari accertamenti» finalizzati a risolvere le contestazioni; non è prevista la possibilità di una normale impugnazione di merito ma solo che l’ordinanza conclusiva del procedimento sia impugnabile nelle forme e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. 617 c.p.c.

Infine, per il tribunale di Viterbo, l’art. 549 c.p.c. violerebbe l’art. 81 cost.

In relazione alla violazione dell’art. 111 co. 1 cost., la Consulta osserva che la nuova disciplina dell’accertamento dell’obbligo del terzo, prevedendo il passaggio da un accertamento a cognizione piena, da concludersi con sentenza sul diritto di credito del debitore nei confronti del terzo, ad un accertamento sommario da svolgersi dinanzi al giudice dell’esecuzione, mira ad assicurare  la celerità e la ragionevole durata del processo, principi che costituiscono «principi fondamentali che governano il processo» e che tale scelta rientra nel margine di discrezionalità del legislatore in materia processuale.

Se da una parte questo è vero, occorre però interrogarsi sulla bontà della regola occasionata da contingenze sociali politiche ed economiche che, in nome di principi di tipo utilitaristico, introduce una procedura sommaria, limitando le garanzie difensive del terzo (sul rapporto tra la funzione frenante delle regole del processo e i principi utilitaristici v. Panzarola, Alla ricerca dei substantialia processus, in Riv. dir. proc. 2015, 679 ss., spec. 695; Id., Una lezione attuale di garantismo processuale: le conferenze messicane di Piero Calamandrei, ivi 2019, 162 ss., spec. 183, 184; Id., Jeremy Bentham  e la «Proportionate Justice», ivi , 2016, 1471 ss.).

V’è però da dire che l’art. 549 c.p.c., frutto dell’ultima riforma del 2015, contiene l’espresso riferimento alla garanzia del contraddittorio tra le parti e il terzo sicché, quantomeno sotto questo profilo, è giusto evidenziare che la tecnica processuale adottata è rispettosa delle garanzie difensive minime delle parti. Non è tuttavia chiaro come il giudice dell’esecuzione possa sollecitare il contraddittorio nei confronti del terzo che resti inattivo nel processo esecutivo(così Capponi, Dieci anni di riforme sull’esecuzione forzata, in judicium.it, 11; Id. Manuale di diritto dell’esecuzione civile, Torino, 2017).

La Consulta analizza poi che la parentesi cognitiva innanzi al giudice dell’esecuzione viene introdotta su istanza di parte, ovvero ad opera dei soggetti legittimati e titolari di interesse a contestare la dichiarazione del terzo, quali il creditore procedente e quelli eventualmente intervenuti, muniti di titolo esecutivo. Il contenuto di tale istanza non è predeterminato dalla legge, né sono fissate dalla norma forme particolari per la proposizione della contestazione che perciò potrebbe anche essere fatta oralmente, purché indichi le ragioni dell’istanza e il quantum dell’obbligo, al fine di consentire l’esercizio della difesa del terzo. Tanto, secondo la pronuncia in commento, sarebbe sufficiente per mettere al riparo l’art. 549 c.p.c. da una dichiarazione di incostituzionalità in relazione all’art. 111 co. 2 e 24 cost. Sembrerebbe peraltro necessario, al fine di dare piena attuazione al contraddittorio, porre a carico del creditore istante la notifica del ricorso o del verbale contenenti la domanda di accertamento dell’obbligo del terzo (cfr. Crivelli, L’accertamento dell’obbligo del terzo, in Ref, 2016, 191, 192).

Quanto al tipo di accertamento compiuto dal giudice dell’esecuzione, la Consulta osserva che il modello di cognizione sommaria è già noto al sistema processuale italiano e che il giudizio fondato sugli accertamenti ritenuti necessari dal giudice dell’esecuzione non può considerarsi lesivo di valori costituzionali. In particolare la Corte richiama i modelli previsti per la risoluzione delle controversie distributive  in sede esecutiva (art. 512 c.p.c.) e per il procedimento sommario di cognizione ex art. 702 bis ss.

Tuttavia, è da notarsi che, benché la tecnica legislativa appaia la medesima, vi sono non trascurabili differenze tra il modello dell’art. 549 c.p.c. e quelli assunti a comparazione dalla Consulta.

Ed invero, con riferimento all’art. 512 c.p.c., ad esempio, creditori concorrenti, debitore esecutato e terzo assoggettato all’espropriazione per debito altrui sono parti del procedimento, mentre il terzo debitor debitoris non è parte della procedura esecutiva e diviene tale solo a seguito dell’incidente cognitivo introdotto per contestare la sua dichiarazione (così Colesanti, Novità non liete per il terzo debitore (cniquant’anni dopo!), in Il processo esecutivo. Liber amicorum Romano Vaccarella, cit., 438 s., e 434 s., il quale ritiene altresì non adeguata al fine la soluzione adottata dal legislatore di compiere accertamenti sommari in sede esecutiva in relazione alla posizione del terzo, allorché il terzo deduca fatti estintivi o impeditivi del preteso credito aggredito).

Il  giudizio di accertamento compiuto dal giudice dell’esecuzione, anche se privo di formalismi, resterebbe un giudizio cognitivo semplificato che pertanto non si discosterebbe dalla natura del vecchio giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo ante riforma del 2012 (v. Russo, Tutela del terzo nel procedimento di espropriazione di crediti dopo la l. 228/2012, in Il processo esecutivo. Liber amicorum Romano Vaccarella, cit., 655), salvo che per il fatto che l’ordinanza di accertamento «produce effetti ai fini del procedimento in corso e dell’esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione», non dando quindi luogo alla formazione di un giudicato sull’an e del quantum del debito del terzo nei confronti dell’esecutato. Sicché l’accertamento compiuto atterrà solo all’assoggettabilità del credito pignorato all’espropriazione forzata, efficace nei rapporti tra creditore procedente e terzo pignorato e, come tale, rilevante solo ai fini del procedimento in corso. Ne consegue quindi che non potrebbe ravvisarsi litispendenza tra un procedimento ex art. 549 c.p.c. e un giudizio sul medesimo rapporto tra debitore e terzo (in senso contrario, con riferimento alla vecchia disciplina, v. Cass., Sez. Un., 13 ottobre 2008, n.  25037).

Tanto è confermato dalla Consulta che fa salva in ogni caso la possibilità per il terzo pignorato di agire successivamente  anche nelle forme dell’azione di ripetizione per indebito oggettivo, posto che l’art. 549 c.p.c., per non ledere il diritto di difesa, non può avere efficacia preclusiva in ordine al diritto del terzo di contestare l’esistenza del credito.

Infine, in relazione ai rimedi esperibili avverso l’ordinanza ex art. 549 c.p.c., è previsto che essa possa essere impugnata nelle forme dell’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.

Tuttavia, in conformità a quanto auspicato da una parte della dottrina, la sentenza in commento precisa che tale opposizione non deve essere limitata a soli vizi formali, potendosi fare valere con essa tutte le ragioni impugnatorie (cfr. Capponi, Dieci anni, cit., 9) e che avverso l’esecuzione intrapresa dal creditore nei confronti del terzo sulla base dell’ordinanza di assegnazione, il terzo potrà ancora avvalersi dell’opposizione ex art. 617 c.p.c. (conf. Cass. 28 ottobre 2018, n. 26702).

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