La condanna aggravata alle spese. Il «gran rifiuto» della Suprema Corte?

I. La vicenda - II. Reiterata «decisione di non decidere» - III. Il quia - IV. La condanna aggravata alle spese - V. Intangibile nullità processuale - VI. Gli interessi pregiudicati - VII. La rilevanza - VII.A. Il cardine storico della disciplina. Le «déni de justice» - VII. B. La rilevanza penale - VII. C. La rilevanza civile - VII. D. La rilevanza disciplinare - VII. D. 1. Illecito disciplinare conseguente al reato (art. 4 del d. Lgs. N. 109/ 2006) - VII. D. 2. Illeciti disciplinari non conseguenti al reato - VII.D.2.a. Art. 2, 1° lett. L) del d. Lgs. N. 109/2006. Implicito rigetto immotivato - VII.D.2.b. Art. 2, 1° lett. G). Grave violazione di legge - VII.D.2.c. Art. 2, 1° lett. D) del d. Lgs. N. 109/2006. Grave scorrettezza - VII.D.2.d. Art. 2, 1° lett. A) del d. Lgs. N. 109/2006. L’illecito disciplinare dannoso.

Di Rosario Russo -

I. La   vicenda  –  II. Reiterata  «decisione di non decidere» – III. Il quia – IV. La condanna aggravata alle spese – V. Intangibile nullità processuale – VI. Gli interessi pregiudicati – VII. La rilevanza – VII.A. Il  cardine storico della  disciplina. Le  «déni de justice» – VII. B. La rilevanza penale – VII. C. La rilevanza civile – VII. D. La rilevanza disciplinare –  VII. D. 1.  Illecito disciplinare conseguente al reato (art. 4 del d. Lgs. N. 109/ 2006) – VII. D. 2.  Illeciti disciplinari non conseguenti  al reato – VII.D.2.a. Art. 2, 1°  lett. L)  del d. Lgs. N. 109/2006.  Implicito rigetto immotivato –  VII.D.2.b. Art. 2, 1° lett. G). Grave violazione di legge –  VII.D.2.c. Art. 2, 1° lett. D) del d. Lgs. N. 109/2006. Grave scorrettezza –  VII.D.2.d. Art. 2, 1° lett. A) del d. Lgs. N. 109/2006. L’illecito disciplinare dannoso.

Poscia   ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

(DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, Inferno, Canto III, 60).

I. LA   VICENDA
1. All’udienza del 19.12. 216,   (con il rito previgente alla riforma del 2016) venivano trattati in pubblica udienza, davanti alla Terza Sezione Civile della Suprema  Corte, n. 20 ricorsi. Di essi principalmente ne vengono qui in rilievo tre, con i seguenti dettagli:

A)  N. Ric. 26546/2015 – N. 11 del ruolo[1]:

Aa)  Conclusioni del P.M. scritte ed orali, così riportate nell’epigrafe della sentenza infra  indicata:

«1.   man. inf. del ricorso;  condanna aggr. di parte ricorrente  alle spese;  statuizione   sul c.u.;

2.  in subordine,  rimessione alle Sezioni Unite affinché statuiscano l’ambito di applicazione, anche ratione   temporis,  degli artt.  385, 4° e 96, 3° c.p.c., atteso che:

a)  a fronte di talune sporadiche decisioni della Suprema Corte (così Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3376 del 22/02/2016, Rv. 638887, che ha motivatamente applicato l’art. 385, 4° c.p.c.),  le argomentate  domande di condanna aggravata alle spese proposte da parecchi  anni dalla Procura Generale sono state (implicitamente) disattese dalla Suprema Corte, omettendo per altro qualunque motivazione al riguardo (v. ex  multis Cass. n. 23865/ 2015 e 3349/ 2016);

b) da accertamenti eseguiti dall’Ufficio statistico della Cassazione emerge che, nel periodo 2006 – 2015,  si registrano soltanto sei condanne aggravate alle spese ex  art. 385, 4°, a fronte delle migliàia di ricorsi dichiarati inammissibili o manifestamente  infondati soprattutto  dalla Sesta Sezione (deputata per l’appunto al c.d. filtro);

c) in sede penale  la condanna all’ammenda è adottata normalmente nei casi previsti (art. 616 c.p.p. e Corte Costituzionale sent. n. 186 /  2000);

d)  la Corte Costituzionale ha ritenuto costituzionalmente legittima la previsione  del novellato art. 96 c.p.c. (sent. n. 152 /  2016), sicché a fortiori  deve ritenersi immune da qualunque illegittimità costituzionale anche il più  rigoroso precetto dell’art. 385, 4° c.p.c.;

e)  la doverosa  applicazione della condanna aggravata,  potrebbe indurre molti Avvocati a desistere da un ricorso frettolosamente proposto (anche per evitare  la duplicazione del contributo unificato), così contribuendo efficacemente alla riduzione del contenzioso pendente»;

Ab ) Sentenza n.5038/ 2017,  dep. il 28.2.2017 (sentenza A):

Ab1) Motivazione: Nessuna motivazione sulla domanda principale di condanna  aggravata alle spese  e sulla subordinata di rimessione alle Sezioni Unite;

Ab2) Dispositivo: Rigetto del ricorso,  condanna alle spese e statuizione sul c.u.; ma in motivazione alcuni profili del ricorso sono stati dichiarati inammissibili;

B)  N. Ric. 18466/2015 – n. 15 del ruolo:

Ba) conclusioni della parte controricorrente: condanna aggravata alle spese ex  art. 96, 1° c.p.c.;

Bb) conclusioni scritte ed orali del Pubblico Ministero riportate nell’epigrafe della sentenza:

«Il Pubblico Ministero……… ha concluso per la dichiarazione di inammissibilità del ricorso, con condanna aggravata alle spese ex  art. 96, 1° comma c.p.c. (Cass. sentenza n. 6796/ 2003) ed in subordine ex    art. 96, 3°  c.p.c.; statuizione sul contributo unificato»[2] [3];

Bc) sentenza n. 2729 / 2017, dep. il 2 febbraio 2017 (sentenza B):

Bc1) motivazione: nessuna sulle specifiche domande del Pubblico Ministero e della parte intimata[4];

Bc2) statuizione: dichiara inammissibile il ricorso; condanna alle spese e statuisce sul contributo unificato.

C) N. ric. 20898/ 2015 – n. 19 del ruolo

Ca) Conclusioni del P.M. scritte ed orali, così riportate nell’epigrafe della sentenza infra  indicata:

«1. Inamm., anche ex   art. 366 c.p.c. (difetto di autosufficienza);  condanna aggr. di parte ricorrente  alle spese;  statuizione   sul c.u.;

2. in subordine,  rimessione alle Sezioni Unite affinché statuiscano l’ambito di applicazione, anche ratione   temporis,  degli artt.  385, 4° e 96, 3° c.p.c., atteso che:

a)  a fronte di talune sporadiche decisioni della Suprema Corte (così Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3376 del 22/02/2016, Rv. 638887, che ha motivatamente applicato l’art. 385, 4° c.p.c.),  le argomentate  domande di condanna aggravata alle spese proposte da parecchi  anni dalla Procura Generale sono state (implicitamente) disattese dalla Suprema Corte, omettendo per altro qualunque motivazione al riguardo (v. ex  multis Cass. n. 23865/ 2015 e 3349/ 2016);

b)  da accertamenti eseguiti dall’Ufficio statistico della Cassazione emerge che, nel periodo 2006 – 2015,  si registrano soltanto sei condanne aggravate alle spese ex  art. 385, 4°, a fronte delle migliàia di ricorsi dichiarati inammissibili o manifestamente  infondati soprattutto  dalla Sesta Sezione (deputata per l’appunto al c.d. filtro);

c)  in sede penale  la condanna all’ammenda è adottata normalmente nei casi previsti (art. 616 c.p.p. e Corte Costituzionale sent. n. 186 /  2000);

d) la Corte Costituzionale ha ritenuto costituzionalmente legittima la previsione  del novellato art. 96 c.p.c. (sent. n. 152 /  2016), sicché a fortiori  deve ritenersi immune da qualunque illegittimità costituzionale anche il più  rigoroso precetto dell’art. 385, 4° c.p.c.;

e) la doverosa  applicazione della condanna aggravata,  potrebbe indurre molti Avvocati a desistere da un ricorso frettolosamente proposto (anche per evitare  la duplicazione del contributo unificato), così contribuendo efficacemente alla riduzione del contenzioso pendente.»;
Cb) sentenza n. 6021/ 2017 dep. il 9 marzo 2017 (sentenza C):

Cb1) motivazione: nessuna sulle domande del Pubblico Ministero;

Cb2) statuizione: dichiara inammissibile il ricorso; condanna alle spese   con  statuizione sul contributo unificato.
II. REITERATA «DECISIONE DI NON DECIDERE»

2. Dalla documentata vicenda sopra esposta si deduce che:

2.1.  nella precisata udienza pubblica,   della durata di circa due ore (dalle ore 10 alle ore 12 circa),  il Collegio Giudicante:

2.1.A.  ha udito il Pubblico Ministero reiteratamente  sollecitare, per iscritto ed oralmente, la condanna aggravata alle spese (che, a seguito della riforma del 2006,  deve  essere emessa anche d’ufficio, se ne ricorrano i presupposti) ed in subordine la rimessione alle Sezioni Unite; ed ha udito il Pubblico Ministero chiedere la condanna aggravata officiosa nella trattazione del secondo degli stessi ricorsi (B) in subordine all’accoglimento della domanda di parte ex  art. 96, 1° c.p.c., sostenuta ed argomentata anche dal Pubblico Ministero;

2.1.B. ha ascoltato le incalzanti,  molteplici e specifiche argomentazioni  con cui il Pubblico Ministero ha suffragato (per iscritto ed oralmente) le proprie conclusioni,  tra cui  le puntuali doglianza con cui egli aveva perfino segnalato che:  1. «a fronte di talune sporadiche decisioni della Suprema Corte (così Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3376 del 22/02/2016, Rv. 638887, che ha motivatamente applicato l’art. 385, 4° c.p.c.),  le argomentate  domande di condanna aggravata alle spese proposte da parecchi  anni dalla Procura Generale sono state (implicitamente) disattese dalla Suprema Corte, omettendo per altro qualunque motivazione al riguardo (v. ex  multis Cass. n. 23865/ 2015 e 3349/ 2016)»;  2. «da accertamenti eseguiti dall’Ufficio statistico della Cassazione emerge che, nel periodo 2006 – 2015,  si registrano soltanto sei condanne aggravate alle spese ex  art. 385, 4°, a fronte delle migliàia di ricorsi dichiarati inammissibili o manifestamente  infondati soprattutto  dalla Sesta Sezione (deputata per l’appunto al c.d. filtro)» [5];

2.2. ha deciso au fond due ricorsi (sentenza B e C) dei tre ricorsi in senso perfettamente conforme alle richieste del Pubblico Ministero (‘inammissibilità’) ed il terzo ricorso (sentenza A) in senso analogo (infatti, a fronte della «manifesta infondatezza»,  postulata dal Pubblico Ministero,  il Collegio  ha deciso per il generico ‘rigetto’);

2.3. ha tuttavia deliberato di tenere in non cale (tamquam non essent) tutte le anzidette domande (anche della parte controricorrente)  e motivazioni del Pubblico Ministero, pur trascritte fedelmente nell’epigrafe delle tre decisioni e quindi non eludibili  nella redazione delle tre  sentenze,  non facendone il pur minimo cenno  in seno alle rispettive motivazioni.

3. Così stando le cose, esclusa qualunque svista o sottovalutazione o mera disattenzione o errore di percezione[6], non si può non concludere che la Sezione giudicante ha  immotivatamente,  intenzionalmente e reiteratamente «deciso di non decidere» sulla predetta domanda   della parte controricorrente e sulle sollecitazioni del Pubblico Ministero; queste ultime intese alla condanna aggravata officiosa alle spese ovvero, in subordine, alla rimessione alle Sezioni Unite, al fine di stabilire l’ambito di  applicazione, anche ratione   temporis, degli artt. 385, 4° e 96, 3° c.p.c.  In altri termini, dietro le pur afone sentenze si disvela e risuona il tonane  dictum dei Decidenti: sia pure avanzata specifica domanda ex    art. 96, 1° c.p.c., si industri pure il Pubblico Ministero a sollecitare ex    art. 385, 4° vel 96, 3° c.p.c.  e ad  argomentare   dettagliatamente, noi non metteremo mano alla condanna aggravata alle spese né lasceremo che se ne occupino le Sezioni Unite; più che farsene una ‘ragione’ (che non vogliamo esplicitare), si rassegni infine la Parte instante nonché il Pubblico Ministero; e poco importa che processualmente il ‘ni’ motivazionale si traduca  in implicito rigetto di domanda e sollecitazioni. Del che si rinviene insuperabile dimostrazione a volere considerare che  alla medesima udienza del 19.12.2016, decidendo sul ricorso n. 11514/ 2015 con sentenza n. 2726/ 2017 (sentenza D), lo stesso Collegio giudicante ha rigettato, questa volta con specifica  motivazione,  l’‘istanza’ di condanna aggravata sanzionatoria alle spese postulata dal Pubblico Ministero. Come dire che sul punto i Collegi giudicanti hanno adottato un duplice asimmetrico modulo decisionale: hanno  legittimamente e plausibilmente  rigettato l’istanza quando  avevano  il destro  di adeguatamente motivare in tal senso; hanno  taciuto quando non rinvenivano   motivi per disattendere la richiesta stessa. È all’analisi di questo inedito dictum, che riecheggia   i noti versi danteschi («…vuolsi così colà dove si puote ciò che  si vuole, e più non dimandare»»[7]),  deve perciò attendere l’attonito esegeta che abbia a cuore il rispetto degli artt. 101 e 111 Cost.

III. IL QUIA

4. Soltanto chi non abbia conosciuto la diligenza e la sapienza dei Magistrati che hanno  elaborato  le predette decisioni potrebbe simpliciter addebitare i rilevati errori a loro incuria od insipienza; e potrebbe addirittura stigmatizzare una sorta (quanto meno) di noncuranza  nei confronti del doveroso servizio prestato dall’ufficio  del Pubblico Ministero[8]. In realtà invece – a volere diltheyanamente [9] comprendere – quegli illustri Decidenti sono le prime ‘vittime’ dell’opzione  efficientistica (soltanto quantitativamente efficientistica, quindi in prevedibile spregio a quella qualitativa),  da qualche anno adottata (ed imposta) dalla Suprema Corte[10]. Su tale «frenesia statistica», che l’ha indotta    a ritenersi  autorizzata a «decidere come decidere», ci si è intrattenuti analiticamente altrove[11].

Qui preme ulteriormente rilevare ab imis  che anche nella mitologia greca –  da cui ha preso le mosse la filosofia  (anche) del diritto per dipanarsi nelle varie ‘scuole’ (giusnaturalismo, positivismo, realismo,   costituzionalismo e ermeneutica, etc.) –  sostituendosi a Thémis, Dike   figlia di Zeus,  qui inverata (oltre che dalle disposizioni violate) a livello apicale dagli artt. 101,  2°  e 111, 1° Cost., insorge contro Hýbris, come già testimoniato da Esiodo[12]. E duole rilevare che proprio la Corte  di Cassazione, suprema garante della legittimità e della nomofilachia,  si sia discostata da precise disposizioni di legge. É verosimile – ed anzi auspicabile – che  a ciò essa sia stata indotta dall’esigenza di accelerare la definizione dei giudizi,  e cioè per ‘risparmiare’ la specifica motivazione sulla responsabilità sanzionatoria; sennonché la Giustizia (Dike) è proprio il campo in cui certamente il fine   non giustifica il mezzo (la violazione di  importanti precetti costituzionali)[13]. Il Giudicante si deve misurare non con orientamenti e strategie (ancorché autorevoli)  esterni al singolo giudizio ed alle regole processuali, ma prevalentemente  con il thema decidendi  e con le norme che lo disciplinano (in rito ed in iure). Ammesso in ipotesi – ma fieramente  non concesso – che, in nome della celeritas,  si dovessero abolire tout court (quelli che sono ritenuti) i ‘feticci’ dell’oralità,  dell’udienza pubblica[14] e (delle conclusioni) del requirente di legittimità, soltanto ad un giudice Παντοκράτωρ (pantocratore)[15], bandito nel nostro sistema dagli artt. 101 e 111 Cost.,  potrebbe essere  consentito di ‘accantonare’, e quindi disapplicare, per oltre dieci anni un istituto giuridico, qual è quello della condanna aggravata sanzionatoria su domanda   ovvero  officiosa; introdotta quest’ultima proprio per responsabilizzare l’accesso al giudizio di legittimità, e perciò per creare i presupposti per una maggiore celeritas,  senza abolire gli asseriti ‘feticci’. Il paradossale ‘autolesionismo’[16] della Suprema Corte resta un illegittimo mistero, a fronte di  una misura deflattiva dichiarata costituzionalmente legittima  e come tale doverosamente applicata dai giudici di merito.

IV. LA CONDANNA AGGRAVATA ALLE SPESE
5. Nell’impianto originario del codice diritto civile azione e difesa in giudizio (art. 24 Cost.) costituiscono esercizio di diritti soggettivi processuali, generalmente disponibili dalle parti e perciò attivabili soltanto su loro richiesta. Nondimeno, posto che il costo della vittoria processuale di regola non deve comunque definitivamente gravare sul soggetto risultato  vincente (ovvio essendo che tendenzialmente il suo successo processuale debba essere completo ed effettivo),  l’art. 91 c.p.c. prevedeva – e tuttora prevede – che all’esito della lite il giudice statuisse – e statuisca – senza specifica domanda anche sulle spese, ponendole di regola a carico del soccombente: victus victori. Alle condizioni previste dall’art. 96, 1°  c.p.c. l’esercizio dei diritti soggettivi anzidetti poteva – e può –  poi scadere  in illecito civile, foriero di responsabilità processuale; in particolare nel processo di cognizione, qualora    risultasse (o risulti) che attori vel convenuti avessero agito o resistito quanto meno con colpa grave, il giudice doveva – e deve – accogliere la domanda risarcitoria proposta dal danneggiato, liquidando i danni anche d’ufficio (art. 96, 1° c.p.c.). Tale disposizione, che consacra la «responsabilità aggravata risarcitoria», non aveva   funzione  immediatamente deflattiva, perché si limitava ad applicare al processo l’art. 2043 c.c., nell’esclusivo interesse delle parti danneggiate (perciò arbitre di invocare o non la responsabilità processuale aggravata); o,  per meglio dire, poteva assicurare anche quella  funzione deflattiva soltanto in via indiretta e occasionale. Effetto principale (risarcitorio) e collaterale (deflattivo) erano poi limitate da un interpretazione restrittiva dell’art. 96, 1° c.p.c.: non solo occorreva la domanda del danneggiato ma era necessario che egli dimostrasse puntualmente il danno sofferto. Ma, accogliendo l’apertura ermeneutica suggerita dal Pubblico Ministero[17], la Suprema Corte già nel 2003  statuì che «All’accoglimento della domanda di risarcimento dei danni da lite temeraria non osta l’omessa deduzione e dimostrazione dello specifico danno subito dalla parte vittoriosa, che non è costituito dalla lesione della propria posizione materiale, ma dagli oneri di ogni genere che questa abbia dovuto affrontare per essere stata costretta a contrastare l’ingiustificata iniziativa dell’avversario e dai disagi affrontati per effetto di tale iniziativa, danni la cui esistenza può essere desunta dalla comune esperienza»[18]. La Suprema Corte mostrava così di intuire che proprio una più ampia espansione della responsabilità aggravata, ancorché nei limiti segnati dal testo normativo e dalla sua ratio,  poteva anche contribuire a responsabilizzare l’accesso al giudizio  di legittimità[19].

6. Quando, dunque, fu introdotto (dall’art. 13 del decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 40 )  l’art. 385, 4° c.p.c. [20],  sembrò a tutti chiaro che questa volta, in aggiunta alla previgente responsabilità  processuale aggravata su domanda del danneggiato (art. 96, 1° c.p.c. previgente), il Legislatore (assecondando e portando a definitivo compimento le potenzialità dissuasive intuite dalla Corte) aveva creato  ex  novo una misura esclusivamente deflattiva;  imponendo (si noti: non a tutti i giudici, ma allora soltanto)  alla Suprema Corte (segnatamente nelle ipotesi più eclatanti, cioè quelle elencate dall’art. 375 c.p.c., non a caso espressamente richiamato)  di condannare d’ufficio la parte soccombente, rea di avere agito o resistito in giudizio con colpa grave,  al pagamento di una somma, equitativamente  determinata,  non  superiore  al  doppio  dei massimi tariffari. La ratio del nuovo ‘ordigno’ protettivo del giudizio cassatorio («responsabilità aggravata sanzionatoria») era tanto evidente quanto plausibile e conforme a Costituzione, giacché:

6.1. le risorse pubbliche, e massimamente  quelle della giustizia civile, sono  assai limitate e quindi ogni colpevole spreco deve essere sanzionato;

6.2. al pari del bisturi del chirurgo (strumento salvifico o, secondo i casi, colpevolmente o dolosamente letale), i diritti costituzionali  di azione e di difesa sono sacrosanti,  ma non devono essere colpevolmente abusati;

6.3. il giudice, e perfino la Suprema Corte, così come è chiamata a ius dicere sul thema decidendi,   all’esito della contesa può certamente d’ufficio  stabilire ex  professo altresì  se sussistesse realmente la res  dubia (per superare soltanto la quale è ammessa, ne cives ad arma veniant,  dalla Costituzione l’azione e la difesa) o se invece,  fosse stata imbastita  una fake – ovvero temeraria  – contesa (in iure  o in facto);

6.4. se la normativa disciplinare e la legge sulla responsabilità civile dei magistrati sanzionano la negligenza ed i ritardi dei magistrati ordinari, se l’ordinamento sovranazionale e la c.d. Legge Pinto sanzionano (anche quando i magistrati siano stati solleciti)   lo Stato che non sappia istituzionalmente garantire la ragionevole durata dei processi (art. 111, 2° Cost.), sembra del tutto coerente sanzionare anche la parte che, colpevolmente proponendo ricorsi o controricorsi «senza né capo né coda» (Andrioli),  intasi i ruoli della Suprema Corte  e  sottragga   energie e risorse al vaglio dei ricorsi presentati da parti  avvedute e responsabili (perciò legittimate poi ad agire contro lo Stato ai sensi della c.d. Legge Pinto);

6.5. altri ordinamenti giuridici (anche diversi da quelli facenti parte della tradizione e della famiglia romanistica) prevedono sanzioni per le parti che impegnino colpevolmente l’attività giudiziaria: infatti anche nella common law è sanzionato l’abuso del processo, essendo   prescritto che ogni atto non deve essere mai strumentale a «scopi impropri, come ad esempio per molestare o provocare inutili ritardi o aumento inutile dei costi del contenzioso»[21];

6.6. quella giuridica è «scienza dell’incertezza», ma sussistono  ampi spazi  (assicurati e custoditi proprio dalla Suprema Corte) dominati da sufficiente certezza giuridica, che non possono impunemente essere rimessi in discussione senza adeguati argomenti;

6.7. perfino in sede penale  la condanna all’ammenda è adottata normalmente nei casi previsti (art. 616 c.p.p. e Corte Costituzionale sent. n. 186 /  2000);

6.8. chi invoca la protezione  dell’ordinamento è il primo ed il più adatto a sondare preventivamente  la plausibilità della propria pretesa e perciò ne deve rispondere;

6.9. in definitiva, non può assicurarsi la ragionevole durata del processo (art. 111, 2° Cost.) ai cittadini che (causa cognita) risultano avere fondatamente o ragionevolmente adito la giustizia civile, se non scoraggiando quegli altri che (causa cognita) ne abbiano  colpevolmente o dolosamente abusato.

7. L’esplicito riferimento all’art. 375 contenuto nel nuovo art. 385, 4° c.p.c. rende certamente plausibile quanto meno un ulteriore corollario: ogni qual volta il ricorso sia stato dichiarato inammissibile, improcedibile o caratterizzato da evidenza decisoria (positiva o negativa), a fortiori  e d’ufficio la Corte dovrebbe darsi carico di accertare l’eventuale (ma  generalmente connessa) colpa grave e condannare per responsabilità aggravata; sicché, già per questa sola ragione, lungi dall’adagiarsi sul un generico rigetto (o accoglimento),  la Corte (anche quando decida in pubblica udienza su ricorsi sfuggiti al controllo preliminare della Sesta Sezione) dovrebbe  esternare la formula decisoria terminativa più adatta alla fattispecie, come necessaria e coerente premessa per la corretta applicazione della nuova responsabilità aggravata sanzionatoria,  precisando in particolare se l’infondatezza sia manifesta o non. Inoltre, è  altrettanto pacifico che la procedibilità d’ufficio introdotta dalla  riforma del 2006, lungi dal comportare l’arbitrio potestativo (si vis potes) della Suprema Corte nell’applicare la responsabilità sanzionatoria, le impone piuttosto di vagliare ogni volta se ne ricorrano  i presupposti: non è un potere libero o discrezionale in senso stretto (inviso all’ordine processuale ed alla riserva di legge prevista dall’art. 111, 1° Cost.),  ma un dovere del Decidente.

8. La legge 18 giugno 2009, n. 69, ‘traslocò’, abrogandolo,  l’art. 385, 4° c.p.c. nell’art. 96, 3° c.p.c.[22], rendendone così obbligatoria nella nuova formulazione l’applicazione per tutti i giudici,  anche di merito;  con qualche non lieve innovazione, essendo stato eliminato (almeno ad una prima lettura esclusivamente testuale[23]) il presupposto della grave colpa nonché  il limite quantitativo alla liquidazione. Per conseguenza,  la Corte ha affrontato il conseguente problema di diritto intertemporale, sostenendo in un primo tempo che nel giudizio di cassazione la pronuncia d’ufficio di condanna  aggravata alle spese:   1. è ammessa soltanto:  1.1. ex  art. 385, 4° c.p.c.,  per le sentenze impugnate per cassazione  se emesse dal 2.4.2006 al 4.7.2009; 1.2. altrimenti ex    art. 96, ultimo comma c.p.c., qualora il processo sia stato promosso in prime cure  dopo il 4.7.2014;  2. resta coerentemente esclusa qualora (come era avvenuto nel caso trattato) la sentenza impugnata sia stata emessa dopo il 4.7.2009  od il giudizio sia stato promosso in prime cure prima del 4.7.2014[24].

9.  La Corte Costituzionale ha ritenuto costituzionalmente legittima la previsione  dell’art. 96, 3°  c.p.c. (sent. n. 152/2016[25]), sicché a fortiori  deve ritenersi immune da qualunque illegittimità costituzionale anche il (testualmente) più  rigoroso precetto dell’art. 385, 4° c.p.c. D’altronde, su un  piano più generale,  di recente le Sezioni Unite hanno ritenuto compatibile con l’ordine pubblico il risarcimento punitivo previsto dall’ordinamento statunitense[26]. Infine con sentenza n. 120 / 2016 la Corte Costituzionale ha ritenuto costituzionalmente legittima anche la previsione sul raddoppio del contributo unificato in caso di rigetto del ricorso (art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, come da ultimo introdotto). La quasi simultaneità delle predette due decisioni della Corte Costituzionale (perciò certamente al corrente della concreta concorrenza dei due istituti) rende evidente che anche la confluente somma, nel medesimo giudizio, degli effetti dell’art. 96, 3° c.p.c. e dell’art. 13 anzidetto resiste  ad ogni sospetto di incostituzionalità.

10. In conclusione, la Suprema Corte è tenuta da sempre a giudicare sulla domanda risarcitoria ex    art. 96, 1° c.p.c.; è tenuta  dal 2006 ad applicare d’ufficio  la responsabilità processuale sanzionatoria (artt. 96, 3° vel  385, 4° c.p.c.), in ossequio ad una disposizione  dissuasiva inizialmente introdotta proprio in ragione dell’immenso carico di lavoro che l’affligge; è tenuta correlativamente  (non certo ad accogliere – ça va sans dire – ma certamente)  a non pretermettere le sollecitazioni e le argomentazioni  con cui il Pubblico Ministero doverosamente sollecita – caso per caso – la Suprema Corte all’adempimento dei predetti doveri processuali.

V. INTANGIBILE NULLITÀ PROCESSUALE
11. Le sentenze A, B e C violano l’art. 112 c.p.c. sia perché (addirittura) intenzionalmente hanno omesso  di decidere  sulle domande e sulle sollecitazioni (a decidere d’ufficio) specificamente introdotte nei rispettivi giudizi (v.  retro  sub  par. n. 3) [27], sia perché hanno emesso au fond decisioni (specialmente:  ‘inammissibilità’) compatibili e addirittura coerenti con il loro accoglimento[28] (v. retro sub par. n.  2.2).  D’altra parte,  «In difetto di una esplicita dichiarazione di volontà, della parte risultata vittoriosa, diretta a rinunciarvi, la condanna alle spese del soccombente, in quanto pronuncia consequenziale ed accessoria, può essere emessa dal giudice anche d’ufficio, indipendentemente da una specifica richiesta della parte predetta»[29]. Ovviamente l’omessa pronuncia d’ufficio sulle spese è astrattamente impugnabile (oltre che  in appello, anche)  in cassazione ex    artt. 112, 277 e 360 n. 4 c.p.c. per nullità parziale della sentenza; principio che certamente può essere applicato anche alle decisioni che omettono di pronunciare sulla condanna sanzionatoria alle spese. Ben vero, il trattamento dei vizi attinenti alle pronunzie che il giudice  deve emettere d’ufficio ricorrendone i presupposti (condanna alle spese non aggravata o aggravata  sanzionatoria) non può essere diverso e più mite rispetto alle pronunzie che il giudice deve emettere soltanto su specifica domanda (condanna aggravata alle spese ex  art. 96, 1° c.p.c.). Se inoltre   l’omissione sia frutto non di mera disattenzione, ma di «reiterata  decisione di non decidere» nonostante le reiterate ed argomentate sollecitazioni del Pubblico Ministero (come è avvenuto nella vicenda in esame), la nullità delle riottose sentenze anzidette  risulta ancora più indiscutibile. Perciò le sentenze A, B  e C  sono affette da parziale nullità processuale ex    artt. 112 e 277 c.p.c.: la seconda (B),  per avere omesso di decidere sulla specifica domanda proposta ex  art. 96, 1° c.p.c.;  tutte,  per avere deliberatamente omesso di decidere d’ufficio sulla responsabilità aggravata sanzionatoria, per altro reiteratamente e motivatamente sollecitata dal Pubblico Ministero (anche per il ricorso  B, in subordine al rigetto della domanda ex  art. 96, 1° c.p.c.).  Tuttavia in concreto tali nullità, siccome inficiano  sentenze  di ultimo grado, sono processualmente irrimediabili: non è azionabile la revocazione per errore di fatto,  perché non è individuabile un mero errore di percezione (v. retro sub  par. n. 3),  né la correzione [30] né la revocazione ex  art. 397 c.p.c.  Posto che sulla domanda ex  art. 96, 1° c.p.c. non è stata emessa alcuna decisione, si può soltanto ipotizzare che essa sia riproponibile in separato giudizio; ma anche questa opzione si rivela problematica, perché quella domanda dovrebbe essere (azionata  e) decisa nello stesso giudizio in cui si assume  perpetrato lo specifico  danno sofferto [31]. Resta perciò confermata, anche sotto questo profilo,  la specifica ed irreversibile  gravità degli effetti illegittimamente prodotti dalle tre sentenze anzidette.
VI. GLI INTERESSI PREGIUDICATI
12. Anche gli interessi potenzialmente pregiudicati dalle rilevate nullità processuali sono molteplici e   ragguardevoli. Viene innanzi tutto in rilievo – con riferimento alla sentenza B –  l’interesse personale non solo patrimoniale[32]  della parte che aveva chiesto la condanna aggravata alle spese ex  art. 96, 1° c.p.c. Non meno rilevanti sono i pregiudizi economici che le parti  (tra cui anche quella anzidetta)  risultate vittoriose hanno (in ipotesi) sofferto per la silente omissione  della condanna aggravata risarcitoria, pur sollecitata dal Pubblico Ministero.  Ma soprattutto è grave il fatto che, in frontale contrasto con la ratio della responsabilità aggravata sanzionatoria introdotta nel 2006 per equamente frenare l’incauto accesso al giudizio di legittimità,  da anni, e particolarmente con le sentenze dianzi citate, proprio la Suprema Corte l’abbia immotivatamente e deliberatamente pretermessa;  perciò creando un perverso effetto boomerang, dacché induce  paradossalmente gli Operatori del diritto a ritenere (leggendo sentenze come quelle sopra specificate)  che ….soltanto dinnanzi alla Suprema Corte  non sussista  la responsabilità processuale aggravata, ormai applicata invece di regola dai giudici di merito.   E ulteriore entropia processuale genera non solo la circostanza per cui invece, in rarissimi casi (non a caso rammentati dallo stesso  Pubblico Ministero nelle sue conclusioni scritte),  la stessa Terza Sezione abbia statuito anche d’ufficio, e con ammirevole motivazione, la responsabilità sanzionatoria[33]; ma viepiù l’immotivato indicibile  rifiuto di investire (tramite il Primo Presidente)  le Sezioni Unite del potere – dovere (art. 374, 2° c.p.c.)  di eliminare il conflitto sorto addirittura  all’interno della medesima Sezione:  conflitto che non è meno grave se costituito da decisione che eccezionalmente applicano la responsabilità sanzionatoria e da decisioni che si ostinano a non decidere sul punto (così d’ufficio ‘disapplicando’ le anzidette disposizioni e negando immotivatamente la responsabilità sanzionatoria), nonostante le argomentate sollecitazioni del Pubblico Ministero. Resta perciò gravemente compromesso l’interesse generale (di cui è qualificato rappresentante il requirente di legittimità ex  art. 73 O.G.) sia alla ragionevole durata del giusto processo (art. 111, 2° Cost.), che il legislatore  ha inteso favorire con il rimedio della responsabilità sanzionatoria; sia all’«uniforme interpretazione della legge» (compito fondativo della Corte ex    art. 65 O.G.).

VII. LA RILEVANZA
VII.A. IL  CARDINE STORICO DELLA DISCIPLINA. LE  «DÉNI DE JUSTICE»

13. Eppure l’ostracismo al déni de justice (declinato in tutte le varianti estraibili dalla lettera e dalla ratio delle norme succedutesi  nel tempo) è il comune denominatore dell’articolata  disciplina che regola l’attività del magistrato in sede civile, penale e disciplinare;  come dimostra il seguente – pur sommario – excursus storico.  «Le juge qui refusera de juger, sous prétexte du silence, de l’obscurité ou de l’insuffisance de la loi, pourra être poursuivi comme coupable de déni de justice»: così dettava l’art. 4 del titolo preliminare del Code civil des Français (Code Napoléon del 1804[34]), con una disposizione in sé intesa ad autorizzare il giudice a trovare comunque una soluzione non solo all’interno del codice (autointegrazione), ma anche fuori di esso (eterointegrazione); sennonché la scuola dell’esegesi escluse l’eterointegrazione in ossequio al principio della completezza dell’ordinamento (che rifiuta la creazione del diritto da parte del giudice, secondo l’assioma del giuspositivismo teorico), presupponendo la regola finale per cui ogni azione non vietata è permessa[35]. Dunque il giudice, ridotto a «bouche de la lois», non può essere una bouche afona perché, escluso il non liquet, egli è non solo enfaticamente (secondo la nota definizione di F. Cordero), ma  perfino penalmente ‘condannato’ a decidere. Ed infatti,  a scanso di equivoci, l’art. 185 del c.p. francese del 1810 ‘armò penalmente il precetto dettato dal citato art. 4, prevedendo che: «Tout juge ou tribunal, tout administrateur ou autorité administrative, qui, sous quelque prétexte que ce soit, même du silence ou de l’obscurité de la loi, aura dénié de rendre la justice qu’il doit aux parties, après en avoir été requis, et qui aura persévéré dans son déni, après avertissement ou injonction de ses supérieurs, pourra être poursuivi, et sera puni d’une amende de deux cents francs au moins et de cinq cents francs au plus, et de l’interdiction de l’exercice des fonctions publiques depuis cinq ans jusqu’à vingt.»; disposizione penale (potenziata soprattutto dall’interdiction) che,   siccome dettata innanzi tutto  per tout  juge[36],  rappresenta sia la pietra angolare della normativa  (civile, penale e  disciplinare) che ha per oggetto la condotta dei magistrati,  sia l’origine del nostro vigente art. 328 c.p.  Sotto altro profilo la menzionata disposizione incriminatrice francese sancisce  il passaggio dalla nozione di lesa maestà a titolo di spergiuro (de periurio), cioè come tradimento della fedeltà ed obbedienza feudale, alla nozione di denegata giustizia nei confronti  dei diritti dei cittadini, per tutelarli dall’abuso (anche soltanto omissivo) del potere statuale[37]. Tuttavia,  «Nel c.p. 1889, poi, il ruolo (e la tutela) del singolo soggetto privato sbiadisce e in primo piano viene a porsi la lesione (e la tutela) della p.a. della cui autorità il rifiuto dell’atto scuote il prestigio»[38].  Tale ulteriore  svolta fu inverata dall’art. 178 del Codice Zanardelli del 1889[39], alla cui stregua l’incriminazione per omissione o rifiuto  venne  estesa a qualunque pubblico ufficiale, senza necessità di previa diffida del privato o ingiunzione del superiore;  salvo che per i  funzionari dell’ordine giudiziario, per i quali inoltre la condanna penale era subordinata alla sussistenza   delle condizioni per l’esperimento dell’azione civile di responsabilità[40]. L’enfatizzazione del concetto di prestigio, in piena consonanza con l’ideologia fascista, trovò poi il suo coronamento  nell’art. 328 del Codice Rocco[41]; che, fermo restando quanto già previsto dal Codice Zanardelli,   per la prima volta prescrisse che rifiuto, omissione o ritardo del pubblico ufficiale (compreso il magistrato) o dell’incaricato del pubblico servizio erano punibili soltanto se ‘indebiti’, sostituendo inoltre   alla pena della multa  quella della reclusione.  Frattanto, sul piano della responsabilità disciplinare, le leggi Orlando  n. 511  del 1907 e n. 438 del 1908 avevano elaborato un primo tentativo di tipizzazione dei doveri e quindi degli illeciti disciplinari, tra cui non era specificamente considerata il déni de justice; introducendo però una norma di chiusura, secondo la quale  il magistrato «deve comunque tenere, in ufficio e fuori, una condotta tale da non renderlo immeritevole della fiducia e considerazione di cui deve godere e da non compromettere  il prestigio dell’ordine giudiziario»[42]. Con l’avvento del fascismo, l’ordinamento Oviglio, approvato con r.d. n. 2786 del 1923, rinunciò alla tipizzazione, riproducendo soltanto  la predetta norma di chiusura e così dispose anche l’art. 232 dell’ordinamento Grandi, approvato con il r.d. n. 12 del 1941[43]. Nell’immediato dopoguerra il R.D.Lgs. n. 511 del 1946 (Guarentigie della magistratura) ristabilì sostanzialmente l’ordinamento Orlando  e, ritenendo impossibile prevedere specificamente tutte le violazioni disciplinari  imputabili ai magistrati, su limitò a ribadire  che  «Il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga in ufficio o fuori una  condotta  tale, che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione  di  cui  deve  godere, o che comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario, è soggetto a sanzioni disciplinari, secondo le disposizioni degli articoli seguenti» (art. 18). Pertanto la Sezione Disciplinare (composta in maggioranza da magistrati)  del Consiglio Superiore della Magistratura, previsto dalla Costituzione repubblicana, si avviò a svolgere l’imbarazzante ruolo sia di giudice del contenzioso disciplinare sia di legislatore del caso concreto;  creando così le premesse per l’introduzione del D. lgs. n. 109 del 2006, mod. con l. n. 269 del 2006, che introdusse un’articolata tipizzazione (ancorché incompleta). L’esito del referendum del dì 8 novembre 1987 comportò l’abrogazione degli artt. 55, 56 e 74 del c.p.c. del 1940[44] ed il conseguente vuoto legislativo fu colmato  dalla L. n. 117 del 1988, che previde sia, come specifica ipotesi di illecito civile,  il diniego di giustizia[45] sia la modifica dell’art. 328 c.p.[46]; disposizioni normative rimaste immutate anche a seguito della legge n. 18 del 2015, che ha modificato altre norme della L. n. 117 del 1988.

Infine l’art. 328 c.p. è stato modificato dall’art. 16 della l. n. 86 del 1990[47].

Ciò premesso, in prima approssimazione e per quel che qui interessa, l’inosservanza o la ‘ribellione’ (dolosa o colposa) del giudice, tenuto a motivatamente decidere  in conformità alla legge (artt. 101 e 111 Cost.),  può essere attiva (o commissiva), se si esprime mediante  provvedimenti illegittimi o ingiusti;  ovvero passiva (o omissiva), mediante (per l’appunto) il déni de justice, che può trascorrere  dal doloso rifiuto alla mera omissione ovvero al semplice ritardo.    Il déni de justice (in tutte le sue concrete varianti) a sua volta può essere isolato  ovvero reiterato: e può rilevare  in sede penale (v. infra sub parr. nn. 14-15),  civile (v. infra sub parr. nn. 16-17) e disciplinare (v. infra sub parr. nn. 18- 22).

VII. B. LA RILEVANZA PENALE

14. Nella formulazione vigente (retro sub nota n. 44), l’art. 328, 1°  c.p. punisce il p.u. o l’i.p.s.  che, anche con una singola condotta,  «indebitamente ‘rifiuta’ un atto del suo ufficio  che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo». Rispetto alla precedente normativa, la disposizione dunque  sembra restringere l’area dell’illecito penale ad alcuni provvedimenti qualificati (da ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità), sempre che la loro emissione risulti urgente od indifferibile. Inoltre l’ultima novella legislativa non contiene più alcuna disposizione specifica per i magistrati, che invece dianzi condizionava (come già l’art. 185 del c.p. francese del 1810: v. retro sub par. n. 13) la responsabilità penale del magistrato inerte  alla sussistenza delle condizioni previste per l’esercizio dell’azione civile,  tra cui la messa in mora prevista dal c.p.c. del 1865 (v. retro sub nota n. 37) e dal  c.p.c. del 1940 (v. retro sub nota n. 41), sicché sembra che il legislatore del 1990 abbia voluto parificare la disciplina sanzionatoria dettata per i magistrati a quella degli altri pubblici ufficiali, almeno con riferimento ai provvedimenti urgenti. Posto che nella precedente versione (v. retro sub nota n. 43) l’art. 328, 1°  c.p. esplicitamente dettagliava la condotta punibile come rifiuto omissione o ritardo, ci si è chiesto  se ora il ‘rifiuto’ (o il ritardo[48]), le uniche condotte espressamente (o implicitamente) sanzionate,  presuppongano una previa vana richiesta (rispetto alla quale soltanto, linguisticamente,   sembra prospettabile un ‘rifiuto’);  ovvero  se invece anche ora basti (per intranei magistrati e non) ad integrare  il reato la semplice omissione   (o il ritardo)  nell’emissione  del provvedimento dovuto. Taluni commentatori hanno contestato la soluzione che ritiene non necessaria la richiesta sia perché essa (ad onta della specifica previsione del ‘rifiuto’ tanto nel corpo della disposizione  quanto nella sua rubrica)   contrasta (siccome frutto di analogia in malam partem, e non soltanto di interpretazione estensiva) con il principio di stretta legalità;  sia perché essa risulta eccentrica rispetto al preciso disegno di politica legislativa volto a restringere l’area del previgente illecito penale, nell’intento di tornare all’origine storica del diniego di giustizia, quale previsto dal codice francese del 1810 (v. retro   sub par. n. 13), prima della ‘svolta’ operata dal Codice Zanardelli (v. retro sub nota 36) e dal Codice Rocco (v. retro sub nota 38)[49]. Sennonché  con importanti decisioni penali la Suprema Corte[50], equiparando alla richiesta una «urgenza sostanziale», ha accolto l’opposto orientamento con specifico riferimento al ritardato deposito di sentenze penali, statuendo precisamente quanto all’art. 328, 1° c.p. che:  a) il termine ‘rifiuto’ coincide con ‘omissione’, non presupponendo  quindi alcuna esplicita previa richiesta ex  art. 3 della legge n. 117 del 1988 e così l’illecito penale ex  art. 328, 1° c.p. resta integrato nel caso deciso, mentre  la connessa responsabilità civile  è regolata dalle norme ordinarie in quanto scaturente da fatto costituente reato (art. 13 della l. n. 117 del 1988);  b) il rispetto dei termini previsti per il deposito dei provvedimenti giurisdizionali è indifferibile per le ragioni sopra esposte ancorché, dopo la consumazione del reato,   il tardivo  deposito del provvedimento non si profili inutile;  c) il reato si perfeziona «nel momento in cui, decorsi i termini di legge e quelli di ragionevole comporto, in assenza di alcuna giustificazione, la silente inerzia del magistrato si prolunga nel tempo in maniera proterva»; d) «il rifiuto deve avvenire ‘indebitamente’, avverbio questo che indica un requisito di illiceità speciale che tende a dare rilievo a quelle sole forme di rifiuto che non trovano una giustificazione nella legge e nelle norme amministrative che disciplinano i doveri di agire del p.u. e  si pongono in contrasto con le medesime leggi e norme amministrative». É opportuno rimarcare  che, almeno con riferimento ai provvedimenti considerati latamente urgenti dalle citate sentenze penali (art. 328, 1° c.p.),  la novella ha esplicitamente  ‘sganciato’ il fatto penalmente rilevante (rifiuto, omissione o ritardo)   dalla disciplina della responsabilità civile dei magistrati, sicché esso, per tal via reso autonomo,  non è più minimamente disciplinato dall’art. 3 della l. n. 117 del 1988 (né a fortiori  dal D. lgs. n. 109 del 2006). Vero è invece che rifiuto, omissione o ritardo sono puniti soltanto se ‘indebiti’, così arricchendo  oggettivamente (e cioè con riferimento a norme extrapenali) la descrizione del fatto tipico, secondo lo schema dell’illiceità (non soltanto espressa, cioè ridondante, ma più esattamente)  speciale, e perciò vincolante per l’interprete,  con la triplice conseguenza che il reato doloso configurato dall’art. 328, 1° c.p. resta integrato soltanto se l’agente si sia reso conto di non adempire i propri doveri; che configura errore sul fatto anche l’errore  sulla legge extrapenale che disciplina l’atto[51]; che   l’accertato difetto della predetta consapevolezza in capo al magistrato comporta l’adozione della formula «perché il fatto non sussiste», al posto di quella «perché il fatto non costituisce reato»[52].  Sennonché il rilievo di tale illiceità speciale risulta in concreto alquanto ridimensionato dal fatto che, come statuito dalla menzionata sentenza penale della Suprema Corte, la previsione di un termine di deposito dei  provvedimenti giurisdizionali e la sua vana scadenza costituiscono normalmente quanto basta per individuare l’atto (addirittura) ‘urgente’ (perciò stesso punibile)  e per assegnare perciò piena valenza penale alla sua perdurante omissione od anche al significativo ritardo nel deposito[53];  soprattutto  a volere considerare (anche ai fini dell’individuazione del dolo) che alla competenza professionale del magistrato non può (e non deve) sfuggire non solo l’importanza ed il rigore del termini di deposito, ma anche l’osservanza degli altri doveri processuali (e così anche quelli connessi all’applicazione officiosa, espressamente sollecitata anche dal Pubblico Ministero,   della  responsabilità processuale sanzionatoria).

15. Se confermata,  l’interpretazione dell’art. 328, 1° c.p.,  accolta in sede penale dalla Cassazione con specifico riferimento al ritardo nel deposito delle sentenze (v. Sez. 6, n. 7766 del 09/12/2002 – dep. 17/02/2003), teoricamente a fortiori potrebbe  applicarsi alla vicenda in esame in cui la Suprema Corte ha omesso scientemente (retro  sub par. n. 3) di decidere sia sull’istanza di condanna aggravata sanzionatoria avanzata dalla parte rimasta vincitrice (art. 96, 1° c.p.c.), sia sulle sollecitazioni del Pubblico Ministero volte al medesimo fine (art. 96, 3° c.p.c.).

VII. C. LA RILEVANZA CIVILE

16. In forza dell’ordito motivazionale della   citata sentenza penale,  la parte che ha invano proposto la domanda ex  art. 96, 1° c.p.c., potrebbe esercitare in seno al processo  penale l’azione risarcitoria (quanto meno facendo capo alla «perdita di chances») nei confronti del magistrato e dello stato, ai sensi dell’art. 13 della L. n. 117/ 1988, ancorché non risultino i presupposti previsti dall’art. 3 della medesima legge, giacché «Quando il fatto dannoso sia anche penalmente rilevante, la normativa della legge, diretta a creare il ‘privilegio’ del giudice sul piano sostanziale    e processuale, non si applica. E quindi scatta il regine normale»[54].  La parte processuale interessata alla emissione del provvedimento giurisdizionale deve considerarsi danneggiata dal reato di cui all’art. 328, 1° c.p. e potrà costituirsi Parte Civile anche se non ricorrano i presupposti dell’art. 3 della  l. n. 117 del 1988;  essa inoltre,  in qualità di parte offesa, poiché il pubblico interesse (art. 112 c.p.c.) coincide anche con il suo  interesse privatistico (reato plurioffensivo),[55] è legittimata ad opporsi alla richiesta di archiviazione.

17. Difficile – se non impossibile –  invece, è ipotizzare l’applicazione del diniego di giustizia quale analiticamente disciplinato dall’art. 3 della l. n. 117/ 1988, in sede esclusivamente civile, cioè al di fuori del procedimento penale.

VII. D. LA RILEVANZA DISCIPLINARE

VII. D. 1.  ILLECITO DISCIPLINALE CONSEGUENTE AL REATO (ART. 4 DEL D. LGS. N. 109/ 2006)

18. Costituisce illecito disciplinare, secondo la disposizione testè richiamata (art. 4, lett. a) qualunque condanna e qualunque sentenza ex    art. 444 , 2° c.p.p. per delitto doloso o colposo o preterintenzionale, divenute irrevocabili,  quando la legge stabilisce la pena detentiva (sola o congiunta a quella pecuniaria); ivi  compresa dunque l’eventuale  condanna ex  art. 328 c.p. (delitto punito in ogni caso con la pena della reclusione).

VII. D. 2.  ILLECITI DISCIPLINARI NON CONSEGUENTI  AL REATO

VII.D.2.a. – ART. 2, 1°  LETT. L)  DEL D. LGS. N. 109/2006.  IMPLICITO RIGETTO IMMOTIVATO

19. Il deliberato reiterato ‘ni’ della Suprema Corte sulla domanda (ex  art. 96, 1° c.p.c.) e sulle sollecitazioni a provvedere d’ufficio (ex    artt. 96, 3° vel  385, 4° c.p.c.) si è tradotto in mancato accoglimento,   e perciò processualmente in corrispondente implicito immotivato rigetto a valle; plurimo rigetto che, essendo intenzionalmente silente in sé (per l’appunto: ‘ni’) nonché dal punto di vista motivazionale (v. retro sub par. n. 3), per un verso,  risulta  in iure  intangibilmente nullo (v. retro  sub  par. n. 11)  e, per altro verso, integra in pieno la fattispecie disciplinare prevista dalla testè citata disposizione disciplinare[56].  In  realtà, ai fini che qui rilevano, e soprattutto dal punto di vista dei titolari  degli interessi pregiudicati (v. retro sub par. n. 12),  non sussiste alcuna rilevante differenza  tra:  a) la decisione che accolga una domanda apoditticamente, cioè senza motivazione alcuna; b) la decisione che rigetti soltanto in dispositivo una domanda, omettendo qualsiasi motivazione; c)  la decisione (specialmente di terzo grado) che,  immotivatamente e deliberatamente pretermettendo  l’esame della domanda,  finisca per oggettivamente rigettarla; d) la decisione che si astenga dal dovere di decidere d’ufficio, sebbene incalzata dalle sollecitazioni del Pubblico Ministero.  Nei primi due casi (a e b) si è in presenza di un immotivato provvedimento esplicito (positivo o – rispettivamente  – negativo), sostanzialmente un rumoroso «pugno  sul tavolo»;  negli altri due casi (c – d) la decisione, proprio perché afona,  si rivela ancora più grave,  perché viola altresì l’art. 112 c.p.c.(nella specie addirittura irreparabilmente). Nelle prime due ipotesi il giudice formalmente ‘decide’ senza motivare; nelle altre due, e segnatamente nella vicenda in esame,  addirittura il giudice coscientemente «decide di non decidere» (v. retro sub par. n. 3), proprio perché non può – o (peggio) non vuole – motivare.  Nelle anzidette alternative resta comunque  ugualmente disatteso il precetto dettato dall’art. 111, 6° Cost., al cui rigoroso rispetto tende la fattispecie sanzionatoria[57]; volta com’è ad impedire sia «pugni sul tavolo» sia il déni de justice perpetrato mediante l’intenzionale sottrazione all’obbligo decisionale (e quindi anche motivazionale). Le anzidette considerazioni vanno reiterate anche con riferimento all’implicito rigetto, deliberato e immotivato,  dell’istanza con cui il Pubblico Ministero, avendone il potere(-dovere) ex  art.  376, 3° c.p.c., aveva chiesto la rimessione alle Sezioni Unite in ordine all’ambito di applicazione, anche ratione  temporis  (v. retro sub par. n. 8),  degli artt. 96, 3° e 385, 4° c.p.c., atteso che altre   decisioni proprio della Terza Sezione avevano motivatamente disposto d’ufficio la condanna aggravata sanzionatoria; anche in tal caso la Suprema Corte ha immotivatamente deciso di non trasmettere gli atti al Primo Presidente,  violando  gli artt. 374 e 376 c.p.c.

VII.D.2.b. – ART. 2, 1° LETT. G). GRAVE VIOLAZIONE DI LEGGE

20. Ove si ritenesse insussistente nella fattispecie un implicito provvedimento di rigetto, proprio l’omessa considerazione, da parte della Suprema Corte, della domanda di parte e delle sollecitazioni del Pubblico Ministero integrerebbe di certo la disposizione sanzionatoria da ultimo  richiamata[58]; questa volta si imputa cioè alla Corte non di avere immotivatamente deciso, ma di avere illegittimamente omesso di decidere. Difatti il deliberato e reiterato rifiuto di decidere costituisce comunque grave violazione sia dell’art. 112 c.p.c. sia delle disposizioni (artt. 96, 3° vel 385, 4° c.p.c.) che impongono alla Suprema Corte di statuire d’ufficio sulla condanna aggravata sanzionatoria alle spese, reiteratamente e motivatamente sollecitata dal Pubblico Ministero: omissione perciò contra legem, e cioè in frontale spregio a disposizioni di legge che non offrono zone grigie di interpretazioni[59]. Ben vero, ancorché si ammetta che la fattispecie delineata dalla citata lett. g) non sia applicabile alle attività propriamente provvedimentali[60], di certo essa ingloba e punisce le condotte  illegittimamente  omissive, quali quelle consistenti  nell’omessa doverosa pronuncia, per di più nella vicenda in esame pienamente cosciente e reiterata (v. retro sub par. n. 3)[61], sicché restano ampiamente dimostrati i presupposti della gravità e (a fortiori) della  negligenza inescusabile, non scriminata dall’orientamento informato alla «frenesia statistica» (di certo esterno al singolo processo, e come tale irrilevante: v. retro sub par. n. 4).

VII.D.2.c. – ART. 2, 1° LETT. D) DEL D. LGS. N. 109/2006. GRAVE SCORRETTEZZA

21. Può darsi che il Giudice ometta soltanto di vagliare i presupposti per l’emissione d’ufficio della condanna aggravata sanzionatoria alle spese. Ma nella vicenda in esame tra l’altro la Suprema Corte,  silenziosamente e deliberatamente,  ha tacitato,  mortificato   e azzerato l’’impegno attivamente profuso sia dalla Parte (che  aveva azionato   un diritto soggettivo alla condanna aggravata sanzionatoria), sia dal Pubblico Ministero (titolare di un interesse,  per così dire legittimo,  alla  corretta applicazione degli artt. 96, 3°  e 385, 4° c.p.c. o quanto meno alla rimessione, ricorrendone i presupposti, del ricorso all’esame delle Sezioni Unite). Resta  così integrata la fattispecie disciplinare testè richiamata[62], specialmente a volere considerare che l’art. 1,  del Codice etico dei magistrati prescrive tra l’altro che «Il magistrato opera con spirito di servizio per garantire la piena effettività dei diritti delle persone; considera le garanzie e le prerogative del magistrato come funzionali al servizio da rendere alla collettività; presta ascolto ai soggetti che in diverse forme concorrono all’esercizio della giurisdizione e ne valorizza il contributo»[63]. Il «muro di gomma» eretto dai Collegi decidenti  rispetto alle conclusioni della Parte e del Pubblico Ministero costituisce perciò, se non scorrettezza abituale,  certamente scorrettezza reiterata e grave (v. retro sub par. n. 12). Va rammentato altresì che, per un verso, le decisioni in esame sono rimaste silenti rispetto alle domande ed alle sollecitazioni, sicché rientrano nell’ampio  concetto di ‘comportamento’ omissivo;  per altro verso  – e comunque – che secondo l’indirizzo univoco della Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, confermato dalle Sezioni Unite, sono rilevanti,   ai fini  della fattispecie disciplinare in esame, anche le scorrettezze  commesse attraverso atti e provvedimenti giudiziari[64].

VII.D.2.d. – ART. 2, 1° LETT. A) DEL D. LGS. N. 109/2006. L’ILLECITO DISCIPLINARE DANNOSO

22. Oltre alle violazioni disciplinari non dannose anzidette,  richiamando (v. retro sub par. n. 12) la natura degli interessi (patrimoniali e non patrimoniali) potenzialmente lesi volontariamente[65] dalle tre intangibili sentenze in esame, è configurabile anche la fattispecie disciplinare testè richiamata[66], che costituisce  una macro fattispecie autonoma per le ragioni meglio approfondite altrove[67].

[1]        Il numero  di ruolo vale ad indicare la sequenza  cronologica in cui i ricorsi sono stati trattati in udienza.
[2] La sentenza Sez. 3, Sentenza n. 6796 del 05/05/2003   aveva dettato  il seguente principio: «All’accoglimento della domanda di risarcimento dei danni da lite temeraria non osta l’omessa deduzione e dimostrazione dello specifico danno subito dalla parte vittoriosa, che non è costituito dalla lesione della propria posizione materiale, ma dagli oneri di ogni genere che questa abbia dovuto affrontare per essere stata costretta a contrastare l’ingiustificata iniziativa dell’avversario e dai disagi affrontati per effetto di tale iniziativa, danni la cui esistenza può essere desunta dalla comune esperienza»  (su tale sentenza v. infra sub par. n. 5).

Il richiamo all’art. 96, 1° e la citazione della menzionata sentenza fanno intendere che la parte controricorrente aveva chiesto la condanna aggravata alle spese, senza dimostrare concretamente il danno subito, sicché il Pubblico Ministero ha ritenuto, per un verso,  di richiamare una statuizione idonea a sostenere la domanda stessa e, per altro verso, di postulare comunque la domanda di condanna aggravata alle spese ex  art. 96, 3° c.p.c.
[3]  Ancorché questa volta (sentenza B) le conclusioni non siano state dettagliate come per la trattazione degli altri due ricorsi (sentenze A e B), non poteva sfuggire al Collegio giudicante l’unicità della problematica.  Per altro alla trattazione del ricorso B ha fatto seguito quella del ricorso C, in cui le conclusioni del Pubblico Ministero sono state ampiamente dettagliate (come per il ricorso A).
[4]        V. retro nota n. 2.
[5]        V. retro sub par. n. 1.
[6]        Un singolo immotivato rigetto può anche ascriversi a mera negligenza; ma tre  immotivati rigetti, consumati in camera di consiglio all’esito di una udienza pubblica della durata di due ore ed a fronte di specifiche e motivate conclusioni trascritte nelle sentenze, denunciano un deliberato reiterato «déni de justice» (v. infra sub par. n. 13).
[7]        DANTE ALIGHIERI, La Commedia, Infermo, Canto III, 96.
[8]        Non è facile – ma è necessario –  dimenticare che  non si è temuto  di affermare da parte di un ex  consigliere di cassazione, a proposito del Pubblico Ministero presso la Suprema Corte civile,  che addirittura «a quanto consta i collegi della Suprema Corte tengono in ben poco le conclusioni del procuratore generale, il quale finisce con lo svolgere un ruolo di rilievo assai modesto» (G. FINOCCHIARO, in Guida al diritto, 2013, fasc. n. 28, pag. 80): affermazione tanto immotivata e soggettiva quanto imbarazzante,  a volere considerare che, se veridica,  quanto meno  imputerebbe (soprattutto al suo autore, ma anche)  ai giudicanti di legittimità quanto meno la violazione dell’art. 2, 1°, lett. d) del D. lgs. n. 109 del 2006, che sanziona in sede disciplinare i comportamenti abitualmente o gravemente scorretti dei magistrati nei confronti di altri magistrati, anche perché il ruolo del Pubblico Ministero nel giudizio di legittimità è prefissato dal Legislatore e non dai Giudicanti di legittimità.  Sia consentito richiamare sul punto R. RUSSO, Il M. presso la S.C civile! Chi era costui? Appunti sugli artt. 75 e 81 del D.L. n. 69 del 2013, in Judicium.it, diretto dal prof. B. Sassani.
[9]        Secondo la visione storicistica di G. Diltey (1833 – 1911), le scienze della natura ‘spiegano’ le leggi fisiche; le scienze dello spirito mirano invece a ‘comprendere’ il senso della vita  umana, avvicinandosi progressivamente allo scopo ultimo: la conoscenza di sé  stesso  da parte dell’uomo.
[10]      É il caso di evidenziare: «La Corte (intendo: la Corte nella sua dimensione interna, di vertice direttivo e di apparato organizzativo ed operativo)»:  così tiene a precisare testualmente anche P. GAETA, Il nuovo processo civile di cassazione: la secolarizzazione della Corte e la scomparsa del procuratore generale, in Questione giustizia, 2017, 3, pag. 67.
[11]      R. RUSSO, L’ultimo “non – rito” della Cassazione civile ovvero l’«entente cordiale» con il Legislatore, pubblicato il 3.4.2017 sul sito Judicium.It, diretto dal prof. B. Sassani. Nel medesimo senso ora anche P. GAETA, op. cit.

Non solo, in contrasto con la riserva di legge prevista dall’art. 111, 1° Cost.,  risulta  totalmente deformalizzato  il ‘rito’  cassatorio,  ormai interamente affidato alla potestas  della Suprema Corte e  perciò imprevedibile, ma soprattutto la riforma del 2016  ha esasperato il peccato originale di ogni sommarizzazione.  Soltanto il processo consente di stabilire la parte che legittimamente e giustamente postula la tutela giudiziaria; perciò il rito cognitorio non può che prescindere  dal suo esito finale ed essere ‘neutrale’ rispetto ad esso (siccome dicibile soltanto a seguito, e per effetto, del rito); non cambiano le regole e l’arbitro della contesa, quali che siano le previsioni sul suo esito.  Invece da tempo, e segnatamente a seguito dell’ultima riforma (2016), si assiste in cassazione a  questa straordinaria vicenda: in solitudine il nominato relatore, delibando au fond l’esito del ricorso, conforma – e perciò stabilisce – le regole procedurali applicabili. Se, per esempio, monocraticamente il relatore  della Sesta Sezione delibi nel senso della manifesta infondatezza (ovvero della inammissibilità), comunicando alle parti soltanto gli estremi  del precedente giurisprudenziale (emesso in ipotesi da una Sezione Semplice) ritenuto dirimente, non solo esse  devono vaticinare la reale e compiuta ragione della grave delibazione negativa (non sempre compitamente desumibile,  e perciò difficilmente contestabile), non solo resta escluso dal contraddittorio il Pubblico Ministero di legittimità (ancorché quello di merito,  ad esempio, fosse obbligatoriamente intervenuto ex  art. 221, 3° c.p.c nel giudizio per la querela di falso oggetto dell’impugnazione); non solo le stesse parti sono escluse dal contraddittorio orale;  ma resta definitivamente ridotto perfino l’impegno motivazionale finale della Sezione (ordinanza anziché  sentenza).  L’unico  vero rimedio  previsto per correggere (ma soltanto a posteriori)  l’erronea delibazione monocratica – e cioè la possibilità di ottenere la rimessione alla pubblica udienza –  è  affidato  alla valutazione insindacabile della stessa Corte;  ma deve fare i conti sia con concreti  rischi psicologici (quelli che nell’ordinamento inglese vengono compendiati nella c.d. confirmation bias, naturale tendenza dell’autore di una decisione a non più modificarla), sia  con la «frenesia statistica» ‘imposta’ ai Decidenti sommersi dall’enorme carico di lavoro (e perciò tendenzialmente renitenti a ‘cestinare’ una ordinanza di manifesta infondatezza già confezionata e pronta per il deposito). Ed è ancora più straordinario osservare che il Collegio giudicante, nel confermare la delibazione del relatore trasformandola perciò in giudicato, in seno all’ordinanza (di inammissibilità o di manifesta infondatezza) si astenga  dal decidere sulla temerarietà del ricorso; forse temendo che il dictum, siccome frutto  della predetta  ‘frenesia’,  non sia sufficientemente soppesato? Ma, se così fosse, la rilevata  ritrosia sulla condanna aggravata sanzionatoria sarebbe rivelatrice di una ben più grave criticità sistemica.

Si può anche affermare, con P. GAETA (op. cit..),  che si è compiuta così «la secolarizzazione della Corte» [e cioè  «la desacralizzazione della tradizione culturale e dei principi sedimentati nella giurisdizione di legittimità (il ‘disincantamento’ rispetto ad essi, per dirla con Max Weber), sostituiti dall’affermazione di una razionalità strumentale, dispiegata per rispondere alle esigenze immanenti»]; ma in realtà l’«entente cordiale» tra Suprema Corte e Legislatore  ha prodotto la  mistificazione, la falsificazione e la ‘liquidazione’   (nell’omologo senso  con cui Zygmunt Bauman ha parlato di «società liquida») del ricorso per cassazione nel diritto civile, quale previsto  dall’art. 111, 6°  Cost. (tuttora formalmente imperante); disposizione che  non ha nulla di sacro,  ma costituisce l’ultimo  presidio prezioso per la tutela dell’Utente finale della  Giustizia (unico sovrano nell’apparato democratico: art. 1 Cost.), specialmente in un ordinamento sociale così segnato da illegittimità diffusa,  ed ora  perfino da specifica illegittimità costituzionale.  Come al paziente oncologico serve soltanto la corretta  chemioterapia, così al civis che si affida (per quanto ancora?) alla Giustizia dello Stato non servono né ‘incanti’ né ‘disincanti’ né «razionalità strumentale»,  ma visioni e politiche del diritto, risorse, leggi,  procedimenti ed istituzioni in grado di garantirgli effettivamente il godimento dei diritti costituzionali nella loro pienezza (e cioè il giusto equilibrio tra iustitia e celeritas), non certo  soluzioni palliative o stolte: malis mala succedunt.

Sul punto v. più ampiamente B. CAPONI, Doing Business come scopo del processo civile?, in Foro it., 2015, 15 e segg. Da ultimo  è in discussione una riforma per il   reclutamento, tra gli ex  magistrati ‘esodati’ per effetto dell’improvvida riforma del 2014,  di consiglieri ausiliari da assegnare alla Sezione Tributaria della S.C.; essi sarebbero pagati a forfait (mille euro per undici mensilità) ma, a pena di revoca,  dovrebbero garantire lo smaltimento di un certo numero di ricorsi (inizialmente 120, poi 150). E tutto ciò soltanto per fare ‘apparire’ nelle classifiche internazionali (l’indice Doing Business innanzi tutto)  più efficiente e veloce la Giustizia italiana. Ma se i diritti costituzionali di azione e di difesa devono essere « presi sul serio », per parafrasare il titolo di un famoso saggio di R. DWORKIN (Taking rights seriously), si può consentire che essi siano subordinati alle esigenze economiche? Comunque neppure il più strenuo sostenitore del taylorismo avrebbe immaginato di applicare ai magistrati il  principio dell’”operaio bue” (asservito alla catena di montaggio),  senza per altro l’incentivo del cottimo differenziale: in fondo la Suprema Corte, ammesso (ma non concesso)  che sia un’azienda, di certo non ‘produce’ frigoriferi!

Nel fotografare la posizione della Suprema Corte – tra  chi (FERRAJOLI) chiama in causa la responsabilità della politica e mette in guardia dai rischi di squilibri che gli spazi lasciati aperti alla discrezionalità interpretativa e all’argomentazione per principi sono suscettibili di generare nei rapporti tra poteri, e chi (LIPARI)  guarda con favore al perfezionamento creativo della legge che si realizza nella  concretizzazione di questa ad opera del giudice nel caso particolare – anche A. GIUSTI  testimonia in capo alla Suprema Corte  «il rifiuto, al contempo, della possibilità di collocare la giurisdizione in una dimensione potestativa, suscettibile di giustificare l’abbandono, ad opera del giudice interprete, del testo linguistico e di legittimare un voluto giudiziale che si ponga al di fuori della cornice della proposizione prescrittiva espressa dall’enunciato» (così in Giurisdizione e interpretazione in Cassazione,  Questione giustizia, 2016, fasc. 4, pag. 142).

Ovviamente neppure il trend verso la celeritas  (a qualunque costo) giustifica minimamente l’omessa decisione sulla condanna aggravata sanzionatoria chiesta dalla parte e sollecitata dal Pubblico Ministero in pubblica udienza. Probabilmente ha ragione P. GAETA (op.  cit.) quando si spinge a predire la «morte del procuratore generale», riferendosi (ovviamente) al servizio della Procura  generale presso la S.C. civile. Può darsi; ma tale ‘morte’ la dovrà  dichiarare  il Legislatore, se e quando vorrà,  non certo la Suprema Corte.
[12]           «E vi è la vergine Dike, nata da Zeus, nobile e venerata dagli dei che abitano in Olympus; quando qualcuno l’offende e, iniquamente, la disprezza, ella si siede presso il padre Zeus, figlio di Kronos, e a lui racconta gli ingiusti pensieri degli uomini…»: ESIODO,  Le opere e i giorni, fr. 255, VII secolo a.C.  Thémis  e Dike indicano già due diverse concezioni della giustizia: «manifestazione di una volontà superiore all’uomo la prima, prodotto della ragione e dell’esperienza umana la seconda» (così G. FASSO’, Storia della filosofia del diritto, vol. –  I Antichità e Medioevo, 2001, pag. 13).  Ad entrambe si contrappone la   Hýbris, che nel nostro ordinamento  è prevenuta ed impedita dall’art. 101 Cost., imponendo ai giudici di applicare,   nel nome del Popolo sovrano, le leggi (costituzionalmente legittime) cui soltanto sono soggetti.
[13]      Già Socrate aveva insegnato che l’antadikein (il contro-male,  come reazione all’ingiustizia)    non è giustificato neppure dall’adikein (l’ingiustizia): PLATONE, Critone, 49b. D’altronde nel discorso inaugurale del 24.1.2014 il Presidente della Suprema Corte ha autorevolmente precisato a pag. 14.: «La congiuntura attuale non appare propizia per progetti di alta ingegneria normativa, per elaborare linee complessive di riforme di sistema. A essere indispensabili e urgenti sono rimedi pragmatici imposti dall’entità dei numeri dei processi che si riversano negli uffici giudiziari e dalla necessità di ristabilire una giusta “filosofia” della gestione della giustizia e di far affermare un’etica pubblica fondata sul principio di legalità, anziché sull’idea che l’illegalità altrui basti a giustificare la propria». Tali insegnamenti possono essere applicati al tentativo della Suprema Corte di affermare la celeritas anche in danno della iustitia: in entrambi i casi quel che si genera è soltanto  ulteriore entropia.
[14]      L. LOMBARDO, Il nuovo volto della Cassazione civile, in Questione Giustizia on line.
[15]      Ma è noto il c.d. paradosso dell’onnipotenza: l’ente onnipotente può  creare un masso inamovibile? Quale che sia la risposta,  si limiterebbe l’onnipotenza.
[16]      Non ‘giustificato’ (?) neppure dalla «ragion di stato»; soltanto in forza della  quale probabilmente Sez. U, Ordinanza n. 24624 del 1°.12.2016, giudicando su un delicato regolamento di giurisdizione (sulla legittimità del  quesito referendario, svoltosi poi il 4.12.2016),  ha abbreviato i termini inderogabili e ammesso la discussione orale,  in frontale  contrasto con l’art.  380 ter  c.p.c.  «al fine di adeguare il rito camerale alle esigenze costituzionali di rispetto del diritto di difesa»; così però riconoscendo espressamente l’incostituzionalità del rito camerale privo dell’appendice orale. Una ragione in più per ribadire che la Suprema Corte ormai, a proprio esclusivo arbitrio,   «decide come decidere» e perfino, come avviene nelle vicende qui al vaglio,  «decide di non decidere».
[17]      Il quale aveva segnalato che,   «contro il contrario orientamento della Suprema Corte,  non può non darsi autonomo rilievo alla specifica previsione dell’art. 96 c.p.c. (in entrambi i commi),  secondo cui la liquidazione del danno può e deve avvenire d’ufficio quando risultino gli altri elementi della fattispecie risarcitoria; espressione che sarebbe pleonastica ed inutile se si riferisse alla sola liquidazione  equitativa (già prevista in generale come officiosa dagli art. 1226 e 2056 c.c.)».
[18]Sez. 3, Sentenza n. 6796 del 05/05/2003 (Presidente: Giuliano; Estensore: Amatucci;P.M.:  Russo R.  Conf.), già citata retro sub  nota n. 2.
[19] Il convincimento della Suprema Corte è esplicitato in Sez. 6  3, Ordinanza n. 20995 del 12/10/2011  (Presidente: Finocchiaro M.  Estensore: Vivaldi R.  Relatore: Vivaldi R.  P.M. Russo RG. Conf): «In tema di responsabilità aggravata per lite temeraria, l’art. 96 cod. proc. civ. prevede, nel caso di accoglimento della domanda, il risarcimento dei danni, da intendersi, quindi, come ampia formulazione letterale comprensiva sia del danno patrimoniale, che del danno non patrimoniale, quest’ultimo trovando giustificazione anche in ragione della qualificazione del diritto di azione e difesa in giudizio in termini di diritto fondamentale. Ne consegue che, sotto il profilo del danno patrimoniale, in assenza di dimostrazione di specifici e concreti pregiudizi derivati dallo svolgimento della lite, è legittima una liquidazione equitativa che abbia riguardo allo scarto tra le spese determinate dal giudice secondo le tariffe e quanto dovuto dal cliente in base al rapporto di mandato professionale; mentre, sotto il profilo del danno non patrimoniale, la liquidazione equitativa deve avere riguardo alla lesione dell’equilibrio psico-fisico che, secondo nozioni di comune esperienza (anche in forza del principio della ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost. ed alla legge 24 marzo 2001, n. 89), si verifichi a causa di ingiustificate condotte processuali».
[20]      «Quando  pronuncia  sulle  spese,  anche  nelle  ipotesi  di   cui all’articolo 375, la Corte, anche d’ufficio, condanna,  altresì,  la parte soccombente al pagamento, a favore della  controparte,  di  una somma, equitativamente  determinata,  non  superiore  al  doppio  dei massimi tariffari, se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave. »
[21]      «any improper purpose, such as to harass or to cause unnecessary delay or needless increase in the cost of litigation» (Rule 11 b) 1) delle Federal Rules of Civil Procedure).
[22]      «In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata».
[23]      Infatti Sez. 3, Sentenza n. 15017 del 21/07/2016 (Presidente: Vivaldi R.  Estensore: De Stefano F.  Relatore: De Stefano F.  P.M. Cardino A. Conf.) ha statuito che «In definitiva, la condanna al pagamento della somma equitativamente determinata, ai sensi dell’art. 96 cod. proc. civ., comma 3, aggiunto dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, è connotata da natura sanzionatoria e officiosa, sicché essa presuppone l’accertamento della mala fede o colpa grave della parte soccombente (Cass., ord. 11_ febbraio 2014, n. 3003), non solo perché la relativa previsione è inserita nella disciplina della responsabilità aggravata, ma anche perché agire in giudizio per far valere una pretesa che si rivela infondata non è condotta di per sé sola rimproverabile (Cass., ord. 30 novembre 2012, n. 21570). Ed anche ai suoi fini si è ritenuto necessario applicare (Cass., ord. 18 novembre 2014, n. 24546) i principi elaborati dalla giurisprudenza di questa Corte in tema di sussistenza ed apprezzamento della colpa grave della parte soccombente per la configurabilità della lite temeraria: ribadendosi che questa può essere in concrete circostanze ravvisata nella coscienza dell’infondatezza della domanda (mala fede) o nella carenza della ordinaria diligenza volta all’acquisizione di detta coscienza (colpa grave)».
[24]      Cass. sentenza n. 22226 del 20.10.2014. In senso contrario R. RUSSO, La condanna aggravata alle spese nel giudizio di cassazione. Profili di diritto intertemporale, sul sito judicium.it., secondo cui: «a. per i giudizi instaurati in prime cure  in epoca anteriore al 4.7.2009, sempre che la sentenza impugnata sia stata depositata in epoca non anteriore  al 2 marzo 2006,  continua ad applicarsi l’art. 385, 4° c.p.c.,  con riferimento (ovviamente) ai soli ricorsi per cassazione;  b. soltanto per i giudizi instaurati in prime cure successivamente  al 4.7.2009, l’art. 385, ultimo comma c.p.c. passa il ‘testimone’ precettivo all’art. 96, ultimo comma c.p.c., che potrà allora  trovare applicazione in tutti i gradi di giudizio, compreso quello di legittimità; c. a tale stregua, pertanto, nel caso esaminato dalla sentenza in commento, la condanna ex  art. 385, 4° c.p.c.  era probabilmente ammissibile, atteso che il giudizio era stato instaurato nel 2002 e la sentenza impugnata risultava depositata nel gennaio 2010».

In senso contrario alla menzionata sentenza v. anche Sez. 5,  Sentenza n. 15030 del 17/07/2015 (Rv. 636051 – 01): «L’art. 385, comma 4, c.p.c., che prevede la condanna del soccombente al pagamento di un’ulteriore somma a favore della controparte in caso di colpa grave, continua ad applicarsi nei giudizi di legittimità aventi ad oggetto sentenze pubblicate dopo il 4 luglio 2009, data di entrata in vigore dell’art. 46, comma 20, della legge n. 69 del 2009, che ne ha disposto l’abrogazione, a condizione che il primo grado sia stato instaurato anteriormente, atteso che le nuove norme, ivi compreso l’art. 46 cit., operano, in virtù dell’art. 58, solo nei giudizi iniziati dopo il 4 luglio 2009».

Sul predetto contrasto non si sono pronunciate le Sezioni Unite, il cui intervento è stato invano richiesto dal Pubblico Ministero anche nella vicenda sopra descritta (v. retro sub par. n. 1).
[25]      Giudicando sulla questione sollevata dal Tribunale di Firenze, per contrasto con gli articoli 3, 24 e 111 Cost.,  la Corte Costituzionale ha statuito in  seno alla citata sentenza che:

– «Al riguardo, questa Corte concorda con la prospettazione del Tribunale rimettente – che rimanda, a sua volta, all’esegesi della Corte regolatrice – sulla natura non risarcitoria (o, comunque, non esclusivamente tale) e, più propriamente, sanzionatoria, con finalità deflattive, della disposizione scrutinata».

«La motivazione, che ha indotto i redattori della novella a porre «a favore della controparte» l’introdotta previsione di condanna della parte soccombente al «pagamento della somma» in questione, è, infatti, plausibilmente ricollegabile – e non è mancato, in dottrina, chi l’ha così ricollegata – all’obiettivo di assicurare una maggiore effettività, ed una più incisiva efficacia deterrente, allo strumento deflattivo apprestato da quella condanna, sul presupposto che la parte vittoriosa possa, verosimilmente, provvedere alla riscossione della somma, che ne forma oggetto, in tempi e con oneri inferiori rispetto a quelli che graverebbero su di un soggetto pubblico».

In sostanza, per ottimizzare il funzionamento della responsabilità processuale (prevalentemente) sanzionatoria,  il legislatore, avendo sperimentato l’estrema difficoltà per lo Stato di riscuotere in sede penale l’ammenda  prevista dall’art. 616 c.p.p., ha ‘trasferito’ sul  victor non solo la riscossione della sanzione ma tout court anche il relativo credito: una sorta di ‘privatizzazione’ della sanzione pubblica. Pertanto, la strategia di deterrenza (deterrence by punishment) posta in essere  dal Legislatore nel settore civile è ragionevolmente più severa e certamente più efficiente di quella adottata in quello penale;  sempre che (ovviamente) sia disposta nei casi previsti  la misura sanzionatoria.
[26] Sez. U – , Sentenza n. 16601 del 05/07/2017 (Rv. 644914 – 01): « Nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subìto la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile, sicché non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto, di origine statunitense, dei risarcimenti punitivi. Il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere deve, però, corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i suoi limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero ed alla loro compatibilità con l’ordine pubblico».
[27]      La differenza fra l’omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 cod. proc. civ. e l’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia di cui al n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ. consiste nel fatto che, nel primo caso, l’omesso esame concerne direttamente una domanda od un’eccezione introdotta in causa, autonomamente apprezzabile, ritualmente ed inequivocabilmente formulata, mentre nel secondo, l’omessa trattazione riguarda una circostanza di fatto che, ove valutata, avrebbe comportato una diversa decisione. (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 25714 del 04/12/2014, Rv. 633682 – 01)
[28]      Il vizio di omessa pronuncia da parte del giudice d’appello è configurabile allorché manchi completamente l’esame di una censura mossa al giudice di primo grado, mentre non ricorre nel caso in cui il giudice d’appello fondi la decisione su una costruzione logico-giuridica incompatibile con la domanda. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto che la conferma, da parte del giudice d’appello, della inammissibilità del ricorso perché proposto oltre il termine di sessanta giorni dalla comunicazione dell’atto di diniego del rimborso, equivalesse, implicitamente, a ritenere l’atto stesso come legittimamente emesso). (Sez. 5, Sentenza n. 452 del 14/01/2015, Rv. 634428 – 01)
[29]      Sez. 3, Sentenza n. 5174 del 10/06/1997.
[30]      La correzione è ammessa soltanto per il caso in cui, pronunciata la condanna alle spese, sia omessa soltanto la liquidazione: cfr. Sez. 3, Sentenza  n. 3007 del 13/11/1973: «La sentenza con la quale il giudice condanna il soccombente al pagamento delle spese di tutti i gradi del giudizio, ma omette di liquidare quelle di uno di essi, e soggetta al procedimento di correzione di cui all’art 287 cod proc civ, sperimentabile davanti al giudice a quo nonostante l’avvenuta proposizione del ricorso per Cassazione, non potendo la suprema Corte disporre la correzione di errori materiali contenuti nelle sentenze dei giudici di merito». In senso contrario Cass. Sez. I, 4.9.2009, n. 19229. Da ultimo, la Sezione Semplice con ordinanza n. 21048/ 2017 ha rimesso gli atti alle Sezioni Unite per sanare il contrasto.
[31]      Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 12029 del 16/05/2017: «L’art. 96 c.p.c. si pone in rapporto di specialità rispetto all’art. 2043 c.c., sicché la responsabilità processuale aggravata, pur rientrando nella generale responsabilità per fatti illeciti, ricade interamente, in tutte le sue ipotesi, sotto la disciplina del citato art. 96 c.p.c., senza che sia configurabile un concorso, anche alternativo, tra le due fattispecie, risultando conseguentemente inammissibile la proposizione di un autonomo giudizio di risarcimento per i danni asseritamente derivati da una condotta di carattere processuale, i quali devono essere chiesti esclusivamente nel relativo giudizio di merito»..
[32]      «In tema di responsabilità aggravata per lite temeraria, l’art. 96 cod. proc. civ. prevede, nel caso di accoglimento della domanda, il risarcimento dei danni, da intendersi, quindi, come ampia formulazione letterale comprensiva sia del danno patrimoniale, che del danno non patrimoniale, quest’ultimo trovando giustificazione anche in ragione della qualificazione del diritto di azione e difesa in giudizio in termini di diritto fondamentale. Ne consegue che, sotto il profilo del danno patrimoniale, in assenza di dimostrazione di specifici e concreti pregiudizi derivati dallo svolgimento della lite, è legittima una liquidazione equitativa che abbia riguardo allo scarto tra le spese determinate dal giudice secondo le tariffe e quanto dovuto dal cliente in base al rapporto di mandato professionale; mentre, sotto il profilo del danno non patrimoniale, la liquidazione equitativa deve avere riguardo alla lesione dell’equilibrio psico-fisico che, secondo nozioni di comune esperienza (anche in forza del principio della ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost. ed alla legge 24 marzo 2001, n. 89), si verifichi a causa di ingiustificate condotte processuali.» (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 20995 del 12/10/2011, Rv. 619388 – 01)
[33]      V. anche Sez. 3, Sentenza n. 21422 del 2014 (in motivazione), emessa su conforme sollecitazione del Pubblico Ministero.
[34]      Alla fine del Settecento la necessità di una legislazione codificata fu dettata dal confluire di motivi dottrinali (l’affermazione di un diritto razionale universalmente ed assolutamente valido), tecnici (porre rimedio alla confusione ed all’incertezza del diritto comune, ritenuto ormai  incompatibile  con la situazione economica e sociale) e politici (l’affermazione dello stato assoluto). Fu così che l’acme del giusnaturalismo razionale (mediante la codificazione, cioè la redazione in articoli,  dei suoi principi)   coincise con l’affermarsi del positivismo, perché l’esigenza della certezza del diritto ispirata dal primo si concluse con il disconoscimento di qualunque principio che non fosse stato posto dalla volontà del legislatore statale. Si spiega dunque  l’avversione sia dei rivoluzionari francesi sia di Napoleone a qualunque interpretazione, che non fosse quella  autentica, cioè del medesimo legislatore, perché – come disse Voltaire – interpretare la legislazione «significa quasi sempre corromperla»; espressione che  misura esattamente la diffidenza (ancora perdurante, per altri motivi) nei confronti della magistratura. Ovviamente ‘ignorare’ totalmente  una legge, anziché limitarsi ad ‘interpretarla’,  significa  a fortiori  decapitarne il valore precettivo.
[35]      Il che nel nostro ordinamento è vero   soltanto per il sistema penale, governato dall’art. 1 c.p., ma è falso per il sistema civile, disciplinato  invece dall’art. 12, 2° disp. prel. c.c.
[36]      A fortiori  a volere considerare che dottrina e giurisprudenza dell’epoca sottolineavano che «destinatari dell’incriminazione erano i giudici, d’ogni ordine, e gli amministratori, in quanto investiti di funzioni giudiziarie, ma non gli amministratori nell’esercizio  delle loro funzioni amministrative vere proprie»: così F. TAGLIARINI, in E.d.D., voce Omissioni di atti d’ufficio,  vol. XXX, pag. 64, Milano, 1980.

Il citato art. 185 c.p. francese rimase in vigore fino al 1994 ed attualmente è sostituito  dall’art. 434-7-1: «Le fait, par un magistrat, toute autre personne siégeant dans une formation juridictionnelle ou toute autorité administrative, de dénier de rendre la justice après en avoir été requis et de persévérer dans son déni après avertissement ou injonction de ses supérieurs est puni de 7 500 euros d’amende et de l’interdiction de l’exercice des fonctions publiques pour une durée de cinq à vingt ans».
[37]      Cfr. F. TAGLIARINI, op. cit., pag. 61 e segg.
[38]      M. ROMANO, I delitti contro la pubblica amministrazione, I delitti dei pubblici ufficiali, artt. 314-335 BIS, Milano, 2013, pag. 365;  nonché F. TAGLIARINI, op. cit., pag.65, nota 47: «non bisogna dimenticare che la codificazione Zanardelli si colloca nel momento di iniziale crisi dello Stato liberale-risorgimentale e risente del nascente autoritarismo della fine ‘800, determinato dalla reazione della borghesia al potere contro l’affermarsi del movimento contadino ed operario».
[39]      Art. 178 del Codice Zanardelli del 1889:

«Il pubblico ufficiale, che per qualsiasi pretesto, anche di silenzio, oscurità, contraddizione o insufficienza della legge, omette o rifiuta  di fare un atto del proprio ufficio è punito con la multa  da lire cinquanta a millecinquecento.

Se il delitto sia commesso tre o più ufficiali pubblici, previo concerto, la multa è da lire cento a tremila.

Se il pubblico ufficiale sia un funzionario dell’ordine giudiziario, vi ha omissione o  rifiuto quando concorrano le condizioni richieste dalla legge per esercitare contro di esso l’azione civile.».
[40]      I casi in cui era possibile agire nei confronti dei magistrati e dei pubblici ministeri erano previsti dall’art. 783 del c.p.c. 1865 e fra di essi era compreso il déni de justice, sussistente allorché essi avessero rifiutato di provvedere sulle domande delle parti, o avessero tralasciato di giudicare o concludere sopra affari che si trovassero  in istato di essere decisi; l’azione, subordinata alla vana  duplice diffida (art. 784 c.p.c.  1865), era decisa dall’ufficio gerarchicamente superiore (art. 785),  previa autorizzazione di esso (art. 786  c.p.c.); il diniego dell’autorizzazione ed il rigetto dell’azione comportavano la condanna dell’attore al pagamento di una multa (art. 787 e 792 c.p.c.).
[41]      Art. 328 c.p. 1930:  versione originaria:

«Omissione o rifiuto di atti di ufficio

Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta, omette o ritarda un atto dell’ufficio o del servizio è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire quattrocentomila.

Se il pubblico ufficiale è un giudice o un funzionario del pubblico ministero, vi è omissione, rifiuto o ritardo quando concorrono le condizioni richieste dalla legge per esercitare contro di essi l’azione civile.».
[42]      Per un esame più dettagliato si rinvia A.  PICARDI – N. PICARDI, La responsabilità del giudice, pag. 87 e segg., Milano, 1995.
[43]      Art. 232             Responsabilità disciplinare dei magistrati.

Il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga in ufficio o fuori una condotta tale, che lo renda immeritevole della  fiducia  e  della considerazione di cui deve godere, o  che  comprometta  il  prestigio dell’ordine giudiziario, è  soggetto a sanzioni disciplinari  secondo le disposizioni degli articoli seguenti.
[44]      Art. 55.  (Responsabilità civile del giudice).

Il giudice e’ civilmente responsabile soltanto:

1) quando nell’esercizio delle sue funzioni e’ imputabile di  dolo, frode o concussione;

2)  quando  senza  giusto  motivo  rifiuta,  omette  o  ritarda  di provvedere sulle domande o istanze delle parti  e,  in  generale,  di compiere un atto del suo ministero.

Le ipotesi previste nel numero 2 possono aversi per  avverate  solo quando la parte ha depositato in cancelleria istanza al  giudice  per ottenere il provvedimento o l’atto, e sono decorsi inutilmente  dieci giorni dal deposito.

Art. 56. (Autorizzazione).

La domanda per la dichiarazione di responsabilità del giudice  non può essere proposta senza autorizzazione del Ministro  di  grazia  e giustizia.

A richiesta della parte autorizzata la corte di cassazione designa, con decreto emesso in  camera  di  consiglio,  il  giudice  che  deve pronunciare sulla domanda.

Le disposizioni del presente articolo e del precedente non si applicano in caso di costituzione di parte civile nel processo penale o di azione civile in seguito a condanna penale.

Art. 74. (Responsabilità del pubblico ministero).

Le  norme  sulla  responsabilità  del  giudice  e   sull’esercizio dell’azione relativa si applicano anche ai  magistrati  del  pubblico ministero che intervengono nel processo civile, quando nell’esercizio delle loro funzioni sono imputabili di dolo, frode o concussione.
[45]      Art. 3. Diniego di giustizia

1. Costituisce diniego di giustizia il rifiuto,  l’omissione  o  il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio quando, trascorso il termine di legge per il compimento dell’atto,  la  parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento  e  sono  decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla  data  di deposito in cancelleria. Se il termine non e’  previsto,  debbono  in ogni caso decorrere inutilmente trenta giorni dalla data del deposito in cancelleria dell’istanza volta ad ottenere il provvedimento.

2. Il termine di trenta giorni può essere prorogato,  prima  della sua scadenza, dal dirigente dell’ufficio  con  decreto  motivato  non oltre i  tre  mesi  dalla  data  di  deposito  dell’istanza.  Per  la redazione di  sentenze  di  particolare  complessità,  il  dirigente dell’ufficio, con ulteriore decreto  motivato  adottato  prima  della scadenza, può aumentare fino ad altri tre mesi  il  termine  di  cui sopra.

3. Quando  l’omissione  o  il  ritardo  senza  giustificato  motivo concernono la libertà personale dell’imputato, il termine di cui  al comma 1 e’ ridotto a cinque giorni, improrogabili,  a  decorrere  dal deposito  dell’istanza  o  coincide  con  il  giorno  in  cui  si  e’ verificata una  situazione  o  e’  decorso  un  termine  che  rendano incompatibile la permanenza della misura restrittiva  della  libertà personale.
[46]      A seguito della riforma del 1988:

«328 Omissione o rifiuto di atti di ufficio

Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta, omette o ritarda un atto dell’ufficio o del servizio è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire quattrocentomila.

Se il pubblico ufficiale è un magistrato, vi è omissione o ritardo quando siano decorsi i termini previsti dalla legge perché si configuri diniego di giustizia».
[47]      A seguito della riforma del 1990:

«328 Rifiuto di atti d’ufficio. Omissione

«Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio  che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.

Fuori dei casi previsti dal primo comma il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a 1.032 euro. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta ed il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa».
[48]      Sembra ovvio che sia punito anche il semplice ritardo,  trattandosi di atti che devono essere emessi per l’appunto «senza ritardo».
[49]      M. ROMANO, op. cit, pag. 377 e seg. In questo senso anche Sez. 6, n. 1120 del 09/12/1996 – dep. 06/02/1997, P.M. in Proc. Villani, Rv. 207506: «Il primo comma dell’art. 328 cod. pen. incrimina una condotta attiva che consiste nel rifiuto, da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio, di un atto qualificato che deve essere compiuto senza ritardo e tale rifiuto – sia esso esplicito o implicito – ha come presupposto logico necessario una richiesta o un ordine. Una mera inerzia, un semplice “non facere”, senza qualcosa che esprima la volontà negativa del soggetto agente non possono essere qualificati come rifiuto implicito (affermando siffatti principi la Cassazione ha escluso la configurabilità del reato in questione con riguardo a comportamento di un responsabile di unità operativa d’igiene di un ospedale il quale aveva omesso di comunicare a taluni dipendenti di determinati reparti, sottoposti ad accertamenti ematologici, l’esito degli esami, pur essendo stata accertata la loro positività al virus HCV)».
[50]      Si segnala:

a) in linea generale Sez. 6, n. 10051 del 20/11/2012 – dep. 01/03/2013, Nole’, Rv. 255717: «Il reato di rifiuto di atti di ufficio è configurabile anche in caso di inerzia omissiva che, protraendo il compimento dell’atto oltre i termini prescritti dalla legge, si risolve in un rifiuto implicito, non essendo necessaria una manifestazione di volontà solenne o formale. (Fattispecie relativa al curatore di un fallimento che, dopo aver omesso di depositare la relazione e di compiere atti della procedura per oltre quindici anni, dapprima, ricevuta dal giudice delegato una diffida a relazionare, si era limitato a presentare una richiesta di proroga motivata in termini generici, e, poi, una volta rigettata questa istanza, non aveva dato alcun riscontro a successivi solleciti e richieste di informazioni fino alla sua sostituzione)».

b) con riferimento al ritardo nel deposito di provvedimenti penali, soprattutto v. Sez. 6, n. 7766 del 09/12/2002 – dep. 17/02/2003, P.M. in proc. Masi, Rv. 223957 che, con riferimento alla fattispecie penale dell’art. 328, 1° c.p., ha precisato quanto segue:

«Il rifiuto, quindi, è integrato anche dalla silente inerzia del pubblico ufficiale, protratta senza giustificazione oltre i termini di comporto o, se del caso, di decadenza. L’inerzia omissiva del p.u. assume intrinsecamente valenza di rifiuto e integra quindi la condotta punita dall’art. 328/1° non soltanto quando ricorra una sollecitazione soggettiva, ma anche quando si verifichi comunque una emergenza di natura oggettiva, che imponga l’adozione dell’atto, senza ulteriore temporeggiamento».

«In sostanza, per dare concretezza e specificità alla formula utilizzata dal legislatore (“… deve essere compiuto senza ritardo”), è sufficiente verificare se il tardivo compimento dell’atto doveroso determini un effettivo pericolo per lo specifico interesse tutelato che, nella specie, è il bene “giustizia”: l’espressione “senza ritardo” va intesa come sinonimo di “immediatezza”, la quale si materializza come dovere incombente sul p.u. in relazione a tutte le circostanze del caso concreto. E’ opportuno ribadire che rileva il solo danno potenziale, il quale può essere di tipo naturalistico o giuridico, non essendo necessario il danno effettivo».

«Il rifiuto deve avvenire “indebitamente”, avverbio questo che indica un requisito di illiceità speciale che tende a dare rilievo penale a quelle sole forme di rifiuto che non trovano una giustificazione nella legge e nelle norme amministrative che disciplinano i doveri di agire del p. u. e si pongono anzi in contrasto con le medesime leggi e norme amministrative.»

Pertanto in un caso in cui era contestato ad un magistrato il delitto di cui all’art. 328, 1° c.p. per il grave ritardo nel deposito di numerose sentenze penali,  la Corte ha affermato che: a) ai sensi dell’art. 328, 1°  cod. pen., l’indebito rifiuto (come sopra inteso) di provvedimento da parte del giudice, nella fattispecie accertato,  integra di per sé il concetto di denegata giustizia contemplato nella disciplina speciale e non necessita, pertanto, della previa istanza di parte di cui all’art. 3 della legge n. 117/1998; b) in caso contrario, il mancato compimento dell’atto senza esporre le ragioni dell’omissione per oltre trenta giorni dalla richiesta assume rilievo penale ex  art. 328, 2° c.p. solo nel momento in cui, integrati tutti i requisiti posti dalla legge speciale e perfezionatosi il diniego di giustizia, sia inutilmente decorso il termine di trenta giorni dalla messa in mora, attivata dopo la scadenza dei termini previsti per il compimento dell’atto, unica ipotesi questa in cui sussiste un rapporto di presupposizione necessaria tra l’art. 3 della legge n. 117/1998 e l’art. 328 comma secondo cod. pen.)».

Nel caso vagliato  dalla menzionata sentenza della Suprema Corte,  il Pubblico Ministero aveva chiesto l’applicazione della misura interdittiva della sospensione dall’esercizio della funzione nei confronti di un magistrato imputato  dei reati di cui agli artt. 328 e 340 c.p., per avere omesso di depositare n. 277 sentenze dibattimentali pronunciate tra il maggio 2000 ed il febbraio 2002. Avverso il provvedimento negativo del G.I.P. del  20 aprile 2002, il Pubblico Ministero aveva proposto  appello al tribunale, che aveva disposto la misura richiesta  soltanto con riferimento al reato di interruzione di pubblico servizio. Con la cennata sentenza la Suprema Corte ha accolto sia il ricorso del Pubblico Ministero (che postulava l’applicabilità dell’art. 328, 1° c.p.c.) sia quello dell’imputato (che negava la concreta configurabilità dell’art. 340 c.p.).
[51]      «Per la configurabilità del delitto previsto dall’art 328 cod pen, pur non essendo richiesto un dolo specifico, e necessario tuttavia che l’agente sia consapevole della esistenza del dovere, dalla cui inosservanza discende quel carattere che nella stessa norma e espresso con l’avverbio “indebitamente”; la Mancanza di questa consapevolezza si risolve in mancanza del dolo, ed esclude pertanto la responsabilità dell’agente, anche quando dipenda da un errore nella interpretazione della norma che stabilisce il dovere (e che, agli effetti dell’art 47 cod pen, deve considerarsi extrapenale)».* (Sez. 3, n. 2128 del 08/06/1962 – dep. 27/06/1962, FOLGIERI, Rv. 98874)
[52]      «Ai fini della configurabilità dell’elemento psicologico del delitto di rifiuto di atti d’ufficio, è necessaria e sufficiente una chiara consapevolezza del contegno omissivo del pubblico ufficiale, dovendo egli rappresentarsi e volere la realizzazione di un evento “contra ius”, senza che il diniego di adempimento trovi alcuna plausibile giustificazione alla stregua delle norme che disciplinano il dovere di azione e senza che ciò implichi il fine specifico di violare i doveri imposti dal proprio ufficio. (Fattispecie relativa all’omessa notifica di numerosi atti da parte di un ufficiale giudiziario, nonostante i ripetuti solleciti del dirigente dell’ufficio)». (Sez. 6, n. 8996 del 11/02/2010 – dep. 05/03/2010, Notarpietro, Rv. 246410).
[53]      Secondo M. ROMANO, op. cit. pag. 382, non è indebita la condotta omissiva se sussista lo stato di necessità  in senso lato,  cioè in presenza degli elementi previsti dall’art. 54 c.p. o strettamente analoghi. Infatti l’illiceità speciale in questione sembra rinviare a norme giuridiche e non a semplici valutazioni sociale, che introdurrebbe «una pericolosa elasticità».
[54]      G.P. CIRILLO – F. SORRENTINO, La responsabilità del giudice, Napoli, 1988, pag. 146.
[55]      «Il delitto di omissione di atti di ufficio, nella ipotesi di cui al primo comma dell’art. 328 cod. pen., lede – di norma – solo l’interesse della pubblica amministrazione al corretto esercizio delle pubbliche funzioni in vista del perseguimento di finalità pubbliche. Ciò non esclude – in linea teorica – che il pubblico interesse possa coincidere anche con un interesse privatistico, ipotesi nella quale il reato assume natura plurioffensiva. Perché questo accada, tuttavia, è necessario l’accertamento da parte del giudice del merito della coincidenza dell’interesse pubblico con quello del privato. (Nel caso la Corte suprema ha escluso l’interesse del privato denunciante che aveva invocato l’intervento dei vigili urbani per la rimozione di un veicolo danneggiato a seguito di sinistro stradale, “anche allo scopo di accertare le eventuali responsabilità circa la causazione del sinistro”, disconoscendo che potesse essere automaticamente attribuita al denunciante la veste di persona offesa dal reato cui compete l’avviso relativo alla richiesta di archiviazione)». (Sez. 6, n. 1181 del 09/03/2000 – dep. 03/05/2000, P.O. in proc. Totis, Rv. 216137)
[56]      Art. 2 – Illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni

1. Costituiscono illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni:

………….

l) l’emissione di provvedimenti privi di motivazione, ovvero la cui motivazione consiste nella sola affermazione della sussistenza dei presupposti di legge senza indicazione degli elementi di fatto dai quali tale sussistenza risulti, quando la motivazione e’ richiesta dalla legge;
[57]      Cfr. P. FIMIANI – M. FRESA, Gli illeciti disciplinari dei magistrati, Torino, 2013, pag. 63.
[58]      Art. 2 – Illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni

1. Costituiscono illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni:

………….

g) grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile;
[59]      Sulla distinzione tra la lett. g), che sanziona i provvedimenti (attivi od omissivi) contra  legem, e la lettera lett. m), che sanziona i provvedimenti (attivi od omissivi) preter legem, cfr. R. RUSSO, La rilevanza disciplinare della grave violazione di legge, par. 3, in judicium. It.
[60]      In senso contrario:  P. FIMIANI – M. FRESA, op. cit.pag. 57; S. DI AMATO, La responsabilità disciplinare dei magistrati, Milano, 2013, pag. 160 ss.; R. RUSSO, op.  ult. cit.
[61] «In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, costituisce violazione dei compiti – doveri del P.M., soprattutto in presenza di fatti definiti “gravissimi e raccapriccianti”, la mancata iscrizione immediata nel registro di cui all’art. 335 cod. proc. pen. del nome della persona alla quale il reato è attribuibile: si tratta infatti di un adempimento che, pur presupponendo, per gli effetti che ne derivano, la completa identificazione della persona, ai fini della quale non è sufficiente la semplice indicazione del nome e del cognome, non ha carattere meramente formale, e non è quindi utilmente surrogabile dall’iscrizione nel registro relativo a “persone note da identificare” (cosiddetto modello 21). Costituisce poi apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità ove sorretto da motivazione congrua, la valutazione dell’idoneità di tale violazione ad integrare un illecito disciplinare, non risultando credibili le giustificazioni addotte dal magistrato, e prospettandosi l’omissione o il ritardo dell’adempimento in questione come la conseguenza di comportamenti connotati da scarso impegno e insufficiente ponderazione o da approssimazione e limitata diligenza». (Sez. U, Sentenza n. 20505 del 21/09/2006, Rv. 592134 – 01).
[62]      Art. 2 – Illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni

1. Costituiscono illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni:

………….

d) i comportamenti abitualmente o gravemente scorretti nei confronti delle parti, dei loro difensori, dei testimoni,o di chiunque abbia rapporti con il magistrato  nell’ambito dell’ufficio giudiziario, ovvero nei confronti di altri magistrati o di collaboratori;
[63]      A sua volta l’ultimo comma dell’art. 10 del Codice Etico prevede che il magistrato «Si comporta sempre con educazione e correttezza; mantiene rapporti formali, rispettosi della  diversità del ruolo da ciascuno svolto…».
[64]      Cfr. P. FIMIANI – M. FRESA, op. cit. pag. 113, ove si rinvengono ampi riferimenti giurisprudenziali; contra  S. DI AMATO, op. cit. pag. 78.
[65]      Consiglio Superiore della Magistratura, Sezione disciplinare, Sentenza n. 112 del 2010.
[66]      Art. 2 – Illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni

1. Costituiscono illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni:

………….

a) fatto salvo quanto previsto dalle lettere b) e c), i comportamenti che, violando i doveri di cui all’articolo1, arrecano ingiusto danno o indebito vantaggio ad una delle parti;
[67]      R. RUSSO, op.  cit.,   par. n.  4:  «A questo punto dovrebbe essere esplicito che la fattispecie disciplinare quale prevista dalla lett. a) ha una ricchezza contenutistica estranea agli altri specifici illeciti: soltanto essa infatti non solo abbraccia la violazione di ciascuno dei doveri ‘sommi’ imposti al magistrato, ma risulta ulteriormente tipizzata dal nesso causale con il danno ingiusto vel l’indebito vantaggio. Il che impone di estrapolare tra tutti gl’illeciti disciplinari tipizzati una macro fattispecie autonoma, quella per l’appunto dell’illecito costituito dal danno ingiusto vel dall’indebito vantaggio causati di per sé dalla violazione di uno qualsiasi di quelli che abbiamo definito doveri ‘sommi’: in sostanza è l’illecito disciplinare dannoso, contrapposto all’illecito disciplinare tout court (cioè non dannoso). Né è difficile inverare il fondamento logico – sistematico dell’illecito disciplinare dannoso: a volere rammentare il necessario raccordo sistemico tra sistema disciplinare e responsabilità civile dei magistrati e dello stato, non può che rivelarsi ovvio che il «potere disciplinare» (cioè la potestà d’imporre l’habitus dell’osservanza di un complesso di regole) imponga innanzi tutto ai magistrati di non provocare, con condotte poste in essere in violazione dei doveri sommi loro dettati, eventi dannosi, di cui per altro lo stato possa essere chiamato rispondere civilmente. Di tal che, nel catalogo degli illeciti disciplinari, alcuni di essi esauriscono il loro disvalore nella inosservanza dei doveri sommi (se) qualificata da specifiche modalità che ne costituiscono la fattispecie costitutiva (illeciti disciplinari tout court); ma se detta violazione abbia causato un danno ingiusto ovvero un illecito vantaggio, resta integrata comunque (e soltanto) la macro fattispecie autonoma dell’illecito disciplinare dannoso (art. 2, 1° lett. a D. lgs.); che, essendo punita assi più gravemente, assorbe per l’appunto ogni altra previsione disciplinare (se pure – in astratta ipotesi – concorrente) ».

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