La Cassazione ribadisce l’equivalenza tra notificazione della sentenza e notificazione dell’istanza di revocazione per la decorrenza del termine breve.

Ai sensi dell'art. 325, comma 2 c.p.c., è inammissibile, poiché non tempestivo, il ricorso per cassazione proposto essendo decorsi più di sessanta giorni dalla notificazione della citazione per revocazione di una sentenza di appello, a meno che il giudice della revocazione abbia disposto la sospensione del termine per il ricorso per cassazione ex art. 398, comma 4 c.p.c.: la notificazione dell’atto di impugnazione equivale infatti, ai fini del decorso dei termini, sia per la parte notificante che per la parte destinataria, alla notificazione della sentenza stessa.

Di Giulia Mazzaferro -

Con la sentenza in commento la Terza Sezione della Corte di cassazione ha dichiarato l’inammissibilità di un ricorso poiché depositato in violazione del termine breve di cui all’art. 325, comma 2, c.p.c.

La sentenza emessa dalla Corte territoriale, oggetto del ricorso per cassazione che ha dato origine alla pronuncia segnalata, era stata infatti precedentemente impugnata per revocazione ad opera del medesimo ricorrente.

La parte resistente, nonché ricorrente incidentale, ha eccepito nel proprio controricorso la questione della mancata osservanza da parte del ricorrente del termine di sessanta giorni tra la data della notificazione dell’atto di citazione per la revocazione della sentenza di appello e la successiva proposizione del ricorso per cassazione.

La vicenda processuale descritta si presenta evidentemente già nota all’esame dei giudici di legittimità: in diverse occasioni la Suprema Corte ha infatti avuto modo di pronunciarsi sulla corretta interpretazione da attribuire alle norme del codice di procedura civile in tema di termini per proporre le impugnazioni ed effettiva decorrenza degli stessi.

Come noto, l’art. 325 c.p.c. stabilisce un termine di trenta giorni per proporre l’appello, la revocazione e l’opposizione di terzo; il comma 2 della medesima norma estende a sessanta giorni il termine oltrepassato il quale si decade dal proporre il ricorso per cassazione. Il successivo art. 326 c.p.c. completa il quadro precisando che la decorrenza di siffatti termini perentori inizia dal momento in cui interviene la notificazione della sentenza al procuratore della parte costituita.

Presupposto per la decorrenza del c.d. termine breve di impugnazione è dunque l’avvenuta conoscenza delle parti circa l’esistenza del provvedimento emesso, conoscenza che si perfeziona attraverso la notificazione dello stesso: in assenza di questa, infatti, risulta esclusa l’applicazione dei termini ridotti e la decadenza dal proporre eventuali impugnazioni interviene soltanto decorsi sei mesi (un anno secondo la previgente disciplina, oggi sostituita dall’art. 46 l. 18 giugno 2009, n. 69) dalla pubblicazione della sentenza, in base a quanto disposto dall’art. 327, comma 1, c.p.c.

Chiarito il contesto normativo all’interno del quale è inquadrata la vicenda, occorre rilevare che la Corte di cassazione, nella pronuncia in commento, ha osservato che, nel caso di specie, essendo intervenuta prima della proposizione del ricorso per cassazione una precedente impugnazione della sentenza sottoforma di istanza per la revocazione, l’avvenuta notificazione di quest’ultima si deve equiparare, quanto agli effetti, “sia per la parte notificante che per la parte destinataria”, alla notificazione della sentenza stessa, idonea a far scattare il decorso del termine breve di impugnazione.

Infatti, il risultato che si ottiene dalla notificazione della sentenza e dalla notificazione di un atto di impugnazione avverso la medesima è lo stesso: rendere noto (“notum facere”) alle parti del giudizio l’esistenza – e verosimilmente anche il contenuto – del provvedimento, attraverso l’attività espletata dall’ufficiale giudiziario.

Nel ribadire un siffatto principio, i giudici di legittimità incaricati della trattazione del ricorso hanno richiamato noti arresti giurisprudenziali precedenti (si vedano, ex multis, Cass. 5 settembre 2019, n. 22220 e Cass. 4 dicembre 2012, n. 21718), affermando che una tale conclusione ermeneutica non si risolve in un’operazione di interpretazione analogica, bensì in un’ipotesi di interpretazione meramente estensiva, posto che l’individuata tipologia di conoscenza legale che determina il decorso del termine breve non corrisponde ad un atto equivalente alla notificazione, ma costituisce soltanto una diversa modalità di realizzazione della stessa.

Peraltro, vale la pena evidenziare che, secondo altrettanto consolidata giurisprudenza di legittimità, la stessa situazione di intempestività dell’impugnazione e la conseguente dichiarazione di inammissibilità si verificano anche quando sia stato notificato alla controparte preliminarmente un ricorso per cassazione, e successivamente sia stata presentata avverso la stessa sentenza istanza di revocazione ordinaria (per errore di fatto o per contrasto con altro giudicato, di cui ai motivi rispettivamente n. 4 e n. 5 dell’art. 395 c.p.c.), oltre la scadenza del termine di trenta giorni previsto dal codice (si vedano Cass. 11 febbraio 2009, n. 3294 e Cass. 24 maggio 2013, n. 13030).

La conoscenza della sentenza di cui viene notificata l’impugnazione e la relativa riduzione dei termini ai sensi dell’art. 325 c.p.c. non ledono quindi il diritto di difesa della parte (a tal proposito, si rimanda a Cass. 20 gennaio 2006, n. 1196), e neppure la circostanza per cui la revocazione era stata proposta con il ministero di un differente difensore del libero foro – nonostante in appello la ricorrente fosse diversamente difesa – fa venire meno il decorrere del termine breve per il ricorso per cassazione: invero seppur, come noto, la notificazione dell’atto di impugnazione, ai sensi dell’art. 285 c.p.c., deve effettuarsi a norma dell’art. 170 c.p.c. al procuratore costituito, la Corte non ha mancato di rilevare che la conoscenza dell’atto si produce nei confronti della parte personalmente, indipendentemente dal difensore che l’assiste.

In virtù delle argomentazioni spese, il Collegio giudicante risolve dunque la questione nel senso di dichiarare l’inammissibilità del ricorso proposto e conferma ancora una volta l’equipollenza tra la notificazione della sentenza e il relativo atto di impugnazione ai fini della conoscenza legale del provvedimento.