La competenza a decidere le cause di responsabilità ex l. 117/88 inerenti ai magistrati della Suprema corte: l’auspicato intervento delle Sezioni Unite.

Va rimessa al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione di massima di particolare importanza relativa all’individuazione del giudice territorialmente competente a decidere le cause di responsabilità civile ai sensi della legge 117/88 inerenti ai magistrati in servizio presso la Corte di cassazione.

Di Olga Desiato -

Cass., 3 novembre 2017, n. 26237

Promossa avverso lo Stato italiano una domanda di risarcimento danni correlati all’operato di alcuni giudici del Tribunale e della Corte d’appello di Cagliari e della Corte di cassazione, il Tribunale di Roma aveva dichiarato la propria incompetenza “funzionale-territoriale” in favore del Tribunale di Perugia. Parte attrice aveva quindi promosso regolamento di competenza paventando, tra le altre cose, la violazione dell’art. 4, comma 1, della l. 117/88, ove è espressamente disposto che l’azione in parola è attratta alla competenza del tribunale del capoluogo del distretto della corte d’appello, da determinarsi a norma dell’art. 11 c.p.c. e dell’art. 1 disp. att. c.p.p., oltre che la violazione e la falsa applicazione di principi già enunciati nella giurisprudenza di legittimità.

La questione rimessa alla Corte attiene alla possibilità di estendere le deroghe alla competenza territoriale previste per i magistrati dalla l. 117/88 cit. anche ai giudici della Corte di cassazione in assenza di disposizioni espresse e in ragione dell’impossibilità di individuare un distretto di appartenenza in relazione alle istituzioni di vertice.

In senso favorevole si era espresso il tribunale di prime cure ponendosi, apertis verbis, nel solco dell’orientamento sposato della sesta sezione della Suprema corte (ci si riferisce in particolare a Cass. 11 gennaio 2013, n. 668 e 5 giugno 2012, n. 8997), in virtù del quale il criterio di collegamento contenuto nell’art. 11 c.p.p. e richiamato dall’art. 4 della l. 117/88 cit. deve ritenersi operante nei confronti di tutti i magistrati, ivi compresi quelli – di vertice – non articolati su base distrettuale. Tanto sul presupposto che essi operano comunque in un ambito territoriale – nella specie Roma – rispetto al quale può individuarsi la sede diversa contemplata dall’art. 11 c.p.p.al fine di assicurare che i giudici competenti a decidere sulla responsabilità non siano prossimi a quelli cui detta responsabilità è ascritta.L’opzione interpretativa sembra avvalorata dalle indicazioni offerte dalle sezioni unite nella sentenza 16 marzo 2010, n. 6307, là dove, in relazione alle domande di equa riparazione introdotte ai sensi della l. 24 marzo 2001, n. 89, quando era ancora vigente il richiamo dell’art. 3, comma 1, all’art. 11 c.p.p., poi abrogato per effetto dell’art. 1, comma 777, della l. 28 dicembre 2015, n. 208, esse chiariscono che, ai fini dell’individuazione del giudice competente, il criterio indicato dall’art. 11 c.p.p. va applicato con riferimento al luogo in cui ha sede il giudice di merito, ordinario o speciale, innanzi al quale ha avuto inizio il giudizio presupposto, anche nel caso in cui un segmento dello stesso si sia concluso dinnanzi alla Corte di cassazione.

Come rimarcato dal P.G. nelle conclusioni rassegnate, sulla questione della competenza per territorio con riferimento all’ipotesi di responsabilità civile dei magistrati si registrano orientamenti tutt’altro che univoci, avendo sovente la Corte di legittimità, sia in sede civile (v. Cass. 29 marzo 2005, n. 6551), sia in sede penale (v., per tutte Cass. 23 luglio 2009, n. 30760), escluso l’invocabilità della norma di cui all’art. 11 della l. 117/88 cit. – con conseguente operatività delle regole comuni – in relazione ai magistrati della Corte di Cassazione, trattandosi di ufficio giudiziario avente competenza nazionale e non “ufficio compreso” in alcun distretto di Corte d’appello.

Al fine di chiarire se il rinvio alla disciplina contenuta nell’art. 11 c.p.p. assuma i connotati dell’interpretazione analogica (che si spinge oltre il limite del significato linguistico del termine “distretto”) e quindi – come ipotizzato dalla giurisprudenza da ultimo richiamata – vietata, o di un’interpretazione estensiva e per tale ragione ammessa – come invece asserito nell’ordinanza impugnata – la pronuncia in rassegna auspica l’intervento chiarificatore del Supremo consesso e non manca di rimarcare le argomentazioni offerte dalla ricorrente a sostegno dell’impugnazione spiegatae dal P.G.

Nell’odierno sistema giudiziario l’operatività delle regole comuni eliminerebbe in radice gli inconvenienti legati al trasferimento dell’ingente contenzioso in parola in uffici di dimensioni inferiori rispetto a quelli capitolini senza determinare – si legge in motivazione – l’aggravamento del rischio astratto di lesione dell’immagine di terzietà e di imparzialità dei giudici chiamati a decidere.

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