La deriva della Cassazione e il silenzio dei chierici

Di Bruno Sassani -

Sommario: 1. Prologo: la mitologia della nomofilachia. – 2. L’ambiziosa riforma e il suo flop. – 3. Logica del decidere e vaniloquio. – 4. La compressione del contraddittorio. – 5. La cultura dell’inammissibilità. – 6. Le questioni non decise. – 7. Le altre Corti Supreme. – 8. Precedente, massima, meta-dottrina. – 9. Epilogo.*

1. “Quando sono entrato la Corte era un tempio, oggi è una fabbrica”. Parole di un autorevole Presidente di Sezione della Cassazione che rendono icasticamente la situazione nel­l’anno di grazia 2018. La Corte Suprema italiana sembra aver mutato la propria identità storica, o almeno gli osservatori esterni ne trovano a fatica la traccia[1]. In verità il cammino è iniziato da tempo[2] confortato dall’idea che l’attività che si è andata tipizzando nei decenni la abbia ingabbiata in una congerie di occupazioni spurie, oscurando ed intralciando la sua vera, nobile funzione. L’incentivo al moto è l’invocazione della diversità delle “altre Corti”, cioè l’osservazione che la Corte italiana, con le sue decine di migliaia di ricorsi annui [3] e le sue corrispondenti pronunce sarebbe un unicum, una mostruosità nel panorama delle giurisdizioni comparabili a quella italiana. Manifestando una vera e propria “sindro­me dell’assedio” la Corte ha finito per prendere in mano il proprio destino e il cammino iniziato alcuni decenni fa (motus crescit eundo) è infine sfociato nelle ultime cruciali riforme.

Si può convenire nel fissare il momento cruciale nella c.d. “proposta Brancaccio/Sgroi” [4] che ha svolto il ruolo di vero e proprio manifesto della nomofilachia, termine trasformato nel motto della battaglia da condurre. È il “grido di dolore” della Corte contro un preteso imbarbarimento del giudizio di cassazione, ridotto ad una sorta di terza istanza e bisognoso di recuperare la purezza perduta dell’autentico giudizio di legittimità. Le proposte sono tutte nel senso del recupero della nomofilachia sul presupposto che l’art. 111 (allora) com­ma 2, Cost. che dovrebbe rappresentare la costituzionalizzazione del principio, si sarebbe paradossalmente trasformato nell’ostacolo principale a tale funzione. In questo clima però, l’ampia riforma operata dalla l. n. 353/1990 si rivela alquanto timida nel porre mano al giudizio di legittimità, limitandosi (oltre a ritocchi minori) ad introdurre la possibilità per la Corte di giudicare nel merito dopo la cassazione della sentenza [5], e a disciplinare la revocazione per errore di fatto (già introdotta dalla Consulta).

Il manifesto agisce però in profondità sui comportamenti della Corte che reagisce elaborando strategie di chiusura, di strozzatura dell’accesso segnato da un incremento delle inammissibilità. Ne è emblema la vicenda della “procura spillata” [6], cruda rivelazione della direzione che sarebbe stata imboccata: l’uso del formalismo per contenere la pressione e aggirare il grande ostacolo dell’art. 111, comma 7, Cost. Rispetto agli ordinamenti limitrofi, quello italiano è infatti segnato dalla costituzionalizzazione esplicita del diritto al giu­dizio di cassazione e la storia della Corte è la storia del suo rapporto con una presenza incombente e inquietante. L’art. 111 Cost. deve però la sua interpretazione espansiva proprio alla stessa Corte di cassazione che, in tempi di flussi controllati e ordinati, rigettò la (legittima e ragionevole) interpretazione stretta della prescrizione e si elesse a garante del principio di legalità dilatando la portata del concetto di “decisione” giudiziaria. Quando il flusso ha rotto gli argini, la stessa Corte – apprenti sorcier – è passata dall’invocazione del­l’art. 111 Cost. ad una sorta di sorda lotta con esso, riletto e giustificato in aperta contrad­dizione con la sua storia ed il senso che proprio la lettura data dalla Corte aveva esaltato. Di qui la singolare distinzione che suole farsi tra uno jus litigatoris che giustificherebbe l’accesso alla cassazione sul presupposto della soccombenza, ed uno jus constitutionis che garantirebbe tale accesso solo in presenza di esigenze nomofilattiche eventualmente difettanti nel caso concreto [7]. L’idea è che lo jus litigatoris, cioè l’accesso al giudizio di cassazione in ragione della semplice violazione di legge nel caso concreto non sarebbe coperto dallo scudo costituzionale onde ben potrebbe il legislatore ordinario serrare in maniera rilevante la porta di ingresso, sul che si giustificherebbero anche l’attività di riduzione maltusiana del contenzioso escogitata dalla Corte stessa a tutela del corretto esercizio della sua funzione fondamentale. Questa visione è però abusiva perché nessuno è mai riuscito a leg­gere in maniera piana e convincente l’art. 111, comma 7, Cost. in puri termini di garanzia ordinamentale. A cominciare dalla Corte stessa, prima e principale responsabile della interpretazione spinta della norma quale usbergo dei diritti soggettivi: la figura del ricorso straordinario è stata da essa creata (e tenacemente mantenuta) sulla certezza che la garanzia costituzionale abbia contenuto soggettivo.

La leva adoperata è l’art. 65 T.U. ord. giud. letto quale investitura della Corte della c.d. funzione nomofilattica a detrimento della funzione di controllo propria di un ordinario mezzo di impugnazione. Ma è facile obiettare che il primo dei compiti assegnati alla Corte dall’art. 65 è garantire la “esatta osservanza” della legge, cioè il controllo della concreta attuazione del principio di legalità. Ed è appunto questa – in conformità con la storia della Corte – la garanzia espressa dalla volontà del costituente di non lasciare i destinatari dei provvedimenti giurisdizionali privi del supremo controllo di legalità. Contraddizione patente, quindi, con l’idea che la garanzia costituzionale riguardi l’interesse (prospettico) al­l’uniformità dell’interpretazione, e che sia quindi conforme alla ratio dell’art. 111 Cost. sacrificare la funzione primaria della Corte del controllo della “esatta osservanza” – i.e. della repressione della avvenuta inosservanza della legge da parte del giudice del merito – a favore della edificazione di un sistema di regole pro futuro.

Nel suo significato autentico (coincidente con la prospettazione di Calamandrei) con “funzione nomofilattica” si designa la funzione fondante della Corte di cassazione, cioè il compito di reprimere [8] la violazione concretamente perpetrata dal giudice del merito [9]. Ciò significa che la Corte siede a garanzia del principio di legalità, principio che essa tutela nel momento più delicato, quello cioè successivo alla sua applicazione. In tale accezione, nomofilachia coincide però con legittimità, mentre resta concettualmente distinta dall’ufficio della Corte di regolare in prospettiva l’interpretazione giudiziaria del diritto obiettivo in vista della sua uniformazione, attività di unificazione della giurisprudenza esercitata in nome della auctoritas rerum similiter iudicatarum. Se questo è vero, pensare che il rimedio all’af­follamento sia scegliere la via di un controllo di legittimità sempre più focalizzato su sterilizzate quaestiones iuris, e sempre meno toccato dai fatti, dai diritti e dagli interessi delle parti, è un peccato capitale

2.Negli anni successivi alla riforma del 1990, il dibattito procede connotato più dall’insofferenza della Corte che da mutamenti legislativi davvero significativi finché, nel clima di montante reazione della Corte alla “sindrome dell’assedio”, l’ambizioso d.lgs. n. 40/2006[10] vuole segnare un momento di tregua e di approfondimento. La riforma è ampia, razionale e ragionevolmente protesa a controllare l’accesso e a fluidificare lo svolgimento del giudizio senza rinnegare l’esperienza storica della Corte. A parte una serie di modifiche tecniche alla procedura, la riforma rafforza il ruolo della funzione nomofilattica (in senso molto generico, a dire il vero) della Corte[11] e trova il suo punto qualificante nell’introdu­zione del c.d. quesito di diritto. Nella prospettiva di tenere a bada l’abuso del ricorso – cioè la (comprensibile) propensione dell’avvocato italiano a non farsi intimidire dalla “fattualità” delle questioni e delle relative censure – la riforma del 2006 impone al ricorrente, a pena di inammissibilità (art. 366-bis c.p.c.), di porre alla Corte un preciso quesito di diritto a completamento del motivo di ricorso. L’adozione della norma è espressamente invocata dai vertici dalla Cassazione con l’argomento che con essa verrebbe nettamente migliorato il dialogo tra ricorrente e giudicante: il quesito dovrebbe imporre al primo di chiarire la portata “di legittimità” del motivo proposto enucleandone in termini sintetici ed espliciti l’effettiva questione di diritto sottesa; dovrebbe, di converso, sgravare la Corte dal compito (improprio e faticoso) di recuperare, da inestricabili miscugli di fatto e diritto, lo specifico profilo di legittimità in gioco.

Quel che accade nel triennio successivo è storia. Con un accanimento di rara capziosità, in un clima di ambiguo formalismo e nella compiaciuta indifferenza dei vertici, il quesito si trasforma rapidamente in una trappola per il ricorrente: l’inammissibilità per “uso improprio” del quesito viene usata in maniera così massiccia da fondare il sospetto che la Corte abbia finalmente reperito il mezzo ideale per deflazionare il contenzioso. La situazione è tale da far paradossalmente rimpiangere la trovata della procura spillata: irrazionalità per irrazionalità, almeno lì la fattispecie di inammissibilità era chiara, univoca (e quindi prevedibile) mentre nel caso del quesito è praticamente impossibile rappresentarsi se la sua concreta formulazione rientri o meno nelle capricciose, nebulosissime prescrizioni che la Corte va dettando negli anni successivi alla riforma del 2006 [12]. La reazione della classe forense è stavolta corale e (proprio come nel caso della procura spillata) conduce ad un in­tervento legislativo (l. n. 69/2009) che abroga seccamente l’art. 366-bis c.p.c. Il tentativo di razionalizzazione del sistema è fallito ma ha rafforzato la sfiducia nella Corte inoculata dallo shock della “procura spillata”: il quesito si rivela la sperimentazione di una inammissibilità a buon mercato che diverrà di lì in poi la chiave di volta dell’atteggiamento della Corte. L’illusione di una strada condivisa è definitivamente perduta: da allora in poi la Corte si muoverà in maniera di scrivere e dettare a se stessa le proprie regole incurante di ogni voce critica proveniente dal suo esterno.

Dall’idea che il d.lgs. n. 40/2006 consacri l’equazione “cassazione = nomofilachia”, la Corte ha ricavato ormai l’auto investitura a comprimere e ristrutturare gli spazi del giudizio affidatole. Al fallimento del “quesito” succede così l’idea salvifica di un “filtro” all’ac­cesso. Un primo tentativo – giunto fino alle soglie dell’approvazione parlamentare – di introdurre filtri forti, cioè sbarramenti idonei a comprimere significativamente l’accesso, viene sventato in extremis [13]. Con l’aggiunta di un-bis all’art. 360 c.p.c., nel luglio 2009 ven­gono infatti introdotte due nuove fattispecie di inammissibilità del ricorso con funzione di filtri. Si tratta però di filtri deboli. Ne è conferma il fatto che non scoraggiano nessuno dei potenziali ricorrenti che, anzi, crescono di numero negli anni immediatamente successivi. La l. n. 69/2009 [14] sarà tuttavia l’ultima legge “bilanciata”, cioè non un monologo della Corte bensì il frutto di un ponderato confronto tra gli interessi che si incrociano e le voci che li rappresentano. Di lì in poi infatti la Corte prenderà in mano il proprio destino ottenendo dal potere esecutivo e da un distratto Parlamento, per ben due volte, la facoltà di confezionarsi su misura l’abito da indossare

3. Poiché l’idea del filtro forte vacilla di fronte al (pur riletto ed alterato) art. 111, comma 7, Cost., la legittimazione alla restrizione all’accesso viene cercata altrove. La via della inammissibilità passa allora attraverso il restringimento dell’ambito del giudizio. A tre estati di distanza dalla legge del luglio 2009, il d.l. n. 83/2012, convertito nella l. n. 134/2012, sembra avere ad oggetto principale l’appello, ma modifica davvero in profondità il giudizio di cassazione[15]. Lo snodo è rappresentato dalla riscrittura del n. 5 dell’art. 360 c.p.c.: la ricorribilità “per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio” viene cancellata e sostituita dalla ricorribilità “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. La modifica ha un fortissimo impatto sull’intero sistema del controllo della decisione giudiziaria[16]: lo scenario globale del giudizio di cassazione ne esce profondamente modificato.

Di fronte alla forte perplessità degli avvocati e della dottrina processuale – ed alla obiet­tiva difficoltà per la stessa Corte di decifrare il quadro – le Sezioni Unite cercano di fare chiarezza con due sentenze gemelle del 2014 (n. 8053 e n. 8054) che sono però una esangue risposta al problema. Detto in estrema sintesi, la Corte vede nella modifica del n. 5 dell’art. 360 c.p.c. la consacrazione legislativa e la generalizzazione a tutti i ricorsi di una scelta che essa stessa aveva patrocinato nei confronti del ricorso c.d. straordinario. Le citate sentenze del 2014 delle Sezioni Unite riconducono infatti esplicitamente alla logica ed agli argomenti di sez. un. n. 246/1992 – che aveva limitato alla denuncia di violazione di legge, con esclusione di ogni censura alla motivazione, il ricorso straordinario – l’interpre­tazione della nuova norma [17]. Poiché però esiste pur sempre una norma costituzionale che impone di motivare le sentenze (l’art. 111, comma 6, Cost. sarebbe troppo marcatamente contraddetto da una assoluta libertà di motivare in perfetto arbitrio o non motivare affatto), il controllo della Corte può spingersi fino alla cassazione della pronuncia eventualmente sprovvista di motivazione, ovvero dotata della c.d. “motivazione apparente”, o ancora di motivazione palesemente contraddittoria; a restare esclusa sarebbe invece la censurabilità della motivazione insufficiente. La chiarezza di tale dichiarazione di principio è però illusoria, essendo del tutto artificiale, e in definitiva inconferente rispetto ai problemi reali del motivare, distinguere una “motivazione/non motivazione” da una motivazione insufficiente [18]. In ogni caso, data la inutilizzabilità del nuovo n. 5 rispetto ai problemi del controllo motivazionale [19], il rimedio per i vizi di motivazione ancora ammessi deve essere trovato altrove e, in tale direzione, torna a galla l’antico utensile adoperato dalla Cassazione del Regno della nullità della sentenza per violazione di un suo requisito legale: la sentenza del tutto priva di motivazione, dotata di motivazione apparente ovvero di motivazione contraddittoria incorre in violazione di legge (comb. disp. degli artt. 111, comma 6, Cost. e 132 c.p.c.) che ne giustifica la cassazione. Una bella complicazione rispetto alla semplice utilizzabilità della formula del precedente n. 5 che portava la censura al cuore del problema: il punctum dolens è sempre stato quello di evitare che dietro l’etichetta della insufficienza della motivazione la Corte fosse indotta a riformulare quei giudizi squisitamente di merito, frutto di legittima scelta del giudicante, che essa sente estranei alla propria dimensione, ma la soluzione di questo eterno problema – inevitabilmente affidato alla sensibilità culturale dei giudici di legittimità – si poteva dire tranquillamente risolto dall’espe­rienza di più di sessanta anni di applicazione della formula tradizionale del n. 5 [20]. A volerla dire tutta, di una prescrizione quale quella storicamente incarnata dal n. 5 dell’art. 360 non vi sarebbe, a rigore, bisogno: quel che si soleva riportare a tale prescrizione è insito nel concetto stesso di mancato rispetto del diritto da parte del giudice del merito, poiché dell’intervenuta applicazione della legge il controllore supremo può conoscere solo ripercorrendo la vicenda evocata in sentenza. Il che supera la tematica della motivazione della sentenza e mostra come il dibattito sia falsamente imprigionato nella impropria teorica della nullità.

L’infondatezza dell’idea che il taglio del controllo di razionalità segua un modello adottato da altre Corti Supreme è rivelata dal fatto che, nella patria della Cassazione, di fronte ad una norma (art. 604 codice di procedura civile francese) che prevede un unico motivo sintetizzato quale “non conformità alle regole del diritto” (e quindi di fronte a qualcosa di corrispondente linguisticamente e semanticamente a “violazione di legge”, ovvero a “violazione o falsa applicazione di norme di diritto”), nessuno ha mai dubitato che tra i legittimi motivi di ricorso dovesse ricomprendersi anche il défaut de base légale che altro non è che la dubbia riconducibilità della conclusione alle sue premesse. Non è altro, cioè, che la deprecata insufficienza della motivazione: il défaut de base legale empêche les juges du fond de faire obstacle au contrôle de Cour de cassation en dissimulant une illégalité derrière un silence ou une ambiguité [21].

Stesso a dirsi per la sintesi dell’insieme degli errori di diritto nella formula unitaria e onnicomprensiva della ZPO tedesca (§ 549) che parla semplicemente di “violazione del diritto federale”. Il § 550 specifica che “la legge è violata se una norma di diritto non è stata applicata o non è stata applicata correttamente” ma si ritiene pacificamente che nella Gesetzes- verletzung rientrino le violazioni delle leggi della logica e, più in generale, del corretto ragionare (Denkgesetze), delle massime di esperienza (Erfahrungssätze), delle valutazioni discrezionali (Ermessen), dei concetti giuridici indeterminati (unbestimmte Rechtsbegriffe) ferma restando l’e­sclusione del diretto accertamento dei fatti riservato al giudice del merito (ma, ovviamente, non le Einschränkungsregeln di tale accertamento).

La dottrina processualistica prevalente ha accolto negativamente la riscrittura dell’art. 360, n. 5, c.p.c. [22] ma si è mantenuta in un ambito di critica controllata che induce molti a sminuire la portata rivoluzionaria della modifica [23]. Autorevolissima dottrina peraltro stima meno rilevante di quanto sembri a prima vista la modifica [24]: essa tende a minimizzarne la portata sulla base di argomenti che, rifacendosi alla lunga esperienza del rapporto tra la Cassazione e il motivo del controllo della motivazione, si risolvono in una apertura di credito alla Corte. Il controllo resterebbe ineliminabile: a) per ragioni intrinseche alla natura del giudizio di legittimità; b) per ragioni storiche (all’epoca in cui – codice del 1865 – la legislazione processuale nulla prevedeva la Corte continuò ad esercitare il controllo, seppure mascherato da giudizio sulla nullità della sentenza); c) per ragioni legate al­la garanzia costituzionale del ricorso (l’art. 111, comma 7, Cost. verrebbe applicato in ma­niera monca, se fosse privato della possibilità di censurare la motivazione). L’opinione è suggestiva e, presa in sé, non fa una grinza: essa però svaluta la forza della intentio legis [25] e della prospettiva emergente dallo spirito dei tempi, spirito facilmente ricostruibile osservando le linee convergenti di legislazione e giurisprudenza negli ultimi lustri. Cruda voluntas legis è infatti lo smaltimento del contenzioso a tutti i costi e l’operazione è un semaforo rosso per il meccanismo del controllo indiretto che, macchiandosi con i fatti, è accusato di intralciare l’incedere della nomofilachia [26]. È vero che lo sforzo delle Sezioni Unite di ridurre il controllo di ragionevolezza della decisione al tema della motivazione si risolve in quella solenne incomprensione del problema che è il tentativo di graduare i suoi vizi attraverso vuote formule definitorie, ma è anche vero che affermazioni quali “una motivazione insufficiente non integra violazione di legge o nullità della sentenza” vanno considerate non nel loro (vuoto) valore intrinseco ma nella funzione performativa propria di espressioni quali “tutti a casa” o “guai ai vinti”.

L’opzione attuale è frutto di un errore di prospettiva radicato in una sostanziale incomprensione del fenomeno del controllo di legittimità. Controllo confusamente attratto dalla generica idea che il riscatto della Corte sia affidato alla sua funzione c.d. “nomofilattica”, versione salvifica del giudizio di legittimità, cioè del giudizio di controllo e garanzia del rispetto, da parte del giudice della sentenza impugnata, della legge nel caso concreto. Caso concreto vuol però dire fatto (giuridico non meno che storico) e vuol spesso dire scelta tra le opzioni possibili: senza considerazione del fatto, come mediato dal giudizio, non è possibile giudicare del rispetto della legge, e, per conseguenza, non è neppure possibile svol­gere una funzione lato sensu nomofilattica. La collaudata tecnica del controllo indiretto della violazione di legge, raffinato strumento delle moderne Corti Supreme, sembra destinata ad applicazioni sporadiche e capricciose, se non ad atrofizzarsi

4.L’intervento sul n. 5 dell’art. 360 c.p.c. pone una pesante ipoteca sulla funzione della Corte di Cassazione perché cancella, con un colpo di spugna, un intero tratto della cultura della Corte[27]. Eppure la sua portata impallidisce di fronte alla riscrittura della procedura decisoria del giudizio di cassazione operato dal c.d. “decreto giustizia” (n. 168/2016 convertito con “modificazioni” dalla l. 25 ottobre 2016, n. 197)[28]. Con questo provvedimento (elaborato, scritto e propulso dalla Corte stessa) la Corte ristruttura il proprio modus operandi togliendo alla pubblica udienza la sua funzione di principale forma del procedimento decisorio a favore della camera di consiglio c.d. “non partecipata”. La Corte ha riscritto così le proprie regole sancendo la cancellazione definitiva dell’intesa che aveva presieduto al d.lgs. n. 40/2006 frutto dell’equilibrio tra Corte, avvocatura e processualistica accademica. Quel­l’intesa era stata immediatamente abiurata nei fatti con il sabotaggio del quesito di diritto ma la l. n. 197/2016 ha segnato il coronamento di un potere della Corte di legiferare su di sé, sicché diventa vano parlare di scopi comuni.

La prassi attuale della nuova procedura vede una netta prevalenza della forma della camera di consiglio senza partecipazione di avvocato, rispetto alla pubblica udienza. Poche o nulle sono state le proteste della classe forense espulsa dalla partecipazione fisica alla fase decisoria della causa, con buona pace della retorica dell’oralità [29]. Eppure tutti sanno che ci sono cose che possono comunicarsi solo attraverso i segnali diretti della presenza fisica. Tanto più che il messaggio prevalso è quello della opportunità della pronta risposta attraverso il c.d. screening del ricorso, vale a dire il suo esame veloce propedeutico ad una altrettanto veloce risposta. La pressione verso questo modello di comportamento ha dilatato (inevitabilmente) la possibilità dell’esonero dalla risposta sotto pretesto della improprietà della doman­da e l’affievolirsi (inevitabile) dell’obbligo di diligenza commisurata ad una prestazione del­l’altezza del giudicare al vertice. Questo deriva dall’impulso a motivare “al minimo” che porta (inevitabilmente) alla ricerca della soluzione più agevole da giustificare a scapito del rigore logico-giuridico che richiede risorse di tempo, attenzione ed energia sempre più labili.

La chiusura del cerchio è rappresentata dall’umiliazione del contraddittorio che consegue alla rigida esclusione degli avvocati da quello che ormai è il procedimento fisiologico della fase decisoria del ricorso. In precedenza, grazie al progetto di sentenza costituito dalla Relazione allegata all’avviso di camera di consiglio, l’avvocato era da un lato in grado di focalizzare le sue repliche, dall’altro di chiedere di essere ammesso alla discussione orale se la riteneva necessaria. Malgrado l’identità di nome, la nuova camera di consiglio, degradata la vecchia Relazione ad una più o meno immotivata Proposta (crocetta su prestampato), non dà luogo ad alcun incontro tra parti e giudice costituendo una semplice decisione in camera atque in absentia [30]. Si obietterà che questo non è vero per la “camera ordinaria” (quella cioè degli artt. 375, comma 2 e 380-bis c.p.c., non intesa a pronunciare inammissibilità e manifeste infondatezze/fondatezze) che dà la possibilità delle parti di replicare per iscritto alle conclusioni scritte del pubblico ministero. Ma le cose non funzionano meglio all’atto pratico: le conclusioni del p.m. possono ben mancare (finora sono mancate nella grande maggioranza dei casi) e il vulnus al contraddittorio è tangibile nel fatto che il controricorrente (la cui memoria può al massimo parafrasare quanto già detto in controricorso) non ha alcuna possibilità di replicare alla memoria con cui il ricorrente argomenta per la prima volta nei confronti del suo controricorso. Il controricorrente è, in questo caso, “parte silenziata” con buona pace del principio di parità delle armi. Giusto processo à la carte, come si vede, con le beffe delle (ormai molte) ordinanze che chiariscono che l’eliminazione della presenza fisica dell’avvocato dal giudizio di cassazione non viola l’art. 6 Cedu perché l’oralità è garantita negli altri gradi del processo. No comment

5.Corona questa situazione l’impennata delle revocazioni per errore di fatto. I meno giovani ricorderanno che l’introduzione dell’istituto apparve ad alcuni, all’epoca, quasi una provocazione perché copriva con la dignità di un istituto giuridico un vizio che, se astrattamente possibile, appariva statisticamente improbabile nella realtà di una procedura di provata serietà quale il giudizio di cassazione. Vien da pensare che il capovolgimento attuale sia il corollario di una posizione coerente partecipata dalla una logica perversa che va dall’esigenza dello screening del ricorso che ha condotto alla creazione di una VI Sezione investita della peculiare funzione di “smaltimento”, all’ordinanza succintamente motivata, alla camera di consiglio non partecipata, alla presunzione di inammissibilità che è onere del ricorrente superare.

Presunzione di inammissibilità alimentata dal c.d. “principio” di autosufficienza [31]. Che si tratti di principio è articolo di fede perché nessuno sa indicare da dove si ricavi, ma tant’è. La ragionevole istanza che il ricorrente metta il collegio in grado di verificare senza complesse ricerche la fondatezza delle proprie affermazioni [32] si è trasformata in un “catenaccio” che getta nel panico i ricorrenti che si chiedono non solo “cosa” debbano inserire nell’atto, ma anche “come”, per tema di sentirsi dichiarare una inammissibilità da insufficienza dei dati. Sul punto la Corte dice cose varie e fluttuanti, con buona pace della ragionevole conoscibilità delle regole del gioco.

Accanto a ciò la fantasia si sbizzarrisce nella fabbrica delle inammissibilità, e delle improcedibilità, peraltro spesso affidate ad iniziative d’ufficio e miracolosamente scovate dove nessuno immaginava potessero nascondersi (sviluppi, talora, di obiter dicta della “giurisprudenza predittiva” figlia della infatuazione nomofilattica). L’impressione è che tra la soluzione più semplice e di buon senso e quella arzigogolata e posticcia la Corte finisca per preferire quest’ultima. È – nel campo del processo di cassazione – il trionfo di una cultura del formalismo, cioè del diritto processuale svuotato di ogni spirito vitale. Una subcultura del processo che incoraggia l’uso di trappole argomentative non di rado riassumibili solo con la formula superior stabat lupus. Ovviamente di tanto in tanto la Corte è costretta a riconoscere che certe soluzioni praticate non sono sostenibili alla luce del buon senso e le corregge ma questo accade di regola dopo che la soluzione irragionevole ha mietuto le sue vittime [33]

6. Contribuisce non poco al confuso quadro evidenziato il problema irrisolto dello status delle questioni non decise dal giudice di merito. La cosa vale innanzitutto per le questioni pretermesse in violazione del dovere di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Il problema è l’apertura – con la chiave della c.d. durata ragionevole – del rescissorio alle questioni assorbite o comunque non decise (qui, a onor del vero, la responsabilità della Corte è partagée con una certa insufficienza, o una certa indifferenza, della riflessione dottrinale).

La possibilità di decisione nel merito in rapporto alla cassazione per vizio di attività discende dalla riforma dell’art. 384 ,comma 2, c.p.c. da parte del d.lgs. n. 40/2006 che, nel confermare il potere del giudice di decidere nel merito “qualora non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto”, tagliò l’inciso “quando accoglie il ricorso per violazione o falsa applicazione di norme di diritto” prudentemente inserito dalla l. n. 353/1990. Se è indubbio che il riscontro di una violazione dell’art. 112 c.p.c. da parte del giudice d’appello obbliga questo a decidere nel merito, la questione si presenta decisamente più delicata in cassazione perché resta da appurare innanzitutto se al giudice di legittimità sia consentito di pronunciarsi per la prima volta su questioni mai decise in sede di merito. A favore della risposta positiva potrebbe non bastare addurre la superfluità di “ulteriori” accertamenti di fatto perché accertamenti del genere potrebbero non esservi mai stati, sicché si può ragionevolmente dubitare che il compito di giudicare in prima battuta sia stato affidato alla Corte. Potrebbe talora essere ragionevole che questo accada, ma, dipendendo molto (troppo) dalle circostanze avveratesi, non se ne può fare una regola. E anche quando sono fuori gioco accertamenti di fatto, il giudizio emanando dalla Corte di legittimità su questione vergine potrebbe aver natura di libera valutazione del giudice di merito, o comunque esprimere, se non una discrezionalità, una legittima indeterminazione della soluzione trasudante “merito” e spettante (come tale) al giudice di merito.

Queste perplessità valgono anche (a fortiori) per le questioni ritualmente assorbite; e neppure si può escludere che il problema possa talora porsi anche per la cassazione in accoglimento dell’attuale n. 5 dell’art. 360 c.p.c. (anche essa una omissione di giudizio che richiede un nuovo giudizio). L’incertezza del trattamento delle questioni non decise produce tragiche incertezze in capo al ricorrente. Questi sapeva un tempo che, in ipotesi di cassazione della sentenza, del merito di tali questioni si sarebbe occupato il giudice del rinvio, e non si curava pertanto di affrontarle prima di una cassazione della sentenza eventuale ed incerta. Poiché però, complice la disinvolta diffusione della formula “ragionevole durata del processo” impiegata a mo’ di mantra dalla Corte, si assiste sempre più spesso a decisioni nel merito di questioni mai decise in precedenza, la confezione del ricorso ne resta problematicamente condizionata. Cassata la sentenza sul presupposto dell’errore nell’impiego di un certo criterio di computo del danno piuttosto che di un altro, pronuncerà la Corte la relativa condanna o rimetterà al rinvio? Cassata la sentenza sul presupposto dell’errore nella individuazione del tipo di prescrizione, pronuncerà la Corte anche sull’eccezione di interruzione dedotta (ed eventualmente anche oggetto di prova ma) mai decisa in precedenza perché resa irrilevante dalla tipologia di prescrizione applicata? Qui il fatto è agli atti ma ha la Corte il potere di “giudicare” in fatto? Il ricorrente può solo consultare la sfera di cristallo.

Ragionevolezza e giustizia vorrebbero che questi problemi fossero innanzitutto proble­mi della Corte che, una volta autoinvestitasi del potere di giudice della ragionevole durata per evitare al massimo la iattura dei tempi del rinvio, nel rispetto delle altre componenti del concetto di giusto processo, a fronte della prospettiva dell’accoglimento e della cassazione dovrebbe evitare alla parte il compito ingrato di costruire il ricorso sul principio della Eventualmaxime, e dovrebbe indicare alle parti tale possibilità invitandole a contraddire (se tale contraddittorio non sia già agli atti e si riveli congruo rispetto al decidendum) proprio sulle questioni assorbite o comunque non decise. A tal fine il legislatore del 2006 aveva sentito il bisogno di scrivere l’art. 384, comma 3, c.p.c. che impone di provocare il contraddittorio su questioni rilevate d’ufficio.

Ora, non v’è dubbio che tali questioni siano rilevabili d’ufficio, anzi che si tratti di questioni specificamente rimesse alla sensibilità del giudice proprio perché oggetto di un giudizio “riflessivo”, un giudizio su un proprio comportamento non prevedibile dalla parte perché soggetto a variabili valutative esulanti dalla sfera conoscitiva di questa. Ne segue che obbligo primario della Corte sarebbe quello di dare applicazione all’art. 384, comma 3, c.p.c. e di mettere in condizione le parti di godere del diritto al contraddittorio su un punto essenziale in maniera simmetrica a come ne godrebbero se si trovassero di fronte al giudice del rinvio. Ma questo accade molto, molto di rado, sicché il ricorrente può tranquillamente trovarsi nella situazione di spettatore di pronunce del tipo “la Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza d’appello ma, decidendo nel merito, rigetta l’appello”, senza aver potuto interloquire sulla seconda parte della decisione: di fronte al giudice del rinvio avrebbe avuto tutte le possibilità di contraddire ma la cosa non conta, evidentemente, per la Corte. Viva la ragionevole durata!

Dove si vede come il concetto di giusto processo giochi brutti scherzi: un principio fondante, un assioma della tutela giurisdizionale quale il contraddittorio resta oscurato da un principio importante, ma delicato a maneggiarsi e certamente subordinato al primo, quale la esigenza della durata ragionevole della procedura. La deriva della Cassazione è anche questo. È la sua insensibilità al contraddittorio, la stessa che le fa dire che non viola al­cun principio l’assenza fisica imposta all’avvocato e che qui le impedisce di comprendere che il giudice non è solo controllore di un contraddittorio circoscritto alle parti ma “doit, en toutes circonstances, faire observer et observer lui-même le principe de la contradiction” (per esprimersi con l’art. 16 del code de procédure civile francese)

7. Argomento retorico di successo nel senso della riduzione d’ambito dell’art. 111 Cost. è la ricorrente comparazione con le “altre Corti”, cioè con la situazione delle Corti supreme in giurisdizioni con cui sarebbe ragionevole confrontarsi. Questa comparazione sarebbe a tutto svantaggio della Corte italiana, l’ingresso al cui giudizio sarebbe agevolato da un sistema di impugnazioni troppo largo per mancanza di seri filtri, mentre il numero delle pronunce delle altre Corti proverebbe una istituzionale difficoltà d’accesso al giudizio finale di legittimità. Il discorso è però scivoloso perché rischia di ignorare i dati fondamentali della storia e della esperienza specifiche della Corte italiana e rischia di far credere che i 45.000 ricorsi annui si facciano per divertimento, faciloneria o loschi motivi. Difficile essendo la comparazione con le Corti supreme di common law, il discorso va riportato alla comparazione con le principali Corti europee di civil law.

Il discorso appare però condizionato in partenza per la presenza nel sistema italiano (e solo in esso) di una esplicita garanzia costituzionale del ricorso. Se non si supera questo dato non ha costrutto dire che negli altri paesi le Corti Supreme hanno meno clienti: i ricorrenti sono di meno perché il ricorso non è garantito, onde le soluzioni restrittive dell’ac­cesso ricevono dalla legge ordinaria quella legittimità che in Italia non possono avere. Il dato è oggettivo ed è difficilmente superabile con il gioco di parole dello jus consitutionis contropposto allo jus litigatoris che vorrebbe ribaltare il senso della prescrizione costituzio­nale ma funziona male all’atto pratico.

Dato costituzionale a parte, la comparazione comunque zoppica perché i dati impiegati difettano di omogeneità. Per fare un solo esempio, la comparazione che si suole fare con una asserita Corte Suprema tedesca ha poco costrutto per la semplice ragione che di Corti supreme l’ordinamento tedesco ne ha parecchie: non è quindi corretto comparare una Corte di cassazione quale quella italiana, che vede i numeri dei suoi ricorsi quasi raddoppiare in ragione del contenzioso tributario, con un Bundesgerichtshof che di questioni tributarie non si occupa, giudicando solo delle materie civile e commerciale. Al Bundesgerichtshof è del tutto estranea la giurisdizione tributaria, giurisdizione affidata in ultima istanza al Bundesfinanzhof (art. 95 GG). Ma non basta: il Bundesgerichtshof non si occupa neppure del contenzioso del lavoro né di quello, a sua volta distinto dalla materia del lavoro, della sicurezza sociale, perché queste materie danno luogo alle autonome Rechtswege culminanti nelle distinte ed autonome oberste Gerichtshöfe (art. 95 GG) del Bundesarbeitsgericht e del Bundessozialgericht. Tolto allora dal quadro il contenzioso tributario (cioè dimezzato quasi il numero dei ricorsi) occorre ancora sottrarre l’ampia fetta di contenzioso soddisfatto dalla sezione lavoro della unica Corte italiana. Insomma, i conti non tornano!

La guerra intrapresa all’accesso in nome delle “altre Corti” mostra di tralasciare storia, esperienza, contesto. Non ha allora senso esorcizzare l’eccesso di contenzioso ignorando le esigenze che lo alimentano, immaginando cioè che la soluzione sia l’incremento esponenziale delle inammissibilità o dei rigetti. Il contenzioso infatti non tocca la Corte in maniera differente da come tocca l’apparato giudiziario nel suo complesso, ed è arbitraria la pretesa di distinguersi dal resto della macchina come se la purezza della propria funzione non consentisse di sporcarsi le mani come i giudici del merito. Il giudizio di cassazione è infatti solo il riflesso in vertice di un sistema globale di mediocrissima gestione di un contenzioso ingente ma non per questo ingiustificato. Il ricorso ai Tribunali è in verità alimentato da robuste ragioni economico-sociali, prima tra tutte l’endemica, disinvolta disapplicazione della legge a proprio favore da parte della maggioranza dei consociati. La piazza d’onore spetta alla pubblica amministrazione, quella pubblica amministrazione che detiene la medaglia di debitore inadempiente par excellence e, conseguentemente, di ospite usuale delle aule di giustizia. Seguono poi gli inadempimenti quotidiani dei privati nei loro rapporti ci­vili e commerciali, l’evasione fiscale e contributiva (che si specchia nella prepotente insensibilità degli organi e nella farraginosità delle procedure fiscali), la cronica violazione delle norme edilizie, delle norme sul lavoro, eccetera. Ancora in maniera massiccia contribuisce la moltiplicazione di obblighi e adempimenti causata dalla proliferazione normativa, favorita a sua volta dalla moltiplicazione delle fonti interne ed esterne con conseguente contenzioso da complicazione ricognitiva e incertezza applicativa. Esercita infine peso crescente l’aumento ininterrotto dei diritti e corrispondenti tutele in cui si nobilitano interessi ed esigenze in precedenza non giuridificati o non dotati di sufficiente protezione.

8. La deriva della Corte si vede infine sotto un ulteriore aspetto che rappresenta, in un certo senso, l’altra faccia della medaglia del comportamento fin qui osservato. Una certa idea di nomofilachia, accoppiata alla scarsa dimestichezza della tradizione giuridica e giurisdizionale italiana con la cultura del precedente giudiziario, ha reso possibile lo scivolamento della Corte verso una sorta di deriva “dottrinalistica”, spesso acriticamente applaudita. Ne sono protagoniste per lo più le decisioni che debbono fornire risposta a quesiti di natura processuale (la materialità del diritto sostanziale impedisce di volare troppo alto nell’empireo dei concetti)[34]. All’incremento della sommarietà della motivazione nella mag­gior parte dei casi si contrappone – soprattutto da parte delle Sezioni Unite – la tecnica delle sentenze-trattato, lunghe ed elaborate sentenze per cui il caso da decidere è più l’occasione per fare “scienza” che per ricavare dal caso sottoposto il principio di diritto che esso caso impone[35]. Si osserva allora lo sfalsamento informativo tra la Corte Suprema ed i suoi naturali destinatari. L’idea che la nomofilachia rappresenti l’essenza del compito della Cassazione ha probabilmente fornito a molti estensori il pretesto per coltivare una forma di letteratura giudiziaria caratterizzata da un qualcosa che chiamerei “motivazione irrelata”. Si tratta del “trattato giudiziario”, della sentenza fuori misura che solo per accidens sembra esprimere il deciso, cioè la consapevole scelta collegiale. La decisione è, infatti, avvolta nel flusso di pensiero dell’estensore, che – ben oltre l’ansia di mettere a disposizione del lettore tutto ciò che serve alla comprensione della pronuncia – finisce per sovrapporre alla delibera del collegio un discorso personale, privo di misura ed esorbitante rispetto al caso di specie, perché inteso a ridisegnare il sistema. Fiorisce così una “dottrina giudiziaria” che, formandosi in sede impropria e senza le costrizioni proprie della letteratura scientifica, dà luogo ad una “paradottrina” tendenzialmente creatrice non di un precedente di giudizio ma di un precedente di sistema latore spesso di esiti negativi per la razionale organizzazione degli istituti e, in definitiva, per la certezza del diritto (che dovrebbe invece essere l’obiettivo perseguito) [36].

Sempre più spesso, in luogo di principi cautamente ricavati dal caso giudicato e dalla ratio che ha presieduto alla scelta operata, le massime delle Sezioni Unite si presentano come proposizioni (non estratte ma) astratte dal conflitto sottoposto. Ne segue che esse tendono a modellarsi sulla struttura degli enunciati legislativi in uno sforzo di generalizzazione che, inteso a nobilitarle, perde purtroppo per strada le stimmate e i limiti del caso giudicato. Il che confligge con l’invocazione, sempre più ripetuta, di una “cultura del precedente” che è evidentemente altra cosa [37].

Il problema non è certo nuovo: esso affonda nella distorsione del procedere non per casi ma per massime, ed è superfluo richiamare in proposito le ricerche e le conclusioni di Gorla. Eppure esso oggi appare aggravato da una sorta di deriva autoritaria espressione della quale è una lettura dell’art. 360-bis c.p.c. che tende a legare l’ammissibilità del ricorso al rispetto di una ortodossia costruita su massime buone per ogni occasione, cioè su regole caratterizzate da un ambito semantico eccedente rispetto alla soluzione del problema affrontato e risolto. Si tratta di un procedere incauto che porta paradossalmente ad incrementare l’incertezza proprio dove vorrebbe fare certezza

9. La Corte di cassazione italiana, appare oggi vittima di se stessa e del sistema giurisdizionale nel suo complesso. A partire dal fatto che la tutela dei diritti non trova veri sbocchi fuori dal ricorso al giudice (complice una visione idealisticamente totalizzante e storicamente datata dello access to justice e di mitizzazione dell’art. 24 Cost.) e invade il sistema giudiziario “di merito” che non si limita a smaltire il contenzioso, ma paradossalmente lo alimenta e lo amplifica con inefficienze scoraggianti che è superfluo enumerare. Dopo aver intasato i tribunali prima e le Corti d’appello poi, questo contenzioso investe infine la Cassazione ma l’investitura avviene non solo in proporzione fisiologica rispetto ai numeri di partenza, ma anche in preciso riflesso del quadro originario. Inadeguatezza strutturale della risposta del sistema giudiziario dunque, ma globale, tale cioè da rendere assurdo il “chiamarsi fuori” da parte della Suprema che, in questo marasma, pretende di ritagliarsi l’angolo privilegiato della nomofilachia, sempre più intesa come un legiferare di secondo grado a scapito del giudicare. Sarebbe bello se i giudici di legittimità non fossero assediati da tanti ricorsi in odore di merito; l’assedio è però solo un sintomo del problema complessivo, non è l’aggressione dei barbari perché il ricorso per cassazione altro non è che la propaggine estrema delle centinaia di migliaia di citazioni e di comparse di risposta, delle decine di migliaia di appelli che inondano i piani bassi. Lo è, allo stesso tempo, della sterminata selva di provvedimenti dei tribunali e delle Corti d’Appello, onde scandalizzarsi della qualità dei ricorsi, e per questo chiudere la punta della piramide lasciando base e piani intermedi nella condizione in cui si trovano, vuol dire ignorare che è la cultura giuridica nazionale nel suo complesso che produce quel tipo e quel numero di atti di citazioni, quel tipo e quel numero di difese, quel numero e quel tipo di sentenze. Tanto più che alla base del ricorso alla Suprema sta sempre lo stesso sentimento, cioè il sentimento del­l’ingiustizia, sentimento che non muta per il fatto che se ne faccia (spesso) interprete l’av­vocato poco avvezzo al giudizio di legittimità ovvero (solo talvolta) il suo più raffinato cultore. La differenza sta solo nei maggiori mezzi professionali con cui quest’ultimo traduce efficacemente l’ingiustizia sentita nei motivi dell’art. 360, ma non è plausibile immaginarsi che chi sperimenta in prima persona il sentimento dell’ingiustizia rinunci a chieder giustizia al giudice che più di tutti in passato ha meritato fiducia e che dovrebbe continuare a meritarla (a venir frenato, semmai, è il ricorso dello specialista, molto meno disposto a subire inammissibilità e più preoccupato di non mettere il piede in fallo, non certo il ricorso di chi non ha un nome da difendere).

La riscrittura che la Corte stessa ha fatto del procedimento decisorio mira a soddisfare l’ideale della Corte di smaltire all’ingrosso la generica domanda di giustizia che viene dal basso per riservare una trattazione accurata a quanto meritevole del suo intervento, non ha alcun fondamento costituzionale o di sistema, alcun fondamento storico, alcun fondamento razionale. Non normativo perché le funzioni “regolatorie e prospettiche” attribuite alla Corte dall’art. 65 ord. giud. (e che vanno, più o meno correttamente, sotto lo sgraziato appellativo di nomofilachia) sono complementari rispetto alla funzione primaria della Corte di garantire il principio di legalità reprimendo le violazioni dell’ordinamento e stabilendo comunque per le parti il “diritto del fatto” (con il solo rispetto del “libero convincimento” del giudice di merito). Non storico, perché l’idea di Corte emergente non solo sconfessa la sua caratteristica di originale e positiva evoluzione del prototipo francese, ma smentisce altresì la lettura (autonomamente assunta e ampliata nel tempo) dell’art. 111 Cost. quale baluardo dei concreti diritti individuali e non quale astratta garanzia di sistema. Non razionale, infine, perché non si capisce da dove la Corte – fattasi oggi sostanzialmente legislatore di sé stessa – tragga il diritto di tirarsi elegantemente fuori da un sistema giudicato poco virtuoso, così giustificando la definitiva sfiducia dei consociati. La fiducia nel giudice è, alla fine, la vera vittima della “fuga dal giudizio”, la fuga in cui si risolvono sommarizzazione e meccanizzazione della procedura, la fuga verso l’illusione di attingere lo status anomalo di fonte del diritto propria di Corti Supreme culturalmente, socialmente e storicamente lontane dall’esperienza italiana.

È tempo di riconoscere che, tanto la Corte quanto il giudizio di cassazione, corrispondono ormai solo in parte minore al modello di Corte Suprema ed al modello di giudizio di legittimità tramandati e conosciuti. Tacciono gli avvocati [38]. Stenta ad accorgersene la gloriosa dottrina del processo civile [39]. La quale può poco, in verità, ma certo non può continuare a tacere.

* in Rivista di diritto processuale, I, 2019

[1] Le idee qui raccolte si rivolgono ad un lettore che si suppone a conoscenza della letteratura sul tema e consapevole della problematica affrontata, sicché i richiami di dottrina sono stati ridotti al minimo per non interferire con il passo volutamente adottato. Le fonti dell’autore sono presentate nei suoi precedenti lavori, in particolare in B. Sassani, Variations sérieuses sul riesame della motivazione, in Judicium, 1, 2017, 121 ss., e in Studi in onore di Nicola Picardi, III, Pisa, 2016; Id., Riflessioni sulla motivazione della sentenza e sulla sua (in)con­trollabilità in cassazione, in Corr. giur., 6, 2013; Id., voce Corte di cassazione, in Trattato Omnia, Diritto processuale civile, Torino, 2019, nonché Id., La logica del giudice e la sua scomparsa in cassazione, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2012, 639 ss. Alcune citazioni di dottrina sono però sembrate opportune per meglio contestualizzare singoli passaggi.

[2] Cahier des doléances antico. Nel vigore del c.p.c. del 1865 già si lamentava lo scivolamento verso una sorta di terzo grado della Corte (che, in mancanza di norma autorizzatrice, al controllo del momento giustificativo provvedeva in via obliqua con l’artificio del controllo del c.d. “contenuto-forma”): G. Calogero, La logica del giudice e il suo controllo in cassazione, Padova, 1934, passim. Polemiche non sopite con il nuovo codice, bensì alimentate dall’introduzione del n. 5 dell’art. 360 e che avevano condotto, a soli otto anni dalla entrata in vigore del nuovo c.p.c., alla riscrittura del 1950 (V. Andrioli, Ancora sulla crisi della Cassazione, in Riv. dir. proc. 1952, I, 146).

[3] Sulla Corte, considerando i primi dieci mesi di ciascun anno, si sono abbattuti 44.824 nuovi procedimenti nel 2015, 43.896 nel 2016, 47.863 nel 2017.

 

[4] Nel 1988 la prima presidenza e la procura generale della Corte elaborano una bozza di disegno di legge volto a dar la vita a provvedimenti urgenti per la riforma del giudizio di cassazione (c.d. Bozza Brancaccio-Sgroi). Su di essa v. Cons. Sup. Mag., Risoluzione sulla bozza Brancaccio-Sgroi di provvedimenti urgenti sul giudizio di cassazione, in Foro it., 1990, V, 263 ss.

[5] Cosa che, peraltro, non va certo nel senso di rafforzare la nomofilachia (anzi!).

[6] Sez. un. civ., sentenza 22 novembre 1994, n. 9869 (Pres. Brancaccio, Est. A. Finocchiaro, Foro it., 1995, I, 537, con nota di F. Cipriani, La procura su foglio autonomo tra certificazione e gli spilli del difensore) stabilirono la inammissibilità del ricorso che conteneva la procura speciale rilasciata al difensore non nel corpo del documento ma in un foglio separato “spillato” materialmente al documento ricorso. La sentenza (sofisticamente motivata) fu seguita da un diluvio di declaratorie di inammissibilità, considerata l’ampia diffusione della prassi all’epoca. La linea della Corte fu stroncata dalla l. n. 141/1997 provocata dalla rivolta degli avvocati.

[7] La distinzione è fantasiosa e di comodo perché solo una ricostruzione finalizzata a scopi pratici può sovrapporre alla concreta garanzia del cittadino voluta, con ogni evidenza, dall’art. 111 Cost. un’astratta garanzia dell’ordine del sistema che riesce addirittura a contrapporsi alla prima. V. G. Verde Diritto di difesa e nuova disciplina delle impugnazioni, in www.judicium.it, 2012, par. 9; Id., Discorrendo con B. Sassani di S.U. n. 2312/2012, in www.judicium.it, 2012.

[8] Repressione diretta ed immediata, intrinsecamente diversa dalla repressione apparente del giudizio d’appel­lo, in cui il giudice non è chiamato a giudicare sul giudizio pronunciato dal giudice di primo grado ma a pronunciare un nuovo giudizio che a quello si sostituisce per autonoma scelta preferenziale del secondo giudice.

[9] Gardien (ou sentinelle) de la loi, traducono i francesi.

[10] Punto d’arrivo di un lungo percorso iniziato con l’ampio progetto di riscrittura del c.p.c. opera della “Commissione Vaccarella” (nelle cui scelte giocarono un ruolo non indifferente autorevoli membri della Corte) nel biennio 2001/2002 e proseguito con la legge delega n. 80/2005. Le linee della riforma confluite nel testo del d.lgs. n. 40/2006 furono peraltro, all’epoca, dettagliatamente discusse e concordate con i vertici della Corte.

[11] Art. 363 c.p.c.: viene aggiunto un comma che dà alla Corte il potere di accoglimento nell’interesse della legge in ipotesi di ricorso dichiarato inammissibile (la possibilità sarà ampiamente impiegata negli anni successivi); art. 374 c.p.c.: la possibilità della sezione semplice di distaccarsi dal precedente delle Sezioni Unite viene regolata nel senso della rimessione obbligatoria della questione alle stesse Sezioni Unite.

[12] L’interpretazione data alla norma sul quesito (art. 366-bis c.p.c.) è l’ingresso trionfale della inammissibilità “a fattispecie aperta”, cioè dell’assoluto arbitrio della Corte di dichiarare ammissibile o meno il ricorso sulla base di una mera opinione sulla satisfattività del quesito. Su questo e sugli altri aspetti dell’atteggiamento meramente deflazionistico della Corte nel tragico periodo di funzionamento del quesito (per es. l’obbligatorietà del quesito nel regolamento di competenza, il fantasioso “omologo del quesito” da accoppiarsi al motivo del n. 5 vecchia versione, la declaratoria di inammissibilità del ricorso per insatisfattività del quesito seguita da accogli­mento nell’interesse della legge, ecc.) v. B. Sassani, Corte Suprema e quesito di diritto: alla ricerca del senno perduto, in www.judicium.it, 2011.

[13] Vi si oppongono energicamente il Consiglio Nazionale Forense, l’Organismo Unitario della Avvocatura, la Unione Triveneta dei Consigli degli Ordini degli Avvocati, la Associazione Italiana Giovani Avvocati e la Unione delle Camere civili.

[14] Si tratta di una legge omnibus che riguarda in lungo e in largo il processo (non solo) civile e che funge anche da legge di delega rispetto al codice del processo amministrativo e al decreto legislativo di semplificazione dei riti civili.

[15] Il decreto è una dichiarazione di guerra al sistema delle impugnazioni viste ormai come un lusso che il c.d. “sistema giustizia” non può più permettersi. Emergono mostruosità come l’art. 348-bis, l’impugnazione diretta in cassazione della sentenza il cui appello è stato dichiarato inammissibile e il freno della c.d. “doppia conforme”.

[16] Vedi, per un inserimento della norma nel tema più generale dell’affievolimento della stessa esigenza di motivazione della sentenza, B. Capponi, L’omesso esame del n. 5) dell’art. 360 c.p.c. secondo la Corte di cassazione, in www.judicium.it.

[17] Finalmente, sembrano dire le Sezioni Unite, avevamo ragione noi! L’unificazione della disciplina del ricorso ordinario e del ricorso straordinario operato dall’ultimo comma dell’art. 360 c.p.c. (aggiunto dal d.lgs. n. 40/2006) oggi si realizza all’inverso perché è il ricorso ordinario a restringersi alla violazione di legge.

[18] B. Sassani, Variations sérieuses sul riesame della motivazione, cit., spec. par. 4.

[19] Sul nuovo testo del n. 5 v. B. Sassani, op. ult. cit., par. 5 s.

[20] V. ancora B. Sassani, op. ult. cit., par. 4 s.

[21] J. Boré, L. Boré, La cassation en matière civile, Paris, 2015, 78.06. Esso è così indispensabile che se non esistesse, bisognerebbe inventarselo. Se la inventò infatti la Corte di cassazione delle origini. Per la precisione: Cour de cassation, Chambre civile 26 ottobre 1808. Decidendo di un litigio relativo a diritti feudali, la Corte cassò una sentenza da cui non risultava con sufficiente chiarezza se gli abitanti del luogo avessero rivestito effettivamente lo stato di vassalli, sicché nell’incertezza del punto di fatto, non si capiva bene se dovesse essere applicato alla causa l’art. 8, l. 28 agosto 1792 (si noterà che, a voler rispettare le prescrizioni di Cass., sez. un., nn. 5083 e 5484/2014 la Cour de cassation in questo caso non sarebbe potuta intervenire, trattandosi di una semplice insufficienza dalla motivazione!). Si appropriarono in qualche modo di questo tipo di controllo le Corti di cassazione italiane pur in difetto di previsioni legislative, nella coscienza che, senza di esso, si può parlare di applicazione della legge solo in un senso accademico.

[22] Vedine un ampio elenco in B. Sassani, Riflessioni sulla motivazione della sentenza, cit., par. 1.

[23] Fa eccezione R. Vaccarella, Corte suprema, precedente e rottamazione dei ricorsi, intervento al Convegno “I precedenti”, Accademia dei Lincei, Roma, 6 luglio 2017), in Judicium, 3, 2017.

[24] F.P. Luiso, Diritto processuale civile, II, Milano, 2017, par. 41.11. Naturalmente le ragioni esposte da Luiso non potranno mai cancellarsi perché la cultura storica della Corte resta materiata di esse malgrado tutte le presenti storture. Sul tema, con riferimento all’ambigua esperienza susseguente alla esclusione, da parte delle Sezioni Unite, del n. 5 art. 360 c.p.c. quale motivo di ricorso straordinario, v. B. Sassani, Variations sérieuses sul riesame, cit., par. 3.

[25] Cioè della stessa Corte fattasi legislatore di se stessa, nell’occasione.

[26] La scure è stata ben affilata e le intenzioni decifrabili non sono certo a favore della ragionevole riconduzione alla falsa applicazione della mancata o difettosa giustificazione dell’applicazione della norma al fatto. Che la riscrittura del n. 5 dell’art. 360 c.p.c. sia stata pensata in chiave seccamente deflazionistica è evidente: per la sua collocazione all’interno di provvedimenti che manifestano la più palese ostilità verso il tradizionale sistema delle impugnazioni.

[27] B. Sassani, Riflessioni sulla motivazione, cit., passim.

[28] A rigore non si potrebbe parlare del decreto legge: questo – nonostante le aspettative e le dichiarazioni degli addetti ai lavori – non conteneva alcuna norma sul procedimento decisorio in cassazione. Le norme in parola furono create ex nihilo dalla legge di conversione.

[29] E del diritto alla pubblica udienza garantito dall’art. 6 CEDU. Si noti che la vecchia camera di consiglio prevedeva la possibilità che l’avvocato dovesse essere sentito se ne avesse fatto richiesta. Il nuovo regime esclude invece la sua audizione in ogni caso, e quindi irragionevolmente elimina la possibilità di fare eccezioni alla regola in casi che in concreto consiglino l’audizione. La Corte ha dovuto affrontare il tema sollevato da numerosi ricorsi, ma se l’è cavata (finora) con la spoglia formuletta – disinvoltamente adottata in camera di consiglio da moltissime sentenze – secondo cui l’eccezione sarebbe “consentita in ragione della conformazione complessiva del procedimento, là dove, a fronte della pubblicità del giudizio assicurata in prima o seconda istanza, una tale esigenza non si manifesti comunque più necessaria per la struttura e funzione dell’ulteriore istanza, il cui rito sia volto, eminentemente, a risolvere questioni di diritto o comunque non ‘di fatto’, tramite una trattazione rapida dell’affare, non rivestente peculiare complessità” (massima standard).

[30] B. Sassani, Giudizio sommario di cassazione e illusione nomofilattica, in Riv. dir. proc., 2017, 35 ss.

[31] L’onere di sommaria esposizione dei fatti di causa, posto quale requisito di forma-contenuto del ricorso previsto a pena di inammissibilità dall’art. 366, comma 1, n. 3, c.p.c. è stato elevato a “principio” e riempito dei contenuti più vari quanto alla sua soddisfazione. Gli equivoci più smaccati prodotti da questo pseudo-principio inducono attualmente molte decisioni a puntare su un (non meno nebuloso) “principio di specificità”.

[32] E che diede luogo – su richiesta della stessa Corte di cassazione – all’inserzione del n. 6 dell’art. 366 da parte del d.lgs. n. 40/2006: B. Sassani, Il nuovo giudizio di cassazione, in Riv. dir. proc., 2006, par. 8.

[33] Come la poco comprensibile vicenda della improcedibilità del ricorso in mancanza di deposito nel termine dell’art. 369 c.p.c. della copia notificata della sentenza impugnata (o comunque della relazione di notifica) malgrado il suo deposito da parte del controricorrente o comunque la sua presenza agli atti, soluzione parzialmente corretta da Cass., sez. un., 2 maggio 2017, n. 10648; ovvero, la quasi surreale vicenda della improcedibilità del ricorso in difetto di attestazione di conformità della copia analogica della sentenza notificata con modalità telematiche, stortura giustificata con esigenze di “ordine processuale” e corretta (seppur timidamente) da Cass., sez. un., 24 settembre 2018, n. 22438. Ma la propensione al formalismo più spinto (ed irrelato rispetto ai problemi effettivi della tutela) mantiene tutta la sua energia ed i quesiti meno giustificati continuano a fioccare: v. la rimessione alle Sezioni Unite da parte della sez. VI, 9 novembre 2018, n. 28844.

[34] Salve eccezioni quali la materia del danno, materia in cui la Corte si è distinta nella volontà di impartire dottrina o addirittura farsi fonte di “metadottrina”.

[35] V. in proposito R. Pardolesi, B. Sassani, Motivazione, autorevolezza interpretativa e “trattato giudiziario”, in Foro it., 2016, V, 299 ss.

[36] Sui connessi fenomeni del “precedente occulto”, della crescita dell’oscurità , e della perdita di chiarezza del concetto di principio di diritto R. Pardolesi, B. Sassani, op. cit., par. 3 ss.

[37] Gli equivoci del “precedente all’italiana” postulato dalla giurisprudenza di legittimità sono affrontati nella monografia di L. Passanante, Il precedente impossibile. Contributo allo studio del diritto giurisprudenziale nel processo civile, Torino, 2018.

[38] Consiglio Nazionale Forense in testa, che sembra ritenersi pago di aver strappato alla Prima Presidenza della Corte il Protocollo 15 dicembre 2016 che, definito “frutto della volontà comune di costruire un’inter­pretazione il più possibile condivisa di alcuni snodi problematici della riforma del processo civile di cassazione”, accetta lo stato di fatto e lascia le cose come stanno, rimettendo in ultima analisi alla Corte il potere unilaterale di dare il valore che vuole al Protocollo.

[39] Toni adeguati alla gravità del problema, sono stati usati finora (fatti salvi alcuni profetici sarcasmi di Edoardo Ricci) nei soli contributi critici di Giovanni Verde e di Romano Vaccarella. Del primo, a titolo di esempio, si vedano: In difesa dello ius litigatoris (sulla Cassazione come è e come si vorrebbe che fosse), in Riv. dir. proc., 2008, 1 ss. e in Il difficile rapporto tra giudice e legge, Napoli, 2012, 11 ss.; Mutamento di giurisprudenza e affidamento incolpevole, Diritto di difesa e nuova disciplina delle impugnazioni, in www.judicium.it, 2012, par. 9, e in Il difficile rapporto, cit., 93 ss.; Discorrendo con B. Sassani di S.U. n. 2312/2012, in www.judicium.it, 2012. Di Vaccarella, a titolo di esempio, si vedano: Il processo civile sotto l’incubo della sua ragionevole durata, in Il processo, 2018, 19 ss.; Corte suprema, precedente e rottamazione dei ricorsi, cit.; Introduzione, in F.P. Luiso, R. Vaccarella, Le impugnazioni civili, Torino, 2013, XIX ss.

Si aggiunga, da ultimo, A. Panzarola, Presente e passato della Cassazione civile italiana fra nomofilachia e giustizia del caso concreto (in Il processo, 2018, 79 ss.) che, ripercorsa la storia della Cassazione così conclude: “… seguitiamo a chiamare ‘Cassazione’ una magistratura suprema che esibisce caratteristiche del tutto distinte dal modello che pure continua a darle nome” (p. 169).

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